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Papà Manq

I figli e la musica

E’ arrivato il momento di intavolare questo discorso.
Da aprile spendo sei euro in più al mese per avere un profilo Tidal familiare in modo che mio figlio e mia figlia abbiano accesso alla musica che piace a loro. E’ buffo perchè nessuno dei due ha un supporto proprio per utilizzare la app, devono appoggiarsi ai tablet di noi genitori, ma ho pensato fosse il momento di fare questo passo e renderli autonomi/indipendenti.
So cosa state pensando, ma non l’ho fatto per tener pulito l’algoritmo. E’ un discorso più ampio che credo mi porterà via davvero un botto di testo, quindi se vi va di starmi a sentire mettetevi comodi e prendetevi una robina da bere, che ho idea ne avremo per un pochino.
Il discorso parte da mio padre.

Siamo alle porte di quello che una volta chiamavamo “nuovo millennio”. Sono un adolescente e da un po’ di tempo mi sono dato al punk-rock. Porto in casa dischi con copertine di cui è difficile chiedermi conto senza aprire a discorsi che nessun genitore ha voglia di fare, ho i capelli di colori improbabili e vado a scuola con l’attitudine di chi va in guerra. I miei genitori sono convinti che fumi, probabilmente anche che mi droghi. Io, che non faccio nessuna delle due cose, evito accuratamente qualsiasi atteggiamento possa portare a farli ricredere.
In questo scenario, mio padre va in pensione e si ritrova con una discreta dose di tempo libero. Uno dei ricordi più indelebili della mia vita è di un pomeriggio in cui, rientrato a casa, l’ho trovato ad ascoltarsi i miei dischi in cucina.
Qui serve un’ulteriore digressione.
Mio papà è quello che definisco un appassionato di musica. In casa ha, forse, venti dischi, ma ha sempre ascoltato un sacco di radio, soprattutto ai tempi in cui per radio passavano le canzoni. Ci sono persone per cui la musica è ricerca, approfondimento, collezionismo, appartenenza, culto. Io sono così, mio papà no. Lui è semplicemente una di quelle persone che la musica la ascolta ogni volta che può.
Con l’avvento dell’era digitale io e mia madre gli abbiamo regalato un lettore .mp3 e un altro bel ricordo che ho è di lei che urla dal balcone nel tentativo di chiamarlo, mentre lui lavora in box o in giardino con le cuffie a cannone e le canzoni che mi aveva chiesto di scaricare da eMule. Pomeriggi interi passati ad ascoltare musica tagliando l’erba, potando le piante, lavando la macchina o in giro col cane.
Quando si è sentito tutta la roba che avevo in casa a fine anni novanta l’ha probabilmente fatto per provare a capire quel che stesse vivendo suo figlio, ma ho idea lo abbia fatto anche per vedere se magari ci fosse qualcosa che potesse piacergli.
Non lo so, non ne abbiamo mai parlato.

Io ho sempre saputo che a mio padre piace la musica, ma non è una cosa che abbiamo condiviso. Ho ascoltato i suoi dischi nei contesti in cui non potevo evitare di farlo, tipo in auto, odiandoli sistematicamente. Tanto quelli che metteva con l’idea di accontentare anche mia madre (Venditti, Vecchioni, Fossati, quella roba lì), quanto quelli che ascoltava quando lei non c’era (Pink Floyd, Jethro Tull, Springsteen). Ancora oggi, se qualcuno volesse farmi davvero del male, gli basterebbe mettere su The Division Bell(1) mentre sono nei paraggi.
Non mi ha passato la sua collezione di vinili, non mi ha mostrato come deve suonare un impianto a valvole e non mi ha messo in mano nessuno strumento musicale da stuprare nel tentativo di arrivare all’Arte. Un sabato mattina però si è presentato a casa dopo essere andato a far la spesa e mi ha portato il CD di “Nord, Sud, Ovest, Est” perchè sapeva che avevo iniziato ad ascoltare gli 883 e da qualche parte aveva letto che quello era il loro nuovo disco.
Mi è difficile credere che la mia passione per la musica non abbia a che fare con mio papà e il suo modo di viverla, pur non avendo lui mai provato a trasmettermela. Magari è stata quella la chiave, vai te a saperlo. C’è certamente almeno un reel su IG in cui un qualche psicologo ultra studiato può dimostrare questa tesi e il suo contrario, simultaneamente, ma lascio volentieri l’approfondimento a chi fosse interessato.
Il punto di questo post è che adesso il padre sono io e l’elefante ha deciso di entrare nella stanza.

