Dexter

Domenica si è conclusa l’ottava ed ultima stagione di Dexter, uno dei pochi esempi di serie che ho seguito fin da subito e non arrivandoci in clamoroso ritardo spronato dall’internet come invece mi capita nella maggior parte dei casi. Per parlarne ho deciso di rendere omaggio al miglior sito cinematografico di tutti i tempi e quindi inizierò la recensione così: SIGLA.

Razor Burn by Lagwagon on Grooveshark

C’era una volta una bellissima serie, originale, cupa, impregnata di umorismo nero e con quel pizzico di critica sociale che non guasta mai. Si intitolava Dexter ed è durata 12 episodi. In seguito al clamoroso e meritatissimo successo di questo mini capolavoro a puntate la Showtime ha deciso di creare una seconda serie a cui ha dato lo stesso titolo unicamente per gabbare i telespettatori. Ne sono nate sette stagioni che, al netto di diversi alti e bassi, hanno saputo mantenere alto l’hype del pubblico nei confronti dei protagonisti. Che, al netto di ulteriori alti e bassi, son sempre stati due: Dexter e sua sorella Debra.
Il trucco usato dagli sceneggiatori dello show per mungere la vacca ad oltranza è stato quello di dare ad ogni stagione un suo arco narrativo compiuto, autoconclusivo e completamente scollegato dal pre e dal poi. Bolle temporali assolutamente non comunicanti che illustrano l’esistenza di un assassino seriale che vive a Miami la sua vita fatta di immagini di facciata e impellente ed incessante desiderio di uccidere. Ecco, forse incessante no, ma a questo ci arriviamo dopo. Questa strategia, che come detto da la possibilità di protrarre le stagioni fino a che ci sia da guadagnarci qualcosa, non è di per se stessa necessariamente fallimentare, ma va gestita come si deve. In alcuni casi questo è stato fatto abbastanza bene (penso alla stagione 1* e alla stagione 2*), ma con l’andare del tempo gli sceneggiatori ne hanno completamente perso il controllo. Il danno, in questi termini, è stato il finale della stagione 3*, quella del Trinity Killer.
[NOTA: DA QUI IN AVANTI INSERIRO’ SPOILER DI OGNI GENERE E TIPO LIKE THERE IS NO TOMORROW.]
Con la morte di Rita infatti si sarebbe potuto dare il via ad una serialità vera, con una trama orizzontale grossa e strutturata, incentrata in sostanza sulla figura di Dexter, sulla sua inconciliabilità con la società circostante, sulla sua impossibilità a costruire legami e sul crollo dell’illusione di poter essere sia “a perfect psychopath” che “a family guy”. Quale si sarebbe deciso essere l’esito di tale percorso, lo si sarebbe potuto costruire bene e con tutta calma. Credo sia sotto gli occhi di tutti che così non è stato.
L’impressione che ho avuto, da spettatore ignaro delle questioni legate alla gestione dello show, è che non è mai stato chiaro quando si sarebbe staccata la spina. Ogni stagione, a partire dalla 4*, è stata costruita con una scena conclusiva che fino all’ultimo sarebbe potuta passare da finale a FINALE. Debra che scopre/non scopre i giustizieri e li lascia andare, Debra che scopre Dexter, Debra che uccide LaGuerta. Cambiando qualche fotogramma ad ognuno di questi episodi, si sarebbe potuta avere una conclusione ad effetto che avrebbe chiuso lo show in maniera onesta. Assodata la non volontà di costruire un finale nel corso delle stagioni, crearne uno dal nulla resta l’unica opzione e anche in questo caso non è detto debba essere per forza sbagliata. Se Debra avesse sparato a Dex in una delle tre circostanze citate, staremmo parlando di una scelta ampiamente pronosticabile, ma tutto sommato coerente. Per quanto mi riguarda, la morte di Dexter ucciso da Debra è sempre stato l’unico finale da prendere in considerazione. Essendosi però bruciati questa opzione non una, non due, ma ben tre volte, gli autori hanno deciso di stravolgere tutto e creare qualcosa di insospettabile.
Dex che uccide Debra è, a conti fatti, un finale che nessuno poteva certo aspettarsi.
Io però mi devo essere perso il momento in cui “imprevedibile” è diventato sinonimo di “figo”. Perchè è ovvio che se scrivi un bel finale che è anche imprevedibile c’è del valore aggiunto, ma il non essere pronosticabile, da solo, non conta nulla. Se avessero chiuso con uno sbarco alieno su Miami e la desertificazione della città tutta ad opera dei Venusiani sarebbe stato un finalone a sorpresa, ma da lì a dire bello credo ce ne passi. [INCISO] Questo vale per tutte le serie ad eccezione di Game of Thrones, dove un finale in cui arrivano le locuste e devastano tutto è l’unico auspicabile.[/INCISO]
Spesso si legge che la conclusione conta poco e che l’importante sia il viaggio. Anche a volerla vedere così, però, ci sarebbe da sbattere la testa contro il muro. L’ottava stagione di Dexter presenta infatti non solo gli archi narrativi più inutili e senza senso mai presentati dallo show, sviluppati spesso su personaggi che dire irrilevanti è far loro un complimento, ma anche alcune delle scene peggio girate della storia delle televisione. E per un prodotto esteticamente curato come Dexter, questo forse è stato il peggior scivolone possibile. Il messaggio che ne ho tratto, seguendo i dodici episodi finali della serie, è che quello che avrebbe portato alla conclusione non avrebbe avuto la minima importanza: si sarebbe trattato di semplici riempitivi in vista della scena finale. E allora, per non far sì che lo spettatore si fermasse a riflettere su quanto privo di senso fosse ciò che stava guardando, gli autori hanno tentato (fallendo) di sovraccaricare il tutto di storie, personaggi e situazioni utili solo a creare distrazione. Per di più, hanno deciso di farlo trascurando qual si voglia logica o coerenza. Dexter che cambia natura, Deb che ogni 45 minuti resetta il cervello e diventa una persona nuova, la polizia di Miami addirittura più stupida del solito. Quindi sì, può spiacere dirlo, ma l’ultima stagione di Dexter è una merdata fotonica senza precedenti. A pensarci bene, però, chiude una serie che anche nei momenti più alti non è mai stata nemmeno vicina al capolavoro cui si è ispirata.
Certo, un modo per rendere accettabile il season finale ci sarebbe stato: dissolvenza in nero e la scritta “DAMON LINDELOF PUPPACI LA FAVA”.

