I am a nightmare

La vita, a quanto pare, è quella cosa che succede tra il release di un pezzo nuovo dei Brand New ed il successivo.
Dall’ultima volta sono successe un po’ di robe, in effetti: ho cambiato casa, ho allargato la famiglia, ho imparato a tagliare il prato, mio figlio ha imparato a camminare, son pure stato promosso al lavoro. Sembra giri bene, per quanto faccia sempre paura dirlo.
Oggi ho ascoltato “I am a nightmare”.
Mi ci son volute le consuete dodici ore per metabolizzare l’idea di cliccare play ed accettare la possibilità di rimanere deluso, ma alla fine ce l’ho fatta. Ed è andata bene. Il nuovo singolo dei Brand New è la cosa che meno ci si potrebbe aspettare dai Brand New, è una canzone che prende bene. Tipo i pezzi di “Your favorite weapon”.
Quindi boh, forse anche a Jesse gira bene ultimamente. Da quel che ho letto in giro sembrerebbe di sì.
Ieri su BASTONATE usciva un articolo che, tra le varie cose, dice che un musicista che sta male produce tendenzialmente musica migliore. Io non sono del tutto allineato, a me piace un botto di roba scritta da gente che tutto sommato si diverte e non ha problemi nel darlo a vedere (anzi, la merda di solito arriva quando se ne va il divertimento), ma se dovessi pensare ad un esempio per corroborare la tesi del pezzo, i Brand New sarebbero la prima immagine a venirmi in mente.
Nel loro caso, anche io temevo che senza malessere sarebbe mancato l’ingrediente principale.
Invece no.
Poi magari il testo di questo nuovo singolo è la roba più disperata di sempre, io mica sono andato a leggerlo. Mi bastano quelle chitarre lì, quel riffettino lì e quel “I am a nightmare and you are a miracle” per prenderlo come un pezzo pieno di sole cose belle. Che poi è il motivo per cui se un quadro astratto mi piace non son così interessato a sapere il messaggio di chi l’ha dipinto. Vedo i colori, le forme e se stanno bene insieme io lo guardo volentieri. Poi magari per l’artista rappresenta la madre morta male, ma quello è a tutti gli effetti un problema suo.
Ha senso?
Per me ne ha.
Si continua a vivere quindi, tra un pezzo dei Brand New ad un altro, e forse è quasi bello che sia così piuttosto che avere un disco da dover affrontare tutto insieme, fatto di emozioni ed immagini diverse che ti arrivano in faccia simultaneamente. Non lo so. E’ probabile abbia scritto una cazzata.
George R.R. Martin, tanto per tornare ad un argomento ormai inflazionato su questo blog, da anni fa uscire qua e là capitoli dei suoi libri (l’ultimo proprio ieri, per chiudere il cerchio. Niente link, non qui sopra. Mai più.) e nel suo caso l’operazione mi manda ai matti. Ma proprio che gli auguro ogni male, mi son pure fatto bannare dalla sua community scrivendogli che il prossimo libro l’avrei pagato un euro alla volta in dieci anni (true story).
Forse il problema è mio e nella scarsa coerenza con cui approccio operazioni simili sulla base di chi le mette in atto, o forse son cose molto diverse che ho accomunato a cazzo io in chiusura di post. Non ho una risposta e temo il pezzo se ne stia andando dove non deve.
Ricapitolo, quindi.
E’ uscito un nuovo pezzo dei Brand New.
E’ bello.
Niente da aggiungere.

Life is too short to last long

Ciao Manq, hai sentito il nuovo pezzo dei Blink 182?

Questo?

Esatto. L’hai sentito allora!

Beh si.

E non ne parli?

Boh, pensavo di no. Ho scritto davvero un mucchio di post in cui sbraito che per me i Blink 182 ormai sono un argomento chiuso, speravo di evitarmi di pubblicare l’ennesimo. Sai, provare ad essere credibile per una volta.

Quindi nulla? Speravo in un’opinione a caldo. Anche solo due righe eh, giusto per darmi un’idea.

E cosa vuoi che ti dica? Questa mattina quando l’ho sentito ero traboccante di felicità all’idea di poter twittare “Il nuovo dei Blink non è una merda”. Credo questo basti ad inquadrare la situazione.

Madonna che pesantezza… Ho capito il concetto. L’hai detto sa Dio quante volte. Va bene. Io vorrei solo provare a farti fare un passo avanti, svuotare la testa da tutte le tue menate da vecchio e dire cosa ne pensi di QUESTO pezzo. Ma ho idea che non sia cosa…

Ok, scusa. Se vuoi un parere provo a dartelo. Sta mattina, appena ho trovato il link, mi sono sentito il pezzo. L’attacco e la strofa sono una roba alla +44, che a pensarci non vuol dire niente visto che sempre di Hoppus si parla, ma in realtà credo stia a significare che quei suoni, con quella batteria lì e con quell’effetto orrendo sulla voce, siano esattamente la sfumatura che poteva permetterti di distinguere un’operazione dall’altra. A pensarci oggi non ha davvero più senso farlo, non mi stupirei se i nuovi Blink suonassero qualche pezzo dei +44 dal vivo, ma sto divagando. Quel che voglio dire è che il pezzo parte male. Poi però entra un ritornello GROSSO COSI’ e di tutte ‘ste seghe me n’è di colpo fregato zero. Volevo solo risentirlo ancora. E ancora. Talmente preso bene che mi sono digerito senza troppi scompensi pure il finalone coi cori e Travis che spruzza.
Ti basta come commento tecnico?

No. Nel senso, credo di aver capito che il pezzo ti piacicchia, ma non hai detto nulla su questo nuovo suono, su Matt Skiba, insomma su quello che succederà adesso…

E cosa dovrei dirti, di grazia? Il “Suono Nuovo” è esattamente il suono ipertrofico dei Blink del nuovo millennio, con gli effettini di “Feeling this” sull’intro e i muri di suono nel ritornello tipo “Stay toghether for the kids”. Le parti di chitarra potrebbero essere di Tom senza problemi, ad indicare che o anche prima le scrivevano gli altri, o che il buon vecchio DeLonge abbia dimenticato di farsi restituire qualche demo. Alla luce della sbroffata di “uo-oh” che c’è in fondo propenderei per la seconda ipotesi, perchè mi pare proprio roba sua. L’hai sentita la parte in palm mute nel finale? Non ho cazzi di controllare, ma è presa paro paro da qualche altro pezzo pre-scioglimento. Se dovessi basarmi su questo singolo, Matt Skiba potrebbero benissimo averlo preso per scaricare il van.

Ok, quindi nessuna attesa per il disco nuovo immagino…

Non ho detto questo. Insomma, questo pezzo qui ha un bel ritornello, limita tutto sommato l’invadenza di Travis e ha dei suoni gonfi e finti che mi prendono bene. Sai quanto tempo era che non sentivo un pezzo dei Blink capace di prendermi bene, anche se con delle riserve?
Alla luce dei fatti io un po’ voglio crederci.

