12 novembre, 2014

Sputare nel piatto in cui si è mangiato, dicesi:

Ci sono quelle cose che una volta ti piacevano e adesso invece no. Magari ne parli e fingi ti piacciano ancora, oppure che non ti siano mai piaciute, però quando ci pensi e non hai nessuno a cui mentire finisci spesso col dire che la ragione sta nell’essere diventato adulto. Vien buona per tutto, effettivamente, come spiegazione, ma che sia anche vera non è così automatico.

Facciamo un esempio. Giorni fa è uscito il disco nuovo dei Lagwagon. Agevolo una diapositiva.

Per il processo di cui sopra, io adesso sentirei di dover precisare che riprendere in mano il blog per scrivere dei Lagwagon, sia una roba di cui vergognarsi.  E lo sarebbe eh, ma il post tratterà solo marginalmente di quello, promesso. Ad ogni modo sto disco io l’ho sentito e mi ha fatto abbastanza cagare. Me lo aspettavo. La domanda però è: è davvero perchè sono ormai troppo vecchio per certe stronzate (cit.)?

No.

Ho delle prove a supporto di questa tesi.

La prima riguarda ancora i Lagwagon. Ok, potrei aver mentito quando dicevo che il post si sarebbe occupato solo marginalmente di loro. Nell’estate 2013 mi ero ripreso in mano più o meno tutti i loro dischi, diciamo quelli che secondo me avevano un senso quando sono usciti: Hoss, Feelings, Double e il loro Live in a Dive (ci metterei anche Blaze perché a me piace, ma è uscito fuori tempo massimo per essere tra quelli insindacabili). A parte il primo, gli altri sono proprio dischi brutti. Dentro ci sono ancora i pezzi fighi che ricordavo, ma diluiti in un mare di merda. Parlando di lavori che a volte non arrivano ai 30′, il problema è notevole.

Questa non è una prova, si potrebbe obbiettare. Alla fine anche questo cambio di opinione potrebbe essere legato all’anagrafe e io potrei non avere più l’età per apprezzare l’HC melodico in generale, pure se fatto bene.

No. Di nuovo.

Uno dei dischi che ho ascoltato di più in questo 2014 privo o quasi di uscite interessanti è un disco del 2006 che mi ha girato su facebook un ragazzo che conosco. Ed è un disco HC melodico. Slide!

Un gran bel disco,  aggiungo. Ci sono le melodie, i suoni giusti, la ritmica giusta ed un uso delle chitarre che in dischi del genere si trova raramente. Da qualche mese ascolto a ripetizione un disco che alla mia età e con i miei gusti attuali non avrei mai pensato di poter anche solo digerire. Fact.

La conclusione.

Con il tempo non cambiano i gusti.  Si ampliano, magari, ma non si stravolgono. Quello che cambia è la propensione a venire a compromessi. I Lagwagon sono quella ragazza che ricordi carina dai tempi del liceo e che rivista oggi su Facebook ti sembra un cesso. Se ci pensi bene e sei disposto ad ammetterlo, con tutta probabilità era un cesso anche quindici anni fa. Il tempo ed il distacco hanno distorto la realtà portandoti a ricordarla diversa da ciò che è. Migliore. I Lagwagon hanno fatto un disco dei Lagwagon ed è brutto e trascurabile per moltissimi motivi, ma tutti derivanti dal fatto che siano i Lagwagon e non dal nostro essere nel 2014.

Poi chiaro, chi invecchia male c’è. Non si discute.

Quando ieri ho aperto l’editor del blog per scrivere, avevo intenzione di parlare dei tizi che hanno messo su una start-up per produrre latte usando i lieviti invece delle mucche (qui la pagina web). Ci avrei scritto sopra un bel pistolotto (tutto sommato producendo un post che a differenza di questo avrebbe anche avuto una sua utilità), ma alla fine l’unica cosa che ha senso dire è OGM 1 – Teste di cazzo 0.

