Una roba lunga sugli Ataris

Questa storia inizia nel 2000.
Sono i primi mesi di università, si fa lezione in aule da 200 cristiani dove se arrivi lungo ti tocca stare seduto sulle scale. Un cambio di vita e prospettiva piuttosto radicale.
Dopo il rodaggio iniziale ho finalmente un mio “gruppo di studio”, inteso come insieme di persone che provi a cercare nei corridoi prima delle lezioni per bere un caffè o con cui cerchi di stare mentre sei in ateneo. E’ composto al 35% da gente disposta in ogni momento a mettere su una partita di briscola chiamata e per il 60% da ragazzi intenti a provarci con la Simo, una delle due persone del mio liceo in tutto il corso. Il restante 5% della comitiva era composto dalla Ros, l’altra frisina, e da Alessia, da qui in poi Lale (inteso proprio dal 2000 in avanti).
Lale non aveva mire sessuali nei confronti della Simo e, se la memoria non mi inganna, non giocava a carte, però stava con noi. Io ci ho legato subito perchè in comune avevamo la passione per un certo punk-rock. In relazione alla mia vita, le riconosco tre grandi meriti:
3) Dopo mesi passati a cercare di capire di chi fosse un pezzo che avevo sentito al Rainbow e che mi aveva folgorato, lei una mattina mi disse “E’ Alien 8 dei Lagwagon” con tutta la naturalezza del mondo.
2) Ha fatto sì che nei ringraziamenti della mia tesi di laurea scrivessi: “ringrazio la mia mamma che mi ha fatto così funky” per tener fede a una promessa/scommessa.
1) Mi ha passato Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits degli Ataris, che sarebbe diventato per tantissimi anni il mio disco preferito della mia band preferita.

Conoscevo gli Ataris di nome, era scritto su un cappellino che ogni tanto metteva Dani dei Murder, We Wrote quando suonava all’Arci di Arcore. Non sto a divagare ulteriormente, ma i MWW erano un’altra bella fissa per me, quindi l’endorsement dal Dani mi aveva acceso una certa curiosità. 
Mi ricordo quando ho messo su il disco la prima volta perchè il primissimo impatto mi fece incazzare.
Io ho questo problema: odio, letteralmente e visceralmente, i dischi belli registrati col culo. Se vieni su con i miei gusti musicali ne incroci una cifra di dischi così: canzoni stupende e suoni da bestemmie, che fanno sì prima o poi io molli il colpo e smetta di ascoltarli, dimenticandomene. Ci sono pochissime eccezioni a questa regola, la più eclatante è The power of failing perchè lì i suoni orrendi diventano addirittura un valore aggiunto, ma è appunto un’eccezione.
Fatto sta che i primi 15″ di Blue skies hanno quell’effetto che li fa sembrare una roba DIY anni ’80. Penso: “Se suona così speriamo sia anche una merda”, poi però salta fuori che si tratta di una scelta estetica e i suoni esplodono nella loro perfezione.
Io regalo il mio cuore a Kris Roe ora, per sempre e nei secoli dei secoli amen.
E’ un disco fondamentale, nella mia crescita musicale, questo qui. Ci sono i dischi preferiti, che ti si inchiodano addosso per la vita, e i dischi importanti, grazie ai quali ti formi e cresci. Nell’intersezione tra i due insiemi ci stanno in pochissimi, ma Blu skyes è uno di loro.
Per prima cosa ha messo in discussione l’unico dogma che ho sempre avuto, ovvero che la musica figa dovesse essere veloce. Stiamo sempre parlando di un disco punk-rock, mica di Bach, però fino a quel punto lì io cercavo robe che andassero più spedite delle precedenti e questo è stato il momento in cui mi sono fermato e ho iniziato ad aprirmi a soluzioni diverse. In Your boyfriend sucks per esempio c’è questa coda che dura quasi metà pezzo, costruita su un riff ossessivo e una voce che ci parla sopra. Non dico sia una roba ostica, ma certamente per me era spiazzante.
In secondo luogo aggiungeva una nuova dimensione allo scopo per cui io ascoltavo musica: non era più solo per stare bene o per sfogare sentimenti di pseudo ribellione tardo adolescenziale, ora avevo il disco per quando ero “preso male”, un mood in cui alla fine ho imparato a crogiolarmi, soprattutto nei primi anni del nuovo millennio.

Quando penso a Blu skies penso ad un disco perfetto, ma non lo è. E’ troppo lungo ed ha una seconda metà decisamente sotto al livello della prima, per dire, eppure è proprio il suo lato A ad avergli cucito addosso quest’aura di capolavoro. Voglio dire, fino a The Last Song I Will Ever Write About a Girl è una roba oltre il clamoroso, non mi viene in mente un altro disco che tenga il livello così alto per otto tracce consecutive. Non esagero eh, nella mia vita ci sono dischi che ho amato anche più di questo (pochi, onestamente), ma a nessuno riconosco un nucleo più lungo di pezzi senza il minimo calo, neanche accennato, in termini di intensità dell’emozione che si tira appresso. 
In mezzo a queste otto tracce poi c’è questa doppietta:

Ho sempre faticato a vederle come due canzoni separate, per me sono una roba sola. Una prima parte emotivamente devastante ed una seconda per dare sfogo alla frustrazione e al malessere nel modo più violento possibile.

I guess that I’m wrong
for falling in love

Record mondiale di pelle d’oca, distanza corpo di Manq, insuperato da 18 anni circa.
Risparmiatemi i pippotti sulla portata del contenuto perchè quali che siano i temi che possano starvi a cuore, a vent’anni quella roba lì sta in cima alle priorità di tutti, in positivo o in negativo che sia. 
E’ difficile tirare fuori singoli aspetti da sottolineare in un disco che si venera come io venero Blue skyes perchè è tutto giusto nel suo insieme, eppure c’è una roba che per me è sempre stata la chiave di volta: la batteria.
Non credo che Chris Knapp sia stato il miglio batterista che ho visto suonare, ma è certamente tutt’ora uno dei miei preferiti di sempre. Non so se fosse una questione di stile, di ritmica, di precisione o di tutte queste cose insieme, ma aveva la capacità di cappottarti facendo robe che sembravano semplicissime. Potrei sbagliare, ma gli Ataris sono la prima band di cui ho ascoltato i dischi concentrandomi solo sulla batteria, fissandomi sui dettagli. Anche in questo mi hanno formato e se ancora oggi perdo ore a guardare video di gente che suona la batteria su youtube è per questo disco qui.
Riascoltatevi la batteria di I won’t spend another night alone, fatevi un favore.

End is forever è uscito l’anno successivo, nel 2001. Nel complesso è certamente più omogeneo, si prende un paio di momenti per alzare l’asticella ai livelli della prima parte del precedente, ma se si ignora quella porcheria inspiegabile che è Teenage Riot, fila via senza dare l’impressione di avere parti drasticamente inferiori ad altre. Dentro End is forever ci sono due canzoni della vita, una è Fast times at drop-out high, di cui ho scritto brevemente giorni fa, quando sono caduto in questo pesantissimo trip per gli Ataris. L’altra è questa qui.

