Una roba lunga sugli Ataris

Questa storia inizia nel 2000.
Sono i primi mesi di università, si fa lezione in aule da 200 cristiani dove se arrivi lungo ti tocca stare seduto sulle scale. Un cambio di vita e prospettiva piuttosto radicale.
Dopo il rodaggio iniziale ho finalmente un mio “gruppo di studio”, inteso come insieme di persone che provi a cercare nei corridoi prima delle lezioni per bere un caffè o con cui cerchi di stare mentre sei in ateneo. E’ composto al 35% da gente disposta in ogni momento a mettere su una partita di briscola chiamata e per il 60% da ragazzi intenti a provarci con la Simo, una delle due persone del mio liceo in tutto il corso. Il restante 5% della comitiva era composto dalla Ros, l’altra frisina, e da Alessia, da qui in poi Lale (inteso proprio dal 2000 in avanti).
Lale non aveva mire sessuali nei confronti della Simo e, se la memoria non mi inganna, non giocava a carte, però stava con noi. Io ci ho legato subito perchè in comune avevamo la passione per un certo punk-rock. In relazione alla mia vita, le riconosco tre grandi meriti:
3) Dopo mesi passati a cercare di capire di chi fosse un pezzo che avevo sentito al Rainbow e che mi aveva folgorato, lei una mattina mi disse “E’ Alien 8 dei Lagwagon” con tutta la naturalezza del mondo.
2) Ha fatto sì che nei ringraziamenti della mia tesi di laurea scrivessi: “ringrazio la mia mamma che mi ha fatto così funky” per tener fede a una promessa/scommessa.
1) Mi ha passato Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits degli Ataris, che sarebbe diventato per tantissimi anni il mio disco preferito della mia band preferita.

Conoscevo gli Ataris di nome, era scritto su un cappellino che ogni tanto metteva Dani dei Murder, We Wrote quando suonava all’Arci di Arcore. Non sto a divagare ulteriormente, ma i MWW erano un’altra bella fissa per me, quindi l’endorsement dal Dani mi aveva acceso una certa curiosità. 
Mi ricordo quando ho messo su il disco la prima volta perchè il primissimo impatto mi fece incazzare.
Io ho questo problema: odio, letteralmente e visceralmente, i dischi belli registrati col culo. Se vieni su con i miei gusti musicali ne incroci una cifra di dischi così: canzoni stupende e suoni da bestemmie, che fanno sì prima o poi io molli il colpo e smetta di ascoltarli, dimenticandomene. Ci sono pochissime eccezioni a questa regola, la più eclatante è The power of failing perchè lì i suoni orrendi diventano addirittura un valore aggiunto, ma è appunto un’eccezione.
Fatto sta che i primi 15″ di Blue skies hanno quell’effetto che li fa sembrare una roba DIY anni ’80. Penso: “Se suona così speriamo sia anche una merda”, poi però salta fuori che si tratta di una scelta estetica e i suoni esplodono nella loro perfezione.
Io regalo il mio cuore a Kris Roe ora, per sempre e nei secoli dei secoli amen.
E’ un disco fondamentale, nella mia crescita musicale, questo qui. Ci sono i dischi preferiti, che ti si inchiodano addosso per la vita, e i dischi importanti, grazie ai quali ti formi e cresci. Nell’intersezione tra i due insiemi ci stanno in pochissimi, ma Blu skyes è uno di loro.
Per prima cosa ha messo in discussione l’unico dogma che ho sempre avuto, ovvero che la musica figa dovesse essere veloce. Stiamo sempre parlando di un disco punk-rock, mica di Bach, però fino a quel punto lì io cercavo robe che andassero più spedite delle precedenti e questo è stato il momento in cui mi sono fermato e ho iniziato ad aprirmi a soluzioni diverse. In Your boyfriend sucks per esempio c’è questa coda che dura quasi metà pezzo, costruita su un riff ossessivo e una voce che ci parla sopra. Non dico sia una roba ostica, ma certamente per me era spiazzante.
In secondo luogo aggiungeva una nuova dimensione allo scopo per cui io ascoltavo musica: non era più solo per stare bene o per sfogare sentimenti di pseudo ribellione tardo adolescenziale, ora avevo il disco per quando ero “preso male”, un mood in cui alla fine ho imparato a crogiolarmi, soprattutto nei primi anni del nuovo millennio.

