Google Hit List [Ottobre 2009]

Non ho tempo per scrivere un post lungo e articolato.
Devo preparare la casöla.

1 – qual’è il colmo della politica
2 – leonardo allenatore colto
3 – tatuaggi bioorganici
4 – tema. le possibilita’ che mi vengono date, vorro’ sempre sfruttarle a fin di bene.
5 – nella prossima vita saro’ single+video
6 – che raffaello era una merda
7 – significato di “è più di nicchia”
8 – chi comunica un cambio turno all’infermiera
9 – foto signorine ottocento
10 – non mi resta che tuffarmici

W l’Italia

In giorni in cui non ho un carica batterie per il PC a casa non posso dilungarmi nello scrivere un post.
Però una roba al volo la voglio dire.
L’Italia è l’unico paese in cui la sinistra mette alla gogna una persona perchè va con i trans mentre la destra ne difende le libertà sessuali.
Cazzo.
Sarà che sto per emigrare e quindi guardo le cose in maniera distaccata.
Sarà che ormai mi sento “distaccato” dal mio paese anche senza il bisogno di emigrare.
Però l’Italia è un paese unico.

Parliamo di gente che sa fare il suo mestiere

Rompo il silenzio con un omaggio a gente che sa fare il suo mestiere e per farlo riporto un articolo apparso questa mattina sul sito della Gazzetta.

Uno scherzo del Diavolo – Real-Milan batte Beethoven

“A Milano una nota birra tende una trappola a 500 tifosissimi rossoneri costretti ad assistere a una serata di musica da camera. Ma è uno scherzo e tra le vittime c’è anche il nostro inviato”

MILANO, 22 ottobre 2009 – Diabolici e sadici. Menti perverse capaci di intrappolare 1.000 tifosi del Milan nella sera della super sfida del Santiago Bernabeu e rinchiuderli all’Auditorium Mahler di Milano per una notte all’insegna della musica da camera. Regista dell’operazione Heineken che l’ha davvero pensata bella: una gigantesca trappola in cui sono caduti alcuni ignari ospiti invitati a un finto concerto di quartetto d’archi, famoso a New York come a Berlino e Dubai. Ma andiamo per gradi: perché fra quegli spettatori c’era anche il sottoscritto.

L’ANTEFATTO — Capiterà un giorno anche a voi. A me è successo in Gazzetta. Telefonata del mio caporedattore per una comunicazione in sala riunioni. Sguardo teso e la notizia sconcertante: il 21 ottobre devo assistere e commentare con un pezzo un concerto di un “celebre” quartetto d’archi. Pausa di riflessione. Dubbio. Leggera protesta. Genuflessione: lo ha deciso il direttore. Poi il mio capo mi ricorda un particolare: il 21 ottobre c’è Real-Milan e poiché mi occupo di Milan da quando esiste il sito, mi incupisco. Dura realtà, ma puoi dire di no a un ordine partito dall’alto? Da professionista accetto. Bastasse. Poco dopo vengo anche a sapere che della sfida, ritorno compreso, se ne occuperà un altro. E qui lo sconcerto dilaga. Stai a vedere che mi hanno fatto fuori. Ma va – penso – devo aver capito male.

DIE SHNUREN — E venne il giorno della madre di tutte le sfide. Puntuale come un orologio svizzero mi faccio trovare alle 20 davanti alla reception dell’Auditorium. Mi assegnano il posto e mi accomodo: nona fila, posto 11. Accanto a me splendide ragazze con abito lungo e giovanotti non dico con lo smoking ma quasi. Colgo frasi del tipo: “Comunque non sono il peggio vestito”, mentre una coppia disquisisce di Beethoven e di violini. Sul palco, sovrastato da uno schermo gigantesco, tutto è pronto: leggii, sedie per i musicisti. Il teatro è gremito. Si comincia. Alle 20.30 precise fa il suo ingresso il “famoso” (così si legge sull’invito) quartetto “Die Schnuren”. Mai sentiti in vita mia. Gente seria. C’è anche una giapponese. Attaccano, mentre sullo schermo viene proiettata una bella mano femminile che scrive frasi sconnesse, ma dal significato preciso: “Notte…lame di luce…fuori dal tunnel…un tempo s’infiamma” e altre amenità.

