La polemichetta su Anastasio

Quest’anno non ho guardato X Factor.
Credo sia il primo anno da quando pago Sky, quindi dal lontano 2012, in cui non seguo il Sanremo della mia generazione. Fa strano perchè il mio abbonamento Sky ormai comprende solamente il pacchetto base, tenuto proprio per poter seguire gli show principali del canale satellitare: Masterchef e, appunto, X Factor.
Il primo lo abbiamo abbandonato l’anno scorso, il secondo quest’anno. Potrei quasi disdire il servizio, ma non divaghiamo.
Quest’anno non ho seguito X Factor essenzialmente per due motivi:
1) trovo ormai il format di una noia ciclopica, sia per le cento puntate che impiega ad arrivare ai live, sia per la struttura dei live stessi.
2) dopo aver visto la prima puntata non ho trovato nessuno dei concorrenti degno del mio tempo, che preciso valere davvero molto poco.
Come capita per Sanremo però, è impossibile vivere il mese della kermesse senza sapere cosa ci stia capitando dentro, quindi pur non avendoli sentiti suonare sono arrivato a ieri ampiamente a conoscenza di chi fossero i vari Anastasio, Naomi, Luna e compagnia cantante (ihihih). Normale amministrazione per chi vive in una società e non necessita di essere convertito da indomiti missionari.

Il banco me l’ha fatto saltare ieri Noisey, pubblicando un’incredibile inchiesta  (!!!) riguardo Anastasio, poche ore prima della sua incoronazione (SPOILER! Va scritto prima?). I temi centrali dell’articolo sono essenzialmente due: le simpatie del ragazzo per gente poco raccomandabile come Salvini, Trump e Casa Pound e quanto queste rendano possibile/plausibile il PERCORSO dello stesso sulla via del RAP. Uso il caps lock per certe parole perchè me lo ha insegnato AMARGINE.
In merito al primo argomento credo ci sia poco da dire. Non ho stima per quei personaggi, non ho stima per chi li segue o li supporta, nè per chi li vota. Diciamo che mi fa proprio schifo tutto quello che sta intorno a quel mondo lì. Che è merda senza appello nè possibilità di redenzione. Chiaro, spero.
Il secondo argomento invece è un po’ più sfaccettato, a mio avviso. Cito dal pezzo di Noisey:

[…]una serie di preferenze politiche piuttosto singolari per qualcuno che da grande vorrebbe essere un rapper.
[…]sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fino alla chiusa che, a a costo di sembrare troppo malizioso, suona come “magari non fatelo/facciamolo vincere”.

Io non lo so se un rapper non possa essere di destra/fascista.
Non ho ascoltato più di tanto rap nella mia vita, ultimamente forse qualcosa in più, ma certamente non abbastanza da parlarne in termini generali. Ho ascoltato, anche mio malgrado, un bel po’ del rap italiano però e, onestamente, non mi sono mai posto la domanda di cosa votassero Gue Pequeno, Marracash, Fabri Fibra o anche solo J-Ax ai tempi degli Articolo 31.
I testi non sono un parametro utilizzabile per farsi questo tipo di idea, ho imparato. Ci ho messo un po’ perchè nel mondo musicale da cui vengo io dei testi mi sono spesso curato pochissimo, ma quando proprio volevano avere una dimensione di denuncia sociale, tendevano a prendere una posizione piuttosto netta.
Col rap non è così, mi dicono. I testi del rap italiano hanno una portata diversa perchè spesso il rapper è un personaggio distinto dalla persona che vive fuori dai palchi e molte volte quello che finisce dentro al racconto è l’immagine cruda della società, descritta per quello che è senza necessariamente ci sia in chi la descrive una sorta di “approvazione” ai comportamenti di cui si parla. Una variante del concetto di “retweet is not endorsment”, se vogliamo. E’ contorto, lo so, però è una chiave di lettura che esiste a prescindere dalla mia capacità di comprenderla. Lo sbaglio di noi vecchi è cercare o peggio trovare messaggi dove non ce ne sono, in estrema sintesi.

Se non posso basarmi sui testi, non ho molto altro per farmi un’idea sulle preferenze politiche di un rapper, quindi a meno di voler pensare che nessuno dei cento miliardi di rappusi (cit.) che infestano il nostro Paese voti a destra, direi che c’è ampio margine per credere che si possa tranquillamente fare rap votando Salvini, Berlusconi, Casa Pound e pure Hitler, fosse ancora eleggibile.
Certo, come dice Salmo “qualcosa non torna”, ma Salmo è lo stesso che come primo punto della sua agenda politica ha la pace fiscale, quindi qualcosa non torna manco a me. Disco di Salmo clamoroso, by the way.
Conclusione 1: fare il rapper avendo simpatie di destra non è impossibile e non credo manco tanto singolare, checché ne dica Noisey.