Quando penso a Blu skies penso ad un disco perfetto, ma non lo è. E’ troppo lungo ed ha una seconda metà decisamente sotto al livello della prima, per dire, eppure è proprio il suo lato A ad avergli cucito addosso quest’aura di capolavoro. Voglio dire, fino a The Last Song I Will Ever Write About a Girl è una roba oltre il clamoroso, non mi viene in mente un altro disco che tenga il livello così alto per otto tracce consecutive. Non esagero eh, nella mia vita ci sono dischi che ho amato anche più di questo (pochi, onestamente), ma a nessuno riconosco un nucleo più lungo di pezzi senza il minimo calo, neanche accennato, in termini di intensità dell’emozione che si tira appresso. 
In mezzo a queste otto tracce poi c’è questa doppietta:

Ho sempre faticato a vederle come due canzoni separate, per me sono una roba sola. Una prima parte emotivamente devastante ed una seconda per dare sfogo alla frustrazione e al malessere nel modo più violento possibile.

I guess that I’m wrong
for falling in love

Record mondiale di pelle d’oca, distanza corpo di Manq, insuperato da 18 anni circa.
Risparmiatemi i pippotti sulla portata del contenuto perchè quali che siano i temi che possano starvi a cuore, a vent’anni quella roba lì sta in cima alle priorità di tutti, in positivo o in negativo che sia. 
E’ difficile tirare fuori singoli aspetti da sottolineare in un disco che si venera come io venero Blue skyes perchè è tutto giusto nel suo insieme, eppure c’è una roba che per me è sempre stata la chiave di volta: la batteria.
Non credo che Chris Knapp sia stato il miglio batterista che ho visto suonare, ma è certamente tutt’ora uno dei miei preferiti di sempre. Non so se fosse una questione di stile, di ritmica, di precisione o di tutte queste cose insieme, ma aveva la capacità di cappottarti facendo robe che sembravano semplicissime. Potrei sbagliare, ma gli Ataris sono la prima band di cui ho ascoltato i dischi concentrandomi solo sulla batteria, fissandomi sui dettagli. Anche in questo mi hanno formato e se ancora oggi perdo ore a guardare video di gente che suona la batteria su youtube è per questo disco qui.
Riascoltatevi la batteria di I won’t spend another night alone, fatevi un favore.

End is forever è uscito l’anno successivo, nel 2001. Nel complesso è certamente più omogeneo, si prende un paio di momenti per alzare l’asticella ai livelli della prima parte del precedente, ma se si ignora quella porcheria inspiegabile che è Teenage Riot, fila via senza dare l’impressione di avere parti drasticamente inferiori ad altre. Dentro End is forever ci sono due canzoni della vita, una è Fast times at drop-out high, di cui ho scritto brevemente giorni fa, quando sono caduto in questo pesantissimo trip per gli Ataris. L’altra è questa qui.

Le canzoni della vita nel mio caso non sono poche, ma neanche tantissime. Che più di una di queste sia stata scritta da Kris Roe ribadisce ancora una volta la dimensione della faccenda.
Nel complesso questo disco ha suoni meno fighi di quello prima, credo soprattutto per via delle chitarre più “impastate”, però compensa con una struttura dei pezzi generalmente più complessa, che non disdegna di provare ad aggiungere qualche sovrastruttura al classico suono chitarra-basso-batteria su cui si fonda il punk-rock. Un altro step di evoluzione in cui mi sono fatto guidare e che mi ha aperto il campo visivo di qualche ulteriore grado.

Messi in fila, Blue skies e End is forever sono quello che intendo quando parlo di Ataris. Il primo disco, …anywhere but here, è una robetta piacevolissima, ma di cui a mente fredda non riuscirei a ricordare molto più di un paio di tracce, tipo questa. Con quelli dopo invece iniziano i guai.
So long, Astoria è il disco che li ha consacrati al grande pubblico, grazie soprattutto alla cover di Boys of summer. Non credo ci siano cose più frustranti del consegnare alla storia due dischi spaventosi e ricevere i favori delle masse per una cover, se esistono spero vivamente di non viverle mai. Mentre scrivo ipotizzo siano passati quindici anni da quando ho messo su l’ultima volta So Long, Astoria dall’inizio alla fine, quindi l’ultima volta deve essere successo poco dopo la sua uscita nel 2003.
Io facevo ancora l’università e il giorno in cui uscì sfruttai un buco nel palinsesto delle lezioni per andare a Mariposa, sempre con Lale, per comprarlo. A scatola chiusa. E’ una roba che ho fatto meno di cinque volte nella mia vita quella di comprare un disco il giorno dell’uscita e senza ascoltarlo prima, è andata quasi sempre male. 
Non saprei dire se sia davvero brutto come lo ricordo, a rimetterlo su non ci penso manco per il cazzo. I pezzi di cui la memoria è sopravvissuta, probabilmente perchè infilati in qualche mixtape sentita negli anni successivi, non sono poi così terribili. Non so se il fatto che quel disco sia stato quello del passaggio su major abbia avuto un peso nella realizzazione e nel risultato, però di nuovo, se ha fatto successo l’ha fatto per via di una cover e questo non può essere un buon segno, comunque la si voglia leggere. 
E infatti,  di lì a poco, è andato tutto grossomodo affanculo.

