Turning Japanese

Viaggiare è una delle mie passioni principali, oggi, e le dedico un sacco di tempo. La maggior parte di questo ovviamente non è speso effettivamente viaggiando (magari), ma pianificando vacanze che forse non farò mai. Ho nel cassetto una tonnellata di itinerari, più o meno realizzabili, ma c’è un posto che non so perché non ho mai davvero considerato: il Giappone.
Non dico non ci andrei, ma di certo ci sono un sacco di altre destinazioni a cui darei la precedenza, avendo la possibilità. Eppure ci sono tantissimi aspetti della cultura nipponica che mi incuriosiscono e appassionano. Il primo, certamente, è la cucina.

Mangiare giapponese, a casa mia, è grossomodo sempre coinciso con l’andare in uno di quei ristoranti ormai comunemente chiamati All You Can Eat e sfondarsi di “sushi”, inteso come accozzaglia varia di pesce crudo e riso in proporzioni variabili. Leggenda vuole che la maggior parte di questi posti sia in realtà gestita da cinesi perchè 1) quando qualcosa è fake tendiamo a dire sia cinese 2) quando qualcuno è giallo tendiamo a dire sia cinese. Il fatto che entrambe queste motivazioni vi sembrino (a ragione) razziste non implica siano false.
Io ho uno splendido rapporto con i ristoranti giapponesi All You Can Eat, secondo solo a quello che ha mia moglie. Paola mangerebbe giapponese AYCE sempre, potendo farlo. Ha anche fatto un corso di cucina per imparare a fare maki e nigiri e devo dire che quando ha tempo di cimentarcisi le riescono esattamente come quelli fatti dai cinesi. 

In questo inizio di 2019 però ho avuto la possibilità di estendere un minimo la mia cultura sulla cucina giapponese, affacciandomi a due realtà che alzano il livello di parecchie spanne.
La prima esperienza è stata a fine gennaio, da Iyo.
Iyo è un ristorante giapponese stellato di Milano e, per i motivi che ho citato sopra, ho pensato potesse essere una buona idea regalare a Paola per Natale una cena da loro. 
Per il teorema del “se fai una roba, falla bene”, associato al comma “già che stai spendendo una fucilata, non stare a guardare il centesimo (pezzente)”, ho optato per il menù degustazione che, se masterchef mi ha insegnato qualcosa, dovrebbe essere il modo migliore per farsi un’idea del concetto di cucina proposto da uno chef. Il menù di Iyo comprendeva nove portate tra carne, pesce e dessert.
E’ stata un’esperienza mistica.
Lo so cosa state pensando: dopo che hai speso una cifra folle per mangiare, psicologicamente sei portato a pensare sia stato tutto buonissimo per quell’istinto che abbiamo tutti e che tende ad evitarci la spiacevole sensazione di sentirci dei coglioni, specie quando si parla di spendere soldi.
E invece no, perchè seppur non sia assiduo frequentatore di certi ristoranti (#graziealcazzo), non era la prima volta che mi capitava di mangiare in un ristorante stellato, ma la terza, e nessuna delle precedenti due mi aveva dato le stesse sensazioni. Anzi.*
Non starò qui a fare una disamina di tutte le portate, mi limiterò alla classifica delle mie tre preferite:
3° Ika somen 
2° Sashimi di Berice
1° Sushi IYO
Quest’ultimo ve lo racconto anche: 5 pezzi di “classico sushi” inteso come boccone di riso con sopra il pesce. Ricciola, capasanta, gambero crudo marinato, ventresca di tonno e anguilla. 5 gusti completamente diversi, ognuno dei quali mi ha fatto dire “OH MIO DIO IL MIGLIOR SUSHI DELLA MIA VITAAAAAHHH”.
Potendolo fare, tornerei a mangiarci ogni altro giorno che Dio manda in terra. 

La seconda esperienza invece l’ho fatta potendo sfruttare un regalo della mia azienda che, per festeggiare i cinque anni insieme, mi ha offerto una cena per due persone da Yazawa
Yazawa è l’unico ristorante d’Europa che permette di mangiare manzo wagyu giapponese cucinato al tavolo con un sistema tradizionale che, da che ho capito, è stato legale giusto in una finestra di mesi che ha permesso al titolare di aprire il locale, garantendogli l’esclusività.
Il giudizio su questa seconda esperienza però non è positivo quanto il precedente, seppur per motivi che esulano dalla soddisfazione che si prova nel mettersi in bocca del wagyu. Quella è incontestabile e mi rende felice di averla potuta sperimentare, soprattutto senza dover pagare di tasca mia.
Non tanto perchè fosse caro (lo era eh, anche se un filo meno di Iyo), ma perchè il prezzo pagato non vale, a mio avviso, la soddisfazione che se ne trae. Lo dico chiaro: sono uscito dal ristorante affamato e non mi capitava davvero a tantissimo tempo. Posso capire che la materia prima costi e che su quella si tenda a lesinare, ma almeno sul corollario potrebbero evitare di farsi venire il braccino. Il mio dessert, un gelato al matcha, stava in un bicchierino da shot che andrebbe stretto ai finger food più striminziti. Ed è gelato, cazzo, mica caviale.
La carne però, lo ribadisco, è davvero una roba che prima di assaggiarla non te la puoi immaginare. Parlandone con il ragazzo che ci ha serviti, gentilissimo, ho appreso che un manzo Wagyu giapponese costa circa 90K euro. Il corrispettivo Australiano, Neozelandese o Tedesco (i tre paesi principali in cui si alleva quella tipologia di bestia) sta intorno ai 6K euro al capo. Una chianina va per i 3.000 euro, mentre un manzo “standard” di solito costa sui 1.500. 
Li vale? Boh, ognuno ai soldi da un valore diverso. Per me, onestamente, non abbastanza da pensare di poter ripetere un’esperienza del genere, a meno di andare in Giappone, ma li lo farei per ragioni che vanno anche oltre il cibo.

Due cene molto diverse che però hanno contribuito a dare a questo mio 2019 una forte impronta nipponica, che però è andata ben oltre il cibo.
Ad inizio gennaio ho anche scoperto che sul finire del 2018 gli Envy hanno fatto uscire un EP di due pezzi che si chiama Alnair in August.
Il primo dei due lo metto qui sotto perchè è la cosa che ho ascoltato di più nell’ultimo mese, perchè è stupendo e perchè credo chiuda perfettamente questo post.

