Apologia di un disco

Questo post inizia da Pavel Nedved.
In trentacinque anni credo di non aver mai odiato un calciatore avversario quanto ho odiato Pavel Nedved, personificazione se ce n’è una del tristemente noto “Stile Juve” nella sua unica accezione possibile: quella negativa. Tutelato dagli arbitri qualunque porcheria facesse, simulatore come pochi altri nella storia del giuoco, il ceco è stato per anni un catalizzatore fulgido del mio disprezzo. Riusciva a farmi odiare la Juve anche più di quanto già la odiassi e, davvero, è come spingere qualcosa a superare la velocità della luce.
Chiunque capisca di calcio non può negare Nedved sia stato un grande giocatore, magari non tra i primi della storia, ma innegabilmente un ottimo calciatore. Nel 2003 ha vinto anche il pallone d’oro, in un’epoca in cui il premio non era necessariamente assegnato al più forte di tutti, ma al più determinante o incisivo nella stagione. Gli addetti ai lavori ne parlano anche come un grande professionista dentro e fuori dal campo.
Se lo chiedete a me però, Nedved è e sarà sempre una merda prima come uomo e poi come sportivo, irredimibile, e non c’è nulla che abbia fatto nella sua carriera in grado di farmi cambiare idea. E’ una posizione sincera e rispettabile, ma chiaramente poco obbiettiva.

Gli Aiden sono tante cose. Una band lo sono stati per poco, ben presto si sono trasformati in una sorta di emanazione dell’ego del loro frontman, all’anagrafe William Roy “wiL” Francis, uno di quelli che ad un certo punto della vita, in genere troppo presto, decide di essere il più grande e controverso artista di ogni epoca. A volerli descrivere, parliamo di cinque ragazzi cresciuti ascoltando grossomodo quello che ascolto io che nei primi anni 2000, poco più che ventenni, hanno pensato fosse una buona idea cavalcare l’onda nascente della poseraggine tutta polsini, frangette, tatuaggi e mito dell’oscurità. Sono gli anni del nu-emocore e di twilight, per dare dei riferimenti. A vent’anni cazzate ne abbiamo fatte tutti, ma visto il baratro in cui la scena è piombata in seguito a questo fenomeno, diventa complesso non farne una colpa a chi ha contribuito attivamente alla caduta e gli Aiden sono certamente tra i primi ad aver preso la pala ed iniziato le operazioni di scavo.
E’ quindi più che lecito trovarli detestabili per ciò che rappresentano, un’idea di musica basata sull’apparenza e unicamente figlia della ricerca spasmodica di visibilità che la moda del momento può dare. Non che sia un fenomeno innovativo o peculiare all’interno della storia della musica, dalle boy-band all’indie rock, passando per il pop-punk anni novanta o lo pseudo rap di Fedez oggi, fare musica per moda è un concetto ricorrente. L’aggravante per gli Aiden credo sia soprattutto nel fatto che il trend scelto da loro sia indiscutibilmente il più osceno e rivoltante di tutti i tempi, cosa che non sono certo qui a negare. Li prenderei a sprangate anche solo per i pantaloni skinny e gli shorts sopra il ginocchio.
Quindi chiariamoci: capisco il disprezzo che la comunità riserva loro.
I can feel it.

Cosa rende diversi gli Aiden da Pavel Nedved?
Nedved era un individuo ben riconoscibile, lo juventino tra gli juventini, il simbolo. Gli Aiden al contrario si perdono all’interno di un marasma di band esteticamente identiche, un’ondata di merda oceanica che l’avvento della musica libera online ha trasformato in tsunami e riversato nelle nostre orecchie. L’attaco dei cloni. Centinaia di band sovrapponibili e prive di identità a godere simultaneamente della stessa identica (sovra)esposizione mediatica. Indistinguibili. Un terreno quantomai fertile per l’effetto sineddoche, in cui dici Aiden per dire “la scena fake-emo-punk-dark primi anni zero”, quindi ti accanisci con loro per accanirti con ciò che rappresentano. L’esatto opposto di Nedved.

Il perderli dentro una scena fluida di gruppi privi di qual si voglia peculiarità è certamente discorso soprattutto estetico, ma può avere basi anche musicali se si pensa a roba tipo “Conviction”. Quello che mi preme tirare fuori con questo post però è che a quella roba lì arriva da un percorso abbastanza peculiare e se vogliamo “più onesto” rispetto alla massa e, anche se questo non li redime come band, può redimere un disco.
Questo disco.

Dicevamo di ragazzini di poco più di vent’anni con la fissa di un certo punk-rock anni novanta incline ad un certo tipo di estetica, che parte dai Misfits e si completa negli Afi. Spirito di emulazione che sfocia in carnevalata, certamente, ma che ancora non ha i tratti della caricatura. E’ evidente non ci sia malafede, ancora. Ad esserci, invece, sono i pezzi.
Adesso dobbiamo guardarci in faccia, seriamente, e chiederci cosa cerchiamo da un disco pop-punk uscito nel 2005. Ovviamente posso rispondere per me, ma ci sono cose che a mio avviso sfiorano l’oggettività assoluta. Pensare che un disco come questo possa essere originale nel genere che propone è come pensare che il movimento 5 stelle possa svincolare l’italia dalla politica economica globale smettendo di trattare con le banche. Rispetto il credo di chiunque, ma resto agnostico.
Io cerco pezzi carichi, melodie solide, refrain che ti si incollano in testa, cori da cantare e, se proprio mi sento in vena di esagerare, un uso minimamente conscio degli strumenti a disposizione (nella fattispecie, le due chitarre). Niente che mi faccia andare in estasi, ma che si faccia ascoltare e possibilmente non dimenticare un minuto dopo. Questi ingredienti per me ci sono tutti. In quella parentesi temporale in cui i ragazzini partivano dal post-HC di Thrice e Thursday o dal pop-punk dei Good Charlotte (!!!) per “riscoprire” un’estetica dark e farne moda, gli Aiden si sono trovati sul cavallo vincente senza neanche accorgersi di stare giocando lo stesso sport, arruolati per meriti extra-musicali. Un jolly che si sono giocati nel modo peggiore, ma che non hanno per forza di cose cercato.
Gli è più che altro capitato in mano.

Se gli Aiden vi causano l’effetto Pavel Nedved lo capisco e non giudico.
Potendo andare oltre però si dovrebbe poter riconoscere in Nightmare Anatomy un disco che, ripulito da tutto ciò che non sono le tracce che contiene, è una discreta bombazza.

Questo post è dedicato a quelli del fragolone e ad Andrea Orio.