La band, che già nella sua storia fino a quel momento aveva avuto una vita più travagliata della media, collassa su sè stessa. Kris ne prende atto e fa l’ennesimo salto in avanti sul percorso che ha in testa e che, a quel punto, vede onestamente solo lui. Mette insieme una line up di tipo sette elementi per cavar fuori un disco a tutti gli effetti indie/alternative talmente votato a distanziarsi da quel che era stato prima da seppellire sotto una tonnellata di effetti pure la sua voce, unico elemento che avrebbe riportato l’ascoltatore all’ovile qualunque fosse il suono del disco. 
Vuoi il fatto che Chris non fosse più nella band, vuoi l’impatto completamente spiazzante che i primi secondi di Not capable of love possono aver avuto su uno che con gli Ataris ha avuto la storia che ho avuto io, Welcome the night lo sto ascoltando per intero oggi, 4 settembre 2018, per la prima volta.
Chiariamo: non è che allora non avessi gli strumenti per digerire una cosa così, ormai ero un ascoltatore “maturo”. E’ più che vivo la musica a mio modo. 
Ho talmente tanti ricordi legati a doppia mandata con canzoni e gruppi da considerare questi ultimi parte della mia vita, alla stregua degli amici. Accettare che uno di loro cambi vita o se vogliamo evolva, qualunque cosa significhi, è destabilizzante. Ci si sente traditi, anche se in realtà è più il fatto che in una vita con fin troppe variabili avere cose su cui fare affidamento è un salvagente gigante. E’ vero oggi, ma era drammaticamente più vero nel 2007.
Poi spesso è più questione dell’essere spaventati all’idea di dover evolvere a nostra volta, quindi si stigmatizza il percorso degli altri arroccandosi su posizioni che poi ci rendiamo conto di aver mollato per strada senza nemmeno rendercene conto perchè troppo impegnati a vivere. 
Il succo è che ignorare Welcome the night per undici anni non è tra le migliori decisioni della mia vita.

Scrivere questo interminabile post mi sta portando ad affrontare un processo riabilitativo di cui non ho avuto bisogno nemmeno per ricucire rapporti grossi, reali, che ad un certo punto della mia vita si sono spaccati.
Ripenso alle ultime volte che ho incrociato Kris Roe: dalla volta in cui si è presentato chitarra e voce per celebrare i dieci anni di Blue skyes senza suonare gran parte dei pezzi che lo compongono, a quando l’ho rivisto full band nel 2013 fare un concerto a mio avviso privo della benché minima logica in termini di suoni, scaletta e atteggiamento. L’ultima volta che è passato di qui non sono nemmeno andato, tanto per dire, ed è uno sgarro che riservo davvero a pochi dei miei eroi di infanzia.
E che probabilmente KR non si merita.

Onestamente non ho idea di che fine abbia fatto Chris Knapp. So che Mike Davenport, quello che nei miei dischi preferiti suonava il basso, oggi è in galera per una maxi truffa immobiliare. E’ certamente successo qualcosa in quel 2003 che ha mandato tutto a rotoli, su più livelli. 
Kris Roe però è sempre lui. Uno che nel 1999 viveva in un furgone a Santa Barbara pur di non darla su e potermi regalare alcuni dei momenti più indimenticabili della mia vita. Uno che nel 2009, ormai rimasto solo, girava l’europa zaino e chitarra in spalla per portare in giro i suoi pezzi. Uno che nella sua vita ha combinato probabilmente più casini di quanti fosse in grado di gestire, tra figli avuti troppo presto e soldi finiti chissà dove. Uno che ancora oggi è convinto che presto o tardi uscirà un nuovo disco a nome Ataris perchè la sua vita è quella cosa lì e lo sarà sempre.
Uno che, comunque sia, resta tutt’ora capace di scrivere grandi canzoni.

Sulla mensola della mia libreria di casa c’è una cornice nera.
Dentro c’è una foto, raffigura un’insegna blu con la scritta Blu Skyes.
E’ una stampa originale dello scatto usato per la copertina del disco, fatta proprio da Kris Roe.
Me l’ha data lui e in un angolo c’è la sua firma.
Con ogni probabilità è l’oggetto che per me ha più valore in tutta casa.

Scrivo un blog da tredici anni, questo post sarebbe dovuto uscire molto prima.


Questo pezzo in linea teorica sarebbe dovuto uscire il 13 aprile 2019 per il ventennale di Blue Skies. Sì, ho in calendario gli anniversari dei dischi di cui vorrei scrivere, ma non è questo il punto. 
Il punto è che recentemente sono entrato un po’ in fissa con gli Ataris e mi sono reso conto di non averne mai scritto in maniera esaustiva. Pensandoci su un attimo avrebbe poco senso farlo tirando in mezzo un solo disco, tantomeno aspettare sei mesi. Quindi eccoci qui.

