Due giorni dopo

Non è che mi sia passata.
C’è un qualcosa, nelle partite della nazionale, che mi coinvolge ad un livello emotivo superiore. E’ sempre stato così, devo dire, ma negli ultimi dieci anni credo la cosa si sia ulteriormente inspessita a causa del doversi relazionare con un sacco di persone straniere, tutte ovviamente provenienti da Paesi che contano. Quelli civili, puliti, onesti, dove la gente è educata e i politici non sono corrotti. Non sono brutte persone, anzi, molti sono anche amici, però non possono fare a meno di farti sentire “sfortunato” quando ti parlano. C’è chi sa farlo meglio, in maniera più sottile, e chi invece per cultura riesce meno a velare il messaggio, ma in generale è una cosa abbastanza trasversale.
Io non sono mai stato nazionalista in senso stretto, però ho questa sorta di reazione protettiva nei confronti dell’Italia quando a parlarne sono gli stranieri. E’ un po’ come quando qualcuno di esterno alla compagnia dei miei amici si permette qualche commento poco carino su uno di loro. Di solito sono morose e mogli, non per forza di cose altrui. Io lo posso dire che ho degli amici imbecilli (<3) perchè me li sorbisco da trent’anni e li conosco bene. Altri non ne hanno il titolo.
Ecco, per l’Italia vale il medesimo discorso. La prendo sul personale.
Ora, lo so benissimo che cercare rivalsa nel calcio è quanto di più puerile, immaturo e illogico ci possa essere, però è qualcosa che mi viene dal cuore e che non riesco proprio a soffocare.
Italia vs. Germania è chiaramente l’apice di questo mio fervore, per ovvie ragioni insite per il 5% nel mio percorso di vita e per il 95% nella natura e nell’indole del popolo tedesco.

Non essendo interista, nella sconfitta non trovo particolare giovamento richiamando alla memoria i fasti del passato. Ho visto in giro gente che a poco dalla conclusione della partita pubblicava sui social la semifinale del 2006. Trovo la cosa piuttosto triste. Abbiamo perso. Gira il cazzo, tantissimo, ma è un risultato che ci portiamo a casa e che non si può discutere. Oltretutto crea un precedente.
I valori in campo, sabato sera, erano spropositatamente sbilanciati in favore dei nostri avversari. Se è stata la partita che è stata, se non abbiamo perso nei 90′ regolamentari, credo si debba ai meriti dei nostri ragazzi (su cui torno dopo), ma anche alla paura dei tedeschi. Paura legittima perchè, in fin dei conti, per loro incontrare l’Italia è sempre significato tornare a casa. Ecco quindi che, mio malgrado, tocca anche inquadrare in quest’ottica le dichiarazioni che hanno rilasciato a fine partita. Hanno parlato con l’euforia di chi fino a quell’ultimo rigore ha avuto paura di perdere ancora una volta. Poi certo, la loro simpatia riesce sempre a venir fuori prepotente, ma se li sentite arroganti non è per sicumera, ma per sollievo.
Il che non mi esime dal leggere certe dichiarazioni e pensare il più classico dei “Le vostre madri…”, ma quello è tutt’altro discorso.
Sta di fatto che ora che hanno vinto questa paura non ci sarà più, la prossima volta, e se i valori restano quelli attuali per noi credo possa solo essere peggio. Certo, prima o poi sarebbe dovuto succedere, ma siamo stati a tanto così perchè ancora una volta fosse poi.
Sono stati, ad onor del vero, perchè il merito è di questi qui.

Verrebbe facile mettersi a fare il giochino di dire “senza google, quanti ne riconosci?”. Potrebbe dare soddisfazioni persino dopo un mese di sovraesposizione mediatica, cosa che lascia facilmente intendere come fosse la situazione prima che il circo dell’europeo iniziasse.
L’armata Brancaleone.
Un gruppo costruito su una difesa fortissima, come da tradizione, con a supporto però la più bassa densità di talento mai vista in una nazionale italiana. Una squadra capace di azzerare ogni aspettativa e velleità anche solo leggendone la rosa. Questa analisi non è stata stravolta dai risultati ottenuti. Aver giocato bene, aver battuto la Spagna ed essersela giocata fino ai rigori coi campioni del Mondo non rende l’italia una squadra di talento. Quello che Conte è stato in grado di fare è cementare un gruppo e far diventare la sua idea di calcio una visione condivisa, una missione per cui dare tutto, dando ad ognuno degli scarsotti in rosa l’illusione di potersi redimere dalla propria condizione di “giocatore modesto” ed innalzarsi a “campione”. Credo Pellé sia l’esempio più eclatante, in tal senso.
Graziano Pellè ha trent’anni e non ha mai giocato nel calcio che conta. Mai. Nemmeno i suoi parenti più stretti possono pensare sia un fenomeno incompreso, un talento restato in ombra per via del destino cinico e baro. Eppure in questo europeo ha giocato in maniera superlativa. Io non vedevo un centravanti così dal vecchio millennio. Non si limitava a mettere giù la palla e difenderla, ma la giocava sempre. Sempre. Sponde, spizzate, per una volta c’era un centravanti capace non solo di accasciarsi reclamando una punizione atta a far salire la squadra (quello che per gli esperti è il metodo Gilardino, di cui Balotelli oggi è il più grande profeta in patria), ma di creare gioco con un tocco, anticipando il difensore e creando spazi. Un europeo da incorniciare, fino al rigore.
Anche se io per primo lo prenderei a frustate per quel rigore, è impossibile non vedere nel suo gesto di sfida a Neuer il tentativo, quantomai goffo, di dissimulare la paura vera che provava in quel momento, con nei piedi la palla di un 3-1 che sapeva di passaggio del turno. Non è un caso se, in partita, l’unico che si è preso la responsabilità di tirare un rigore pesantissimo è stato Bonucci.
Oggi sono tutti bravi a sfottere, l’ironia del web sempre più moderna piaga d’Egitto, ma non c’è davvero nulla da ridere.
Abbiamo perso con la Germania e a me, due giorni dopo, girano ancora i coglioni.