La seconda parte del pezzo sarebbe dovuta essere sui parametri che secondo Noisey una persona dovrebbe valutare prima di ascoltare della musica o supportare un’artista. Siccome non credo di essermi mai annoiato così tanto a scrivere un pezzo come questa volta (non lo cestino solo perchè temo di non scriverne altri a dicembre e quindi di finire per bucare il mese), la faccio brevissima.
Se Anastasio sceglie di rendere pubblica la sua ideologia politica è giusto che chi ritiene quel parametro importante nella definizione del proprio gusto musicale agisca di conseguenza. Mi chiedo se queste persone si accertino delle preferenze politiche di ciascun cantante che ascoltano o se la regola sia “fino a che non me lo sbatti in faccia ti do il beneficio del dubbio”. In questo secondo caso, se lo chiedete a me, c’è un elefante nella stanza.

La terza parte del pezzo avrebbe dovuto fondere questa storia con la questione di Sfera Ebbasta e del dibattito che è scaturito dalla tragedia di Corinaldo. Anche qui, la faccio breve: una volta un tizio mi diceva che tanta musica ti spinge ad accendere il cervello anche solo per capire che ti vuoi dissociare da quel che stai sentendo. Ed è una roba importantissima.
Come è importante trovare nella musica una valvola di sfogo per il malessere che tutti vivono in adolescenza. Da vecchio quale sono posso solo sperare che i miei figli ascoltino roba che non capisco, roba violenta,  irrispettosa, truce, radicale, ignorante e vivadio BRUTTA IN CULO. Il momento di preoccuparsi è quando tuo figlio sembra vivere nella pubblicità dei biscotti, perchè quella roba lì non è che non c’è, è solo che non la vedi.

Pezzo più brutto e inutile del 2018? Direi di sì.

Gay bride

Da qualche tempo seguo Giuditta Pini su FB.
In quel marasma che è l’attuale PD, tra il voto favorevole in Senato per la legittima difesa e il ritorno sotto falso nome di un’iniziativa vecchia di almeno tre anni e comunque fallimentare (giusto a citare le ultime due cazzate che ho letto a tema Partito Democratico), mi sembra una ragazza con qualcosa da dire. Non sono sempre allineato, come ovvio che sia, ma la seguo volentieri. 
Oggi sul suo profilo spingeva questo evento.

Io non capisco.
In cosa dovrebbe essere diverso un matrimonio gay da un matrimonio etero, se non per i gusti sessuali della coppia coinvolta? Non mi risulta i gay necessitino di fornitori specializzati in termini di abiti, non mi risulta esistano servano catering specializzati in cibo omosessuale, non credo i gay necessitino di servizi dedicati per la scelta della location dove sposarsi o degli addobbi da utilizzare.*
Perchè una coppia gay non dovrebbe andare al canonicissimo salone wedding? Ha davvero bisogno che tutti i presenti siano gay o che gli espositori sappiano che stanno trattando con dei gay?
Sono sincero eh, chiedo perchè magari una spiegazione sensata esiste e sono solo io che non la vedo.

Quello che vedo, magari sbagliando, è un’operazione di marketing.
Per carità, niente di male in principio, non fosse che gioca con un concetto che trovo spiacevole: ghettizzare.
Lo so, anzi no, posso immaginare sia difficile dover costantemente combattere per ottenere cose che ad altri sono garantite. Capisco che ad un certo punto sia legittimo pensare “vaffanculo” e crearsi la propria nicchia dove poter essere se stessi senza dover chiedere permesso o scusa. L’obbiettivo però dovrebbe restare il condividere gli spazi senza sentirsi fuori posto, no?
Parlandone su twitter sono venute fuori alcune possibilità che in qualche modo giustificherebbero l’esistenza di questa cosa fuori da un mero concetto di marketing:
1) I gay non possono accedere alle fiere per sposi tradizionali. Mi pare davvero assurda, come ipotesi. Ricordo quando andai a Berlino e mi misi in coda con la mia morosa dell’epoca per entrare in un gay club di cui avevamo letto molto bene in termini di proposta musicale. Ricordo la coda infinita e sto buttafuori che ci si avvicina e ci dice che non possiamo entrare “perchè etero”. I due ragazzi in fila dietro di noi, gay, trovarono la cosa insopportabile. Ricordo che uno dei due chiese se avesse dovuto in qualche modo dimostrare di essere gay per accedere al locale. Follia, appunto. Non ci voglio nemmeno pensare a questa ipotesi, sarebbe davvero una roba ultra violenta, anche per i tempi che corrono.
2) Nelle fiere tradizionali non possono esporre aziende gay oriented. Questo è possibile, nel senso, immagino che qualche associazione cattofascista del cazzo possa aver protestato all’idea che nel CENTRO SPOSI si favorisse il peccato. Di nuovo però, perchè mai dovrebbero esistere aziende espositrici DEDICATE ai matrimoni gay? Un matrimonio è un matrimonio. Quando ho preso l’abito per sposarmi mica mi hanno chiesto se sposavo una donna. 
A meno che mi diciate che le aziende espositrici tradizionali si rifiutano di offrire servizio alle coppie gay. In quel caso servono aziende dedicate. Ora, il mondo è bello perchè è vario**, quindi che possa esistere qualche azienda che si rifiuta di incassare soldi omosessuali unicamente su base ideologica posso anche crederlo. Spero fallisca, ma posso credere esista. Il punto è: possono davvero essere tutte così? Non è legittimo pensare che la stragrande maggioranza delle realtà che offrono servizi ai matrimoni, accettino di guadagnare su qual si voglia coppia?