NON E’ POSSIBILE — La musica procede. Tediosa. Dieci minuti angoscianti. E la mano insiste: “Melodie diagonali…l’angolo conteso…il tacco addolora…l’Europa si alza…un fischio”. Qualcosa mi passa per la testa. Il quartetto chiude la prima sonata. Applausi scroscianti. Brusii. Ma che bravi…bis…ancora. Ancora? Ma è uno strazio. Riprendono a far vibrare le corde degli archi. Poi la mano infila altre frasi, questa volta simili a stilettate al fianco: “Ancora niente?…Difficile dire di no al capo e al professore, alla fidanzata e alla partita”. Ma stai a vedere che…Insiste: “Come hai potuto pensare di perdere il big match”, mentre i quattro infilano le note della Champions League. “Are you still with us?” si legge, “Real-Milan sono in campo, godiamoci insieme la partita”, secondo la filosofia della nota birra.

COME A S.SIRO — Uno scherzo; una candid camera. Sprofondo mentre sullo schermo esplode il Santiago Bernabeu con le squadre allineate. La partita in diretta e in alta definizione. E così il pubblico apparentemente raffinato e colto si trasforma in un popolo di barbari, pronti a immolare i gemelli dei polsini o il collier di marca per un gol di Pippo o Pato. Delirante, mentre tutti sono in piedi pazzi di gioia perché, alla faccia del quartetto, hanno ritrovato il loro Milan, mentre io avrei voluto essere in tribuna stampa a fare il mio lavoro. Ma va bene così. Anche quando Dida commette quell’errore pazzesco su Raul (commenti no-comment, “caz…”, “porc…”). Perché lo senti che è serata da Milan. Caro Ludwig Van Beethoven, per una sera ce lo puoi permettere: ma chissenefrega delle tue sonate. Guarda che meraviglia Pirlo. E Pato? Due gol da sballo. L’Auditorium è una bolgia e finisce tra cori da stadio e abbracci e baci, mentre sullo schermo passano le immagini delle vittime dell’atroce scherzo. Comprese le mie. Mi sento osservato, ma mi becco anche anch’io la mia razione di applausi. Come Pato e Dinho. E’ già qualcosa.

Il mio omaggio va quindi nell’odine a:
– Heineken, perchè la trovata è geniale.
– Gaetano Di Stefano (la firm del pezzo su Gazzetta.it), perchè l’articolo è scritto veramente bene.
– Alexandre Pato, perchè se il Milan può vincere al Bernabeu senza giocare a calcio è solo grazie a lui.

Stieg Larsson

[…]
“Nel 1924, a diciassette anni, Richard era un fanatico nazionalista e antisemita che aderì alla Lega nazionalsocialista per la libertà, uno dei primissimi gruppi nazisti svedesi. Non è affascinante che i nazisti riescano sempre a piazzare la parola libertà nella loro propaganda?”
[…]

