Un pippone sui concorsi

Diciamo che sei un PI, alias Principal Investigator, e dirigi un tuo gruppo  di ricerca nell’ambito life science (1) in Italia.
Diciamo che sei bravo: lavori in maniera accurata, pubblichi risultati rilevanti su riviste peer reviewed (2)  e porti avanti una linea di ricerca utilizzando grant (3) che con ogni probabilità ti sei dovuto procurare da solo. Per stare ad un buon livello infatti, soprattutto nel nostro Paese, procurarsi fondi non statali da associazioni ed organizzazioni varie è vitale perchè i contributi ministeriali sono pochi e mal distribuiti.
Hai i tuoi soldi, quindi, ma difficilmente lavori nel tuo soggiorno. Spesso sei “ospite” di spazi statali, ospedalieri o universitari, dove puoi usufruire di locali idonei e, se ti va di lusso, di strumentazione comune. Questa cosa ha un prezzo, ovviamente, che spesso comporta tra le altre cose il rimandare all’amministrazione della struttura la gestione dei tuoi fondi. Se interessa (4), questa cosa può essere analizzata da tanti punti di vista, ma quello che credo sia importante alla luce delle tante discussioni di cui leggiamo in questi giorni è il risvolto legato ai contratti dei collaboratori: assegni di ricerca, borse per dottorati e via dicendo.
Torniamo al nostro amico PI.
Per lavorare ai livelli di cui sopra è essenziale che si circondi di un team di persone valide e degne di fiducia che possano aiutarlo. Menti brillanti che portino idee e risultati alla causa, ma anche mani precise che si occupino dell’esecuzione pratica degli esperimenti, lasciando a lui il tempo di scrivere progetti e articoli volti a raccogliere nuovi fondi. Siccome stiamo ragionando per ipotesi, questo PI vuole addirittura pagare i collaboratori (!!!) usando la porzione di finanziamento appositamente allocata per i salari (5).
Ora prendiamo un laureando, costretto ad almeno 12 mesi (6) di lavoro in laboratorio continuativo e non retribuito per costruire la propria tesi sperimentale. Questa tesi, il cui contenuto è deciso ovviamente dal PI, può costituire parte di un progetto già in essere dove un po’ di manovalanza gratuita fa sempre comodo, ma può anche essere usata per generare dati preliminari volti a gettare le basi per la stesura di un progetto più ampio.
Quindi, riassumendo: il laureato lavora gratis in lab per più di un anno producendo i dati necessari a strutturare un progetto ed il PI usa quegli stessi dati per farselo finanziare in termini di materiale consumabile, eventuale strumentazione e personale. E ce la fa, ottiene i soldi.
A questo punto sarebbe facile no? Il PI ha in casa una risorsa che:
– conosce il progetto e ne ha gettate le basi
– è ormai perfettamente integrata nell’ambiente lavorativo
– gode della sua fiducia e si è dimostrata elemento valido
– cerca una borsa come fosse ossigeno per iniziare in qualche modo a pagarsi la vita.
Perfetto, peccato che IL CONCORSO.

Nei dieci anni in cui ho militato nella ricerca accademica, a diversi livelli, sono stato pagato sempre (7) ed in moltissimi modi diversi.
Sono rientrato dalla Germania vincendo il concorso per una borsa ministeriale volta all’inserimento in azienda: due anni di assegno di ricerca pagato dall’università per farmi entrare in azienda e portare avanti un progetto accademico. A win-win-win (8) situation, per dirla in inglese. L’università vince perchè usufruisce della struttura e dei mezzi di un’azienda per un proprio progetto, l’azienda vince perchè ha una persona pagata da altri che all’atto pratico viene fatta lavorare anche (in realtà soprattutto) su progetti propri e il ricercatore vince perchè alla fine dei due anni l’azienda avrebbe grossi sgravi fiscali nell’assumerlo e stabilizzarlo.
Io ho vinto quel concorso in modo ultra trasparente: non conoscevo nè la professoressa che lo ha indetto nè l’azienda in cui sarei finito a lavorare. Gli altri candidati erano per la maggior parte neo-laureati o comunque non avevano un CV che potesse competere.
Avrei comunque potuto perderlo, venire dalla Germania apposta per farmi passare avanti da qualcuno che magari ricalcava il profilo descritto qui in alto. Sarebbe stato giusto? Ovvio che no, ma la mancanza di rispetto sarebbe stata più che altro nel farmi perdere tempo (e nello specifico i soldi del viaggio).
Anche per entrare in dottorato mi sono sparato un maxi concorso (9) e anche in quel caso per me fu tutto regolare, infatti entrai per miracolo.
Concorsi “pilotati” però ne ho visti fare tanti. Tutti, senza eccezione, volti a fare in modo che il PI potesse dare i suoi soldi al collaboratore da lui scelto come fa qualunque capo in qualunque realtà non statale, sempre nell’ottica di fare il meglio per il proprio gruppo e la propria linea di ricerca.
Come per altro funziona in larghissima parte delle altre realtà scientifiche mondiali.

Sto descrivendo scenari, non sto ad entrare troppo nel dettaglio o a discutere obbiezioni idiote tipo: “Se il candidato è tanto bravo perchè non vince il concorso?”, la questione è complessa ed il pezzo già abbastanza noioso.
Il punto è che un capo dovrebbe poter scegliere i suoi collaboratori come meglio crede, soprattutto se i soldi con cui intende pagarli sono “suoi”. Forse è proprio questa la questione su cui riflettere: perchè un capo laboratorio dovrebbe mai infilare un raccomandato, magari incapace, nel suo team?
Non sto dicendo che non succeda, ben inteso, sto dicendo che il problema è da spostare a monte del concorso e delle assegnazioni, sta piuttosto nel fatto che per molti professori italiani essere competitivi scientificamente, pubblicare e perpetrare il modello virtuoso di cui ho scritto, non è necessario.
Una delle prime cose da fare quindi sarebbe chiedersi: “Come mai?”.
E rimediare.


(1Avrei potuto scrivere Capo Laboratorio e Scienze della Vita, ma tradurre forzatamente termini tecnici che nell’ambito sono di comune utilizzo non ha senso, quindi ti becchi le note e alla peggio impari qualcosa.
(2Si tratta di riviste scientifiche a cui si spedisce il proprio lavoro e questo viene valutato da un organo di revisione esterno, composto da altri scienziati estremamente competenti nel campo in cui il lavoro si colloca e provenienti da tutto il mondo. Chi manda il lavoro non sa da chi verrà valutato, ma le opinioni del comitato saranno poi inviate all’autore a corredo della decisione di pubblicazione o non pubblicazione dell’articolo presa dall’editore. Se ci sono i presupposti, l’autore può rispondere ai dubbi sollevati dal comitato fornendo ulteriori dati e portare quindi l’editore a rivedere un’eventuale risposta negativa. Non è un sistema infallibile ed esente da problematiche, ma diciamo che è più facile far peggio che meglio.
(3Qui potevo tranquillamente scrivere fondi, mi son fatto prendere la mano.
(4LOL
(5Quando si scrive un progetto e lo si presenta perchè venga finanziato si chiedono fondi per il personale che sono distinti da quelli per l’acquisto del materiale o della strumentazione. Per quello spesso ricercatori pagati con fondi privati o esteri che non passano per la gestione statale possono avere salari più alti.
(6Di solito sono ben più di 12 mesi, io ad esempio ne ho fatti 17.
(7Non è merito mio ed è una roba piuttosto peculiare nell’ambito. In ricerca non pagare chi lavora è pratica talmente diffusa che nessuno si mette nemmeno a trovare giustificazioni idiote tipo “pago in visibilità”.
(8Lo so, di solito si dice win-win situation e probabilmente c’è una ragione reale perchè anche in quel caso finì per essere una win-win situation, ma non sto a spoilerare quale dei tre win venne meno. Col senno di poi, una delle migliori cose che mi siano successe è stato vedersi negare quel win.
(9) La storia l’ho raccontata qui e qui dieci anni fa. #FeelOldNow

Texas is NOT the reason.