Hail to the king

Quest’anno non ho postato le mie previsioni sui playoff NBA, l’ormai celebre bracket. Voi, attenti lettori, ve ne sarete certamente accorti.
Oggi potrei quindi atteggiarmi a quello che l’aveva prevista questa vittoria dei Cavs, invece no. Io avrei detto Golden State.
Non solo all’inizio eh, quando la regular season si è chiusa 73-9 ed era logico aspettarsi una marcia altrettanto trionfale ai playoff, ma anche l’altro ieri, quando ormai di motivi per immaginarsela quantomeno combattuta ce n’erano diversi.
Tipo:

E invece io ho sempre creduto che Golden State avesse al massimo un problema di concentrazione, una tendenza a distrarsi e tirare i remi in barca con eccessiva facilità, che è sì una cosa grave, ma solo se non si è altrettanto pronti e decisi nel riaccendere la luce quando serve. Cosa che io pensavo nella baia sapessero fare a comando.
Questa illusione me l’ha probabilmente data la serie con OKC quando, sotto di 3 a 1, si sono semplicemente rimessi in riga e l’hanno porta a casa rigirando un risultato che, nella storia, non viene ribaltato con estrema frequenza (internet dice che è successo 10 volte su 234 serie, per dire). Ok, la partita forse più decisiva di quella finale di conference se l’è bevuta Westbrook con due perse sanguinose negli ultimi secondi, ma andando oltre l’episodio, che è pur sempre un episodio, resta una squadra che sotto 3 a 1 decide di rimetterla in riga e ci riesce in maniera direi convincente.
Questa è però solo l’ultima circostanza, a volerci pensare, in cui i Warriors hanno dato prova di potersi permettere rischi folli senza troppe controindicazioni. Pensiamo proprio alla regular season ed alla corsa al nuovo record di vittorie ogni epoca. A 5 partite dal termine i nostri fenomeni perdono alla Oracle contro i Timberwolves, squadra di talento e prospettiva, ma non proprio imbattibile per i campioni in carica. Nell’ottica di fare la storia, la 9a sconfitta era l’ultima che potessero permettersi e nelle ultime quattro partite gli restavano due scontri con i San Antonio Spurs, non solo detentori del secondo record di stagione, ma una delle squadre più temute e solide della lega. Spurs che, per metterci un ulteriore carico, fino a quel momento non avevano MAI perso in casa in tutta la RS.
Ricapitoliamo.
A 4 gare dal termine GS per battere il record che insegue da tutta una stagione è “obbligata” a vincere tutte le partite, compresi due scontri con SA di cui uno in Texas, dove gli Spurs non hanno mai perso. In quel momento ricordo che parlando con il BU dissi una roba come: “Per me Popovich sente l’odore del sangue” e continuo a credere fosse così. Il coach dei texani non è uno che da troppa importanza alle singole partite della stagione regolare, ma l’occasione di spezzare il record ai propri avversari diretti per la corsa alle Finals era davvero troppo ghiotta. Fallire il bersaglio ad un metro dal traguardo è qualcosa da cui psicologicamente non ti riprendi così in fretta. Sarebbe potuta essere una chiave di svolta della stagione. Dimostrarsi capaci di fermare la squadra che per tutti ormai era “unstoppable”.
Ecco, invece ciccia. Curry e soci han vinto tutte e quattro le partite, comprese le due con San Antonio. In casa, ma soprattutto in Texas. Una dimostrazione di forza tale da aver probabilmente (o almeno a mio avviso) dato un bel colpo alla fiducia di San Antonio che, di fatto, poi ha chiuso con una post season ben al di sotto delle attese (se lo chiedete a me, secondo fallimento di questo 2015/2016 in ordine di importanza e peso).
Restiamo però sulla squadra della Baia. Questo finale con San Antonio, il 3-1 ribaltato con OKC, le serie vinte nonostante l’infortunio di Curry e le follie di Green, sono tutte situazioni che ho idea abbiano contribuito a generare nei Warriors questa percezione di se stessi prossima all’immortalità. Uno stato di self confidence così estremo da pensare di poter far fronte anche nelle finali a partite in cui si decide di non scendere in campo (Gara 3), a squalifiche di Green (Gara 5), a una serata storta dell’MVP e magari anche del team di arbitri (Gara 6).
E come ci credevano loro, ci credevo pure io. Ero convinto che, anche in questa situazione, avrebbero semplicemente girato l’interruttore e vinto gara 7 in leggera scioltezza. E per me lo switch c’è stato eh, lo dimostra la prestazione mostruosa di Green, che a mio avviso è il vero barometro della squadra. Per la prima volta invece questo colpo di coda finale non è arrivato, i tiri di Curry e Thompson non sono entrati come previsto. Ci sono stati fattori che hanno spezzato quella corda tirata e tirata dai campioni per tutta la stagione e mai davvero apparsa sul punto di rompersi.
Fattori tipo questo:

