La famiglia

Il 31 luglio del 2012 Tony Sly aveva suonato da qualche parte in Europa prima di rientrare in hotel e non svegliarsi mai più. Io non lo conoscevo, ma questa cosa su di me ha avuto un certo impatto. Da quando celebrare il lutto è diventata una pratica social, ogni volta che qualche personaggio pubblico lascia questa terra io mi ritrovo con metà dei miei contatti intenti a celebrarne la scomparsa e l’altra metà a postare, ciclicamente, la stessa tavola di Zerocalcare. Io non me la sento di dire quale delle due fazioni sia nel giusto, non lo so, ma posso certamente dire che di Tony Sly a me importava più di quanto mi importi di metà abbondante dei miei amici su Facebook e questo è un fatto. Ha influenzato la mia vita, ne ha fatto parte. Potremmo raccontarci che questo tipo di relazione sia unidirezionale, visto che solo uno dei due protagonisti della storia conosce effettivamente l’altro, ma non è così. Ogni volta che Tony Sly ha preso in mano una chitarra per dire qualcosa, l’obbiettivo era dirla a me. Non sapeva chi fossi, ma era certo (o forse si augurava soltanto) che da qualche parte ci fossi io pronto ad ascoltarlo. Ero la ragione che lo spingeva a fare quello che amava fare. Non so come funzioni per voi, ma nella mia vita le persone che mi spingono a fare ciò che faccio hanno una certa importanza. Quindi ecco, se lo chiedete a me, sentire il peso per quella scomparsa è del tutto normale. Sacrosanto, anzi.
Ad un anno dalla morte di Tony Sly è uscito un disco. E’ una raccolta di suoi pezzi, suonati da diverse persone della scena di cui ha fatto parte. E’ l’unico disco che io abbia mai pre-ordinato in vita mia. Quando mi è arrivato l’ho messo in macchina e l’ho ascoltato. L’ultima traccia è “International you day”, la suonano Joey Cape e gli Scorpios e si chiude con la dissolvenza del pubblico che grida “Tony”. Sentirla quel giorno mi ha annodato di nuovo la gola e inumidito gli occhi. Di quel disco oggi mi rimangono l’adesivo “Never forget Tony Sly” attaccato sullo stereo di casa e il ricordo di quel groppo in gola. Ditemi voi che senso potrebbe mai avere mettersi qui a scrivere del fatto che sia o meno un buon disco.

Poco fa sono uscito dal cinema dopo aver visto Fast & Furious 7. Domani ci saranno sicuramente un sacco di siti e blog che ve ne parleranno in maniera critica, analizzandolo da un punto di vista cinematografico. Sulle pagine che di solito leggo io immagino qualcuno ne parlerà bene perchè tutto sommato il ritmo è sempre alto, ci sono tante scene di combattimento e la ricerca dell’eccesso introdotta da Lin nella serie trova una certa continuità in questo settimo episodio. Credo ci sarà anche gente che ne parlerà male, sottolineando uno script talmente lacunoso da risultare offensivo, un uso della CGI completamente illegittimo e una totale mancanza di cura nella regia dei tanti combattimenti, inquadrati sempre da troppo vicino. Alcuni potrebbero spingersi in un’analisi sulla presenza o meno delle auto, che ormai a conti fatti sono il fulcro della saga solo per alcuni aficionados. Forse ci sarà anche chi proverà a collegare i limiti del film al peso che la scomparsa di uno dei protagonisti ha avuto sulla lavorazione dello stesso. Tutto giusto.
Come ogni volta che vado al cinema, anche questa sera ho pagato il biglietto in cerca di qualcosa. A spingermi è stato lo stesso bisogno che mi ha portato a pre-ordinare il disco di cui sopra. Sentivo il bisogno di un’ultima corsa con Brian O’Conner. Il primo Fast & Furious io l’ho visto quando è uscito, Arcadia di Melzo in Sala Energia. Ci ero andato insieme agli amici con cui, a casa, consumavo i joypad in sfide a Tokio Xtreme Racers ed eravamo ovviamente in sala per le macchine. Quando mi sono ritrovato di fronte un tizio in vans e pantaloni corti a fare il protagonista la folgorazione è stata immediata. A vent’anni non saprei dire se fosse più una cosa tipo: “Lui è uno come me” oppure “Voglio dannatamente essere come lui”, ma da quel momento per il sottoscritto Fast & Furious è sempre stato Brian. E le macchine. Guidavo (e guido tutt’ora) una Yaris, ma il sabato pomeriggio mi capitava di andare con gli amici in negozi specializzati in tuning. Compravo qualche cazzata tra le poche che potevo permettermi da studente e la montavo in macchina. Era una cosa giusta perchè il tuning non era pratica da zarri tipo elaborare il motorino. Brian aveva definito inequivocabilmente che era roba per gente a posto. In inglese dicono “role model”.
Questa sera ero all’Arcadia in Sala Energia. Con me c’erano gli stessi amici del 2001 tranne uno, impegnato a casa con il figlio di tre giorni. In più questo giro c’erano mogli e compagne, perchè la vita va avanti, continua e ci ha portati tutti a diventare adulti, nostro malgrado. Negli ultimi minuti sullo schermo è passato l’omaggio che tutti sapevamo ci sarebbe stato. Sento il groppo, mi si inumidiscono gli occhi. Dentro di me penso di passare per coglione a commuovermi per Fast & Furious. Guardo più volte la Polly come punto di riferimento perchè, cazzo, lei piange ogni volta che sullo schermo passa qualcosa di anche solo vagamente toccante, ma ovviamente questa volta niente e così io mi sento ancora di più fuori luogo. Dentro di me però so benissimo di essere andato al cinema per quello e, di conseguenza, sono contento.
Non so se usciranno altri Fast & Furious. Non so se li guarderò. Se lo farò sarà per vedere un film, quindi poi magari in seguito ne parlerò come si parla dei film, belli o brutti.
Oggi ero al cinema per omaggiare il tipo con le vans.
Ed è quello che ho fatto.