In questi giorni potreste aver letto che in Texas il Senato ha votato una legge chiamata SB25. Non è così improbabile vi sia sfuggito perchè:
1) Quello che succede nel mondo ci interessa solo se ci riguarda immediatamente.
2) Da noi non si discute mai delle notizie, ma eventualmente delle reazioni alle notizie, e Adinolfi ha i profili social ancora bloccati.
Ad ogni modo, vi faccio un riassunto.
Nei primi anni ’70 una donna statunitense di nome Dortha Jean Jacobs si è presa la rosolia nel primo trimestre di gravidanza ed ha poi partorito un figlio con gravi problemi di salute che, nel solo 1973, sono costati 21K dollari in spese mediche. La famiglia Jacobs ha quindi deciso di fare causa al medico per la mancata diagnosi di rosolia e dei conseguenti impatti sul feto. Nel 1975 il tribunale le ha dato ragione. In questa circostanza è nato il concetto di causa per “wrongful birth”, ovvero la possibilità di imputare al proprio medico la responsabilità per la nascita di un figlio con gravi disabilità non correttamente e tempestivamente diagnosticate.
Voliamo ora nel Texas del 2017, anno in cui il senatore Brandon Creighton, che ha certamente fatto anche cose buone, decide di promuovere un provvedimento che elimini la “wrongful birth” tra le possibili motivazioni da utilizzare per citare in giudizio un medico. La sua tesi prevede due punti fondamentali: non si può far causa ad un dottore per una malattia che non ha direttamente causato e, soprattutto, nessuna nascita può essere considerata un errore.
La legge è stata approvata dal senato dello stato a larga maggioranza.
Ora, secondo voi, quante devono essere le cause analoghe a “Jacobs v. Theimer” per portare all’attenzione di un senatore la necessità di tutelare i poveri medici che ne cadono vittime? Pochissime, esatt… aspetta. Come sarebbe a dire pochissime?
Pochissime. Ed ha perfettamente senso, pensandoci. Quando si tratta di prenatale, in generale, qualunque medico sta molto attento a ciò che dice al paziente. Un po’ per deontologia professionale, un po’ perchè il genitore a cui viene mancata una corretta diagnosi sul nascituro tende a prenderla malino e, di conseguenza, a fare causa. Ovunque, ma soprattutto in un Paese in cui finire in tribunale è una paura costante per qualunque cittadino. Hanno talmente tanti avvocati impegnati a far cause in giro che, in qualsiasi ambito, nessuno si vuol prendere più mezza responsabilità se non costretto.
Vi faccio un esempio. Questa estate ho noleggiato un’auto con il seggiolino per mio figlio. Me l’hanno dato senza istruzioni e, vi garantisco, il sistema per fissare il seggiolino in America è drammaticamente diverso dal nostro e per nulla intuitivo. Di conseguenza ho chiesto al tipo di Budget se potesse darmi una mano. Risposta: “No, mi spiace. Se fai un incidente e succede qualcosa a tuo figlio poi tu mi fai causa. Non fa parte dei miei doveri.”. Ecco, è così per tutto. Lo so perchè con gli americani ci lavoro.
Ci troviamo quindi di fronte ad un provvedimento che deresponsabilizza in toto i medici in caso di errata diagnosi prenatale. Ci sono due livelli di analisi per questa decisione.
Il primo riguarda eventuali vittime di diagnosi errate o mancate. Non esiste una cifra che possa compensare una disgrazia come questa, ma esistono certamente delle cifre che chi da questa disgrazia è colpito si trova a dover spendere per potervi far fronte. Cifre importanti, come abbiamo visto, soprattutto all’interno di un sistema dove la previdenza sociale non esiste. Queste persone non avranno più modo di farsele risarcire. E’ un aspetto importante, direi, eppure sta passando abbastanza in secondo piano, tanto da farmi pensare di essermi perso qualche pezzo. Non credo, però.
Il secondo riguarda i medici. Chi svolge questa professione non credo necessiti di una legge che lo “inchiodi” alle proprie responsabilità. Oltre al basilare discorso etico e professionale, ho questa visione naive per cui chi sceglie di studiare trent’anni per aiutare il prossimo non diventi così spesso un pazzo menefreghista refrattario alle sofferenze dei propri pazienti. Qui però stiamo parlando di una società tremendamente impantanata nel conservatorismo, gente dalle convinzioni talmente radicate e cieche da diventare molto pericolosa. La mia paura non sta tanto nella possibilità di dolo, di malafede, io temo per i medici convinti di operare per la volontà del loro Dio. Temo per chi, convinto di agire nel giusto, deciderà di operare una scelta al posto dei genitori del nascituro, costi quello che costi, fosse anche non riportare a questi ultimi la verità per come dovrebbe essere riportata, soprattutto quando brutta, ingiusta ed infame.
Non ho paura che i medici mentano ai pazienti, forse dovrei, ma credo che la linea sia molto più sottile. Forse è perchè ho avuto l’esperienza di una gravidanza in cui tutti i campanelli d’allarme che sarebbero potuti suonare sono suonati, infilandoci in una girandola di esami infinita, ma per quello che vale l’importante è stato avere qualcuno che questi dubbi se li è fatti venire e che questi esami ha suggerito di farli. Per quanto possa essere stato stressante viverli e terrificante aspettarne l’esito. Quello che mi spaventa è la possibilità di un futuro in cui gli accertamenti siano sostituiti dal sia fatta la volontà di Dio, quale che sia.
La trovo una cosa terrificante.

In Texas, il Senato ha deresponsabilizzato i medici in caso di mancata diagnosi di patologie prenatali gravi. E’ un posto lontano in cui vivono persone drammaticamente più ignoranti, bigotte e fondamentaliste di noi italiani.
La cosa potrebbe non riguardarci mai, non ho nemmeno idea di come sia la nostra legislazione in merito o se ci siano dei precedenti.
La nostra capacità di emulazione tuttavia non teme rivali, specie quando si parla di brutte idee, ed è quindi bene stare con gli occhi aperti.
Fidatevi, non vorreste svegliarvi una mattina e ritrovarvi in Texas.