Modern Baseball

Non lo so bene quando è cominciata.
E’ una roba successa negli ultimi vent’anni, lentamente ed inesorabilmente, e ora sono al punto in cui quando mi metto a pensare ai concerti l’associazione mentale è lo sbattimento. La dichiarazione ufficiale ad uso stampa solitamente è un mischiotto di parole tipo famiglia, impegni e vecchiaia, ma come ogni dichiarazione ufficiale basterebbe una minima di fact checking per trovare crepe nel ragionamento.
E’ il 2011, vivo al quarto piano di un palazzo in centro a Colonia. Una sera suonano i Get Up Kids nel locale quattro piani sotto casa mia. Torno dal lavoro e vedo la coda fuori dal posto. Fa freddo. Salgo in casa pensando che al massimo posso scendere più tardi. Entro, tolgo la giacca, forse faccio la doccia e sicuramente mangio qualcosa. Guardo fuori: il buio, il freddo. Guardo l’orologio, mancano tipo due ore all’inizio del concerto. La Polly mi propone di guardare un episodio di qualche serie TV. Mi siedo sul divano, forse sul letto. Mollo il colpo.
Per lo stesso gruppo due anni prima avevo guidato 400 km.
Non dico sia per tutti così, ma per me lo è. Leggo di un concerto interessante in zona e penso immediatamente al doverci andare da solo, al parcheggio, agli orari*. Quando proprio voglio esagerare ci metto anche il carico della disponibilità biglietti, con conseguente idiosincrasia per la prevendita e Ticket One. Questa palude di fastidi in cui mi impantano ha col tempo minato qualsiasi euforia associabile al discorso concerti, riducendoli ad eventi che scrivo in agenda nella remota possibilità in cui, quando il fatidico giorno arriva, io sia nel mood di farmi, appunto, lo sbattimento.

Ieri sera sono andato a vedere i Modern Baseball ed è stato così:

Una cazzo di festa.
Che poi non è nulla più di ciò che dovrebbe essere un concerto: gente che sta insieme e si diverte insieme. Facile, semplice e bellissimo, come tutte le cose facili e semplici. E no, per una volta non era pronosticabile perchè le pessime premesse ‘sto giro non riguardavano solo me e il mio atteggiamento da orso, ma anche (anzi, soprattutto) la band.
Il 25 gennaio Brendan (il tizio che canta nel video qui sopra) scrive sulla pagina del gruppo:

I have some unexpected news. I will not be joining Modern Baseball on the upcoming Europe / UK tour. I am okay — but I need this time at home to focus on my mental and physical health. The band will continue on with the tour thanks to help from mega friends Thins Lips, Superweaks and all the MOBO crew. This was an incredibly hard decision for me, and it was even harder confronting myself and the band about how I am feeling. Still, I know this is what I need right now. I can never thank MOBO and our crew enough for taking on the roles they have to support me.
I love y’all very much.
Mental illness is very serious and should never be taken lightly. It’s a long journey to understanding and coping with your illness but I have so much faith in y’all, and myself. If you or a friend ever feels lonely, depressed, sad, confused, whatever here are some crisis hotlines you can call. Again, I love y’all very much — talk soon <3

Non proprio una cosina da ridere, insomma.
L’impatto principale di questa brutta storia sul tour è che un tizio del loro staff deve sopperire alla mancanza sul palco, suonando la chitarra. Si è imparato un po’ di pezzi, ma non tutti, quindi lo show viene diviso in tre atti: il primo, full band, in cui James canta i suoi pezzi, il secondo con James in acustico per le canzoni che il sostituto ancora non ha imparato a suonare, ed un terzo di nuovo full band per i pezzi di Brenden. Che però non c’è.
La decisione della band è di far cantare al posto suo chiunque ne abbia voglia, tra gente del pubblico e ragazzi dei gruppi che girano con loro in tour**. Siccome è una festa, oltre al karaoke sul palco iniziano anche a passarsi gli strumenti e ogni pezzo alla fine viene suonato da persone diverse. E’ una cosa bella.
Non nuova, al più inconsueta ai concerti a cui vado io ultimamente, non strana.
Bella.
Di solito sono i gruppi con cui siamo cresciuti a riportarci indietro. Vai a vedere gente di quaranta e passa anni che suona roba da dischi che potrebbero fare la patente e bere negli Stati Uniti e grossomodo firmi una sorta di tregua col tempo che passa per quei sessanta minuti di show. Tu fai finta di non vedere capelli bianchi della band, la band fa finta di non averli e ci si crogiola tutti insieme in quella sorta di bolla, al più ripensando a quanto era bello.
E’ difficile avere questo tipo di feeling quando a suonare è gente schifosamente giovane tipo i Modern Baseball.
C’è uno rospo gigante da buttare giù nell’accettare che il tuo passato sia il loro presente, che non stiano suonando per ricordarti e ricordarsi quanto fosse figo il 1998, ma per celebrare quanto sia figo il 2017.
Cristo, è una roba che a scriverla qui sopra mi fa l’effetto delle coltellate.
A fine concerto sono andato al banchetto e gli ho comprato una maglietta. Avrei potuto prendere i dischi, pagandoli tipo 1/3 di quanto li pagherò oggi su Amazon, ma avevo in tasca giusto 20 euro e la maglietta per me è la cartina tornasole di quanto un concerto è figo.
Tempo fa mi chiedevo da quanto non mi finisse in mano una band “nuova” capace di spaccarmi il cuore con un disco. Non ricordo quale sia stata l’ultima, certamente non i Modern Baseball.
Di loro mi sono innamorato giusto ieri sera vedendoli suonare di fronte a cento persone in condizioni molto precarie.

* La pagina Facebook dell’evento di ieri indicava l’inizio alle ore 22:00 (EDIT: la pagina facebook ovviamente era una pagina sbagliata, ma a mia discolpa è la prima che esce se si usa il search di facebook. Ticket One riportava comunque 22:00 come inizio.). Io sono arrivato alle 22:03 e mi son sentito il primo pezzo del set dalla biglietteria. Errore mio, ma forse sarebbe ora di allinearsi ad una politica e mantenere quella per tutti gli eventi. Invece è impossibile sapere prima se arrivando giusti si rischi di aspettare ore o di perdere l’inizio del concerto. Non c’è una logica e questa gigante rottura di cazzo non aiuta ad invertire la tendenza di cui scrivo ad inizio post. Manco per il cazzo, direi. A voler scegliere, comunque, firmerei per concerti come quello di ieri che finiscono alle 23:00. Basta saperlo prima.

** non ho avuto il piacere di sentirli, perchè a quanto pare l’ora di inizio evento ieri indicava l’ora di inizio del set della band principale, con buona pace del supporting cast che si è trovato sul palco prima dell’inizio effettivo del concerto. Magari mi sarebbero piaciuti. Chi può saperlo?

Cose belle oltre oceano

Ci sono un paio di robe di cui ho voglia di scrivere. Una riguarda quello che mi piace degli Stati Uniti, l’altra l’ennesima testimonianza del perché TIM si meriti le peggio disgrazie.
Forse scriverò di entrambe, ma sta sera sono preso bene e preferisco dare spazio al tema numero 1.