2:15 pm

28 ottobre, 2014

Una su X Factor 8

Poco fa @disappunto ha linkato su twitter un pezzo del Fatto* a tema X Factor 8 dicendone essenzialmente male. Io ho letto l’articolo e ne condivido larga parte. Non riuscendo per una volta a spiegare i miei motivi via tweet mi prendo qualche minuto per scriverne qui, conscio che il pezzo uscirà con tempi inconciliabili a qualunque tipo di discussione online caratterizzi l’epoca contemporanea, vale a dire più o meno due ore. Tempo fa ho steso la bozza di un post a tema “i tempi del web” che non ho mai concluso perchè io stesso a metà pezzo mi ero ritrovato ormai privo di interesse per la cosa.
Tornando in tema, l’articolo del Fatto* è questo qui e se si esclude l’ultimo paragrafo e la sua deriva sui problemi della discografia a me pare un pezzo piuttosto centrato su questioni in merito alle quali a sto punto dirò anche io la mia. Una cosa certamente vera è che a X Factor si ripete come un mantra la questione centrale dell’essere vendibile. Anche gli scorsi anni eh, ma in questa edizione è tutto ancora più marcato, con Fedez che sente particolarmente suo questo metro di valutazione. A rifletterci, la contraddizione in termini è evidente e se per qualcuno tirarla fuori dopo otto anni è un nonsense, per me è semplicemente basarsi su una robusta casistica. Vado ad elencare i motivi per cui “la contraddizione in termini è evidente” (cit.). Innanzi tutto, nessuno dei vincitori di X Factor vende. Non è del tutto vero, ci sarebbe Mengoni, ma proprio grazie all’ampia casistica a disposizione si può concludere che Mengoni sia un caso. Quindi il punto è che o consideriamo il format come uno dei più fallimentari della storia della televisione, ciclicamente incapace di raggiungere l’obbiettivo per cui parte, oppure il punto della vendibilità come criterio di valutazione è una cazzata. Io propendo comunque per la prima ipotesi: i giudici di X Factor puntano davvero a trovare un soggetto vendibile, ma non ne sono capaci. In più, il format non li aiuta. Sempre volendo puntare i miei due centesimi, gli autori questo lo sanno benissimo, ma nessuno di loro va in TV a dire che l’obbiettivo della trasmissione è “Trovare un talento vendibile” piuttosto, se glielo chiedessero, “portare a casa un’altra stagione di buona televisione”. Ora, volendo dare per buono il concetto per cui oggi esista qualcuno in grado di sapere come fare a far vendere i dischi ad un artista, di certo questo qualcuno non sta al tavolo dei giudici del programma. Non c’è quest’anno come non c’era gli anni scorsi, ma è di questa edizione che si parla e quindi è questa che analizzo.
E’ facile dire che Victoria non sappia cosa serve per vendere i dischi. Non è il suo mestiere. E’ più simpatica della Ventura (grazie al cazzo), ma la portata è la stessa. Il secondo in ordine di inutilità però è proprio l’osannatissimo ed autocompiaciutissimo Morgan, che a conti fatti non è mai stato buono di vendere manco i suoi, di dischi. Qui si capisce la netta separazione di intenti tra autori e programma. Morgan è fondamentale per lo show perchè è l’equivalente di Benigni che legge la Divina Commedia, solo che nessuno si azzarderebbe ad andare in giro a dire che il secondo punti a far vendere più copie di Dante. E’ ovvio anche alle mie pantofole che chi guarda X Factor non è chi compra i dischi. Fine. Così non fosse, non ci sarebbe una crisi della discografia comunemente detta. Morgan, all’atto pratico, è il fallimento più grande dell’X Factor che punta ad invadere il mercato. Restano gli altri due giudici, che quantomeno hanno un’idea di cosa voglia dire vendere dei dischi, anche se ho già detto della profonda differenza tra vendere e far vendere.
A farmi riflettere più di tutti c’è Fedez, ragazzo che stimo essenzialmente sulla base della musica che ascolta e della maggior parte delle cose che gli ho sentito dire. Valutassi la musica che fa avrei un parere diverso, ma non è questo il punto. Il meccanismo legato al “successo” di Fedez è talmente all’antitesi di una cosa come X Factor che infilarcelo dentro a fare il giudice/coach risulta una scelta assurda da qualunque direzione la si guardi. Penso si sia tutti d’accordo sul suo non essere personaggio televisivo, non ha i tempi né il mestiere e una sua performance alla Arisa credo non sia nemmeno quotata dalla SNAI. Non credo nemmeno sia da prendere in considerazione per l’aspetto tecnico/teorico della faccenda. Non è uno che sa come si fa bene la musica. Non parlo di gusti eh, parlo proprio di sapere quello che si sta facendo, di “preparazione”. Potrò non essere sul pezzo per valutare le sue conoscenze del RAP o dell’Hip-Hop, ma quelle volte che prova ad uscire dal suo per entrare nel mio, che non sappia quello che sta facendo o quantomeno come fare a farlo bene è evidente. Fedez fa la sua cosa credendoci il giusto e divertendosi di conseguenza. E fa benissimo. Però da lì a poter spiegare agli altri come fare altrettanto secondo me il passo è lungo. Usando una metafora che credo gli piacerebbe, è come far fare l’allenatore in Serie A ad uno solo perchè è forte a Pro Evolution Soccer. Che poi, giusto per aprire un’altra parentesi nel discorso, che cazzo di senso ha continuare a puntare su questo discorso della qualità, del fare buona musica, delle armonizzazioni, dell’intonazione e via dicendo? Ci rendiamo conto di chi “vende i dischi” in casa nostra o no?
Per quanto mi riguarda quindi, X Factor è un programma che con il vendere i dischi c’entra relativamente poco. Meno di Amici, per dire, che trovo decisamente più onesto nel suo invertire gli addendi e lavorare sulla costruzione di un pubblico che ami quello che propone invece che sul costruire qualcuno perchè piaccia ad un generalissimo pubblico senza volto. Ed infatti ad Amici non si parla mai di “cercare uno che possa vendere”, pur avendo tirato fuori più gente con i numeri in classifica del rivale con la X.
Quindi? Quindi sono d’accordo con il pezzo del Fatto* in quasi tutte le sue parti, pure quando fa una critica alla prima puntata ed ai suoi contenuti artistici. Due ore e passa di bello spettacolo: curato, ben fatto e ben diretto, dove però sotto questi chili di sovrastrutture produttive non resta nulla di cui valga la pena parlare. Nessuna voce che spicca. Nessun personaggio che spicca. Nessuna interpretazione che spicca. Tantissima insipienza su cui è stato costruito dell’ottimo intrattenimento. E va bene così, perchè io guardo X Factor per lo show, non certo perchè comprerò i dischi che ne escono. A me piace vedere l’assegnazione dei pezzi, gli arrangiamenti, i costumi e, quando va di lusso, grassa polemica sterile su questioni completamente risibili fatta da gente che è lì a fare un lavoro che non sa fare.
Ho questa idea che stare dentro a X Factor per i giudici sia tipo il Truman Show.

*Abbiamo un quotidiano comunemente chiamato IL FATTO a cui tutti si riferiscono dicendo: “Hai letto cosa ha scritto IL FATTO?” ed è bellissimo.

