Le foto di Diletta Leotta

E quindi c’è stato un leak* delle foto private di Diletta Leotta.
Cosa potrà mai esserci di intelligente da dire su questa cosa? Nulla, però ci sono sicuramente un sacco di cose stupide che si possono dire in merito e quindi utilizzerò questo post per fare un po’ il punto delle peggiori che ho letto e per aggiungerne qualche altra. Prima però un po’ di sana…

Sono una brutta persona vero? Ma su questo torno dopo.
Partiamo dal principio. Pare superfluo sottolinearlo, ma in questa storia Diletta Leotta è una vittima e non ha alcuna colpa. Senza se e senza ma. E’ così. Se pensi che in qualsiasi modo possa essersela andata a cercare, sei probabilmente uno di quelli che blatera di circostanze che possono legittimare uno stupro o di immigrati ospiti a spese nostre in hotel a 5 stelle**. Il web è pieno di siti, vai pure fuori dal mio. Grazie.
Posto tutto questo, ci sono tre livelli di analisi che mi piacerebbe affrontare.
Il primo è la presunta analogia con le vicende drammatiche della ragazza morta suicida pochi giorni fa. Posto siano entrambe vittime, i casi a mio avviso sono molto diversi. Chi ha divulgato il video della ragazza campana voleva farle del male, rovinarle la vita. Le conseguenze di quell’azione erano abbastanza pronosticabili, a parte, voglio sperare, il tragico epilogo: non tanto il diventare virale tra perfetti sconosciuti, ma il non poter più uscire di casa nel proprio paesino. Io dubito fortemente che alla base del leak di ieri ci sia lo stesso tipo di movente e, su due piedi, immagino che anche le ripercussioni delle due violazioni sulle vittime avranno entità molto diverse. Nessuno può negare o sminuire quanto grave possa essere l’impatto di quel che è successo sulla diretta interessata, ma sono abbastanza certo che sulla società circostante la differenza sarà marcata e questo, credo e mi auguro, porterà ad un esito molto diverso per le due vicende. Come dire: la Leotta deve gestire l’umiliazione che prova, ma non dovrà gestire lo sdegno della società. Fa tutta la differenza del mondo.
Torniamo al movente del tipo che ha divulgato le foto. Mi fa comodo partire da lì per dire la mia sul comunicato con cui l’ufficio stampa della giornalista ha commentato la vicenda. Tolta la parte in cui si fa sacrosanto riferimento a casi analoghi dalle conseguenze decisamente più drammatiche, come dicevo sopra, per me in questo comunicato ci sono un grosso sbaglio ed un’occasione sprecata. Lo sbaglio è rifugiarsi dietro al “foto di alcuni anni fa” e agli “evidenti fotomontaggi”, parole che suonano come giustificazioni non necessarie, non richieste e che non fanno altro che innestarsi in quel terribile sottotesto per cui la vittima un po’ è anche colpevole. Posso credere che la Leotta si senta responsabile in questo momento, è una reazione piuttosto standard in chi subisce violenza, ma chi la assiste dovrebbe lavorare in questa direzione molto meglio di come ha in realtà fatto. L’occasione sprecata invece si lega a quel che avrei fatto io (#FrocioColCuloDegliAltri). Il movente più logico per quanto successo è il ricatto: son cose che nello showbiz italiano capitano e quindi io, dovendo pescare a caso da un mazzo di incognite, mi butto su questa. Se ti ricattano per non divulgare tue foto rubate e le foto vanno online, l’unica è dire “Mi hanno ricattata, ma ho risposto che potevano andare affanculo e quindi hanno messo tutto online. Amen. Adesso spero li arrestino.” E’, credo, l’unico modo per dare un messaggio e provare a fermare il meccanismo. Non sentirsi ricattabili per cose di questo tipo sarebbe un bel passo avanti.
L’ultima analisi riguarda la paternale che ha iniziato a sgorgare libera e felice online. Eliminando TUTTI gli uomini che hanno commentato con “Vergognatevi” sulla base del fatto che almeno 2/3 di loro si è vista ovviamente le foto e quindi parla a vanvera (la statistica fa riferimento a dati ISTAT per cui, stando alle dichiarazioni, l’italiano non va a puttane e non tradisce la moglie, ma anzi è pronto a condannare questi gesti), restano comunque troppi messaggi di sdegno rivolti ai guardoni del web (parafrasando).
Io ho visto le foto.
E’ ovvio, di nuovo, che se non esistessero brutte persone come me non esisterebbero questi casi. Probabilmente non esisterebbero nemmeno le foto in questione perchè nessuno vorrebbe vederle. Nel senso, lo spirito che muove me ed il legittimo destinatario di un primo piano delle tette della Leotta è il medesimo, io sono solo imbucato alla festa. Ok, ok, sto barando. Il problema non è che io abbia voglia di vedere le tette della Leotta, ma il fatto che io non sia in diritto di farlo se non su precisa richiesta della stessa (Diletta, se leggi, basta un commento qui sotto nel caso). Verissimo.
Ma sapete cosa? Io non ho neanche un problema etico in merito. Non ho un dilemma morale, non sono divorato dal dubbio se guardare o meno le foto (che ormai mi arrivano sul telefono immediatamente da amici e conoscenti, senza manco dover andare a cercarle in siti pieni di pop-up irritanti). Io le guardo SEMPRE, ogni volta, e se ne uscissero altre guarderei pure quelle. Non dovete spiegarmi perchè sbaglio, capisco bene il punto, ma non riesco razionalmente a sentirmi responsabile di nulla in queste circostanze. La mia morale mi vieta di rubare queste foto personalmente e di pagare chiunque lo faccia alimentando un eventuale mercato criminale. Oltre quello, il mio ruolo nel meccanismo diventa al mio occhio trascurabile e quindi non me ne curo. Come non mi mi toglie il sonno essere un microfattore nella disuguaglianza economica e sociale che c’è nel mondo o nel peggioramento della salute del nostro pianeta: è ovvio che ci siano anche responsabilità mie, ma in che misura?
La mia sensazione in questi casi è che a voler far passare tutti per colpevoli, si finisca col dire che colpevole non è nessuno. Facciamoli, dei distinguo.
Bon, direi che questo è quanto.
Un commento alle foto? A mio avviso, nulla di esaltante. Si vedono delle tette, buttate lì in bella mostra e senza la minima carica erotica. Diciamo che tolta l’euforia della curiosità, che in questi casi pesa il 90% del totale, resta davvero poco di cui parlare. Sul video invece avrei una teoria…

* mentre pensavo al titolo del pezzo mi sono venute in mente tipo cento variazioni sul tema “pussy leaking”, giusto per dire che quando l’argomento è questo mantenere toni alti e dissimulare bassi istinti è dura. Per me, quantomeno.