* per i più pettegoli: la prima volta in cui ho mangiato in un ristorante stellato è stata all’anniversario del primo anno di matrimonio, da Pierino Penati. Talmente a nostro agio nel contesto che Paola quasi sviene vedendo il menù senza prezzi (galanteria riservata alle signore e che lei ha genuinamente tradotto in “qui ci inculano a sangue”). Potrei citare molte scene analoghe, ma la più simpatica resta quella in cui chiedo il conto, il cameriere risponde: “Certamente, glielo porto subito. Gradisce una grappa?” e io penso: “Va che bel gesto, offrire una grappa in un ristorante così chic ad un poveraccio come me.”. Me l’hanno fatta pagare. Otto euro. Mi sale ancora oggi l’odio solo a pensarci. Per me potrebbe chiudere ieri.
La seconda volta invece è stata per l’anniversario dei cinque anni e siamo andati da Innocenti Evasioni. Decisamente meno a disagio della prima volta, fatico però a ricordare un singolo piatto di quella cena e questo credo non sia un bel segnale. Non ero uscito insoddisfatto o scontento, solo indifferente e, visto il prezzo, non è una bella cosa. Ricordo uno dei vini che mi avevano proposto in associazione ad un piatto però, infatti mi capita ancora oggi di ricomprarlo. Online.

Bohemian Rhapsody

Ieri, davvero contro ogni previsione, sono andato a vedermi il film sui Queen.
Non credevo che alla fine lo avrei visto, certamente non al cinema: la storia dei Queen non mi sembrava avesse davvero nulla che valesse la pena raccontare e dal punto di vista musicale ho smesso di ritenere i Queen rilevanti grossomodo in terza media.
Come capita a volte però ho iniziato a chiacchierarne con alcuni amici su whatsapp, tra cui un fan piuttosto hardcore che se lo era già sparato due volte e che avrebbe fatto volentieri tripletta qualora mi fosse servito un accompagnatore, e mi sono fatto tirare in mezzo. Esistono cose peggiori di andare al cinema a vedere un film che non ti interessa, persino dell’andare a spararsi un film brutto.
L’unica curiosità vera che avevo nei confronti di questo Bohemian Rhapsody stava nel livello di adorazione per il Grande Artista che ci avrei trovato dentro.

Qui serve una nota che normalmente avrei messo in fondo usando un asterisco, ma che invece è necessario inserire subito a spaccare il discorso.
E’ il  2005, sono con lo stesso amico di cui sopra in un negozio di board game a Romano di Lombardia per acquistare i premi per i vincitori di un torneo di giochi di ruolo che avevamo messo in piedi. Nello stesso negozio c’è sto bergamasco che pare uscito da una gara di sosia di Freddie Mercury: stessi abiti, stessi baffi, stessi ray-ban a specchio. Non siamo ad un concerto dei Queen o di una cover band, non è carnevale, non è Halloween. E’ un cazzo di sabato mattina  qualsiasi di settembre e sto tizio è agghindato come Freddie Mercury in un negozio di giochi da tavolo. Il mio amico inizia a parlarci dei Queen, come se non fossimo al cospetto di un individuo di cui avere paura, e nel discorso il cantante è sempre e solo nominato con l’appellativo di Grande Artista.
Lo ricordo come fosse successo ieri.

I fan dei Queen sono una setta religiosa. Come in tutte le religioni ci sono delle sfumature nel credo di ciascuno, il fondamentalismo non è prassi, però a tutti gli adepti è comune l’approccio per cui l’argomento vada trattato con rigore, rispetto e senza mai mettere in discussione nemmeno per sbaglio il monoteismo su cui si radica. Non sono tantissimi i gruppi musicali che “godono” di una fanbase di questo tipo. I Queen sono la band del nerdismo musicale, dando a nerdismo l’accezione più dispregiativa possibile. Arrivando dai GdR so quello di cui parlo, non a caso moltissimi nerd hanno la fissa dei Queen.
Era quindi tutto sommato scontato trovarsi di fronte ad un’opera evangelica in cui il Grande Artista magari non moltiplica pani e pesci, ma scrive l’intro al piano di Bohemian Rhapsody di getto, in una posizione in cui pure Beethoven avrebbe qualche difficoltà e in piena euforia post coito.
Il mio amico non ha notato questa cosa, ma si è accorto che nel film mostrano il processo di scrittura di We Will Rock You con Freddie Mercury che ha i baffi, quando tutti sanno che i baffi sarebbero arrivati dopo. Voglio bene al mio amico eh, ma è sempre per darvi il quadro.
La verità però è che tutto sommato il livello di devozione e riverenza messo in campo non infastidisce più di tanto e permette al film di andare avanti tranquillo sui binari di qualsiasi altra favola del cinema, con lo stesso ritmo, gli stessi cambi di tono tra gli atti e le stesse dinamiche tra i personaggi. Che, se vogliamo, per un film sui Queen è una scelta quasi meta.
L’unico obbiettivo del film è portarti sul palco del Live Aid e farti montare la pelle d’oca quando attacca Hammer to Fall.
Ce la fa?
Sì, mannaggia al cazzo, ce la fa eccome.

Se sei nato negli anni ’80 credo sia illegale non aver avuto un passato in qualche modo segnato dai Queen. Io ce l’ho avuto alle medie, quando il Greatest Hits II era il mio disco del cuore insieme a Fronte del Palco di Vasco e Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. 
I miei pezzi preferiti erano quelli più caciaroni: I Want It All, Invisible Man, One Vision, Hammer to Fall, Breakthru, le chitarre di Innuendo. Forse ci si poteva vedere già una certa propensione alla merda che avrei amato negli anni a seguire, non so. Killer Queen mi ha sempre e solo spaccato i coglioni, forse uno dei casi più eclatanti di titolo fuorviante della storia della musica.
Crescendo ho imparato ad allontanarmi dalla devozione che chi ascolta i Queen ha per i Queen e, tolta quella, non mi è rimasto poi molto tra le ragioni per andare avanti a metterli in cuffia, così l’ho piantata lì.
Questa mattina ho deciso di provare a riascoltare il Live @ Wembley dell’86 e, come pronosticabile, ho avuto seri problemi ad arrivare in fondo. L’accoppiata A Kind of Magic / Under Pressure non la tolleravo nemmeno a 10 anni, così come non ho mai sopportato il pubblico che canta drammaticamente fuori tempo Another One Bites the Dust. Dio, che fastidio. A Brighton Rock Solo ho spento tutto.
Non basta un film di propaganda ben fatto per farmeli rivalutare, ecco.