8:13 pm

1 ottobre, 2014

La teoria della relatività

Etichette: Musica,Riflessioni

Oggi ha iniziato a girare in rete il nuovo disco dei Finch, Back to Oblivion. Io l’ho appena sentito, commentandolo traccia per traccia su twitter. Riporto per completezza, conscio che questo appesantirà il pezzo in maniera incredibile:

Ora, è noto che io al primo ascolto ho stroncato una montagna di roba che poi, alla lunga, ho riconsiderato. Ho tuttavia i miei dubbi questo sarà uno di quei casi. Purtroppo (davvero eh, io a questi voglio bene tanto) i Finch hanno rilasciato un disco di cui nessuno sentiva il bisogno. Oltretutto, l’hanno mixato con dei suoni talmente a cazzo di cane da lasciare il dubbio per cui la versione che circola sia in realtà una demo pre-mix.
Ora so che questo giudizio finale chiamerebbe fortissimo l’ennesimo pippone sulla questione reunion, ma è una cosa di cui non ha senso parlare. Oltretutto per i Finch questa è addirittura la seconda, di reunion, e l’EP venuto fuori dalla prima per quanto mi riguarda aveva dentro robe significative. Quindi il punto non è reunion o non reunion. Il punto è fare i conti con la relatività.
Dalla relatività non scappa nessuno.
Su twitter chiudevo così:

Fine.

12:55 am

30 agosto, 2014

One last kiss

Un altro post. Ebbene sì.
Venerdì sera tranquillo. Niente da fare, vado con la Polly a vedere Dragon trainer 2 (MEH) allo spettacolo delle 20:00, poi mangiamo una roba al volo da Rossopomodoro (NO) e alle 23:00 scarse siamo a casa. In serate così è un attimo finire su youtube/spotify a cazzeggiare. Se non si accende casualmente la play, dico.
Solite cose: ascolti un pezzo, che ne chiama un altro e poi un altro ancora. Decidi di fare una playlist che non riascolterai mai più e ci passi diciamo due ore. Inizi per associazione di idee, poi cerchi i pezzi che vuoi metterci, poi pensi ai pezzi che devi metterci per forza e cerchi anche quelli. E poi togli almeno 2/3 dei pezzi che hai scelto perchè non stanno bene con l’ultimo che hai tirato dentro e la tua playlist è diventata un’altra cosa rispetto all’idea originaria, ma ormai sei in ballo e la devi finire. Che vuol dire arrivare ad avere un numero di tracce nell’intorno di 15, in un ordine che ritieni funzionale al messaggio e alla playlist stessa. Come dicevo: le solite cose.
Sta di fatto che ad un certo punto, scartabellando la mia libreria su Media Player mi è capitato in cuffia un pezzo che non sentivo da boh, tantissimo. Il pezzo si chiama “One Last Kiss” e nella mia playlist sta a nome Adventures of Jet. Il disco è Muscle. L’anno d’uscita è il 2003. Prendiamo queste info e mettiamole lì.
Sto pezzo è finito nel mio PC indicativamente tra il 2003 e il 2006. Sono quasi sicuro di averlo letto, nominato da qualcuno, sul forum di Munnezza. Però per una volta non era una roba tipo leggi un commento e ti viene voglia di ascoltare il pezzo in questione. Ricordo che c’era un dibattito legato all’autore. Una di quelle discussioni tipo: “Oh, ma sapete mica di chi è il pezzo che fa così/dice così/che si sente in quel contesto lì?” e d’improvviso tutti lo conoscevano, tutti lo cercavano e nessuno aveva ragguagli in merito. E alla fine uno è arrivato e ha detto: “Ma sì, sono gli Adventures of Jet.” e io mi sono fiondato su internet e l’ho cercato, a lungo, fino a che l’ho trovato e scaricato. Era un pezzo figo, effettivamente. Genuino, con un certo tiro, delle melodie oneste e quell’alone sporco e ruvido che aveva quasi tutta quella roba lì in quegli anni lì. Finisce a schifio, con ognuno che suona per conto suo in un tripudio di ignoranza, ma gasa il giusto. Abbastanza da fare il secondo passo e cercare tutto il disco.
Introvabile.
Ai tempi i dischi introvabili erano più di qualcuno. Se non la ritenevo una causa degna di farsi venire il fegato gonfio, mollavo presto il colpo e mi accontentavo del pezzo che avevo. Per questi Adventures of Jet andò così.
Dieci anni dopo, Dio, per distrarci dal fatto che ancora esistano le zanzare ed il meeting di CL, ci ha donato Spotify e così quando alle 2 di notte mi è finita in cuffia la canzone incriminata, ho azzardato di nuovo il famoso secondo passo e ho deciso di sentirmi il disco per intero. Anche su Spotify trovare il disco o il gruppo non è immediato, però c’è.

Lo faccio partire. La prima traccia è fatta di rumoreggiare e tastierine. Pare una roba simpa per iniziare il disco, suona un po’ troppo pulita, ma potrebbe anche starci. La seconda traccia fa nascere il dubbio. Ancora tastiere, ancora suoni pettinati. La terza però è lei, di nome e di fatto. Mh. Andiamo avanti. Dalla quarta in poi, di nuovo in linea con l’inizio del disco. E’ evidente che la traccia di mio interesse sia inserita a cazzo in un disco che non c’entra niente. Va beh, non muore nessuno. Però io resto con la voglia di ascoltare il disco e, alle due passate di notte, ne so meno di quando mi ci sono messo.
Usiamo google. Cerco “Adventures of Jet”, ancora con l’idea che fossero sbagliate tutte le altre tracce. Occam a casa mia è un barbiere. Trovo qualcosa. Pochissimo. Ma con pazienza tiro insieme i pezzi e finisco sulla pagina dei Bobgoblin. Mi faccio una veloce cultura leggendo la bio e poi passo alla sezione musica, dove in fondo trovo anche le release a nome Adventures of Jet. Muscle è lì in bella mostra e si può ascoltare in streaming. Figata. Lo faccio partire e scopro che le tracce erano tutte giuste anche su Spotify, tranne “One Last Kiss” che, ovviamente, è un altro pezzo completamente in linea con il contesto.
Maddai.
Così riprendo in mano la traccia di cui voglio scoprire l’origine e memorizzo la prima strofa. “Down and lost again, intetions through the door”. Inizio a scriverla su Google per vedere se dal testo riesco a risalire al pezzo e all’autore. Scrivo “Down and lost again” e il browser autocompleta la citazione. Mi sento uno stronzo. In primis. Poi penso che magari è una cover di un pezzo famosissimo, tipo dei Beatles, e che se così fosse di risalirci dal testo non se ne parla. Ho già in canna due o tre Madonne, quindi, ma ci provo uguale e premo invio. Con mia somma sorpresa esce un sito di lyrics che riporta la citazione a nome Jerry Can. Dai che forse. Torno su Spotify e cerco. Niente. Cerco meglio. Trovo.