Dalla parte giusta del populismo

Io ho lavorato nella ricerca scientifica dal settembre 2005 al gennaio 2014. Ho fatto gran parte del percorso accademico: tesi sperimentale, borsa di studio, dottorato di ricerca, post-doc; quasi nove anni di cui sette nel nostro amatissimo Paese.

Ancora oggi, quando parlo con alcuni colleghi, mi dicono frasi tipo: “Beh, io non sono rimasto in università. Io ho iniziato a lavorare subito.” e sul momento vengo sempre avvolto da quell’insana voglia di farmi esplodere in ufficio. Non è un discorso relativo solo alla mia azienda, ma generalmente diffuso nell’ambito extra-accademico quando si parla di “lavoro di ricerca”.
Io non sono mai stato Stachanov, ho sempre avuto la grossissima fortuna di avere interesse nella mia vita fuori dal lavoro e, soprattutto, non sono mai stato affascinato dal poserismo da straordinario che prende moltissimi giovani ricercatori.
– Sai, io lavoro fino alle dieci di sera.
– Ah, non me lo dire, ieri notte ho dovuto correre un esperimento che finisce giusto giusto sabato pomeriggio. Poi domenica analizzo i dati.
Tutte seghe.
La mia esperienza personale rispetto a chi fa turni di 12-15 ore in laboratorio sette giorni su sette è che sia spinto da un mix di, appunto, autocompiacimento e disorganizzazione. Lavorare libero da orari permette di impiegare 12 ore a fare una cosa che si farebbe in 8 solo perchè nessuno ti fucila se stai la notte al bancone, che tanto sei fuori casa/città/Paese, conosci poche persone e non hai una beneamata minchia da fare. Fermarsi fino a tardi può capitare in tutti i lavori. Se ti capita sempre, il problema sei tu. Fact.
Detto questo, io mi sono sempre fatto un discreto mazzo al lavoro e credo per una volta i risultati siano lì a disposizione degli scettici. Ho sempre vissuto in realtà produttive, dove pubblicare i risultati era importante, dove produrre dati era importante, quindi sentirmi costantemente associato all’idea piuttosto stereotipata del laboratorio come luogo di fancazzismo, lontano anni luce dal concetto di lavoro, mi irrita anche ad anni di distanza.

Il mio “nuovo” lavoro tuttavia mi mette a contatto con tutte le realtà italiane che si occupano di ricerca scientifica: da quelle dove si lavora tanto e bene a quelle dove, oggettivamente, vengono buttati via soldi pubblici.
Di nuovo, non ne faccio una questione di orario di lavoro. Posto che lavorare a progetto abbia l’indiscusso vantaggio di lasciare grandissima flessibilità nella gestione del tempo, io non mi incazzo con i ricercatori borsisti che lavorano sistematicamente dalle 10 alle 16. Prendono uno stipendio da fame con contratti rinnovati ogni sei mesi tra mille patemi d’animo ed imprevisti quindi, sapete cosa, fanno bene. Il problema è se in quelle sei ore (colazione, caffè, sigarette e pausa pranzo comprese) non si è professionali.
Mi capita di prendere aerei o treni per presentarmi ad appuntamenti fissati in largo anticipo e, arrivato sul posto, sentirmi dire “No, oggi non posso / La dr.ssa non c’è / Avevamo un appuntamento?”. Da questa situazione ho capito una cosa: non è un problema di educazione. Non solo, almeno.
Chi da un valore al proprio tempo, chi sa cosa significhi lavorare, impara immediatamente a non sprecarlo e diventa, contestualmente, sensibile al non voler sprecare neanche quello altrui. Chi al contrario non contempla ci sia un investimento di risorse dietro al lavoro degli altri è solo chi  in primis non valuta prezioso il proprio tempo. Quindi chi ne ha da perdere.
E’ una statistica che non teme smentite, fatta su un campione molto vasto. Al netto dell’inconveniente che capita a tutti e dello stronzo che lo fa apposta perchè in qualche modo si sente in diritto di mancarti di rispetto, il resto rientra nella casistica dei nullafacenti col camice. E sono tanti, troppi per un Paese che di fondi ne ha così pochi.