Forse però, se non avete due ore e passa da dedicare ad un gruppo di cosplayer che promuove il Verbo sul grande schermo, avete venticinque minuti per riguardarvi la loro performance al Live Aid del 1985.
Credo che, tutto sommato, ci siano modi peggiori anche di impiegare 25 minuti.

La polemichetta su Anastasio

Quest’anno non ho guardato X Factor.
Credo sia il primo anno da quando pago Sky, quindi dal lontano 2012, in cui non seguo il Sanremo della mia generazione. Fa strano perchè il mio abbonamento Sky ormai comprende solamente il pacchetto base, tenuto proprio per poter seguire gli show principali del canale satellitare: Masterchef e, appunto, X Factor.
Il primo lo abbiamo abbandonato l’anno scorso, il secondo quest’anno. Potrei quasi disdire il servizio, ma non divaghiamo.
Quest’anno non ho seguito X Factor essenzialmente per due motivi:
1) trovo ormai il format di una noia ciclopica, sia per le cento puntate che impiega ad arrivare ai live, sia per la struttura dei live stessi.
2) dopo aver visto la prima puntata non ho trovato nessuno dei concorrenti degno del mio tempo, che preciso valere davvero molto poco.
Come capita per Sanremo però, è impossibile vivere il mese della kermesse senza sapere cosa ci stia capitando dentro, quindi pur non avendoli sentiti suonare sono arrivato a ieri ampiamente a conoscenza di chi fossero i vari Anastasio, Naomi, Luna e compagnia cantante (ihihih). Normale amministrazione per chi vive in una società e non necessita di essere convertito da indomiti missionari.

Il banco me l’ha fatto saltare ieri Noisey, pubblicando un’incredibile inchiesta  (!!!) riguardo Anastasio, poche ore prima della sua incoronazione (SPOILER! Va scritto prima?). I temi centrali dell’articolo sono essenzialmente due: le simpatie del ragazzo per gente poco raccomandabile come Salvini, Trump e Casa Pound e quanto queste rendano possibile/plausibile il PERCORSO dello stesso sulla via del RAP. Uso il caps lock per certe parole perchè me lo ha insegnato AMARGINE.
In merito al primo argomento credo ci sia poco da dire. Non ho stima per quei personaggi, non ho stima per chi li segue o li supporta, nè per chi li vota. Diciamo che mi fa proprio schifo tutto quello che sta intorno a quel mondo lì. Che è merda senza appello nè possibilità di redenzione. Chiaro, spero.
Il secondo argomento invece è un po’ più sfaccettato, a mio avviso. Cito dal pezzo di Noisey:

[…]una serie di preferenze politiche piuttosto singolari per qualcuno che da grande vorrebbe essere un rapper.
[…]sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fino alla chiusa che, a a costo di sembrare troppo malizioso, suona come “magari non fatelo/facciamolo vincere”.

Io non lo so se un rapper non possa essere di destra/fascista.
Non ho ascoltato più di tanto rap nella mia vita, ultimamente forse qualcosa in più, ma certamente non abbastanza da parlarne in termini generali. Ho ascoltato, anche mio malgrado, un bel po’ del rap italiano però e, onestamente, non mi sono mai posto la domanda di cosa votassero Gue Pequeno, Marracash, Fabri Fibra o anche solo J-Ax ai tempi degli Articolo 31.
I testi non sono un parametro utilizzabile per farsi questo tipo di idea, ho imparato. Ci ho messo un po’ perchè nel mondo musicale da cui vengo io dei testi mi sono spesso curato pochissimo, ma quando proprio volevano avere una dimensione di denuncia sociale, tendevano a prendere una posizione piuttosto netta.
Col rap non è così, mi dicono. I testi del rap italiano hanno una portata diversa perchè spesso il rapper è un personaggio distinto dalla persona che vive fuori dai palchi e molte volte quello che finisce dentro al racconto è l’immagine cruda della società, descritta per quello che è senza necessariamente ci sia in chi la descrive una sorta di “approvazione” ai comportamenti di cui si parla. Una variante del concetto di “retweet is not endorsment”, se vogliamo. E’ contorto, lo so, però è una chiave di lettura che esiste a prescindere dalla mia capacità di comprenderla. Lo sbaglio di noi vecchi è cercare o peggio trovare messaggi dove non ce ne sono, in estrema sintesi.

Se non posso basarmi sui testi, non ho molto altro per farmi un’idea sulle preferenze politiche di un rapper, quindi a meno di voler pensare che nessuno dei cento miliardi di rappusi (cit.) che infestano il nostro Paese voti a destra, direi che c’è ampio margine per credere che si possa tranquillamente fare rap votando Salvini, Berlusconi, Casa Pound e pure Hitler, fosse ancora eleggibile.
Certo, come dice Salmo “qualcosa non torna”, ma Salmo è lo stesso che come primo punto della sua agenda politica ha la pace fiscale, quindi qualcosa non torna manco a me. Disco di Salmo clamoroso, by the way.
Conclusione 1: fare il rapper avendo simpatie di destra non è impossibile e non credo manco tanto singolare, checché ne dica Noisey.

La seconda parte del pezzo sarebbe dovuta essere sui parametri che secondo Noisey una persona dovrebbe valutare prima di ascoltare della musica o supportare un’artista. Siccome non credo di essermi mai annoiato così tanto a scrivere un pezzo come questa volta (non lo cestino solo perchè temo di non scriverne altri a dicembre e quindi di finire per bucare il mese), la faccio brevissima.
Se Anastasio sceglie di rendere pubblica la sua ideologia politica è giusto che chi ritiene quel parametro importante nella definizione del proprio gusto musicale agisca di conseguenza. Mi chiedo se queste persone si accertino delle preferenze politiche di ciascun cantante che ascoltano o se la regola sia “fino a che non me lo sbatti in faccia ti do il beneficio del dubbio”. In questo secondo caso, se lo chiedete a me, c’è un elefante nella stanza.

La terza parte del pezzo avrebbe dovuto fondere questa storia con la questione di Sfera Ebbasta e del dibattito che è scaturito dalla tragedia di Corinaldo. Anche qui, la faccio breve: una volta un tizio mi diceva che tanta musica ti spinge ad accendere il cervello anche solo per capire che ti vuoi dissociare da quel che stai sentendo. Ed è una roba importantissima.
Come è importante trovare nella musica una valvola di sfogo per il malessere che tutti vivono in adolescenza. Da vecchio quale sono posso solo sperare che i miei figli ascoltino roba che non capisco, roba violenta,  irrispettosa, truce, radicale, ignorante e vivadio BRUTTA IN CULO. Il momento di preoccuparsi è quando tuo figlio sembra vivere nella pubblicità dei biscotti, perchè quella roba lì non è che non c’è, è solo che non la vedi.