E’ la opener di un disco targato 2010. E’ impossibile che questo pezzo sia uscito nel 2010. Faccio partire il disco. Questa volta ci può stare. I pezzi sono abbastanza distanti tra loro e dalla traccia iniziale, ma la voce mi pare sia quella e i suoni sono sufficientemente approssimativi da risultare simili. Si va da roba tipo Lagwagon a roba tipo Good Riddance. Molta pattumiera, qualche cosa di decente. Mi faccio l’idea sia una raccolta uscita nel 2010 di pezzi da demo di varia origine e natura. E’ una spiega che può bastarmi, alle 3 del mattino.
Ci scrivo prima su due righe su FB, poi mi ricordo che ho un blog e butto giù un post.
Oh, “We had it all” è figa.
It was totally worth it.

3:45 am

25 agosto, 2014

Cose che potrebbero anche interessare qualcuno (#esticazzi)

Non mentirò, questo post ha come scopo principale il non far girare a vuoto questo Agosto 2014, fino a poco fa candidato serissimo a primo mese senza post da Gennaio 2005, ovvero da che questo blog è stato aperto.
#esticazzi.
Siccome non ho voglia di scrivere niente di approfondito, interessante o anche solo lungo abbastanza per dare al post una vaga credibilità e non farlo apparire come mera tacca sull’ipotetico muro del mio essere ossessivo/compulsivo, farò un listone di robe.

1) Ho appena visto il finale di True Blood. Per un tot di motivi che ho già ripetuto ad oltranza, in parte anche qui sopra, lo ritengo una delle serie più significative di sempre. Quella che si è chiusa è forse la stagione meno brillante ed io ero così carico di aspettative che rimanere soddisfatto non sarebbe mai stato possibile. Quindi non mi sono nemmeno goduto gli ultimi metaforoni buttati dentro a forza, tra eutanasia e matrimoni non riconosciuti dalla legge che però se c’è l’amore vaffanculo a tutti, e ho seguito il tutto come un conto alla rovescia verso il finale. Verso l’incombente dissolvenza in nero. Mentre sullo schermo Jason diceva a Hoyt che la morte non può spaventare se si vive il presente al meglio io lo ascoltavo, ma avevo chiaramente la testa al fatto che forse sarebbe stato l’ultimo discorso contorto dello sceriffo Steakhouse. Un momento così magicamente “meta” da essere suo modo bellissimo. E’ una serie che mi mancherà e a cui sarò per sempre legato. Probabilmente gioca un ruolo importante l’averla sempre letta come la cosa più intelligente girasse in TV, soprattutto perchè non lo era per nessuno e questo mi lasciava modo di pensare che, semplicemente, LA GENTE non ci arrivasse mentre io sì. E poi era tremendamente divertente. E poi mentre scrivo sto sentendo un disco (SPOILER: ne parlo dopo) che mi prende malissimo e ho una tristezza pesa addosso che non so se dipenda dal fatto che, come ogni lutto che si rispetti, ci sia voluto un minimo a metabolizzarlo oppure se sia il disco. Oppure magari sono io e basta.

2) Su RockIt ci sono in anteprima streaming 6 tracce del disco dei And So Your Life Is Ruined. Sei tracce che per quello che ne so potrebbero essere anche tutto il disco. Il link è questo. Stando su RockIt probabilmente l’hanno già sentito tutti ad oltranza da mesi, io però vivo sotto le pietre come le lucertole e per arrivarci me lo sono dovuto trovare sbattuto in faccia dalla bacheca Facebook. E’ un disco che mentre lo ascolti pensi abbia tutti i suoni sbagliati e invece poi capisci che sono giusti così. E ci sono degli arpeggi di chitarra che sono fatti apposta per dirti cose come “Raccontami le tue paure // son sicuro che metà sono le mie” e che con me hanno veramente vita facilissima. Prima, mentre ascoltavo una delle parti strumentali stavo navigando e accidentalmente è partito un filmato sul sito della Gazzetta che parlava della partenza di Balotelli. C’era sta melodia dolce e triste sullo sfondo e Mario che parlava di addii ed era un connubio tremendamente suggestivo. Ora, come cazzo parla Balotelli, l’accento che ha e le cose che dice, per renderle parte di una cosa anche vagamente nostalgica e/o emozionante vuol dire che la parte musicale deve avere i contro coglioni. Oppure che chi ascolta debba essere in quel mood lì, magari per via del telefilm appena concluso (SPOILER: ne ho parlato prima). E’ stata una cosa di un secondo o due, ma è stato bello. Il disco è bello. Ultimamente vengono fuori cose che mi spingono a rivalutare l’impatto che la svolta in italiano dei Fine Before You Came ha avuto sulla musica di casa nostra. Bene così.