Non so, davvero, più ci penso e più iniziative così mi sembrano un passo indietro invece che avanti.
Poi magari la risposta è banale: crei situazioni del genere per sbattere in faccia la realtà a chi ancora non la vuol vedere, per gridare al mondo la tua esistenza. Ecco, forse questo potrei capirlo.
Mi resta il dubbio sia questo il caso però. Resta che se togli GAY e ci metti una qualunque altra minoranza, vuoi etnica, vuoi religiosa, l’iniziativa continua a sembrarmi impresentabile.

* se, caro il mio omofobo, stai ridacchiando sotto i baffi perchè immagini un matrimonio gay come una sorta di carnevale di Rio, mi preme provare a farti riflettere sul fatto che i matrimoni etero non sono affatto garanzia di sobrietà ed eleganza. Quindi, anche volendo immaginare che un matrimonio gay debba forzatamente essere esagerato/estremo (cosa che ovviamente non è), non sarebbe nulla di nuovo per chi organizza matrimoni etero. Basta guardare quattro matrimoni.

** è una merda per lo stesso motivo.

Sto sul cazzo (anche) a Makkox

La lista delle personalità illustri (?) che non vogliono avere a che fare con me online annovera un nuovo iscritto.
Da un paio di giorni, infatti, ho realizzato di essere stato bloccato su twitter anche da Makkox, quello dei fumetti di satira politica. E’ andata così*:

Giuro, non c’è altro, quindi da qui in poi son solo io che sbrocco, sappiatelo.
La prima cosa che mi fa incazzare è il modo. Io rispondo ad un tweet in maniera direi civile, lui mi fa la paternale lanciandosi in psicoanalisi di stocazzo e quando gli spiego che, molto più semplicemente, non ha capito quel che ha letto si incazza e mi blocca.
Come lo scopro? Così:

Un altro tipo torna sull’argomento e mi rendo conto di non poter leggere nulla del pregresso perchè, appunto, sono stato bloccato.
Senza una spiegazione.
Io lo so che una persona “famosa” ha probabilmente migliaia di hater da bloccare e che non può prendersi la briga di spiegare a ognuno il perchè, tuttavia non sentendomi affatto parte della categoria e avendo questa visione distorta della rete come di un’appendice della vita reale dove valgono le regole della vita reale, trovo questi atteggiamenti isterici davvero insopportabili.
Tipo quando scazzi con una persona e questa invece di dirti che s’è presa male o anche solo mandarti affanculo, smette di parlarti. La trovo la cosa più infantile e ridicola che esista.

La seconda cosa che mi fa incazzare è il pulpito.
Makkox è uno che di lavoro prende per il culo la gente. Fa satira politica (molto buona, va detto), esprime dissenso. Non è Gasparri, mannaggia i preti, è uno che ti immagini sia aperto alle opinioni altrui. Ma come cazzo devi stare a vivere di satira e non tollerare chi dissente da quel che dici? Che cazzo di disturbi della personalità puoi mai avere se hai bisogno di mettere a tacere, bloccare, silenziare chi ti contraddice quando di lavoro contraddici gli altri?
Solo a me pare ridicola la cosa?
Magari sì eh, ma GIURO che se qualcuno venisse a dirmi che quel che ho scritto non ha il minimo senso tutto farei fuorché metterlo forzatamente a tacere, fingendo che non esista. Tutto per continuare a campare nel mio piccolo ambientino creato ad hoc, in cui tutti mi fanno i pompini per quanto sono bravo e intelligente e acuto, tutti la pensano uguale e poi il 5 marzo si interrogano all’unisono su come abbia fatto il M5S a vincere le elezioni quando il WEB era tutto dalla parte opposta. 