Pezzo più brutto e inutile del 2018? Direi di sì.

Una cosa divertente (che non farò mai più)

Intorno alla metà di Luglio @bidizeta ha scritto il tweet qui sotto:

A me è sembrata una bella idea, forse anche perchè ho immediatamente pensato al momento che avrei avuto voglia di raccontare, così ho iniziato a scrivere in giro e chiedere se qualcuno fosse interessato a fare, davvero, questa cosa. Molti “sì” e qualche “forse” nei mesi si sono trasformati in molti “forse” e altrettanti “no”, ma alla fine della fiera qualcuno che ce l’ha fatta a mandarmi un raccontino c’è stato e così li ho messi insieme in una raccolta .pdf di una sessantina di pagine.
Non sono un editore, non ho mai lavorato nell’ambito nemmeno di striscio, quindi probabilmente ho commesso una serie infinita di errori nel definire le scadenze e nel modo in cui ho provato a farle rispettare. E’ possibile che, se fossi andato avanti ad aspettare, avrei raccolto qualche pagina in più, ma mi sembrava poco rispettoso nei confronti di quelle persone che invece per arrivare entro i termini ci si sono sbattute. Si tratta di una cosa fatta unicamente per divertimento, quindi immaginavo dal principio che qualcuno alla fine non ce l’avrebbe fatta a starci dentro, spero solo nessuno se la sia presa per la mia decisione di non aspettare oltre. 

La raccolta contiene dodici raccontini più l’immagine di copertina, che è un’ulteriore storia che abbiamo provato a raccontare.
Hanno partecipato, in rigoroso ordine di apparizione: Gozer Vision, Steven Senegal, Roberto Gennari, Isidoro Meli, Michele Borgogni, Andrea Giunchi, Enzo Baruffaldi, Nanni Cobretti, vali, Luca Doldi, Claudia e Pietro “Pier” Lofrano.
Li ringrazio tutti per l’ennesima volta.

Tra i raccontini ce n’è ovviamente anche uno mio, racconta un avvenimento di cui avevo già scritto qui sopra a caldo, ma credo messo giù meglio.
Non sono tante le volte in cui sono soddisfatto di quello che scrivo, soprattutto perchè non sono tante le volte in cui mi prendo il tempo di scrivere con calma, senza pubblicazione immediata, potendo rileggere e rivedere il testo diverse volte, modificandolo in più riprese.
L’ho fatto leggere in anteprima a tre persone, prima di definirlo “finito”, e tutte e tre me lo hanno mezzo stroncato, con motivazioni diverse e a volte divergenti. Questo anche per dare un metro del mio essere soddisfatto di me.

Cliccando sulla copertina qui sotto vi scaricate la raccolta.

Honestly, I’m a mess

Il disco dei Sorority Noise con gli underscore nel titolo è uno di quei dischi che mi destabilizzano emotivamente, forse l’unico uscito negli anni in cui non ho più tempo, voglia o attitudine a farmi cambiare l’umore da delle canzoni. Lo ascolto e mi viene voglia di piangere, urlare, vomitare fuori emozioni che ormai sono abituato a relegare in un non meglio precisato contenitore a tenuta stagna che credo stia da qualche parte tra le mie budella.
Quando dicono che la vita alla fine ti piega penso sempre ad un discorso di omologazione, ma è probabile sia più una roba legata alla capacità di provare emozioni senza doverle per forza di cose controllare. Alla base c’é la stessa necessità del quarantenne che si lancia col paracadute o che si imbuca alle feste universitarie: trovare il maledetto contenitore, farci un buco e lasciar filtrare fuori qualcosa.
Non so se ci sia altro in grado di definirci vivi se non il provare qualcosa di inspiegabile che monta dalla pancia e ti sale su per la colonna vertebrale senza che tu riesca a capirne il motivo, senza che tu possa razionalizzare.
Chiamatela crisi di mezza età, se volete, nel mio personale caso credo sia tutto legato al fatto che meno mi sento vivo e meno penso al fatto che non lo sarò per sempre e, sarà banale, ma dopo anni di insonnia e attacchi di panico va gran bene così.
Per questo odio questo maledetto disco.
E per lo stesso fottuto motivo continuo ad ascoltarlo.

Una roba lunga sugli Ataris

Questa storia inizia nel 2000.
Sono i primi mesi di università, si fa lezione in aule da 200 cristiani dove se arrivi lungo ti tocca stare seduto sulle scale. Un cambio di vita e prospettiva piuttosto radicale.
Dopo il rodaggio iniziale ho finalmente un mio “gruppo di studio”, inteso come insieme di persone che provi a cercare nei corridoi prima delle lezioni per bere un caffè o con cui cerchi di stare mentre sei in ateneo. E’ composto al 35% da gente disposta in ogni momento a mettere su una partita di briscola chiamata e per il 60% da ragazzi intenti a provarci con la Simo, una delle due persone del mio liceo in tutto il corso. Il restante 5% della comitiva era composto dalla Ros, l’altra frisina, e da Alessia, da qui in poi Lale (inteso proprio dal 2000 in avanti).
Lale non aveva mire sessuali nei confronti della Simo e, se la memoria non mi inganna, non giocava a carte, però stava con noi. Io ci ho legato subito perchè in comune avevamo la passione per un certo punk-rock. In relazione alla mia vita, le riconosco tre grandi meriti:
3) Dopo mesi passati a cercare di capire di chi fosse un pezzo che avevo sentito al Rainbow e che mi aveva folgorato, lei una mattina mi disse “E’ Alien 8 dei Lagwagon” con tutta la naturalezza del mondo.
2) Ha fatto sì che nei ringraziamenti della mia tesi di laurea scrivessi: “ringrazio la mia mamma che mi ha fatto così funky” per tener fede a una promessa/scommessa.
1) Mi ha passato Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits degli Ataris, che sarebbe diventato per tantissimi anni il mio disco preferito della mia band preferita.