Le canzoni della vita nel mio caso non sono poche, ma neanche tantissime. Che più di una di queste sia stata scritta da Kris Roe ribadisce ancora una volta la dimensione della faccenda.
Nel complesso questo disco ha suoni meno fighi di quello prima, credo soprattutto per via delle chitarre più “impastate”, però compensa con una struttura dei pezzi generalmente più complessa, che non disdegna di provare ad aggiungere qualche sovrastruttura al classico suono chitarra-basso-batteria su cui si fonda il punk-rock. Un altro step di evoluzione in cui mi sono fatto guidare e che mi ha aperto il campo visivo di qualche ulteriore grado.

Messi in fila, Blue skies e End is forever sono quello che intendo quando parlo di Ataris. Il primo disco, …anywhere but here, è una robetta piacevolissima, ma di cui a mente fredda non riuscirei a ricordare molto più di un paio di tracce, tipo questa. Con quelli dopo invece iniziano i guai.
So long, Astoria è il disco che li ha consacrati al grande pubblico, grazie soprattutto alla cover di Boys of summer. Non credo ci siano cose più frustranti del consegnare alla storia due dischi spaventosi e ricevere i favori delle masse per una cover, se esistono spero vivamente di non viverle mai. Mentre scrivo ipotizzo siano passati quindici anni da quando ho messo su l’ultima volta So Long, Astoria dall’inizio alla fine, quindi l’ultima volta deve essere successo poco dopo la sua uscita nel 2003.
Io facevo ancora l’università e il giorno in cui uscì sfruttai un buco nel palinsesto delle lezioni per andare a Mariposa, sempre con Lale, per comprarlo. A scatola chiusa. E’ una roba che ho fatto meno di cinque volte nella mia vita quella di comprare un disco il giorno dell’uscita e senza ascoltarlo prima, è andata quasi sempre male. 
Non saprei dire se sia davvero brutto come lo ricordo, a rimetterlo su non ci penso manco per il cazzo. I pezzi di cui la memoria è sopravvissuta, probabilmente perchè infilati in qualche mixtape sentita negli anni successivi, non sono poi così terribili. Non so se il fatto che quel disco sia stato quello del passaggio su major abbia avuto un peso nella realizzazione e nel risultato, però di nuovo, se ha fatto successo l’ha fatto per via di una cover e questo non può essere un buon segno, comunque la si voglia leggere. 
E infatti,  di lì a poco, è andato tutto grossomodo affanculo.

La band, che già nella sua storia fino a quel momento aveva avuto una vita più travagliata della media, collassa su sè stessa. Kris ne prende atto e fa l’ennesimo salto in avanti sul percorso che ha in testa e che, a quel punto, vede onestamente solo lui. Mette insieme una line up di tipo sette elementi per cavar fuori un disco a tutti gli effetti indie/alternative talmente votato a distanziarsi da quel che era stato prima da seppellire sotto una tonnellata di effetti pure la sua voce, unico elemento che avrebbe riportato l’ascoltatore all’ovile qualunque fosse il suono del disco. 
Vuoi il fatto che Chris non fosse più nella band, vuoi l’impatto completamente spiazzante che i primi secondi di Not capable of love possono aver avuto su uno che con gli Ataris ha avuto la storia che ho avuto io, Welcome the night lo sto ascoltando per intero oggi, 4 settembre 2018, per la prima volta.
Chiariamo: non è che allora non avessi gli strumenti per digerire una cosa così, ormai ero un ascoltatore “maturo”. E’ più che vivo la musica a mio modo. 
Ho talmente tanti ricordi legati a doppia mandata con canzoni e gruppi da considerare questi ultimi parte della mia vita, alla stregua degli amici. Accettare che uno di loro cambi vita o se vogliamo evolva, qualunque cosa significhi, è destabilizzante. Ci si sente traditi, anche se in realtà è più il fatto che in una vita con fin troppe variabili avere cose su cui fare affidamento è un salvagente gigante. E’ vero oggi, ma era drammaticamente più vero nel 2007.
Poi spesso è più questione dell’essere spaventati all’idea di dover evolvere a nostra volta, quindi si stigmatizza il percorso degli altri arroccandosi su posizioni che poi ci rendiamo conto di aver mollato per strada senza nemmeno rendercene conto perchè troppo impegnati a vivere. 
Il succo è che ignorare Welcome the night per undici anni non è tra le migliori decisioni della mia vita.

Scrivere questo interminabile post mi sta portando ad affrontare un processo riabilitativo di cui non ho avuto bisogno nemmeno per ricucire rapporti grossi, reali, che ad un certo punto della mia vita si sono spaccati.
Ripenso alle ultime volte che ho incrociato Kris Roe: dalla volta in cui si è presentato chitarra e voce per celebrare i dieci anni di Blue skyes senza suonare gran parte dei pezzi che lo compongono, a quando l’ho rivisto full band nel 2013 fare un concerto a mio avviso privo della benché minima logica in termini di suoni, scaletta e atteggiamento. L’ultima volta che è passato di qui non sono nemmeno andato, tanto per dire, ed è uno sgarro che riservo davvero a pochi dei miei eroi di infanzia.
E che probabilmente KR non si merita.

Onestamente non ho idea di che fine abbia fatto Chris Knapp. So che Mike Davenport, quello che nei miei dischi preferiti suonava il basso, oggi è in galera per una maxi truffa immobiliare. E’ certamente successo qualcosa in quel 2003 che ha mandato tutto a rotoli, su più livelli. 
Kris Roe però è sempre lui. Uno che nel 1999 viveva in un furgone a Santa Barbara pur di non darla su e potermi regalare alcuni dei momenti più indimenticabili della mia vita. Uno che nel 2009, ormai rimasto solo, girava l’europa zaino e chitarra in spalla per portare in giro i suoi pezzi. Uno che nella sua vita ha combinato probabilmente più casini di quanti fosse in grado di gestire, tra figli avuti troppo presto e soldi finiti chissà dove. Uno che ancora oggi è convinto che presto o tardi uscirà un nuovo disco a nome Ataris perchè la sua vita è quella cosa lì e lo sarà sempre.
Uno che, comunque sia, resta tutt’ora capace di scrivere grandi canzoni.

Sulla mensola della mia libreria di casa c’è una cornice nera.
Dentro c’è una foto, raffigura un’insegna blu con la scritta Blu Skyes.
E’ una stampa originale dello scatto usato per la copertina del disco, fatta proprio da Kris Roe.
Me l’ha data lui e in un angolo c’è la sua firma.
Con ogni probabilità è l’oggetto che per me ha più valore in tutta casa.

Scrivo un blog da tredici anni, questo post sarebbe dovuto uscire molto prima.


Questo pezzo in linea teorica sarebbe dovuto uscire il 13 aprile 2019 per il ventennale di Blue Skies. Sì, ho in calendario gli anniversari dei dischi di cui vorrei scrivere, ma non è questo il punto. 
Il punto è che recentemente sono entrato un po’ in fissa con gli Ataris e mi sono reso conto di non averne mai scritto in maniera esaustiva. Pensandoci su un attimo avrebbe poco senso farlo tirando in mezzo un solo disco, tantomeno aspettare sei mesi. Quindi eccoci qui.