La mia vocazione evangelica in ambito musicale, se mai è esistita, si è spenta piuttosto in fretta. Sono consapevole di ascoltare roba che non piace praticamente a nessuna delle persone con cui condivido spazi fisici, salvo sporadici punti di sovrapposizione con qualche amico o con mia moglie. Così, me la vivo di conseguenza.
Se siamo insieme e uno di noi due deve scegliere che musica mettere, lascio che sia tu a farlo. Sempre e a qualsiasi costo. La rottura di coglioni che può infliggermi il tuo disco preferito, quale che sia, non è neanche lontanamente paragonabile a quella cui puoi sottopormi lamentandoti della mia eventuale scelta. Sul CV con cui sono stato assunto dove lavoro oggi, tra gli hobby, c’era scritto “ascolto musica che non piace a nessuno”. Nella top 3 delle cose che più mi irritano visceralmente ci sono quelle conversazioni tipo:
– Non ci sono la tal sera, vado a un concerto. Facciamo il giorno dopo?
– Ah, un concerto… di chi?
– [Ma perchè devi chiedermelo che non te ne frega un cazzo?] Un gruppo americano.
– Come si chiamano?
– [Mmmhh…] Si chiamano BLABLABLA.
– Ah, non li conosco. Che genere fanno?
– [Dio prendimi ora, ti prego] Rock(2), tipo.
– Eh, tu ascolti roba STRANA…
Da anni lavoro su me stesso per rispondere semplicemente “ho un impegno”, ma ancora ogni tanto ci casco.
So che questa mia autovalutazione di persona che non cerca il proselitismo musicale può sembrare difficile da credere, visto quanto spesso mi capita di scrivere di musica o di condividere sui social pezzi che mi piacciono, ma per me c’è una differenza abissale. Se metto un pezzo sul mio IG l’idea è che chi vuole ignorarlo lo faccia, mentre chi per qualsiasi motivo dovesse esserne incuriosito se lo vada a sentire. Pagherei oro per vederlo succedere e sarei contentissimo di parlare per ore, giorni, mesi con qualcuno che possa esserselo sentito e abbia voglia di dirmi cosa ne pensa. Ma che io venga da te, senza nessun tipo di invito o richiesta, e ti attacchi il siluro dicendo: “Dovresti ascoltare questo disco…” è fuori discussione. Può piacermi lo facciano con me? Sì. Questo legittima la pratica? No. Siamo dalle parti della molestia, è tipo il cat calling(3).
Last, but not least: io non credo nella qualità della musica.
Come tutti gli impallinati, ho avuto anche io la fase adolescenziale in cui ci si riempie la bocca del concetto di BUONA MUSICA, rigorosamente in capslock. Passati i venti, però, ho iniziato a guardare con sospetto chi ancora credesse nell’esistenza di scale qualitative per la classificazione assoluta dei dischi e, implicitamente, delle persone che li ascoltano.
Qualsiasi disco funzioni per lo scopo per cui lo stai ascoltando è buona musica.
Questa è la regola aurea. Certo, poi ci sono artisti che con la musica provano a fare delle cose e possono riuscirci più o meno bene. Quello è dibattibile e valutabile. Il musicista iper tecnico e virtuoso lo puoi valutare per quanto è preciso, il liricista col messaggio lo puoi valutare sulla qualità del contenuto e sulla capacità di veicolarlo. Mille possibili scale.
Nella mia collezione ci sono tantissimi dischi che definireste brutti, molti sbagliati e più di qualcuno indifendibile. Ne possiamo parlare. In larga parte riconoscerò i limiti che verranno fuori e ci saranno casi in cui quelli che per gli altri sono difetti, per me invece sono pregi. Non mancheranno nemmeno le situazioni in cui penserò che in realtà siate voi a non aver capito quel che ho capito io. Ci sta, vale tutto.
Il presupposto però è che i dischi di BUONA MUSICA si trovavano esattamente nello stesso scaffale in cui c’erano quelli che ho comprato io e c’è una ragione per cui ho speso i miei soldi per gli uni e non per gli altri: non erano sufficientemente buoni per me. Questo mi definisce come persona? Spero proprio di sì, ci ho costruito attorno tutto il mio processo di autodeterminazione, ma non fa di me una persona migliore o peggiore di chicchessia. Assurdo doverlo precisare? In un mondo dove non esiste Scanzi, forse.
Tutto questo per dire che, quando sento un padre dire: “devo insegnare ai miei figli ad ascoltare la BUONA MUSICA”, a me fa l’effetto della famiglia nel bosco e penso che i figli glieli dovrebbero levare proprio.(4)