3) Pensavo che avrei scritto qualcosa sull’#IceBucketChallenge, ma anche no. Mi prendo giusto un secondo per un cinque altissimo a quelli di Fondazione Telethon che oggi hanno retwittato la mia idiozia, dimostrandosi avanti anni luce.

E anche ad agosto qualcosa alla fine ho pubblicato.
Blog’s not dead.

#esticazzi.

10:42 pm

5 luglio, 2014

#CASOMANIA

Etichette: Musica,Riflessioni

Non starò a farla lunga.
Molto oltre il tempo massimo salgo sul vagone della #CASOMANIA. Ho preso il disco su Amazon perchè sono una brutta persona, uno che avrebbe potuto andare a sentirlo millemila volte e avrebbe potuto comprargli il CD al banchetto, parlargli e stringergli la mano, ma non l’ha mai fatto.
Sono dieci tracce che, se si da loro il tempo, entrano dentro e non escono più.
Di seguito trascrivo a mano il testo della mia preferita, si può ascoltare qui.
Disco dell’estate, con solo un’estate di ritardo.

Prendi questo cielo in scala di grigi, nella foto in bianco e nero è molto simile al reale. Prendi le facciate delle case appiccicate l’una all’altra sembrano fatte di cartone. Quante volte sotto il porticato abbiam picchiato i piedi forte convinti di farle cadere; oggi sono ancora lì allo stesso posto che ci guardano dall’alto e non temono alcun passo. Prendi questa come una canzone tra le tante, poco memorabile, scritta da un anonimo cantante che spesso ha puntato il dito contro il mondo e ora prova a rigirarlo su se stesso quasi come una presa di coscienza o un’ammissione di colpa, o come scusa per suonar la propria voce un’altra volta.

Abbiam riso di mio padre perchè ha un italiano scarso e ha rimpianti che san di 1900, ma al momento di levarci i nostri sassi dalle scarpe ci siamo accorti di non aver saputo fare di meglio; siam stati cavalieri erranti del nuovo millennio antieroi e antipatici un po’ persino a noi stessi. Gridavamo forte contro i grattacieli, diretti discendenti dei mulini a vento. Prendi come lecito il sospetto che a romper le vetrine sia stata più l’invidia che la rabbia: troppo lunga il giorno dopo quella coda dei pretendenti al posto fisso in banca. Tutti con le righe scritte bene, le esperienze formative, nella foto sorridenti, tutti san parlare inglese. E a ripeterci tra noi “non siamo parte del sistema”, ma attendiamo il nostro turno tutti quanti in fila indiana. E ora in questo tempo devastato e vile far la parte di chi è in lotta sembra quasi un’occasione. Da chi fa partire il coro a chi sta in ultima fila, a chi sa far la voce grossa solo sopra una tastiera, c’è un megafono per tutti quando accendi raramente hai un’idea di quanto è spesso il muro che hai davanti. Forse siamo solo stanchi di sentire le nostre voci ritornare così in fretta. Chiediti dove son finite ora le convinzioni di un tempo: intransigenza e fierezza da sostenere fino in fondo alla battaglia o almeno fino in fondo alla notte. Questo è il nostro mattino dopo: la voce roca accordata un tono sotto, i sogni erano illusioni e si son spenti tra le poche idee e i troppi mozziconi. Però abbiamo imparato anche a sorridere assieme alla premura di sputare il fumo fuori dalla finestra. Ci stringe un po’ al collo e un po’ ci somiglia questa armatura moderna da levarci con un gesto la sera e riporre nell’armadio assieme alle altre tutte uguali sulla gruccia. Dentro sogni di ragazzi giocavamo a far la storia con le nostre pistole di legno; siam cresciuti e siamo scesi in piazza, ma quelle nuove eran di plastica con il tappino rosso. Ti ricordi i fucili, quelli veri del tuo nonno cacciatore sotto chiave in salotto? Troppo presi a fare “bang” con la voce non ci siam chiesti ancora che fine han fatto.

5:06 pm

30 aprile, 2014

Brand New

A circa due terzi del set in scaletta c’è “Limousine”.
Jesse si allontana dal microfono, sale su un monitor, ed inizia a gridare alla folla.

We’ll never have to buy adjacent plots of earth…
… We’ll never have to rot together underneath dirt…

La voce all’inizio è morbida, poi si graffia e diventa via via più ruvida. Fino a rompersi. Nel locale cala chiaramente il silenzio. Jesse scende dalla spia e inizia a caracollare per il palco, continuando a cantare a squarciagola. Passa affianco ai microfoni e l’effetto è strano, perché per un attimo soltanto il lamento esce anche dalle casse.

I’ll never have to lose my baby in the crowd…
… I should be laughing right now

A fine pezzo, Jesse è distrutto e in lacrime. C’è una pausa. Vinnie gli si accosta un secondo, sono entrambi di spalle e io non sto capendo cosa cazzo è successo. Immagino di aver avuto un’espressione attonita, conscio di aver appena visto la roba più emozionante, intensa e coinvolgente mai capitatami ad un concerto. Sono pochi secondi in cui penso che forse la vuol finire qui, invece si gira.
E attacca Jesus.

