{"id":2748,"date":"2018-02-20T23:02:05","date_gmt":"2018-02-20T22:02:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.manq.it\/?p=2748"},"modified":"2018-02-20T23:11:11","modified_gmt":"2018-02-20T22:11:11","slug":"dalla-parte-giusta-del-populismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.manq.it\/index.php\/2018\/02\/20\/dalla-parte-giusta-del-populismo\/","title":{"rendered":"Dalla parte giusta del populismo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Io ho lavorato nella ricerca scientifica dal settembre 2005 al gennaio 2014. Ho fatto gran parte del percorso accademico: tesi sperimentale, borsa di studio, dottorato di ricerca, post-doc; quasi nove anni di cui sette nel nostro amatissimo Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora oggi, quando parlo con alcuni colleghi, mi dicono frasi tipo: &#8220;Beh, io non sono rimasto in universit\u00e0. Io ho iniziato a lavorare subito.&#8221; e sul momento vengo sempre avvolto da quell&#8217;insana voglia di farmi esplodere in ufficio. Non \u00e8 un discorso relativo solo alla mia azienda, ma generalmente diffuso nell&#8217;ambito extra-accademico quando si parla di &#8220;lavoro di ricerca&#8221;.<br \/>\nIo non sono mai stato\u00a0Stachanov, ho sempre avuto la grossissima fortuna di avere interesse nella mia vita fuori dal lavoro e, soprattutto, non sono mai stato affascinato dal poserismo da straordinario che prende moltissimi giovani ricercatori.<br \/>\n&#8211; Sai, io lavoro fino alle dieci di sera.<br \/>\n&#8211; Ah, non me lo dire, ieri notte ho dovuto correre un esperimento che finisce giusto giusto sabato pomeriggio. Poi domenica analizzo i dati.<br \/>\nTutte seghe.<br \/>\nLa mia esperienza personale rispetto a chi fa turni di 12-15 ore in laboratorio sette giorni su sette \u00e8 che sia spinto da un mix di, appunto, autocompiacimento e disorganizzazione. Lavorare libero da orari permette di impiegare 12 ore a fare una cosa che si farebbe in 8 solo perch\u00e8 nessuno ti fucila se stai la notte al bancone, che tanto sei fuori casa\/citt\u00e0\/Paese, conosci poche persone e non hai una beneamata minchia da fare. Fermarsi fino a tardi pu\u00f2 capitare in tutti i lavori. Se ti capita sempre, il problema sei tu. Fact.<br \/>\nDetto questo, io mi sono sempre fatto un discreto mazzo al lavoro e credo per una volta i risultati siano l\u00ec a disposizione degli scettici. Ho sempre vissuto in realt\u00e0 produttive, dove pubblicare i risultati era importante, dove produrre dati era importante, quindi sentirmi costantemente associato all&#8217;idea piuttosto stereotipata del laboratorio come luogo di fancazzismo, lontano anni luce dal concetto di lavoro, mi irrita anche ad anni di distanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mio &#8220;nuovo&#8221; lavoro tuttavia mi mette a contatto con tutte le realt\u00e0 italiane che si occupano di ricerca scientifica: da quelle dove si lavora tanto e bene a quelle dove, oggettivamente, vengono buttati via soldi pubblici.<br \/>\nDi nuovo, non ne faccio una questione di orario di lavoro. Posto che lavorare a progetto abbia l&#8217;indiscusso vantaggio di lasciare grandissima flessibilit\u00e0 nella gestione del tempo, io non mi incazzo con i ricercatori borsisti che lavorano sistematicamente dalle 10 alle 16. Prendono uno stipendio da fame con contratti rinnovati ogni sei mesi tra mille patemi d&#8217;animo ed imprevisti quindi, sapete cosa, fanno bene. Il problema \u00e8 se in quelle sei ore (colazione, caff\u00e8, sigarette e pausa pranzo comprese) non si \u00e8 professionali.<br \/>\nMi capita di prendere aerei o treni per presentarmi ad appuntamenti fissati in largo anticipo e, arrivato sul posto, sentirmi dire &#8220;No, oggi non posso \/ La dr.ssa non c&#8217;\u00e8 \/ Avevamo un appuntamento?&#8221;. Da questa situazione ho capito una cosa: non \u00e8 un problema di educazione. Non solo, almeno.<br \/>\nChi da un valore al proprio tempo, chi sa cosa significhi lavorare, impara immediatamente a non sprecarlo e diventa, contestualmente, sensibile al non voler sprecare neanche quello altrui. Chi al contrario non contempla ci sia un investimento di risorse dietro al lavoro degli altri \u00e8 solo chi\u00a0 in primis non valuta prezioso il proprio tempo. Quindi chi ne ha da perdere.