** oggi sono in pallissima con le gag.

Cose successe in HBO

George R.R. Martin è legato ad una sedia, sudato e stanco. Di fronte a lui, David Benioff e D.B. Weiss lo osservano. L’espressione soddisfatta e compiaciuta sui loro volti lascia presto il posto ad un ghigno. Può sembrare scherno, ma in realtà è solamente sadismo, represso per anni e finalmente lasciato libero di affiorare.
E’ a quel punto che i due iniziano a strappare pagine e pagine dai romanzi dello scrittore che, inerme, è suo malgrado costretto ad assistere a tutta la scena.
“La vedi questa storyline George? ECCO, NON CE NE FREGA UN CAZZO.”
“Vi prego, vi scongiuro lasciate quella part…”
“Quale, QUESTA? – risponde Weiss mentre di scatto sbottona i pantaloni ed inizia a pisciare sulle pagine di uno dei volumi – No, caro. Tutta questa MERDA noi la togliamo. Per noi non è mai esistita!!!”
“Ma… non potete farlo…”
“Oh, certo che possiamo. POSSIAMO ECCOME!”
E’ Benioff ora ad accanirsi sui tomi con una violenza ed una soddisfazione senza eguali, in preda ad una vera e propria estasi.
“Centinaia di pagine… in questi anni ci hai costretti a leggere miliardi di parole INUTILI! Personaggi, storie, colpi di scena DI CUI A NESSUNO PUO’ FREGARE UN CAZZO! Volevamo ribellarci, ma non potevamo. Abbiamo chiesto indipendenza, autonomia, ma l’unica risposta che arrivava erano altre pagine sotto cui soffocare. CI HAI ROTTO I COGLIONI!”
“Non volevo… scusatemi… non è colpa mia. Purtroppo non so più dove andare a parare. Vorrei piantarla lì, ma il mio editore mi sta addosso e anche HBO continuava a chiedere…”
“ZITTO! DEVI STARE ZITTO! – riprende Weiss tirando “A Dance with Dragons” nel camino – Hai venduto i diritti per la TV per fare ancora più soldi, per ampliare il numero di persone TRUFFATE da te e dal tuo editore. Hai promesso una saga che non sai concludere, un finale che non hai nemmeno idea di come tirare insieme. E NOI COSTRETTI A DARTI UNA MANO! Ancora mi sveglio sudato nel cuore della notte, con nelle orecchie le urla di persone che chiedono perchè le costringo a sciropparsi le storie di Daenerys a Meereen…”
“Dio, cosa abbiamo fatto…” bisbiglia Benioff piangendo, con il volto tra le mani.
“Ma adesso basta, caro George. – riprende Weiss – Basta. Vaffanculo Aegon Targaryen, vaffanculo Quentyn Martell…”
“‘FANCULO TUTTI I CAZZO DI MARTELL!!! – Grida Benioff gettando benzina su un espositore Mondadori.
“Già, fanculo a tutti loro! E Fanculo a te George. Non saremo più tuoi complici in questo!”
Martin è sconvolto.
“Voi non sapete quello che state facendo. Siete degli stupidi. Col materiale che vi ho dato avremmo potuto mangiare tutti per anni. Ci potevate fare almeno otto spin-off…”
“Ammazziamolo.”
“No, David. Non merita questa grazia. Noi ora chiuderemo quest’opera e lo faremo il meglio possibile. Con le nostre idee. Abbiamo ancora due stagioni da scrivere. Diamo alla gente quello che merita. Diamo loro un finale. Mettiamo fine alla tirannia di questo grassone di merda…”
“TANTO IO POI SCRIVERO’ UN FINALE DIVERSO PER I MIEI LIBRI E FOTTERO’ DI NUOVO TUTTI! COME HO SEMPRE FATTO! NON POTETE SCONFIGGERMI. IO SONO GEORGE R.R. MARTIN!”
“Può essere. Forse però, se faremo bene il nostro lavoro, qualcuno potremo salvarlo. Per pochi che siano, avremo fatto del bene.”
Weiss e Benioff escono dalla stanza.
Si abbracciano, commossi.
Da dentro giungono ancora grida ferali: “… NON SONO LA VOSTRA PUTTANA…”, ma loro ora hanno raggiunto la pace.
Insieme, costruiranno un mondo migliore.

Niente, ieri ho visto la premiere della sesta stagione di Game of Thrones e ora ho questa immagine bellissima in testa che non riesco proprio a far andare via.

MTV Generation

Disclaimer: il titolo di questo post va pronunciato come foste Fred Durst.

Ieri su twitter è partito un fenomeno di revisionismo storico a tema MTV, il canale musicale che ha fatto da sfondo ai pomeriggi di moltissimi ex-ragazzi che oggi navigano nell’intorno dei 35 anni. Alla base di questa ondata di ricordi c’è la notizia vera o presunta dell’imminente ribrendizzazione (che bella parola, soprattutto scritta così, scevra di qualsiasi riferimento anglofono) di quello che oggi è il canale in chiaro di MTV, ovvero MTV8.
Premesse d’obbligo:
– Non ho idea se la notizia sia, appunto, vera o presunta.
– Non ho idea se MTV8 sia davvero un canale esistente oggi sul digitale terrestre, nè se questo sia davvero il discendente di MTV.
– In generale se ci fosse un decimo del fact checking sbandierato per sta vicenda in una qualsiasi delle situazioni della vita che richiederebbero davvero un fact checking, si starebbe tutti meglio.

Il punto è che al grido di #AddioMTV molti di noi si sono sentiti in diritto ti ripescare a piene mani dalla memoria per tirare fuori aneddoti e ricordi appartenuti ad un tempo in cui si stava tutti meglio. E quando ce la lasciamo scappare un’occasione per scivolare nella dolce malinconia dei giorni che furono? Io personalmente mai. Credo di aver iniziato con questa attitudine che ero ancora minorenne. Una vita proiettata costantemente indietro, che ha come faro il nume tutelare del “quando eravamo giovani”: Max Pezzali.
Così via libera a citazioni, immagini e ripescaggi improbabili. Certo, ogni cinque twit in argomento toccava leggere l’immancabile intervento di quello che “Eh, MTV è morta da dieci anni e ve ne accorgete solo ora” che ci sta nella misura in cui il mondo è evidentemente sovrappopolato, ma tutto sommato seguendo l’hashtag di cui sopra saltavano fuori robine di un certo spessore.

E quindi eccomi qui, col pensiero che forse due parole su MTV sarebbe anche carino scriverle.
Io MTV l’ho guardata tanto, davvero tanto, dai primi anni novanta fino ad un punto imprecisato in mezzo agli anni zero. Scrivo sforzandomi di non usare google per ricordare come andò, ma se la memoria non mi inganna è possibile la guardassi prima che nascesse ufficialmente come MTV Italia, cosa a quanto pare successa nel 1997 (sì, ok, ho usato google alla prima frase dopo aver detto che non l’avrei fatto. That’s me.).
Negli anni novanta tenere sotto controllo i canali musicali era di vitale importanza, perchè delineavano la linea netta ed incontrovertibile che separa il bene dal male. Tutto ciò che passava su MTV era commerciale e la roba commerciale andava disprezzata. Un manifesto chiaro, preciso ed inappuntabile.
Ai tempi della dicotomia MTV / TMC2 era al più lecito seguire la seconda, almeno per quanto riguarda la mia etica personale, ma ancora una volta unicamente sulla spinta dell’antagonismo radicale verso i VJs, TRL e compagnia. Che poi, se MTV Italia è nata nel 1997 e TMC2 è morta tipo nel 2000 (sto giro non googolo, ricordo di aver seguito l’ultimo giorno di trasmissioni su TMC2 con un forte dispiacere e di averne parlato alla mia morosa di allora che, giustamente, pensava fossi scemo a dare tutto sto peso alla cosa.), la battle of the brands (mi escono così) è stata molto più breve di quel che ricordassi.
Dicevamo, MTV come parametro di riferimento per dare una faccia al nemico. D’altra parte, lo dicevano pure i NOFX nel booklet di Heavy Petting Zoo: “No Thanks to: MTV” e siccome il nemico dei miei idoli era il mio nemico, discussione chiusa.
Col tempo però mi sono ammorbidito un tot nei confronti del canale musicale per antonomasia e ho iniziato a trovarci del buono. Tipo:

Ecco, lei era buona.
Mi ricordo ancora quando una sera partì un programma in diretta da Roma e condotto da Mao, non saprei dire il titolo, e Valeria, da sempre bionda, si presentò in studio mora, spiegandomi nel dettaglio il concetto di amore.
E’ un peccato che tra noi le cose non abbiano funzionato e lei si sia ostinata ad ignorare la mia esistenza negli anni in cui ero single (non proprio 2 su 34 eh, carina, avresti avuto margine cazzo…). C’est la vie.
Tornando ai lati positivi di MTV, il primo ed inarrivabile è l’avermi permesso di vedere Scrubs. Non so se vi ricordate la campagna mediatica con cui MTV aveva spinto il lancio della serie. Ne parlavano sempre, a tutte le ore ed in ogni contesto. Clip a sorpresa ogni 15′. Un martello. Quell’anno facevo già l’università e uscivo tutte le sere. Andavo con gli amici nel parcheggio di fronte a casa eh, non proprio nella movida milanese, ma ero fuori sempre. Tranne il giovedì, perchè c’era Scrubs. Le prime due stagioni di Scrubs sono la cosa migliore mai uscita da un televisore. Poi è diventato “solo” una roba oltremodo divertente, ma le prime due stagioni CAPOLAVORO, col caps lock.
Se lo chiedete a me MTV ha sempre dato soddisfazione soprattutto quando non trasmetteva musica.