Quindi? Come si fa coi figli e la musica?
Non ne ho una cazzo di idea. I miei hanno 11 e 9 anni e non direi siano “ascoltatori di musica”. Ho una playlist sual mio Tidal che si chiama “Bimbi a bordo” e la uso nei viaggi lunghi perchè con la musica sotto è più facile si distraggano e non trasformino il tragitto in una tortura cinese ai miei danni. Nella playlist c’è qualche pezzo da classici Disney visti un numero insensato di volte, qualche pezzo che hanno sentito a scuola (di solito roba sanremese) e qualche pezzo che, per ragioni disparate, è finito nelle loro orecchie generando un “bella questa”.
Olly dei due è forse quella più propensa alla musica. Se una canzone la colpisce le resta in testa subito e te la trovi in casa che la canticchia quando pensa che nessuno la stia ascoltando. La prima volta mi ricordo che avrà avuto circa quattro anni, era Pastello Bianco dei PTN.
– Come fai a conoscere questa canzone Olly?
– L’ho sentita con la nonna.
In questo momento è in una fase Swiftie piuttosto acuta, si è fatta una playlist di circa dieci pezzi e li sente ad oltranza, supportata ampiamente dalla madre. Le sento parlare di andare insieme al concerto e mi viene un sacco da ridere a pensare al mondo in cui credono di vivere. Un universo parallelo in cui si può scegliere di andare a sentire Taylor Swift e, effettivamente, trovare il modo di farlo. Fino a un mese fa invece mi tendeva agguati in casa urlando “SAREMO IO. E TE. PER SEMPRE.”. E va beh.
Giorgio non riesco bene ad inquadrarlo.
Ogni tanto mi chiede robe in merito ai dischi che mi piacciono, ma non so quanto lo faccia per la musica e quanto perchè ha capito che per me è una cosa importante e voglia in qualche modo provare a farmi felice. Puoi non provare attivamente a “forzare” le tue passioni nei figli, a mio avviso dovremmo evitarlo tutti anzi, ma sfido qualsiasi padre a non illuminarsi e fare finta di niente quando, spontaneamente, arriva una richiesta di approfondimento. Quindi lo ha capito. Un paio di anni fa, quando ha iniziato ad approcciarsi ai videogiochi, ha voluto provare il mio Tony Hawk Pro Skater ed è finito col passarci dentro un numero spropositato di ore. Da quel momento i pezzi con le chitarre gli sono entrati sottopelle e tende ad apprezzarli, ma di tutta la colonna sonora ce ne sono giusto un paio che mi chiede di ascoltare. Li ha messi anche lui dentro una playlist, insieme a roba che (purtroppo) ha sentito in macchina con mio padre. Per mio figlio saltare dai Fidlar ai Dire Straits è la cosa più naturale del mondo e io ogni volta che lo sento muoio dentro. In silenzio.
Però la volta in cui mi ha detto “Bella questa canzone papà” mentre l’autoradio passava Seventy Time Seven dei Brand New chi se la scorda? Eravamo nella rotonda di San Pancrazio a Gessate, ben prima del Covid. Lo ricordo come fosse questa mattina.