Quando penso agli Stati Uniti di solito mi vengono in mente solo robe brutte.
Non so se capiti a tutti, ma per me è così. Dalla ridente Gessate mi trovo spessissimo a pontificare su quanto gli USA siano un posto terribile per una serie piuttosto lunga e dettagliata di motivazioni. Le armi, il business delle assicurazioni sanitarie, il razzismo, i teocon, le armi, il sistema scolastico, il capitalismo estremo, le armi, quell’idea di essere responsabili e di conseguenza padroni delle sorti del mondo e, se ancora non l’ho scritto, le armi. Tutte cose orrende eh, innegabile. Quello che tendo a dimenticare è che gli States sono anche altro e ogni volta che ci vengo (nel 2016 è la terza volta) mi rendo conto che quest’altro è composto di cose che mi fanno stare davvero un sacco bene.
Tipo.
Io amo guidare attraverso gli Stati Uniti. Che si tratti di attraversare l’Illinois o la California, che sia una visita di piacere o di lavoro, ogni volta che mi trovo al volante da queste parti io sono in pace con me stesso. È, credo, per via di un insieme di fattori. Da un lato c’è il relax di strade dove, ad andar bene, si incrociano altre automobili una volta ogni cento km, dall’altro ci sono questi paesaggi bellissimi capaci di iniettarmi nel cuore un senso di pace e serenità che difficilmente provo in altre circostanze. Non deve essere necessariamente un posto bello o emozionante. A me bastano anche 100 km tra le fattorie del Wisconsin per entrare in questo mood di totale appagamento. Un buon disco nello stereo, il paesaggio attorno e la strada deserta che scorre sotto le ruote.
Forse non saprei fare un elenco delle dieci cose che mi fanno stare meglio, ma certamente questa sarebbe una di loro.

L’altra cosa che adoro di questo Paese sono i bar. Noi non ce l’abbiamo più questo concetto di bar come luogo in cui stare, anche da soli. Sulle prime questa cosa del sedersi al bancone da solo fa molto alcolizzato, da noi la tradizione vuole che, fatta eccezione per ladri e spie, a bere si debba andare in compagnia. Ma non si tratta solo di bere. Ci si può sedere al bancone da soli anche per mangiare un boccone, il punto è che negli Stati Uniti non si è mai realmente soli. Entri, ti siedi e ordini le tue cose. Poi inizi ad interagire con chi ti è seduto affianco o, alla peggio, con chi sta dietro il bancone. È una cosa molto social: si parla con sconosciuti di argomenti non per forza banali. Pare assurdo doverla spiegare, ai tempi di Facebook, eppure è qualcosa che da noi non esiste nella vita reale.
Mi capita spesso di innervosirmi leggendo i classici messaggi volti a mollare i propri smartphone per agevolare le relazioni umane. Il nostro non essere capaci di socializzare non deriva da internet, internet ci ha solo riempito uno spazio che prima era dedicato a silenzi imbarazzati. Qui l’interazione tra sconosciuti è praticata, nonostante, sono abbastanza sicuro, anche loro abbiano internet sui cellulari (nota: ricordati che il pezzo di insulti a TIM non è questo. Non partire per la tangente.).
È un altra cosa che mi fa stare bene. Vai al bar, chiacchieri di cose spesso interessanti, bevi la tua cosa e poi lasci la mancia. Tornando a casa o nella tua camera d’albergo hai sempre la sensazione di essere più ricco di quando sei entrato al bar. Ed è bello.
Insomma, ogni volta che penso agli States penso alle tante cose che non tollero eppure a conti fatti sono uno dei posti dove preferisco stare.

Volevo chiudere il pezzo col video di “Tip your bartender” dei Glassjaw, ma dal telefono non riesco a tirar fuori il codice per l’embed. Cercatevelo su youtube e fate conto di averlo visto qui.

#GiorgioGoesToHollywood

Alla fine ci siamo davvero andati, a Hollywood.
Siamo stati anche in un sacco di altri posti, macinando una roba come 4200 km in due settimane. Come sempre ho messo online la classica paginetta coi dettagli del viaggio e un album con le solite foto brutte (sto giro ancora più brutte perchè credo la mia macchina abbia un problema di autofocus).
Quello che mi andava di scrivere qui sopra però riguarda più il fatto che la California è grossomodo da vent’anni la mia personale Terra Promessa. Ci sono cresciuto io, idealizzando la west coast. Tutto ciò a cui tendevo, l’immaginario con cui ho vissuto la mia adolescenza e post adolescenza arriva da lì e poterci finalmente andare, seppur con colpevolissimo ritardo, per me è stata una roba importante e ovviamente carichissima di aspettative.
La cosa che più mi spaventava era che finirci a 35 anni da padre di famiglia mi facesse sentire vecchissimo o comunque fuori contesto.
L’ultimo giorno me ne stavo in bici sul lungomare che collega Venice a Santa Monica, Giorgio nel seggiolino dietro di me. Il sole, le palme, l’oceano. Ad un certo punto arrivo ad uno skate park, così mi fermo. In rampa tra gli altri c’è un ragazzino che stimo sui sei anni. Ovviamente alterna salti assurdi a cadute clamorose e un po’ tutti lì intorno tifano durissimo per lui, soprattutto due signori sulla quarantina. Un uomo e una donna che gli danno il cinque e gli scattano tonnellate di foto.
Vedo questa scena e non posso che pensare la California sia una figata anche quando hai quarant’anni e dei figli.
E’ stupido vero?
Temo di sì, ma penso anche chissenefrega.
Ho visto posti bellissimi, ma alla fine il cuore l’ho lasciato a San Diego, che non saprei descrivere se non come la città dello stare bene. E a me piace stare bene.
Mi piace da morire.

Ci sono persone che ci hanno seguiti durante il viaggio grazie all’hashtag del titolo. Tantissimi cuori per voi.
Ancora più cuori ai Galmotz per il supporto tecnico e logistico impagabile.
Record di cuori alla Polly che mi ha permesso di realizzare il sogno di una vita.

“…living in the perfect weather, spending time inside together
Hey, here’s to you, California…”