Non solo però. Ad un certo punto, ad anni zero ormai inoltrati, la sera mi guardavo Brand: New e Sgrang! (si chiamava così il programma wannabe musica pesa? EDIT: No. Accentosvedese mi ricorda che il programma “peso” di MTV era Superrock. Sgrang! Stava su TMC2.). Ore di sciroppamento di musica alternativa comunque fastidiosa per beccare una tantum un video capace di svoltarti l’esistenza. Tipo. Ma anche. Va riconosciuto che quantomeno quello di Coppola fosse un bel programma. L’unico che ricordi, a conti fatti.

La fascia pomeridiana è sempre stata il peggio, anche una volta conclusa la mia parentesi di antagonismo a priori. Total Request Live. I danni che ha prodotto TRL sono incalcolabili. Erano gli anni del boom dei Blink 182 e Giorgia Surina, che sta alla musica quanto io sto a lei, li accostava a qualunque cosa avesse delle chitarre e/o velleità simpa. “Una cosa alla Blink” passava da elogio a dura critica ogni santo giorno in cui ella volesse spingersi al commento tecnico/tattico su uno dei pezzi passati nel programma. I riferimenti musicali di Giorgia Surina credo si componessero unicamente di U2 e dei tre singoli di Enema of the State. Fine. In coppia con Maccarini e poi con Cattelan riuscì nel non difficile compito di criminalizzare la parola EMO, regalandoci fenomeni come i LOST. Se la morte delle tv musicali implica non dover più assistere a cose tipo questa, è davvero avvenuta troppo tardi. Maccarini l’ho incontrato al Milano Whisky Festival un paio di mesi fa. Chi si sconvolge leggendo che i nati nel ’98 quest’anno diventano maggiorenni (cit.) dovrebbe incontrare per caso Maccarini nel 2016 e dare un senso reale al proprio sconvolgimento.

Una volta sono stato ad un programma di MTV, Supersonic o forse solo Sonic, conduceva Silvestrin. Enri lo usava palesemente per tirar dentro a suonare gruppi che piacevano a lui. La sera in cui ho presenziato io c’erano in cartello gli Undeclinable e Max Gazzè. Ricordo che avevo scritto in redazione chiedendo di poter partecipare per vedere i primi e mi invitarono. Forse perché l’unico (non è vero dai, c’era un altro tipo li per loro e mi aveva tirato un pippone sul dramma della cancellazione della prima data italiana dei New Found Glory.). Andai con Ciccio, che per l’occasione si era preso un paio di adidas che a detta sua avevano solo lui e un qualche personaggio di spicco dell’alternative mondiale. Silvestrin aveva la maglietta dei The Get Up Kids. Io ero probabilmente vestito come al solito. Fu bello, tutto sommato, ed è un peccato non ci siano tracce di quella puntata su youtube. La cosa mi suggerisce che forse non fu mai trasmessa. Ci starebbe.

In qualunque modo la si metta, MTV è stata un pezzo importante della formazione della mia generazione. Non so se fosse il caso di ingigantire una notizia o inventarsi un ipotetica ribrendizzazione (volevo riscriverlo, scusate) per parlarne. Certo è che una paginetta a tema su questo blog ci sta e, senza questa circostanza, probabilmente non sarebbe mai uscita. E forse per una volta sarebbe un peccato perché pur non avendo riletto ho l’idea mi sia uscita benino.

Mr. Robot

Quale altro blog vi propone l’analisi di una serie TV dieci giorni dopo la sua conclusione?
Ecco, infatti.
In termini di “internet time” un articolo scritto con dieci giorni di ritardo è come uscisse un’era geologica dopo. Nessuno è più in grado di mantenere vivo il proprio interesse così a lungo, come soffrissimo di una variante autoinflitta di ADD che ci porta a consumare vagonate di informazioni immediate per poi cancellare la cache del cervello* da tutto quel che abbiamo acquisito e presentarla vergine al next big thing.
Per forza di cose quindi mi ritrovo a scrivere riflessioni che potreste aver già letto in altri articoli a tema, ma in fin dei conti, visto il prodotto di cui si parla, questa circostanza rende il mio pezzo terribilmente “meta”.
Mr.Robot é la serie più bella che può capitarvi di vedere in questo 2015, ma in fin dei conti é anche la roba più derivativa e meno originale che si possa immaginare.

Qui è dove di solito vi metto in guardia dagli SPOILER che potrebbero seguire, ma essendo passati dieci giorni ed essendo voi arrivati fino a qui nella lettura, desumo non abbiate nulla da temere: o siete sul pezzo e quindi immuni alle sorprese, o non sapete di che si parla e di conseguenza anche la più cruciale rivelazione, letta nella completa ignoranza e fuori contesto, dovrebbe lasciarvi indifferenti e con ogni probabilità non fissarsi nella vostra memoria a sufficienza da guastare un’eventuale visione futura.
[SPOILER] Questa cosa potrebbe non essere vera. [/SPOILER]
Dicevamo, Mr.Robot. Il riferimento più ovvio che viene in mente già dal primo episodio è senza dubbio il “Project Mayhem” di Fight Club: la spinta anarchica ad una riorganizzazione del mondo basata sulla cancellazione del debito e di conseguenza della società come la intendiamo noi. In un’epoca in cui il denaro è perlopiù virtuale, un’ipotetica legione di hacker adeguatamente preparata e motivata potrebbe gettare un colpo di spugna sulla realtà. Non proprio lo script più innovativo ogni tempo, direi, ma è pur sempre roba che tendenzialmente su di me ha buona presa.
Noi viviamo le vicende dalla testa di Elliot**, sociopatico anaffettivo con chiari disturbi mentali che di notte hackera i cattivi e di giorno lavora in una società che offre sicurezza informatica. In sostanza il Dexter Morgan dei computer e, per essere sicuri che non vi possa sfuggire l’analogia con il serial killer dei serial killer, Elliot colleziona cd-r su cui salva i dati dei cattivi che hackera, esattamente come Dexter collezionava i suoi vetrini.
Non vi basta? La chicca é certamente la Fsociety, ovvero Anonymous/Occupy Wall Street. Siamo al cospetto di un fumetto da cui viene tratto un film, a cui si ispira apertamente un movimento politico REALE, che viene a questo punto inserito in una fiction costituendone però non più la parte fantastica, ma il rimando alla realtà. Se avete capito cosa intendo, é un loop straordinario.
Proseguiamo con la dissezione e troviamo Tyrell, assetato di potere e sposato con una bellissima e algida donna che lo asseconda e lo supporta nel suo arrivismo estremo salvo poi scaricarlo quando si presenta all’orizzonte l’ipotesi dell’insuccesso. Come a dire: ma House of Cards non ce lo mettiamo? Come no!
Prendete tutto questo e aggiungeteci una buona dose di complotto: avete chiesto i poteri forti, la minoranza che governa il mondo, l’elite così marcatamente e schifosamente cattiva e senza scrupoli da incarnare il male assoluto? Check.
Mr.Robot é come quando da piccolo prendevi tutti i tuoi giocattoli preferiti e li mettevi insieme in una mega avventura in cui He-Man e i pirati del Lego lottavano per sconfiggere l’esercito dei peluches. Più importante, Mr.Robot é la dimostrazione (ennesima) che usare bene le idee altrui e riproporre quanto già fatto da altri può comunque portare ad un risultato di altissimo livello. Gli autori sono così convinti di questa cosa che ne fanno proprio un elemento d’orgoglio: chi guarda deve capire a cosa si sono riferiti, quali siano le ispirazioni, a costo di fermarsi ed esplicitarle. Giro una scena UGUALE a quella di un altro film? Io ci metto pure la stessa colonna sonora. E vinco tutto.
Davvero, mr.Robot vince tutto e lo fa mettendoci pure una confezione perfetta fatta di regia, fotografia e musica sempre a fuoco.
Per me davvero un gioiellino.

“So this is what a revolution looks like, people in expensive clothing running around.”

Eh, a quanto pare si.

* Ho parlato di cache del cervello in un pezzo su mr.Robot come fossi uno che sa il fatto suo, ma in realtà è una frase che mi è uscita per caso e di cui ho notato il collegamento col tema del pezzo solo a posteriori. Hashtag stimarsi.