Come dicevo all’inizio ho ampliato il mio abbonamento Tidal al piano famiglia e creato loro due account. Ci siamo messi lì e gli ho chiesto di dirmi le canzoni che gli piacciono, abbiamo fatto le playlist e gli ho spiegato come fare per andare dalla canzone al gruppo e provare, se e quando ne hanno voglia, ad ascoltare altro e scoprire canzoni nuove.
Non ho idea se lo faranno.
Il piano è, con gli anni, di provare ad intercettare la roba che gli piace e provare a relazionarmici. Cercare di capire, possibilmente fallendo. Sono convinto ci sia qualcosa di sbagliato se un pezzo che parla a gente quarant’anni più giovane di me mi risulta comprensibile. Forse, a differenza di mio papà, io proverò a fare qualche domanda perchè sono curioso di natura, ma senza essere invadente.
E’ giusto sia una cosa loro.
Il ruolo di un padre forse è solo quello di mettere l’argomento sul radar, di dargli gli strumenti per capire che, volendo, la musica può essere una chiave. Per leggere il mondo, per leggere se stessi, per veicolare emozioni. E per stare bene.
Non è l’unica chiave, non è necessariamente quella che apre tutte le porte, ma mi piacerebbe l’avessero nel mazzo.

Nel frattempo, continuerò a sentirmi la mia musica da solo. C’è una mensola in sala con sopra circa quattrocento CD. Non spesso, ma neanche di rado, ne arriva uno nuovo e i miei figli mi vedono arrampicarmi sulla sedia per riporlo al suo posto sullo scaffale, in rigoroso ordine alfabetico per band (il “The” non conta). Ogni tanto chiedono.
– Che disco è?
L’obbiettivo, quello su cui devo certamente lavorare, è non fermarmi a “Un gruppo americano.”

1 Mentre scrivevo ho realizzato che mio papà ha probabilmente avuto una fase in cui era preso bene con il rock psichedelico, negli anni ’70, quindi è probabile si sia drogato a conti fatti. Certamente più di me. Anche di questo non abbiamo mai parlato, ma magari questo glielo chiedo.
2 Non è mai rock, ovviamente, ma già il livello di disagio (mio) in quei contesti è fuori scala. Figurati mettersi a fare le supercazzole coi generi.
3 si parla troppo poco di consenso esplicito in quest’ambito.
4 sì, sono capace di tirare un siluro di venti righe su come non si dovrebbero giudicare le persone e chiuderlo giudicando le persone.