Non è che poi ci rimani male?

Può darsi, ma molto probabilmente ormai certe robe mi scivolano addosso. Ti dico una cosa. Se quindici anni fa i Blink 182 se ne fossero usciti con un disco intitolato CALIFORNIA proprio l’estate in cui io pianifico un viaggio in CALIFORNIA l’avrei vissuta ai limiti del misticismo. Immediatamente colonna sonora della vacanza, a prescindere dalla qualità del disco.
Oggi la trovo solo una buffa coincidenza.

Non so se ti credo. Te sei quello che mi diceva che vai a San Diego e il tuo primo obbiettivo è andare da Sombrero’s a mangiare messicano. Mi sembra che tutto sommato ne sei uscito per modo di dire. E anche sta cosa del titolo del disco che hai appena detto, beh, uno normale manco ci avrebbe fatto caso…

Non ho altro da dirti.

Ehi, te la sarai mica presa?

Vaffanculo.

Io non sono come Mendez

Entriamo nel locale sul presto.
Non si capisce mai quando i concerti inizino davvero nei locali milanesi. Ogni tanto arrivi che i gruppi stanno ancora facendo il check mentre altre volte entri che son già a metà set.
Per non rischiare, questa volta siamo arrivati presto. Sul palco c’è un tizio che non ho mai visto. Strimpella due note in croce col basso prima di dire al fonico che è ok e passare al setup del suo microfono. Un calvario. E’ troppo alto, troppo basso, c’è troppo eco, va alzato in spia, no meglio riabbassarlo, così fischia, togli l’eco, era meglio prima. Il fonico impazzisce a stargli appresso per almeno dieci/quindici minuti, ma alla fine il tutto sembra soddisfare il tizio sul palco, che da il suo ok e mette fine al check.
Il locale si riempie, io e i miei amici ci beviamo una birretta e si fa l’ora dell’inizio del concerto.
Il gruppo sale sul palco ed il tizio del check imbraccia di nuovo il basso. Attaccano il primo pezzo e quello che si rivela essere il bassista tira immediatamente il microfono, con tutta l’asta, sul pubblico. Glielo recupererà a fatica uno dello staff, ma per tutta la restante parte del concerto il tipo lo userà solo ed esclusivamente tra un pezzo e l’altro per insultare i presenti.
Il locale è il Rainbow club di Milano, il gruppo sono i Derozer e il bassista in questione si chiama Mendez. L’anno è probabilmente il 1998 o giù di lì.
Via all’RVM.

Venerdì sera al Live di Trezzo son tornati i Derozer per la prima data di un nuovo reunion tour. Ci sono andato. Mendez invece è stato a casa sua perchè a questa reunion non ha intenzione di partecipare, almeno stando a quello che ha scritto sulla sua pagina facebook:

Ciao a tutti,
in questi giorni mi hanno contattato molte persone per avere notizie sul ritorno dei Derozer.
Ci tengo a precisare che per quanto mi riguarda NON PARTECIPERO’ a questo “Reunion Tour”.
Il gruppo non esiste più già da molto tempo e purtroppo non ho voglia di condividere NULLA con personaggi con cui non ho più NIENTE in comune.
Buona fortuna!!!

Il comunicato è nello stile del personaggio, quindi la situazione potrebbe essere molto meno compromessa di come viene fuori, ma non necessariamente. A sostituirlo l’altra sera c’era Paletta, per il resto del tour ci penserà il bassista dei Duracel. Seby a fine concerto ha comunicato che Mendez non ci sarà per sua scelta, che nessuno lo ha cacciato e che se vorrà potrà tornare quando e come vuole perchè loro “hanno ritirato la maglia come ha fatto il Milan con Baresi”. Il comunicato citato qui sopra però non mi pare altrettanto possibilista.
La domanda ora é: come sono i Derozer senza Mendez?
Boh.
Come ho già detto altre volte, per me ci sono canzoni che ha sempre e comunque senso andare a sentire dal vivo e almeno un paio di queste sono dei Derozer. Cantarle a un metro dal palco col dito alzato vale il rientrare alle due e mezza consci di doversi alzare alle sette, vale lo stare circondato di ragazzini puzzolenti a torso nudo, vale farsi schiacciare i piedi e farsi piantare i gomiti nel costato a quasi 35 anni, vale bere una birra di merda e vale pure sorbirsi playlist di sottofondo con gli Ska-p. Vale grossomodo tutto e quindi, io, mi sono divertito. E’ però innegabile che non sentire nessuno gridare alla folla “Diskotecari di merda” o “Astemi” ad ogni pausa, in costante rissa verbale col pubblico di fronte, lima e non di poco la portata della cosa. Un concerto dei Derozer senza Mendez quindi è davvero un’altra roba, al netto dei pezzi. La sua è stata una presenza iconica per cui fatico a trovare un corrispettivo in termini di impatto sul pubblico / peso specifico nel suono del gruppo. Non c’è nulla di diverso in come suonano, ma li vai a vedere e sono un’altra band.
Cosa si sia incrinato (se si è incrinato davvero qualcosa) non è dato saperlo e conta il giusto. Uno come me, che ha sempre cantato convinto “Alla nostra età” senza averci mai avuto troppo a che fare, prima anagraficamente e poi concettualmente, fatica un po’ a comprendere un certo tipo di coerenza, quella che fa dire “basta” o “no” ad operazioni della risma di questo secondo reunion tour. Di mio quando sento Seby dire: “Avevamo voglia di andare in giro a suonare questi pezzi e ci sembrava giusto farlo, senza obbligare nessuno e senza farci condizionare da nessuno”, boh, lo capisco. E si trattasse solo di alzare qualche euro lo capirei lo stesso anche se, non so perché, credo nel caso specifico questo possa essere magari uno dei fattori, ma non quello portante.
Di conseguenza si va avanti, ognuno con la propria strada. La prossima volta che suoneranno in zona probabilmente andrò meno volentieri di Venerdì scorso, o forse passeranno ancora quattro anni e avrà comunque senso presenziare per sentire quel paio di pezzi che avranno sempre il potere di trascinarmi fuori casa o farmi pentire di non averlo fatto.
Già che ci sono uno di questi lo butto qui sotto, perché parla tutto quello che ho provato a scrivere io in questo post, ma lo fa meglio di quanto abbia fatto io.