Mi sa che hai ragione, Quentin

E’ passato tempo a sufficienza.
Ho metabolizzato.
Sono pronto per parlare di “Inglorious Basterds” aka “Bastardi senza gloria” aka l’ultimo film di Quentin Tarantino.
Non sono molto abile nello scrivere di opere che ho visto/letto senza lasciarmi andare a riferimenti che possano rovinare la visione/lettura a chi ancora non ci si fosse cimentato, quindi mi scuso da subito per quanto seguirà. D’altra parte, fatta questa precisazione, mi sento sollevato da eventuali possibili imputazioni.
Un’altra cosa che mi preme precisare è che non sono un esperto di cinema. Ne guardo parecchio, lo apprezzo e penso di aver sviluppato una certa sensibilità in merito, ma nulla più e di conseguenza potrei lasciarmi andare a conclusioni del tutto sbagliate e fuori luogo.
Disclamer finito, posso iniziare a scrivere senza remore.
Inglorious Basterds è il primo film che io mi ricordi che prende la seconda guerra mondiale e la riscrive, senza nessuna velleità storica di sorta. E senza nascondersi, perchè i protagonisti storici che contano, da Hitler a Goebbels a Himmler per intenderci, ci sono tutti, ma sono solo pedine nelle mani di un regista che dal primo fotogramma chiarisce subito gli intenti.
“Once upon a time in Nazi occuped France…”
C’era una volta.
Da quel fotogramma in poi quindi è lecito aspettarsi di tutto. E così è.
Per fare “finzione” su un argomento come il nazismo ci voleva un regista come Tarantino. Per gli altri sarebbe stato troppo facile crollare sotto il peso delle responsabilità, delle critiche e di tutto quel fluire di parole spesso sterili che si sollevano attorno ad argomenti scottanti come quello. Invece zero politically correct. Zero lesa maestà. Zero piedi di piombo. A questo punto credo che Tarantino potrebbe girare un film in Vaticano che ha per protagonista un papa vampiro senza che nessuno si sogni di dirgli un cazzo. Anzi. Probabilmente sarebbero tutti pronti ad osannarlo.
Ma è giusto così, i geni sono tali perchè riescono dove l’uomo comune fallirebbe.
Così si prende la Francia degli anni ’40 e la si immerge in atmosfere tipicamente western, tra duelli spesso solo verbali ma non per questo meno carichi di tensione, musiche alla Morricone, scalpi, assalti ed imboscate. Se vogliamo il processo è il medesimo con cui Kill Bill ha omaggiato il cinema orientale, ma il salto tra lo stile ed il soggetto in questo caso è molto più ampio e quindi l’impatto è ancora maggiore.
E poi ci sono i dialoghi, i tipici dialoghi tarantiniani che o li ami o li odi, ma che se li odi hai qualche problema. La scena di “Ho fatto un bingo” messa lì, nel momento chiave di un film che comunque dura 2 ore e mezza, la dice assai lunga su quello che intendo. Così come l’apertura sui ratti.
E ci sono i piedi, come al solito.
E ci sono le citazioni, come al solito.
In un film sui nazisti Tarantino ti da la sua idea di Sherlock Holmes e di cenerentola e trova anche il modo di omaggiare Edwige Fenech. Senza contare tutto quello che dopo una sola prima visione mi dev’essere sfuggito.
E c’è la centralità del cinema nel film, c’è il simbolismo dell’arma di propaganda che si rivolta contro il proprio creatore, ma il tutto in salsa pulp.
E poi ci sono gli attori. Ok, Brad Pitt è uno coi controcazzi, lo sanno tutti. Parliamo degli altri. Sarò esagerato, ma a mio avviso Christoph Waltz (Il colonnello Hans Landa) è da oscar e tutto il resto del cast non cade mai sotto standard elevati, con picchi di stile per Til Schweiger e Mélanie Laurent.
E poi c’è una fotografia a mio avviso incredibile.
Unica pecca, forse, può essre il doppiaggio che credo limi non poco diverse sfumature, ma è una cosa che devo controllare.
Insomma, più ci penso e più sono convinto che qui Tarantino abbia tirato fuori dal cilindro il suo film più riuscito.
E ne è ben conscio.
Tanto da chiudere il film dicendolo.