Lo so, tendo ai sensazionalismi quando parlo delle cose che mi piacciono, ma per quel che vale non è questo il caso. Il concerto dei Brand New di Domenica scorsa è uno di quelli che resteranno a lungo impressi nella mia mente. Certo, l’episodio di cui sopra ha caricato il tutto di non poca epicità, ma a prescindere da quello (come si potesse PRESCINDERE da una cosa così. Non avete una cazzo di idea.) il set è stato una vera e propria mina. La scaletta era divisa in blocchi: Daisy per il primo atto, Deja Entendu per il secondo e Devil&God a chiudere. Da Your Favorite Weapon avremo solo due assaggi, ma a questo ci arrivo tra un secondo.
Dicevamo, primo atto per Daisy, il disco che mi piace meno. Apprezzo la scelta perchè sono ideologicamente per i crescendo, tuttavia riconosco che l’impatto dei pezzi nuovi (#AhAhAhCheRidere) dal vivo è notevole. “Vices” non mi piace proprio, ma come attacco e impatto sonoro mi da una bella pettinata. Suoni un po’ confusi, ma ci sta. La voce invece viene fuori benissimo da subito e Jesse non si risparmia. Quando mai. A “Gasoline” sono ancora tiepidino, altro pezzo che non amo tanto, quindi per me il concerto vero inizia con “At the Bottom” e “You Stole” che dal vivo è notevolissima. Sorpresona. Dopo quattro pezzi i preliminari sono finiti.
Secondo atto, Deja Entendu. C’è un salto emotivo e di risposta GIGANTE, quando parte “Sic transit gloria… glory fades”. Non solo per me, ma proprio per tutti i presenti. Il coinvolgimento diventa totale in mezzo giro di basso. In quel momento ci arriva addosso un treno che non lascia scampo nè tregua, in cui vengono suonate “Guernica”, “Ok I believe you…”, “…Spin Light” e “Seventy times 7″ giusto per alzare ulteriormente il tiro prima di “The quiet things…”. Senza. Una. Pausa. Sono letteralmente in balia dei quattro sul palco. Giusto il tempo per ricordare l’unica altra data italiana loro nel 2007 (C’ero. E’ stato fighissimo pure quella volta.), fare i classici ringraziamenti e lanciarsi in una battuta molto divertente del tipo: “Scusateci se non siamo venuti spesso da ste parti, ma siamo di NY e la pizza è buona anche lì” e siamo alla volata finale.
Il terzo atto. Apre “Sowing Season” e il singalong è ormai fuori controllo. Il disco da cui si attinge in questa parte finale è il più bel disco che ho in casa e quindi la vivo di conseguenza. Dopo la opening suonano “The Archers Bows Have Broken ” e “Milestone”. Poi è il momento di “Limousine” e di tutto quel che ho scritto al principio, seguita da una “Jesus” che, anche in virtù di quel che avevamo appena vissuto, ci ha rivoltati come calzini. “Degausser”. “You won’t know”. Sono talmente preso bene che manco ci penso ai pezzi che volevo sentire e non hanno suonato. Non ho idea di cosa possa mancare all’appello fino a che parte “Soco Amaretto Lime” e bon, è la fine. Del concerto e della mia voce. Sono completamente dentro la situazione. Non vedo i contorni, è una globo di persone e suoni fuso insieme.
Finisce così, senza siparietti, senza encore, dopo un’ora e mezza di musica tiratissima.
Saluto le persone che ho incontrato sul posto, vado al banchetto e compro 25 euro di maglietta.
25 euro.
Più del biglietto.
“The things I do for love” direbbe Jaime Lannister.

5:50 pm

24 aprile, 2014

Un flame sulla reunion dei Mineral

C’è questa cosa che i Mineral tornano a suonare assieme.
Siccome in questi giorni BASTONATE fa la settimana grindcore, io penso che parlare della cosa sia un buon modo per infilarmci in mezzo a buffo e così scrivo giù due righe riassumibili con “La reunion dei Mineral è la cosa migliore che ci possa capitare in questo 2014″. Invio il pezzo a chi di dovere e il risultato è una lieve divergenza di opinioni.
Ci sta.
Su twitter però il verbo del potevano risparmiarselo si spande a macchia d’olio e siccome come dice AleBU a me internet fa male, inizio una sorta di crociata sul tema rispondendo più o meno a chiunque si discosti anche marginalmente dall’entusiasmo cieco. Non mi basta. Ero partito con l’idea di scriverci un post sopra e così ci scrivo un post sopra, sul mio blog, che ormai è praticamente l’ultima opzione che mi do quando decido di scrivere qualcosa.
Vi racconto una storia.
Anni fa si sono riuniti i Get Up Kids. Hanno suonato in giro per qualche mese, poi hanno inciso un disco di rara bruttezza e hanno chiuso il giro sciogliendosi di nuovo. In quella parentesi è capitato passassero da Bologna e così anche uno come me che dal vivo non li aveva mai visti ha potuto colmare la lacuna e spararsi un concerto che sicuramente nel 2000 sarebbe stato meglio, ma che mi ha lasciato in ogni caso senza voce e con un sorriso idiota stampato in faccia.
Oggi, quando penso ai Get Up Kids, per prima cosa mi viene in mente il disco della madonna che è Something to write home about e poi penso al concerto. Tristezza per il disco orrendo post reunion? Non pervenuta. L’unico punto negativo di tutta la faccenda è che dal vivo non avevan fatto “Forgive and forget”, per il resto la bilancia quasi si ribalta lato pro.
Per darvi un’idea.
Quindi ok, sarei potuto nascere in Texas e magari oggi non avrei da colmare il vuoto di non aver mai visto una band come i Mineral dal vivo. Forse oggi vivrei armato, farei il mandriano e non sentirei la FOTTA per questa reunion, ma anche senza entrare nel merito di quanto sarebbe effettivamente una figata questa cosa, io non capisco cosa cazzo possa esserci di negativo dall’avere una band figa in più da andare a sentire. Cristo santo, quando da ste parti esce mezzo disco che prova male a copiarli, i Mineral, non si contano le persone che sbroffano e gridano al miracolo. Però l’idea che quelli veri possano anche per sbaglio fare un disco nuovo getta il panico tra i presenti. Anche facesse schifo, non è che lo sovrainciderebbero sulla copia di TPOF che tutti dovreste avere a casa.
Ci sono tonnellate di band che non hanno mai smesso e che si trascinano disco brutto dopo disco brutto forti di un esordio che, in molti casi, non vale la metà di quello di cui stiamo parlando. I Mineral il loro bel disco inutile l’hanno già fatto. Dopo di quello hanno deciso di sollevarci dalla pena di una lunga carriera di paragoni infelici. Minchia GRAZIE. Anche solo per questo io un’altra chance gliela do volentieri.
Il problema vero è la paura e la paura ci castra.
Altra storia, vado a capo.
La ragazza più figa del tuo liceo ti incontra quindici anni dopo e muore dalla voglia di farti un pompino.
Puoi accettare.
Oppure puoi dirle che no, preferisci ripensare a quando era più giovane e senza quelle piccole rughe. Ammazzandoti di seghe.
Ecco, per me non c’è gara, pur conscio che scoparla a 18 anni sarebbe stato probabilmente meglio.