PS: Questa review è volutamente Hannah McKay free.
PPS: Ora posso dirlo, io amavo il personaggio di Quinn.

La pelle d’oca spessa così

Every moment can’t remain and every life won’t stay the same.
With time comes a layer of rust and our bones will turn to dust.
Everyone will fall away and every season is built on change.
With time the paint will peel and all sense will lose it’s feel.
Every cloth will start to fray and every night will become day.
With time a mold will form and what’s cold can become warm.
Every love can’t always stay and the dead will soon decay.
With time we’ll all be gone but how you lived can live on.

Tema: il mio primo concerto. Svolgimento:

Il mio primo concerto è stato nel 1997. Era primavera, ma la data non la ricordo. Il fatto che una sommaria ricerca su google non abbia saputo aiutarmi contestualizza il periodo molto meglio di mille parole, anche se ho come l’idea che quelle mille parole da qui a qualche riga verranno comunque fuori.
In quel tempo (cit.) facevo la seconda liceo e da qualche mese avevo rivoluzionato i miei gusti musicali passando da Molella al punk-rock. Il mio primo concerto furono gli Offspring al forum di Assago.
E qui tutti si aspetterebbero alcuni secondi di silenzio imbarazzato. Ecco, no. Ma proprio neanche per il cazzo. Nella primavera del 1997 gli Offspring erano in giro a presentare “Ixnay on the hombre”, disco che io avevo già comprato originale dal mio negozio di fiducia e che era una bomba colossale senza se e senza ma. Dopo circa un anno speso ad ascoltare “Smash” a ripetizione, Ixnay l’avevo accolto tipo Parola del Signore.
Era Smash con delle canzoni nuove dentro.
Era perfetto.
Onestamente fatico tantissimo a ricordare come venni a sapere che gli Offspring avrebbero suonato a Milano. Forse me lo disse qualcuno a scuola, quasi certamente un metallaro perché i metallari erano sul pezzo. Può essere avessi già internet, ma certamente non lo sapevo usare. Quindi boh, non lo so, non ricordo e chissenefrega. Fatto sta che si decise immediatamente di andare. Il team, oltre al sottoscritto, annoverava altri tre iscritti. Il primo era Ciccio, il mio compagno di banco nonché fautore del mio indottrinamento al punk-rock. La seconda era la Laura E*, a sua volta responsabile dell’indottrinamento di Ciccio. Si narra che la fonte della cascata punk cui ci abbeverammo in massa in quegli anni fosse proprio la sorella di Laura, che la leggenda vuole anche fosse una figa stellare. Fatico a ricordarle entrambe, ma non faccio testo. Ultimo elemento era Orifizio, t.a.f.k.a. Fabrizio Orsini, della cui formazione musicale amo invece prendermi ampi meriti io.
Chiarite le adesioni fu il momento di comprare i biglietti, presi in prevendita alla Ricordi di Monza e pagati nell’intorno delle trentamila lire. Il biglietto era bellissimo, rosso e nero, stampato su una carta tipo lucida a costine. L’ho guardato giorni e lo tenevo sempre nel portafoglio, piegato dentro la carta d’identità. Un po’ per non perderlo (portarlo in giro per non perderlo era logica ferrea, per il me di allora), un po’ per sfoggiarlo in qualunque circostanza possibile. Allora pensavo che avrei tenuto tutti i biglietti dei concerti e che un giorno li avrei incorniciati tutti e affissi in camera.
Non mi ricordo il mio abbigliamento per l’occasione. Non avevo certamente addosso nessuna maglietta di un gruppo, perché semplicemente la mia prima maglietta di un gruppo la presi lì a fine concerto. Chiaramente la comprai al banchetto del merch ufficiale, perché per me prenderla fuori era l’equivalente di prenderla tarocca e non volevo essere attaccabile quando l’avrei mostrata orgoglioso. L’ho ovviamente conservata e non fosse per i buchi, le fisse di mia moglie e l’essere degli Offspring probabilmente la metterei ancora. Ricordo invece che avevo messo i Cat, quegli stivali da tabbozzo che andavano quando facevo le medie. Li avevo messi perché una delle regole dei concerti era “mettere scarpe alte e ben allacciate che se no nel pogo le perdi” e io, da neofita, mi ci ero attenuto. I Cat erano le uniche scarpe alte che avevo in casa.