I vent’anni di Heavy Petting Zoo

“Heavy Petting Zoo” è il secondo disco punk-rock che ho comprato in vita mia. L’ho ordinato a Pick Up, il negozio che allora mi vendeva i CD, e c’erano volute delle settimane prima che mi arrivasse. Giovanni, il padrone, non aveva idea di che roba fosse e ricordo che, quando me lo consegnò, guardando la copertina fece un mezzo sorriso.
Mia madre non reagì allo stesso modo.
Da un figlio adolescente ti aspetti prima o poi delle preoccupazioni e quindi se un giorno ti torna a casa brandendo un disco con in copertina un tizio che molesta una pecora, credo sia legittima un po’ di perplessità. Sono i primi anni del liceo, hai appena smesso di essere uno studente modello per abbracciare il culto della sufficienza risicata e ora te ne esci con questa cosa del punk-rock. Da lì a drogarsi è un attimo. Sbaglierò, ma ad una certa i miei erano convinti mi drogassi.
Ho iniziato ad ascoltare un certo tipo di musica perchè suonava veloce e carico. Accendevo il walkman e mi andava in circolo l’adrenalina. Non era il messaggio, non c’era volontà di ribellione. Nichilismo, rabbia, emarginazione? Zero. I testi di quelle canzoni avrebbero potuto dire qualsiasi cosa, non lo capivo e non mi importava. Il processo era del tutto irrazionale, emotivo, e convogliava l’energia propria dell’adolescenza. Per dirla con una famosa citazione sentivo “una forza dentro di me che neanche io so spiegare come“.
E mi prendeva bene.
La musica aveva soprattutto lo scopo di farmi stare bene. Non è sempre stato così, ma lo è spesso e lo era sicuramente in quegli anni lì. Quando ti infili dentro la musica, quando ascoltare un disco non è il sottofondo a quel che fai, ma quel che fai e basta, è come quando bevi. Ti tira fuori quel che sei davvero e fa venire a galla le emozioni che quotidianamente filtri sotto tonnellate di sovrastrutture comportamentali. Credo sia la ragione principale per cui, su di me, il metal o il grunge non hanno grossomodo mai funzionato: io puntavo stare bene.
La prima volta che ho ascoltato HPZ, ovviamente da una cassetta duplicatami non saprei nemmeno bene ricordare da chi, per me fu una sorta di illuminazione. Bastarono 3’58” per definire con chiarezza che quello era ciò che avrei voluto ascoltare a ripetizione per i prossimi giorni, che diventarono poi mesi ed anni. Hobophobic parte drittissima e ti centra come una sberla. Schiacci PLAY e nei primi, boh, 10 secondi ti arrivano in faccia i Nofx, tutti insieme. Il basso, la batteria velocissima, la voce di Mike, le chitarre e quei cori armonici (?) così diversi dagli uo-oh da singalong puro che avevo conosciuto con gli Offspring. Un manifesto completo ed esaustivo in 10 secondi ad aprire un pezzo che prosegue senza sosta, senza pause, con quei colpi di tom pesantissimi e quelle rullate messe apposta per impedirti di riprendere fiato. Non hai letteralmente il tempo per capire cosa stia succedendo perchè quando pensi di aver preso le misure, di iniziare a orientarti, dopo 48 secondi convulsi, è tutto finito. Di botto. Come qualcuno avesse premuto un interruttore. Te ne resti lì come dopo uno di quei flash che quando ti capitano nella vita non sei sicuro di averli visti o sentiti davvero.
Ed è a quel punto che arriva lo xilofono.
Un jingle stupidissimo di xilofono è l’ultima cosa che mi sarei mai potuto aspettare dopo una partenza così ed è su quel primo “Bleah” che credo di essere definitivamente capitolato. Bandiera bianca e resa incondizionata. Fate di me ciò che volete, avete vinto voi. Vi amo. Ho passato mesi a consumare quel disco e ogni volta che lo ascoltavo lo trovavo semplicemente perfetto in ogni aspetto.
Oggi invece sono diversi anni che non lo ascolto, anche rispetto ad altri dischi dei Nofx. Quando ho deciso di buttar giù questo post ho provato ad andare a memoria e mi sono sorpreso di quanto fosse annebbiato il ricordo che ne ho in testa. Mentre scrivo non ho la minima idea di che pezzo sia “What’s The Matter With Kids Today?”. Non me la ricordo proprio e la cosa mi infastidisce a diversi livelli. Quindi mi prendo una pausa e mi riascolto il disco.

Madonna, che bomba di disco.
Alla fine non mi ricordavo davvero un mucchio di cose, ma quella che forse mi ha colpito di più è la voce di Mike. Non saprei dire, ma ho sempre avuto l’impressione che la sua voce su questo disco fosse diversa, in qualche modo, da quella presente in tutti gli altri. La prima volta che ho ascoltato “Punk in Drublic”, dopo mesi di monoteismo devoto a HPZ, l’ho fatto da una cassetta che sul lato B aveva i Rancid (Credo “Let’s go” [uno dei dischi invecchiati peggio tra quelli che ho in casa. L’ho messo in macchina un paio di anni fa e ci son rimasto malissimo. Radio sempre clamorosa però.].). Ricordo che al primo ascolto del nastro avevo il dubbio su quale dei due dischi fosse quello dei Nofx perchè in nessuno dei due riconoscevo la voce. Oggi mi sembra inconcepibile poterli confondere, ma fu così.
Io credo ancora che HPZ sia uno dei migliori dischi che i Nofx abbiano mai pubblicato. Probabilmente per una band che incide da più di vent’anni sempre lo stesso album sul gradimento personale pesa molto l’ordine cronologico con cui li si approccia, ma è pur vero che il disco con gli abusi sessuali alle pecore è diffusamente ritenuto un loro mezzo passo falso. A torto, ovviamente.
Nel booklet di “So long… and thanks for all the shoes” c’è una sorta di sezione FAQ in cui i nostri sostengono di aver registrato HPZ con l’idea di farlo piacere ad MTV. La cosa fa ovviamente sorridere, ma potrebbe non essere così lontana dalla verità. Ho sempre pensato che il “non avercela fatta” a finire nel turbine del punk-rock da televisione degli anni ’90 sia stato meno voluto di quanto i Nofx abbiano sempre cercato di sbandierare, almeno fino a questo disco qui. I soldi poi sono arrivati comunque e l’immagine di band integra che non si piega ai giganti della discografia ha contribuito molto nel farli arrivare, ma non scommetterei fosse quello il piano di partenza.
Resta il fatto che questo disco, additato da molti se non come il loro tentativo di vendersi, certamente come un disco troppo lento per piacere, contenga in realtà alcuni pezzi che non potrei mai togliere dalla (lunga) lista i miei preferiti in assoluto: “The Black and White” con la sua ritmica incredibile, “Bleeding Heart Disease”, “Hot Dog In A Hallway” (che è un titolo oltre il geniale) e la conclusiva “Drop the world”, con quella tromba che quando entra, ogni volta, mi mette addosso una pelle d’oca spessa un centimetro. Nel 1996 le mie preferite erano “Love story” e “Release the hostages” (che resta sempre un gran pezzo).