Lettera aperta a Silvio

Purtoppo per te, caro Silvio, coi consigli hai esagerato.
La conseguenza è che poi, alla fine, Obama te l’ha fatta sotto il naso soffiandoti il premio Nobel per la Pace.
Sei stato un po’ ingenuo, in effetti.
Scusa, rifletti un secondo, saresti mai andato a consigliare alla dirigenza dell’inter che acquisti fare per rafforzare la squadra o come disporre gli undici in campo per coniugare spettacolo e risultati?
Oppure insegneresti mai a Franceschini/Bersani/Marino come si costruisce una coalizione solida sostituendo i politici con i burattini?
No.
Ovvio che no.
Dispensare saggezza ai propri rivali è controproducente.
Eppure in questa circostanza ti sei fatto proprio infinocchiare per benino.
Lo so, lo so, è impossibile resistere allo charme di quell’americano giovane e abbronzato che pare piacere proprio a tutti. E lo so che non pensavi potesse costituire per te una minaccia visto che anche io, quando ho letto della sua vittoria, ho avuto qualche minuto in cui ho pensato: “Che cazzo ha fatto Obama per vincere il Nobel?”.
Tuttavia pare che oggi il nostro comune amico Barack incarni la voglia di cambiamento, di innovazione e di progresso cui tutto il mondo tende e quindi credo che questo premio sia più che altro un proposito, un’investitura a quello che per tutti può essere l’uomo chiave per la risoluzione di molti dei problemi del mondo.
Non per quello che ha fatto, ma per quello che ha detto e convinto di poter fare.
Se ci riuscirà o meno non è dato saperlo, però oggi in molti credono in lui e chi più di te, che stando ai sondaggi riscuoti ancora più consensi di lui, può comprendere cosa voglia dire sentirsi addosso la fiducia della gente?
Bon dai, peccato.
Immagino che ci sarai rimasto male, ma oggi come oggi questa sconfitta non è nemmeno la peggiore delle tue sfighe, quindi non pensiamoci più.
Mi spiace più che altro per i giovani volenterosi di Silvio per il Nobel, loro ci credevano parecchio.
Prima, subito appresa la notizia, ho scritto anche loro una lettera di cordoglio e gliel’ho spedita usando il form online del sito.
Te la leggo:

“Sono seriamente costernato per la vittoria di Obama su Silvio.
Cioè, vi pare giusto?
Cioè, mica è il miglior presidente degli USA degli ultimi 150 anni lui.
Nixon era meglio, per fare un nome.
E poi oh, il nostro comitato per Silvio era decisamente più figo.
Noi avevamo anche le canzoncine.
Obama mica ce le ha, le canzoncine.
Per me gliel’hanno dato solo perchè è nero.
Siamo al paradosso per cui adesso essere abbronzati è diventato pure un punto a favore.
Secondo me, li in Norvegia, son tutti comunisti.
Oppure è solo colpa delle gazzette della sinistra che, manipolando l’informazione, proiettano all’estero un’immagine irreale di quelli che sono i fatti.
Comunque non dobbiamo mollare.
E’ vero, il Nobel ormai è sfumato, ma c’è ancora San Remo e secondo me lì Obama perde sicuro.
Mica c’ha Apicella, lui.
Saluti colmi di stima per quel che avete fatto e continuerete a fare.
Let’s go Silvio!

Manq”

Ho lasciato anche il mio indirizzo email e il mio numero di cellulare così, se vogliono contattarmi per sfogarsi un po’, possono farlo.
Mi pareva doveroso.
Va bene dai, quasi quasi torno al lavoro.
Stammi bene e, mi raccomando, su con la vita che non è mica morto nessuno…

Aggiornamento

E’ finalmente on-line la nuova e tante volte preannunciata sezione del blog.
Si chiama itinerari.
E’ una sorta di guida turistica in cui descrivo gli itinerari dei posti che ho visitato facendo dei tour ed in cui consiglio quello che secondo me vale o meno la pena di essere visto.
Purtoppo l’html ed il php hanno vinto sulle mie capacità e le pagine non sono commentabili, ma mai dire mai.
Alla fine sono abbastanza soddisfatto.