Direi che è tempo di parlare dei vincitori.
Non che ci sia molto da dire eh. A est si sono dimostrati una squadra senza rivali. Han perso due partite con Toronto in finale, ma ciò nonostante non sono mai sembrati in discussione. Forse perchè, come direbbe qualcuno, “Il cielo è blu, l’acqua è bagnata e LeBron James arriva in finale”. Eppure per quanto fosse scontato il re-match della finale 2014/2015 nessuno avrebbe mai pensato ad un risultato diverso. Leggevo e sentivo un po’ ovunque “La finale vera sarà quella di conference a ovest tra Golden State e San Antonio” e questo un po’ la dice tutta sulla percezione della situazione. Perchè è vero che nello sport può succedere sempre di tutto, [SPOILER] come di fatto è successo,[/SPOILER] ma in una lega dove tutto si gioca su una quantità di partite abnorme, i valori reali dovrebbero quasi sempre essere premiati dal risultato.
Eppure lo scorso anno LeBron da solo, letteralmente, due gare contro i Warriors le aveva vinte. E a memoria, sul 2-1 Cavs di un anno fa, qualcuno aveva iniziato a pensare che Cleveland potesse farcela nonostante tutte le assenze. Perchè quest’anno, con la squadra al completo, le chances sarebbero dovute essere meno? Love può essere “mollo” fin che si vuole, Irving può avere tutti i limiti difensivi del mondo, ma è difficile sostenere che i Cavs senza di loro possano essere più pericolosi. Quindi se era ragionevole aspettarsi che facessero meglio dello scorso anno, ovvero meglio di 4-2, cosa ci impediva di pensare potessero addirittura vincerla 3-4? Direi che la risposta è di nuovo nei Warriors: avevano convinto tutti non ci fosse storia. Talmente bene da esserne convinti loro per primi. Probabilmente nemmeno a torto. Se volessimo definire “schiacciante dimostrazione di superiorità” usando delle immagini, direi che Gara 1 e Gara 2 di queste Finals funzionerebbero a pennello.
La testa però fa tutta la differenza del mondo quando si traccia la riga che separa i fenomeni dai campioni. LeBron James non credo abbia bisogno di grosse indicazioni per capire da che parte posizionarsi e, dopo questa serie, mi sembra che anche Irving abbia trovato il suo posto. Curry invece il dubbio ce lo lascia. Due volte MVP della regular season, di cui una votato all’unanimità, due volte in finale e una volta campione NBA, eppure mai incisivo come ci si aspetterebbe nelle ultime sette gare. Non lo è stato l’anno scorso e non lo è stato quest’anno, dove anche in caso di vittoria non si sarebbe con ogni probabilità aggiudicato il premio di MVP. E forse questa cosa dovrebbe far riflettere un po’ di più quando si parla di lui, senza per forza metterlo in discussione (che è follia). Queste due stagioni ci hanno detto che tra Thompson, Curry e Green quello di cui Golden State non può proprio fare a meno è l’ultimo. E mi pare una nota interessante.
Bon, chiudo qui che ho già scritto troppo per un post che ha come unico prestesto celebrare la vittoria dell’anello di JR. Smith.

Negli occhi di chi guarda

Questa mattina ho visto un’immagine pubblicata da uno degli account social del Bayern.