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Quando andremo a votare

Da quanto a Gaza è iniziata la rappresaglia (poi diventata genocidio) ad opera dell’esercito israeliano io qui sopra ne ho parlato una volta sola.
Ero convinto non ci fosse molto altro da dire, da parte mia.
Oggi però sento il bisogno di tornare in argomento, anche sull’onda dei recenti fatti che coinvolgono la Global Sumud Flotilla e la mobilitazione nazionale di supporto al popolo palestinese. Quel che mi sento di dire è che, mai come in questo caso, ho la percezione di essere completamente impotente. Quello che sta accadendo mi sembra ineluttabile, non vedo alcuno spiraglio perché la situazione cambi. Non ci sono se e ma dietro cui nascondersi, attenuanti che possano lasciar spazio all’illusione di essere in una sfortunata contingenza che può essere cambiata, parte di uno scenario che può essere sovvertito. Fortunatamente non ho mai avuto a che fare con l’elaborazione di un lutto, ma ho letto le fasi che la caratterizzano: shock, negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione e speranza.
Ecco, io credo di essere nella quinta fase.
Intorno a me vedo tante persone schierarsi, prendere posizioni nette e partecipare ad azioni dimostrative. È una cosa che capisco e stimo, sono completamente dalla loro parte, ma dentro di me ho la convinzione stiano facendo il mio stesso percorso e siano rimasti alla terza fase.
Sento parlare di resistenza. Quando c’è stata la resistenza, cent’anni fa, c’era sicuramente la volontà di rovesciare un sistema schifoso, assassino e abominevole, ma c’era soprattutto una parte avversa a cui unirsi. C’erano i nazisti e gli alleati. Lo scenario, quando si parla di Gaza, è diverso.
Non c’è nessuno, oggi, dall’altra parte.
Io penso il peggio possibile del governo Meloni e di questa maggioranza, così come sono convinto da tempo che all’opposizione ci siano persone inadeguate, che non riescono a combinare nulla neanche in relazione ad aspetti sociali su cui sarebbe piuttosto semplice trovare il favore della maggioranza degli italiani (ne dico una facile: la sanità).
Tuttavia.
Immaginiamo che scendano in piazza 50 milioni di italiani e rovescino questo Governo per instaurarne uno che abbia l’unico scopo di schierarsi col popolo palestinese. Che si fa? Usciamo dalla Nato? Dall’Europa? Mandiamo l’esercito a Gaza?
Io sono un ignorante totale in termini di geopolitica e macroeconomia, ma mi pare evidente che quello che speriamo di ottenere non possa succedere. L’Europa non esiste e non esisterá mai, la reazione che abbiamo trovato al collasso che sta vivendo la società occidentale in questa fase (terminale, imho) dell’ultracapitalismo è stata un trasversale rigurgito nazionalista che non fa nulla per arginare i danni di un mercato globale e sregolato (anzi), ma ci toglie qualsiasi possibile peso politico. Quindi?
Certo, potremmo cominciare con l’essere meno conniventi.
Mica poco, intendiamoci, sarebbe già un grande passo. Smettere di vendere le armi? Applicare delle sanzioni? Sarebbe importante.
Chi può scegliere di fare un passo in questa direzione? L’Italia (o altri stati) da sola? Non credo. L’Unione Europea se si mettessero tutti d’accordo? Forse, ma se fosse davvero la spallata finale che farebbe crollare il sistema “occidente”, siamo sicuri che la classe dirigente, a prescindere dal posizionamento ideologico, voglia darla?
Siamo sicuri che, se si sfaldasse l’impero statunitense, il nostro futuro sarebbe migliore?
E non lo dico per fare una relazione costo:beneficio che porti all’idea di legittimare il proverbiale “mors tua, vita mea”, mi fa vomitare il solo pensiero. Lo dico come unica spiegazione razionale che posso darmi al fatto che, ancora oggi, si stia ballando intorno al SE sia il caso di fare qualcosa per fermare un massacro costante di innocenti che va avanti dall’8 ottobre 2023.

Sono questi i ragionamenti che sto provando a fare, questi i dubbi che mi porto dietro. Con questa testa, se scioperassi domani e scendessi in piazza, lo farei unicamente per me stesso, per provare a sentirmi meno impotente. Senza crederci davvero, purtroppo.
Mi si può rispondere che ci sono situazioni in cui è comunque importante tirare una riga e definire chi sta da una parte e chi sta dall’altra. È vero. Non sono per niente sicuro che la mia posizione sia giusta, non mi aspetto possa essere condivisibile e non sono certamente qui a pontificare.
Sono pieno di dubbi, ma più che altro sono a corto di speranze. Capisco possa suonare come una scusa, dal canto mio posso solo dire che starei gran meglio se lo fosse.
Fine.
Ah no, un’ultima cosa. Prima dicevo che penso il peggio possibile dell’attuale governo ed è vero. Perché se anche percepisco l’assenza di un reale potere decisionale, non posso tollerare l’atteggiamento con cui, quotidianamente, rivendicano l’orgoglio di essere dalla parte sbagliata di un crimine di portata storica.
Anche solo per quello, mi fanno schifo.
Ed è da lì che si arriva al titolo del post. Molti stanno dicendo che dovremo ricordarci di tutto questo quando andremo a votare. Sono d’accordo.
Dopo aver visto quello che stiamo vedendo, per me andare a votare ha perso completamente di senso.
Sarà un casino spiegarlo ai miei figli, in futuro.