Credevo fossero i Maya e invece era un prosciutto

E’ notizia di ieri che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) ha reso pubblico un documento sulle possibili correlazioni tra le carni rosse, processate e non, e l’insorgenza del cancro.
La comunicazione ufficiale è disponibile qui.
Ovviamente (?) tra giornali e social la notizia è stata recepita e diffusa con la solita pacata volontà di analizzare e comprendere e così il risultato è stato, ovviamente (!), il panico mediatico.
Di primo acchito, la mia reazione è stata stata quella espressa alla perfezione da questo twitt che ho letto:

A mente fredda tuttavia ho pensato, probabilmente sbagliando, di poter dire qualcosa di un filo più significativo e dettagliato in merito e quindi ho deciso di riprendere in mano la questione sul blog.
Partiamo dalla base. Lo studio è uscito sulla rivista The Lancet Oncology (Impact Factor 24,69, terza testata per importanza in ambito oncologico) e registrandosi online è possibile scaricare il pdf gratuitamente. Io l’ho fatto, come immagino tutti coloro che si sono espressi in materia, giornali in primis.
Premetto che lo studio clinico di popolazioni non è proprio il mio pane quotidiano, ma quello che hanno fatto i 22 ricercatori coinvolti è analizzare la correlazione tra incidenza di diversi tipi di cancro e consumo di carne rossa / carne rossa processata in popolazioni differenti, con livelli di consumo differenti. To cut a long story short, è emerso che la carne rossa è da considerare tra gli elementi “probabilmente cancerogenici per l’uomo” (Gruppo 2A) mentre la carne processata tra gli elementi “cancerogenici” (Grupppo 1). Ok.
Se vi interessa sapere su che base le sostanze vengano associate alle diverse categorie ora provo a spiegarlo. Essendo una roba noiosa, la metto in corsivo così chi non vuole sapere può saltarla (come se qualcuno fosse arrivato a leggere fino qui, vabbeh). Chi invece volesse una spiegazione davvero dettagliata, può leggerla direttamente alla fonte.

Per attribuire quale livello di “pericolosità” abbia un certo elemento vengono tenuti in considerazione tre aspetti: gli studi di popolazione su casi clinici umani, lo studio in modelli animali e quelle che vengono definite evidenze meccanicistiche. Il risultato dell’analisi del primo aspetto è stato riportato in questi termini: “… a majority of the Working Group concluded that there is sufficient evidence in human beings for the carcinogenicity of the consumption of processed meat. Chance, bias, and confounding could not be ruled out with the same degree of confidence for the data on red meat consumption, since no clear association was seen in several of the high quality studies and residual confounding from other diet and lifestyle risk is difficult to exclude.”.
Per la parte relativa ai dati da modelli animali, la conclusione è la seguente: “There is inadequate evidence in experimental animals for the carcinogenicity of consumption of red meat and of processed meat.”
I dati meccanicistici costituiscono come detto la terza risorsa per la valutazione finale e sono composti di quelle ricerche fatte in laboratorio in cui si parte da certi elementi o certe risposte biologiche, ne si evidenzia la connessione con la patogenesi e di conseguenza il livello di rischio. Ubersemplificando: l’oncogenesi può essere indotta da una certa risposta cellulare ad uno stress -> questo stress è dimostrato in vitro essere causato anche da certe concentrazioni di una sostanza X -> questa sostanza X è presente nella carne in concentrazioni paragonabili a quelle risultate dannose => la carne può indurre oncogenesi. Per questo tipo di analisi, il responso è: “The mechanistic evidence for carcinogenicity was assessed as strong for red meat and moderate for processed meat.”
In generale però, leggendo il testo dell’articolo, si nota come siano comunissime parole come moderate, mild, slight, modest, ecc. questo non per sminuire la portata della ricerca, ma proprio perchè si tratta di piccole variazioni che, tuttavia, essendo statisticamente significative devono essere prese in considerazione.

Quello che è importante capire di tutta questa faccenda, prima ancora di preoccuparci delle conseguenze, è che si tratta di correlazioni statistiche. Come sempre, quando si parla di studi clinici.
L’incidenza del cancro al colon retto è inferiore a 43 individui su 100K, uomini e donne (ref.). La ricerca ci dice che una percentuale significativa di questi casi correla con il consumo di carne rossa, rendendolo quindi un fattore di rischio. Quanti sono però gli individui che mangiano abitualmente un quantitativo di carne superiore alla soglia emersa come limite nello studio? Il cuore della vicenda sta proprio lì: una piccolissima percentuale di chi mangia carne svilippa il cancro e, contemporaneamente, non tutti coloro che sviluppano la patologia lo fanno in relazione a questo fattore di rischio.
Questo studio è quindi una bufala? Affatto. Io non sto svalutando o discutendo quanto emerso dalla ricerca. Se avete questa impressione è perché sto svalutando e discutendo la percezione che avete avuto della ricerca, trasferitavi da chi vi ha riportato la notizia. Questo perché, con ogni probabilità, ve l’hanno riportata male. Io ho solo esplicitato i concetti presenti nell’articolo.
Fino a qui spero mi stiate seguendo, quindi una volta chiarito il punto statistico resta da esaminare la seconda, grossa, variabile da considerare: il dosaggio.
Qualunque effetto biologico sul nostro organismo dipende dal trattamento, certamente, ma vincolato ad un dosaggio e ad un tempo di esposizione. La traduzione é che non basta consumare carne per essere a rischio, ma bisogna consumarne un certo quantitativo per un certo periodo. Ora, nel 2015 davvero c’era ancora qualcuno ignaro del fatto che consumare grandi quantitativi di carne rossa ripetutamente fosse poco salutare? Io non credo. Questo studio non fa che confermare il concetto, anzi, se vogliamo il cancro è solo una delle problematiche che una dieta troppo ricca di carne rossa può comportare.
Ok, ho detto alto consumo e capisco sia un po’ labile come definizione, ma la verità è che per i diversi casi e le diverse conseguenze, i termini possono davvero cambiare moltissimo. Nella ricerca, ad esempio, i danni al DNA imputabili ai NOC contenuti nella carne (poi torno su sta cosa, tranquilli) sono stati associati a consumi che vanno “dai 300g ai 420g al giorno”. Non proprio uno scherzo insomma. In generale però i dati si riferiscono a consumi di 100g al giorno di carne rossa e 50g al giorno di carne rossa processata. Questo è il dosaggio associato all’incremento dell’incidenza (intorno al 18% per entrambi i prodotti). In numeri, per tornare alla statistica di cui sopra, vuol dire 118 carnivori col cancro ogni 100 vegani col cancro. Non sono un drago della statistica, ma credo di non aver scritto stupidate.
Ci siete ancora? Dubito, ma a sto punto insisto e apro a qualche considerazione personale.
Nella ricerca viene chiarito come ovviamente non sia la carne il problema, ma sostanze e metaboliti in essa contenuti, derivanti dal metodo di cottura o, nel caso degli insaccati, di conservazione. La carne bollita è meno nociva di quella alla brace e con ogni probabilità un salame e un prosciutto affumicato avranno caratteristiche molto diverse. Lo studio è stato fatto sui grandi numeri e difficilmente può quindi considerare il dettaglio del tipo di prodotto o della cottura. Sollevare la questione però è utile perché può aprire ad approfondimenti. Riconoscere che certi processi possano rendere la carne più nociva che altri è importante per la produzione industriale, ad esempio, o per la messa in commercio di nuovi prodotti. Ecco perché si fanno questo tipo di ricerche.
Chi pare non averlo capito è il Codacons, che nella persona di Carlo Rienzi oggi se n’è uscito con una richiesta completamente assurda nelle basi e tremendamente dannosa negli sviluppi, ovvero il blocco della commercializzazione di carne rossa e carne rossa processata.
Sulla questione è intervenuta anche il ministro Lorenzin che, tutto sommato, pur parlando un po’ a casaccio di regole di produzione restrittive e altamente controllate per i prodotti italiani, si limita a ribadire l’ovvio, ovvero che una dieta varia ed equilibrata è l’unica vera regola da seguire. Oggi avevo letto un articolo su Repubblica in cui le veniva attribuita la dichiarazione “Consumare carne fresca” e sul momento avevo pensato che la Lorenzin non avesse mezza idea di cosa stesse parlando. Poi ascoltando la dichiarazione linkata qui sopra ho realizzato che, con ogni probabilità, fosse il giornalista di Repubblica ad aver riportato frasi a casaccio e fuori contesto. Non ne ho la prova, potrebbe trattarsi di un altro intervento, ma diciamo che di Repubblica non mi fido più da un po’.
Cosa resta da dire?
Non molto, grazie al cielo.
Fun fact: nell’articolo che riporta lo studio si trovano frasi come “Red meat contains high biological value proteins and important micronutrients such as B vitamins, iron (both free iron and haem iron), and zinc.” ad indicare, non fosse chiaro, che non stiamo parlando di veleno.
Ok, non è un fun fact, ma a me ha fatto sorridere.