** SPOILER: lo spettatore in effetti è una persona immaginaria che solo Eliott vede e che per il resto del mondo non esiste QUINDI lo spettatore é Mr.Robot e siccome Mr.Robot é Eliott, tu che guardi sei Eliott. Tu che guardi puoi cambiare il mondo e rivoluzionare la società. Non è una metafora sottilissima, ma onestamente é figa dai…

Game of Thrones è meglio dei libri

In questo pezzo si parla di Game of Thrones e dei libri da cui è tratto dando per scontati tutti gli avvenimenti pubblicati/trasmessi fino ad ora. Prima di dare dettagli della trama scriverò in ogni caso SPOILER, ma se siete in pari andate tranquilli.

Ho appena finito di vedere il season finale della quinta stagione di Game of Thrones. Da un po’ volevo mettermi lì a dire due parole su questo quinto capitolo dello show, ma mi ero imposto di aspettare la conclusione per poterne parlare in modo completo.
Per una volta, il mio potrebbe essere un punto di vista piuttosto atipico e, voglio spingermi tantissimo, addirittura interessante. Statistica vuole che il pubblico di questa opera si divida in due macro tronconi:
1) chi ha letto i libri. Nerd della prima ora o ultimi arrivati, la differenza è nulla quando si tratta snocciolare tutti i fantastiliardi di motivi per cui “sono meglio i libri”, eufemismo che apre quasi subito all’elenco dei supposti danni fatti in fase di sceneggiatura dal team di HBO.
2) chi guarda solo la serie e la apprezza in quanto tale. Gente a posto che, suo malgrado, si trova a dover odiare la categoria 1 in quanto saccente, foriera di SPOILER e, soprattutto, cagacazzo.
Io mi colloco in mezzo tra i due gruppi. Sono un lettore da ben prima nascesse lo show televisivo e sono stato per anni un fan hardcore del Martin delle Cronache, ma posso dire senza alcun dubbio che la serie, ormai, per quanto mi riguarda è tra le due l’opera che merita maggiore attenzione, l’unica che mi prema seguire assiduamente e di cui ormai mi interessi davvero conoscere la conclusione.
Segue quindi l’opinione non comune di un lettore per cui “è meglio la serie TV”.
tuun-tun-turutun-tun-turutuuun (turutuntun-turutuntun)
Manq, non è che dici così perché ti sei rotto il cazzo di aspettare che Martin pubblichi i suoi dannatissimi libri?
No. È innegabile che se i libri fossero usciti tutti in un lasso di tempo ragionevole e la saga letteraria fosse già conclusa forse ne avrei una percezione differente, ma così non è. Cosa offrono quindi i libri in più, rispetto alla serie? Certamente un livello spaventosamente maggiore di dettaglio: più personaggi, più trame, più avvenimenti. Vero, ma è davvero possibile apprezzare queste cose quando in 10 anni esce un solo libro? Certamente è pieno il web di gente che conosce l’opera a memoria e che ogni tot mesi la rilegge da capo per stare sul pezzo e avere tutto l’affresco sempre chiaro in mente. Io però un lavoro già ce l’ho e quindi uso le vicende di Westeros per intrattenermi. Ho letto i libri quando sono usciti e, onestamente, di tutto il materiale non tradotto on screen ricordo davvero poco. Potrei addirittura faticare a seguirne gli sviluppi cartacei futuri, perdendo moltissimo del coinvolgimento semplicemente perché non so più a che punto stiamo le cose.
Non bastasse, è opinione largamente condivisa che Martin con la sua scrittura sia in fase calante. Non entrerò nel merito delle speculazioni sul perché di questa involuzione letteraria, fatto sta che gli ultimi due volumi (5 nella versione italiana, perché noi non vogliamo i matrimoni gay, ma evidentemente amiamo prenderlo in culo) succedono solo cose di cui non frega niente a nessuno, colpi di scena telefonati e bluff evidenti a cui, onestamente, nessun lettore dovrebbe più abboccare.
Da tutto questo la serie ha tratto enorme giovamento, perché ha potuto tagliare il marcio e l’inutile e tenere solo il buono (reale o potenziale).
Quindi la serie è meglio perché è un riassunto?
No. Escludendo la prima stagione, dove il materiale letterario è stato trasposto egregiamente senza necessità di tagli o reimpasti, fino alla copertura dei primi tre volumi lo show ha molto sofferto in confronto ai romanzi ed il motivo era proprio il tentativo degli sceneggiatori di riassumere tutto senza tralasciare nulla. La ragione per cui la serie oggi è meglio dei libri è che ha finalmente deciso di smettere di riassumere facendo delle scelte e prendendosi delle licenze. Tagliando e riscrivendo. In alcuni casi i risultati sono stati egregi (Sansa a Grande Inverno), in altri discutibili (Dorne), ma questa nuova attitudine ha certamente migliorato un prodotto ormai da troppo tempo vittima della sindrome “dove cazzo vado a parare?” di cui Martin è preda.
Ma George R.R. Martin sa da sempre come finiran…
Ma smettila. Martin aveva certamente un’idea, ma l’ha stravolta e cambiata Dio solo sa quante volte negli anni. È evidente leggendo i suoi libri e se non è sfuggito a me che li ho letti una volta sola, non può certo esserselo perso chi li studia come fossero sacre scritture. Un esempio che provi questa mia ultima frase utilizzando uno SPOILER gigante da “A Dance with Dragons”?
Aegon Targaryen. La storia del bambino che era morto ed invece morto non è, figlio di Raeghar, erede al trono legittimo e bla bla bla? Tutta roba uscita dal nulla, è più che evidente. FINE SPOILER.
Dicevo che ormai Martin è perso nella sua stessa trama e più si muove per uscirne, più tende a fare cazzate. La serie ha quindi avuto la grossa occasione per fare il salto e staccarsi del tutto, buttando nuova linfa creativa nell’opera. E ci ha provato in questa stagione, anche con ottimi risultati. Una semplificazione mai frettolosa, un lavoro egregio di selezione delle vicende da narrare e qualche passo nei territori inesplorati dell’inedito. Tutto davvero molto bello, almeno fino a questo finale di stagione.
Non ti è piaciuto?
No, e il motivo è proprio il ritorno a seguire pedissequamente i libri, anche nelle scelte che per tanti motivi non funzionano. Faccio qualche esempio (intendo SPOILER). La scena del quasi affogamento di Tyrion, nella serie, è stata resa benissimo perché privata di quella connotazione “cliffanger” che invece gli si voleva conferire nel libro. Nessuno, a quel punto e in quel modo, può credere che il nano sia annegato eppure Martin ci prova a far spaventare il lettore, incrementando quell’effetto di “al lupo al lupo” che ormai chi ha letto i libri ha abbondantemente in noia. Questo tipo di accortezza per me gli showrunner avrebbero dovuto dedicarla anche alla fine di Stannis, che invece torna ad essere gestita come farebbe George, con un bluff a cui difficilmente si può abboccare. Stannis è vivo e lotta insieme a noi, per quanto mi riguarda. FINE SPOILER.
Questo apre forzatamente ad un’analisi della questione “morti”, che nella mia personale scala di valori conta moltissimo nell’attribuzione della preferenza alla serie piuttosto che ai romanzi. Martin mi ha conquistato ammazzando i protagonisti come mosche. La trovavo una scelta coraggiosa, ma soprattutto un buon espediente per mantenere viva la suspance: nessuno è intoccabile e tutto può succedere. A conti fatti, invece, un’analisi lucida dimostra che Martin ha avuto un briciolo di palle solo in due circostanze, mentre in moltissime altre ha semplicemente barato. Ancora qualche SPOILER (ma cazzo, mettetevi in pari). Prendiamo la lista delle morti illustri di cui frega qualcosa al lettore e che non generano semplicemente esultanza (hey Joffrey, guess who?). Catelyn? Risorta. Brienne? Falso allarme. Davos? Falso allarme. Due volte. Il mastino? Falso allarme. Theon? Falso allarme. Mance Ryder? Falso allarme. Probabilmente scordo pure qualcuno. E ora, alla fine dell’ultimo libro, vuole farmi credere la morte di Stannis e Jon? Dubitarne è quantomeno legittimo. I miei due centesimi li punto su Stannis sopravvissuto e Jon riportato in vita da Melisandre, ma non divaghiamo.
La serie, al contrario, ha dimostrato di avere più fegato (leggi anche meno propensione a sbracare). Cat pare sia morta e resti tale, un tot di comprimari importanti sono stati sacrificati senza battere ciglio in nome della semplificazione, pure il mastino non sembrerebbe avere altro ruolo dal cibo per i vermi, almeno stando a quanto visto. Gli sceneggiatori non hanno ancora millantato decessi fasulli. Per questo temo che questo finale sia preoccupante, perché credo questa scelta sia destinata a cambiare. E ci può stare farlo una volta dopo 5 stagioni con il personaggio più amato dal grande pubblico, ovvero Jon, ma usare la stessa scelta anche per Stannis farebbe traboccare il vaso. FINE SPOILER.
Hanno avuto tutti i mezzi per migliorare i libri e per larga parte sembravano davvero intenzionati a mantenere la promessa, ma questo finale mi spaventa un po’. Ciò nonostante, eliminando supposizioni e congetture, la serie al momento è un prodotto largamente meglio strutturato dell’opera a cui si ispira.
Hai finito con ste cazzate?
Quasi. Chiudo con l’ultima analisi. Con la fine di questa stagione televisiva siamo arrivati ad uno snodo interessante: serie e libri sono in pari e non c’è più materiale a cui attingere. È ormai legittimo pensare che la prossima stagione uscirà prima del prossimo libro e che le trame da ora in avanti divergeranno largamente. E se Martin volesse regolare nuovamente il suo progetto in relazione a come verranno accolti i futuri sviluppi della questione Jon nello show? Assurdo? C’è chi sostiene l’abbia già fatto in passato quando tra i lettori si è diffusa la teoria sulle origini dello stesso Jon Snow…