Mancherai tanto.

Da qui si vede tutto

Nel post precedente accennavo al fatto che in questo inizio di 2015 sono usciti due dischi che aspettavo con impazienza. Il secondo si chiama “Da qui si vede tutto”, è il primo lavoro lungo dei Cabrera e ne parlo da qui in avanti.
Il mio rapporto con questo disco non è iniziato benissimo. Ero in America e quando è uscito un amico mi ha girato il link con i pezzi su soundcloud. Non chiedetemi perchè, non ne ho idea, ma sentendolo in streaming aveva i suoni tremendamente vuoti e scarichi. Ci sono rimasto abbastanza male, devo ammetterlo. Per come sono fatto io, se i pezzi non vengono registrati in un modo che mi soddisfi è come si creasse una barriera tra me e la musica. Possono essere i pezzi più belli del mondo, ma difficilmente riuscirò a superare quello scoglio e farmici tirare dentro. Grosso limite il mio, specie in un momento storico in cui nessuno o quasi registra più i dischi con un suono giusto, ma di questo magari riparlo dopo. Sta di fatto che a metà tra il mortificato e il deluso ho scritto ai ragazzi e gli ho detto che non mi piaceva come suonava il loro primo disco. Sono un brutta persona. Tuttavia mi sembrava giusto dirlo prima a loro, invece di scriverlo da qualche parte su internet. Sono anche anziano, evidentemente. Il motivo per cui premetto tutto questo è semplicemente per ufficializzare che, lo scrivo grande e chiaro,

AVEVO DETTO UNA CAZZATA.

Scaricando il disco da bandcamp e ascoltandolo di nuovo su un supporto diverso, suona immensamente meglio (NdM: per il download ho scritto “0 euro”, ma solo perchè comprerò il disco che, mare di cuori, esce in CD.). Come dicevo qualche riga fa, la produzione ed il mix hanno comunque quel sapore un po’ da “finta cantinetta” che adesso funziona un mucchio soprattutto qui da noi e che non capirò mai fino in fondo. Mi rendo conto che pro-tools negli ultimi anni abbia consegnato alla storia badilate di album indistinguibili e con la personalità di un cestino dell’umido, eppure, uccidetemi, a me i suoni puliti, precisi, asettici in un disco piacciono. Specie quando si parla di atmosfere dilatate, arpeggi, climax, esplosioni e tutte quelle belle cosine che offre, ad esempio, un certo post-rock.
Ho rotto il cazzo eh? Sì, penso anche io.
E’ tempo di parlare dei pezzi che stanno dentro questo “Da qui si vede tutto”. Sono dieci e sono tutti fighi, con punte che arrivano davvero in alto come nel caso di “Automobilisti della Domenica”, “Dirupo” o “Una Parola”. In realtà quasi tutti i pezzi sono ben più che fighi, a pensarci su. Rispetto all’EP “Nessun Rimorso” (che a me era piaciuto un bel po’ e che contiene in ogni caso un paio dei loro pezzi che preferisco) la differenza che viene fuori di più in termini stilistici è l’uso delle voci. Non ho letto moltissimo in giro a tema Cabrera, ma uno dei pochi pezzi tirava in mezzo un parallelismo con il cantante degli Old Gray. Non so. Io ho riferimenti molto più ristretti e quando ascolto il modo in cui Francesco gratta la sua voce in questo lavoro penso ad esempio ai Lantern, non per il timbro o per lo stile, ma per lo scopo. E anche il pezzo recitato in mezzo a “Costellazioni” mi fa pensare più ai connazionali che non oltre oceano. Credo il mio cervello processi la lingua del cantato come primo parametro per sviluppare i riferimenti. Nel cantato pulito, per dire, se dovessi trovare un paragone esemplificativo direi Francesco Renga. Davvero. Quel “Cade la pioggia e cadi anche tu” per me è Renga al 100% ed è un complimento. Credo.
Le voci sono la parte del disco studiata meglio, secondo me. Sono varie, si sovrappongono bene e coprono davvero tanti stili diversi che nel complesso rendono il tutto più vario e se vogliamo complesso.
E’ un disco derivativo? Sì, smaccatamente. Secondo me ci si sono proprio impegnati ad infilarci tutto quello che a loro piace, ma l’amalgama è perfetta ed è tutto sommato abbastanza personale, riconoscibile se vogliamo. Ascolti “Da qui si vede tutto” e non pensi immediatamente ai FBYC, per esempio.
Detto tutto? Credo di sì.
Qualche annotazione.
In questi mesi sono in giro a suonare, verranno a Milano il 27 Marzo e io ci andrò. Dal vivo mi è capitato di vederli mesi fa e son bravi, quindi fossi in voi ci fare un salto.
Il disco esce in formato CD. Lo ripeto perchè è una cosa bella.
Ah, quasi dimenticavo, su bandcamp lo si può ascoltare, scaricare e acquistare.