La terza cosa che mi scogliona, probabilmente quella che mi infastidisce di più, è la presunzione.
Come dico spesso, la roba figa di twitter o dei social in generale è l’essere orizzontali. Si può interagire con chiunque e dire la propria su tutto** avendo la certezza che il messaggio arrivi a chi di dovere. Magari non verrà letto, magari non verrà commentato o non si riceverà risposta, ma se si ha il bisogno di far arrivare un concetto, con i social si può almeno fare un tentativo. E’ una bella rivoluzione. 
A differenza di quanto può pensare un grillino, questo non vuol per niente dire che “uno vale uno”, perchè sui social vigono esattamente le stesse regole di potere che regolano la vita reale. Io non sono nessuno, online come IRL, ho un seguito che vola intorno alle 300 persone, 200 delle quali sono probabilmente amici e BOT. Se di follower ne avessi avuti, che ne so, 300K, quello che è successo qui sopra avrebbe avuto un esito diverso perchè, banalmente, 300K persone si sarebbero poi sciroppate la mia versione dei fatti, ovvero un pippone su quanto Makkox sia puerile e presuntuoso, e lo avrebbero ricondiviso ad altre X mila persone. Questo non vuol dire che lo scambio di opinioni non ci sarebbe stato, avremmo comunque avuto idee diverse, ma non sarei stato liquidato come un coglione fastidioso da mettere a tacere. 
Invece è facile cancellare me dai radar, fare finta io non esista, perchè effettivamente non esisto. Ho scritto di sta storia su twitter e ho alzato una decina di like e forse un RT (che è poi quel che conta davvero, coi like che ci faccio?). Ora ci butto giù un post non tanto perchè penso possa avere esito diverso, ma perchè ho il cazzo girato e mi va di sfogarmi. Certo, lo condividerò, ma non succederà un bel niente.

Chiudo con una postilla. 
I peggio non sono i VIP che si offendono come i bambini o che rispondono piccati senza porsi il dubbio dell’aver capito quel che era stato detto loro. Per quanto illustri sono persone e fanno gli stessi errori che fanno tutti, io per primo (e spessissimo, oltretutto).
I peggiori sono quelli che in uno scambio di opinioni stanno a prescindere dalla parte del più forte, quelli che mettono il like senza porsi nemmeno il dubbio che il loro beniamino possa aver scritto una cazzata o non aver capito il punto. Gente priva di spirito critico, disabituata ad usare il cervello, che si ammassa dove c’è più consenso, ingigantendo la piaga e nutrendo ego già ipertrofici di loro.

Internet è l’apocalisse Zombi.
Fateci caso. 

* riesco a risalire agli screen delle conversazioni anche dopo essere stato bloccato perchè in realtà sono un hacker potentissimo. Don’t try this at home.

** vabbeh, la cosa bella IN LINEA TEORICA.

Di Maio ha un problema / Di Maio è un problema.

Il 27 maggio, in seguito all’ormai celebre discorso di Mattarella, Di Maio sbrocca e inizia a vaneggiare di impeachment e traditori della patria prendendosi del buffone perfino da Scanzi.

Il 28 maggio, ignaro o non curante dell’esistenza di quel che i tecnici definiscono “verbali”, Di Maio accusa pubblicamente la prima carica dello Stato di aver mentito sulla proposta di alternative del M5S per l’economia, facendo reiterare l’accusa anche da Di Battista.

Il 30 maggio, Di Maio torna a far visita al Colle per chiedere la possibilità di fare un passo indietro su Savona e provare a mettere finalmente in piedi sto benedetto Governo del Cambiamento®.

Tralasciando per un attimo come in tutto questo bailamme il giornalismo italiano abbia vissuto uno dei momenti più bui della sua storia, tra comizi trasmessi ovunque senza il minimo contraddittorio e fake news, io vorrei proprio parlare di Di Maio.