Come si è arrivati a questo?
Io non ho una risposta che giustifichi la totalità del fenomeno, ma ho certamente una spiegazione a parte del problema. In Italia fare ricerca è diventato un hobby.
Torniamo al sottoscritto. Io sono rimasto in laboratorio fino a 33 anni. Ero già sposato, quando ho mollato. Avevo già un mutuo (sebbene più piccolo di quello attuale), quando ho mollato.
Non avrei potuto farlo se non avessi alle spalle una famiglia che mi ha permesso di arrivare a quel punto, aiutandomi economicamente ad emanciparmi. Sono stato fortunato quindi, ma comunque non avrei potuto permettermi di restare in laboratorio ancora, certamente non oggi che ho due figli. Anche perchè in casa eravamo in due a fare ricerca.
Una prima selezione quindi la fa la possibilità economica di continuare ad investire ad oltranza in un sogno privo di prospettive tangibili.
La seconda selezione la fa il merito, ma in negativo. Siamo uno dei Paesi in cui il lavoro di ricerca è pagato meno, ma viviamo in un contesto globale in cui i propri dati ed il proprio CV sono disponibili ovunque nel mondo. Chi vale e riesce a dimostrarlo con i risultati ha mercato e, ovunque provi ad andare, trova gratificazioni economiche che in Italia non avrebbe. Quindi, 7 volte su 10, parte.
Non starò a fare pipponi sulla fuga di cervelli, ma questa è la situazione. La ricerca Italiana seleziona chi può permettersi di campare con 1000 euro al mese  (se va bene) e simultaneamente non ha la possibilità di andarsene via, per scelta di vita o perchè non è bravo abbastanza.
Non è un problema unicamente di fondi, è un problema di risorse umane che certamente ha avuto origine dalla mancanza di fondi, ma che ora è parte integrante del degrado. Gente che da vent’anni sta i laboratorio senza una minima spinta produttiva o professionale, che ha scelto questa carriera perchè offre orari comodi per andare a prendere i figli a scuola (non sono necessariamente donne, pare stupido precisarlo, ma ecco.). Non ho nulla contro queste persone, contro la loro scelta di vita e nemmeno contro il loro concetto di lavoro, se questo non fosse in un ambito finanziato coi soldi di tutti e, soprattutto, in costante mancanza di risorse economiche.

Per questo spesso dico che io non voglio che la ricerca nel nostro Paese riceva più fondi. Io voglio che venga riformata. Gli stessi soldi, distribuiti meglio e in base al reale merito invece che poco a tutti, farebbero già fare un salto di qualità al sistema.
Il dramma vero è che la ricerca ed i suoi finanziamenti, così come temo la scuola (realtà che trovo assimilabile pur non conoscendola da dentro) sono diventati unicamente un simbolo da brandire ai comizi, vuoto, un po’ come “prima gli italiani” o “basta tasse”. Fatichiamo ad accorgercene perchè a gridarlo siamo spesso noi che quegli slogan li critichiamo.
Noi che siamo dalla parte giusta del populismo.

L’Italia peggiore (cit.)

Facendo colloqui ti convinci di essere uno stronzo.
A furia di parlare con gente che ti fa sentire inappropriato, che ti tratta come se stesse facendoti un favore anche solo a starti a sentire, alla fine sei portato a pensare che quella sia la realtà. Così quasi quasi ti senti in colpa se non trovi giusto lavorare gratis. Li guardi e annuisci quando ti dicono che, in fin dei conti, fino ad oggi non hai mai lavorato DAVVERO. Sorridi. Parli con gente che non ha idea di che lavoro andrai a fare, ma le credi quando ti dice che non sei abbastanza qualificato per farlo. E, soprattutto, entri nell’ottica che la concorrenza serrata per quel posto sarà sbaragliata non con le credenziali e le capacità che dimostrerai di avere, ma solo con la disponibilità a volare più basso degli altri.
Nessuno sta cercando il migliore.
Questo è un bene, pensi, perchè tu certo non lo sei. Però magari hai qualcosina in più degli altri, qualcosa che ti qualifica sopra un certo standard. Sopra la mediocrità. E allora devi liberartene, pregarli di non tenerlo in considerazione, di non discriminarti per via di quell’handicap che può essere un titolo di studio più prestigioso o un salario di partenza meno prossimo allo zero..
Se ci riesci. Se dimostri di essere uguale agli altri, ma di avere meno pretese degli altri, sei l’uomo giusto. E cazzo se ci provi, ad esserlo, perchè hai trent’anni e in futuro vorresti avere una famiglia. Dei figli. Una stabilità economica minima che possa garantirti di essere semplicemente sereno. Non aneli ricchezza, gloria o una carriera gratificante.
Elemosini un briciolo di serenità.
Applichi per centinaia di posizioni, le più svariate, per lavori potenzialmente interessanti come per lavori che sai fare schifo. Invii CV a pioggia perchè sai in partenza che nella gran parte dei casi nessuno ti richiamerà.
Ed è così che pian piano ti convinci di essere il gradino più basso della società. L’italia peggiore.
Poi però arriva il giorno in cui, quasi per sbaglio e solo per tenere aperto anche l’ultimo spiraglio, decidi di applicare per fare il TUO lavoro. Per fare ricerca in Università.
Mandi due curriculum e ti richiamano per entrambe le posizioni.
Fai un colloquio di venti minuti e ti senti apprezzato per le tue capacità. Ti vengono riconosciuti i tuoi meriti. Realizzi che l’interesse che hanno nei tuoi confronti è unicamente correlato al lavoro che dovrai andare a fare e alle tue possibilità di successo.
E allora smetti di sentirti stronzo.
Ovviamente pensi ancora alla famiglia, al futuro, al fatto che il TUO lavoro nel TUO paese non abbia futuro. E a quel punto devi decidere cosa fare conscio che la scelta non sarà semplice.
In ogni caso però, almeno per qualche giorno, capirai che l’italia peggiore è un’altra.