Se fosse uscito per, che ne so, To Lose La Track (respect) oggi 4/5 dei miei contatti in internet ne scriverebbero con una mano sulla tastiera e l’altra nelle mutande, ma ci sta. Io spero che il disco giri e che la gente lo ascolti, perchè è buono e loro sono dei bravi figlioli.

D’io

In questo inizio di 2015 sono usciti due dischi che aspettavo. Per uno come me che non ha più nulla da chiedere a nessuno dei suoi gruppi preferiti questa è una cosa abbastanza inusuale, ormai. Aspettare un disco, dico. Quindici anni fa a gennaio era tutto un “quest’anno esce questo, quello e quell’altro”, mentre oggi non saprei indicare più di, boh, cinque gruppi di cui cerco di seguire le uscite future quando invece i dischi che vale la pena sentire me li tirano in faccia i social network. A mia insaputa (cit.).
Un po’ invidio quelli che in questo presente incerto trovano almeno un punto di riferimento nella musica, tipo che tutto può succedere MA uscirà il disco nuovo di XXX e sarà sicuramente una figata.
Comunque, tornando al punto, uno dei due dischi di cui sopra è il nuovo di Dargen D’Amico. “D’io”.

Due righe sul tema, sto giro senza premesse che tanto son sempre quelle della volta scorsa.
Dovessi dare un giudizio, per me è NO. Nel senso, se prendo queste tredici tracce e faccio un bilancio, buona parte non mi piace. E’ roba che non fa per me. Liquidare così la questione, tuttavia, in questo caso trovo sia abbastanza riduttivo. Sono andato a vedere Dargen D’Amico un paio di volte. In entrambe le circostanze il posto era pieno di ragazzini probabilmente tirati in mezzo da “Festa” e “Bocciofili“. Ora, che il secondo sia un pezzo clamoroso l’ho detto in non so più quante occasioni (miglior base di sempre. DI. SEMPRE.), quindi non sto cercando di prendere le distanze. Il ragionamento è un altro.
In “D’io” non c’è praticamente traccia di cassa dritta.
In “D’io” non c’è nessun featuring di spicco.
Questi non sono i problemi del disco, sia chiaro, e lo dico da fan dei pezzi dritti ed ignoranti di DD, che sono una delle poche cose in musica che negli ultimi anni la sento e mi prende bene, mi mette allegria addosso qualunque sia il contesto in cui io mi trovi in quel momento. Sono però elementi che delineano un’intenzione di base, la necessità di dire altre cose o di dire cose analoghe, ma in modo diverso. Forse chi sta dietro al discorso dall’inizio ci può vedere un ritorno a ciò che era prima di “Vivere aiuta a non morire”, non lo so. Dal mio punto di vista parziale e superficiale, questo non è il disco più facile che Dargen D’Amico potesse scrivere dopo il precedente e il fatto che l’abbia realizzato esattamente com’è mi porta a pensare che si stia parlando di un tizio con delle idee in testa e la necessità di esprimerle, di volta in volta, per come le ha avute. Che è una dote che vorrei avere io e che farebbe bene a molti di quelli che fanno il suo stesso mestiere. C’è quindi un salto abbastanza marcato tra questo disco e il precedente, ma c’è anche un filo conduttore. Non parlo dello stile, delle rime, perchè da non amante del rap in generale è una cosa a cui bado poco. Ciò che avvicina i due lavori per quanto mi riguarda è la cura nelle basi, che se chiedete a me restano ad un livello oltre. Sono sparite le melodie facili, quelle che al primo ascolto ti si incollano in testa e restano lì. Qui c’è bisogno di un po’ di pazienza per apprezzare il gran lavoro fatto in quel senso. Spiego.
La prima volta che senti “A meno di te” ti parte immediatamente il piede. La seconda canticchi e balli. Alla terza sei ormai dentro il pezzo e ti arriva anche quanto è figa la base su cui è costruito. Con “Io, quello che credo” il processo è tutto il contrario. La ascolti la prima volta e cerchi di capire dove voglia andare a parare con quei suoni, tanto da cercare di isolarli e filtrare la voce che ti arriva. Poi realizzi e il pezzo cresce.
In quest’ottica la traccia più debole resta “Amo Milano“, in cui non riesco a trovare nulla che valga la pena di sottolineare. Continua a sembrarmi una roba vecchia, ma proprio fuori tempo massimo e senza un senso. E’ uno dei pezzi più facili, ma è facile nel modo sbagliato. Scivola via. Soprattutto, non ci vedo una firma.
Ci sono altri passaggi nel disco che mi piacciono meno, ma che stimo di più. Tipo “La mia donna dice“. Il mio è probabilmente un discorso del cazzo, ma spero che almeno sia comprensibile.
La mia canzone preferita di “D’io” è “L’Universo non muore mai“, la mia quote preferita da “D’io” è “Le stelle sono l’acne del cielo“.
In un panorama in cui J-Ax si ritrova a fare Fedez chiudendo una sorta di cerchio delle mutue ispirazioni (io se sento “Uno di quei giorni” ho quella sensazione lì [niente contro il pezzo, che è anche carino]), Dargen D’Amico resta una cosa buona.
Anche con un disco che, nel complesso, per me è un no.

Ho visto i Mineral al Bloom. Nel 2015.