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#BelKomodo

Il megaviaggio di quest’anno lo abbiamo fatto tra Indonesia e Singapore. Siamo partiti alla ricerca dei famigerati draghi (da lì, l’hashtag) e abbiamo scoperto che il resto era molto molto meglio.
Come sempre, mi sono preso il tempo di buttare giù un report dell’esperienza ad uso e consumo di chi, magari, ha la curiosità di saperne di più.
Long story short: è stato bello bello.


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Tacca

Anche quest’anno ho compiuto gli anni.
Il tempo in cui mi andava di festeggiare la cosa è finito da un po’, quindi mi sono vissuto la mia giornata con quel velo di malinconia e presa ammale ormai tipico, anche se strenuamente combattuto dall’euforia dei miei figli.
Per il resto tanti messaggi di auguri anche da insospettabili, che fanno sempre piacere, e una spolverata di rodimento di culo per alcuni tra i non pervenuti.
Tutto normale, dritti sul binario che mi vuole sempre più cosciente del fatto che nella mia vita di persone ce ne siano troppe e non troppo poche.
Le ultime due ore, prima di aprire questo post, le ho passate a scrollare reel su FB o forse Instagram pensando a come un tale bombardamento mirato di contenuti ideologico/politici facesse impallidire la cura Ludovico. Cosa che, fosse vera, dovrebbe allarmarmi e non poco in merito agli effetti sulla mia persona. Non lo so, al centesimo contenuto di Travaglio che parla di Russia è difficile non convincersi di essere anche solo incuriositi dalla questione. L’idea è che l’algoritmo ci profili per darci contenuti rilevanti, ma la sensazione è che la rilevanza non sia per forza di cose relativa al nostro interesse. Forse si tratta solo di capire su che aspetti sia necessario farci cambiare idea e procedere per sfinimento.
Non lo so.
Io ho passato lo scorso anno a cercare di staccarmi da questa realtà aumentata smartphone mediata, ma i risultati sono evidentemente nulli. Siamo al punto in cui la sera mi agita di più l’idea di trovare qualcosa da fare per non guardare il cellulare, che non la possibilità di buttare ore in scrolling forsennato.
Adesso quasi quasi disinstallo dal cellulare pure FB e Youtube così vediamo se la situa migliora.
Me lo faccio come regalo di compleanno.
Ecco, fatto.
Già che siete qui, a sto punto vi beccate un paio di update dalla mia vita.
Sto continuando a correre, sempre con la stessa sofferenza e mancanza di voglia, ma continuando anche a spostare in avanti il limite di quel che aspiro ad ottenere. Ora corro 22/23 km a settimana, divisi in 3 sessioni. Sono riuscito a portare i 5km sotto il muro dei 5′ a km di media, cosa che ritenevo impensabile, ma poi di fatto i 5km ho smesso di correrli. Adesso il mio ciclo di allenamenti prevede 6 o 7 km ad inizio settimana, 6km di ripetute a metà settimana e i 10km a chiudere. Sui 10km il mio record personale é 5’18” al km, portato a casa proprio sabato scorso. Ho sempre il timore di poter smettere domani, quindi vivo l’impegno con un senso del dovere marziale nell’idea di contrastare questa ipotetica tendenza al darla su che, in 16 mesi, ancora non si è palesata. Teniamo botta, quindi.
Questo 2025 è anche l’anno di un nuovo progetto in cui mi sono imbarcato e che, forse (ma forse no) è anche il motivo per cui non sto aumentando i miei scritti qui sopra come invece avevo ipotizzato sarebbe successo. Non sono qui a fare il fenomeno che “non vi posso spoilerare nulla” o “seguitemi per scoprire di cosa si tratta”, non dico apertamente cosa sia perché metterlo nero su bianco sarebbe come ufficializzare il fatto che ci stia provando, cosa che renderebbe ufficiale il fallimento. Non me la sento, anche perché non è una roba completamente nuova, ci avevo già tentato in passato senza mai andarci neanche vicino, quindi nulla mi lascia pensare possa andare diversamente a questo giro. Anche se, ad onor di cronaca, non ero mai partito così lanciato. Oh, avete ragione, ho già scritto troppo per essere credibile nella parte di chi non ne vuole parlare. Sono un po’ gasato, perdonatemi. Passerá.
Che poi, anche ‘sto scrivere ad un interlocutore immaginario, da dove mi esce?
Molte vibes da blog anni ’00 questo post. Ero partito con l’idea di non pubblicarlo, poi ho pensato di metterlo su, ma senza spedirlo via newsletter e ora mi sa che ho deciso di andare full optional. Vediamo se qualcuno sto giro fa unsubscribe.
Dai, l’ho tirata in lungo anche troppo.
Da Manq dell’omonimo blog è tutto, a voi studio.