<br \/>\nE&#8217; una statistica che non teme smentite, fatta su un campione molto vasto. Al netto dell&#8217;inconveniente che capita a tutti e dello stronzo che lo fa apposta perch\u00e8 in qualche modo si sente in diritto di mancarti di rispetto, il resto rientra nella casistica dei nullafacenti col camice. E sono tanti, troppi per un Paese che di fondi ne ha cos\u00ec pochi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come si \u00e8 arrivati a questo?<br \/>\nIo non ho una risposta che giustifichi la totalit\u00e0 del fenomeno, ma ho certamente una spiegazione a parte del problema. In Italia fare ricerca \u00e8 diventato un hobby.<br \/>\nTorniamo al sottoscritto. Io sono rimasto in laboratorio fino a 33 anni. Ero gi\u00e0 sposato, quando ho mollato. Avevo gi\u00e0 un mutuo (sebbene pi\u00f9 piccolo di quello attuale), quando ho mollato.<br \/>\nNon avrei potuto farlo se non avessi alle spalle una famiglia che mi ha permesso di arrivare a quel punto, aiutandomi economicamente ad emanciparmi. Sono stato fortunato quindi, ma comunque non avrei potuto permettermi di restare in laboratorio ancora, certamente non oggi che ho due figli. Anche perch\u00e8 in casa eravamo in due a fare ricerca.<br \/>\nUna prima selezione quindi la fa la possibilit\u00e0 economica di continuare ad investire ad oltranza in un sogno privo di prospettive tangibili.<br \/>\nLa seconda selezione la fa il merito, ma in negativo. Siamo uno dei Paesi in cui il lavoro di ricerca \u00e8 pagato meno, ma viviamo in un contesto globale in cui i propri dati ed il proprio CV sono disponibili ovunque nel mondo. Chi vale e riesce a dimostrarlo con i risultati ha mercato e, ovunque provi ad andare, trova gratificazioni economiche che in Italia non avrebbe. Quindi, 7 volte su 10, parte.<br \/>\nNon star\u00f2 a fare pipponi sulla fuga di cervelli, ma questa \u00e8 la situazione. La ricerca Italiana seleziona chi pu\u00f2 permettersi di campare con 1000 euro al mese\u00a0 (se va bene) e simultaneamente non ha la possibilit\u00e0 di andarsene via, per scelta di vita o perch\u00e8 non \u00e8 bravo abbastanza.<br \/>\nNon \u00e8 un problema unicamente di fondi, \u00e8 un problema di risorse umane che certamente ha avuto origine dalla mancanza di fondi, ma che ora \u00e8 parte integrante del degrado. Gente che da vent&#8217;anni sta i laboratorio senza una minima spinta produttiva o professionale, che ha scelto questa carriera perch\u00e8 offre orari comodi per andare a prendere i figli a scuola (non sono necessariamente donne, pare stupido precisarlo, ma ecco.). Non ho nulla contro queste persone, contro la loro scelta di vita e nemmeno contro il loro concetto di lavoro, se questo non fosse in un ambito finanziato coi soldi di tutti e, soprattutto, in costante mancanza di risorse economiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo spesso dico che io non voglio che la ricerca nel nostro Paese riceva pi\u00f9 fondi. Io voglio che venga riformata. Gli stessi soldi, distribuiti meglio e in base al reale merito invece che poco a tutti, farebbero gi\u00e0 fare un salto di qualit\u00e0 al sistema.<br \/>\nIl dramma vero \u00e8 che la ricerca ed i suoi finanziamenti, cos\u00ec come temo la scuola (realt\u00e0 che trovo assimilabile pur non conoscendola da dentro) sono diventati unicamente un simbolo da brandire ai comizi, vuoto, un po&#8217; come &#8220;prima gli italiani&#8221; o &#8220;basta tasse&#8221;. Fatichiamo ad accorgercene perch\u00e8 a gridarlo siamo spesso noi che quegli slogan li critichiamo.<br \/>\nNoi che siamo dalla parte giusta del populismo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Io ho lavorato nella ricerca scientifica dal settembre 2005 al gennaio 2014. Ho fatto gran parte del percorso accademico: tesi sperimentale, borsa di studio, dottorato di ricerca, post-doc; quasi nove anni di cui sette nel nostro amatissimo Paese. 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