Cose che non succederanno

I gironi.
Gli accoppiamenti.
Tanto usciamo subito.
L’Italia va in finale ogni 12 anni: 1970, 1982, 1994, 2006 e 2018.
Controllare gli orari delle partite.
Prendere permessi al lavoro.
Speriamo porti Balotelli.
Speriamo non porti Balotelli.
Come cazzo si fa a non capire che il modulo perfetto è il 433?
In Italia siamo tutti allenatori.
Dell’Inter non gioca nessuno perchè ha solo stranieri.
Ci voleva Lippi.
E’ la nazionale più scarsa di sempre.
Non seguo i mondiali perchè il calcio è per gli idioti.
Boicotto i mondiali perchè Putin.
La maglia più bella comunque è quella del Brasile.
Messi vince solo nel Barcellona.
Messi è sopravvalutato.
Quest’anno lo vince l’Olanda.
E’ l’anno del calcio africano.
Io tifo Inghilterra perchè l’Italia è un paese ridicolo e voto 5 stelle.
Dove la vediamo?
Beh prima della partita grigliatina.
Robi viene? Boh, forse passa per il secondo tempo.
Il caldo tremendo.
I bambini che piangono.
I bambini che ridono.
L’inno.
Noi siamo gli azzurri o i bianchi?
I vaffanculo alle morose, alle mogli, alle amiche.
Zero a zero con l’Azerbaijan.
Si ma non li fa i cambi?
Ci vogliono giocatori con esperienza internazionale, mica questi qui.
Siamo una squadra vecchia.
Doveva portare Cutrone.
La classifica avulsa.
Se noi vinciamo due a uno e il Portogallo pareggia con reti passiamo per secondi.
I gol.
Le esultanze.
I clacson.
Conti nuovo Grosso.
Verratti meglio di Pirlo.
Cento milioni per Belotti e poi la vince Gabbiadini.
Il passaggio del turno.
Gli scontri diretti.
La Russia è favorita perchè gioca in casa.
Speriamo di non beccare la Francia.
Speriamo di non beccare la Spagna.
Speriamo di non beccare la Germania.
Tanto con la Germania passiamo sempre noi.
Il fischio di inizio.
Esci Gigi, cazzo!
Giochiamo male.
Giochiamo bene.
Avanti così prima o poi segniamo.
Gol sbagliato, gol subito.
Non era fuorigioco?
Non era fuorigioco!
Giocano bene solo quelli della Juve.
I supplementari.
C’è ancora il golden gol?
Altri vaffanculo.
Son finiti i minuti regolamentari.
Son finite le birre.
I rigori.
Buffon non ne ha mai parato mezzo.
Metti Donnarumma.
PARATO!
Buffon pallone d’oro.
Speriamo Insigne non faccia il cucchiaio.
ALTO!
Le bestemmie.
Le lacrime.
Gli abbracci.

Mancano sette mesi all’estate del 2018 e fa già pesantemente schifo.

\\

Il 6 Ottobre prossimo esce il nuovo disco dei The Singer is Dead, si intitolerà \\ e qui sotto metto il video del primo singolo estratto.
Sul loro bandcamp si può pre-ordinare la versione CD o la versione vinile.
Nella mia collezione di dischi, quelli strumentali sono solo due. Il primo è The Earth is not a cold dead place degli Explosions in the sky, l’altro è il S/T dei The Singer is Dead. Ho provato ad ascoltare tantissima altra roba post-rock strumentale, suggeritami spessissimo da gente che ne capisce ben più di me: dai Caspian, ai Mogwai, ai Mono per fare i primi nomi che mi vengono in mente senza ricorrere a google. Per quanto tutti abbiano scritto una manciata di canzoni gigantesche, non riesco mai a sentirmi un disco intero senza venire sopraffatto dalla noia, o quantomeno senza finire per distrarmi. La voce per me è elemento essenziale in un disco, anche se quel che dice alla fine non mi interessa o addirittura non lo capisco.
Per questo i dischi post-rock che ho in casa sono quasi tutti cantati, ad eccezione dei due di cui sopra, che invece riesco a godermi dall’inizio alla fine nonostante la mancanza.
Il pezzo nuovo per me è anche meglio di quelli vecchi, quindi le mie aspettative sul disco sono abbastanza alte. Il 14 ottobre dovrebbero suonare in zona e mi son segnato la data sul calendario, anche solo per prendere il disco senza la sbatta del pre-order e di paypal.
Conosco Luca e Dario e sono persone a modino. Non fosse così con ogni probabilità ai The Singer is Dead non avrei mai dato manco mezzo ascolto. La cosa buona è che il mio blog non è rilevante al punto da portare qualcuno a pensare mi abbiano chiesto loro di scrivere due righe sul disco nuovo, così come loro non sono così rilevanti da pensare mi torni in tasca qualcosa per averlo fatto.
Un paio d’anni fa ho usato un loro pezzo per un’animazione in un meeting interno, uno slideshow aziendale da far vedere ai capoccia americani. Una tizia mi aveva anche chiesto chi fossero.
Ascoltatevi il pezzo e se vi va di venire a sentirli ditemelo, che altrimenti ci finisco per andare da solo come al solito.

I vent’anni del disco dei miei vent’anni

Onestamente è difficile per me capire da dove iniziare a raccontare questa storia.
La prima immagine che mi viene in testa è di un ragazzino in macchina che canta più forte che può, ma il volume a cui suona la cassetta è così alto che nessuno potrebbe sentirlo. Sta tornando a casa frustando i cavalli della sua Y10 pervinca, in preda ad un euforia tutta giovanile che potrebbe essere correlata ad una certa ragazza.
Oggi quella cassetta si è persa chissà dove, la macchina è stata venduta, la casa a cui faceva ritorno non è più casa sua e la ragazza ha smesso da moltissimo di essere il fulcro della sua euforia.
In realtà anche quel ragazzino, oggi, non esiste più.

Well, I guess this is growing up.

Dude Ranch esce il 17 giugno del 1997, ma io lo sento per la prima volta nella primavera del 2000, in un negozio di dischi di Monaco di Baviera.
Sto dietro ai Blink dall’autunno del 1999, quando What’s my age again inizia a girare per radio e in tele, ma ancora sono un po’ scettico a riguardo. Orifizio mi passa la cassetta di Enema of the State dicendomi: “Questi sono tipo i Lit.” e io dentro ci trovo alcune cose che sì ed altre che proprio no, quindi sono perplesso.
Nel 1999 il mio gusto musicale fonda su un unico canone stilistico: quanto va veloce la batteria. Ascolto un disco e decido se approfondire o no unicamente in base a quanto spinge(1). Ho dovuto recuperare a posteriori un sacco di roba a causa di quel criterio di selezione, ma non è il caso di parlarne adesso.
Il punto è che Enema of the State non mi forniva garanzie sufficienti a determinare se questi Blinkcentottantadue fossero o meno gente giusta. Facevano video divertenti(2) e i singoli si incollavano in testa, ma stiamo pur sempre parlando del 1999, quando l’integralismo era TUTTO e un gruppo che passava in radio o TV semplicemente non mi doveva piacere(3). Nel giro che frequentavo io c’era questo parere ultra condiviso: “i dischi prima erano fighi e velocissimi, ma poi si sono venduti” e io mi ci aggrappavo abbastanza forte per poter andare avanti a capirne di più.
Il problema è che questi fantomatici dischi prima non li aveva nessuno, o quantomeno nessuno che potesse passarmeli.