Gli SPOILER: una chiacchierata con G. Di Giamberardino

Recentemente ho chiacchierato via twitter con Giovanni Di Giamberardino in merito al concetto di SPOILER. Giovanni, che forse alcuni conoscono anche come Reifrak, è un giovane scrittore che ha contribuito alla creazione di Serialmente e che scrive di serialità televisiva in un sacco di posti interessanti, come Rolling Stone o Bad TV. Siccome ho pensato che la discussione fosse promettente ed interessante, ho chiesto a Giovanni di rispondere in maniera un filo più articolata, diciamo uscendo dai 140 caratteri, ad alcuni quesiti a tema SPOILER e quello che segue è il risultato della sua disponibilità. Cosa di cui, ovviamente, lo ringrazio. Non è una vera e propria intervista perchè le mie domande sono in realtà opinioni travestite, proprio come la volta scorsa, però credo sia qualcosa che può valere la pena leggere.
Giorni fa avrei precisato che nel pezzo ci sono diversi SPOILER, ma dopo averne parlato con Giovanni ho capito che non è così, quindi leggete sereni. Ipotizzio che la presenza o assenza di SPOILER possa tuttavia essere uno SPOILER di per se stesso sul contenuto del pezzo e realizzo che forse avrei dovuto chiedere un chiarimento anche su questo.
Le mie non-domande sono in grassetto, per facilitare la lettura, ma soprattutto perchè il blog è mio e mi piace darmi importanza.

L’altro giorno mi sono imbattuto in un tuo twitt, in cui riportavi una notizia relativa all’uscita dal cast di uno dei protagonisti di una serie abbastanza seguita. Io ho letto quanto scrivevi e ho pensato che, se fossi tra gli spettatori della serie in questione, la cosa avrebbe potuto infastidirmi.
Nei tempi in cui viviamo credo che la questione dello SPOILER sia ormai argomento piuttosto difficile da canonizzare. Il tutto è lasciato all’etica, o sensibilità se vuoi, del singolo individuo senza nemmeno uno straccio di indicazione o linea guida, probabilmente per il fatto che la Bibbia, di SPOILER, non parla. Una volta ho detto che l’ultimo libro di R.R. Martin è orrendo e mi è stato risposto che avevo fatto uno SPOILER. Storia vera. Questo è accaduto nello stesso mondo in cui titolare un articolo per la home di un quotidiano tipo Repubblica con il nome del vincitore di Masterchef un giorno prima della messa in onda della finale del programma è del tutto normale. O quantomeno lecito. C’è confusione, insomma.
Per iniziare quindi ti chiedo se esiste un’etica dello SPOILER universale, se ci sono delle regole tipo nel bowling o se invece la cosa è più simile al Vietnam. E poi, già che ci siamo, vorrei sapere quanto sei suscettibile tu agli SPOILER, quale che sia la definizione, o soglia se vuoi, che dai al termine.

Allora, io comincerei proprio dal significato del termine. SPOILER viene dal verbo inglese TO SPOIL che significa “guastare, rovinare”. Quindi SPOILER è letteralmente “ciò che rovina”, in questo caso ciò che rovina la visione di un film, la lettura di un libro. E cos’è che le rovina? Sapere cosa succede. Perché se so che succede poi che me lo guardo/leggo a fare?
Lo SPOILER perciò è legato principalmente alla trama ed è qualcosa che può essere detto solo da chi ha visto/letto il qualcosa in questione. E’ un’informazione che proviene direttamente dal testo, o da chi in questo caso te lo “rovina”. Questo quindi esclude dichiarazioni ufficiali e comunicati stampa.
Facciamo un esempio: se Repubblica mi scrive il finale di Harry Potter come titolo di un articolo è SPOILER, perché è un’informazione che avrebbe potuto ottenere solo dal testo. Se un anno prima un attore di una serie tv non rinnova il contratto e il canale e la casa di produzione rilasciano un comunicato assieme agli autori, beh, quello non è uno SPOILER. Diventa uno SPOILER se qualcuno venisse a raccontare gli eventi, all’interno della storia, che porteranno all’uscita di scena del personaggio.
Riassumendo, lo SPOILER parte dal testo e poi esce fuori, un movimento dall’interno all’esterno. Se un’informazione parte dall’esterno non è SPOILER, anche se sappiamo che avrà delle conseguenze sulla trama stessa, ma non sappiamo quando e in che modo. E’ come sapere prima che la stagione di una serie sarà l’ultima: sappiamo che finirà ma non sappiamo come. Informazione esterna che avrà una ricaduta interna che però non conosceremo finché non verrà rivelata dal testo stesso.
Questa è almeno la definizione comunemente accettata di SPOILER. Poi ovviamente ognuno ha la sua sensibilità. La mia migliore amica per esempio mi ha nascosto da fb perché anche solo leggere “episodio bello” o “episodio brutto” nei miei commenti la far star male. Però ecco, lo SPOILER è un’altra cosa.

Conosciamo entrambi persone strane, te lo concedo. La tua definizione mi funziona bene, così come trovo interessante riflettere sul fatto che, effettivamente, l’uscita dal cast di un protagonista non riveli poi granchè sulle trame che vedremo sullo schermo.
Ad inizio mese sono andato al cinema a vedere Fast & Furious 7. Sapere che Paul Walker fosse morto durante le riprese mi ha messo in una particolare condizione per cui ogni scena drammatica in cui era protagonista, ogni dialogo, ogni riferimento più o meno marcato alla morte colpiva forte e duro per motivi che però, di fatto, esulano dalla realizzazione delle scene stesse. Sapere della morte di Paul Walker non è ovviamente uno SPOILER, ma è un’informazione non necessaria alla visione del film che altera di fatto la percezione e la valutazione di chi guarda. Te lo puoi godere di più o te lo puoi godere di meno, non importa. La tua relazione col prodotto è alterata. Butto lì un’altra parola maiuscola che c’entra con tutto questo: META. Se vuoi la spieghi tu, che mi sembri preparato.
Andando alla domanda, la dimensione che il fenomeno Serie TV ha acquisito nel mondo genera una montagna di materiale ad esso correlato fatto di interviste, commenti, recensioni, siti specializzati, speciali in TV e via dicendo. I media tradizionali pescano da queste fonti in maniera copiosa e gli spettatori stessi discutono quotidianamente sui social di quanto sentono e leggono. Guardare una serie TV e basta, senza “dietrologia”, è diventato oggettivamente impossibile. E’ bello che chi voglia approfondire possa farlo, ma non dovrebbe essere possibile l’opzione “grazie, anche no.”?