Questo disco oggi compie vent’anni.
I Nofx nel 2016 sono sempre gli stessi, solo più vecchi. Ho visto recentemente alcuni inediti della prima stagione di “Backstage passport” e, per quanto possa essere triste, vederli fare certe cose oggi mi mette addosso il malessere. Le ultime volte che li ho visti suonare (ormai anni fa) mi han dato l’idea di non reggere più il tiro della loro stessa musica, oltre che il peso delle sostanze che assumono prima di suonarla. Qualche mese mi è capitata sott’occhio un’intervista di Mike per i 25 anni della Fat Wreck e ascoltandolo non puoi fare a meno di pensare sia ancora un tipo tutto sommato stimabile, ma che forse i neuroni abbiano iniziato ad abbandonare la nave. E poi c’è la storia del calcione al fan sul palco, che probabilmente non ho mai digerito del tutto.
Eppure ancora oggi i Nofx sono quella band di cui nessuno parla né scrive su internet per sbrodolare dei bei tempi andati (presenti esclusi), ma che quando passa a suonare raccoglie un consenso ed una partecipazione trasversali. Come al liceo sapevano mettere insieme chiunque, dallo skater wannabe al fissato coi sex pistols, oggi richiamano sotto il palco un pubblico assolutamente eterogeneo. Ragazzini e quarantenni, gente che ha smesso di ascoltare questa roba da lustri e gente che ha iniziato ieri, oltre a chi, ovviamente, ci crede oggi come ci credeva nel 1996. Se pensate all’inossidabile ed invariabile scaletta che da vent’anni viene suonata nelle cosiddette “Discoteche Rock”, i Nofx sono l’unica band presente che non passasse anche per radio o in TV e qualcosa questo vorrà pur dire.

Io non ascolto più i Nofx da tantissimo tempo, ma ogni volta che mi capitano in mano i dischi vecchi mi sento davvero un fesso ad averli mollati a prendere polvere su una mensola. 
In ogni caso, quando mi arriva un messaggio o una notifica di qualche tipo sul telefono, parte un jingle stupidissimo suonato con lo xilofono.

MTV Generation

Disclaimer: il titolo di questo post va pronunciato come foste Fred Durst.

Ieri su twitter è partito un fenomeno di revisionismo storico a tema MTV, il canale musicale che ha fatto da sfondo ai pomeriggi di moltissimi ex-ragazzi che oggi navigano nell’intorno dei 35 anni. Alla base di questa ondata di ricordi c’è la notizia vera o presunta dell’imminente ribrendizzazione (che bella parola, soprattutto scritta così, scevra di qualsiasi riferimento anglofono) di quello che oggi è il canale in chiaro di MTV, ovvero MTV8.
Premesse d’obbligo:
– Non ho idea se la notizia sia, appunto, vera o presunta.
– Non ho idea se MTV8 sia davvero un canale esistente oggi sul digitale terrestre, nè se questo sia davvero il discendente di MTV.
– In generale se ci fosse un decimo del fact checking sbandierato per sta vicenda in una qualsiasi delle situazioni della vita che richiederebbero davvero un fact checking, si starebbe tutti meglio.

Il punto è che al grido di #AddioMTV molti di noi si sono sentiti in diritto ti ripescare a piene mani dalla memoria per tirare fuori aneddoti e ricordi appartenuti ad un tempo in cui si stava tutti meglio. E quando ce la lasciamo scappare un’occasione per scivolare nella dolce malinconia dei giorni che furono? Io personalmente mai. Credo di aver iniziato con questa attitudine che ero ancora minorenne. Una vita proiettata costantemente indietro, che ha come faro il nume tutelare del “quando eravamo giovani”: Max Pezzali.
Così via libera a citazioni, immagini e ripescaggi improbabili. Certo, ogni cinque twit in argomento toccava leggere l’immancabile intervento di quello che “Eh, MTV è morta da dieci anni e ve ne accorgete solo ora” che ci sta nella misura in cui il mondo è evidentemente sovrappopolato, ma tutto sommato seguendo l’hashtag di cui sopra saltavano fuori robine di un certo spessore.

E quindi eccomi qui, col pensiero che forse due parole su MTV sarebbe anche carino scriverle.
Io MTV l’ho guardata tanto, davvero tanto, dai primi anni novanta fino ad un punto imprecisato in mezzo agli anni zero. Scrivo sforzandomi di non usare google per ricordare come andò, ma se la memoria non mi inganna è possibile la guardassi prima che nascesse ufficialmente come MTV Italia, cosa a quanto pare successa nel 1997 (sì, ok, ho usato google alla prima frase dopo aver detto che non l’avrei fatto. That’s me.).
Negli anni novanta tenere sotto controllo i canali musicali era di vitale importanza, perchè delineavano la linea netta ed incontrovertibile che separa il bene dal male. Tutto ciò che passava su MTV era commerciale e la roba commerciale andava disprezzata. Un manifesto chiaro, preciso ed inappuntabile.
Ai tempi della dicotomia MTV / TMC2 era al più lecito seguire la seconda, almeno per quanto riguarda la mia etica personale, ma ancora una volta unicamente sulla spinta dell’antagonismo radicale verso i VJs, TRL e compagnia. Che poi, se MTV Italia è nata nel 1997 e TMC2 è morta tipo nel 2000 (sto giro non googolo, ricordo di aver seguito l’ultimo giorno di trasmissioni su TMC2 con un forte dispiacere e di averne parlato alla mia morosa di allora che, giustamente, pensava fossi scemo a dare tutto sto peso alla cosa.), la battle of the brands (mi escono così) è stata molto più breve di quel che ricordassi.
Dicevamo, MTV come parametro di riferimento per dare una faccia al nemico. D’altra parte, lo dicevano pure i NOFX nel booklet di Heavy Petting Zoo: “No Thanks to: MTV” e siccome il nemico dei miei idoli era il mio nemico, discussione chiusa.
Col tempo però mi sono ammorbidito un tot nei confronti del canale musicale per antonomasia e ho iniziato a trovarci del buono. Tipo:

Ecco, lei era buona.
Mi ricordo ancora quando una sera partì un programma in diretta da Roma e condotto da Mao, non saprei dire il titolo, e Valeria, da sempre bionda, si presentò in studio mora, spiegandomi nel dettaglio il concetto di amore.
E’ un peccato che tra noi le cose non abbiano funzionato e lei si sia ostinata ad ignorare la mia esistenza negli anni in cui ero single (non proprio 2 su 34 eh, carina, avresti avuto margine cazzo…). C’est la vie.
Tornando ai lati positivi di MTV, il primo ed inarrivabile è l’avermi permesso di vedere Scrubs. Non so se vi ricordate la campagna mediatica con cui MTV aveva spinto il lancio della serie. Ne parlavano sempre, a tutte le ore ed in ogni contesto. Clip a sorpresa ogni 15′. Un martello. Quell’anno facevo già l’università e uscivo tutte le sere. Andavo con gli amici nel parcheggio di fronte a casa eh, non proprio nella movida milanese, ma ero fuori sempre. Tranne il giovedì, perchè c’era Scrubs. Le prime due stagioni di Scrubs sono la cosa migliore mai uscita da un televisore. Poi è diventato “solo” una roba oltremodo divertente, ma le prime due stagioni CAPOLAVORO, col caps lock.
Se lo chiedete a me MTV ha sempre dato soddisfazione soprattutto quando non trasmetteva musica.