In questi ultimi tempi si è fatto un gran parlare di “competenza” come chiave per discriminare chi può dirigere il Paese e chi no. Per molti il tutto si è fermato alla questione laurea/non laurea, diventando presto argomento da meme piuttosto che da analisi politiche.
Non starò qui a dire per la milionesima volta che anche per il sottoscritto la mancata laurea di Di Maio abbia un peso, quel che mi preme analizzare adesso è come negli ultimi tre giorni sia emerso il vero nocciolo della questione: fare politica è una cosa difficile e bisogna saperla fare. Bisogna sapere, ad esempio, che non è ambito in cui essere impulsivi e rilasciare la prima dichiarazione che passa per la testa, magari in preda alla rabbia. Oppure bisogna saper comprendere quando gli “alleati” ti stanno mettendo nel taschino e tirando una sola. Se non per evitarlo, per essere pronti a reagire senza fare danni ancora più grossi di quello subito.
Questo intendevamo quando parlavamo di un Di Maio inadeguato, impreparato, non competente. Non si parlava solo della sua formazione, ma delle reali capacità, di cui in questi giorni abbiamo avuto dimostrazione.

Di Maio è un dilettante a capo di un gruppo di dilettanti.
Quanto è successo con Mattarella è grave, ma ancora gestibile. Se davvero si metterà alla guida del Paese non è detto ci sia sempre spazio per recuperare alle cazzate che fa quando si trova suo malgrado in situazioni impreviste o che scoprirà in corsa di non saper gestire.

Per dirla semplice: butta malino.

Andrés Iniesta

La stagione 2017/2018 sarà l’ultima di Iniesta al Barcellona, il che vuol dire l’ultima stagione nella sua squadra di sempre. Forse si ritirerà, forse finirà in qualche campionato assurdo, ma di certo non giocherà più nella Liga, tantomeno in competizioni che potrebbero costringerlo ad affrontare il Barça.
Iniesta è con ogni probabilità il giocatore più forte che io abbia mai visto giocare. Non viene mai fuori nei discorsi “da bar” perchè si pensa sempre a quei giocatori spettacolari o alle macchine da gol, ma pochi di questi sono riusciti ad essere costanti quanto lui, decisivi quanto lui, completi quanto lui o anche solo vincenti quanto lui. 
Negli anni della costante sfida tra Cristiano Ronaldo e Messi per il pallone d’oro, Iniesta ne avrebbe probabilmente meritato più di uno eppure non si è mai gridato allo scandalo, neppure nel 2010 quando vinse i Mondiali con la Spagna. Lo diedero a Messi, che quell’anno non vinse nemmeno la Champions League per quella strana congiuntura astrale che i milanesi brutti chiamano Triplete.
Una vita nel Barcellona, una vita come pilastro di una delle squadre di club e delle nazionali più forti di sempre, che per almeno 5 o 6 anni hanno brutalizzato il calcio mondiale.
Accanto a lui continuavano a passare fenomeni ultrapagati e ultrasponsorizzati: Ronaldinho, Messi, Neimar, Suarez, Eto’o, Ibrahimovic, per dire i primi che mi vengono in mente. Gente che infiammava le pagine di calciomercato ogni estate, giustamente, ma che deve a Iniesta un bel po’ della propria fortuna. Lui e Xavi, il cui percorso è stato simile, sono sempre passati in secondo piano quando in realtà erano il vero diamante in quei contesti. Tra i due, per me, Iniesta un po’ più brillante.
A 34 anni Andés Iniesta chiude dopo aver vinto TUTTO:
1 Mondiale (2010)
2 Europei (2008, 2012)
1 Europeo under 20 (2012)
4 Champions League (2006, 2009, 2011, 2015)
3 Supercoppe Europee (2009, 2011, 2015)
3 Mondiali per Club (2009, 2011, 2015)
9 Campionati Spagnoli (2005, 2006, 2009, 2010, 2011, 2013, 2015, 2016, 2018)
7 Supercoppe di Spagna (2005, 2006, 2009, 2010, 2011, 2013, 2016)
6 Coppe di Spagna (2009, 2012, 2015, 2016, 2017, 2018)
Mai una parola fuori posto, mai un atteggiamento sconveniente, sempre “under the radar”. 

E noi stiamo dietro a Buffon.

Quella volta che ho creato un account di meme

Se seguite questo blog sapete che ogni tanto faccio meme che non fanno ridere (ref.). Ovviamente intendo che non fanno ridere gli altri. Io mi ci spacco. 
Ad ogni modo, giorni fa uno dei miei contatti twitter se ne esce con l’idea di un meme di Di Maio con una frase presa da un pezzo dei Tiny Moving Part. L’associazione in se non mi aveva spostato più di tanto, però hanno iniziato ad apparirmi in testa immagini di politica con didascalie prese da pezzi emo. E boh, mi sembrava una cosa divertente.