Conoscevo gli Ataris di nome, era scritto su un cappellino che ogni tanto metteva Dani dei Murder, We Wrote quando suonava all’Arci di Arcore. Non sto a divagare ulteriormente, ma i MWW erano un’altra bella fissa per me, quindi l’endorsement dal Dani mi aveva acceso una certa curiosità. 
Mi ricordo quando ho messo su il disco la prima volta perchè il primissimo impatto mi fece incazzare.
Io ho questo problema: odio, letteralmente e visceralmente, i dischi belli registrati col culo. Se vieni su con i miei gusti musicali ne incroci una cifra di dischi così: canzoni stupende e suoni da bestemmie, che fanno sì prima o poi io molli il colpo e smetta di ascoltarli, dimenticandomene. Ci sono pochissime eccezioni a questa regola, la più eclatante è The power of failing perchè lì i suoni orrendi diventano addirittura un valore aggiunto, ma è appunto un’eccezione.
Fatto sta che i primi 15″ di Blue skies hanno quell’effetto che li fa sembrare una roba DIY anni ’80. Penso: “Se suona così speriamo sia anche una merda”, poi però salta fuori che si tratta di una scelta estetica e i suoni esplodono nella loro perfezione.
Io regalo il mio cuore a Kris Roe ora, per sempre e nei secoli dei secoli amen.
E’ un disco fondamentale, nella mia crescita musicale, questo qui. Ci sono i dischi preferiti, che ti si inchiodano addosso per la vita, e i dischi importanti, grazie ai quali ti formi e cresci. Nell’intersezione tra i due insiemi ci stanno in pochissimi, ma Blu skyes è uno di loro.
Per prima cosa ha messo in discussione l’unico dogma che ho sempre avuto, ovvero che la musica figa dovesse essere veloce. Stiamo sempre parlando di un disco punk-rock, mica di Bach, però fino a quel punto lì io cercavo robe che andassero più spedite delle precedenti e questo è stato il momento in cui mi sono fermato e ho iniziato ad aprirmi a soluzioni diverse. In Your boyfriend sucks per esempio c’è questa coda che dura quasi metà pezzo, costruita su un riff ossessivo e una voce che ci parla sopra. Non dico sia una roba ostica, ma certamente per me era spiazzante.
In secondo luogo aggiungeva una nuova dimensione allo scopo per cui io ascoltavo musica: non era più solo per stare bene o per sfogare sentimenti di pseudo ribellione tardo adolescenziale, ora avevo il disco per quando ero “preso male”, un mood in cui alla fine ho imparato a crogiolarmi, soprattutto nei primi anni del nuovo millennio.

Quando penso a Blu skies penso ad un disco perfetto, ma non lo è. E’ troppo lungo ed ha una seconda metà decisamente sotto al livello della prima, per dire, eppure è proprio il suo lato A ad avergli cucito addosso quest’aura di capolavoro. Voglio dire, fino a The Last Song I Will Ever Write About a Girl è una roba oltre il clamoroso, non mi viene in mente un altro disco che tenga il livello così alto per otto tracce consecutive. Non esagero eh, nella mia vita ci sono dischi che ho amato anche più di questo (pochi, onestamente), ma a nessuno riconosco un nucleo più lungo di pezzi senza il minimo calo, neanche accennato, in termini di intensità dell’emozione che si tira appresso. 
In mezzo a queste otto tracce poi c’è questa doppietta:

Ho sempre faticato a vederle come due canzoni separate, per me sono una roba sola. Una prima parte emotivamente devastante ed una seconda per dare sfogo alla frustrazione e al malessere nel modo più violento possibile.

I guess that I’m wrong
for falling in love

Record mondiale di pelle d’oca, distanza corpo di Manq, insuperato da 18 anni circa.
Risparmiatemi i pippotti sulla portata del contenuto perchè quali che siano i temi che possano starvi a cuore, a vent’anni quella roba lì sta in cima alle priorità di tutti, in positivo o in negativo che sia. 
E’ difficile tirare fuori singoli aspetti da sottolineare in un disco che si venera come io venero Blue skyes perchè è tutto giusto nel suo insieme, eppure c’è una roba che per me è sempre stata la chiave di volta: la batteria.
Non credo che Chris Knapp sia stato il miglio batterista che ho visto suonare, ma è certamente tutt’ora uno dei miei preferiti di sempre. Non so se fosse una questione di stile, di ritmica, di precisione o di tutte queste cose insieme, ma aveva la capacità di cappottarti facendo robe che sembravano semplicissime. Potrei sbagliare, ma gli Ataris sono la prima band di cui ho ascoltato i dischi concentrandomi solo sulla batteria, fissandomi sui dettagli. Anche in questo mi hanno formato e se ancora oggi perdo ore a guardare video di gente che suona la batteria su youtube è per questo disco qui.
Riascoltatevi la batteria di I won’t spend another night alone, fatevi un favore.

End is forever è uscito l’anno successivo, nel 2001. Nel complesso è certamente più omogeneo, si prende un paio di momenti per alzare l’asticella ai livelli della prima parte del precedente, ma se si ignora quella porcheria inspiegabile che è Teenage Riot, fila via senza dare l’impressione di avere parti drasticamente inferiori ad altre. Dentro End is forever ci sono due canzoni della vita, una è Fast times at drop-out high, di cui ho scritto brevemente giorni fa, quando sono caduto in questo pesantissimo trip per gli Ataris. L’altra è questa qui.

Le canzoni della vita nel mio caso non sono poche, ma neanche tantissime. Che più di una di queste sia stata scritta da Kris Roe ribadisce ancora una volta la dimensione della faccenda.
Nel complesso questo disco ha suoni meno fighi di quello prima, credo soprattutto per via delle chitarre più “impastate”, però compensa con una struttura dei pezzi generalmente più complessa, che non disdegna di provare ad aggiungere qualche sovrastruttura al classico suono chitarra-basso-batteria su cui si fonda il punk-rock. Un altro step di evoluzione in cui mi sono fatto guidare e che mi ha aperto il campo visivo di qualche ulteriore grado.