Ringraziamenti (pt.2)

Come l’ultima volta e spero per l’ULTIMA volta, eccomi qui a concludere la stesura della tesi con i ringraziamenti alle persone che l’hanno resa possibile.
Il primo grazie va sicuramente ai miei genitori, a cui ho dedicato tutto questo lavoro. Il loro aiuto ed il loro supporto sono stati costantemente presenti ed anche nel momento delle scelte importanti, come ad esempio il trasferirmi in Germania, il loro appoggio non è mai mancato. Grazie di tutto.
Il secondo grazie va sicuramente ad Elena, per gli insegnamenti i continui stimoli che mi hanno aiutato a crescere durante tutto il periodo che ho passato nel suo gruppo. Il brutto di questo lavoro è che non c’è mai un punto di arrivo, ma solo nuovi punti di partenza, perché avrei fatto volentieri dell’AG Rugarli il mio traguardo.
Poi c’è la Polly, ovviamente, trasformatasi negli anni da collega, ad amica, a fidanzata a futura sposa. Non credo ci sia molto da scrivere riguardo una persona con cui sono felice di passare (letteralmente) ogni singolo minuto della mia giornata. Averla vicina è stato fondamentale per arrivare alla fine di questa esperienza, quindi grazie mille anche a lei.
Per finire poi, un ringraziamento doveroso va a tutti i miei colleghi passati e presenti. Il team di Milano: Andrev, la Popi, la Ryan, Möni, Ianlu, Pit, Paolina e (quasi)tutti i ragazzi del Besta per i fantastici momenti trascorsi assieme, in laboratorio come soprattutto fuori. E poi il nuovo team teutonico: Jette, Esther, Eva, Sabrina, Sara, Fede, Dominic e i nuovi arrivati. A loro va il ringraziamento per avermi fatto sentire un po’ meno distante da casa. Una menzione speciale va anche al gruppo Langer ed allo stesso Thomas, per il costante supporto, lo scambio di idee ed alcune cene molto apprezzate.
Chiudo con un gigantesco grazie a tutti gli amici veri, presenti oggi che sono a 900 km di distanza esattamente come lo erano quando si viveva nello stesso isolato. Insieme ai miei, la ragione che mi rende impossibile fare questo lavoro ovunque non sia Milano. Vi voglio bene.
Ok, avrei detto tutto, però voglio togliermi un piccolo sassolino dalla scarpa.
Nessun ringraziamento per chi rende la ricerca in Italia impossibile o quasi, per chi costringe ragazzi come me a scegliere tra il lavoro e gli affetti, per chi cerca di boicottare il talento o lo costringe a scappare lontano, per chi lavora quotidianamente nel tentativo di privare i giovani di un futuro. Soprattutto, nessun ringraziamento per chi ha reso possibile che il mio Paese non fosse più qualcosa a cui essere grati dopo il conseguimento di un risultato come può essere il dottorato di ricerca.

I’m a PhD Student

Oggi mi è stato annunciato che sono stato ammesso al DIMET ed entro il 17 c.m. dovrò presentarmi alla segreteria di via Temolo n° 4 (5 piani sotto dove lavoro) per il completamento delle pratiche ed il pagamento dell’iscrizione.
Aver lasciato il cavo dell’alimentazione del portatile in laboratorio è solo uno dei motivi per cui non ho intenzione di soffermarmi molto a parlare dell’argomento.
Non so se la mia scelta sia giusta, nè se darà dei frutti.
Non ho nemmeno idea di cosa potrebbe portare questo nella mia vita.
Al momento voglio pensare in positivo, nonostante la giornata lavorativa di oggi tiri in tutt’altra direzione.
Per come ho vissuto questa cosa però, devo ammettere che al momento della comunicazione mi sono sentito più contento di quanto avrei immaginato.
Ora come ora questa notizia ha avuto però come unico impatto quello di farmi pensare al fatto che sarà necessario tatuarmi di nuovo.