Non solo però. Ad un certo punto, ad anni zero ormai inoltrati, la sera mi guardavo Brand: New e Sgrang! (si chiamava così il programma wannabe musica pesa? EDIT: No. Accentosvedese mi ricorda che il programma “peso” di MTV era Superrock. Sgrang! Stava su TMC2.). Ore di sciroppamento di musica alternativa comunque fastidiosa per beccare una tantum un video capace di svoltarti l’esistenza. Tipo. Ma anche. Va riconosciuto che quantomeno quello di Coppola fosse un bel programma. L’unico che ricordi, a conti fatti.

La fascia pomeridiana è sempre stata il peggio, anche una volta conclusa la mia parentesi di antagonismo a priori. Total Request Live. I danni che ha prodotto TRL sono incalcolabili. Erano gli anni del boom dei Blink 182 e Giorgia Surina, che sta alla musica quanto io sto a lei, li accostava a qualunque cosa avesse delle chitarre e/o velleità simpa. “Una cosa alla Blink” passava da elogio a dura critica ogni santo giorno in cui ella volesse spingersi al commento tecnico/tattico su uno dei pezzi passati nel programma. I riferimenti musicali di Giorgia Surina credo si componessero unicamente di U2 e dei tre singoli di Enema of the State. Fine. In coppia con Maccarini e poi con Cattelan riuscì nel non difficile compito di criminalizzare la parola EMO, regalandoci fenomeni come i LOST. Se la morte delle tv musicali implica non dover più assistere a cose tipo questa, è davvero avvenuta troppo tardi. Maccarini l’ho incontrato al Milano Whisky Festival un paio di mesi fa. Chi si sconvolge leggendo che i nati nel ’98 quest’anno diventano maggiorenni (cit.) dovrebbe incontrare per caso Maccarini nel 2016 e dare un senso reale al proprio sconvolgimento.

Una volta sono stato ad un programma di MTV, Supersonic o forse solo Sonic, conduceva Silvestrin. Enri lo usava palesemente per tirar dentro a suonare gruppi che piacevano a lui. La sera in cui ho presenziato io c’erano in cartello gli Undeclinable e Max Gazzè. Ricordo che avevo scritto in redazione chiedendo di poter partecipare per vedere i primi e mi invitarono. Forse perché l’unico (non è vero dai, c’era un altro tipo li per loro e mi aveva tirato un pippone sul dramma della cancellazione della prima data italiana dei New Found Glory.). Andai con Ciccio, che per l’occasione si era preso un paio di adidas che a detta sua avevano solo lui e un qualche personaggio di spicco dell’alternative mondiale. Silvestrin aveva la maglietta dei The Get Up Kids. Io ero probabilmente vestito come al solito. Fu bello, tutto sommato, ed è un peccato non ci siano tracce di quella puntata su youtube. La cosa mi suggerisce che forse non fu mai trasmessa. Ci starebbe.

In qualunque modo la si metta, MTV è stata un pezzo importante della formazione della mia generazione. Non so se fosse il caso di ingigantire una notizia o inventarsi un ipotetica ribrendizzazione (volevo riscriverlo, scusate) per parlarne. Certo è che una paginetta a tema su questo blog ci sta e, senza questa circostanza, probabilmente non sarebbe mai uscita. E forse per una volta sarebbe un peccato perché pur non avendo riletto ho l’idea mi sia uscita benino.

I dischi del 2015

Lo dico subito, una mia classifica dischi per questo 2015 non avrebbe senso di esistere. Nessun senso. Tre aneddoti a corroborare questo assunto:

  1. la canzone che ho ascoltato di più in quest’anno è con ogni probabilità “L’ape che ronza e fa ZZ“.
  2. Gli ultimi dischi che ho comprato, in ordine cronologico, sono i primi 3 dei Coldplay, What’s the story… degli Oasis, il best of ’96-’06 di Elisa, il s/t dei Blur e Tragic Kingdom, in una sorta di maxi recupero in cui mia moglie gioca un ruolo importante. Credo siano i primi dischi della mia vita comprati senza che mi piacessero per intero (in alcuni casi senza che mi piacessero e basta.)
  3. Uno dei dischi più belli che ho sentito quest’anno è la rimasterizzazione di alcuni demo dei Brand New che erano finiti online nel 2006, ma che io non mi ero mai preso la briga di ascoltare prima di questa release. Già che ne sto parlando: dentro sta raccolta ci sono almeno 4 pezzi che in un mondo giusto avrebbero fatto di Daisy un bel disco. Volendo il tutto si ascolta qui, è uscito su cassetta e mette addosso una voglia terribile di un nuovo disco dei Brand New, che con ogni probabilità non uscirà mai. Evviva.

È chiaro, quindi, che non ho troppissimo da dire in merito alle uscite di questo 2015, eppure due o tre dischi che mi sono piaciuti li ho ascoltati anche io e quindi vi parlo di quelli. Con ogni probabilità non finiranno in molte altre classifiche di fine anno, ma stando a quel che leggo in giro “le classifiche tutte uguali” hanno stufato e di conseguenza forse parlare di dischi che nessuno considera meritevoli può avere un suo perchè. Iniziamo, in rigoroso ordine casuale.

Turnover – Peripheral Vision

E’ un dischetto facile facile che però io ho ascoltato proprio tanto. Suona un po’ anni ottanta, non ha grandissime pretese, ma mette tutto quel che serve al posto giusto, tra melodie, atmosfere e suoni. Uno di quei dischi che li ascolti la prima volta e dici: “Carino, ma me lo dimentico di sicuro tra due giorni” e invece dopo diversi mesi è ancora lì dove deve. In testa.

Desaparecidos – Payola

Ti ricordi quei tempi in cui eri giovane, integralista e anarcoide? Ecco, son finiti. Però quando ascolti questo disco ti viene dentro quella cosa lì per cui “if one must die to save the 99, I think it’s justified…” è una cosa che può avere un suo senso cantare. E’ un disco che fomenta, insomma, ma se riesce a farlo è soprattutto perchè è fatto di gran bei pezzi. Il tipo che ha messo insieme il progetto è quello di Bright Eyes e questo fa si che si trovino in giro recensioni senza senso tipo questa in cui “Il maggior difetto di “Payola” è che suona esattamente come deve suonare…”. Io, che non sapevo come dovesse suonare e, soprattutto, che non trovo il difetto nella frase di cui sopra, continuo a pensare sia davvero un bel disco.

Envy – Atheist’s Cornea

Lo so, ne ho già parlato, quindi non sto a ripetermi. Anzi sì, cito: “In una scena che generalmente tende al post gli Envy, che credo siano stati tra i primi a percorrere quella strada, tirano il freno a mano e invertono il senso di marcia. La cosa del freno a mano si sente proprio, succede a 00:21 della prima traccia del disco. Io, in totale sincerità, apprezzo e ringrazio…”. Volevo riprendere la cosa del freno a mano perchè mi piace. Il disco per me è una delle loro cose migliori.