I am a nightmare

La vita, a quanto pare, è quella cosa che succede tra il release di un pezzo nuovo dei Brand New ed il successivo.
Dall’ultima volta sono successe un po’ di robe, in effetti: ho cambiato casa, ho allargato la famiglia, ho imparato a tagliare il prato, mio figlio ha imparato a camminare, son pure stato promosso al lavoro. Sembra giri bene, per quanto faccia sempre paura dirlo.
Oggi ho ascoltato “I am a nightmare”.
Mi ci son volute le consuete dodici ore per metabolizzare l’idea di cliccare play ed accettare la possibilità di rimanere deluso, ma alla fine ce l’ho fatta. Ed è andata bene. Il nuovo singolo dei Brand New è la cosa che meno ci si potrebbe aspettare dai Brand New, è una canzone che prende bene. Tipo i pezzi di “Your favorite weapon”.
Quindi boh, forse anche a Jesse gira bene ultimamente. Da quel che ho letto in giro sembrerebbe di sì.
Ieri su BASTONATE usciva un articolo che, tra le varie cose, dice che un musicista che sta male produce tendenzialmente musica migliore. Io non sono del tutto allineato, a me piace un botto di roba scritta da gente che tutto sommato si diverte e non ha problemi nel darlo a vedere (anzi, la merda di solito arriva quando se ne va il divertimento), ma se dovessi pensare ad un esempio per corroborare la tesi del pezzo, i Brand New sarebbero la prima immagine a venirmi in mente.
Nel loro caso, anche io temevo che senza malessere sarebbe mancato l’ingrediente principale.
Invece no.
Poi magari il testo di questo nuovo singolo è la roba più disperata di sempre, io mica sono andato a leggerlo. Mi bastano quelle chitarre lì, quel riffettino lì e quel “I am a nightmare and you are a miracle” per prenderlo come un pezzo pieno di sole cose belle. Che poi è il motivo per cui se un quadro astratto mi piace non son così interessato a sapere il messaggio di chi l’ha dipinto. Vedo i colori, le forme e se stanno bene insieme io lo guardo volentieri. Poi magari per l’artista rappresenta la madre morta male, ma quello è a tutti gli effetti un problema suo.
Ha senso?
Per me ne ha.
Si continua a vivere quindi, tra un pezzo dei Brand New ad un altro, e forse è quasi bello che sia così piuttosto che avere un disco da dover affrontare tutto insieme, fatto di emozioni ed immagini diverse che ti arrivano in faccia simultaneamente. Non lo so. E’ probabile abbia scritto una cazzata.
George R.R. Martin, tanto per tornare ad un argomento ormai inflazionato su questo blog, da anni fa uscire qua e là capitoli dei suoi libri (l’ultimo proprio ieri, per chiudere il cerchio. Niente link, non qui sopra. Mai più.) e nel suo caso l’operazione mi manda ai matti. Ma proprio che gli auguro ogni male, mi son pure fatto bannare dalla sua community scrivendogli che il prossimo libro l’avrei pagato un euro alla volta in dieci anni (true story).
Forse il problema è mio e nella scarsa coerenza con cui approccio operazioni simili sulla base di chi le mette in atto, o forse son cose molto diverse che ho accomunato a cazzo io in chiusura di post. Non ho una risposta e temo il pezzo se ne stia andando dove non deve.
Ricapitolo, quindi.
E’ uscito un nuovo pezzo dei Brand New.
E’ bello.
Niente da aggiungere.

Life is too short to last long

Ciao Manq, hai sentito il nuovo pezzo dei Blink 182?

Questo?

Esatto. L’hai sentito allora!

Beh si.

E non ne parli?

Boh, pensavo di no. Ho scritto davvero un mucchio di post in cui sbraito che per me i Blink 182 ormai sono un argomento chiuso, speravo di evitarmi di pubblicare l’ennesimo. Sai, provare ad essere credibile per una volta.

Quindi nulla? Speravo in un’opinione a caldo. Anche solo due righe eh, giusto per darmi un’idea.

E cosa vuoi che ti dica? Questa mattina quando l’ho sentito ero traboccante di felicità all’idea di poter twittare “Il nuovo dei Blink non è una merda”. Credo questo basti ad inquadrare la situazione.

Madonna che pesantezza… Ho capito il concetto. L’hai detto sa Dio quante volte. Va bene. Io vorrei solo provare a farti fare un passo avanti, svuotare la testa da tutte le tue menate da vecchio e dire cosa ne pensi di QUESTO pezzo. Ma ho idea che non sia cosa…

Ok, scusa. Se vuoi un parere provo a dartelo. Sta mattina, appena ho trovato il link, mi sono sentito il pezzo. L’attacco e la strofa sono una roba alla +44, che a pensarci non vuol dire niente visto che sempre di Hoppus si parla, ma in realtà credo stia a significare che quei suoni, con quella batteria lì e con quell’effetto orrendo sulla voce, siano esattamente la sfumatura che poteva permetterti di distinguere un’operazione dall’altra. A pensarci oggi non ha davvero più senso farlo, non mi stupirei se i nuovi Blink suonassero qualche pezzo dei +44 dal vivo, ma sto divagando. Quel che voglio dire è che il pezzo parte male. Poi però entra un ritornello GROSSO COSI’ e di tutte ‘ste seghe me n’è di colpo fregato zero. Volevo solo risentirlo ancora. E ancora. Talmente preso bene che mi sono digerito senza troppi scompensi pure il finalone coi cori e Travis che spruzza.
Ti basta come commento tecnico?

No. Nel senso, credo di aver capito che il pezzo ti piacicchia, ma non hai detto nulla su questo nuovo suono, su Matt Skiba, insomma su quello che succederà adesso…

E cosa dovrei dirti, di grazia? Il “Suono Nuovo” è esattamente il suono ipertrofico dei Blink del nuovo millennio, con gli effettini di “Feeling this” sull’intro e i muri di suono nel ritornello tipo “Stay toghether for the kids”. Le parti di chitarra potrebbero essere di Tom senza problemi, ad indicare che o anche prima le scrivevano gli altri, o che il buon vecchio DeLonge abbia dimenticato di farsi restituire qualche demo. Alla luce della sbroffata di “uo-oh” che c’è in fondo propenderei per la seconda ipotesi, perchè mi pare proprio roba sua. L’hai sentita la parte in palm mute nel finale? Non ho cazzi di controllare, ma è presa paro paro da qualche altro pezzo pre-scioglimento. Se dovessi basarmi su questo singolo, Matt Skiba potrebbero benissimo averlo preso per scaricare il van.

Ok, quindi nessuna attesa per il disco nuovo immagino…

Non ho detto questo. Insomma, questo pezzo qui ha un bel ritornello, limita tutto sommato l’invadenza di Travis e ha dei suoni gonfi e finti che mi prendono bene. Sai quanto tempo era che non sentivo un pezzo dei Blink capace di prendermi bene, anche se con delle riserve?
Alla luce dei fatti io un po’ voglio crederci.

Non è che poi ci rimani male?

Può darsi, ma molto probabilmente ormai certe robe mi scivolano addosso. Ti dico una cosa. Se quindici anni fa i Blink 182 se ne fossero usciti con un disco intitolato CALIFORNIA proprio l’estate in cui io pianifico un viaggio in CALIFORNIA l’avrei vissuta ai limiti del misticismo. Immediatamente colonna sonora della vacanza, a prescindere dalla qualità del disco.
Oggi la trovo solo una buffa coincidenza.

Non so se ti credo. Te sei quello che mi diceva che vai a San Diego e il tuo primo obbiettivo è andare da Sombrero’s a mangiare messicano. Mi sembra che tutto sommato ne sei uscito per modo di dire. E anche sta cosa del titolo del disco che hai appena detto, beh, uno normale manco ci avrebbe fatto caso…

Non ho altro da dirti.

Ehi, te la sarai mica presa?

Vaffanculo.