Flashback

Si parla sempre più spesso di dare più soldi alla ricerca e alle Università italiane.
In linea di principio credo nessuno possa avere da ridire su un proposito del genere.
Ebbene io voglio proprio spendere due parole in merito visto che oggi, tutti insieme, mi sono tornati alla mente i molti motivi che mi hanno portato ad odiare il sistema Universitario del nostro Paese.
Oggi si è tenuta la prova orale del mio concorso di dottorato.
Non mi vengono altre parole per definire lo spettacolo cui ho assistito se non “pagliacciata”. Non ho voglia di addentrarmi nei particolari perchè è un pomeriggio che li racconto e ne sono decisamente nauseato, tuttavia un piccolo aneddoto voglio riportarlo.
Dopo aver spiegato all’inizio del mio discorso la funzione della proteina su cui verteva il progetto da me proposto allo scritto (perchè la domanda della prova orale era “raccontare quanto esposto nella prova scritta”), tre dei quattro commissari hanno pensato bene di richiedermelo, in diversi momenti del colloquio. Il terzo ad essere onesti non l’ha nemmeno chiesto a me, ma si è girato verso un suo collega e ha chiesto: “Ma sta proteina che proteina è?”.
Ora, tralasciando che l’unica mansione del professore in quel momento era stare ad ascoltarmi e che sarebbe stato apprezzabile l’avesse svolta, ma mi chiedo: se proprio non hai prestato la minima attenzione al mio discorso e alla fine ti sorge una domanda, non ti sembra almeno il caso di farla direttamente a me e non al tuo collega seduto affianco?
Avrei voluto alzarmi ed andarmene in quel momento.
Sto mentendo.
Avrei voluto alzarmi, mandarli affanculo e andarmene.
Ora io non so se verrò ammesso oppure no. I posti sono quindici e noi eravamo diciassette, potrebbe pure capitare di essere preso.
Oltretutto non ho certo velleità di accaparrarmi un posto con borsa, quindi pure quindicesimo andrebbe bene.
Che secca è il modo in cui sono stato trattato.
Non ho mai pensato che le graduatorie dei dottorati venissero stilate in base alla prova d’ammissione, tuttavia credo che ci sia modo e modo anche per falsare un concorso.
Analizzando il concorso di dottorato tipo, ci sono tre posizionamenti possibili:
1- progetto con borsa “chiuso”
2- progetto con borsa “aperto”
3- posto senza borsa
Nel primo caso un professore mette a disposizione dell’Università dei suoi fondi personali per pagare un ragazzo per tre anni affinchè svolga quel determinato progetto. In questo caso trovo l’attuazione di un concorso quantomeno ridicola. Mi pare sacrosanto che un professore “assuma” a lavorare per lui chi meglio ritiene, dovendolo pagare coi suoi soldi. Lo Stato però impone un concorso anche per queste posizioni e di conseguenza questi concorsi vengono falsati perchè alla fine vinca il prescelto dal professore. Ridicolo, ma accettabile.
Nel secondo caso lo Stato da dei soldi all’Università per costituire delle borse di studio che andranno a pagare i vincitori per i tre anni in cui questi ultimi lavoreranno presso l’Università. In questo caso il meccanismo del concorso è legittimo perchè i più meritevoli dovrebbero poter ambire a quei soldi e quindi essere pagati dallo Stato per continuare a svolgere l’attività di ricerca senza gravare sulle casse dell’Università o sui fondi dei vari professori. Ciò che accade però è che questi soldi fanno gola a tutti i docenti, poichè consentono di avere manodopera “gratuita”, e quindi ogni anno queste borse vengono fatte ruotare tra tutti gli ordinari. In sostanza se un concorso ha quattro borse “aperte” ci sono quattro professori che ne usufruiranno. Questo fa si che questo tipo di posizione alla fine non sia più molto diversa dalla precedente, poichè ogni professore farà in modo di far avere la sua borsa al proprio candidato, che non necessariamente sarà poi il più meritevole in fase di concorso. Risultato: anche in questo caso si da un’aggiustatina alle graduatorie e tutto si sistema.
Questo lo trovo già meno corretto, perchè la borsa statale dovrebbe essere un’opportunità per un giovane ricercatore di continuare il suo sogno professionale, non per un professore di piazzare i suoi figliocci.
Che però le cose nel bel Paese vadano in questo modo non è certo una sorpresa per nessuno e quindi passiamo oltre.
Il caso della posizione 3 è quello che fa più sorridere.
Chi “vince” un dottorato senza borsa in sostanza vince l’opportunità di lavorare tre anni gratis. Gratis. Le borse sopra citate sono di 10.561,54 euro LORDI annui e si potrebbe pensare che anche vincendola uno lavori pressapoco aggratisse. Tuttavia assicurandosi un posto in quest’ultima categoria ci si accaparra l’opportunità di lavorare in un laboratorio di ricerca privi di qualsiasi stipendio. Zero. Nemmeno i ticket restaurant per la piada di mezzogiorno o il rimborso delle spese di trasporto. Un cazzo.
La necessità di un rigido concorso per attribuire un posto di cotanto lusso è ovvia.
Per evitare di campare di sogni e speranze un dottorando senza borsa deve quindi girare per i laboratori e chiedere se qualche anima pia è disposta a dargli uno stipendio per i tre anni necessari a conseguire l’agoniato titolo.
Più spesso però questi posti se li giocano coloro i quali già lavorano per un capo laboratorio (NON necessariamente professore) che li paga indipendentemente dal dottorato. Io sono una di queste persone. Quelli come me hanno spesso un contratto o una borsa di studio fornita dal loro capo e cercano di far fruttare gli anni che comunque spenderebbero nel fare ricerca, ricavandoci un ulteriore attestato.
Che io entri o meno in graduatoria, il mio futuro lavoro sarà lo stesso, così come il posto dove lo porterò a termine.
La domanda ora è: che interesse ha l’Università a negarmi la possibilità di un posto senza borsa?
La risposta è: nessuno.
Se facessi il dottorato all’Università non costerei un euro. Non ci sono professori da pagare per i corsi perchè non ci sono corsi. Ad essere onesti ce n’è uno di inglese, ma si terrebbe comunque per gli ammessi con borsa e qindi che lo frequenti anche io a loro non cambierebbe nulla. Non ci sono nemmeno costi di reagenti/strumentario perchè lavorerei fuori dall’Univerità e pagherebbe anche quelli il mio capo. Ad essere onesti anzi, io sarei una fonte di guadagno perchè a differenza dei vincitori delle borse, sarei tenuto a versare 885 euro all’anno per l’iscrizione. Negandomi un posto senza borsa l’Università sputa su 2700 euro scarsi che io sarei disposto a regalare in cambio unicamente di un attestato che riconosca un lavoro triennale che svolgerò indipendentemente dal rientrare o meno in graduatoria.
Più soldi alla ricerca nelle Università? Cazzo, ma se non li vuole da chi glieli regala perchè deve chiederli a terzi?
A questo punto una considerazione è d’obbligo: devo essere proprio un coglione a farmi il sangue marcio per un concorso in cui se vinco va a finire che prendo una mensilità in meno per tre anni.
Probabile.
Resta che coglioni come me meriterebbero almeno un briciolo di rispetto.