La vita immortale di Henrietta Lacks

Ho letto un libro.
Si intitola “La vita immortale di Henrietta Lacks” e l’ha scritto Rebecca Skloot. Contrariamente a quanto starete pensando, non è l’ennesimo thriller scandinavo, ma una ricerca accurata e appassionata in merito ad una vicenda che, negli anni ’50, ha cambiato radicalmente la scienza aprendo a milioni di possibilità e simultaneamente a tantissime questioni etiche di cui, ovviamente, non avete manco una vaga idea.
È un libro che dovreste leggere tutti.
La storia ve la posso anticipare, perché conoscerla non impatta sulla portata del libro, anzi credo aiuti. In estrema sintesi: negli anni ’50 una donna di colore di nome Henrietta Lacks si è ammalata di una forma molto aggressiva di cancro e ci è morta poco tempo dopo. Tra i due eventi, non poi così eccezionali, è successo che un medico riuscisse a prelevare dal tumore alcune cellule che furono messe in coltura e, grazie a caratteristiche estremamente peculiari, resistono tutt’oggi vive, vegete ed in perfetta espansione.
Questo è il nucleo della questione, il libro mette in fila i dettagli fornendo un quadro non solo di quanto è accaduto ad Henrietta, ma anche di cosa è successo alla scienza da un lato ed alla famiglia della donna dall’altro in seguito a quella vicenda.
È scritto come un romanzo perché l’autrice tiene a raccontare il percorso tortuoso che le è servito a mettere insieme tutti i pezzi e, soprattutto, ad instaurare una relazione con la famiglia Lacks, non proprio composta da persone facili. Questo da un lato aiuta lo scorrere della lettura anche di chi non è ferrato in biologia, ma dall’altro ovviamente allunga un po’ il brodo con vicende interessanti fino ad un certo punto. Quello che conta è che gli snodi scientifici ed etici cruciali ci sono tutti e sono spiegati in maniera chiara e dettagliata, con tanto di ampissima sezione bibliografica a corredo per chi volesse approfondire.
E ora veniamo alle ragioni per cui dovreste leggerlo.
Il motivo principale è che vi vedo costantemente impegnati sul fronte di battaglie etico/cospirazioniste dal vago retrogusto di scienza. Dalle scie chimiche alla salvaguardia della nutria, è palese che la bioetica vi stuzzichi, solo che non capendone un cazzo vi buttate sulla prima cagata che vi capita sotto mano e ci costruite sopra crociate assurde esponendovi al ridicolo.
In questo libro si parla, tra le altre cose, di esperimenti scientifici su persone non consapevoli, di brevetti su materiale biologico ottenuto magari senza consenso, di commercializzazione di tessuti altrui senza che il donatore ci ricavi nulla. Problematiche nate nel 1950, alcune pure prima, ma oggi tutt’altro che risolte. Ci sono più spunti di riflessione nelle note di questo libro che in qualunque cazzo di blog utilizziate per “””informarvi”””.
Lo so. Darvi in mano una roba del genere è rischioso visto l’approccio cospirazionista e sensazionalista con cui affrontate qualsiasi argomento, ma io un po’ ci voglio credere comunque. Questo libro può davvero farvi capire come ci si rapporti ad un dilemma etico. Il dibattito viene riportato per intero, fornendo entrambe le posizioni (non è INCREDIBILE???) e contrapponendo le diverse argomentazioni punto per punto. Alla fine propendere per una delle due parti è possibile, ma non è più così facile, specie se si prende atto di un contesto sociale ed economico che poco ha a che fare con questi interrogativi, ma che non può non condizionarli. Cito un passaggio, in esempio:

The debate over the commercialization of human biological materials always comes back to one fundamental point: like it or not, we live in a market-driven society, and science is part of that market. Baruch Blumberg, the Nobel Prize-winning researcher who used Ted Slavin’s antibodies for hepatitis B research, told me, “Whether you think the commercialization of medical research is good or bad depends on how into capitalism you are.” On the whole, Blumberg said, commercialization is good; how else would we get the drugs and diagnostic tests we need? Still, he sees a downside. “I think it’s fair to say it’s interfered with science,” he said. “It’s changed the spirit.” Now there are patents and proprietary information where there once was free information flow. “Researchers have become entrepreneurs. That’s boomed our economy and created incentives to do research. But it’s also brought problems, like secrecy and arguments over who owns what.”
Slavin and Blumberg never used consent forms or ownership-transfer agreements; Slavin just held up his arm and gave samples. “We lived in a different ethical and commercial age,” Blumberg said. He imagines patients might be less likely to donate now: “They probably want to maximize their commercial possibilities just like everyone else.”

Vi avviso, potrebbe essere una lettura destabilizzante, quindi se avete bisogno di certezze non è materiale per voi. Per le verità incontestabili ci sono i siti anti vivisezione, o alla peggio potete andare in chiesa.
Immagino che il tono con cui è scritto questo post vi stia dando sui nervi. Lo capisco, darebbe sui nervi anche a me perchè vi sto trattando non solo da ignoranti, ma anche da persone non particolarmente sveglie. Capita. Ora avete tre possibilità:
1) Ignorate questo post, i suoi riferimenti, chi l’ha scritto e continuate ad occuparvi di bioetica condividendo post scritti da chissà chi su Facebook. Bravi voi. Però ecco, se non doveste tornare sul mio blog a me sta benissimo.
2) Usate le quattro nozioni in croce che ho infilato in questa pagina, magari incrociandole con una veloce ricerca in google (se sovrastimo la vostra intraprendenza scusatemi) per fare gli spessi con gente che sta ancora più indietro di voi e che, purtroppo, esiste. Buona scelta anche questa, però se proprio volete percorrerla vi chiederei di NON citarmi come possibile fonte.
3) Vi leggete questo libro. A quel punto avrete probabilmente voglia di saperne qualcosa in più e leggerete altri libri o articoli. Magari avrete solo la tentazione di venire qui a dirmi che di questo libro io non ho capito niente, che è scritto in modo sbagliato o che affronta la questione in modo sbagliato, oppure non vedrete l’ora di parlarne, ma non con me. Sarebbe bello comunque.
Se me lo chiedete, non saprei dire quante persone conosco che sceglierebbero l’opzione 3.
Per quanto mi riguarda, mi piace pensare che il blog di uno qualsiasi possa essere lo stimolo ad approfondire un argomento. Nulla di più.

