{"id":3869,"date":"2020-10-15T01:00:52","date_gmt":"2020-10-14T23:00:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.manq.it\/?p=3869"},"modified":"2020-10-15T01:23:24","modified_gmt":"2020-10-14T23:23:24","slug":"lavorare-da-casa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.manq.it\/index.php\/2020\/10\/15\/lavorare-da-casa\/","title":{"rendered":"Lavorare da casa"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">No, questo non vuole essere un altro articolo che spiega perch\u00e8 lavorare da casa non dovrebbe essere definito <em>smart working<\/em> (anche se credo nel proseguo lo far\u00e0 comunque), il mio \u00e8 pi\u00f9 un tentativo di rispondere ad una semplice domanda:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il lavoro da casa \u00e8 la soluzione a cui dovremmo tendere?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Risposta breve: no.<br \/>\nSe avete voglia, ora vi potete ciucciare la risposta lunga.<br \/>\nPremessa d&#8217;obbligo: il ragionamento esula dalla contingenza specifica in cui il COVID esiste e ci costringe ad un certo tipo di riflessioni. Il mio punto di partenza \u00e8 provare a ragionare sul domani, quando in un sistema pandemia-free si dovr\u00e0 decidere come ristrutturare la normalit\u00e0 lavorativa e pare che la discussione al momento sia polarizzata su due uniche possibilit\u00e0: tornare al lavoro esattamente come prima, oppure rendere definitivo il passaggio al lavoro da casa per tutti coloro che possono farlo.<br \/>\nCome scenario mi pare povero di fantasia, sinceramente, ma se non credo servano articoli di approfondimento per sancire come un ritorno al lavoro pre-COVID sia un&#8217;idiozia sotto tantissimi punti di vista, \u00e8 meno facile far passare il concetto che anche cristallizzare l&#8217;home working come panacea per un domani felice sia un discorso come minimo superficiale, che pu\u00f2 andare giusto bene per bestemmiare addosso a Sala su twitter.&nbsp;<br \/>\nIl primo motivo per cui per me lavorare ognuno nel proprio guscio domestico non \u00e8 una soluzione sostenibile su larga scala \u00e8 di tipo sociale. Se c&#8217;\u00e8 qualcosa che ho imparato dal mondo in cui viviamo \u00e8 che meno contatti ci sono con l&#8217;esterno, pi\u00f9 diventiamo stronzi. Tutto ci\u00f2 che non ci tange, letteralmente, diventa nel migliore dei casi trascurabile e nel peggiore fonte di paura, con le facili conseguenze che \u00e8 inutile stare ad elencare. Ci sar\u00e0 sempre chi \u00e8 pi\u00f9 empatico e chi meno, chi \u00e8 pi\u00f9 incline a guardare oltre al suo naso e chi meno, ma di base chiudersi nella propria realt\u00e0 \u00e8 il modo pi\u00f9 semplice per nascondere sotto il tappeto le realt\u00e0 altrui. E ne facciamo le spese tutti, perch\u00e8 tolti gli estremi della campana, ognuno di noi ha qualcuno che sta peggio da cui vuole tutelare il proprio privilegio e qualcuno che sta meglio a cui spera di fottere il posto.<br \/>\nChi pi\u00f9 chi meno, ovviamente, ma sui grandi numeri la razza umana funziona cos\u00ec.<br \/>\nSenza rapporti diretti che lo rendano un individuo, il prossimo diventa unicamente un fastidio che limita in qualche modo la nostra esistenza. La frase &#8220;non ce l&#8217;ho coi gay, ho tanti amici gay&#8221; come giustificazione all&#8217;omofobia \u00e8 una minchiata in primis perch\u00e8 \u00e8 falsa: se hai tanti amici gay davvero, \u00e8 impossibile tu ce l&#8217;abbia coi gay. Puoi avercela coi gay solo se per te diventano una categoria estranea, astratta ed incomprensibile, di cui l&#8217;assenza di riscontri oggettivi rende possibile credere qualsiasi cosa. L&#8217;ignoto che fa paura. Questo \u00e8 anche il motivo per cui l&#8217;omofobia nel tempo andr\u00e0 a sparire, perch\u00e8 sempre pi\u00f9 persone entreranno in contatto diretto con l&#8217;omosessualit\u00e0 e capiranno che [SPOILER] non c&#8217;\u00e8 nulla di cui avere paura.<br \/>\nE&#8217; questo il valore di una societ\u00e0, l&#8217;interazione che porta integrazione.<br \/>\nIn una societ\u00e0 dove ormai si pu\u00f2 compartimentare la vita privata&nbsp; (reale ed online) creando vere e proprie bolle, dove grossomodo qualsiasi servizio \u00e8 domiciliabile e larga parte delle attivit\u00e0 non necessit\u00e0 pi\u00f9 di coinvolgere il prossimo, il lavoro resta uno dei pochi ambiti in cui non \u00e8 possibile scegliere con chi ci si dovr\u00e0 relazionare. Se ci si pensa, questa cosa non \u00e8 pi\u00f9 vera neppure per la scuola, dove l&#8217;avvento dell&#8217;istruzione privata ha permesso di infilare i figli in contesti &#8220;elitari&#8221;, che con la scusa di un&#8217;istruzione migliore di fatto forniscono a genitori (idioti) la pia illusione di avere i propri eredi al riparo dalle brutture del mondo. Il primo motivo per cui, secondo me, l&#8217;istruzione dovrebbe essere forzatamente pubblica, ma sto divagando. Il succo del mio discorso sta nel vecchio detto per cui parenti e colleghi non te li puoi scegliere, con l&#8217;aggravante che i parenti puoi decidere di non frequentarli, mentre i colleghi no. Ed \u00e8 una roba da salvaguardare.