Arriviamo quindi a questa benedetta primavera ’00.
Io e Ciccio suggelliamo la nostra supremazia come rappresentanti di classe organizzando la prima gita vera della nostra storia liceale. Cinque giorni a Monaco di Baviera, insieme ad una 4° nota a tutti come “la classe delle fighe” (#truestory). Il primo giorno in loco abbiamo qualche ora libera per le vie del centro ed entriamo in un negozio di dischi, che era più un megastore tipo la Ricordi a voler essere onesti.
La cosa fighissima è che in questo posto potevi prendere un disco qualsiasi dallo scaffale, portarlo in cassa ed ascoltartelo in cuffia per tutto il tempo necessario a farti un’idea. Senza impegno. Io sono arrivato in cassa con due CD: Dude Ranch e un disco orrendo dei Vandals (mi pare).
Ho consegnato Dude Ranch al cassiere, ho messo le cuffie ed è successo questo:

Don’t pull me down, this is where I belong
I think I’m different, but I’m the same and I’m wrong

I Blink per me sono questa cosa qui.
Tom che pensa ai riff unicamente sulla base del fatto che debbano essere velocissimi, senza curarsi se sarà mai in grado di suonarli dal vivo (SPOILER: no), Scott che fa filare via la batteria drittissima e le due voci che si intrecciano e si completano, diverse ed immediatamente identificabili. Non so come vi approcciate all’acquisto di un disco voi altri, a me è bastato arrivare al primo ritornello di questo pezzo qui e la decisione era presa ed irrevocabile.
Il disco però me lo sono sentito tutto lo stesso, lì in cassa, perchè con me in gita avevo solo il mio vecchio walkman a cassette e ci sarebbe stato il rischio di non poterlo fare fino al rientro a casa. Io non ho capacità di aspettare. Zero proprio. Se compro un disco, lo devo sentire subito, se compro un videogame ci devo giocare subito, se compro qualcosa da mangiare spinto dalla gola, devo mangiarla subito. E’ brutto, fidatevi, i miei picchi di entusiasmo sono altissimi, ma hanno un’emivita brevissima.

Did you hear he fucked her?

Dammit è la terza traccia del disco e la conoscete tutti. E’ il pop-punk per antonomasia. Ha la melodia giusta, il testo giusto e perfino il video giusto per essere il singolo perfetto, nel 1997. Infatti funziona e i Blink con Dammit fanno il primo vero botto della carriera.
Ora però provate a riascoltarla.
Ascoltate la voce di Mark e fate mente locale, non ci sono altri pezzi dei Blink in cui canta in quel modo, con quella voce graffiata e ruvida, con quel carico emotivo. C’è una certa urgenza nel far passare un concetto, dentro Dammit, una seconda chiave di lettura che ti porta a pensare non sia stata scritta per andare in radio o fare da sfondo a scenette buffe in un video e che forse sia diventata un singolo anche un po’ suo malgrado, con tutte le virgolette possibili. Ho sempre pensato che introdurla con This one song e infilarci in mezzo pezzi da tormentoni di teen idol a caso quando la suonavano dal vivo avesse da sempre la valenza di rimarcare questa cosa (allego indizio1 e indizio2 a supporto). Poi sono arrivati i singoli veri e tutto ha preso un’altra piega, ma Dammit resta diversa. Innegabilmente diversa.

Dicklips era uno dei pezzi che conoscevo prima di ascoltare il CD perchè c’era stato uno speciale su TMC2 dedicato ai Blink in cui era contenuto un estratto da un live tedesco(4) dove la suonavano. Me lo ricordo perchè ad una certa Mark canta un pezzo di ritornello sopra il bridge e Tom gli fa “NO” con la testa. A me quell’aggiunta è sempre piaciuta un botto e questo piccolo scorcio è se vogliamo un altro manifesto della questione.

I think you need some time alone
You say you want someone to call your own
Open your eyes, you can suck in your pride
You can live your life all on your own

Il testo di Waggy credo sia uno dei pochissimi che ho ritenuto rilevanti nella mia vita adolescenziale. Non ho mai badato più di tanto ai testi delle canzoni da ragazzino, un po’ per carenze linguistiche e un po’ perchè in molti casi non avevano davvero nulla da dirmi, ma qui iniziavo a viverla in un certo modo, ad avere un età per cui certe cose iniziavano a diventare importanti. Forse uno dei primi dischi di cui ho preso in mano i testi e ci ho trovato qualcosa che mi parlasse. Arrivavo da tutto un filone di punk-rock sociale, riottoso e se vogliamo “impegnato” che sì, ok, ci stava come messaggio di ribellione giovanile, ci credevo anche un bel po’ volendo, ma che sentivo comunque distante. La mia vita di tutti i giorni era più orientata agli amici e al tentativo di guarire da una forma cronica di figarepellenza, piuttosto che a salvare il pianeta. Questo disco parlava di quelle cose lì, di avere la mia età e di cercare di viversela al meglio, divertendosi, anche quando c’erano i problemi. I miei non saranno stati rilevanti come il buco nell’ozono o la guerra in medio oriente, ma a diciannove anni li sentivo certamente più incombenti.

Non posso raccontare tutto Dude Ranch traccia per traccia, perchè se no da questo post non ne esco più, però il blocco centrale resta un agglomerato di capolavori irripetuti (ed irripetibili) per la band di San Diego. Enthused, Untitled, Apple Shampo e Emo. Quattro pezzi monumentali, che per me non sono invecchiati di un minuto. Li sento oggi e mi danno la stessa manata di quando li ho sentiti la prima volta. Ovunque io sia, mi prendono e mi portano da un’altra parte, in un posto dove sto e starò bene sempre.
Dopo aver scritto la frase sopra ho realizzato che la traccia seguente è Josie e che dice esattamente quella cosa lì. Non è una citazione voluta, ma a pensare come sia venuta fuori involontaria sorrido molto.

She’s so smart and independent, I don’t think she needs me
Quite half as much as I know I need her
I wonder why there’s not another guy that she’d prefer

I miei vent’anni sono esattamente questa cosa qui sopra.
Gli amici come nucleo cui tutto attorno gira, definire se stessi come alternativa ad una massa che, a voler ben guardare, aveva fatto capire abbastanza chiaramente di non volermi al suo interno. Capelli colorati, pantaloni corti, piercing e tatuaggi che poi non ho mai fatto, fino al trovarsi morose per cui ti chiedi sul serio se non ci sia qualcuno meglio di te a cui dovrebbero puntare. Cercare di dissimulare timidezza ed insicurezza facendo lo scemo.
Ho sentito spessissimo la frase “music saved my life” e non sono mai riuscito a darle un senso reale, ma certamente ci sono dischi che mi hanno mostrato la via attraverso cui muovermi per uscirne, se non vittorioso, quantomeno in piedi.
Dude Ranch è il più importante di tutti e finisce così.