8:24 pm

8 aprile, 2014

I vent’anni di un disco fondamentale

Esattamente venti anni fa usciva questo disco.

Ultimamente pare non si possa proprio fare a meno di celebrare gli anniversari a tema musicale. A volte con iniziative belle, altre volte con iniziative brutte, troppo spesso con iniziative inutili e pretestuose. Dal 2011, ogni tre mesi parte il treno degli omaggi al ventennale di un passaggio a caso della vita di Kurt Cobain. Settimana scorsa l’ultimo della lista, celebrato worldwide con più adesioni del Natale. A proposito, per chi dovesse sentirsi perso all’idea che l’anniversario del suicidio di Kurt Nostro possa chiudere in qualche modo il ciclo, ricordo che a Giugno fa 25 anni Bleach.
Questo sproloquio iroso per dire che nonostante l’omaggio agli anniversari musicali sia a dir poco abusato nell’intorno temporale in cui ci troviamo, io mi prendo del tempo per celebrare il disco più importante della mia vita. Non il più bello, non quello che ho ascoltato di più, ma certamente il più significativo ed imprescindibile. E’ un omaggio che sentiremo e faremo in pochi. La cosa genera un po’ di quel senso d’orgoglio e appartenenza ridicolo, ma ci sta perchè con gli Offspring mi son fatto tutto il giro: pride a tredici anni, shame a ventitre, di nuovo pride passati i trenta.
Il 1994 è stato l’anno zero della musica e ha dato i natali a tre dischi fondamentali. Del primo si sarebbe dovuto parlare a Febbraio, ma per me è quello meno rilevante, mentre il terzo, il più bello, compirà vent’anni a Luglio.
In mezzo c’è, appunto, Smash e adesso lo racconto per come lo ricordo.
Il disco parte con il tipo che spiega con che approccio affrontare l’ascolto, ma io questo l’ho scoperto quando ho sentito il CD per la prima volta, ben oltre il 1994. Mi ero copiato la cassetta di Ciccio su un nastro da 90′ e, nel farlo, avevo anteposto il Side B al Side A. Avessi capito anche solo mezza parola di inglese, ai tempi, forse me ne sarei potuto accorgere. Non fu così. Il monologo di “Time to relax” oggi lo so a memoria, a differenza di quasi tutte le altre canzoni del disco di cui, a mente fredda, non saprei ricordare poi molto del messaggio. Non so se l’intento di attaccare un disco punk-rock suggerendo di mettersi comodi e rilassarsi fosse o meno ironico, l’esegesi del testo la lascio perdere volentieri. Fa sorridere che per me, ai tempi, era impossibile pensare di ascoltare una roba così senza saltare per casa rimbalzando contro i muri, mentre oggi sdraiarmi sul divano e ascoltare un disco è l’apoteosi del relax, quali che siano il disco ed il suono che ne esce.
Il primo pezzo vero è “Nitro” ed è, tutt’oggi, uno dei più fighi dell’intera discografia degli Offspring. Bello veloce, con una buona melodia e tutti gli Stop&Goes necessari a fare genere allora. E poi ci sono “Uooo-oohhh” a pioggia, che quando sei giovane e non sai l’inglese fanno comodo per sfogare la voglia di cantare. Una bomba.
La seconda traccia è “Bad Habit” e avrò già raccontato cento volte di come mi abbia iniziato al pogo, quindi non sto a riprendere il concetto. Sparo invece altri due aneddoti. Il primo è che sempre in virtù della cassetta di cui sopra, per me “Bad Habit” s’è intitolata “Nitro” per diversi anni. Il secondo è che anche un ignorante come me sapeva che alla fine c’erano un sacco di parolacce e, da bravo ribelle in erba, me le ero imparate.
“Gotta get away” non mi piaceva tanto perchè era un pezzo lento. Oltretutto c’era il video che girava su TMC2, quindi era commerciale.
Avanti con “Genocide”, capolavoro ineguagliabile. Tutt’ora il mio pezzo preferito degli Offspring nonostante quelle fucine creative di Noodles e Dexter ne abbiano usato il riff principale per tirar fuori almeno metà della loro discografia. Il bridge (?) con quelle martellate pesantissime mi distruggeva ogni volta e, ancora oggi, se capita di sentirlo mi gasa parecchio.
Il disco corre, ed è difficile la vita per un pezzo come “Something to believe in” che, a tutti gli effetti, serve solo a separare “Genocide” dal primo singolone di Smash. La soluzione scelta è infilare una sequela ineguagliabile di “Uoooh-oooh” e, come si può immaginare, vince facile.
Siamo a “Come out and play”. Non l’avessi sentita suonare praticamente in tutti i locali “rock” in cui sono stato in questi vent’anni e da tutte le band liceali più scarse e ingiustificabili con cui sono entrato in contatto, probabilmente mi piacerebbe ancora. La prima volta in vita mia in cui ho potuto mettere mano su una batteria, istintivamente, ho provato a rifare quell’attacco, picchiando un po’ ovunque non ci fossero le pelli. Per la cronaca, fu anche una delle ultime volte.
Di “Self esteem” non ci sarebbe neanche da dire nulla. Pezzo clamoroso anche questo. Il fun fact in merito è che pensavo si chiamasse SELF EXTREME e immaginavo parlasse di essere estremi. A volte mi chiedo se sia davvero necessario espormi così, gratuitamente, al pubblico ludibrio.
La canzone successiva si intitola “It’ll Be a Long Time” e mentre scrivo il pezzo non mi viene in mente come faccia, quella seguente è “Killboy Powerhead” che invece ricordo benissimo, ma scopro solo ora essere una cover. Dopo ancora c’è “What happened to you?”. Mi piacerebbe dire che è un pezzo che mi ha sempre fatto cagare come solo lo SKA può farmi cagare, ma sappiamo tutti che sarei un bugiardo. E se anche non lo sapessimo tutti, lo saprei io, quindi non si può proprio. Pezzo più debole del disco, certo, ma non così brutto. Specie per un gruppo capace di cose come “Why don’t you get a job?”.
Il finale è tutto un crescendo. “So Alone”, “Not the one” e “Smash”. Madonna, che bomba atomica che è la traccia che da il titolo al disco.
“I’m not trendy, asshole”.
Da sola, questa frase, mette in fila tutte le brillantissime bio di twitter con cui ci troviamo a convivere tutti i giorni.
Il disco finisce lì, anche se c’è spazio per una chiusa nuovamente a carico del tipo che parla e per un motivetto simpatico sul riff di “Genocide”. Mi pare di ricordare ci sia anche una ghost track con un secondo motivetto strumentale, derivato da “Come out and play”, ma non ci scommetterei. Di solito io riprendevo l’ascolto dall’inizio immediatamente dopo la fine di Smash.
Questo è il mio personale e sentitissimo omaggio al disco più importante della mia vita e l’ho scritto abbastanza di getto e senza troppe riletture, nonostante l’idea sia di pubblicarlo tra diverse ore, allo scattare dell’8 Aprile. Non so quanti percepiscano un disco in maniera così cruciale come io faccio con Smash. Un disco capace di generare, da solo, quel cambiamento radicale che innesca il processo di crescita e formazione tipico dell’adolescenza.
Spero in tantissimi, perchè è davvero una sensazione bellissima.