Probabilmente c’è un modo giusto per scrivere del live di questa sera. Io, però, non credo di conoscerlo. Mi piacerebbe evitare di scivolare nella malinconia spinta. Il piano è non scrivere un post che sostanzialmente celebri un’epoca che non c’è più, pieno di riferimenti faciloni che creino empatia con eventuali altri ex-giovani che si trovassero a leggerlo. Riuscirci parlando di un concerto dei Mineral al Bloom non è proprio immediato però, perchè tutto effettivamente riporterebbe lì. A me quel genere di post tendenzialmente piace anche, tanto, e nonostante pensi sia il modo più facile per raccontare quello che ho fatto sta sera credo anche sia un modo sbagliato. Sarebbe come dire che un concerto dei Mineral nel gennaio 2015 ha un suo senso unicamente per via di quanto è accaduto 10 o 15 anni fa. Ecco, no.
Un’altra cosa che vorrei evitare è scrivere il post che avrei potuto scrivere senza bisogno di andare al concerto. Il biglietto di questa sera l’ho comprato a luglio dello scorso anno, indice di una certa carica d’aspettativa. C’è chi sostiene, probabilmente a ragione, che non esistano concerti belli a priori. Per me non è così. Ci sono gruppi che hanno scritto cose troppo importanti per me perchè io possa affrontarle con oggettività. Quando e se mi ci ritrovo di fronte sono completamente disarmato, mi faccio puntualmente ribaltare come un calzino, e ne esco innamorato. Non credo ci sia un’altra parola. Di funzionare in questo modo io ne sono conscio ed è per quello che se mi mettessi seduto a dire: “Adesso vi racconto con oggettività, imparzialità e distacco come hanno suonato”, mentirei. E io non voglio mentire. Certo, poi ci sono quegli eventi che sanno andare oltre e regalarti ancora più di quanto fosse lecito aspettarsi, ma passano una volta ogni tanto. Le prime tre tracce di questa sera sono state “Five, Eight and Ten”, “Gloria” e “Slower”. Quindici minuti sufficienti a prendere l’evento in questione e inchiodarlo in cima alla classifica dei concerti del 2015 prima ancora che si concludesse il set, data 31 gennaio, senza timore di eventuali ripensamenti futuri. Io di norma non mi guardo le scalette dei concerti prima di andarci, così come difficilmente leggo recensioni di film prima di averli visti, ma che avrebbero suonato quei tre pezzi lo davo per certo, così come ritenevo scontato che sarebbero ampiamente bastati a comprarmi. La mia filosofia è abbastanza semplice: ci sono una manciata di canzoni, forse più, che nell’arco della mia esistenza hanno voluto dire qualcosa. Per sentirle non ci saranno mai un momento, un contesto o dei presupposti sbagliati.
Non so più dove cazzo sto andando a parare con questo post. Giuro. Ero partito anche bene, ma ho iniziato a ribaltarlo ed ora sono il primo ad aver perso il filo. Probabilmente sentire dentro la profonda necessità di scrivere una pagina che avesse senso mi sta schiacciando.
Peccato.
Ci sono comunque una paio di altre cose in merito al concerto che chi legge potrebbe trovare interessanti.
Il cantante dei Mineral è completamente stonato. Sul serio. Viene già fuori abbastanza chiaramente su disco questa cosa, ma dal vivo è una roba che se non la senti non ci puoi credere.
A conti fatti, “The Power of failing” non è il disco preferito della band o quantomeno quest’ultima non lo ritiene più rilevante di “End Serenading”. Con i pezzi di TPOF ci hanno aperto e chiuso il set, cosa che ha un suo certo peso specifico, ma andando a contare le tracce ne hanno suonate solo cinque, mentre dal secondo hanno pescato qualcosa in più. “Take the picture now” non l’hanno suonata e per quanto mi riguarda è un gran peccato.
Il vantaggio di avere assistito a più di metà scaletta presa da un disco che non venero è che posso dire qualcosa di vagamente credibile su come suonano i Mineral dal vivo. Suonano bene. Ho incontrato un po’ di persone sul posto e parlandoci nessuno se lo aspettava. La carica emotiva non è mai stata in discussione, ma la padronanza strumentale era un’incognita. Bei suoni, bei volumi, buon affiatamento e gran tiro. Li senti e non pensi mai al fatto che fossero fermi da 17 (DICIASSETTE) anni.
E basta.
A fine serata ho preso il telefono, aperto twitter e l’unica cosa che sono riuscito a scrivere è stata questa:

Probabilmente è anche l’unica che abbia un senso.

And it happens once again…

All’inizio l’idea era non commentare. Tutto sommato la rilevanza è pressoché nulla, sia parlando in generale che per quanto riguarda il sottoscritto. Giuro. Ho letto la notizia e ho pensato che non avevo davvero nulla da dire in merito. Nessuna reazione. Ci sta. Io non credo che esistesse qualcuno li fuori ancora convinto che i Blink182 fossero una band. Intendo fuori dalle pagine ufficiali dei vari social, dove stormi di persone con un palese rifiuto per la realtà o per parte di quest’ultima si trovano e fanno comunità tra loro come se tutto il resto non ci fosse. Tipo Paolo Sarpi o la Gran Bretagna. Per chi sta sulla pagina FB dei Blink (non intendo chi ci passa, ma proprio chi commenta e discute ogni post, quelle boh, 100k persone che si votano anima e corpo ad una band e praticano scientemente l’unica forma di monogamia che potrebbero risparmiarsi senza che la societá li additi con sdegno), per loro dicevo è avvenuta una tragedia che ha senso analizzare, dissezionare, comprendere oltre l’unica chiave di lettura possibile. Lo capisco.
Per il resto del mondo non è successo niente. Capisco anche questo.
Io tutto quello che c’era da dire l’ho detto quattro anni fa, in uno dei rari casi in cui ci ho visto lungo (non che fosse così complesso):

[…] i Blink182.0 entrano in studio. Da qui in poi mi baso solo su ipotesi personali e su quanto sentito nel pezzo anteprima “Up all night” uscito, appunto, ieri. Le chiavi del progetto, a questo punto, vengono messe in mano a Tom che essendo convinto di essere John Lennon potrebbe decidere da un momento all’altro di rimandare tutti affanculo (NdM: volesse iddio!) e andar via col pallone. Mark decide di produrre la cosa per scongiurare che Travis porti in sala mixer tutti i suoi amici negri. Tutto dovrebbe andare bene e, con un po’ di fortuna, il disco uscirà. Bello o brutto non conta, perchè vendere venderà in ogni caso. Il problema eventualmente ci sarà col disco successivo, ma nessuno di loro, credo, confida di arrivarci.[…] (15-7-2011.)