Non è una questione di approfondimento, ma di informazione e l’informazione è libera. Quando un attore lascia il cast di una serie tv per unirsi come protagonista al pilot di un’altra serie, come è possibile tenere nascosta questa informazione? E per il bene di chi? Si apre subito una discussione più complessa: sulla bilancia cosa pesa di più, il mondo in cui viviamo o uno (degli infiniti) mondi di finzione? E’ più importante il diritto di cronaca o quello dello spettatore? Ha più diritto l’attore a comunicare la sua uscita di scena e annunciare il suo prossimo progetto o ha più diritto il fan a non volerlo sapere in modo da proteggere il mondo di fantasia che ama? O hanno più diritto gli autori a proteggere il loro processo creativo? O i produttori a salvaguardare la loro proprietà? Insomma, i diritti di chi battono i diritti di chi altro?
Altra considerazione da fare è stabilire se divulgare una determinata informazione rechi davvero un danno al pubblico: quando un personaggio è molto amato comunicarne l’uscita è anche un modo per preparare lo spettatore all’evento e attutire il colpo. Per esempio, nei giorni scorsi Nina Dobrev di The Vampire Diaries ha annunciato che al termine della sesta stagione non farà più parte della serie, nonostante ne sia di fatto la protagonista. Se questa notizia fosse stata tenuta nascosta forse il colpo inferto ai fan sarebbe stato troppo grande. D’altronde il legame che il pubblico instaura con i personaggi di una serie tv è molto più profondo e famigliare rispetto ai personaggi di un film o di un libro. Quindi i fan come avrebbero reagito meglio? Sapendolo o non sapendolo? Aggiungo una domanda più “smaliziata”: conviene di più agli autori, al canale e alla produzione comunicare la notizia per indirizzare le possibili responsabilità all’attore e nella pratica scaricare su di lui la “colpa” di questo avvenimento e proteggere l’integrità della serie?
Ci sono ovviamente casi in cui produttori, canale, autori, maestranze e attore riescono a mettersi d’accordo per costruire l’uscita di scena di un attore in modo da sconvolgere il pubblico, come successo l’anno scorso con The Good Wife. E ci hanno guadagnato tutti: per qualche settimana non si è fatto che parlare della serie. Esistono tuttavia delle controindicazioni: è stato quasi impossibile per chi non avesse seguito la serie live non venire a conoscenza di questa brusca uscita, proprio per la discussione accesa che ne è conseguita. E qualcuno a questo punto potrebbe controbattere: ma non avrebbero fatto meglio a comunicare l’addio dell’attore alla serie con anticipo e preparare tutti i fan a questa svolta invece che danneggiare quelli che, poverini, proprio quella sera non avrebbero potuto guardare la puntata e lo sarebbero venuti a sapere, volenti o nolenti?
Lo vedi, è complesso. Anche dopo essere riusciti a incasellare per bene lo SPOILER (un’informazione narrativa che parte dal racconto per essere rivelata all’esterno) e a trovarsi d’accordo sulla sua dannosità (qualità più sfuggente però, in quanto dipende dal tipo di informazione interna divulgata), resta l’ultima considerazione: per quanto uno SPOILER è uno SPOILER? Se io oggi parlo tranquillamente del finale del Sesto Senso, o del fatto che Darth Vader è il papà di Luke Skywalker, faccio davvero uno SPOILER? Se dico che Anna Karenina muore, è sempre uno SPOILER? E allora quand’è che non lo è più? Quando un’informazione narrativa smette di essere informazione ed entra a far parte della cultura collettiva? Quando smette di essere in torto quello che ti dice come finisce “I dolori del giovane Werther” e comincia a essere ignorante quello che non lo sa?

Questa cosa che sei tu a fare le domande mi destabilizza, credo anche per via del fatto che non so rispondere. Vorrei evitare di lanciarmi in voli pindarici iniziando una discussione sul diritto di cronaca che probabilmente finirebbe per sollevare ulteriori questioni legate non tanto al dovere di informare, ma più che altro al clickbait e allo sfruttamento dell’indole al voyeurismo che caratterizza la nostra specie in questo tempo. Non è il caso, direi.
Mi interessa invece di più discutere dell’ultimo punto che sollevi, la dinamica temporale. Il sito della Fox che pubblica la foto di Beth con il mid-season finale di The Walking Dead conclusosi da picosecondi per molti fu SPOILER. Scriverlo adesso qui sopra probabilmente non lo è più. L’ipotesi che tiene conto del tempo immagino presuma che le persone realmente sensibili allo SPOILER siano quelle interessate al prodotto, ovvero quelle che indipendentemente dal rischio colmeranno la loro lacuna nel più breve tempo possibile diventando così immuni. Passata una ragionevole porzione di tempo (che mi aspetto tu sia pronto a definire con precisione svizzera), chi ci teneva è al sicuro e quindi liberi tutti. La cosa mi funziona perchè, parlando personalmente, io leggo costantemente spoiler di serie/film/libri che non conosco senza pormi il problema, conscio che se mai dovessi recuperarli certamente quell’informazione non sarebbe radicata a sufficienza nella memoria da costituire un effettivo scoglio. Funziona tutto, apparentemente, eppure mi restano ancora dei dubbi.
Se ti consigliassi un giallo di Agata Christie e per presentartelo ti rivelassi l’assassino credo sarebbe uno SPOILER, anche se non si tratta propriamente di opere appena uscite. Certo, potrei darti dell’ignorante perchè non conosci quel libro, e magari avrei anche ragione, ma con ogni probabilità se tu l’avessi già letto non avresti avuto il bisogno di parlarne con me e chiedermi se ne valesse o meno la pena. Se ho battuto il record del mondo di forme e tempi verbali sbagliati, chiedo scusa. Ciò che intendo è che nella maggior parte dei casi chi si lamenta di aver subito uno SPOILER è qualcuno che si vuole avvicinare ad un prodotto da cui è incuriosito, ma che ancora non ha approcciato. A queste persone si può certamente dire che avrebbero potuto svegliarsi prima, ma a che pro? Non sarebbe meglio limitarsi a parlare delle opere senza rivelare dettagli di fatto ininfluenti? Da quando recensire un libro, un film o una serie è diventato farne il riassunto? E’ colpa delle scuole medie? La cosa che mi lascia ancor più sgomento, è che poi chi legge in molti casi è proprio il riassunto che cerca, salvo poi lamentarsi del fatto che contenga gli SPOILER.

Allora, se ti do un libro e ti dico come finisce proprio mentre te lo do, beh questo riguarda la sensibilità personale e alla fine è qualcosa che riguarda me e te e il fatto che probabilmente ti detesto (o almeno è ciò che il gesto in sé pare suggerirmi). Mi sembrava però che stessimo facendo più un discorso diciamo “istituzionale” riguardo la comunicazione per canali ufficiali, senz’altro più interessante. Cos’è uno spoiler? E quando uno spoiler non è spoiler? E quando è uno spoiler con intenzioni malevole c’è l’aggravante? Secondo me sì e la pena dovrebbe essere l’esilio.
Poi sulle recensioni apri una discussione in cui potremmo perderci, che riguarda più che altro lo “stato dell’arte” della critica di oggi, che spesso scrive senza avere niente da dire o che ancor più spesso, come dici tu, nemmeno è critica.