Pubblicazione #6

Durante gli ultimi mesi a Colonia, dopo la discussione del dottorato, ho lavorato ad un nuovo topic come post-doc.
Quando a fine 2011 ho lasciato il lab per rientrare in Italia il progetto era ben avviato, con anche dati robusti, ma ancora acerbo. In questi anni il gruppo ha portato avanti il lavoro e con un po’ di fatica, un po’ di aiuto esterno e tanta pazienza, qualche giorno fa lo ha finalmente pubblicato su Plos Genetics. Bravi.
Con ogni probabilità questa sarà la mia ultima pubblicazione scientifica e la cosa mette addosso un po’ di malinconia. La mia non è stata una carriera da premio Nobel, ma in otto anni ho cavato fuori sei paper di cui due primi nomi ed un ultimo nome. Ho pubblicato grossomodo tutti i progetti a cui ho lavorato, ad eccezione dell’ultimissimo di cui avevo comunque messo giù un abbozzo di articolo che una volta cambiato lavoro nessuno (me compreso) ha più avuto tempo e voglia di completare come si dovrebbe ed inviare in peer review.
Fare ricerca non è un lavoro che si può fare per tutta la vita. Non per un discorso di soldi o stabilità, che comunque pesa, ma perchè per farla ad un certo livello (e parlo del mio, che è certamente più che dignitoso, ma non è l’eccellenza) serve una dedizione fuori dal comune. Ora mi capita di girare per i laboratori. Vedo gente che lavora bene e gente che la prende come una vacanza, gente che ci mette il cuore e gente che tira a sera. La mia esperienza non è quindi certamente estendibile alla totalità del campione. Se lo chiedete a me, non credo ad uno solo di quelli che dipinge il laboratorio come una miniera in cui si lavora praticamente gratis tutti i giorni fino a tardi week-end inclusi, ma percepisco un discreto prurito alle mani quando sento dire che in laboratorio “non si fa un cazzo”. Per otto anni ho dedicato a questa cosa tutto l’impegno di cui ero capace, senza eccessive rinunce, motivato unicamente dalla soddisfazione che si prova quando la comunità riconosce quanto hai prodotto e lo consegna ai posteri sotto forma di articolo. Forse i presupposti su cui si fondano i miei lavori verranno completamente stravolti o addirittura smentiti in un futuro più o meno prossimo, o forse saranno alla base di scoperte maestose. Comunque la si guardi posso dire di aver contribuito al progresso e alla conoscenza scientifica. Sia anche in minima, infinitesima parte, è molto più di quanto la maggior parte delle persone potrà mai dire di aver fatto.
E di questo sono incondizionatamente fiero.

Alcune delle immagini che ho prodotto per questo paper sono davvero belle, checcazzo.

In risposta ad un brutto articolo.

Delle cose brutte della rete ho appena parlato. Nel dettaglio, la cosa brutta dei social è che c’è sempre qualcuno che ti mette a conoscenza di contenuti che avresti fatto volentieri a meno di leggere (grazie eh.). Questo è un problema, perchè quando leggo qualcosa che mi da fastidio in rete, io ho questa irrefrenabile necessità di rispondere a tono. Questa volta, tuttavia, rispondere all’articolo a tema Giochi di Ruolo di Massimo Montani e Gilberto Gerra in un commento sul loro sito mi sembrava onestamente troppo poco. La questione richiede infatti un’analisi un po’ più dettagliata e credo che questo spazio abbia ancora un senso per questo genere di operazioni.
Innanzi tutto però, ci vuole un link all’articolo che mi appresto a commentare: eccolo.
So cosa state pensando. L’ho pensato anche io. “Eh, vabbeh, ma hai visto il sito? Papaboys.org… Dai… non vale manco la pena star li a perderci tempo…”. Questo però è un commento non solo molto superficiale, ma anche dannoso, perchè sottostimare il nemico è sempre la prima causa delle sconfitte. Quindi adesso mi metto sotto e commento il pezzo in questione in maniera seria e possibilmente precisa, cercando di non cedere a facili ironie e di non buttarla troppo in caciara.

“L’espansione della pratica dei giochi di ruolo ha sollevato da più parti perplessità e allarme: l’ambientazione spesso irreale o truculenta, il carattere totalizzante e la lunga durata di questi “giochi ” porterebbe a fenomeni di alienazione e dipendenza fra i praticanti. L’articolo che segue prende dettagliatamente in esame il rischio reale.”
Come sarebbe sempre auspicabile per chi si prefigge di scrivere un testo informativo/divulgativo non ascrivibile alla sfera delle mere opinioni personali, sarebbe buona cosa indicare delle fonti. Vorrei sapere questo sollevamento da più parti di che parti è composto, ad esempio, come capire chi abbia teorizzato la connessione tra GdR e fenomeni di dipendenza e alienazione.

“La diffusione del “giochi dl ruolo” tra gli adolescenti, nell’età della difficile ricerca personale, è estremamente preoccupante e dovrebbe suscitare interrogativi non banali negli adulti. L’impiego di questo materiale riguarda un gran numero di giovani, a diversi livelli di coinvolgimento psichico ed emozionale, con conseguenze sul comportamento che non è semplice valutare.”
Io su questo posso pure essere d’accordo. Non condivido l’assunto, ma non trovo mai sbagliato che un genitore si interessi alle pratiche del figlio ed è proprio per questo che articoli come quello che sto commentando sono molto pericolosi, perchè non aiutano un genitore a capire. In effetti non è quello lo scopo. Un genitore che voglia davvero approfondire di cosa si tratti quando si parla di GdR non credo possa prendere in considerazione articoli senza fonti che spacciano per assodate teorie tutt’altro che dimostrabili. E’ più facile però che il pezzo trovi terreno fertile in chi non ha per niente voglia di capire, ma cerchi un’opinione preconfezionata da fare propria in merito per porsi poi di conseguenza nei confronti dei figli. Un nuovo dogma fatto per gente che ragiona per dogmi. Se scrivessi che avere genitori così è molto più dannoso di qualsiasi pratica GdR e che le cause di eventuali disturbi relazionali e/o tossicodipendenze andrebbero ricercate in quello, ma non avessi fonti a supporto della mia teoria, questa resterebbe mia personale opinione. Capito come funziona?