Messi in fila, Blue skies e End is forever sono quello che intendo quando parlo di Ataris. Il primo disco, …anywhere but here, è una robetta piacevolissima, ma di cui a mente fredda non riuscirei a ricordare molto più di un paio di tracce, tipo questa. Con quelli dopo invece iniziano i guai.
So long, Astoria è il disco che li ha consacrati al grande pubblico, grazie soprattutto alla cover di Boys of summer. Non credo ci siano cose più frustranti del consegnare alla storia due dischi spaventosi e ricevere i favori delle masse per una cover, se esistono spero vivamente di non viverle mai. Mentre scrivo ipotizzo siano passati quindici anni da quando ho messo su l’ultima volta So Long, Astoria dall’inizio alla fine, quindi l’ultima volta deve essere successo poco dopo la sua uscita nel 2003.
Io facevo ancora l’università e il giorno in cui uscì sfruttai un buco nel palinsesto delle lezioni per andare a Mariposa, sempre con Lale, per comprarlo. A scatola chiusa. E’ una roba che ho fatto meno di cinque volte nella mia vita quella di comprare un disco il giorno dell’uscita e senza ascoltarlo prima, è andata quasi sempre male. 
Non saprei dire se sia davvero brutto come lo ricordo, a rimetterlo su non ci penso manco per il cazzo. I pezzi di cui la memoria è sopravvissuta, probabilmente perchè infilati in qualche mixtape sentita negli anni successivi, non sono poi così terribili. Non so se il fatto che quel disco sia stato quello del passaggio su major abbia avuto un peso nella realizzazione e nel risultato, però di nuovo, se ha fatto successo l’ha fatto per via di una cover e questo non può essere un buon segno, comunque la si voglia leggere. 
E infatti,  di lì a poco, è andato tutto grossomodo affanculo.

La band, che già nella sua storia fino a quel momento aveva avuto una vita più travagliata della media, collassa su sè stessa. Kris ne prende atto e fa l’ennesimo salto in avanti sul percorso che ha in testa e che, a quel punto, vede onestamente solo lui. Mette insieme una line up di tipo sette elementi per cavar fuori un disco a tutti gli effetti indie/alternative talmente votato a distanziarsi da quel che era stato prima da seppellire sotto una tonnellata di effetti pure la sua voce, unico elemento che avrebbe riportato l’ascoltatore all’ovile qualunque fosse il suono del disco. 
Vuoi il fatto che Chris non fosse più nella band, vuoi l’impatto completamente spiazzante che i primi secondi di Not capable of love possono aver avuto su uno che con gli Ataris ha avuto la storia che ho avuto io, Welcome the night lo sto ascoltando per intero oggi, 4 settembre 2018, per la prima volta.
Chiariamo: non è che allora non avessi gli strumenti per digerire una cosa così, ormai ero un ascoltatore “maturo”. E’ più che vivo la musica a mio modo. 
Ho talmente tanti ricordi legati a doppia mandata con canzoni e gruppi da considerare questi ultimi parte della mia vita, alla stregua degli amici. Accettare che uno di loro cambi vita o se vogliamo evolva, qualunque cosa significhi, è destabilizzante. Ci si sente traditi, anche se in realtà è più il fatto che in una vita con fin troppe variabili avere cose su cui fare affidamento è un salvagente gigante. E’ vero oggi, ma era drammaticamente più vero nel 2007.
Poi spesso è più questione dell’essere spaventati all’idea di dover evolvere a nostra volta, quindi si stigmatizza il percorso degli altri arroccandosi su posizioni che poi ci rendiamo conto di aver mollato per strada senza nemmeno rendercene conto perchè troppo impegnati a vivere. 
Il succo è che ignorare Welcome the night per undici anni non è tra le migliori decisioni della mia vita.

Scrivere questo interminabile post mi sta portando ad affrontare un processo riabilitativo di cui non ho avuto bisogno nemmeno per ricucire rapporti grossi, reali, che ad un certo punto della mia vita si sono spaccati.
Ripenso alle ultime volte che ho incrociato Kris Roe: dalla volta in cui si è presentato chitarra e voce per celebrare i dieci anni di Blue skyes senza suonare gran parte dei pezzi che lo compongono, a quando l’ho rivisto full band nel 2013 fare un concerto a mio avviso privo della benché minima logica in termini di suoni, scaletta e atteggiamento. L’ultima volta che è passato di qui non sono nemmeno andato, tanto per dire, ed è uno sgarro che riservo davvero a pochi dei miei eroi di infanzia.
E che probabilmente KR non si merita.

Onestamente non ho idea di che fine abbia fatto Chris Knapp. So che Mike Davenport, quello che nei miei dischi preferiti suonava il basso, oggi è in galera per una maxi truffa immobiliare. E’ certamente successo qualcosa in quel 2003 che ha mandato tutto a rotoli, su più livelli. 
Kris Roe però è sempre lui. Uno che nel 1999 viveva in un furgone a Santa Barbara pur di non darla su e potermi regalare alcuni dei momenti più indimenticabili della mia vita. Uno che nel 2009, ormai rimasto solo, girava l’europa zaino e chitarra in spalla per portare in giro i suoi pezzi. Uno che nella sua vita ha combinato probabilmente più casini di quanti fosse in grado di gestire, tra figli avuti troppo presto e soldi finiti chissà dove. Uno che ancora oggi è convinto che presto o tardi uscirà un nuovo disco a nome Ataris perchè la sua vita è quella cosa lì e lo sarà sempre.
Uno che, comunque sia, resta tutt’ora capace di scrivere grandi canzoni.

Sulla mensola della mia libreria di casa c’è una cornice nera.
Dentro c’è una foto, raffigura un’insegna blu con la scritta Blu Skyes.
E’ una stampa originale dello scatto usato per la copertina del disco, fatta proprio da Kris Roe.
Me l’ha data lui e in un angolo c’è la sua firma.
Con ogni probabilità è l’oggetto che per me ha più valore in tutta casa.

Scrivo un blog da tredici anni, questo post sarebbe dovuto uscire molto prima.


Questo pezzo in linea teorica sarebbe dovuto uscire il 13 aprile 2019 per il ventennale di Blue Skies. Sì, ho in calendario gli anniversari dei dischi di cui vorrei scrivere, ma non è questo il punto. 
Il punto è che recentemente sono entrato un po’ in fissa con gli Ataris e mi sono reso conto di non averne mai scritto in maniera esaustiva. Pensandoci su un attimo avrebbe poco senso farlo tirando in mezzo un solo disco, tantomeno aspettare sei mesi. Quindi eccoci qui.

Fast Times At Drop-Out High

Sto riorganizzando foto e appunti per il report delle vacanze, ho Spotify in cuffia. Su amazon c’era in offertissima a 4,98 euro “The young and the hopeless” dei Good Charlotte e l’ho comprato, quindi me lo sono rimesso su per vedere che effetto facesse tipo sedici anni dopo (SPOILER: ottimo effetto, anche se scrivere sedici anni dopo mi ha incrinato il cervello).
Va beh, dicevamo, son qui che lavoro e quando il disco finisce ne ascolto un altro, poi un altro, poi un altro. Arrivo al punto che di lavorare alla pagina non ho più cazzi, ma mi va ancora di ascoltare roba e così passo sul tubo. In quel momento avevo in cuffia gli Ataris quindi riparto da lì e arrivo ad un video che mi ricorda come mai, per una certa parte della mia vita, gli Ataris siano stati una roba imprescindibile.
Il mio gruppo preferito.