Così ho aperto un account twitter che si chiama @emocrazia e ci ho messo dentro un po’ di queste creazioni. Pensavo sarebbe passato via inosservato… e infatti è passato via inosservato, salvo per un breve momento di gloria che mi ha portato a raccimolare una settantina di follower (#ChiaraFerragniScansati), che amo tutti come fossero figli miei.
L’immagine che ha raccolto maggior successo (e me lo aspettavo) è quella dei Pixies, ma per quel che mi riguarda, la più bella è quella con la Boschi e i Taking Back Sunday che sta in copertina alla gallery qui sotto. 
Non so quanto andrò avanti, sull’onda dell’entusiasmo ne ho creati una decina immediatamente e altrettanti il giorno dopo, postandoli poi via via nella settimana. Ora li ho finiti, magari settimana prossima mi ci rimetto, magari no, ma in ogni caso continuo a trovarla una cosa divertente.

Taking Back Sunday - You're So Last Summer

 

 

Sovranità popolare

Oggi a Udine è successa una tragedia. Un ragazzo di 31 anni non si è svegliato, lasciando orfana una bimba di due. Il ragazzo si chiama Davide Astori ed era il capitano della Fiorentina.
Le chiamano “morti bianche”, pare non ci siano ragioni mediche chiare alla loro base e sono probabilmente la mia paranoia più grande per distacco. Nel senso che spesso non ci dormo, per sta cosa, o magari ho attacchi di panico, per sta cosa.
Insomma, la classica notizia che lascia scossi.

Navigando mi sono imbattuto in questo tweet:

Chi lo scrive è fiorentino e tifoso viola, oltre ad essere stato sindaco di Firenze.
Ora vi riporto alcune delle risposte che trovate sotto questo tweet, senza indicare gli autori perchè non sono Selvaggia Lucarelli, ma chiarendo che alcuni li ho segnalati. Sono tantissime, ne prendo solo alcune, ma il tono è abbastanza omogeneo.
– La campagna elettorale dovrebbe essere finita!!!
– Non può parlare. Punto. Ma meschino com’è mercanteggia anche sulla morte. Maledetto.
– Non riesci proprio a stare zitto: a urne aperte strumentalizzi pure i morti.Omuncolo senza DIGNITÀ.
– Se dovessi piangere per tutte le famiglie italiane che hai rovinato, dovresti reincarnarti per una ventina di generazioni, e non basterebbe
– Ma non ti vergogni ipocrita? Ad urne aperte approfitti di una tragedia per farti bello! Sei proprio odioso arrogante ed incapace!
– SEI E RESTERAI UN PICCOLO UOMO DI MERDA CON LE URNE APERTE STRUMENTALIZZI UNA MORTE PERCHE NON LO FAI ANCHE PER UNA PERSONA QUALUNQUE SEI SOLO RIDICOLO PEZZO DI M……. IO NON HO NIENTE CONTRO ASTORI ANZI A ME PUO DISPIACERE MA NON ATE MERDA CHE SEI VEDI COME HAI RIDOTTO ITALIA
– Almeno le hai fatte le condoglianze PRIVATE alla famiglia? #viscido
– Le tue lacrime da 🐊 sono in realtà, quelle da Sciacallo.
– Ma vaffanculo non hai pianto per tutto il popolo italiano a cui morivano migliaia. Di figli figuriamoci X un solo uomo, tu oggi da intelligente non dovresti nemmeno intervenire xche questo è anche colpa tua e della tua indifferenza
– Vergognati sciacallo

E avanti così, per lunghissime pagine di commenti.
Oggi in Italia si vota per formare un nuovo Parlamento, espressione della volontà popolare. Che, in parte, è rappresentata qui sopra.
Resta da capire in che percentuale.

Dalla parte giusta del populismo

Io ho lavorato nella ricerca scientifica dal settembre 2005 al gennaio 2014. Ho fatto gran parte del percorso accademico: tesi sperimentale, borsa di studio, dottorato di ricerca, post-doc; quasi nove anni di cui sette nel nostro amatissimo Paese.