Io non sono come Mendez

Entriamo nel locale sul presto.
Non si capisce mai quando i concerti inizino davvero nei locali milanesi. Ogni tanto arrivi che i gruppi stanno ancora facendo il check mentre altre volte entri che son già a metà set.
Per non rischiare, questa volta siamo arrivati presto. Sul palco c’è un tizio che non ho mai visto. Strimpella due note in croce col basso prima di dire al fonico che è ok e passare al setup del suo microfono. Un calvario. E’ troppo alto, troppo basso, c’è troppo eco, va alzato in spia, no meglio riabbassarlo, così fischia, togli l’eco, era meglio prima. Il fonico impazzisce a stargli appresso per almeno dieci/quindici minuti, ma alla fine il tutto sembra soddisfare il tizio sul palco, che da il suo ok e mette fine al check.
Il locale si riempie, io e i miei amici ci beviamo una birretta e si fa l’ora dell’inizio del concerto.
Il gruppo sale sul palco ed il tizio del check imbraccia di nuovo il basso. Attaccano il primo pezzo e quello che si rivela essere il bassista tira immediatamente il microfono, con tutta l’asta, sul pubblico. Glielo recupererà a fatica uno dello staff, ma per tutta la restante parte del concerto il tipo lo userà solo ed esclusivamente tra un pezzo e l’altro per insultare i presenti.
Il locale è il Rainbow club di Milano, il gruppo sono i Derozer e il bassista in questione si chiama Mendez. L’anno è probabilmente il 1998 o giù di lì.
Via all’RVM.

Venerdì sera al Live di Trezzo son tornati i Derozer per la prima data di un nuovo reunion tour. Ci sono andato. Mendez invece è stato a casa sua perchè a questa reunion non ha intenzione di partecipare, almeno stando a quello che ha scritto sulla sua pagina facebook:

Ciao a tutti,
in questi giorni mi hanno contattato molte persone per avere notizie sul ritorno dei Derozer.
Ci tengo a precisare che per quanto mi riguarda NON PARTECIPERO’ a questo “Reunion Tour”.
Il gruppo non esiste più già da molto tempo e purtroppo non ho voglia di condividere NULLA con personaggi con cui non ho più NIENTE in comune.
Buona fortuna!!!

Il comunicato è nello stile del personaggio, quindi la situazione potrebbe essere molto meno compromessa di come viene fuori, ma non necessariamente. A sostituirlo l’altra sera c’era Paletta, per il resto del tour ci penserà il bassista dei Duracel. Seby a fine concerto ha comunicato che Mendez non ci sarà per sua scelta, che nessuno lo ha cacciato e che se vorrà potrà tornare quando e come vuole perchè loro “hanno ritirato la maglia come ha fatto il Milan con Baresi”. Il comunicato citato qui sopra però non mi pare altrettanto possibilista.
La domanda ora é: come sono i Derozer senza Mendez?
Boh.
Come ho già detto altre volte, per me ci sono canzoni che ha sempre e comunque senso andare a sentire dal vivo e almeno un paio di queste sono dei Derozer. Cantarle a un metro dal palco col dito alzato vale il rientrare alle due e mezza consci di doversi alzare alle sette, vale lo stare circondato di ragazzini puzzolenti a torso nudo, vale farsi schiacciare i piedi e farsi piantare i gomiti nel costato a quasi 35 anni, vale bere una birra di merda e vale pure sorbirsi playlist di sottofondo con gli Ska-p. Vale grossomodo tutto e quindi, io, mi sono divertito. E’ però innegabile che non sentire nessuno gridare alla folla “Diskotecari di merda” o “Astemi” ad ogni pausa, in costante rissa verbale col pubblico di fronte, lima e non di poco la portata della cosa. Un concerto dei Derozer senza Mendez quindi è davvero un’altra roba, al netto dei pezzi. La sua è stata una presenza iconica per cui fatico a trovare un corrispettivo in termini di impatto sul pubblico / peso specifico nel suono del gruppo. Non c’è nulla di diverso in come suonano, ma li vai a vedere e sono un’altra band.
Cosa si sia incrinato (se si è incrinato davvero qualcosa) non è dato saperlo e conta il giusto. Uno come me, che ha sempre cantato convinto “Alla nostra età” senza averci mai avuto troppo a che fare, prima anagraficamente e poi concettualmente, fatica un po’ a comprendere un certo tipo di coerenza, quella che fa dire “basta” o “no” ad operazioni della risma di questo secondo reunion tour. Di mio quando sento Seby dire: “Avevamo voglia di andare in giro a suonare questi pezzi e ci sembrava giusto farlo, senza obbligare nessuno e senza farci condizionare da nessuno”, boh, lo capisco. E si trattasse solo di alzare qualche euro lo capirei lo stesso anche se, non so perché, credo nel caso specifico questo possa essere magari uno dei fattori, ma non quello portante.
Di conseguenza si va avanti, ognuno con la propria strada. La prossima volta che suoneranno in zona probabilmente andrò meno volentieri di Venerdì scorso, o forse passeranno ancora quattro anni e avrà comunque senso presenziare per sentire quel paio di pezzi che avranno sempre il potere di trascinarmi fuori casa o farmi pentire di non averlo fatto.
Già che ci sono uno di questi lo butto qui sotto, perché parla tutto quello che ho provato a scrivere io in questo post, ma lo fa meglio di quanto abbia fatto io.