Una su X Factor 8

Poco fa @disappunto ha linkato su twitter un pezzo del Fatto* a tema X Factor 8 dicendone essenzialmente male. Io ho letto l’articolo e ne condivido larga parte. Non riuscendo per una volta a spiegare i miei motivi via tweet mi prendo qualche minuto per scriverne qui, conscio che il pezzo uscirà con tempi inconciliabili a qualunque tipo di discussione online caratterizzi l’epoca contemporanea, vale a dire più o meno due ore. Tempo fa ho steso la bozza di un post a tema “i tempi del web” che non ho mai concluso perchè io stesso a metà pezzo mi ero ritrovato ormai privo di interesse per la cosa.
Tornando in tema, l’articolo del Fatto* è questo qui e se si esclude l’ultimo paragrafo e la sua deriva sui problemi della discografia a me pare un pezzo piuttosto centrato su questioni in merito alle quali a sto punto dirò anche io la mia. Una cosa certamente vera è che a X Factor si ripete come un mantra la questione centrale dell’essere vendibile. Anche gli scorsi anni eh, ma in questa edizione è tutto ancora più marcato, con Fedez che sente particolarmente suo questo metro di valutazione. A rifletterci, la contraddizione in termini è evidente e se per qualcuno tirarla fuori dopo otto anni è un nonsense, per me è semplicemente basarsi su una robusta casistica. Vado ad elencare i motivi per cui “la contraddizione in termini è evidente” (cit.). Innanzi tutto, nessuno dei vincitori di X Factor vende. Non è del tutto vero, ci sarebbe Mengoni, ma proprio grazie all’ampia casistica a disposizione si può concludere che Mengoni sia un caso. Quindi il punto è che o consideriamo il format come uno dei più fallimentari della storia della televisione, ciclicamente incapace di raggiungere l’obbiettivo per cui parte, oppure il punto della vendibilità come criterio di valutazione è una cazzata. Io propendo comunque per la prima ipotesi: i giudici di X Factor puntano davvero a trovare un soggetto vendibile, ma non ne sono capaci. In più, il format non li aiuta. Sempre volendo puntare i miei due centesimi, gli autori questo lo sanno benissimo, ma nessuno di loro va in TV a dire che l’obbiettivo della trasmissione è “Trovare un talento vendibile” piuttosto, se glielo chiedessero, “portare a casa un’altra stagione di buona televisione”. Ora, volendo dare per buono il concetto per cui oggi esista qualcuno in grado di sapere come fare a far vendere i dischi ad un artista, di certo questo qualcuno non sta al tavolo dei giudici del programma. Non c’è quest’anno come non c’era gli anni scorsi, ma è di questa edizione che si parla e quindi è questa che analizzo.
E’ facile dire che Victoria non sappia cosa serve per vendere i dischi. Non è il suo mestiere. E’ più simpatica della Ventura (grazie al cazzo), ma la portata è la stessa. Il secondo in ordine di inutilità però è proprio l’osannatissimo ed autocompiaciutissimo Morgan, che a conti fatti non è mai stato buono di vendere manco i suoi, di dischi. Qui si capisce la netta separazione di intenti tra autori e programma. Morgan è fondamentale per lo show perchè è l’equivalente di Benigni che legge la Divina Commedia, solo che nessuno si azzarderebbe ad andare in giro a dire che il secondo punti a far vendere più copie di Dante. E’ ovvio anche alle mie pantofole che chi guarda X Factor non è chi compra i dischi. Fine. Così non fosse, non ci sarebbe una crisi della discografia comunemente detta. Morgan, all’atto pratico, è il fallimento più grande dell’X Factor che punta ad invadere il mercato. Restano gli altri due giudici, che quantomeno hanno un’idea di cosa voglia dire vendere dei dischi, anche se ho già detto della profonda differenza tra vendere e far vendere.
A farmi riflettere più di tutti c’è Fedez, ragazzo che stimo essenzialmente sulla base della musica che ascolta e della maggior parte delle cose che gli ho sentito dire. Valutassi la musica che fa avrei un parere diverso, ma non è questo il punto. Il meccanismo legato al “successo” di Fedez è talmente all’antitesi di una cosa come X Factor che infilarcelo dentro a fare il giudice/coach risulta una scelta assurda da qualunque direzione la si guardi. Penso si sia tutti d’accordo sul suo non essere personaggio televisivo, non ha i tempi né il mestiere e una sua performance alla Arisa credo non sia nemmeno quotata dalla SNAI. Non credo nemmeno sia da prendere in considerazione per l’aspetto tecnico/teorico della faccenda. Non è uno che sa come si fa bene la musica. Non parlo di gusti eh, parlo proprio di sapere quello che si sta facendo, di “preparazione”. Potrò non essere sul pezzo per valutare le sue conoscenze del RAP o dell’Hip-Hop, ma quelle volte che prova ad uscire dal suo per entrare nel mio, che non sappia quello che sta facendo o quantomeno come fare a farlo bene è evidente. Fedez fa la sua cosa credendoci il giusto e divertendosi di conseguenza. E fa benissimo. Però da lì a poter spiegare agli altri come fare altrettanto secondo me il passo è lungo. Usando una metafora che credo gli piacerebbe, è come far fare l’allenatore in Serie A ad uno solo perchè è forte a Pro Evolution Soccer. Che poi, giusto per aprire un’altra parentesi nel discorso, che cazzo di senso ha continuare a puntare su questo discorso della qualità, del fare buona musica, delle armonizzazioni, dell’intonazione e via dicendo? Ci rendiamo conto di chi “vende i dischi” in casa nostra o no?
Per quanto mi riguarda quindi, X Factor è un programma che con il vendere i dischi c’entra relativamente poco. Meno di Amici, per dire, che trovo decisamente più onesto nel suo invertire gli addendi e lavorare sulla costruzione di un pubblico che ami quello che propone invece che sul costruire qualcuno perchè piaccia ad un generalissimo pubblico senza volto. Ed infatti ad Amici non si parla mai di “cercare uno che possa vendere”, pur avendo tirato fuori più gente con i numeri in classifica del rivale con la X.
Quindi? Quindi sono d’accordo con il pezzo del Fatto* in quasi tutte le sue parti, pure quando fa una critica alla prima puntata ed ai suoi contenuti artistici. Due ore e passa di bello spettacolo: curato, ben fatto e ben diretto, dove però sotto questi chili di sovrastrutture produttive non resta nulla di cui valga la pena parlare. Nessuna voce che spicca. Nessun personaggio che spicca. Nessuna interpretazione che spicca. Tantissima insipienza su cui è stato costruito dell’ottimo intrattenimento. E va bene così, perchè io guardo X Factor per lo show, non certo perchè comprerò i dischi che ne escono. A me piace vedere l’assegnazione dei pezzi, gli arrangiamenti, i costumi e, quando va di lusso, grassa polemica sterile su questioni completamente risibili fatta da gente che è lì a fare un lavoro che non sa fare.
Ho questa idea che stare dentro a X Factor per i giudici sia tipo il Truman Show.

*Abbiamo un quotidiano comunemente chiamato IL FATTO a cui tutti si riferiscono dicendo: “Hai letto cosa ha scritto IL FATTO?” ed è bellissimo.

Cose che potrebbero anche interessare qualcuno (#esticazzi)

Non mentirò, questo post ha come scopo principale il non far girare a vuoto questo Agosto 2014, fino a poco fa candidato serissimo a primo mese senza post da Gennaio 2005, ovvero da che questo blog è stato aperto.
#esticazzi.
Siccome non ho voglia di scrivere niente di approfondito, interessante o anche solo lungo abbastanza per dare al post una vaga credibilità e non farlo apparire come mera tacca sull’ipotetico muro del mio essere ossessivo/compulsivo, farò un listone di robe.

1) Ho appena visto il finale di True Blood. Per un tot di motivi che ho già ripetuto ad oltranza, in parte anche qui sopra, lo ritengo una delle serie più significative di sempre. Quella che si è chiusa è forse la stagione meno brillante ed io ero così carico di aspettative che rimanere soddisfatto non sarebbe mai stato possibile. Quindi non mi sono nemmeno goduto gli ultimi metaforoni buttati dentro a forza, tra eutanasia e matrimoni non riconosciuti dalla legge che però se c’è l’amore vaffanculo a tutti, e ho seguito il tutto come un conto alla rovescia verso il finale. Verso l’incombente dissolvenza in nero. Mentre sullo schermo Jason diceva a Hoyt che la morte non può spaventare se si vive il presente al meglio io lo ascoltavo, ma avevo chiaramente la testa al fatto che forse sarebbe stato l’ultimo discorso contorto dello sceriffo Steakhouse. Un momento così magicamente “meta” da essere suo modo bellissimo. E’ una serie che mi mancherà e a cui sarò per sempre legato. Probabilmente gioca un ruolo importante l’averla sempre letta come la cosa più intelligente girasse in TV, soprattutto perchè non lo era per nessuno e questo mi lasciava modo di pensare che, semplicemente, LA GENTE non ci arrivasse mentre io sì. E poi era tremendamente divertente. E poi mentre scrivo sto sentendo un disco (SPOILER: ne parlo dopo) che mi prende malissimo e ho una tristezza pesa addosso che non so se dipenda dal fatto che, come ogni lutto che si rispetti, ci sia voluto un minimo a metabolizzarlo oppure se sia il disco. Oppure magari sono io e basta.