Ho riso.
L’ho proprio trovata ben pensata, divertente e al tempo stesso giustamente carica dal punto di vista agonistico.
Così ho deciso di condividerla con gli amici con cui di solito parlo di sport e, soprattutto, con i gobbi.
Il primo che mi risponde, ovviamente, se l’é presa. Conosco tanta gente che vive il calcio con questo attaccamento morboso per cui toccagli tutto, ma non la Juve. Ce ne sono probabilmente di tutte le squadre, ma tra le mie conoscenze sono soprattutto gobbi. Quindi lui se l’é presa perché, credo, sotto sotto sa che sta sera sono sfavoriti (eufemismo). Posso capire. Mi dice: “E se l’avessero fatto al Milan?” e io rispondo che tutto sommato difficilmente ci sono avversari che possono sfottere il Milan più di me, ma conoscendo il livello di attaccamento continuo a comprendere la reazione. Poi però mi dice: “E poi Aushwitz potevano risparmiarsela…” e io li sbrocco e gli do del cretino (in simpatia eh).
Come cazzo si fa a pensare ad Auschwitz per una roba del genere?
Passano alcune ore e lo stesso amico mi manda la pagina di Tuttosport che si lamenta adducendo la stessa associazione.
Io gli rispondo che non avevo necessità mi dimostrasse di non essere l’unico cretino al mondo, ma via via che passa il tempo sento sempre più persone, anche non juventine, uscirsene con questa cosa e allora mi inizia a montare il nervoso vero. Reale.
Partiamo da un presupposto direi inconfutabile: chi si sarebbe mai sognato di pensare ad una simile associazione di idee se la squadra in questione non fosse stata tedesca? Nessuno.
Questo perché non c’è nessun appiglio logico, nessun sottotesto, niente che possa giustificare l’associazione mentale coi campi di sterminio se non il fatto che il Bayern è una squadra tedesca. È solo un triste cliché che arriva drammaticamente fuori tempo massimo.
È assolutamente possibile che il padre di chi ha pensato l’immagine non fosse nato ai tempi del nazismo. Non lui eh, suo padre. Sono passati quasi cent’anni, santodio. Non dico certamente che si debba dimenticare, ma magari se un ragazzo tedesco parla di treni nel 2016 e noi pensiamo ad Auschwitz, ecco, MAGARI il problema siamo noi e i nostri stereotipi del cazzo.
Che poi chi si é scandalizzato oggi sarà pronto domani ad incazzarsi perché all’estero qualcuno lo associa a Berlusconi o alla Mafia (separatamente, gli stereotipi non sono così dettagliati).
Ed è giusto.
Io ho passato anni ad incazzarmi coi tedeschi per la storia della mafia tirata fuori senza motivo ogni due per tre. E quelli di loro a cui tenevo spiegare la cosa, una volta capito quanto potesse essere offensivo mi dicevano: “È come se tu mi dessi del nazista solo perché son tedesco”.
Ci arrivavano persino loro!*
E mi pare assurdo star qui a prendere le loro difese, ma ecco, se c’è qualcuno che dovrebbe scusarsi oggi è chi ha offeso il Bayern con un’associazione mentale assurda.
Non certo il contrario.

*questo è un inside joke che esplicito per evitare fraintendimenti con chi legge, visto il livello della discussione.