Il video lo metto qui sotto, la canzone sta tra i miei personalissimi pezzi della vita.


Arcade Boyz vs. Tormento

Ognuno di noi ha un passatempo inspiegabile, un’attività che apparentemente non c’entra niente con i propri interessi e che pure occupa una porzione significativa del proprio tempo libero.
Il mio è seguire le storie del rap italiano.
Ho iniziato come un voyeur qualsiasi, solo che invece di cercare in TV qualche programma trash in cui la gente si scanna senza alcuna ragione comprensibile/plausibile io scanalavo su youtube alla ricerca di qualche video di dissing tra rapper. Non ho bene idea di come sia partita perchè io il rap non lo seguo, come suono mi fa generalmente cagare e racconta spesso cose tremendamente lontane dal mio immaginario e dal mio vissuto.
I dissing all’inizio li cercavo nei pezzi, che spesso scoprivo essere gli unici ad interessarmi all’interno della produzione di molti rapper (Evidence#1), ma poi sono passato ai video in cui i pischelli montano insieme le instagram stories dei vari rapper, ricostruendo polemiche sterili in cui gente che spesso non ho idea di chi sia si scanna su questioni che non capisco (Evidence#2). 
Mi ci appassiono a bestia. 
Non giudicatemi.

Non è difficile capire come questa mia perversa passione mi abbia portato presto al canale degli Arcade Boyz. Non che loro si occupino di dissing, anche se star qui a fare distinguo ha un senso relativo, loro fanno video in cui commentano pezzi e videoclip della scena. A modo loro, ovvero in maniera provocatoria, eccessiva e volutamente “violenta”, se mi passate il termine. Non è il linguaggio che mi appassiona, ho vissuto trent’anni in una compagnia scurrile e blasfema quindi sentire gente che bestemmia sul tubo non ha quel fascino esotico o proibito che può avere sui ragazzini. A tirarmi dentro è il loro modo di andare dritti e provare a tirar fuori dei concetti, da cui magari diverse volte sento di essere ultra distante, ma che mi portano sempre a fare il clic col cervello e pensare a quel che stanno dicendo.
Il loro modo crudo e diretto di relazionarsi al pubblico porta a riflettere sul contenuto e quindi ho iniziato a seguirli più per quello che non per il loro concetto di intrattenimento. A volte rido eh, non ho una scopa in culo, però ecco non metto mai un loro video con l’idea di sganasciarmi.

Oggi, mentre rientravo dal lavoro, ho beccato la registrazione di una loro diretta in cui fanno una specie di intervista a Tormento, prendendo spunto da una polemica recente uscita proprio su instagram e ripubblicata sul tubo dagli immancabili gossippari del rap, che dio li benedica (Evidence#3).
Ne è venuta fuori un’ora di discussione che a mio avviso ha molte più cose da dire rispetto alla gran parte del materiale a tema musica con cui quotidianamente entro in contatto, quindi non solo in ambito rap.
E non me lo sarei mai aspettato.
Non è tutto buono, non sono 64 minuti di Verità, ma ci sono una tonnellata di spunti di riflessione, tante questioni analizzate da diverse prospettive e qualche sberlone in faccia a chi ascolta, atto a svegliarlo dal torpore in cui ormai si vive. Quindi adesso la linko qui sotto così ve la guardate/ascoltate.

Tormento, se me lo chiedete, ne esce abbastanza da gigante.

Alla fine, non è questo che dovremmo chiedere a internet? 
Comunicazione non convenzionale, approcci trasversali a questioni ormai trattate sempre e solo con lo stesso format, libertà di espressione e contenuti che ci aiutino a aprire il nostro campo visivo.
Invece usiamo internet e i social con lo scopo esattamente opposto: circondarci di gente che la pensa come noi e selezionare solo contenuti che ci diano conferme. Abbiamo lo strumento per costruire un pensiero critico e lo approcciamo come mia nonna approcciava il vangelo. Lo faccio pure io eh.

Gira voce che gli Arcade Boyz siano vicini agli ambienti di destra, alcuni dicono estrema. C’è un botto di gente in giro che sostiene, non senza motivazioni comprensibili, che in questo momento storico con la destra non ci si debba parlare. Che sia il momento di mettere dei limiti e dei paletti alla tolleranza.
Da parte mia, conosco talmente tanta gente che ragiona come si ragiona a destra professandosi di sinistra (e votando a sinistra) che le appartenenze politiche hanno assunto un peso piuttosto relativo, specie se si parla di questioni che con la politica convenzionale c’entrano molto marginalmente. Preferisco ascoltare quel che si dice e valutarlo in relazione a quel che penso io e, se non ho una posizione sull’argomento, cercare di capire se sia o meno il caso di farsene una. 
Che poi, andando a guardare, ci sono poche cose più Politiche in musica del rap italiano, ma spero si capisca cosa intendo quando distinguo politica e Politica. Nell’intervista c’è tutta una parte relativa alla droga nel rap ed è una delle cose a cui mi riferisco. 

Non vorrei chiudere con uno di quei pensierini che trovate su instagram sotto le foto dei culi, magari attribuiti a illustri defunti che non li hanno mai pensati manco per sbaglio, però sento il bisogno impellente di spararne uno grosso.
Lo scopo della vita è farsi delle domande, non darsi delle risposte. 

(L’ho scritto davvero? Madonna.) 

Una per BASTONATE che chiude

Srivere un blog è una delle tante cose che ho iniziato a fare senza sapere cosa fosse. Era un pomeriggio del 2005 e mi ci sono infilato convintissimo avrei poi mollato entro breve e senza rimpianti. Vai tu a sapere mi avrebbe preso così bene scrivere.
Son passati davvero tanti anni da quel pomeriggio e questa cosa dei blog sta sempre più diventando l’equivalente dei giapponesi nella foresta alla fine della seconda guerra mondiale. Eppure per un certo periodo se internet ha avuto senso è stato per via dei blog.