I vent’anni di Heavy Petting Zoo

“Heavy Petting Zoo” è il secondo disco punk-rock che ho comprato in vita mia. L’ho ordinato a Pick Up, il negozio che allora mi vendeva i CD, e c’erano volute delle settimane prima che mi arrivasse. Giovanni, il padrone, non aveva idea di che roba fosse e ricordo che, quando me lo consegnò, guardando la copertina fece un mezzo sorriso.
Mia madre non reagì allo stesso modo.
Da un figlio adolescente ti aspetti prima o poi delle preoccupazioni e quindi se un giorno ti torna a casa brandendo un disco con in copertina un tizio che molesta una pecora, credo sia legittima un po’ di perplessità. Sono i primi anni del liceo, hai appena smesso di essere uno studente modello per abbracciare il culto della sufficienza risicata e ora te ne esci con questa cosa del punk-rock. Da lì a drogarsi è un attimo. Sbaglierò, ma ad una certa i miei erano convinti mi drogassi.
Ho iniziato ad ascoltare un certo tipo di musica perchè suonava veloce e carico. Accendevo il walkman e mi andava in circolo l’adrenalina. Non era il messaggio, non c’era volontà di ribellione. Nichilismo, rabbia, emarginazione? Zero. I testi di quelle canzoni avrebbero potuto dire qualsiasi cosa, non lo capivo e non mi importava. Il processo era del tutto irrazionale, emotivo, e convogliava l’energia propria dell’adolescenza. Per dirla con una famosa citazione sentivo “una forza dentro di me che neanche io so spiegare come“.
E mi prendeva bene.
La musica aveva soprattutto lo scopo di farmi stare bene. Non è sempre stato così, ma lo è spesso e lo era sicuramente in quegli anni lì. Quando ti infili dentro la musica, quando ascoltare un disco non è il sottofondo a quel che fai, ma quel che fai e basta, è come quando bevi. Ti tira fuori quel che sei davvero e fa venire a galla le emozioni che quotidianamente filtri sotto tonnellate di sovrastrutture comportamentali. Credo sia la ragione principale per cui, su di me, il metal o il grunge non hanno grossomodo mai funzionato: io puntavo stare bene.
La prima volta che ho ascoltato HPZ, ovviamente da una cassetta duplicatami non saprei nemmeno bene ricordare da chi, per me fu una sorta di illuminazione. Bastarono 3’58” per definire con chiarezza che quello era ciò che avrei voluto ascoltare a ripetizione per i prossimi giorni, che diventarono poi mesi ed anni. Hobophobic parte drittissima e ti centra come una sberla. Schiacci PLAY e nei primi, boh, 10 secondi ti arrivano in faccia i Nofx, tutti insieme. Il basso, la batteria velocissima, la voce di Mike, le chitarre e quei cori armonici (?) così diversi dagli uo-oh da singalong puro che avevo conosciuto con gli Offspring. Un manifesto completo ed esaustivo in 10 secondi ad aprire un pezzo che prosegue senza sosta, senza pause, con quei colpi di tom pesantissimi e quelle rullate messe apposta per impedirti di riprendere fiato. Non hai letteralmente il tempo per capire cosa stia succedendo perchè quando pensi di aver preso le misure, di iniziare a orientarti, dopo 48 secondi convulsi, è tutto finito. Di botto. Come qualcuno avesse premuto un interruttore. Te ne resti lì come dopo uno di quei flash che quando ti capitano nella vita non sei sicuro di averli visti o sentiti davvero.
Ed è a quel punto che arriva lo xilofono.
Un jingle stupidissimo di xilofono è l’ultima cosa che mi sarei mai potuto aspettare dopo una partenza così ed è su quel primo “Bleah” che credo di essere definitivamente capitolato. Bandiera bianca e resa incondizionata. Fate di me ciò che volete, avete vinto voi. Vi amo. Ho passato mesi a consumare quel disco e ogni volta che lo ascoltavo lo trovavo semplicemente perfetto in ogni aspetto.
Oggi invece sono diversi anni che non lo ascolto, anche rispetto ad altri dischi dei Nofx. Quando ho deciso di buttar giù questo post ho provato ad andare a memoria e mi sono sorpreso di quanto fosse annebbiato il ricordo che ne ho in testa. Mentre scrivo non ho la minima idea di che pezzo sia “What’s The Matter With Kids Today?”. Non me la ricordo proprio e la cosa mi infastidisce a diversi livelli. Quindi mi prendo una pausa e mi riascolto il disco.

Madonna, che bomba di disco.
Alla fine non mi ricordavo davvero un mucchio di cose, ma quella che forse mi ha colpito di più è la voce di Mike. Non saprei dire, ma ho sempre avuto l’impressione che la sua voce su questo disco fosse diversa, in qualche modo, da quella presente in tutti gli altri. La prima volta che ho ascoltato “Punk in Drublic”, dopo mesi di monoteismo devoto a HPZ, l’ho fatto da una cassetta che sul lato B aveva i Rancid (Credo “Let’s go” [uno dei dischi invecchiati peggio tra quelli che ho in casa. L’ho messo in macchina un paio di anni fa e ci son rimasto malissimo. Radio sempre clamorosa però.].). Ricordo che al primo ascolto del nastro avevo il dubbio su quale dei due dischi fosse quello dei Nofx perchè in nessuno dei due riconoscevo la voce. Oggi mi sembra inconcepibile poterli confondere, ma fu così.
Io credo ancora che HPZ sia uno dei migliori dischi che i Nofx abbiano mai pubblicato. Probabilmente per una band che incide da più di vent’anni sempre lo stesso album sul gradimento personale pesa molto l’ordine cronologico con cui li si approccia, ma è pur vero che il disco con gli abusi sessuali alle pecore è diffusamente ritenuto un loro mezzo passo falso. A torto, ovviamente.
Nel booklet di “So long… and thanks for all the shoes” c’è una sorta di sezione FAQ in cui i nostri sostengono di aver registrato HPZ con l’idea di farlo piacere ad MTV. La cosa fa ovviamente sorridere, ma potrebbe non essere così lontana dalla verità. Ho sempre pensato che il “non avercela fatta” a finire nel turbine del punk-rock da televisione degli anni ’90 sia stato meno voluto di quanto i Nofx abbiano sempre cercato di sbandierare, almeno fino a questo disco qui. I soldi poi sono arrivati comunque e l’immagine di band integra che non si piega ai giganti della discografia ha contribuito molto nel farli arrivare, ma non scommetterei fosse quello il piano di partenza.
Resta il fatto che questo disco, additato da molti se non come il loro tentativo di vendersi, certamente come un disco troppo lento per piacere, contenga in realtà alcuni pezzi che non potrei mai togliere dalla (lunga) lista i miei preferiti in assoluto: “The Black and White” con la sua ritmica incredibile, “Bleeding Heart Disease”, “Hot Dog In A Hallway” (che è un titolo oltre il geniale) e la conclusiva “Drop the world”, con quella tromba che quando entra, ogni volta, mi mette addosso una pelle d’oca spessa un centimetro. Nel 1996 le mie preferite erano “Love story” e “Release the hostages” (che resta sempre un gran pezzo).

Questo disco oggi compie vent’anni.
I Nofx nel 2016 sono sempre gli stessi, solo più vecchi. Ho visto recentemente alcuni inediti della prima stagione di “Backstage passport” e, per quanto possa essere triste, vederli fare certe cose oggi mi mette addosso il malessere. Le ultime volte che li ho visti suonare (ormai anni fa) mi han dato l’idea di non reggere più il tiro della loro stessa musica, oltre che il peso delle sostanze che assumono prima di suonarla. Qualche mese mi è capitata sott’occhio un’intervista di Mike per i 25 anni della Fat Wreck e ascoltandolo non puoi fare a meno di pensare sia ancora un tipo tutto sommato stimabile, ma che forse i neuroni abbiano iniziato ad abbandonare la nave. E poi c’è la storia del calcione al fan sul palco, che probabilmente non ho mai digerito del tutto.
Eppure ancora oggi i Nofx sono quella band di cui nessuno parla né scrive su internet per sbrodolare dei bei tempi andati (presenti esclusi), ma che quando passa a suonare raccoglie un consenso ed una partecipazione trasversali. Come al liceo sapevano mettere insieme chiunque, dallo skater wannabe al fissato coi sex pistols, oggi richiamano sotto il palco un pubblico assolutamente eterogeneo. Ragazzini e quarantenni, gente che ha smesso di ascoltare questa roba da lustri e gente che ha iniziato ieri, oltre a chi, ovviamente, ci crede oggi come ci credeva nel 1996. Se pensate all’inossidabile ed invariabile scaletta che da vent’anni viene suonata nelle cosiddette “Discoteche Rock”, i Nofx sono l’unica band presente che non passasse anche per radio o in TV e qualcosa questo vorrà pur dire.

Io non ascolto più i Nofx da tantissimo tempo, ma ogni volta che mi capitano in mano i dischi vecchi mi sento davvero un fesso ad averli mollati a prendere polvere su una mensola. 
In ogni caso, quando mi arriva un messaggio o una notifica di qualche tipo sul telefono, parte un jingle stupidissimo suonato con lo xilofono.