Sarri, Mancini e le contraddizioni del calcio italiano

Non credo ci siano altri Paesi in cui il calcio sa tirare fuori contrasti ai limiti dell’assurdo come accade in Italia.
Prendiamo la questione Sarri-Mancini. In pratica l’allenatore del Napoli, evidentemente fuori dai gangheri, decide di insultare il suo collega e avversario e ha la malaugurata idea di dargli del “finocchio” o forse del “frocio”, non ho ben capito. Credo cambi poco.
Ovviamente è subito il pandemonio.
Giusto, viene da pensare, perché certi atteggiamenti andrebbero stigmatizzati con fermezza, specie nello sport dove dovrebbero regnare concetti come il rispetto dell’avversario e l’etica sportiva. Da lì lo scandalo, i cori di sdegno e le richieste unanimi di sanzioni.
Eppure qualcosa non mi torna.
Inizio a leggere in giro la parola “omofobia” e ho questa impressione per cui non sia del tutto chiaro quanto successo. Sarri ha voluto insultare Mancini e l’ha fatto con il primo appellativo offensivo che gli è filtrato dal cervello alla bocca. Non credo, anzi, sono sicuro non avesse in testa i gusti sessuali dell’allenatore nerazzurro.
Se dai del bastardo a un tale è perché pensi non sia veramente figlio di suo padre?
Ecco come la penso io: ogni lingua e ogni cultura comprenono gli insulti, che sono niente più che la manifestazione di mancanza di educazione. Personalmente trovo abbastanza ridicolo mettermi a fare dei distinguo su quali siano accettabili e quali no: nessuno dovrebbe esserlo.
Certamente ci sono insulti che esprimono più di altri carenze culturali nella popolazione che li utilizza. Un popolo che usa “frocio” come insulto è chiaramente un popolo di base omofobo, tuttavia molti di coloro che dicono “frocio” non lo fanno con lo scopo di denigrare le abitudini sessuali del bersaglio. Molti lo fanno perché è una parola comunemente usata allo scopo di attaccare/offendere l’interlocutore. Abitudine. Poi certo, se incontrando due ragazzi che si tengono per mano in strada grido loro “froci” è decisamente diverso, ma non è questo il caso. E poi, volendo davvero essere ipersensibili, non è forse altrettanto omofobo chi apostrofato come “Frocio” si risente?
Sarri è stato maleducato e soprattutto è venuto meno all’etica che dovrebbe stare alla base dello sport e per questo andrebbe sanzionato, ma sarebbe stata la stessa cosa se avesse dato a Mancini dello stronzo, eppure nessuno ne avrebbe fatto un caso.
C’è una sorta di moralità posticcia e forzata nel nostro calcio che, a mio avviso, è solamente dannosa e non aiuta ad educare.
Un altro buon esempio è il razzismo negli stadi, una gigantesca nuvola di fumo negli occhi.
Mi spiego.
In america hanno una cosa che si chiama “Trash talk” il cui principio è fondamentalmente insultare l’avversario, ferirlo più possibile a parole, in modo da deconcentrarlo e trarne vantaggio sul campo. Se lo chiedete a me è quanto di più antisportivo esista, ma è tollerato dalle regole. Il “tifo contro” è fenomeno del tutto accomunabile e non si può certo chiedere ad un tifoso la sportività che non si pretende dagli stessi atleti. Quindi se dando del negro o dello zingaro ad un calciatore, o facendo BUH ogni volta che tocca palla, riesco nell’opera di deconcentrarlo io sto centrando il mio obbiettivo di tifoso e non è per nulla scontato io sia razzista. Sopratutto, non vedo perché questa cosa vada criminalizzata quando è lecito cantare ingiurie alla madre morta di Materazzi o al fratello disperso (poi morto) di Kaladze.
Ma i contrasti assurdi non si trovano solo dentro il calcio. Il brutto è quando confrontiamo il calcio alla società e scopriamo che la seconda è molto peggio, sebbene nessuno purtroppo se ne lamenti. Non si tratta di benaltrismo eh, ma di priorità.
Un paese in cui Salvini fa politica non può risultare credibile quando prova a stigmatizzare il razzismo negli stadi. Non è un concetto di ipocrisia, che comunque è evidente, ma proprio di modus operandi.
Siamo un Paese razzista? Si.
Cambiare questa realtà si può, ma sono convinto che sia più facile il problema svanisca dagli stadi una volta ripulita la politica che forma l’opinione pubblica piuttosto che vice versa. Infatti il mondo del calcio è il primo a credere sia solo questione di immagine. Tavecchio va bene a tutti finché non esterna il suo pensiero (davvero razzista e omofobo in quel caso, roba che manco Trump…). Se importasse qualcosa a qualcuno il tizio non dovrebbe stare dove sta. Non dovrebbe nemmeno esserci arrivato, ad onor del vero, e invece le sue uscite diventano “gaffe” e le si insabbia appena possibile.
Stesso discorso per l’omofobia.
Non è pensabile che in un Paese in cui la forza teoricamente progressista e di sinistra è ancora ampiamente insicura in tema di diritti civili, il calcio debba provare in modo palesemente artificioso ad apparire irreprensibile in merito. È chiaro che l’operazione puzzi di finto. Specie quando la base del contendere è pretestuosa, come nel caso Sarri-Mancini.
In Italia ogni singolo campetto in cui giocano bambini e ragazzi è una cellula che accresce il cancro della diseducazione sportiva, alimentata da genitori ed allenatori incapaci di dare un esempio corretto.
Volendo risanare e dare un modello di comportamento, forse, varrebbe la pena partire da lì.

NBA All Star Game 2016

Come ogni anni, ecco la mia selezione per la partita delle stelle:

Ed ecco anche la consueta imprescindibile spiega, sto giro cercando di essere breve e conciso.

OVEST: partiamo subito con la selezione più complessa. Kobe non credo di averlo mai votato, a memoria, per quel meccanismo che mi porta ad avere in culo tutti i campioni oltremodo superiori agli altri. Sto giro però si merita l’ultimo walzer, come lo meritò MJ nella stagione ai Wizard. Quell’All Star Game tra l’altro, se la memoria non mi inganna, Kobe decise di vincerlo con un quarto periodo di puro furore agonistico proprio per togliere a MJ il gran finale. Come se la cosa potesse in qualche modo ridimensionare il mito. Io i campioni un po’ li schifo, ma Kobe non è che si applichi per risultare simpatico. Il sito NBA decide che Bryant è ala piccola e quindi lo infilo nel reparto lunghi. A fargli compagnia c’è Danilone, che invece voto sempre e comunque col cuore in mano. Di suo lui mi ricambia con un inizio di stagione che per me legittima la scelta molto più che altre volte e quindi a posto così. Nel pitturato ci metto DMC perchè è il mio centro preferito in NBA oggi (parlando di quelli che giocano a basket, ovviamente, perchè in assoluto Javale rimane inarrivabile).
Ora le guardie. Se voti per l’All Star Game e non voti Curry penso ti mandino l’FBI a casa e vorrei evitare. Poi tra quelli inconcepibilmente fuori scala è anche il meno odioso di tutti, quindi bene così. Gli metto di fianco Lillard perchè l’hanno messo a predicare nel deserto, ma resta un giocatore sublime.