Pronostici a parte, chiudo riflettendo sulla tristezza della situazione. Ho letto i comunicati, le smentite, le interviste, i tweet scritti e cancellati. Non perchè abbia senso stare a capire cosa sia successo e di chi siano le responsabilità, ma per dare il quadro di una band che non è più una band da dieci anni i cui membri si comportano come se invece fossero ancora parte di qualcosa di attualmente rilevante. Prigionieri della realtà generata intorno a loro dai 100k di cui sopra. A 18 anni io ascoltavo i Blink perchè erano la cosa in cui riuscivo meglio ad identificarmi (potremmo aprire una parentesi, cosa che ho in effetti fatto). Oggi c’è talmente tanto in mezzo tra me, loro e il Paese reale (cit.) che, davvero, non so di che cazzo son qui a parlare.

Il nuovo frontman dei Blink 182 è Matt Skiba, uno che ha scritto pezzi giganti, ma anche uno che pur provandoci da almeno tre o quattro dischi, non ce l’ha mai fatta. Sopra un palco è grossomodo nullo sia come chitarrista che come cantante.
Alla fine, la coerenza.

I dischi del 2014

Quest’anno faccio una roba diversa dal solito. Faccio un post dedicato ai dischi del 2014. Risate. In effetti non è che di solito non facessi le classifiche di fine anno eh, ma buttavo tutto insieme in un unico pezzo tra musica, cinema, letteratura, tv e via dicendo.
Quest’anno no.
Il 2014 è stato abbastanza memorabile per tante cose. Io dodici mesi così fitti di avvenimenti, situazioni, gioie, preoccupazioni e sbattimenti non me li ricordo e, se vogliamo dirla tutta, spero di non replicarli a breve. Nonostante le cose belle. Sta di fatto che con tutte queste “distrazioni”, di musica non ne ho praticamente sentita. Che poi la situazione sarebbe un filo meno drammatica se si considerassero i dischi che io ho scoperto solo quest’anno, consumandoli, ma che sono più vecchi. Purtroppo però non si può fare. Sono le regole dell’internet.
Parliamo del 2014 quindi, che per me è stato il primo anno in cui a farla da padrone è stata la musica italiana. La musica italiana è qualcosa che a nominarla mi fa sentire inadeguato, vecchio e fuori contesto ed è forse anche per questo esterofilismo spinto e inconscio che non l’ho praticamente mai considerata. Nel 2014 invece è stato un susseguirsi di dischi cantati nella mia lingua madre, tutti belli, che probabilmente si sono trainati a vicenda portandomi a sviluppare un certo tipo di gusto. Ho ripreso in mano Caso e i Gazebo Penguins rivalutandoli tantissimo, ho consumato l’ep dei Cabrera, ho imparato a dare una chance alla roba nostrana. A fare un tentativo.

Il disco più bello di questo 2014 è Riviera dei Riviera. L’ho detto. Eppure è un disco completamente sbagliato. Prima di tutto non è un disco, nel senso che in CD non è mai uscito e quindi nella mia collezione di dischi non ci entrerà mai. La cosa mi fa girare abbastanza la minchia, devo dirlo, ma purtroppo non è un problema legato unicamente ai Riviera e quindi tocca andare oltre. Altra nota dolente è che ha dei suoni brutti. Nel senso, non sono drammaticamente osceni, ma son quei suoni li di chi ha paura che la pulizia infici l’attitudine o l’APPARTENENZA, per dirla alla MACH5. Fai un disco portentoso e poi lo registri coi suoni di un demo del ’98 (uno di quelli della gente brava però). Quindi io lo ascolto e mi incazzo perché bastava nulla a farlo venire fuori proprio BENE e invece pare una take dal box dei vicini. Non ho finito. “a.n.c.o.r.a.” non mi piace e alcuni passaggi strumentali il disco mi caga un po’ il cazzo, alla lunga. Ecco. Posto tutto questo, Riviera dei Riviera è un disco CLA-MO-RO-SO. Non relativamente a quest’anno, ma proprio in generale. Quelle melodie lì che ti entrano dentro subito, i testi, i cori grossi che alla seconda volta che passi il disco già canti sguaiato e non ne esci mai più, la tromba. Porco il cazzo, la tromba in dischi come questo a me da sempre una botta impareggiabile. Il messaggio da portare a casa è che un disco bellissimo non deve per forza essere perfetto.
Citazione: Metto i puntini sulle i dove non li metti tu
Pezzo preferito: attrezzi (10)