2) Su RockIt ci sono in anteprima streaming 6 tracce del disco dei And So Your Life Is Ruined. Sei tracce che per quello che ne so potrebbero essere anche tutto il disco. Il link è questo. Stando su RockIt probabilmente l’hanno già sentito tutti ad oltranza da mesi, io però vivo sotto le pietre come le lucertole e per arrivarci me lo sono dovuto trovare sbattuto in faccia dalla bacheca Facebook. E’ un disco che mentre lo ascolti pensi abbia tutti i suoni sbagliati e invece poi capisci che sono giusti così. E ci sono degli arpeggi di chitarra che sono fatti apposta per dirti cose come “Raccontami le tue paure // son sicuro che metà sono le mie” e che con me hanno veramente vita facilissima. Prima, mentre ascoltavo una delle parti strumentali stavo navigando e accidentalmente è partito un filmato sul sito della Gazzetta che parlava della partenza di Balotelli. C’era sta melodia dolce e triste sullo sfondo e Mario che parlava di addii ed era un connubio tremendamente suggestivo. Ora, come cazzo parla Balotelli, l’accento che ha e le cose che dice, per renderle parte di una cosa anche vagamente nostalgica e/o emozionante vuol dire che la parte musicale deve avere i contro coglioni. Oppure che chi ascolta debba essere in quel mood lì, magari per via del telefilm appena concluso (SPOILER: ne ho parlato prima). E’ stata una cosa di un secondo o due, ma è stato bello. Il disco è bello. Ultimamente vengono fuori cose che mi spingono a rivalutare l’impatto che la svolta in italiano dei Fine Before You Came ha avuto sulla musica di casa nostra. Bene così.

3) Pensavo che avrei scritto qualcosa sull’#IceBucketChallenge, ma anche no. Mi prendo giusto un secondo per un cinque altissimo a quelli di Fondazione Telethon che oggi hanno retwittato la mia idiozia, dimostrandosi avanti anni luce.

E anche ad agosto qualcosa alla fine ho pubblicato.
Blog’s not dead.

#esticazzi.

How I Met GLI SPOILER

E così è finito anche “How I met your mother”.
Ho appena visto il season finale e sono triste e arrabbiato, ma soprattutto arrabbiato. Inizio ad averne un po’ piene le palle di serie che mi accompagnano anni per poi buttare il finale nel cesso, quindi ora parto con una filippica che potrebbe durare millemila battute e contenere ogni genere di spoiler su questa serie o altre serie che ho visto in passato.
Il primo show il cui finale mi ha innervosito è stato Lost, ma io mi sono sparato tutte e sei le stagioni nel giro di tre mesi quindi il risentimento è stato minimo. Vuoi che non ho avuto modo di passare anni a fare ipotesi assurde per domande a cui mai sarebbe stata prevista risposta, vuoi perchè l’impressione avrebbe svaccato era forte da poco più di metà del cammino, non ne ho sofferto particolarmente. Resta un finale dimmerda eh, intendiamoci, ma a bilancio son più i pro che i contro direi. Poi è stato il turno di Dexter, ma anche lì poco giramento di cazzo perchè, sebbene si tratti del peggior finale mai realizzato per qualsivoglia opera televisiva, un po’ tutta la serie ad esclusione della prima stagione (per altro autoconclusiva) e di qualche momento sparso s’era dimostrata ampiamente una merda.
Discorso a parte, quindi, per HIMYM, perchè io a differenza di molti l’ho sempre trovato godibile e ben riuscito, in tutte le sue fasi che pur riconosco altalenanti. Di conseguenza, l’amarezza per questo finale così BRUTTO è quasi ai massimi storici.
Mo parto con un analisi del perchè il finale fa schifo come episodio di HIMYM in generale, proseguo sul perchè la scelta di concludere così la serie sia discutibile, e finisco dicendo la mia sulla storia del “che conta è il viaggio non la fine”.
Via.
L’episodio conclusivo di HIMYM è una porcheria essenzialmente per due ragioni. La prima è che non fa ridere. Ora, la serie a me risulta sia una comedy e, come tale, mi aspetto che possa puntare anche a commuovermi/intenerirmi/emozionarmi, restando chiaro che di base debba però farmi ridere almeno un po’. Dal punto di vista delle battute, delle gag e del divertimento quest’ultima puntata non ha nulla da offire. Zero. In quaranta minuti manco un sorriso. Però non è che sia voluta la cosa, intendiamoci. Non è un episodio pensato per essere amaro, le gag ci sono. Però fanno schifo. Il Playbook vol.2 e Jim Nacho? Seriously? Quindi ecco, a prescindere da tutte le implicazioni sul finale è un episodio venuto male. E’ anche sviluppato male. Quaranta minuti per condensare una quantità spropositata di elementi con cui avrebbero tranquillamente potuto riempire una stagione. Affrontandoli come si deve, magari, e senza dare l’impressione di aver voluto arrabattare tutto per tirare le fila della questione quando ormai non si sarebbe più potuto rimandare oltre. Così assistiamo al personaggio di Barney che in 20′ ritorna sui passi compiuti in, tipo, quattro stagioni. E il gruppo che si sfalda per ragioni che, ok possono starci, ma erano lì da sempre e non hanno comunque mai portato i cinque ad allontanarsi. Tutto di corsa, tutto arrabattato per giustificare un finale discutibile che, però, si sarebbe potuto preparare meglio senza questa folle corsa al “colpo si scena” che, oltretutto, non ha di fatto sorpreso nessuno. Episodio brutto, quindi, ma andiamo oltre.
Discutiamo della scelta finale. A differenza di altri casi, qui non è sulla coerenza che possiamo scagliarci. Per come la serie è stata concepita e portata avanti il tutto ha una sua logica. Fa schifo, ma è coerente. Sono meno propenso di altri però a definirlo come unico finale possibile. Si poteva chiudere con un cazzo di happy ending e io avrei voluto un cazzo di happy ending perchè altrimenti, invece di una comedy, nove anni fa avrei iniziato a guardare un’altra cosa. C’era margine per chiuderla bene, di conseguenza s’è scelto di chiuderla male e per questo io odio profondamente gli autori. I melodrammi tristoni li evito come la peste perchè non sento il bisogno di vederne anche di finti in TV, quindi mi rotea il Cristo se mi vengono buttati in faccia a tradimento. Sta cosa è l’equivalente di Gordon Ramsey che mette la carne nei piatti vegetariani. Ma poi, la madre si ammala e muore giovane? La stessa madre che ben prima di Ted avrebbe dovuto sposarsi con il suo uomo perfetto se questo non fosse stato ucciso da un pirata della strada? #HowIMetLaSFIGA eh. Ah no, aspetta, l’uomo ideale di lei che muore rende the mother in tutto e per tutto uguale a Ted… è quello il punto? Beh, è un punto di merda. Sorvoliamo anche sulle cause di rottura tra Robin e Barney che dire pretestuose è poco e io non ho più sufficiente livore per argomentare. Passiamo al punto tre della disamina.
“La fine non conta, quel che conta è il viaggio”.
Sto. Cazzo.
La fine conta come conta tutto il resto, nell’analisi di un’opera. Questo finale rende meno belli gli episodi precedenti? No, neanche un po’. Rende meno bella la serie? Sì, di brutto. Ne ho pieno il cazzo di dover sempre affrontare un’analisi schierandosi o con la parte CAPOLAVORO IN TOTO o con la sua rivale MERDA SENZA APPELLO. Si può amare una serie riconoscendone i difetti o criticarla sottolineandone i pregi. Si può e si dovrebbe sempre fare così, perchè di serie perfette io ne ho viste poche.
Ok, ho scritto fin troppo e il sonno inizia a farsi strada.
Quest’anno sarà la volta anche del season finale di True Blood, che per me resta una delle cose migliori in circolazione. Magari farà cagare, magari no. Vedremo.
Chiudo con un interrogativo: dopo questo season finale, quante chances ha l’imminente “How I Met Your Dad” di fare anche solo un briciolo di ascolti?

Madonna di Dio la tristezza…