First Contact

Questo week-end sono stato a Colonia per l’ormai consueto appuntamento con il Mito-retreat. A differenza dello scorso anno, però, in questa circostanza ho avuto anche la possibilità di tenere un seminario, il mio primo seminario fuori dai confini nazionali.
Figo, a pensarci.
Per mettere un po’ di pepe in più alla cosa, Venerdì mattina ho perso l’aereo che avrebbe dovuto portarmi a in loco.
Questo ha comportato il dover riprenotare un volo per la sera, pagandolo una fortuna, ma non mi ha impedito di fare quello che a mio avviso è stato un buon talk la mattina seguente.
Molte domande, molti feedback ed alcuni complimenti.
Per la precisione anche qualche commento “poco fiducioso” sulla possibile buona riuscita del mio progetto, ma credo faccia parte del gioco.
Ad ogni modo, la tre giorni tedesca mi ha fornito il primo reale assaggio di quello che sarà la mia vita nel prossimo futuro, dandomi modo di riflettere sulla decisione che ho preso e di valutarla un po’ meno in astratto ed un po’ più nell’imminenza.
La Germania ha diversi punti a suo favore.
– In Germania i mezzi pubblici funzionano a meraviglia. Per fare un esempio, Venerdì sera sono dovuto andare da Colonia a Schleiden, un paesino in mezzo al nulla, ed avevo a disposizione l’ultima corsa dei mezzi. Persa quella, sarei dovuto andare a piedi, o in taxi. La distanza da coprire era di 100 km più o meno. Atterato alle 21.30 avrei dovuto prendere un pulman alle 21.39 che mi avrebbe portato alla stazione dei pulman di Bonn alle 22.11. Da lì avrei dovuto raggiungere la stazione dei treni e prendere quello per Euskirchen delle 22.17, arrivandoci alle 22.56. Da lì, il treno per Kall sarebbe poi partito alle 22.59 per portarmi alla stazione della stessa Kall alle 23.19, dove avrei poi dovuto cercare la fermata del pulman per Schleiden e prendere la corsa delle 23.25 in modo da arrivare a destinazione alle 23.40. Ce l’ho fatta. Questo dice tutto.
– Il posto dove andrò a lavorare è decisamente una sorta di “paese di Bengodi”, lavorativamente parlando.
– Alcune delle persone con cui andrò a lavorare e che ho avuto modo di conoscere in questi giorni, sono simpatiche e molto in gamba.
– Al momento del trasferimento in Germania viene chiesto di dichiarare la propria fede religiosa, se se ne possiede una, ed a coloro che si dichiarano fedeli lo stato preleva dalla busta una tassa di 50 euro al mese che viene girata nelle casse della Chiesa selezionata. Per coloro i quali sono atei/agnostici/selfreligious lo stato non prevede trattenute. Mi pare equo lasciare possibilità di scelta a chi non ha intenzione di sovvenzionare la chiesa, perchè in quel caso, essendo soldi che altrimenti ti puoi tenere, diventa realmente una scelta. All’apprendere quella notizia ovviamente, da perfido anticristo quale mi dicono essere, ho subito sancito un ultimatum alla Polly: “O paghi, e a quel punto io mi sento legittimato a fare Sky, o non paghi e a quel punto mi sento legittimato a non reputare più così imprescindibile il tuo attaccamento alla maglia (cosa che avrebbe ragionevoli ripercussioni sul mio linguaggio quotidiano).”. E’ stato un bel momento.
– I voli che utilizzerei per i miei spero frequenti rientri in patria sono assolutamente comodi. Il Venerdì sera sarei in casa per le 20.30 ed il Lunedì mattina ripartirei alle 7.00, godendomi appieno tutto il week-end.
– La vita lì sembra costare un po’ meno.
– Convivere porterebbe notevoli vantaggi alla mia vita domestica.
La presa di coscenza del futuro/prossimo trasferimento ha anche però portato a galla alcune paure che fino ad ora ho preferito ignorare:
– I miei hanno solo me. Ok, non sono anziani bisognosi di assistenza, ma è brutto per me entrare nell’ottica di lasciarli soli. Questo è il motivo per cui salvo incredibili ed assolutamente imprevedibili sviluppi, alla fine di questa esperienza tornerò in questo paese orribile e ci tornerò per restare. Che si inculi la carriera, ho sempre pensato di dover lavorare per vivere e non vivere per lavorare.
– Sembra che a Colonia trovare una casa sia tutto fuorchè facile. Trovarla arredata poi, si dice essere impossibile. Questo rompe il cazzo perchè non era certo preventivato che io dovessi comprare altri fottuti mobili.
– Per quanto io sia una persona socievole, in Germania io e la Polly saremo soli. Soli.
– Stare via un anno incasina non poco i progetti di vita che una persona di quasi trent’anni dovrebbe e nel mio caso vorrebbe iniziare a preventvare.
Ad ogni modo ormai il conto alla rovescia è partito.
Si parla di Gennaio 2010.
Praticamente domani.