PS: nello stesso giorno in cui Smash fa vent’anni, Manq ne fa 33 ed è una di quelle coincidenze assurde che rendono la vita affascinante.

12:32 am

18 marzo, 2014

Concertini

Questa settimana ci sono un paio di concertini che secondo me vale la pena andare a vedere, di conseguenza li segnalo.

Mercoledì 19/03/2014 – Arci Acropolis (Vimercate, MI)
Mercoledì i The singer is dead presentano il loro primo EP all’Acropolis. Il disco lo si può sentire in streaming su bandcamp e secondo me è un bel disco. Segue lista di motivazioni a supporto della precedente affermazione: 1) non annoia 2) è suonato bene 3) le linee di batteria sono pulite e precise, senza strafare, ma senza tirarsi indietro 4) il basso suona come piace a me 5) le chitarre fanno bruttissimo 6) le melodie sono fantastiche 7) anche uno come me non ci sente la mancanza delle voci (RIP) 8) è ben prodotto e ben mixato 9) i pezzi non durano ore 10) l’ultima traccia è una bomba atomica che sembra presa di peso da un disco degli Envy. In sintesi.
Non è un disco perfetto per i seguenti motivi: 1) la prima traccia mi suona ripetitiva 2) in rari casi avrei scelto altri suoni per le chitarre (es: un passaggio in distorsione proprio nella prima traccia). E basta.
A fronte di tutto questo, io a sentirli ci vado e vediamo se riesco a rivalutare la musica strumentale anche in sede live.
E poi c’è la birra a tre euro.

Sabato 22/03/2014 – Ligera (Milano, MI)
Sabato invece suonano i Lantern al Ligera. Il disco dei Lantern, Diavoleria, è il disco che sto ascoltando di più ultimamente perchè secondo me è una roba clamorosa, senza se e senza ma. E’ anche quello in streaming su bandcamp e quindi lo agevolo qui affianco. E’ un disco HC di quelli che a me prendono lo stomaco e lo rivoltano. Non è la roba più violenta che abbia mai sentito, manco un po’ in effetti, ma è travolgente nelle melodie, nei suoni, nelle atmosfere, nelle urla, nel parlato e nei testi. I Lantern poco tempo fa hanno anche buttato fuori una cover di Shorty dei Get Up Kids che ha fatto cagare tutti e che invece a me piace un botto. Insomma, un gruppo HC che coverizza i GUK è quello che basta dire per inquadrare tutta la questione. Rileggo tutta la storia. Tutte le colpe. Tutti gli errori. Ripeto tutto a memoria.

Di spalla ai Lantern suonano i Winter Dust, che poi sono il gruppo di almeno uno dei tizi de il Fragolone. Io siccome nella community di twitter ci credo a bomba, li supporto duro anche se sono un po’ una persona di merda perchè gli ho scaricato il disco mettendo ZERO su name your price. Il fatto che sia ideologicamente contrario a pagare per dei file audio non toglie nulla al mio essere brutta persona, quindi se hanno il disco formato CD sabato, sia loro che i Lanter, direi che glielo prendo.
In caso stampino solo vinili, penso convivrò a lungo con il mio senso di colpa.
Due concerti in una settimana.
Non mi capitava da, tipo, anni.

6:07 pm

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