Il secondo disco di quest’anno per me è DIAVOLERIA dei Lantern, anche se non lo sento da un po’ perchè ad un certo punto ho iniziato a collegarlo ad una serie di sfighe che mi son capitate e quindi l’ho tolto dal lettore. Però fino a che l’ho ascoltato sono stato veramente preso benissimo. Che pezzo della madonna è “Mucchio d’ossa Copperpot”?. Incredibile. Secondo me ci voleva un bel dischetto HC in italiano suonato bene e con delle idee interessanti dentro e DIAVOLERIA per me ha centrato il bersaglio. Nel disco non c’è la cover di Shorty che mi piace tanto, ma c’è abbastanza roba buona per non sentirne la mancanza. Li ho visti live a Milano, non il concerto più memorabile della mia vita, ma qui si valuta il disco (che, ovviamente, non esiste in CD) e quindi questo non c’entra. Magari me lo risento, DIAVOLERIA, una di queste sere. O magari aspetto di risolvere un paio di faccende, prima.
Citazione: Rileggo tutta la storia. Tutte le colpe. Tutti gli errori. Ripeto tutto a memoria.
Pezzo preferito: Mucchio d’ossa Copperpot (4)

Chiudo il podio con l’EP d’esordio degli “And so your life is ruined” che, notizia bomba che ho scoperto solo ora, ESISTE IN CD! Se non fosse che non ho cazzi di riscrivere tutto da capo, lo picchierei in cima alla classifica solo per questo. Invece sta qui al terzo posto. Il motivo è solo uno: se fai un dischetto di tracce bellissime, 6 sono troppo poche e alla fine ti resta la voglia di sentirne ancora. Che è una cosa bella eh, ma anche un po’ brutta sotto un certo punto di vista. Dei tre sicuramente questo è il disco meno immediato in termini di impatto, almeno per quanto mi riguarda. Atmosfere più tranquille, suoni più morbidi, quel filo di malinconia tipico dell’inverno, anche se poi a voler guardare io ho iniziato ad ascoltarlo ad agosto. Avrei potuto e voluto vederli live a Modena, ma non ce l’ho fatta. Peccato, soprattutto perchè avrei potuto comprare il disco.
Citazione: Raccontami le tue paure, son sicuro che metà sono le mie.
Pezzo preferito: Febbraio (2)

Questo vuol dire che ho ascoltato solo dischi italiani? No, ma effettivamente dal resto del mondo non mi è arrivato alle orecchie nulla di rilevante o capace di tenermi lì per più di un paio di ascolti. Ad eccezione del primo full lenght dei Gates che si chiama Bloom & Breathe ed è un disco eccezionale (appunto), con suoni bellissimi, pezzi bellissimi, atmosfere bellissime e quel senso di perfezione che da fastidio a tutti e che invece per me è, per non ripetermi, bellissimo. E’ uno di quei dischi in cui non è possibile isolare una traccia dal contesto o distinguere con precisione un pezzo dall’altro finito l’ascolto, ma non è una caratteristica negativa. Sarebbe come estrarre una scena di pugni da The Raid e cercare di ricordarsi esattamente quando sia nel film, cosa venga prima e cosa dopo, farla bastare a se stessa. Non ci si riesce sempre. La domanda è: ha davvero senso quando si può prendere il film e guardarlo tutto dall’inizio alla fine? No. “Eh, ma in The Raid c’è il fight con Mad Dog che anche da solo spacca il culo”. Vero, ma in questo disco c’è “Not My Blood” che tiene in piedi l’analogia, quindi ho ragione io.

La chiuderei qui, che mi pare di aver scritto abbastanza. Di solito quando faccio le classifiche di fine anno, però, parlo anche dei dischi brutti e quindi lo faccio anche questa volta. Tanto non c’è molto da dire.
Quest’anno è stato essenzialmente la nemesi del 2002. I tre peggiori dischi li hanno buttati fuori Taking Back Sunday (“Happines is”, disco senza mezza idea e ripetitivo all’eccesso, ma con un singolo che tutto sommato si salva), Finch (“Back to Obliion”, un disco di cui nessuno sentiva il bisogno. O meglio, di cui io sentivo il bisogno, ma non fatto così) e The Used (“Imaginary Enemy”, un disco essenzialmente offensivo).
E’ uscita roba brutta anche in Italia?
Sì. Il disco dei Do Nascimento a me ha fatto cagare. Però ha un titolo bellissimo: Giorgio. Me lo segno.

Sputare nel piatto in cui si è mangiato, dicesi:

Ci sono quelle cose che una volta ti piacevano e adesso invece no. Magari ne parli e fingi ti piacciano ancora, oppure che non ti siano mai piaciute, però quando ci pensi e non hai nessuno a cui mentire finisci spesso col dire che la ragione sta nell’essere diventato adulto. Vien buona per tutto, effettivamente, come spiegazione, ma che sia anche vera non è così automatico.

Facciamo un esempio. Giorni fa è uscito il disco nuovo dei Lagwagon. Agevolo una diapositiva.

Per il processo di cui sopra, io adesso sentirei di dover precisare che riprendere in mano il blog per scrivere dei Lagwagon, sia una roba di cui vergognarsi.  E lo sarebbe eh, ma il post tratterà solo marginalmente di quello, promesso. Ad ogni modo sto disco io l’ho sentito e mi ha fatto abbastanza cagare. Me lo aspettavo. La domanda però è: è davvero perchè sono ormai troppo vecchio per certe stronzate (cit.)?

No.

Ho delle prove a supporto di questa tesi.