EST: anche LeBron è uno di quelli che ho sempre odiato, ma lo scorso anno mi è scattato qualcosa nei suoi confronti. La post season che ha fatto mentre i Cavs si sgretolavano intorno a lui me lo ha messo in altra luce. Resta l’Ibra della pallacanestro, ma gli voglio bene e quindi lo porto. Ovviamente sperando che faccia a Kobe quel che Kobe ha fatto a MJ. Per me fa l’ala grande, perchè a fare l’ala piccola ci metto George, che è un altro giocatorino che scusalo. Rientra da una sosta brutta che però pare davvero alle spalle e si merita le luci della ribalta. Il centro ad est è Drummond perchè 18 – 16.7.
Nel reparto piccoli doveroso dare spazio ad uno dei miei affezionatissimi hornets, che nonostante io reputi una squadra inconcepibile, stanno mettendo lì un record senza senso (siamo SECONDI ad est con il 0.619 in questo momento). Voto Walker perchè è quello che preferisco in formazione dopo Jefferson, che però non posso portare per via dei 18 – 16.7 di cui sopra. Ad affiancarlo ci metto Wall perchè ancora non mi va giù come ha finito la stagione scorsa, con la sfiga della mano rotta in una post season incredibile. Poi oh, è fortissimo.

Questo è quanto.

All Star Game 2015

Puntuale come il freddo invernale, anche quest’anno è venuto il momento di votare per l’NBA All Star Game e io ho fatto come sempre il mio dovere.
Le scelte di Manq
Lo dico subito, quest’anno è stata dura.
A ovest per esempio ho dovuto segare Marc Gasol, che quest’anno non è proprio una robetta. DeMarcus Cousins però è ormai idolo delle folle e si prende di prepotenza il suo posto sotto canestro, anche a discapito del mio giocatore preferito della lega. Affianco a Cousins, per una coppia di lunghi come si deve, ci ho messo un altro personaggio che si sta rivelando quella minima dominante nel campionato più bello del mondo: Anthony “Monociglio” Davis. Per il terzo lungo invece voglio premiare uno che sta facendo discretamente brutto nella super striscia vincente di Golden States, perchè ok Curry, che infatti si prende il posto di guardia nel mio quintetto, ma questo Green è veramente un bel giocatorino. Chiudo il quintetto con CP3, che per me è sempre il play più forte della lega e che quest’anno spero vada anche avanti il più possibile con i Clippers.
Il dramma vero è stato scegliere per l’est. Ho tirato dentro LBJ, tanto ero a corto di idee. Perché nella conference lato Atlantico ci sono un tot di belle squadrette che stanno giocando forte, ma parlandoci chiaro è tutta gente che non è così entusiasmante immaginare nel contesto All Star Game. Ad ogni modo, a riempire l’area la scelta era d’obbligo. Con il ritorno dei miei Hornets nella lega un rappresentante andava scelto e nella franchigia nessuno merita di più di Big Al Jefferson. Grandissimo. A fare il terzo lungo ci mettiamo Valanciunas e, sull’onda della celebrazione di questo inizio a sorpresa dei Raptors, porto anche Lowry a fare da guardia. Così, più che altro per tagliare DeRozen. Ultimo posto lo do a John Wall. Non ho un vero motivo, anche se scarso di certo non è, quindi ammetto mi abbia colpito la sua commozione per la piccola fan morta di leucemia.
E l’elenco è completo.
Come dicevo è stata dura e ho scelto molti giocatori che forse con quel contesto c’entrano poco, ma chissene.