“Certo non è sensato liquidare il problema sbrigativamente, considerando questa, al pari di altre, la moda legata ad una effimera sottocultura: troppo evidente è la difficoltà degli adolescenti del nostro tempo a pensare un proprio futuro, a riconoscere la propria identità sostanziale, a polarizzare l’esistenza rispetto ai sistemi dei valori, per sottovalutare strumenti “ricreazionali” che proprio con l’identità inducono a giocare.
E ancora la diffusione di disordini psicologici e comportamentali che includono la ricerca delle “sensazioni forti”, al di fuori di un quotidiano grigio, la incapacità a distinguere tra reale e virtuale, la povertà di percezione e comunicazione delle emozioni suggeriscono la possibile corrispondenza ambigua di questi “giochi alle patologie sociali emergenti.”

Come detto all’inizio, “liquidare il problema sbrigativamente” è proprio l’errore che non voglio commettere. Di questo paragrafo, che non fa che ribadire quanto già detto e quindi non necessita particolari commenti, mi soffermerei sull’associazione del GdR alla ricerca di “Sensazioni forti”. Devo riconoscere che il nesso mi è completamente oscuro, quindi mi piacerebbe avere una spiegazione. Stiamo dicendo che un adolescente in cerca di sensazioni forti, nel 2014, sceglierebbe di sedersi ad un tavolo con degli amici ed usare la fantasia?

“L’ambientazione dei giochi include, nella migliore delle ipotesi, il mondo magico, del mistero, pieno di incantesimi, maghi, fate, elfi, guerrieri mitici; tematica classica lo scontro tra il guerriero buono e il potente malvagio: l’adolescente respira una mentalità fatta di destini ineluttabili e di insormontabili maledizioni, si immedesima in una cornice piena di ultra-poteri e di mitologie che pongono ristretti limiti alla libertà della persona.
Nei casi peggiori, e molto frequenti, l’ambiente dei giochi è quello dei mostri, dei vampiri, dell’horror più cruento, dell’occulto e dei riti iniziatici. Si va dagli amuleti stregati all’immedesimarsi nel divorare carogne e al rivivere di cadaveri: un supermercato del sacro, dell’”aldilà” e del sacro-satanico non lontano dal modo di pensare che conduce ad aderire a gruppi o sette di questo settore.”

Sarebbe facile fare dell’ironia e sottolineare che nel leggere di “destini ineluttabili e insormontabili maledizioni” la prima cosa che mi è venuta in mente è il peccato originale. Così come leggendo di “cornici piene di ultra-poteri e di mitologie” è impossibile non pensare alla Bibbia. L’idea però è di tenere il discorso su toni civili. Mi fa riflettere l’idea che per qualcuno “ristretti limiti alla libertà dell’uomo” possa avere connotazione negativa anche solo nell’ambito dell’immaginario. Inoltre, continuo a non capire su che base la finzione e l’immaginazione possano aprire le porte a certe derive in assenza di una predisposizione psicologica dell’individuo stesso. Mi si spieghi, magari con delle evidenze scientifiche a supporto.

“Il bravo giocatore è quello che sa immedesimarsi meglio nel ruolo prescelto o assegnato; viene molto apprezzato per le soluzioni intelligenti, per le risorse personali che sa tirare fuori per districarsi nei passaggi più difficili del gioco: i giochi di ruolo sono per gente “smart”, intelligente, brillante, astuta che guarda dall’alto in basso chi si accontenta degli spaghetti, della fidanzata e della vita reale: un cimento per uomini un pò “superiori”, o che comunque presto nel gruppo stabiliranno una gerarchia di “superiorità” in base alle capacità e all’intuito. Si afferma così l’atteggiamento mentale che, attraverso un “cammino di perfezionamento”, consentirebbe alla persona di raggiungere grandi risultati, ignorando limiti e relazioni interpersonali: è l’ottica utilizzata nei percorsi delle sette del “potenziale umano”.”
Lo ammetto, qui ho riso. Per tutto il mondo il giocatore di ruolo è, essenzialmente, uno sfigato. E’ uno stereotipo odioso, ma basato su una casistica di “nerd” anni ’80/’90 indiscutibilmente rilevante. Lo so perchè è un mondo che conosco bene e che ho frequentato a lungo. Credo questa sia l’unica volta in cui leggo che i giocatori di ruolo in realtà sono, parafrasando, gente smart che se la mena e taccia di inferiorità i ragazzi “normali”. Mi sembra una fotografia talmente fuori fuoco della questione, da pensare che l’articolo tutto sia in realtà una sonora presa in giro. Purtroppo non lo è. Ancora una volta, resto sbigottito nel leggere che il concetto di “cammino di perfezionamento che consente alla persona di raggiungere grandi risultati” sia un qualcosa di diseducativo. Va detto che ignoro cosa siano “le sette del potenziale umano”.

“Il fatto più inquietante è che la metodologia di tali giochi presenta forti assonanze e probabilmente una origine comune con modalità utilizzate all’interno di particolari forme di psicoterapia di gruppo: in questo ambito il terapeuta, conducendo il gruppo utilizza l’assunzione di ruoli per i pazienti, al fine di far emergere aspetti interiori inespressi, facilitare l’introspezione, rimuovere inibizioni, suggerire strategie di cura e ottenere effetti catartici.
Diviene impensabile che strumenti così delicati, utilizzati da terapeuti abilitati, nei limiti di ben precisi vincoli deontologici, e con competenze specifiche, vengano impiegati in modo aspecifico, dati in pasto, attraverso dettagliatissimi “manuali”, a chiunque li acquisti.”

Insisto imperterrito a prendere sul serio il testo e rispondere nel merito, pur iniziando a fare fatica. L’idea di base è che siccome esistono le auto di F1 e che per guidare le auto di F1 bisogna essere piloti esperti, dovrebbe essere vietato vendere le automobili comuni.

“Il leader naturale di un gruppo dl adolescenti verrà dotato, attraverso il gioco, di approfonditi elementi metodologici per indurre altri nei ruoli previsti dal gioco stesso: il manuale gli suggerisce tutti i fattori necessari, gli atteggiamenti, i comportamenti, il modo di sentire e di pensare: le sue capacità carismatiche verranno ampliate da questa “dotazione” senza che alcun riferimento etico sia garantito: si vede con facilità il rischio dell’ instaurarsi di dipendenze e sudditanze, di prevaricazioni e strumentalizzazioni che esulano dalle normali dinamiche di un gruppo adolescenziale.”
Io non lo vedo con facilità. Seriamente. Vorrei mi si spiegasse il concetto in maniera più chiara perchè così scritto non ne capisco il senso.

“La cosa diviene ancor più seria se si considerano i tempi del gioco: non si tratta di incarnare il ruolo di un personaggio fantastico per una o due sere, ma per molti mesi di seguito: occorre immaginare come ci si sente rivestendo il carattere del killer, del vampiro, della vittima, dell’ impiccato o dell’oste menzognero per 12 – 18 mesi.
“Il gioco migliore – ci ha detto con entusiasmo uno dei giovani coinvolti – è quello che non finisce mai, che dura tutta la vita” : un immedesimarsi che sostituisce irreversibilmente il ruolo fittizio e condizionato alla persona e alle sue scelte.”

Cerchiamo di capirci. 12-18 mesi è una tempistica data da chi? Su che base? Ci sono ragazzi che giocano a GdR per 12 mesi consecutivamente senza interrompere? Se ci sono pause, di quanto sono? Con che cadenza avvengono le sessioni di gioco e quanto durano? Non vi sembra di buttare lì numeri e dati senza il minimo raziocinio? Mi piacerebbe anche sapere chi sono i “giovani coinvolti” interpellati da chi scrive, perchè ho la sensazione, il dubbio anzi, che le loro parole siano state stravolte o perlomeno reinterpretate.