La prima riguarda ancora i Lagwagon. Ok, potrei aver mentito quando dicevo che il post si sarebbe occupato solo marginalmente di loro. Nell’estate 2013 mi ero ripreso in mano più o meno tutti i loro dischi, diciamo quelli che secondo me avevano un senso quando sono usciti: Hoss, Feelings, Double e il loro Live in a Dive (ci metterei anche Blaze perché a me piace, ma è uscito fuori tempo massimo per essere tra quelli insindacabili). A parte il primo, gli altri sono proprio dischi brutti. Dentro ci sono ancora i pezzi fighi che ricordavo, ma diluiti in un mare di merda. Parlando di lavori che a volte non arrivano ai 30′, il problema è notevole.

Questa non è una prova, si potrebbe obbiettare. Alla fine anche questo cambio di opinione potrebbe essere legato all’anagrafe e io potrei non avere più l’età per apprezzare l’HC melodico in generale, pure se fatto bene.

No. Di nuovo.

Uno dei dischi che ho ascoltato di più in questo 2014 privo o quasi di uscite interessanti è un disco del 2006 che mi ha girato su facebook un ragazzo che conosco. Ed è un disco HC melodico. Slide!

Un gran bel disco,  aggiungo. Ci sono le melodie, i suoni giusti, la ritmica giusta ed un uso delle chitarre che in dischi del genere si trova raramente. Da qualche mese ascolto a ripetizione un disco che alla mia età e con i miei gusti attuali non avrei mai pensato di poter anche solo digerire. Fact.

La conclusione.

Con il tempo non cambiano i gusti.  Si ampliano, magari, ma non si stravolgono. Quello che cambia è la propensione a venire a compromessi. I Lagwagon sono quella ragazza che ricordi carina dai tempi del liceo e che rivista oggi su Facebook ti sembra un cesso. Se ci pensi bene e sei disposto ad ammetterlo, con tutta probabilità era un cesso anche quindici anni fa. Il tempo ed il distacco hanno distorto la realtà portandoti a ricordarla diversa da ciò che è. Migliore. I Lagwagon hanno fatto un disco dei Lagwagon ed è brutto e trascurabile per moltissimi motivi, ma tutti derivanti dal fatto che siano i Lagwagon e non dal nostro essere nel 2014.

Poi chiaro, chi invecchia male c’è. Non si discute.

Quando ieri ho aperto l’editor del blog per scrivere, avevo intenzione di parlare dei tizi che hanno messo su una start-up per produrre latte usando i lieviti invece delle mucche (qui la pagina web). Ci avrei scritto sopra un bel pistolotto (tutto sommato producendo un post che a differenza di questo avrebbe anche avuto una sua utilità), ma alla fine l’unica cosa che ha senso dire è OGM 1 – Teste di cazzo 0.