MTV Generation

Disclaimer: il titolo di questo post va pronunciato come foste Fred Durst.

Ieri su twitter è partito un fenomeno di revisionismo storico a tema MTV, il canale musicale che ha fatto da sfondo ai pomeriggi di moltissimi ex-ragazzi che oggi navigano nell’intorno dei 35 anni. Alla base di questa ondata di ricordi c’è la notizia vera o presunta dell’imminente ribrendizzazione (che bella parola, soprattutto scritta così, scevra di qualsiasi riferimento anglofono) di quello che oggi è il canale in chiaro di MTV, ovvero MTV8.
Premesse d’obbligo:
– Non ho idea se la notizia sia, appunto, vera o presunta.
– Non ho idea se MTV8 sia davvero un canale esistente oggi sul digitale terrestre, nè se questo sia davvero il discendente di MTV.
– In generale se ci fosse un decimo del fact checking sbandierato per sta vicenda in una qualsiasi delle situazioni della vita che richiederebbero davvero un fact checking, si starebbe tutti meglio.

Il punto è che al grido di #AddioMTV molti di noi si sono sentiti in diritto ti ripescare a piene mani dalla memoria per tirare fuori aneddoti e ricordi appartenuti ad un tempo in cui si stava tutti meglio. E quando ce la lasciamo scappare un’occasione per scivolare nella dolce malinconia dei giorni che furono? Io personalmente mai. Credo di aver iniziato con questa attitudine che ero ancora minorenne. Una vita proiettata costantemente indietro, che ha come faro il nume tutelare del “quando eravamo giovani”: Max Pezzali.
Così via libera a citazioni, immagini e ripescaggi improbabili. Certo, ogni cinque twit in argomento toccava leggere l’immancabile intervento di quello che “Eh, MTV è morta da dieci anni e ve ne accorgete solo ora” che ci sta nella misura in cui il mondo è evidentemente sovrappopolato, ma tutto sommato seguendo l’hashtag di cui sopra saltavano fuori robine di un certo spessore.

E quindi eccomi qui, col pensiero che forse due parole su MTV sarebbe anche carino scriverle.
Io MTV l’ho guardata tanto, davvero tanto, dai primi anni novanta fino ad un punto imprecisato in mezzo agli anni zero. Scrivo sforzandomi di non usare google per ricordare come andò, ma se la memoria non mi inganna è possibile la guardassi prima che nascesse ufficialmente come MTV Italia, cosa a quanto pare successa nel 1997 (sì, ok, ho usato google alla prima frase dopo aver detto che non l’avrei fatto. That’s me.).
Negli anni novanta tenere sotto controllo i canali musicali era di vitale importanza, perchè delineavano la linea netta ed incontrovertibile che separa il bene dal male. Tutto ciò che passava su MTV era commerciale e la roba commerciale andava disprezzata. Un manifesto chiaro, preciso ed inappuntabile.
Ai tempi della dicotomia MTV / TMC2 era al più lecito seguire la seconda, almeno per quanto riguarda la mia etica personale, ma ancora una volta unicamente sulla spinta dell’antagonismo radicale verso i VJs, TRL e compagnia. Che poi, se MTV Italia è nata nel 1997 e TMC2 è morta tipo nel 2000 (sto giro non googolo, ricordo di aver seguito l’ultimo giorno di trasmissioni su TMC2 con un forte dispiacere e di averne parlato alla mia morosa di allora che, giustamente, pensava fossi scemo a dare tutto sto peso alla cosa.), la battle of the brands (mi escono così) è stata molto più breve di quel che ricordassi.
Dicevamo, MTV come parametro di riferimento per dare una faccia al nemico. D’altra parte, lo dicevano pure i NOFX nel booklet di Heavy Petting Zoo: “No Thanks to: MTV” e siccome il nemico dei miei idoli era il mio nemico, discussione chiusa.
Col tempo però mi sono ammorbidito un tot nei confronti del canale musicale per antonomasia e ho iniziato a trovarci del buono. Tipo:

Ecco, lei era buona.
Mi ricordo ancora quando una sera partì un programma in diretta da Roma e condotto da Mao, non saprei dire il titolo, e Valeria, da sempre bionda, si presentò in studio mora, spiegandomi nel dettaglio il concetto di amore.
E’ un peccato che tra noi le cose non abbiano funzionato e lei si sia ostinata ad ignorare la mia esistenza negli anni in cui ero single (non proprio 2 su 34 eh, carina, avresti avuto margine cazzo…). C’est la vie.
Tornando ai lati positivi di MTV, il primo ed inarrivabile è l’avermi permesso di vedere Scrubs. Non so se vi ricordate la campagna mediatica con cui MTV aveva spinto il lancio della serie. Ne parlavano sempre, a tutte le ore ed in ogni contesto. Clip a sorpresa ogni 15′. Un martello. Quell’anno facevo già l’università e uscivo tutte le sere. Andavo con gli amici nel parcheggio di fronte a casa eh, non proprio nella movida milanese, ma ero fuori sempre. Tranne il giovedì, perchè c’era Scrubs. Le prime due stagioni di Scrubs sono la cosa migliore mai uscita da un televisore. Poi è diventato “solo” una roba oltremodo divertente, ma le prime due stagioni CAPOLAVORO, col caps lock.
Se lo chiedete a me MTV ha sempre dato soddisfazione soprattutto quando non trasmetteva musica.

Non solo però. Ad un certo punto, ad anni zero ormai inoltrati, la sera mi guardavo Brand: New e Sgrang! (si chiamava così il programma wannabe musica pesa? EDIT: No. Accentosvedese mi ricorda che il programma “peso” di MTV era Superrock. Sgrang! Stava su TMC2.). Ore di sciroppamento di musica alternativa comunque fastidiosa per beccare una tantum un video capace di svoltarti l’esistenza. Tipo. Ma anche. Va riconosciuto che quantomeno quello di Coppola fosse un bel programma. L’unico che ricordi, a conti fatti.

La fascia pomeridiana è sempre stata il peggio, anche una volta conclusa la mia parentesi di antagonismo a priori. Total Request Live. I danni che ha prodotto TRL sono incalcolabili. Erano gli anni del boom dei Blink 182 e Giorgia Surina, che sta alla musica quanto io sto a lei, li accostava a qualunque cosa avesse delle chitarre e/o velleità simpa. “Una cosa alla Blink” passava da elogio a dura critica ogni santo giorno in cui ella volesse spingersi al commento tecnico/tattico su uno dei pezzi passati nel programma. I riferimenti musicali di Giorgia Surina credo si componessero unicamente di U2 e dei tre singoli di Enema of the State. Fine. In coppia con Maccarini e poi con Cattelan riuscì nel non difficile compito di criminalizzare la parola EMO, regalandoci fenomeni come i LOST. Se la morte delle tv musicali implica non dover più assistere a cose tipo questa, è davvero avvenuta troppo tardi. Maccarini l’ho incontrato al Milano Whisky Festival un paio di mesi fa. Chi si sconvolge leggendo che i nati nel ’98 quest’anno diventano maggiorenni (cit.) dovrebbe incontrare per caso Maccarini nel 2016 e dare un senso reale al proprio sconvolgimento.