I know it hurts
But you’re just getting older
And I know you’ll win
You’ll do it once again

Alla fine ce la si fa.
Ancora oggi è il modo con cui mi piace guardare alle cose.

Insieme a tutto quello che il tempo si è portato via, ci sono anche i Blink 182 che, oggi, sono una cosa che poco ha a che fare non tanto con questo disco, ma con il concetto di band in generale. A vent’anni sognavo di essere Tom DeLonge e suonare nei Blink, oggi anche ci fossi in qualche modo riuscito, il sogno sarebbe comunque infranto per metà.
Il giorno in cui Dude Ranch compie vent’anni i Blink suonano a Monza ed è incredibile pensare che sul palco, per 2/3 della band, questa cosa non significherà niente.
Io non so ancora se ci andrò, alla fine.
Da un lato scrivere di questo disco negli ultimi 15 giorni(5) mi ha messo nel peggior mood possibile in relazione al concerto, ma dall’altro c’è sempre il discorso della manciata di canzoni per cui avrà sempre e comunque senso uscire di casa ed andare a sentirle sotto il palco col dito alzato.
Chissà come andrà a finire.
L’altra sera ho rivisto American Reunion(6) e mi sono divertito molto, per dire.

(1) lo faccio ancora e funziona 9/10.
(2) il video divertente è stato la rovina dei Blink 182, qualcosa da cui non sono mai riusciti a smarcarsi, forzati in un crescendo per cui ogni volta dovevano in qualche modo mostrarsi più idioti della precedente quando in realtà lo erano meno. Poi oh, gli ha anche fatto fare i miliardi quindi credo per loro sia andata bene così.
(3) lo so cosa stai pensando: e gli Offspring? e i Green Day? Nel 1999, per me, erano tutti dei venduti. Sad but true.
(4) ho ritrovato quel video, il link è questo e l’episodio a cui mi riferisco sta a 1:41.
(5) Non ho mai iniziato a stendere un post con quindici giorni di anticipo e credo sia indice di quanto tenessi a questa cosa. Come ovvio, metterci così tanto mi ha incasinato la testa e ora o paura di rileggere per timore che non mi piaccia per nulla. Molte cose il tempo se le è portate via, ma l’insicurezza non se ne andrà mai.
(6) I primi due American Pie per me sono l’equivalente cinematografico di questo disco. American Reunion è il quarto episodio, con cui sono tornati al cinema dopo una decina d’anni.
(7) Dude Ranch l’ha prodotto Mark Trombino, che oltre a questo disco ha prodotto una camionata di altri dischi fondamentali per il sottoscritto. Lo so, il rimando numero 7 nel testo non c’è, ma questa cosa andava scritta da qualche parte.

La Spada

Chi mi conosce sa della mia passione per i giochi di ruolo, che in realtà è una passione per Dungeons & Dragons visto che nella mia vita ho giocato poco altro. Non che faccia davvero la differenza, a voler essere pignoli: per come l’ho sempre vissuta io, il GdR è tutta questione di costruirsi mondi e avventure fantastiche nella testa e poco importa il sistema di regole che si utilizza per farlo. Il target di questo post però sono i NERD e Dio solo sa quanto questi ultimi sappiano spaccare il cazzo con precisazioni inutili e fastidiosamente puntigliose, di conseguenza meglio essere rigorosi fin da subito. Anche perché, pur essendo lampante come un pistolotto introduttivo del genere dissuada chiunque dal proseguire la lettura, questo resta un post che parla di giochi di ruolo nel 2016 e quindi non c’è davvero pericolo che qualcuno stia effettivamente leggendo.
Va beh, torniamo al sodo.
All’inizio dell’anno mi sono deciso a buttare giù questa avventura, la cui idea di base mi gira in testa da tipo quindici anni. Per una serie di ragioni che non starò ad elencare non mi ero mai messo a darle una forma vera, scritta, con l’impegno necessario a chiuderne il plot per bene, eppure ciclicamente mi tornava fuori questa voglia di lavorarci su. A differenza delle N volte precedenti, questo giro ho fatto il grande passo ed ho iniziato effettivamente a riversare le idee su carta. Siccome più andavo avanti e più la cosa mi dava gusto, a crescere è stata anche la voglia di fare le cose per bene.
Il risultato dei miei sforzi è questa cosa qui.

Di cosa parla?
Parla di divinità malvagie, artefatti potentissimi ed eroi che provano a sconfiggere le prime e recuperare i secondi. Nulla di particolarmente innovativo, eppure penso di aver messo giù il concetto in modo personale, costruendo non solo un’ambientazione mia in cui svolgere il tutto, ma anche dei personaggi abbastanza profondi da rendere interessante l’interpretazione e l’interazione tra i giocatori.
Come è costruita?
È un’avventura per 5 giocatori (4 PG e un DM) basata sull’edizione 3.5 di D&D. I personaggi sono pre-costruiti sia per caratteristiche che per background, in modo da inserirsi perfettamente nella storia. È un’avventura piuttosto classica nello svolgimento: si interagisce, si combatte, si esplorano aree e si può anche investigare un po’.
Non è il classico fantasy colorato e “cafone”, piuttosto un medioevo cupo e darkeggiante, con qualche pennellata di magia che si mescola ad ettolitri di superstizione.
Quanto dura?
Non saprei dire, dipende molto dallo stile di gioco e dal Master. In linea di massima 6 ore di gaming dovrebbero bastare, poi possono essere 4 come 8.
Cosa c’è nel file?
Tutto quel che serve: avventura, schede PG, allegati da fornire ai giocatori. Tutti i file grafici sono in alta definizione ed in versione stampabile e questo è il motivo per cui il download è piuttosto pesante (circa 80 mega).
La si scarica cliccando sull’immagine della copertina, oppure qui.
E’ gratis?
Sì, però il file è protetto e per sbloccarlo serve una password. Il motivo è che mi piacerebbe sapere chi la vuole giocare e, sopratutto, nel possibile vorrei evitare qualcuno la spacciasse come propria. Chi è interessato può scrivermi nei commenti e avrà la password.
Si può usare per un eventuale torneo?
Sì, è pensata proprio per quello e in fondo c’è anche una sezione per il conteggio dei punti. Se interessa, basta chiedere e se ne parla.
La parte grafica l’hai curata tu?
No. Ho preso immagini dal web, sperando nessuno si offenda. Alcune le ho modificate per necessità, ma in generale è tutta roba fatta da altri, che ringrazio. Mi rendo conto ora che potrei citare gli autori, ma ho cercato tutto tramite google immagini e non mi sono annotato i siti di provenienza. My fault. Non avendo alcuna velleità commerciale, spero la mia buona fede risulti credibile.