Altre cose che ho ascoltato quest’anno sono stati il disco dei Cabrera e dei Winter Dust, che sono entrambe band di ragazzi che ho avuto modo di conoscere e che quindi mi piace nel mio piccolissimo sponsorizzare.
Quest’anno sono anche usciti un tot di dischi di band che ho ascoltato tanto in gioventù: Millencolin, Strung Out, Good Riddance. La notizia è che sono tutto sommato tre buoni dischi, cosa che difficilmente mi sarei aspettato. Quello dei Millencolin per me è la loro cosa migliore dai tempi di Pennybridge Pioneers. Si ascolta qui.

Non aver ascoltato tantissimi dischi mi ha tolto anche parecchie possibili delusioni, se vogliamo. Ho mal digerito il nuovo Deafheaven, che ormai considero i Damon Lindelof del metal. Gente che trolla il suo pubblico a ripetizione con l’unico obbiettivo di vedere quanto in là può spingersi prima di venire (giustamente) mandata a cagare. Con Sunbather avevo abboccato, finendoci dentro con tutte le scarpe, ma era onestamente difficile potesse ricapitare. Bollo New Bermuda facilissimo peggior album del 2015.

Poi c’è il discorso CASO. Da buon esponente della #casomania di ritorno, quella che ti colpisce fuori tempo massimo, probabilmente Cervino mi arriverà addosso l’anno prossimo, così come fece “La linea che sta al centro”. Non so cosa farci. L’ho sentito ben più di un paio di volte e al momento continuo a preferirgli il disco prima. FM però è un pezzo bellissimo.

Così è. Magari vado in giro a leggere qualche classifica altrui per vedere cosa ho lasciato indietro, anche se di solito i dischi che leggo nelle classifiche di fine anno mi fanno grossomodo tutti abbastanza cagare. Sia mai che quest’anno vada diversamente.

Il non ventennale di un non disco.

La prima volta che ho visto suonare le GAMBEdiBURRO dev’essere stata nel 1998. Ho delle immagini in testa di quella sera: un oratorio, delle bancarelle, delle finestre, un seminterrato, mio padre che mi ci porta e io che scendo dalla macchina vestito come un coglione. No, davvero, ci ripenso oggi e sento crescere dentro un imbarazzo che associo a pochissime altre situazioni. Doveva essere primavera, o autunno, perchè avevo addosso dei pantaloni corti che mia moglie oggi fatica ad accettare usi in casa come pigiama estivo, ma al contempo non doveva fare proprio caldo perchè ci avevo abbinato una giacchetta violacea comprata usata in un mercatino di Monza noto ai più come “le vecchie”. Dio mio.
Ricordo anche che Robi Burro aveva il cappellino e una maglietta a righe, che con me c’era Orifizio e che lui conosceva Raffaele. Hanno attaccato con “Irene” e io ho avuto immediatamente la sensazione fossero il gruppo più importante e imprescindibile di sempre.
Questi ricordi potrebbero non essere del tutto reali. Col tempo potrei aver fuso insieme immagini da situazioni diverse, riassemblato le mie memorie all’interno di un quadro che mi risulta coerente, ma che potrebbe non esserlo per niente. Forse non era nemmeno il 1998. Che rimasi folgorato invece è un fatto.

Il primo demo delle GAMBEdiBURRO è uscito in cassetta nel 1997. La mia copia in origine era di Gerry, un tipo di Monza che girava col Wrangler della Jeep, saltando via le rotonde e uscendo dai parcheggi scavalcando i marciapiedi. A me però l’aveva regalata Azzurra. Avevo conosciuto entrambi in vacanza con l’oratorio, nel periodo in cui realizzavo la mia parrocchia fosse un avamposto CLino e iniziavo a prenderne le distanze più per le persone di cui era composta che non per un reale problema nei confronti di Dio. Gerry e Azzurra erano a posto peró. Lui era più grande di me, lei più piccola. Una di quelle ragazze che quando ci uscivi insieme speravi di incontrare amici e parenti per darti un tono, cosa che probabilmente sarebbe stato più furbo dirle nel ’97 piuttosto che scriverlo qui sopra oggi.
Non saprei dire che fine abbiano fatto, nessuno dei due,  ma resta il fatto che circondato di piccoli apprendisti del punk-rock nella quotidianità scolastica, il demo delle GAMBEdiBURRO a me è arrivato in mano da una fighetta, amica di un tamarro, sul finire della mia militanza passiva tra le schiere di Don Giussani. Fact, again.

Il demo si intitola BABBAZBABBAZBABBAZ e inizia con “La maglietta dei los Ramones”. No. Inizia con un estratto da un qualche B movie italiano feat. Bombolo che non saprei neanche collocare. Io quella roba non l’ho mai guardata, né quando funzionava nel giro del punk-rock monzese, né quando ha iniziato a funzionare in generale sulla scia di rivalutazioni tarantiniane prese un po’ alla buona.
Mentre scrivo non mi ricordo con precisione chirurgica l’ordine delle tracce nel demo e forse potrei anche sbagliare qualche titolo. Per esempio il secondo pezzo potrebbe essere “Diplomato ritardato” oppure “Marziano”, che a sua volta potrebbe in realtà intitolarsi “Ho un marziano per amico”. Di certo il pezzo numero 3 è “La ragazza che io amo”, che è anche il mio preferito di tutto il demo.
“Oggi appena sveglio ho chiuso nel
Cassetto un altro di quei sogni che
Io faccio sempre assieme a lei che
È UN CHIODO FISSO NEL MIO CUORE”

E via di ritornello, come da titolo del pezzo. Io non ce l’avevo manco per sbaglio, ai tempi, una “ragazza che io amo”, ma era bello pensare che le cose sarebbero cambiate e avrei presto potuto gridarle in faccia quelle strofe, alzando il dito come facevo sotto il palco ogni volta che andavo a sentire le Gambe. Un’adolescenza costruita su pochi capisaldi tra cui troneggiava l’idea di morosa, un concept in continua evoluzione, ma sempre ben chiaro in testa. Su questa cosa anni dopo le stesse GAMBEdiBURRO avrebbero scritto uno dei loro pezzi più fighi e l’avrei trovato divertente e molto calzante con la mia teen-age. Nel 1997 però non c’era proprio niente da riderci su.
Su BABBAZBABBAZBABBAZ c’é anche “Astronave” con il suo perentorio onetwothreefourfivesixseveneight. Un pezzo che parla di emarginazione, disagio giovanile, critica alla società in cui viviamo e voglia di riscatto. O forse solo di un tipo che vuole tornare sul suo pianeta (oh yeah). Non credo il messaggio debba essere per forza di cose la chiave di lettura di un disco. Eppure giravano storie sui testi di questo demo. Ricordo che qualcuno, probabilmente Orifizio, mi raccontò che dietro “Diplomato ritardato” c’era il fatto che uno dei quattro membri fosse stato riformato a militare sulla base del test psicoattitudinale. Non credo sia vero, ma mi piace pensare di sì.
Nel 1997 io e i miei amici morivamo dal ridere ogni volta che sentivamo “Iena”. Ogni volta. Quel “Sei simpatico sai” ci ammazzava. E poi era un altro pezzo che non potevi non cantare, sempre gridando, sempre puntando il dito. Se mi fermo a pensarci non ricordo se la suonassero ai concerti. Magari non negli ultimi, ma forse sul principio si. Di sicuro noi la cantavamo in ogni possibile contesto: in macchina, in casa, alle grigliate, in vacanza. Ogni volta che ci si trovava e si ascoltava musica insieme.
“Lui adesso non può più
Mangiare la marmellata
Alle ciliege perché…”