Sul posto ci aveva portato mio padre, che s’era anche offerto di venirci a prendere. O forse non s’era offerto per niente, ma tant’è. Se nella primavera del 1997 io mi apprestavo a vedere il mio primo concerto, gran parte della responsabilità era di mio padre. Da bambino credo di avergli chiesto un sacco di volte di portarmi a vedere Vasco e lui mi aveva sempre risposto che a vedere Vasco non ci sarebbe venuto. Che al massimo saremmo potuti andare a vedere Springsteen. Ecco, mi pare un buon momento per dirgli grazie, anche se, oggi come allora, Springsteen mi fa cagare.
All’interno del Forum c’erano millemila persone. La cosa bella è che a quei tempi non c’era un cazzo di divisione tra tribune e parterre e ci si poteva muovere a piacimento tra le diverse aree. Ricordo le band a supporto, ma non ricordo l’ordine in cui suonarono. Certamente le Lunachicks mi fecero cagare tantissimo, mentre i Vandals anche, ma solo fino alla cover del pezzo di Grease che mi piacque una cifra e me li rese simpaticissimi. Ho qualche flash di gente nuda sul palco che si arrampica e fa robe turpi con il microfono, ma sono immagini frammentarie. La sensazione regina di tutto il momento supporting cast però fu la paura cieca del pogo. Vedevamo questo assembramento innaturale di corpi a sbattere gli uni sugli altri con violenza e pensavamo che, qualunque cosa sarebbe successa, l’imperativo era non finirci in mezzo.
Stimammo una sorta di posizione di confine, tra il pogo e la gente normale, e decidemmo di posizionarci lì e non oltre per assistere al concerto. Che vederlo dalle tribune ci sembrava comunque una cosa triste. Quello più a rischio dei quattro era Orifizio, caduto pochi giorni prima portando fuori il cane (true story) e dotato di maxicerottone sul cranio a protezione dei punti di sutura ricevuti. A detta sua era tutto molto punk.
Allo spegnersi delle luci l’adrenalina era altissima e l’attacco di Bad Habit fu una cosa che anche adesso, se ci ripenso, mi mette i brividi. Dexter Holland si presentò sul palco con una giacca verde fluo e dei pantaloni neri completamente pieni di cerniere lampo. Il mio conflitto con l’outfit punk iniziò lì, al primo live.
E poi ci sono ricordi davvero sparsi e frammentati, tipo che a metà del primo pezzo finimmo diritti sotto il palco. Il pogo si rivelò in realtà una cosa fighissima e alienante e catartica e mille altri aggettivi di cui fatico a capire il senso oggi, figuriamoci allora quando l’indomani cercai di spiegarlo a mia madre. Di alcuni momenti ho chiaramente il ricordo di essere stato in compagnia, ad esempio io e Ciccio che gridiamo “I hate Pellizza” durante Cool to hate (NdM: we still hate you.). Di altri invece ricordo la solitudine, come quando durante Genocide ho spiccato i salti più alti di tutta la mia vita senza curarmi di chi o cosa avessi intorno. Che pezzo clamoroso Genocide, porco il cazzo. Le tracce da Ignition non le conoscevo perché il disco non l’avevo mai sentito e forse manco sapevo esistesse, però mi ricordo che uscii deciso a procurarmi quella canzone che cominciava con tutti quei FUCK. Non dimenticherò mai quando partì la base di Intermission e tutti capimmo immediatamente che dopo ci sarebbe stata All I want e che sarebbe stato un delirio totale. E nemmeno il pronosticato delirio quando scoppiò davvero.
Insomma, il mio primo concerto furono gli Offspring al Forum di Assago nel 1997.
E fu fighissimo.

Questo pezzo è nato da la solita bella iniziativa di BASTONATE. Manq endorsa pesantemente BASTONATE ai Macchia Nera Internet Awards 2013 essenzialmente per tre motivi:
1) Oltre a partecipare sempre volentieri ad iniziative tipo quella di questo post, durante quella che fu “la settimana grindcore di BASTONATE” ci avevo pubblicato una cosa. Quindi in caso di vittoria sentirei il premio tremendamente mio.
2) Mi piacerebbe poter dire “Leggevo BASTONATE prima che fosse mainstream”
3) Se leggeste BASTONATE sapreste che i motivi sono sempre tre.
Quindi votate, grazie.