Questo è quanto.
Come detto, i giochi di ruolo sono da sempre una passione e mi piace scriverci cose sopra. Sto anche scrivendo le cronache della campagna in cui gioco con gli amici, sotto forma di blog. Riassumo ogni sessione raccontandola col POV di uno o più personaggi giocanti. Siamo fermi da un annetto, ma a gennaio riprenderemo. Il link al blog lo metto qui. Mi ci sbatto non poco, insomma.
Son cose.

Il non ventennale di un non disco.

La prima volta che ho visto suonare le GAMBEdiBURRO dev’essere stata nel 1998. Ho delle immagini in testa di quella sera: un oratorio, delle bancarelle, delle finestre, un seminterrato, mio padre che mi ci porta e io che scendo dalla macchina vestito come un coglione. No, davvero, ci ripenso oggi e sento crescere dentro un imbarazzo che associo a pochissime altre situazioni. Doveva essere primavera, o autunno, perchè avevo addosso dei pantaloni corti che mia moglie oggi fatica ad accettare usi in casa come pigiama estivo, ma al contempo non doveva fare proprio caldo perchè ci avevo abbinato una giacchetta violacea comprata usata in un mercatino di Monza noto ai più come “le vecchie”. Dio mio.
Ricordo anche che Robi Burro aveva il cappellino e una maglietta a righe, che con me c’era Orifizio e che lui conosceva Raffaele. Hanno attaccato con “Irene” e io ho avuto immediatamente la sensazione fossero il gruppo più importante e imprescindibile di sempre.
Questi ricordi potrebbero non essere del tutto reali. Col tempo potrei aver fuso insieme immagini da situazioni diverse, riassemblato le mie memorie all’interno di un quadro che mi risulta coerente, ma che potrebbe non esserlo per niente. Forse non era nemmeno il 1998. Che rimasi folgorato invece è un fatto.

Il primo demo delle GAMBEdiBURRO è uscito in cassetta nel 1997. La mia copia in origine era di Gerry, un tipo di Monza che girava col Wrangler della Jeep, saltando via le rotonde e uscendo dai parcheggi scavalcando i marciapiedi. A me però l’aveva regalata Azzurra. Avevo conosciuto entrambi in vacanza con l’oratorio, nel periodo in cui realizzavo la mia parrocchia fosse un avamposto CLino e iniziavo a prenderne le distanze più per le persone di cui era composta che non per un reale problema nei confronti di Dio. Gerry e Azzurra erano a posto peró. Lui era più grande di me, lei più piccola. Una di quelle ragazze che quando ci uscivi insieme speravi di incontrare amici e parenti per darti un tono, cosa che probabilmente sarebbe stato più furbo dirle nel ’97 piuttosto che scriverlo qui sopra oggi.
Non saprei dire che fine abbiano fatto, nessuno dei due,  ma resta il fatto che circondato di piccoli apprendisti del punk-rock nella quotidianità scolastica, il demo delle GAMBEdiBURRO a me è arrivato in mano da una fighetta, amica di un tamarro, sul finire della mia militanza passiva tra le schiere di Don Giussani. Fact, again.

Il demo si intitola BABBAZBABBAZBABBAZ e inizia con “La maglietta dei los Ramones”. No. Inizia con un estratto da un qualche B movie italiano feat. Bombolo che non saprei neanche collocare. Io quella roba non l’ho mai guardata, né quando funzionava nel giro del punk-rock monzese, né quando ha iniziato a funzionare in generale sulla scia di rivalutazioni tarantiniane prese un po’ alla buona.
Mentre scrivo non mi ricordo con precisione chirurgica l’ordine delle tracce nel demo e forse potrei anche sbagliare qualche titolo. Per esempio il secondo pezzo potrebbe essere “Diplomato ritardato” oppure “Marziano”, che a sua volta potrebbe in realtà intitolarsi “Ho un marziano per amico”. Di certo il pezzo numero 3 è “La ragazza che io amo”, che è anche il mio preferito di tutto il demo.
“Oggi appena sveglio ho chiuso nel
Cassetto un altro di quei sogni che
Io faccio sempre assieme a lei che
È UN CHIODO FISSO NEL MIO CUORE”

E via di ritornello, come da titolo del pezzo. Io non ce l’avevo manco per sbaglio, ai tempi, una “ragazza che io amo”, ma era bello pensare che le cose sarebbero cambiate e avrei presto potuto gridarle in faccia quelle strofe, alzando il dito come facevo sotto il palco ogni volta che andavo a sentire le Gambe. Un’adolescenza costruita su pochi capisaldi tra cui troneggiava l’idea di morosa, un concept in continua evoluzione, ma sempre ben chiaro in testa. Su questa cosa anni dopo le stesse GAMBEdiBURRO avrebbero scritto uno dei loro pezzi più fighi e l’avrei trovato divertente e molto calzante con la mia teen-age. Nel 1997 però non c’era proprio niente da riderci su.
Su BABBAZBABBAZBABBAZ c’é anche “Astronave” con il suo perentorio onetwothreefourfivesixseveneight. Un pezzo che parla di emarginazione, disagio giovanile, critica alla società in cui viviamo e voglia di riscatto. O forse solo di un tipo che vuole tornare sul suo pianeta (oh yeah). Non credo il messaggio debba essere per forza di cose la chiave di lettura di un disco. Eppure giravano storie sui testi di questo demo. Ricordo che qualcuno, probabilmente Orifizio, mi raccontò che dietro “Diplomato ritardato” c’era il fatto che uno dei quattro membri fosse stato riformato a militare sulla base del test psicoattitudinale. Non credo sia vero, ma mi piace pensare di sì.
Nel 1997 io e i miei amici morivamo dal ridere ogni volta che sentivamo “Iena”. Ogni volta. Quel “Sei simpatico sai” ci ammazzava. E poi era un altro pezzo che non potevi non cantare, sempre gridando, sempre puntando il dito. Se mi fermo a pensarci non ricordo se la suonassero ai concerti. Magari non negli ultimi, ma forse sul principio si. Di sicuro noi la cantavamo in ogni possibile contesto: in macchina, in casa, alle grigliate, in vacanza. Ogni volta che ci si trovava e si ascoltava musica insieme.
“Lui adesso non può più
Mangiare la marmellata
Alle ciliege perché…”

E poi l’attacco. I salti. Il casino. Ci si divertiva un tot, ai tempi, con queste cose. Non che ora meno, si è solo più composti o forse meno propensi ad esternarlo.
Ricordi legati a questo demo ne ho davvero una camionata. “Sarah cialda croccante” è un capodanno surreale, Bazzu, dei mandaranci e una tipa di Besana. “GODSIGMA” è il liceo, le elezioni per i rappresentanti di istituto, l’autogestione. E potrei continuare, tra le prime vacanze con gli amici, l’Arengario e le serate all’Arci di Arcore. Tutte storie connesse in qualche modo a BABBAZBABBAZBABBAZ.