Una su X Factor 8

Poco fa @disappunto ha linkato su twitter un pezzo del Fatto* a tema X Factor 8 dicendone essenzialmente male. Io ho letto l’articolo e ne condivido larga parte. Non riuscendo per una volta a spiegare i miei motivi via tweet mi prendo qualche minuto per scriverne qui, conscio che il pezzo uscirà con tempi inconciliabili a qualunque tipo di discussione online caratterizzi l’epoca contemporanea, vale a dire più o meno due ore. Tempo fa ho steso la bozza di un post a tema “i tempi del web” che non ho mai concluso perchè io stesso a metà pezzo mi ero ritrovato ormai privo di interesse per la cosa.
Tornando in tema, l’articolo del Fatto* è questo qui e se si esclude l’ultimo paragrafo e la sua deriva sui problemi della discografia a me pare un pezzo piuttosto centrato su questioni in merito alle quali a sto punto dirò anche io la mia. Una cosa certamente vera è che a X Factor si ripete come un mantra la questione centrale dell’essere vendibile. Anche gli scorsi anni eh, ma in questa edizione è tutto ancora più marcato, con Fedez che sente particolarmente suo questo metro di valutazione. A rifletterci, la contraddizione in termini è evidente e se per qualcuno tirarla fuori dopo otto anni è un nonsense, per me è semplicemente basarsi su una robusta casistica. Vado ad elencare i motivi per cui “la contraddizione in termini è evidente” (cit.). Innanzi tutto, nessuno dei vincitori di X Factor vende. Non è del tutto vero, ci sarebbe Mengoni, ma proprio grazie all’ampia casistica a disposizione si può concludere che Mengoni sia un caso. Quindi il punto è che o consideriamo il format come uno dei più fallimentari della storia della televisione, ciclicamente incapace di raggiungere l’obbiettivo per cui parte, oppure il punto della vendibilità come criterio di valutazione è una cazzata. Io propendo comunque per la prima ipotesi: i giudici di X Factor puntano davvero a trovare un soggetto vendibile, ma non ne sono capaci. In più, il format non li aiuta. Sempre volendo puntare i miei due centesimi, gli autori questo lo sanno benissimo, ma nessuno di loro va in TV a dire che l’obbiettivo della trasmissione è “Trovare un talento vendibile” piuttosto, se glielo chiedessero, “portare a casa un’altra stagione di buona televisione”. Ora, volendo dare per buono il concetto per cui oggi esista qualcuno in grado di sapere come fare a far vendere i dischi ad un artista, di certo questo qualcuno non sta al tavolo dei giudici del programma. Non c’è quest’anno come non c’era gli anni scorsi, ma è di questa edizione che si parla e quindi è questa che analizzo.
E’ facile dire che Victoria non sappia cosa serve per vendere i dischi. Non è il suo mestiere. E’ più simpatica della Ventura (grazie al cazzo), ma la portata è la stessa. Il secondo in ordine di inutilità però è proprio l’osannatissimo ed autocompiaciutissimo Morgan, che a conti fatti non è mai stato buono di vendere manco i suoi, di dischi. Qui si capisce la netta separazione di intenti tra autori e programma. Morgan è fondamentale per lo show perchè è l’equivalente di Benigni che legge la Divina Commedia, solo che nessuno si azzarderebbe ad andare in giro a dire che il secondo punti a far vendere più copie di Dante. E’ ovvio anche alle mie pantofole che chi guarda X Factor non è chi compra i dischi. Fine. Così non fosse, non ci sarebbe una crisi della discografia comunemente detta. Morgan, all’atto pratico, è il fallimento più grande dell’X Factor che punta ad invadere il mercato. Restano gli altri due giudici, che quantomeno hanno un’idea di cosa voglia dire vendere dei dischi, anche se ho già detto della profonda differenza tra vendere e far vendere.
A farmi riflettere più di tutti c’è Fedez, ragazzo che stimo essenzialmente sulla base della musica che ascolta e della maggior parte delle cose che gli ho sentito dire. Valutassi la musica che fa avrei un parere diverso, ma non è questo il punto. Il meccanismo legato al “successo” di Fedez è talmente all’antitesi di una cosa come X Factor che infilarcelo dentro a fare il giudice/coach risulta una scelta assurda da qualunque direzione la si guardi. Penso si sia tutti d’accordo sul suo non essere personaggio televisivo, non ha i tempi né il mestiere e una sua performance alla Arisa credo non sia nemmeno quotata dalla SNAI. Non credo nemmeno sia da prendere in considerazione per l’aspetto tecnico/teorico della faccenda. Non è uno che sa come si fa bene la musica. Non parlo di gusti eh, parlo proprio di sapere quello che si sta facendo, di “preparazione”. Potrò non essere sul pezzo per valutare le sue conoscenze del RAP o dell’Hip-Hop, ma quelle volte che prova ad uscire dal suo per entrare nel mio, che non sappia quello che sta facendo o quantomeno come fare a farlo bene è evidente. Fedez fa la sua cosa credendoci il giusto e divertendosi di conseguenza. E fa benissimo. Però da lì a poter spiegare agli altri come fare altrettanto secondo me il passo è lungo. Usando una metafora che credo gli piacerebbe, è come far fare l’allenatore in Serie A ad uno solo perchè è forte a Pro Evolution Soccer. Che poi, giusto per aprire un’altra parentesi nel discorso, che cazzo di senso ha continuare a puntare su questo discorso della qualità, del fare buona musica, delle armonizzazioni, dell’intonazione e via dicendo? Ci rendiamo conto di chi “vende i dischi” in casa nostra o no?
Per quanto mi riguarda quindi, X Factor è un programma che con il vendere i dischi c’entra relativamente poco. Meno di Amici, per dire, che trovo decisamente più onesto nel suo invertire gli addendi e lavorare sulla costruzione di un pubblico che ami quello che propone invece che sul costruire qualcuno perchè piaccia ad un generalissimo pubblico senza volto. Ed infatti ad Amici non si parla mai di “cercare uno che possa vendere”, pur avendo tirato fuori più gente con i numeri in classifica del rivale con la X.
Quindi? Quindi sono d’accordo con il pezzo del Fatto* in quasi tutte le sue parti, pure quando fa una critica alla prima puntata ed ai suoi contenuti artistici. Due ore e passa di bello spettacolo: curato, ben fatto e ben diretto, dove però sotto questi chili di sovrastrutture produttive non resta nulla di cui valga la pena parlare. Nessuna voce che spicca. Nessun personaggio che spicca. Nessuna interpretazione che spicca. Tantissima insipienza su cui è stato costruito dell’ottimo intrattenimento. E va bene così, perchè io guardo X Factor per lo show, non certo perchè comprerò i dischi che ne escono. A me piace vedere l’assegnazione dei pezzi, gli arrangiamenti, i costumi e, quando va di lusso, grassa polemica sterile su questioni completamente risibili fatta da gente che è lì a fare un lavoro che non sa fare.
Ho questa idea che stare dentro a X Factor per i giudici sia tipo il Truman Show.

*Abbiamo un quotidiano comunemente chiamato IL FATTO a cui tutti si riferiscono dicendo: “Hai letto cosa ha scritto IL FATTO?” ed è bellissimo.

La teoria della relatività

Oggi ha iniziato a girare in rete il nuovo disco dei Finch, Back to Oblivion. Io l’ho appena sentito, commentandolo traccia per traccia su twitter. Riporto per completezza, conscio che questo appesantirà il pezzo in maniera incredibile:

Ora, è noto che io al primo ascolto ho stroncato una montagna di roba che poi, alla lunga, ho riconsiderato. Ho tuttavia i miei dubbi questo sarà uno di quei casi. Purtroppo (davvero eh, io a questi voglio bene tanto) i Finch hanno rilasciato un disco di cui nessuno sentiva il bisogno. Oltretutto, l’hanno mixato con dei suoni talmente a cazzo di cane da lasciare il dubbio per cui la versione che circola sia in realtà una demo pre-mix.
Ora so che questo giudizio finale chiamerebbe fortissimo l’ennesimo pippone sulla questione reunion, ma è una cosa di cui non ha senso parlare. Oltretutto per i Finch questa è addirittura la seconda, di reunion, e l’EP venuto fuori dalla prima per quanto mi riguarda aveva dentro robe significative. Quindi il punto non è reunion o non reunion. Il punto è fare i conti con la relatività.
Dalla relatività non scappa nessuno.
Su twitter chiudevo così:

Fine.