Tutta colpa del negro

Commenti a tiepido sul mondiale brasiliano. Che poi è stato uno dei mondiali meno seguiti di sempre per quel che mi riguarda e pure oggi, durante il secondo tempo della partita decisiva, io ero a cena con dei colleghi. Ho visto quindi solo 45′ e ho sentito le dichiarazioni poi. Ecco i commenti, su tutta la campagna brasiliana della nostra nazionale:
1) Alle nozze di Cana Gesù ha fatto il miracolo. Bravo. Non l’avesse fatto però, sarebbe stato da stronzi prendersela con lui e non con chi ha palesemente sbagliato I conti dei coperti. METAFORA.
2) In nazionale conta il gruppo. Nel 2006 abbiamo vinto col gruppo. Le dichiarazioni di Buffon a fine partita dimostrano l’uomo che è. Lo stesso che se vede un pallone dentro non lo dice all’arbitro. Lo stesso che può fare le corna alla Seredova (BATTUTA). Se c’è una cosa buona è che si chiude un ciclo, come per la spagna ma senza aver vinto così. Basta Buffon, Pirlo, De Rossi, Montolivo, Chiellini. Basta col blocco di una squadra oggettivamente scarsa che domina un campionato di livello infimo.
3) Oggi per 45′ ho visto un Verratti con grande personalità. Il ragazzo è forte, giovane e gioca in una squadra di rilevanza europea. Lasciamolo li, per Dio. E speriamo che Immobile si faccia le ossa in Germania e che gli altri giocatori forti e promettenti (Darmian e De Sciglio per dire) vadano a giocare nel calcio che conta. Se vogliamo una nazionale forte la via è quella. Se no teniamoci il nostro campionato oratoriale e poi andiamo alle competizioni europee a fare ste figure. Bene uguale, basta esserne consci.
4) Stiamo davvero discutendo di arbitri? Seriamente?
5) Io uno che si dimette dopo aver sbagliato lo stimo. Chi non lo stima probabilmente non sbaglia mai. Oppure è uno di quelli che non molla la poltrona manco con le cannonate.
6) Quanti altri fallimenti di Cassano dovremo tollerare? Per sapere eh.
7) Io odio Chiellini. Scarso e fastidioso. E non ditemi che sono di parte perché ho la maglia di Materazzi.
8) Mario. È un giocatore di cui nessuno vorrebbe avere bisogno. Io auspico una nazionale e un milan che possano prescindere da lui perché anche sto giro ha deluso. Rimane l’autore dell’unico gol vittoria e quello che sta sera con una delle due palle toccate quasi manda in porta immobile. Colpa sua? Per me proprio no. Speriamo che al prossimo giro la nazionale possa avere la possibilità di lasciarlo a casa.
9) Mi rendo conto di non tollerare la maggior parte delle persone che parlano di calcio in queste circostanze. Limite mio.
10) Vaffanculo. Uscire subito ai mondiali è una merda.

Una bellissima storia di sport

Sta sera io sarei voluto andare a sentire i Touché Amoré al live forum, ma avere un menisco gonfio e dolente mi ha costretto a rivedere i piani.
Così ho deciso di godermi il fascino della finale di Champions League tifando spudoratamente Real e, alla fine, sono qui a godere del risultato per diversi motivi che, non avendo di meglio da fare, vado ad elencare insieme a qualche nota sparsa sulla partita.
In questo periodo essere supporter dell’Atletico va molto. “La cenerentola d’Europa”, il modello per cui si può vincere senza spendere, il grande allenatore Cholo Simeone (che qui si ricorderà sempre e solo per aver segnato alla Juve consegnando lo scudetto alla Lazio nel 1999/2000. Ero in gita di quinta liceo a Monaco di Baviera. Fu bellissimo.). I colchoneros non hanno grandi colpe, porelli, se non l’incarnare tutte le frasi fatte che, ciclicamente, riempiono la bocca agli intellettuali che per forza di cose devono parlare anche di calcio. L’ultimo movimento che ricordo, simile a quello generato dall’Atletico di quest’anno, fu quello intorno alla Germania Multi Kulti dei mondiali 2010 e anche in quel caso fu decisamente liberatorio veder naufragare un’altra “bellissima favola dello sport” (Puyol di testa, se non erro, e tutti a casa. Vivevo in Germania. Fu bellissimo). Facciamo un parallelismo. Rocky Balboa che sale sul ring da semi sconosciuto e tiene testa per decine di riprese al campione del mondo Apollo Creed è una bellissima storia di sport. Rocky è sfavorito, non gode dei mezzi di Apollo, ma con tanto cuore e altrettanti coglioni se la gioca alla pari. Se nell’incontro finale del film Rocky avesse vinto perchè ad un certo punto Apollo inciampa da solo, cade, si spezza una clavicola e deve ritirarsi, credo che non staremmo più parlando di una grande impresa sportiva, ma di una gigantesca botta di culo. Ecco, l’Atletico sta sera non se l’è giocata col Real (che comunque ha fatto una partita per ampi tratti orrenda), è andato in vantaggio approfittando di una cagata fotonica di Casillas e ha cercato di restarci quanto più possibile senza giocare a pallone. Questa non è una bella favola sportiva, a casa mia.
Nello sport il più forte vince ed E’ GIUSTO CHE SIA COSI’.
Se vogliamo metterla sull’etica economica sarebbe una bella storia una squadra che gioca meglio delle altre e vince senza spendere i patrimoni che investono le grandi società. Ma l’Atletico non è così.
Si può discutere se sia moralmente accettabile pagare 100 milioni di euro per un calciatore, ma se Bale vale più degli altri è perchè probabilmente sarà anche più forte. Quindi se al 93′ la picchia in porta di testa dopo essersi mangiato le uniche occasioni degne di tal nome nei 92′ precedenti di partita, è giusto che sia così.
Ha vinto la squadra più forte.
Questa per me è una bellissima storia di sport.