Ho iniziato a leggere BASTONATE quasi da subito. Non ho idea di come ci fossi arrivato, dovessi metterci due centesimi direi da Junkiepop (rip.), probabilmente per la cosa della classifica delle copertine più fighe dei dischi usciti tra il 2000 e il 2009. Forse addirittura prima, ma conta poco.
Quello che conta è che non me ne sono mai andato. Mi son letto tutti i pezzi, anche quelli scritti dagli autori che non mi piacevano (qualcuno), anche quelli che parlavano di roba che non mi piace (la larga maggioranza). Per Francesco è una roba normale appassionare qualcuno parlandogli di musica che non gli piace, per me non lo è mai stato, eppure ero sempre lì.
In nove anni ho mandato a BASTONATE tre “pezzi”, spinto da quella insana voglia di far parte di qualcosa che ti piace no matter what. Il primo è passato, ma non c’era scritto niente. Era solo il link a un video con un titolo. Uscì senza il titolo.
Il secondo aveva addirittura un contenuto, una micro recensione di tre righe all’album di Natale dei Bad Religion. Uscì esattamente come l’avevo inviato. Anni dopo in un altro pezzo Francesco dimostrò di averlo completamente rimosso dalla memoria, come capita coi traumi.
Il terzo era una roba entusiasta sulla reunion dei Mineral che non solo fu cassato, ma suscitò addirittura un contro-post volto a bastonare la reunion stessa. Va beh, anche BASTONATE ogni tanto cappellava male, chi non?

Oggi BASTONATE chiude i battenti dopo nove anni in cui, tra le tantissime robe fatte, dette e promosse, si son tolti pure la soddisfazione di un paio di premi come miglior sito musicale italiano, in faccia a gente che non era propriamente allo stesso livello in termini di mezzi e “impegno” (leggi: gente che lo fa di mestiere). Credo sia una cosa bella, ma soprattutto giusta, in un mondo dove se si pensa a una penna per dirigere Rolling Stones viene in mente Selvaggia Lucarelli.
A differenza di tanti, troppi blog che ho seguito con passione e che se ne sono andati senza manco salutare, BASTONATE lascia un post di addio a sancire ancora una volta quel gradino di stile che li ha sempre tenuti più in alto degli altri nella mia classifica personale dell’internet (nota anche come la Esticazzi? Chart). La cosa buffa è che nel post citano addirittura una band che mi piace, cosa che in nove anni sarà successa in una manciata scarsa di altre circostanze. Nel senso, mi ha fatto sorridere, cosa che visto il contesto non era pronosticabile.

Tutto questo per dire che, bon, BASTONATE mancherà abbastanza anche se ormai pubblicava pochissimo, perché saperlo lì era un piccolo stimolo ad andare avanti nell’ignorare che i blog hanno rotto il cazzo. Nella foresta di cui sopra inizio a sentire l’eco dei tasti del mio pc mentre scrivo e forse dovrei riflettere su cosa vuol dire.
Forse invece mi sta bene sia cosí, la recente discussione a tema Primo Maggio ha già sancito il mio comfort nel collocarmi tra i vecchi tromboni e credo che non ci sia nulla di male nel vivere le cose del proprio tempo anche oltre la fine della loro rilevanza. Può farlo il vinile, magari capiterà anche ai blog.
Di mio voglio solo ringraziare per tutto Francesco e gli altri. Per celebrare questo avvenimento c’era solo un alternativa a scrivere ste righe ed era sentirsi un disco dei Fugazi, cosa che anche no.
I Fugazi sono quel gruppo che se dici che ti fan cagare prendi scoppole da chiunque, ma mi pare il momento giusto di fare outing. Anche solo per suscitare disappunto e quindi chiudere con una gag che per tutto il post mi sono pregato di evitare.
Il titolo del post vorrebbe essere un omaggio, ma probabilmente è sbagliato.

La Scena

Ieri sono andato in Santeria alla presentazione del documentario LA SCENA, ovvero la storia del punk-rock italiano anni 90 raccontata dalla viva voce di chi c’era.
A me è piaciuto tanto.
Mi è piaciuto non fosse un documentario a tesi, ma solo una raccolta di testimonianze. Leggi il titolo e pensi sia un’operazione nostalgia che punta a dire quanto fosse figo quel momento lì, invece è un’operazione nostalgia (su questo torno dopo) che prova a capire cosa sia successo in quel momento lì. Senti le testimonianze e non è neanche vero per tutti esistesse, questa benedetta SCENA. 
Si racconta il periodo e ne viene fuori un’immagine abbastanza centrata agli occhi di uno che non c’è mai stato dentro davvero in termini di amicizie e relazioni, ma che ci ha vissuto dentro almeno cinque anni pieni della sua vita.
Ho st’immagine in testa in cui siamo al forum al concerto degli Offspring post Americana, ’99 direi, e al banchetto del merch incrociamo il trombettista rasta biondo degli Shandon, che aprivano il live. Ci guarda e ci fa: “Oh raga, ma anche qui siete venuti?”. Non ci avevamo mai parlato con quel tipo. 
Questo per dare un riferimento di cosa intendo con viverci dentro.

Per il resto sì, è un’operazione nostalgia che gioca molto sul ricordo di un momento preciso fatto di suoni, contesti e persone precise. Non ha la pretesa di essere omnicomprensivo o esaustivo, non credo almeno, ne tanto meno di aggiungere chissà quale profondità di dettaglio storico al racconto. Potremmo stare qui a dirci sia fatto per raccontare a chi non c’era cosa è successo, ma non so quanto sarebbe onesto. Credo che l’interesse per questo bel lavoro arrivi quasi totalmente da dentro e per me va bene sia così. Voglio pensare non esistano nati nel 2000 oggi in fissa coi Punkreas o coi Derozer. Sarebbe triste, in un certo senso.
Alla fine quindi questo documentario è esattamente quello che ti aspetti possa essere prima di vederlo, nella stessa misura in cui sai come suonerà un disco punk-rock prima di ascoltarlo. Proprio come in un disco punk-rock ci sono i pezzi che ti spostano, anche in questo LA SCENA ci sono due o tre perle. Commenti centrati, spunti di riflessione, testimonianze che ti lasciano attaccato qualcosa e che arricchiscono, o magari semplicemente tolgono la polvere a concetti rimasti in angoli reconditi della memoria un po’ troppo tempo.

Tutto quello che ci succede è influenzato da come lo viviamo, dal nostro stato d’animo nel momento. Ieri io compivo 37 anni e stavo vivendo la cosa con l’ormai classico mix di sbattimento e ansia. 
Finire a guardare un documentario su quando ero ragazzino poteva prendermi malissimo, invece è stato bello e credo sia soprattutto merito di come il documentario è stato fatto.
Metto qui sotto il trailer, andate a vederlo.