E poi l’attacco. I salti. Il casino. Ci si divertiva un tot, ai tempi, con queste cose. Non che ora meno, si è solo più composti o forse meno propensi ad esternarlo.
Ricordi legati a questo demo ne ho davvero una camionata. “Sarah cialda croccante” è un capodanno surreale, Bazzu, dei mandaranci e una tipa di Besana. “GODSIGMA” è il liceo, le elezioni per i rappresentanti di istituto, l’autogestione. E potrei continuare, tra le prime vacanze con gli amici, l’Arengario e le serate all’Arci di Arcore. Tutte storie connesse in qualche modo a BABBAZBABBAZBABBAZ.

Oggi le GAMBEdiBURRO non esistono più. Da un lato la cosa è comprensibile, dall’altro non lo è per niente. A quanto mi risulta ognuno dei membri ancora suona in un qualche gruppo punk-rock, nella maggior parte dei casi roba che non ho praticamente mai sentito. Ho questa convinzione non sia più la mia cosa. Una sorta di blocco psicologico. Dopo il demo le GAMBEdiBURRO hanno pubblicato un 7 pollici intitolato “SUPERBABBAZ” e un disco vero, “Senza via di scampo”. Tutti capolavori, anche se il miglior pezzo di sempre l’hanno registrato (male) per una qualche compilation di fine millennio scorso di cui non ricordo il titolo. L’ultima volta che li ho visti suonare fu per la reunion del 2007 al Bloom, ad oggi nella mia personale top 3 dei concerti della vita. Ci ho preso una maglietta bianca con scritto GAMBEdiBURRO che metto ancora regolarmente, mentre la t-shirt che avevano stampato nel ’99 mi si era letteralmente sciolta addosso una sera d’estate mentre giocavo a calcetto nel parcheggio davanti casa con alcuni amici. La cassetta di BABBAZBABBAZBABBAZ ce l’ho ancora, come più o meno tutti i demo di cui mi ero riempito la camera in quegli anni. Senza una motivazione precisa l’altro giorno ci sono rifinito sotto pesantemente. La misura di questo blog sta nel fatto che, nel pieno delle celebrazioni ai ventennali dei dischi, io scrivo di un demo che ha diciotto anni e mezzo.

Quando ti specchi in un disco (o anche solo una recensione del nuovo Envy)

Essere padre mi fa un effetto strano.
Ormai sono dentro questa cosa da più di quattro mesi ed inizio a percepirne i risvolti in maniera più netta. Non so se avete presente quando vi dicono: “La paternità ti cambia la vita!”. Ecco, é vero, ma non nel modo in cui pensavo. La rivoluzione attesa era soprattutto incentrata sul minor tempo libero e la ristrutturazione della vita di coppia. Nei momenti più onesti ed introspettivi temevo molto anche lo stand by forzato alla mia propensione ai viaggi, unico vero obbiettivo capace di rendermi accettabile la mia natura di lavoratore dipendente (nel senso di essere dipendente da una vita spesa a lavorare).
Invece no.
O meglio, queste sono tutte conseguenze della paternità realmente insorte, ma a cui alla fine non penso mai.
Essere padre ti cambia le prospettive. Passi diversi momenti ad essere incontrovertibilmente felice e questo, ad uno come me, crea più di qualche disagio. Non penso di potermi definire una persona pessimista, però sono certamente un paranoico ed in quanto tale vivo di ansie legate al fatto che questa felicità possa improvvisamente ed irreversibilmente venir compromessa. Di notte mi capita di dormire poco pur avendo un tesoro di bambino che, al contrario del padre, se la riposa volentieri. Se questa cosa vi facesse pensare al pane e ai denti e vi portasse ad odiarmi lo capirei. Il mio essere cosí non sta molto simpatico nemmeno a me.
Dicevo che questa cosa ti cambia le prospettive perché non sono diventato paranoico con la paternità, ho solo stravolto il fulcro delle mie psicosi.
Dicono che le madri in post-gravidanza subiscano sbalzi di umore legati alle fasi ormonali. Dei padri nessuno parla. Ci sta perché, non essendoci stravolgimenti fisici conseguenti l’avere un figlio, per noi i repentini cambi di umore devono per forza di cose avere radici psicologiche (parlo come se sapessi qualcosa di psicologia o anche solo ritenessi un plus conoscerne le basi.). Fatto sta che sono in questo momento emotivamente complicato da gestire, fatto essenzialmente di paure/preoccupazioni e sorrisoni ebeti in rapida e schizofrenica successione.
E questo è, a conti fatti, il più grosso stravolgimento dell’essere padre.

In un momento non meglio precisato di questo 2015 è uscito Atheist’s Cornea, che è un disco degli Envy. Non so dire di preciso quando perché non sono davvero più sul pezzo con nulla, ma per fortuna i social in questo aiutano e così da un paio di giorni non ascolto altro. Per me è un bel disco. Non ci si trova tutto il post-rock che ci si aspetterebbe dagli Envy, infatti il disco ha una durata ragionevole, ma ci si trovano di certo tutte le atmosfere a cui ci hanno abituati. Solo, questa volta, frullate insieme senza un senso anche minimo di continuità. Da qualche parte, non ricordo dove né in che contesto, ho letto la definizione “emotional rollercoaster” trovandola stupida. La uso adesso senza vergogna perché, pur restando stupida, mette a fuoco l’immagine meglio di come saprei fare io.
Non c’è niente di rivoluzionario in questo disco. A volersi spingere si può sottolineare l’inserimento di alcuni momenti di cantato pulito ad arricchire il pannello di soluzioni previa costituito solo da parti recitate/parlate e urla ferali, ma nel 2015 al più può essere definita una scelta retrò. In fin dei conti questo è un disco revival, pieno di pezzi che nessuno ormai scrive più, ma costruiti con la sapienza di chi ha le basi, le idee e una certa attitudine a fare sempre e comunque le cose a modo. In una scena che generalmente tende al post gli Envy, che credo siano stati tra i primi a percorrere quella strada, tirano il freno a mano e invertono il senso di marcia. La cosa del freno a mano si sente proprio, succede a 00:21 della prima traccia del disco. Io, in totale sincerità, apprezzo e ringrazio perchè ultimamente, se c’è un disco con cui mi sento in completa sintonia, è questo qui.