Oggi le GAMBEdiBURRO non esistono più. Da un lato la cosa è comprensibile, dall’altro non lo è per niente. A quanto mi risulta ognuno dei membri ancora suona in un qualche gruppo punk-rock, nella maggior parte dei casi roba che non ho praticamente mai sentito. Ho questa convinzione non sia più la mia cosa. Una sorta di blocco psicologico. Dopo il demo le GAMBEdiBURRO hanno pubblicato un 7 pollici intitolato “SUPERBABBAZ” e un disco vero, “Senza via di scampo”. Tutti capolavori, anche se il miglior pezzo di sempre l’hanno registrato (male) per una qualche compilation di fine millennio scorso di cui non ricordo il titolo. L’ultima volta che li ho visti suonare fu per la reunion del 2007 al Bloom, ad oggi nella mia personale top 3 dei concerti della vita. Ci ho preso una maglietta bianca con scritto GAMBEdiBURRO che metto ancora regolarmente, mentre la t-shirt che avevano stampato nel ’99 mi si era letteralmente sciolta addosso una sera d’estate mentre giocavo a calcetto nel parcheggio davanti casa con alcuni amici. La cassetta di BABBAZBABBAZBABBAZ ce l’ho ancora, come più o meno tutti i demo di cui mi ero riempito la camera in quegli anni. Senza una motivazione precisa l’altro giorno ci sono rifinito sotto pesantemente. La misura di questo blog sta nel fatto che, nel pieno delle celebrazioni ai ventennali dei dischi, io scrivo di un demo che ha diciotto anni e mezzo.

Concertini

Questa settimana ci sono un paio di concertini che secondo me vale la pena andare a vedere, di conseguenza li segnalo.

Mercoledì 19/03/2014 – Arci Acropolis (Vimercate, MI)
Mercoledì i The singer is dead presentano il loro primo EP all’Acropolis. Il disco lo si può sentire in streaming su bandcamp e secondo me è un bel disco. Segue lista di motivazioni a supporto della precedente affermazione: 1) non annoia 2) è suonato bene 3) le linee di batteria sono pulite e precise, senza strafare, ma senza tirarsi indietro 4) il basso suona come piace a me 5) le chitarre fanno bruttissimo 6) le melodie sono fantastiche 7) anche uno come me non ci sente la mancanza delle voci (RIP) 8) è ben prodotto e ben mixato 9) i pezzi non durano ore 10) l’ultima traccia è una bomba atomica che sembra presa di peso da un disco degli Envy. In sintesi.
Non è un disco perfetto per i seguenti motivi: 1) la prima traccia mi suona ripetitiva 2) in rari casi avrei scelto altri suoni per le chitarre (es: un passaggio in distorsione proprio nella prima traccia). E basta.
A fronte di tutto questo, io a sentirli ci vado e vediamo se riesco a rivalutare la musica strumentale anche in sede live.
E poi c’è la birra a tre euro.

Sabato 22/03/2014 – Ligera (Milano, MI)
Sabato invece suonano i Lantern al Ligera. Il disco dei Lantern, Diavoleria, è il disco che sto ascoltando di più ultimamente perchè secondo me è una roba clamorosa, senza se e senza ma. E’ anche quello in streaming su bandcamp e quindi lo agevolo qui affianco. E’ un disco HC di quelli che a me prendono lo stomaco e lo rivoltano. Non è la roba più violenta che abbia mai sentito, manco un po’ in effetti, ma è travolgente nelle melodie, nei suoni, nelle atmosfere, nelle urla, nel parlato e nei testi. I Lantern poco tempo fa hanno anche buttato fuori una cover di Shorty dei Get Up Kids che ha fatto cagare tutti e che invece a me piace un botto. Insomma, un gruppo HC che coverizza i GUK è quello che basta dire per inquadrare tutta la questione. Rileggo tutta la storia. Tutte le colpe. Tutti gli errori. Ripeto tutto a memoria.

Di spalla ai Lantern suonano i Winter Dust, che poi sono il gruppo di almeno uno dei tizi de il Fragolone. Io siccome nella community di twitter ci credo a bomba, li supporto duro anche se sono un po’ una persona di merda perchè gli ho scaricato il disco mettendo ZERO su name your price. Il fatto che sia ideologicamente contrario a pagare per dei file audio non toglie nulla al mio essere brutta persona, quindi se hanno il disco formato CD sabato, sia loro che i Lanter, direi che glielo prendo.
In caso stampino solo vinili, penso convivrò a lungo con il mio senso di colpa.
Due concerti in una settimana.
Non mi capitava da, tipo, anni.

Prendere le distanze

Conosco un tale.
Si chiama Davide e siamo entrati in contatto tramite un forum di giochi di ruolo che entrambi si frequentava diverso tempo addietro. Non perché ora noi si abbia di meglio da fare, ma solo perché i forum sono morti prematuramente circa cinque anni fa. Questo tizio, sul forum, si firmava MANOWAR e nella signature aveva rimandi nostalgici al ventennio.
E’ lampante sia una persona con cui non ho e non voglio avere nulla a che fare.
Sta di fatto che per circostanze ancora poco chiare io e questo tale non solo siamo in contatto ancora adesso (ogni tanto commenta pure qui sopra firmandosi Mnwr nel tentativo di dissimulare), ma ultimamente capita ci si trovi d’accordo su diversi aspetti della vita. Pubblica i miei pezzi sui social senza fini denigratori, condivide la mia fiducia/speranza in Renzi (lo dico per alimentare quel fenomeno riguardante Renzi e i voti della gente di destra) e, cosa davvero incredibile, ultimamente siamo anche stati d’accordo su un disco.
La cosa, per motivi che spero risultino ovvi, mi mette fortemente a disagio.
Quindi adesso scrivo un pezzo parlando di un disco che in questi ultimi giorni sto a dir poco consumando, nella speranza di ricevere badilate di insulti e farmi tornare a dormire sereno.
Sigla!