“Il leader del gruppo diviene un “master”, un coordinatore-facilitatore che ha il compito di condurre il gioco: di solito personalità “dominanti”, ad elevata autostima, forte determinazione, spunti di tipo narcisistico-istrionico assumono il ruolo di master; questi soggetti tradiscono una forte aggressività rivolta verso gli altri, ma la capacità di controllare i pari senza prevaricazioni aperte o cruente.
I soggetti alla ricerca di identità, piu attratti da prospettive ideali, che trovano disattese nella società reale, con caratteri di fondo non lontani dal pattern depressivo, o con personalità passivo-dipendente, si adattano al ruolo di giocatore e ricevono punto per punto dal manuale le informazioni necessarie alla definizione di sè: come devono essere “fisicamente”, come sentirsi psicologicarnente, quali atteggiamenti assumere: un vero e proprio stato di dipendenza può instaurarsi nei confronti del master: “Tutto dipende dalla bravura del master – ammette un giocatore di diciotto anni – se ci sa fare il gioco diventa straordinario” ; il ritorno ad una realtà senza ruoli predefiniti e senza guida può essere disorientante.”

Forse ho capito dove sta il problema. Non c’è malafede. Gli autori presuppongono un approccio al GdR simile a quello che loro, presumibilmente, hanno nei confronti della religione. Qui ad esempio parlano del Master come fosse un prete, ma soprattutto nel secondo paragrafo descrivono come si possa trovare nel GdR, a detta loro, quello che dovrebbe invece fornire la religione. Risposte e speranze che sono disattese dalla vita reale. Sì al regno dei cieli, no ai Forgotten Realms. Se letta così, allora tutta questa operazione ha certamente più senso. Restando sbagliata, ben inteso. Io non discuto ci sia chi ha bisogno di trovare alternative irreali alla propria esistenza per poter vivere sereno, ma a questo punto il problema è questo tipo di approccio, non la risposta che si sceglie nel perseguirlo. Chi si abbandonasse alla fede nel modo in cui loro presuppongono ci si debba abbandonare al gioco, è forse meno preoccupante? Non direi.

“Il master racconta: è la voce fuori campo, il filo conduttore, il narratore, tra le pagine di un libro, che dà colore agli avvenimenti, ai luoghi, ti fa entrare nelle situazioni. Può essere più o meno direttivo, svolgere il ruolo di un semplice “facilitatore” o suggerire con autorità incondizionata il canovaccio su cui i giocatori costruiscono la loro parte.
Permette di scegliere i personaggi o li assegna a seconda delle caratteristiche dei giocatori: anche in questo caso un ambito ricreazionale di apparente libertà si trasforma in luogo di stigmatizzazione, nell’assegnazione di “etichette” che, della persona, pretendono di esaurire le potenzialità in modo rigido e riduttivo.”

Siamo sempre lì. E’ ovvio che chi scrive presuppone un’apertura mentale nulla di chi gioca che probabilmente gli è propria.

“Il gioco è tutto mentale, non fisico, non agito: le paure o l’impatto con la concretezza, con la vita misurabile, con “l’alterità” degli altri senza mediazioni sono rimandati a un futuro senza definizione; il virtuale fa da ricettacolo per la sensazione di inadeguatezza a relazioni interpersonali “vere”‘, fatte anche di accettazione dei propri limiti e dei problemi degli altri.
Le conseguenze di quest’immersione nel virtuale, che si estendono alla vita di tutti i giorni, hanno proporzioni non valutabili. I rapporti sessuali al di fuori della coppia stabile sono liberati da “fastidiosi sensi di colpa” se avvengono in conseguenza dell’assunzione di un ruolo per gioco: la violenza o i comportamenti autodistruttivi non sei tu che li agisci, ma il tuo personaggio che ti è rimasto “appiccicato” addosso, quindi sono resi più giustificabili.”

Immagino che in altro articolo i due autori illustrino le deviazioni mentali di chi, per lavoro, fa l’attore. Oppure che combattano una lotta contro l’insegnamento della recitazione o del teatro nelle scuole. Basta recite negli asili. Basta rappresentazioni della natività in Piazza a Natale. Ok, sto sconfinando nel sarcasmo, chiedo scusa.

“Il gioco “Vampire”, ambientato tra creature della notte, non-morti o morti-viventi, definisce del vampiro i caratteri fisici, psicologici, attitudinali, “vampirici” e gli ultra-poteri: pregi e difetti del personaggio che emergeranno nelle varie partite e che consentiranno l’assegnazione di punteggi negativi o positivi.
Un pregio del vampiro proposto agli adolescenti è l’inappagabile desiderio di uccidere, un’altra caratteristica presentata come positiva è la “duplice natura”, la natura ambigua della creatura vampirica, divisa in se stessa. Un tipico difetto del vampiro è rappresentato dagli incubi notturni che lasciano strascichi la notte successiva rendendo più difficili le azioni nel gioco: non si richiede la competenza dello psichiatra per comprendere a quali gravi forme di destrutturazione della personalità ci si possa trovare di fronte in seguito a queste “innocue assunzioni di ruolo; quali percezioni distorte di sè possano essere indotte.”

Dissento. Per ipotizzare “gravi forme di destrutturazione della personalità” conseguenti al gioco di ruolo servirebbe, quantomeno, la competenza di uno psichiatra. Per fare una diagnosi, a casa mia, serve il dottore.

“Se da un lato la violenza e l’ambiguità, il sangue e l’onnipotenza sono i fattori determinanti comuni di queste trame, dall’altro una vera e propria esplicitata intenzione all’esplorazione dell’insight, del sè profondo, è oggetto di specifici glochi.
Sul gioco Kult c’è scritto: “Pericoloso: questo gioco conduce ad esplorare aspetti oscuri della tua anima; questo può arrecare disturbo a qualcuno: vietato ai minori di anni 16″ : quale sia la finalità di sintetizzare aspetti profondi di sè all’interno di un gioco non è facile intuire: certo l’aspettativa di un feeling interpersonale non superficiale, nelle dinamiche di gruppo, si va affermando sempre più e la stessa aspettativa è espressa dai consumatori di pastiglie nelle discoteche, i derivati anfetaminici definiti, proprio per il loro ruolo “‘entactogeni”.
Questo conoscersi fino in fondo ed esprimere agli altri la propria identità sostanziale risponde da un lato ad una esigenza positiva, ma c’è da chiedersi come mai debba essere mediato, nel nostro tempo, dal gioco o dai farmaci: ancora ci si deve interrogare riguardo ai limiti e alle violazioni degli stessi nell’ambito di una strumentale “divulgazione”‘ della propria intimità.”

Non conosco il gioco in questione e non ho capito grossomodo nulla del paragrafo, ivi compresa la conclusione per cui giocare di ruolo sia assimilabile all’assunzione di sostanze psicotrope.