Una volta sono stato ad un programma di MTV, Supersonic o forse solo Sonic, conduceva Silvestrin. Enri lo usava palesemente per tirar dentro a suonare gruppi che piacevano a lui. La sera in cui ho presenziato io c’erano in cartello gli Undeclinable e Max Gazzè. Ricordo che avevo scritto in redazione chiedendo di poter partecipare per vedere i primi e mi invitarono. Forse perché l’unico (non è vero dai, c’era un altro tipo li per loro e mi aveva tirato un pippone sul dramma della cancellazione della prima data italiana dei New Found Glory.). Andai con Ciccio, che per l’occasione si era preso un paio di adidas che a detta sua avevano solo lui e un qualche personaggio di spicco dell’alternative mondiale. Silvestrin aveva la maglietta dei The Get Up Kids. Io ero probabilmente vestito come al solito. Fu bello, tutto sommato, ed è un peccato non ci siano tracce di quella puntata su youtube. La cosa mi suggerisce che forse non fu mai trasmessa. Ci starebbe.

In qualunque modo la si metta, MTV è stata un pezzo importante della formazione della mia generazione. Non so se fosse il caso di ingigantire una notizia o inventarsi un ipotetica ribrendizzazione (volevo riscriverlo, scusate) per parlarne. Certo è che una paginetta a tema su questo blog ci sta e, senza questa circostanza, probabilmente non sarebbe mai uscita. E forse per una volta sarebbe un peccato perché pur non avendo riletto ho l’idea mi sia uscita benino.

I dischi del 2015

Lo dico subito, una mia classifica dischi per questo 2015 non avrebbe senso di esistere. Nessun senso. Tre aneddoti a corroborare questo assunto:

  1. la canzone che ho ascoltato di più in quest’anno è con ogni probabilità “L’ape che ronza e fa ZZ“.
  2. Gli ultimi dischi che ho comprato, in ordine cronologico, sono i primi 3 dei Coldplay, What’s the story… degli Oasis, il best of ’96-’06 di Elisa, il s/t dei Blur e Tragic Kingdom, in una sorta di maxi recupero in cui mia moglie gioca un ruolo importante. Credo siano i primi dischi della mia vita comprati senza che mi piacessero per intero (in alcuni casi senza che mi piacessero e basta.)
  3. Uno dei dischi più belli che ho sentito quest’anno è la rimasterizzazione di alcuni demo dei Brand New che erano finiti online nel 2006, ma che io non mi ero mai preso la briga di ascoltare prima di questa release. Già che ne sto parlando: dentro sta raccolta ci sono almeno 4 pezzi che in un mondo giusto avrebbero fatto di Daisy un bel disco. Volendo il tutto si ascolta qui, è uscito su cassetta e mette addosso una voglia terribile di un nuovo disco dei Brand New, che con ogni probabilità non uscirà mai. Evviva.

È chiaro, quindi, che non ho troppissimo da dire in merito alle uscite di questo 2015, eppure due o tre dischi che mi sono piaciuti li ho ascoltati anche io e quindi vi parlo di quelli. Con ogni probabilità non finiranno in molte altre classifiche di fine anno, ma stando a quel che leggo in giro “le classifiche tutte uguali” hanno stufato e di conseguenza forse parlare di dischi che nessuno considera meritevoli può avere un suo perchè. Iniziamo, in rigoroso ordine casuale.

Turnover – Peripheral Vision

E’ un dischetto facile facile che però io ho ascoltato proprio tanto. Suona un po’ anni ottanta, non ha grandissime pretese, ma mette tutto quel che serve al posto giusto, tra melodie, atmosfere e suoni. Uno di quei dischi che li ascolti la prima volta e dici: “Carino, ma me lo dimentico di sicuro tra due giorni” e invece dopo diversi mesi è ancora lì dove deve. In testa.

Desaparecidos – Payola

Ti ricordi quei tempi in cui eri giovane, integralista e anarcoide? Ecco, son finiti. Però quando ascolti questo disco ti viene dentro quella cosa lì per cui “if one must die to save the 99, I think it’s justified…” è una cosa che può avere un suo senso cantare. E’ un disco che fomenta, insomma, ma se riesce a farlo è soprattutto perchè è fatto di gran bei pezzi. Il tipo che ha messo insieme il progetto è quello di Bright Eyes e questo fa si che si trovino in giro recensioni senza senso tipo questa in cui “Il maggior difetto di “Payola” è che suona esattamente come deve suonare…”. Io, che non sapevo come dovesse suonare e, soprattutto, che non trovo il difetto nella frase di cui sopra, continuo a pensare sia davvero un bel disco.

Envy – Atheist’s Cornea

Lo so, ne ho già parlato, quindi non sto a ripetermi. Anzi sì, cito: “In una scena che generalmente tende al post gli Envy, che credo siano stati tra i primi a percorrere quella strada, tirano il freno a mano e invertono il senso di marcia. La cosa del freno a mano si sente proprio, succede a 00:21 della prima traccia del disco. Io, in totale sincerità, apprezzo e ringrazio…”. Volevo riprendere la cosa del freno a mano perchè mi piace. Il disco per me è una delle loro cose migliori.

Altre cose che ho ascoltato quest’anno sono stati il disco dei Cabrera e dei Winter Dust, che sono entrambe band di ragazzi che ho avuto modo di conoscere e che quindi mi piace nel mio piccolissimo sponsorizzare.
Quest’anno sono anche usciti un tot di dischi di band che ho ascoltato tanto in gioventù: Millencolin, Strung Out, Good Riddance. La notizia è che sono tutto sommato tre buoni dischi, cosa che difficilmente mi sarei aspettato. Quello dei Millencolin per me è la loro cosa migliore dai tempi di Pennybridge Pioneers. Si ascolta qui.

Non aver ascoltato tantissimi dischi mi ha tolto anche parecchie possibili delusioni, se vogliamo. Ho mal digerito il nuovo Deafheaven, che ormai considero i Damon Lindelof del metal. Gente che trolla il suo pubblico a ripetizione con l’unico obbiettivo di vedere quanto in là può spingersi prima di venire (giustamente) mandata a cagare. Con Sunbather avevo abboccato, finendoci dentro con tutte le scarpe, ma era onestamente difficile potesse ricapitare. Bollo New Bermuda facilissimo peggior album del 2015.

Poi c’è il discorso CASO. Da buon esponente della #casomania di ritorno, quella che ti colpisce fuori tempo massimo, probabilmente Cervino mi arriverà addosso l’anno prossimo, così come fece “La linea che sta al centro”. Non so cosa farci. L’ho sentito ben più di un paio di volte e al momento continuo a preferirgli il disco prima. FM però è un pezzo bellissimo.

Così è. Magari vado in giro a leggere qualche classifica altrui per vedere cosa ho lasciato indietro, anche se di solito i dischi che leggo nelle classifiche di fine anno mi fanno grossomodo tutti abbastanza cagare. Sia mai che quest’anno vada diversamente.