Ancora oggi, quando parlo con alcuni colleghi, mi dicono frasi tipo: “Beh, io non sono rimasto in università. Io ho iniziato a lavorare subito.” e sul momento vengo sempre avvolto da quell’insana voglia di farmi esplodere in ufficio. Non è un discorso relativo solo alla mia azienda, ma generalmente diffuso nell’ambito extra-accademico quando si parla di “lavoro di ricerca”.
Io non sono mai stato Stachanov, ho sempre avuto la grossissima fortuna di avere interesse nella mia vita fuori dal lavoro e, soprattutto, non sono mai stato affascinato dal poserismo da straordinario che prende moltissimi giovani ricercatori.
– Sai, io lavoro fino alle dieci di sera.
– Ah, non me lo dire, ieri notte ho dovuto correre un esperimento che finisce giusto giusto sabato pomeriggio. Poi domenica analizzo i dati.
Tutte seghe.
La mia esperienza personale rispetto a chi fa turni di 12-15 ore in laboratorio sette giorni su sette è che sia spinto da un mix di, appunto, autocompiacimento e disorganizzazione. Lavorare libero da orari permette di impiegare 12 ore a fare una cosa che si farebbe in 8 solo perchè nessuno ti fucila se stai la notte al bancone, che tanto sei fuori casa/città/Paese, conosci poche persone e non hai una beneamata minchia da fare. Fermarsi fino a tardi può capitare in tutti i lavori. Se ti capita sempre, il problema sei tu. Fact.
Detto questo, io mi sono sempre fatto un discreto mazzo al lavoro e credo per una volta i risultati siano lì a disposizione degli scettici. Ho sempre vissuto in realtà produttive, dove pubblicare i risultati era importante, dove produrre dati era importante, quindi sentirmi costantemente associato all’idea piuttosto stereotipata del laboratorio come luogo di fancazzismo, lontano anni luce dal concetto di lavoro, mi irrita anche ad anni di distanza.

Il mio “nuovo” lavoro tuttavia mi mette a contatto con tutte le realtà italiane che si occupano di ricerca scientifica: da quelle dove si lavora tanto e bene a quelle dove, oggettivamente, vengono buttati via soldi pubblici.
Di nuovo, non ne faccio una questione di orario di lavoro. Posto che lavorare a progetto abbia l’indiscusso vantaggio di lasciare grandissima flessibilità nella gestione del tempo, io non mi incazzo con i ricercatori borsisti che lavorano sistematicamente dalle 10 alle 16. Prendono uno stipendio da fame con contratti rinnovati ogni sei mesi tra mille patemi d’animo ed imprevisti quindi, sapete cosa, fanno bene. Il problema è se in quelle sei ore (colazione, caffè, sigarette e pausa pranzo comprese) non si è professionali.
Mi capita di prendere aerei o treni per presentarmi ad appuntamenti fissati in largo anticipo e, arrivato sul posto, sentirmi dire “No, oggi non posso / La dr.ssa non c’è / Avevamo un appuntamento?”. Da questa situazione ho capito una cosa: non è un problema di educazione. Non solo, almeno.
Chi da un valore al proprio tempo, chi sa cosa significhi lavorare, impara immediatamente a non sprecarlo e diventa, contestualmente, sensibile al non voler sprecare neanche quello altrui. Chi al contrario non contempla ci sia un investimento di risorse dietro al lavoro degli altri è solo chi  in primis non valuta prezioso il proprio tempo. Quindi chi ne ha da perdere.
E’ una statistica che non teme smentite, fatta su un campione molto vasto. Al netto dell’inconveniente che capita a tutti e dello stronzo che lo fa apposta perchè in qualche modo si sente in diritto di mancarti di rispetto, il resto rientra nella casistica dei nullafacenti col camice. E sono tanti, troppi per un Paese che di fondi ne ha così pochi.

Come si è arrivati a questo?
Io non ho una risposta che giustifichi la totalità del fenomeno, ma ho certamente una spiegazione a parte del problema. In Italia fare ricerca è diventato un hobby.
Torniamo al sottoscritto. Io sono rimasto in laboratorio fino a 33 anni. Ero già sposato, quando ho mollato. Avevo già un mutuo (sebbene più piccolo di quello attuale), quando ho mollato.
Non avrei potuto farlo se non avessi alle spalle una famiglia che mi ha permesso di arrivare a quel punto, aiutandomi economicamente ad emanciparmi. Sono stato fortunato quindi, ma comunque non avrei potuto permettermi di restare in laboratorio ancora, certamente non oggi che ho due figli. Anche perchè in casa eravamo in due a fare ricerca.
Una prima selezione quindi la fa la possibilità economica di continuare ad investire ad oltranza in un sogno privo di prospettive tangibili.
La seconda selezione la fa il merito, ma in negativo. Siamo uno dei Paesi in cui il lavoro di ricerca è pagato meno, ma viviamo in un contesto globale in cui i propri dati ed il proprio CV sono disponibili ovunque nel mondo. Chi vale e riesce a dimostrarlo con i risultati ha mercato e, ovunque provi ad andare, trova gratificazioni economiche che in Italia non avrebbe. Quindi, 7 volte su 10, parte.
Non starò a fare pipponi sulla fuga di cervelli, ma questa è la situazione. La ricerca Italiana seleziona chi può permettersi di campare con 1000 euro al mese  (se va bene) e simultaneamente non ha la possibilità di andarsene via, per scelta di vita o perchè non è bravo abbastanza.
Non è un problema unicamente di fondi, è un problema di risorse umane che certamente ha avuto origine dalla mancanza di fondi, ma che ora è parte integrante del degrado. Gente che da vent’anni sta i laboratorio senza una minima spinta produttiva o professionale, che ha scelto questa carriera perchè offre orari comodi per andare a prendere i figli a scuola (non sono necessariamente donne, pare stupido precisarlo, ma ecco.). Non ho nulla contro queste persone, contro la loro scelta di vita e nemmeno contro il loro concetto di lavoro, se questo non fosse in un ambito finanziato coi soldi di tutti e, soprattutto, in costante mancanza di risorse economiche.