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#LeFollieDeiManq

Quest’anno le vacanze le abbiamo fatte in Perù ed è stato uno dei viaggi più belli e suggestivi di sempre.
Non starò troppo a dilungarmi perchè ho come sempre scritto un corposissimo report che magari a qualcuno interessa leggere.
Come sempre, questo post porta il titolo dell’hashtag ufficiale del viaggio, che quest’anno omaggia quel capolavoro assoluto di Emperor’s new groove.


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#表意文字

Siamo stati in Giappone due settimane con i bambini.
E’ stato un viaggio molto bello e molto impegnativo, tra tifoni e allarmi anti-missile alle 4 del mattino, probabilmente il più estremo mai fatto con i figli.
Abbiamo vissuto una cultura diversissima dalla nostra, nel bene e nel male, tornando certamente arricchiti da un’esperienza molto difficile da ripetere altrove e con ancora negli occhi lo splendore dei templi e l’atmosfera mistica che li avvolge.
Come sempre ho pensato di raccontare nel dettaglio quello che abbiamo fatto, quest’anno inserendo un bel po’ di informazioni relative anche alle difficoltà affrontate, così da essere utile a chi magari volesse fare la stessa cosa e si fidasse un po’ troppo delle indicazioni di Marco Togni. Trovate il report qui.
L’hashtag di quest’anno, che dà il titolo al post, è ideogrammi scritto in ideogrammi. O almeno così garantisce google translate.


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#IceAndFire

Le vacanze di quest’anno le abbiamo fatte in Islanda, tornando alla vacanza on the road dopo tre anni pieni. E’ un viaggio meraviglioso, che ti mette a contatto con panorami senza senso. Guidando lungo queste strade interminabili e semi deserte si passa dalle Hawaii alla Scozia, con la suggestione dei grandi spazi US, ma ancora più ruvidi ed incontaminati.
Probabilmente il posto più spettacolare, paesaggisticamente parlando, che mi sia capitato di visitare.
Come sempre ho scritto due righe sul mio viaggio, che magari a qualcuno interessano o possono servire come info per organizzare qualcosa di simile e DIY.
Vi lascio qui una delle foto che ho fatto, che tanto le mie foto al massimo sono un disincentivo.