““Ah, certo” – dice il commerciante – “Se poi qualcuno ha difficoltà personali, e interpreta le cose in modo autodistruttivo, non dipende certo dal gioco” : anche in questo caso la società adulta abdica alla responsabilità di tutelare proprio le persone più fragili… Un mondo di gente “‘solida” e sicura che prevede di generare per certo figli stabili e incondizionati: un mondo di “vincitori” che non hanno tempo per i perdenti e i falliti!”
Condivido il presupposto. E’ giusto, a mio avviso, tutelare chi non ha piena comprensione di un mezzo ed è nelle condizioni di utilizzarlo. Ben venga l’affiancamento della famiglia che si avvicina al figlio, sapendo che gioca di ruolo, e cercha di capire di cosa si tratti. Dialogo. Mi viene in mente mia madre che, quando a 15 anni ho comprato “Punk in Drublic”, si è interessata agli aspetti che potesse comportare per me ascoltare un certo genere di musica. La trovo un’operazione giusta. Meno giusto sarebbe stato dirmi: “tu quella roba non la ascolti perchè poi diventi un drogato.” Cosa che, incredibile a dirsi, non è successa.

“Da ultimo va rilevato che l’impiego di sostanze psicoattive, in particolare le metamfetamine e le incontrollabili nuove generazioni di stimolanti sintetici, si sposa perfettamente con le esigenze dei partecipanti al giochi di ruolo: queste droghe aumentano, durante l’effetto acuto, l’energia, l’intuito e la concentrazione, ma contemporaneamente conferiscono disinibizione associata ad un blando distacco dalla realtà: niente di meglio come veicolo per migliori livelli di immedesimazione nel ruolo fantastico, per affievolire ancor più i confini tra verità e sogno, nella apparente valorizzazione della propria “smartness” (lucidità, intelligenza). E, d’altro canto, proprio le alterazioni biochimiche cerebrali indotte dall’ecstasy e dalle droghe analoghe, con le associate turbe del tono dell’umore e dell’identità, potranno, all’interno di un circolo vizioso, indurre di nuovo alla dipendenza da relazioni interpersonali esclusivamente inquadrate attraverso le regole dei giochi di ruolo.”
Ecco, appunto. Quest’ultimo passaggio è estremamente debole e appare, ai miei occhi, come un tentativo ultimo di dare motivo di preoccupazione: della serie, se non è bastato tutto quello che ho detto fino ad ora (e, con ogni probabilità, non è bastato) estraggo l’anatema della droga così da fornire una preoccupazione seria e reale. Una cosa che, anche solo nel dubbio, possa centrare l’obbiettivo. Il punto è che non c’è davvero un senso logico a quanto scritto, oltre che nessuna prova empirica o ricerca scientifica a suffragare l’ipotesi. Se mi drogo per alterare la percezione di me stesso, le mie inibizioni, e la mia realtà, perchè farlo in concomitanza ad uno svago dove tutto questo posso ottenerlo senza droga? Anche solo economicamente, non è una scelta furba. Mi drogherò in discoteca, ai concerti, a scuola, sul lavoro, in famiglia, ovunque non abbia altro mezzo per non essere me stesso. Magari però è a me che manca qualche passaggio.

Se mi sono preso tutto questo tempo (ciao pausa pranzo) e questi caratteri per rispondere all’articolo è perchè come detto trovo sbagliato lasciar correre operazioni come quella messa in atto dal pezzo in questione.
La speranza è quella di alimentare discussione, confronto e scambio di opinioni (perchè di quello si tratta). Una cosa che, da sempre, ritengo utile a tutti.

Sputare nel piatto in cui si è mangiato, dicesi:

Ci sono quelle cose che una volta ti piacevano e adesso invece no. Magari ne parli e fingi ti piacciano ancora, oppure che non ti siano mai piaciute, però quando ci pensi e non hai nessuno a cui mentire finisci spesso col dire che la ragione sta nell’essere diventato adulto. Vien buona per tutto, effettivamente, come spiegazione, ma che sia anche vera non è così automatico.

Facciamo un esempio. Giorni fa è uscito il disco nuovo dei Lagwagon. Agevolo una diapositiva.

Per il processo di cui sopra, io adesso sentirei di dover precisare che riprendere in mano il blog per scrivere dei Lagwagon, sia una roba di cui vergognarsi.  E lo sarebbe eh, ma il post tratterà solo marginalmente di quello, promesso. Ad ogni modo sto disco io l’ho sentito e mi ha fatto abbastanza cagare. Me lo aspettavo. La domanda però è: è davvero perchè sono ormai troppo vecchio per certe stronzate (cit.)?

No.

Ho delle prove a supporto di questa tesi.

La prima riguarda ancora i Lagwagon. Ok, potrei aver mentito quando dicevo che il post si sarebbe occupato solo marginalmente di loro. Nell’estate 2013 mi ero ripreso in mano più o meno tutti i loro dischi, diciamo quelli che secondo me avevano un senso quando sono usciti: Hoss, Feelings, Double e il loro Live in a Dive (ci metterei anche Blaze perché a me piace, ma è uscito fuori tempo massimo per essere tra quelli insindacabili). A parte il primo, gli altri sono proprio dischi brutti. Dentro ci sono ancora i pezzi fighi che ricordavo, ma diluiti in un mare di merda. Parlando di lavori che a volte non arrivano ai 30′, il problema è notevole.

Questa non è una prova, si potrebbe obbiettare. Alla fine anche questo cambio di opinione potrebbe essere legato all’anagrafe e io potrei non avere più l’età per apprezzare l’HC melodico in generale, pure se fatto bene.

No. Di nuovo.

Uno dei dischi che ho ascoltato di più in questo 2014 privo o quasi di uscite interessanti è un disco del 2006 che mi ha girato su facebook un ragazzo che conosco. Ed è un disco HC melodico. Slide!

Un gran bel disco,  aggiungo. Ci sono le melodie, i suoni giusti, la ritmica giusta ed un uso delle chitarre che in dischi del genere si trova raramente. Da qualche mese ascolto a ripetizione un disco che alla mia età e con i miei gusti attuali non avrei mai pensato di poter anche solo digerire. Fact.

La conclusione.

Con il tempo non cambiano i gusti.  Si ampliano, magari, ma non si stravolgono. Quello che cambia è la propensione a venire a compromessi. I Lagwagon sono quella ragazza che ricordi carina dai tempi del liceo e che rivista oggi su Facebook ti sembra un cesso. Se ci pensi bene e sei disposto ad ammetterlo, con tutta probabilità era un cesso anche quindici anni fa. Il tempo ed il distacco hanno distorto la realtà portandoti a ricordarla diversa da ciò che è. Migliore. I Lagwagon hanno fatto un disco dei Lagwagon ed è brutto e trascurabile per moltissimi motivi, ma tutti derivanti dal fatto che siano i Lagwagon e non dal nostro essere nel 2014.

Poi chiaro, chi invecchia male c’è. Non si discute.

Quando ieri ho aperto l’editor del blog per scrivere, avevo intenzione di parlare dei tizi che hanno messo su una start-up per produrre latte usando i lieviti invece delle mucche (qui la pagina web). Ci avrei scritto sopra un bel pistolotto (tutto sommato producendo un post che a differenza di questo avrebbe anche avuto una sua utilità), ma alla fine l’unica cosa che ha senso dire è OGM 1 – Teste di cazzo 0.