Per questo spesso dico che io non voglio che la ricerca nel nostro Paese riceva più fondi. Io voglio che venga riformata. Gli stessi soldi, distribuiti meglio e in base al reale merito invece che poco a tutti, farebbero già fare un salto di qualità al sistema.
Il dramma vero è che la ricerca ed i suoi finanziamenti, così come temo la scuola (realtà che trovo assimilabile pur non conoscendola da dentro) sono diventati unicamente un simbolo da brandire ai comizi, vuoto, un po’ come “prima gli italiani” o “basta tasse”. Fatichiamo ad accorgercene perchè a gridarlo siamo spesso noi che quegli slogan li critichiamo.
Noi che siamo dalla parte giusta del populismo.

Cose che non succederanno

I gironi.
Gli accoppiamenti.
Tanto usciamo subito.
L’Italia va in finale ogni 12 anni: 1970, 1982, 1994, 2006 e 2018.
Controllare gli orari delle partite.
Prendere permessi al lavoro.
Speriamo porti Balotelli.
Speriamo non porti Balotelli.
Come cazzo si fa a non capire che il modulo perfetto è il 433?
In Italia siamo tutti allenatori.
Dell’Inter non gioca nessuno perchè ha solo stranieri.
Ci voleva Lippi.
E’ la nazionale più scarsa di sempre.
Non seguo i mondiali perchè il calcio è per gli idioti.
Boicotto i mondiali perchè Putin.
La maglia più bella comunque è quella del Brasile.
Messi vince solo nel Barcellona.
Messi è sopravvalutato.
Quest’anno lo vince l’Olanda.
E’ l’anno del calcio africano.
Io tifo Inghilterra perchè l’Italia è un paese ridicolo e voto 5 stelle.
Dove la vediamo?
Beh prima della partita grigliatina.
Robi viene? Boh, forse passa per il secondo tempo.
Il caldo tremendo.
I bambini che piangono.
I bambini che ridono.
L’inno.
Noi siamo gli azzurri o i bianchi?
I vaffanculo alle morose, alle mogli, alle amiche.
Zero a zero con l’Azerbaijan.
Si ma non li fa i cambi?
Ci vogliono giocatori con esperienza internazionale, mica questi qui.
Siamo una squadra vecchia.
Doveva portare Cutrone.
La classifica avulsa.
Se noi vinciamo due a uno e il Portogallo pareggia con reti passiamo per secondi.
I gol.
Le esultanze.
I clacson.
Conti nuovo Grosso.
Verratti meglio di Pirlo.
Cento milioni per Belotti e poi la vince Gabbiadini.
Il passaggio del turno.
Gli scontri diretti.
La Russia è favorita perchè gioca in casa.
Speriamo di non beccare la Francia.
Speriamo di non beccare la Spagna.
Speriamo di non beccare la Germania.
Tanto con la Germania passiamo sempre noi.
Il fischio di inizio.
Esci Gigi, cazzo!
Giochiamo male.
Giochiamo bene.
Avanti così prima o poi segniamo.
Gol sbagliato, gol subito.
Non era fuorigioco?
Non era fuorigioco!
Giocano bene solo quelli della Juve.
I supplementari.
C’è ancora il golden gol?
Altri vaffanculo.
Son finiti i minuti regolamentari.
Son finite le birre.
I rigori.
Buffon non ne ha mai parato mezzo.
Metti Donnarumma.
PARATO!
Buffon pallone d’oro.
Speriamo Insigne non faccia il cucchiaio.
ALTO!
Le bestemmie.
Le lacrime.
Gli abbracci.

Mancano sette mesi all’estate del 2018 e fa già pesantemente schifo.