Dargen D’Amico è un giusto.
Partiamo da un presupposto: io di rap capisco pochissimo. In realtà capisco poco di musica in generale, ma a differenza degli altri generi di cui di solito parlo/scrivo il rap non lo ascolto proprio. Cosa che mi rende non solo incompetente, ma proprio ignorante in materia. Ho in casa un paio di dischi degli Articolo 31 che fossero auto non pagherebbero più il bollo e ogni tanto mi prendo bene per qualche singolo che mi passa per il wall dei vari social. Ci sono personaggi appartenenti al mondo del rap che mi fanno simpatia e altri che invece mi danno in culo, ma senza una reale motivazione artistica. A pelle. A parte Fibra, che la radio mi costringe ad ascoltare spessissimo e che reputo scarso oltre ogni modo in termini di rime e di quel che io reputo si intenda quando si parla di “flow”.
A Dargen D’Amico ci sono arrivato grazie al pezzo qui sopra, che per il sottoscritto è a mani basse canzone dell’anno. Quando l’ho sentita la prima volta ho pensato fosse la classica “coglionata ignorante che però ti prende bene” e così ci ho riso su pensando l’avrei dimenticata appena fosse finita l’estate. Invece con l’andare del tempo l’ho ascoltata diverse volte e, pur conscio resti essenzialmente una coglionata ignorante, ci ho trovato molto di buono. Intendo veramente buono. Mi piace un sacco la base, ad esempio, sia come melodia che come ritmica. Mi tira in mezzo ogni volta. E poi mi piace il testo, perchè reputo molto interessanti diverse delle rime che ci sono dentro. E’ una canzone sulle tette, non sto cercando di trovarci un qualche sottotesto improbabile per sentirmi meno scemo all’idea che mi piaccia, e una canzone sulle tette potremmo scriverla tutti. Solo che, sbaglierò, nella maggior parte dei casi ne uscirebbero robe tremendamente più volgari, banali e sciatte di “Bocciofili”. Sì, è possibile.
Sta di fatto che sulla base di questo pezzo e di svariate centinaia di battute spese da BASTONATE per smantellare “Vivere aiuta a non morire” mi sono interessato al fenomeno e, pur nell’era di youtube/spotify/torrent/whatever, ho pensato che il modo migliore per documentarsi fosse andare a vedere un live di Dargen D’Amico. Senza conoscere i pezzi, senza basi. Ha suonato in un locale molto figo di Brugherio tempo fa, io ho presenziato ed è stato tutto un susseguirsi di: “Figata! Genio! Quanto stile! Ecc…!” [NdM: Sì, a Brugherio esiste un locale figo che potrebbe chiamarsi LOSTOWN, ma anche no, e che fosse esistito quando ero ragazzo probabilmente avrei frequentato rovinandomi l’esistenza a venire e venendo su molto diverso da come sono ora.]. La prima cosa che ho notato nello show di Dargen D’Amico è che il suo set, a me, prende bene. Saranno le basi, saranno le melodie, sarà la cassa dritta che non ho mai fatto mistero di amare, però se mi metti ad un concerto di JD io mi ci diverto a bomba. Oltretutto sul palco stava con due dei Fratelli Calafuria, che con le chitarre hanno dato un bel risvolto alla faccenda ed elevato di molto lo stile del tutto, lasciando il palco nella seconda parte del live causa, cito, “rifiuto di prestarsi a suonare certi pezzi”. Non so se sia vero, ma mi piace pensare di sì.
A concerto finito io avevo già diversi pezzi preferiti.
Questo e quest’altro su tutti, ma anche “Lorenzo de’ Medici”, di cui pare impossibile trovare una versione streaming da linkare. Il che può essere indicativo, ma anche no.
Abbagliato dall’esperienza live, il terzo step della mia personale folgorazione per l’artista Dargen D’Amico è stato l’acquisto del suo disco, punto che ci riporta a bomba all’incipit della storia. Sono ormai settimane che ascolto a ripetizione “Vivere aiuta a non morire” e mi piace ogni volta. Lo sento in macchina, dove ogni tanto è anche bello mettere nel lettore qualcosa che sia registrato, mixato e prodotto in modo da valorizzare l’impiantino che ai tempi avevo istallato. E’ un disco lunghetto, sono 17 tracce, e non tutte mi prendono bene allo stesso modo. Non ce n’è mezza, però, che devo forzatamente skippare e questo prima dell’acquisto per me era impensabile. Qui si potrebbe aprire una parentesi sul mio essere disposto ad acquistare un disco con la forte possibilità di trovarne insopportabile una parte più o meno estesa. Continuo a vedere nel prodotto una genialità notevole, come a volte mi capita di fare con prodotti analoghi di discipline diverse. Penso a True Blood, per dare un riferimento. Dargen D’Amico usa le parole in maniera interessante, divertente, tutto sommato nuova per quanto mi riguarda e alterna momenti introspettivi a momenti caciaroni come nella vita facciamo più o meno tutti costantemente.
Può piacere, come non piacere.
A me piace, e spero questo basti a ridefinire certe distanze.

Io non so fare il cubo di Rubik, ma c’è chi si è fatto il cubo di Ruby – Dargen D’Amico – Il cubo (Fondamentalmente).

Perdere la verginità al Lucca Comics

Avrebbe un senso.
Prendi i grandi festival musicali, le rassegne di cinema, i congressi scientifici. Persino la cazzo di giornata mondiale della gioventù. Sono situazioni fatte apposta per scopare. Nessuno ammette che ci partecipa per quello, ma solo per non doversi giustificare in caso di fallimento nell’impresa. Il fine ultimo è e sarà sempre trovarsi in un ambiente in cui, paradossalmente, da peculiari si diventa terribilmente standard. Tutti simili, tutti con gli stessi interessi. L’appiattimento rompe le barriere, avvicina le persone e abbassa le resistenze. La paura del diverso non può esistere in una situazione in cui si è tutti diversi allo stesso modo.
Andare a Lucca Comics per scopare avrebbe davvero un sacco di senso.
Io invece mi ci sono spaccato i coglioni.
La ressa ovunque, gli stand strapieni, pochissime cose belle da vedere e anche quelle poche messe in condizione di non poter essere viste. La puzza di sudore. I cosplayer, la gente in fila per un autografo, la gente in fila per mangiare dei noodles che neanche se mi pagassero, la gente in fila per i cessi chimici o per fare una foto. La gente in fila per vedere altri giocare ad un videogame. E’ una fiera di nerd per nerd e quindi non è un cazzo divertente. Per quanto la televisione e il cinema si dannino l’anima nel diffondere questa nuova immagine del geek come paradigma di figaggine contemporanea, la realtà è ancora quella di quindici anni fa: il disagio.
Ho resistito una giornata, comprando un paio di libri che avrei preso senza problemi altrove. Avrei voluto comprare un set di dadi per D&D, ma non è stato possibile.
Il giorno seguente siamo andati a San Miniato, terra di vino e tartufi, a mangiare e bere. Abbiamo scoperto una terra bellissima che non conoscevamo e prodotti deliziosi che siamo ansiosi di riprovare. Abbiamo camminato, fatto foto e ascoltato interessantissime lezioni sul vino, il tartufo e i cantucci. Poi siamo stati a Pisa a vedere Campo dei Miracoli, siamo rimasti a bocca aperta e abbiamo scattato altre fotografie.
Alla fine, in autostrada tornando verso casa, ci siamo chiesti come cazzo ci fosse venuto in mente di andare a Lucca.

A un amico

La vita è fatta di momenti.
Se ti fermi a pensarci sopra, te ne passa davanti agli occhi una serie sterminata in pochi secondi.
Alcuni ti strappano un sorriso, altri magari una lacrima, ma sono tutti lì e tutti ugualmente unici. E certo, c’è n’è qualcuno più importante di altri, ma a costo di fare a cazzotti con la dottrina inculcataci da anni di Max Pezzali c’è da rendersi conto che il sale di tutto sta in quello che verrà, non in quello che è stato.
Perchè altrimenti uno la mattina neanche si alza.
Per quanto si sia girato e si siano visti posti magnifici, il viaggio più bello è quello che dobbiamo ancora fare.
Sempre.