Il pezzo nasce dopo aver letto la recensione di Pitchfork e l’averla trovata completamente sbagliata. Ne è uscito tuttavia un post che con ogni probabilità sembra più uno scarto del portale alfemminile, ma sto giro oltre che di parlare del disco avevo voglia di parlare un po’ di me e, davvero, mi è sembrato normale fondere i due contenuti.
Il disco completo lo si può ascoltare in streaming su youtube.
La coppia “Ticking time and string” / “Footsteps in the distance” spero chiarisca la misura di questo pezzo.
Se non fosse così è perché non avete un figlio.
O, più probabilmente, perchè siete persone equilibrate.

La famiglia

Il 31 luglio del 2012 Tony Sly aveva suonato da qualche parte in Europa prima di rientrare in hotel e non svegliarsi mai più. Io non lo conoscevo, ma questa cosa su di me ha avuto un certo impatto. Da quando celebrare il lutto è diventata una pratica social, ogni volta che qualche personaggio pubblico lascia questa terra io mi ritrovo con metà dei miei contatti intenti a celebrarne la scomparsa e l’altra metà a postare, ciclicamente, la stessa tavola di Zerocalcare. Io non me la sento di dire quale delle due fazioni sia nel giusto, non lo so, ma posso certamente dire che di Tony Sly a me importava più di quanto mi importi di metà abbondante dei miei amici su Facebook e questo è un fatto. Ha influenzato la mia vita, ne ha fatto parte. Potremmo raccontarci che questo tipo di relazione sia unidirezionale, visto che solo uno dei due protagonisti della storia conosce effettivamente l’altro, ma non è così. Ogni volta che Tony Sly ha preso in mano una chitarra per dire qualcosa, l’obbiettivo era dirla a me. Non sapeva chi fossi, ma era certo (o forse si augurava soltanto) che da qualche parte ci fossi io pronto ad ascoltarlo. Ero la ragione che lo spingeva a fare quello che amava fare. Non so come funzioni per voi, ma nella mia vita le persone che mi spingono a fare ciò che faccio hanno una certa importanza. Quindi ecco, se lo chiedete a me, sentire il peso per quella scomparsa è del tutto normale. Sacrosanto, anzi.
Ad un anno dalla morte di Tony Sly è uscito un disco. E’ una raccolta di suoi pezzi, suonati da diverse persone della scena di cui ha fatto parte. E’ l’unico disco che io abbia mai pre-ordinato in vita mia. Quando mi è arrivato l’ho messo in macchina e l’ho ascoltato. L’ultima traccia è “International you day”, la suonano Joey Cape e gli Scorpios e si chiude con la dissolvenza del pubblico che grida “Tony”. Sentirla quel giorno mi ha annodato di nuovo la gola e inumidito gli occhi. Di quel disco oggi mi rimangono l’adesivo “Never forget Tony Sly” attaccato sullo stereo di casa e il ricordo di quel groppo in gola. Ditemi voi che senso potrebbe mai avere mettersi qui a scrivere del fatto che sia o meno un buon disco.

Poco fa sono uscito dal cinema dopo aver visto Fast & Furious 7. Domani ci saranno sicuramente un sacco di siti e blog che ve ne parleranno in maniera critica, analizzandolo da un punto di vista cinematografico. Sulle pagine che di solito leggo io immagino qualcuno ne parlerà bene perchè tutto sommato il ritmo è sempre alto, ci sono tante scene di combattimento e la ricerca dell’eccesso introdotta da Lin nella serie trova una certa continuità in questo settimo episodio. Credo ci sarà anche gente che ne parlerà male, sottolineando uno script talmente lacunoso da risultare offensivo, un uso della CGI completamente illegittimo e una totale mancanza di cura nella regia dei tanti combattimenti, inquadrati sempre da troppo vicino. Alcuni potrebbero spingersi in un’analisi sulla presenza o meno delle auto, che ormai a conti fatti sono il fulcro della saga solo per alcuni aficionados. Forse ci sarà anche chi proverà a collegare i limiti del film al peso che la scomparsa di uno dei protagonisti ha avuto sulla lavorazione dello stesso. Tutto giusto.
Come ogni volta che vado al cinema, anche questa sera ho pagato il biglietto in cerca di qualcosa. A spingermi è stato lo stesso bisogno che mi ha portato a pre-ordinare il disco di cui sopra. Sentivo il bisogno di un’ultima corsa con Brian O’Conner. Il primo Fast & Furious io l’ho visto quando è uscito, Arcadia di Melzo in Sala Energia. Ci ero andato insieme agli amici con cui, a casa, consumavo i joypad in sfide a Tokio Xtreme Racers ed eravamo ovviamente in sala per le macchine. Quando mi sono ritrovato di fronte un tizio in vans e pantaloni corti a fare il protagonista la folgorazione è stata immediata. A vent’anni non saprei dire se fosse più una cosa tipo: “Lui è uno come me” oppure “Voglio dannatamente essere come lui”, ma da quel momento per il sottoscritto Fast & Furious è sempre stato Brian. E le macchine. Guidavo (e guido tutt’ora) una Yaris, ma il sabato pomeriggio mi capitava di andare con gli amici in negozi specializzati in tuning. Compravo qualche cazzata tra le poche che potevo permettermi da studente e la montavo in macchina. Era una cosa giusta perchè il tuning non era pratica da zarri tipo elaborare il motorino. Brian aveva definito inequivocabilmente che era roba per gente a posto. In inglese dicono “role model”.
Questa sera ero all’Arcadia in Sala Energia. Con me c’erano gli stessi amici del 2001 tranne uno, impegnato a casa con il figlio di tre giorni. In più questo giro c’erano mogli e compagne, perchè la vita va avanti, continua e ci ha portati tutti a diventare adulti, nostro malgrado. Negli ultimi minuti sullo schermo è passato l’omaggio che tutti sapevamo ci sarebbe stato. Sento il groppo, mi si inumidiscono gli occhi. Dentro di me penso di passare per coglione a commuovermi per Fast & Furious. Guardo più volte la Polly come punto di riferimento perchè, cazzo, lei piange ogni volta che sullo schermo passa qualcosa di anche solo vagamente toccante, ma ovviamente questa volta niente e così io mi sento ancora di più fuori luogo. Dentro di me però so benissimo di essere andato al cinema per quello e, di conseguenza, sono contento.
Non so se usciranno altri Fast & Furious. Non so se li guarderò. Se lo farò sarà per vedere un film, quindi poi magari in seguito ne parlerò come si parla dei film, belli o brutti.
Oggi ero al cinema per omaggiare il tipo con le vans.
Ed è quello che ho fatto.

Mancherai tanto.