&nbsp;<br \/>\nOltre a questo aspetto, l&#8217;annullamento di confini tangibili tra la vita privata e la vita lavorativa, prima definiti ad esempio dagli spostamenti, rendono molto pi\u00f9 sfumati i limiti dell&#8217;orario di lavoro e possono comportare difficolt\u00e0 nell&#8217;esercizio del &#8220;diritto alla disconnessione&#8221;, specie quando sul piatto della bilancia per lo sdoganamento del telelavoro si continua a parlare dell&#8217;importanza di lavorare per obbiettivi, in contrapposizione al concetto vecchio stile di &#8220;orario lavorativo&#8221;. Intendiamoci, l&#8217;idea di base per cui chiudere un progetto sia pi\u00f9 importane che lavorare 8 ore la condivido anche io, ma spesso si fa finta di non sapere che gli obbiettivi di massima il lavoratore dipendente li subisce, non li definisce e in un contesto in cui lavorare da casa diventa argomento di trattativa, il ritorno che l&#8217;altra parte esige per sacrificare la propria smania di controllo \u00e8 difficile non impatti sulle richieste proprio in termini di obbiettivi. Se il presupposto sar\u00e0: &#8220;Ok lavorare da casa, ma devi dimostrare di essere efficiente&#8221;, per me l&#8217;orizzonte diventa un baratro.<br \/>\nChiudo col discorso produttivit\u00e0, su cui spero sia inutile soffermarsi: chi non ha voglia di lavorare difficilmente lavora, a casa quanto in ufficio. Per tutti gli altri credo il bilancio vada a zero e per ogni persona che riduce un po&#8217; la propria produttivit\u00e0 tra le mura domestiche ce n&#8217;\u00e8 probabilmente una che la incrementa. Parlando unicamente della mia esperienza personale, quando lavoravo in ufficio e avevo possibilit\u00e0 di farmi un giorno di lavoro da casa, quel giorno ero iper produttivo. Ora che la routine \u00e8 lavorare da casa, non credo di essere pi\u00f9 efficiente di quando ero in ufficio perch\u00e8 parte del mio lavoro dipende da altre persone, con cui interagire da remoto \u00e8 di fatto pi\u00f9 complesso, e questo genera alcuni limiti nel circolare delle informazioni. Non dipende da nessuno ed \u00e8 qualcosa che probabilmente si risolver\u00e0 nel medio periodo, ma di fatto \u00e8 uno dei motivi per cui trovo peggiorata la qualit\u00e0 del mio lavoro, da quando sono a casa in pianta stabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quindi dobbiamo tutti tornare in ufficio come prima?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Risposta breve: no.<br \/>\n\u00c8 ovvio ci siano evidenti limiti al sistema che abbiamo considerato normale nell&#8217;era pre-COVID, limiti che non solo tendono a rendere insostenibile quel meccanismo nel prossimo futuro, ma che alla luce di quanto sperimentato in questo 2020 non ha senso rimettere in atto senza trarre il minimo insegnamento.&nbsp;<br \/>\nSe prima dicevo che i tempi di trasferimento sono un modo per scandire lo stacco tra lavoro e vita privata, il fatto che per molti questi tempi fossero di ore, in situazioni molto poco confortevoli e\/o ad impatto ambientale drammatico \u00e8 qualcosa che non pu\u00f2 e non deve passare inosservato ora che abbiamo potuto dimostrare non si tratti di una necessit\u00e0 inderogabile.<\/p>\n<p><strong>Quindi?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io non ho una soluzione certificabile, ma se devo pensare ad uno scenario che credo possa essere in ogni caso meglio dei due estremi di cui si discute, su cui scommetterei come investimento per il futuro, questo prevede spazi di lavoro condivisi in ogni centro abitato, in proporzione al numero di abitanti.<br \/>\nLuoghi dove si pu\u00f2 andare a piedi o in bicicletta, vicino casa, magari sulla strada da e per la scuola dei figli. Luoghi dove si pu\u00f2 interagire con altre persone, pranzare e bere il caff\u00e8 con altre persone, che fanno lavori diversi e hanno stipendi diversi. Luoghi che potrebbero rendere vivi centri abitati che di fatto sono dormitori per lavoratori che poi migrano in citt\u00e0 dalle 7 alle 20, congestionandola. Luoghi che potrebbero creare esigenza di attivit\u00e0 corollario di ogni tipo: tutto ci\u00f2 che facciamo in posti comodi perch\u00e8 &#8220;vicini all&#8217;ufficio&#8221; potremmo farlo in posti comodi vicino a casa. Lavoro che genera altro lavoro.<br \/>\nMagari questa idea ha seimila risvolti negativi che la rendono utopica o pi\u00f9 semplicemente stupida, non lo so, fortunatamente il futuro della locazione dei posti di lavoro non dipende da questo blog. Resto tuttavia convinto che una societ\u00e0 senza interscambio tra persone sia destinata a gravissimi problemi e, purtroppo, l&#8217;interscambio va spinto perch\u00e8 la tendenza dell&#8217;uomo \u00e8 alla segregazione.<br \/>\nE a me la segregazione fa schifo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>No, questo non vuole essere un altro articolo che spiega perch\u00e8 lavorare da casa non dovrebbe essere definito smart working (anche se credo nel proseguo lo far\u00e0 comunque), il mio \u00e8 pi\u00f9 un tentativo di rispondere ad una semplice domanda: Il lavoro da casa \u00e8 la soluzione a cui dovremmo tendere? Risposta breve: no. 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