Terza consegna

Ho caricato la presentazione sul PC dell’università e ho ritirato le tesi dalla copisteria.
Neanche a dirlo, il copistaio le ha sbagliate, facendo due copie in bianco e nero.
Al momento ho quindi un’unica versione rilegata e corretta della tesi, che domani andrà in mano alla commissione e che al momento è trattata come una reliquia.
Sono contento.
Anche il previsto imprevisto dell’ultimo momento è arrivato senza fare troppi danni.
La copertina della mia tesi è di un’eleganza spaventosa.
Io domani lo sarò decisamente meno.

Microfiches

Ok, tutti sanno che sono inutili.
Tutti sanno che la versione di tesi che ci finisce sopra è tutto fuorchè definitiva.
Tutti sanno che possono essere dichiarate non consultabili onde evitare problemi.
Per poterle consegnare Venerdì in segreteria devo portarle le microfiches a stampare domani.
Mi correggo, oggi.
Tra circa 10 ore.
Per questo sono ancora in laboratorio.
Ora però ho finito e me ne vado a casa a dormire.
Vorrei scrivere di più, ma scrivere attualmente è un’attività che trovo poco piacevole e per questo quanto sto regalando a questo blog è il massimo delle mie possibilità.
Da domani si potrà tirare un po’ il fiato.
Non che sia un bene avere meno cose a cui pensare, di questi tempi.
Anzi.
Oggi, o meglio ieri, hanno ufficializzato la data della mia laurea.
7 Febbraio, ore 9.00.
Bene, è giunta l’ora di andare a casa.
Non prima di annotare che mancano dieci giorni al secondo compleanno di questo diario.
Questo vuol dire che mancano dieci giorni al trasloco.

Prima consegna

Oggi ho consegnato in segreteria la domanda di laurea.
Con lei, oltre ad un complessivo di 114,62 Euri, è stato consegnato anche il libretto.
Non mi mancherà.
Per rendere l’idea delle tempistiche cui sono assoggettato, il limite per la consegna del tutto era oggi alle 12.00.
Sono entrato in segreteria alle 11.59.
Non scherzo, dietro di me hanno chiuso le porte con le serrande e l’impiegata quando mi ha visto ha fatto la classica espressione sconsolata.
Salvo per un pelo.
In realtà io sarei andato con calma al pomeriggio, come mi aveva detto di fare l’altro impiegato il 22 Dicembre. Peccato che il pomeriggio la segreteria sia chiusa.
Un grazie va a Paola che mi ha fatto venire il dubbio e, soprattutto, alla mia Yaris lanciata a folle velocità per le vie di Milano.
Ora sono in laboratorio, alle prese con le figure della tesi.
Sono rimasto qui da solo.
Quasi quasi me ne vado.
Sì, direi che è il caso.