Note:
1) Tutti a parlare di Di Maria. Io non l’ho visto giocare tante volte, ma in quelle poche di cui ho memoria ha sempre dimostrato più limiti che pregi. E’ veloce e può saltare l’uomo (a volte), ma tatticamente è un decerebrato e in termini di copertura difensiva fa venire voglia di prenderlo a calci in bocca. Il fatto che tutti ne parlino come di un messia, dà un po’ l’idea del livello critico di chi parla.
2) Fatico a ricordare un terzino più scarso del Carvajal di questa sera.
3) Modric per me è un fenomeno assoluto
4) L’esultanza finale di CR7 forse è un po’ eccessiva, specie per uno che ha fatto poco per tutta la partita. Questa è anche l’unica cosa su cui l’Atletico può recriminare a ragione. Il resto son piagnistei.
5) L’allenatore più forte del mondo di oggi è quello che schiera un giocatore fondamentale, ma rotto, titolare e lo cambia dopo 8 minuti. Poco importa se dall’altra parte c’è uno che sta sera s’è vinto la terza champions e che, ovunque sia andato, qualche trofeo l’ha sempre portato a casa. Che poi Carletto al Milan mi faceva bestemmiare mica poco, gli ultimi anni, ma da lì a preferirgli il primo che passa solo perchè ha imbroccato una stagione super ne passa.

NBA allstar game 2014

Come di consueto siamo giunti a quel momento nell’anno in cui c’è da votare per l’Allstar game NBA. Per varie vicissitudini prevalentemente legate a Sky e al suo servizio spesso discutibile ho potuto seguire pochissimo questo inizio di stagione cosa che, unita alla mia non proverbiale preparazione in materia di basket NBA, ha reso la scelta dei quintetti più grossolana del previsto. Al solito, le mie picks sono fondamentalmente dettate da un mix di valore assoluto, rendimento recente, simpatia e tifo.
Agevolo le selezioni e poi la classica spiega.

Quintetti

Premessa: da qualche anno ormai la suddivisione in ruoli ha perso decisamente di senso nell’NBA in generale e sopratutto in un evento come questo. Io però, come sempre, cerco di fare dei quintetti che rispecchino il mio vago senso delle posizioni e dei ruoli.
Partiamo da ovest.
A fare il play ci metto C. Paul perchè nel ruolo è il più forte che c’è e la spiega finisce qui. A fare la guardia insieme a lui c’è Harden. Sia i Clippers che i Rockets non hanno il record che ci si aspetterebbe da squadre che partono almeno sulla carta per giocarsela fino in fondo, ma sono entrambe ampiamente sopra lo 0.65 (nel momento in cui scrivo) e direi che se quei due lì non sono la principale ragione del bilancio comunque in positivo, poco ci manca. Passiamo ai lunghi. Ala piccola schiero KD e anche in questo caso credo non servano ulteriori spiegazioni. Oklahoma vola e lui con lei e per quanto inizi a starmi un po’ sulle balle, direi che trovarne uno meglio diventava complicato. Ala grande invece scelgo Aldridge, che fino ad oggi ho sempre snobbato parecchio, ma che visti i risultati di Portland diventa impossibile escludere ancora una volta. Ho segato Lillard al posto suo. Nota: Portland sta riuscendo a far sembrare un giocatore di basket pure Robin Lopez. Chiudo il quintetto con il mito e la leggenda di Javalone McGee, idolo assoluto del sottoscritto e giocatore da Allstar game se ce n’è uno. Grandissimo.
E’ il turno dell’est.
Si parte con Irving che, con tutti i difetti che gli si possono trovare, in un anno in cui Rose si spacca di nuovo e fa temere tutti per il suo futuro nello sport e Rondo ancora non s’è visto diventa a mio avviso scelta obbligata. Come guardia ecco l’altro idolo assoluto del sottoscritto, ovvero JR Smith. New York sta vivendo un inizio di stagione ai limiti dell’imbarazzo e il mio eroe non è certo esente da responsabilità, ma io amo IL TALENTO e quello lì ne ha a chili. E’ nuovamente il turno dei lunghi. Nessun dubbio sul volere George come rappresentante di Indiana nel mio quintetto. Giocatore che mi piace molto (grazie al cazzo) e che merita senza dubbio la vetrina. A fare il 4 invece credo sia giusto portare il giocatore più dominante della lega, tal LBJ. Chiudo con la posizione di centro che, non fosse per i guai fisici, darei a occhi chiusi a Tyson Chandler perchè è un giocatore che adoro. Escluso lui, trovo ancora una volta giusto dare spazio a uno dei ragazzi di Indiana e quindi metto Hibbert.
Per chiudere, write in vote a GG Datome più che altro come incoraggiamento visto che ancora non ha praticamente dato segni di vita.
Direi che è tutto.
A voi studio.