Salta al prossimo post, che non ne vale la pena

Non l’ho mai presa secca in casa da solo.
A vent’anni bevevo merda in giro con gli amici, quando la prendevo era perché qualcosa sballava l’equazione che avevo messo a punto introducendo variabili che non ero in grado di gestire real time. È il problema di tutti i giovani che la prendono, serve a fare esperienza.
Dai trenta* prenderla è diventata una sorta di gag, qualcosa che in un modo o nell’altro ti aspetti prima di uscire di casa. Non arrivo a dire “L’obbiettivo della serata”, ma di certo non siamo piú dalle parti dell’incidente di percorso. È un po’ come Joseph “Joe” Hallenbeck vede l’adulterio, di massima. Non esiste una versione colposa.
A quaranta pensi di averle viste tutte e invece ti ritrovi quasi per caso a fare mente locale e provare un’esperienza nuova: prenderla secca a casa, mentre con la mano destra lavori a delle slide che dovrai comunque rivedere domani e con la sinistra ti versi un whiskey giusto per mandare giù l’ennesima giornata complicata.
Ok, siamo d’accordo sul fatto che se l’avessi davvero presa secca non sarei qui a scrivere sul blog, ma cercate di vedere il mio bluff: prenderla secca oggi per me è più che altro bere più di quanto il contesto giustifichi, che poi di massima è quel che fanno le persone che hanno un problema con il bere. Credo.
Bersi una bottiglia di vino durante una cena da diverse portate con altre persone che hanno tutte bevuto la loro bottiglia di vino, per me, è safe. Bersi una birretta dissetante tornato a casa dal lavoro nel caldo di Luglio, anche. Bersi una bottiglia di vino per togliersi la sete prima di cena credo si possa definire “problematico”.
Io tendo a non bere fuori dagli “eventi”.
In casa mia apriamo bottiglie di vino solo se c’è gente o se nel fine settimana cuciniamo qualcosa che meriti di essere valorizzato, per dire. Sia io che mia moglie abbiamo un background da residenti in Germania, quindi se c’è birra in frigo tendiamo a berla: il nostro consumo a pasto va per il litro totale, 3 bottiglie da 33cl in due**, e non è ovviamente la routine (marzo 2020 a parte), in circostanze normali direi che si parla di un paio di volte a settimana.
Non è prenderla, spero siate d’accordo.
Ogni tanto poi nel post cena mi verso un superalcolico: whiskey o rhum. Un cocktail quando fa caldo e punto a dissetarmi. Una bottiglia buona di quella roba di norma mi dura un paio di anni e il grosso se lo tirano comunque le merde dei miei amici*** quando vengono a cena.
Il punto di sta premessa infinita quindi non è vendere un Manq clean and sober, ma dare un contesto definito dei miei standard e da lì spiegare perché questa sera sia successa una roba strana.
Vuoi l’essere grossomodo malato da inizio anno, vuoi il fatto che io e mia moglie si viva sull’orlo di una crisi di nervi, oppure vuoi per via dei sensi di colpa verso figli che si trovano di botto in un ambiente molto meno sereno di quello a cui li avevamo abituati (con conseguente cambiamento nel loro carattere), oggi sono finito a tirarmi tre whiskey chiacchierando con mia moglie****. O meglio, sfogandomi con lei come le persone equilibrate e intelligenti fanno con un analista.
Forse quello che stiamo vivendo è l’ultimo quadro del survival game che la nostra vita familiare è diventata da Wuhan in poi. Ci speriamo molto, ma più che altro credo ci sarebbe oltremodo complicato gestire nuovi livelli che al momento non ci aspettiamo esistano.
L’ho presa secca anche per quello, forse, oggi.
Per paura dell’ignoto.
Data astrale 15/2/22: l’ho presa secca a casa e spero davvero non ci sia ragione perché succeda di nuovo in futuro.


*cifra completamente random che vuole rappresentare la maturità consapevole

**se c’è una cosa, una singola cosa del mio rapporto matrimoniale che mi mette voglia di urlare è quando chiedo a Paola: “Ti va una birra?” e lei mi risponde: “Metà.”. Ci impazzisco.

***non giudicateli male, io faccio uguale a casa loro.

****quello che è stata capace di gestire mia moglie in questo inizio di 2022 tra lavoro, figli e gestione della casa/famiglia mentre non potevo darle una mano è inspiegabile. Non mi stupisce ne sia in grado, come sempre mi stupisce piuttosto la fortuna che ho nell’averla nella mia vita.

Sono stato alle Maldive

Questo post non lo volevo neanche scrivere, ma poi mi è arrivato questo messaggio e come fai a dire di no ai tuoi fan?

Quindi eccoci: sono stato alle Maldive, è stato bellissimo ed è costato tantissimo. Questa, grossomodo, è la versione corta. Poi c’è la versione lunga, che è il classico report/guida che scrivo sempre quando faccio un viaggio e che si può leggere qui
Per il resto tutto bene, da quando sono rientrato dormo come un bambino 10 ore a notte senza più sudori freddi e tachicardie legate a tamponi, quarantene e cazzi vari e questo si aggiunge al relax fisico regalatomi da una settimana su un’isola incontaminata dispersa in mezzo all’oceano indiano.
Null’altro da aggiungere, allego diapositiva.

Cronaca di un calvario (annunciato)

Giovedì 18/11, ore 9:52
Arriva notifica Whatsapp.
“Ciao, volevo segnalarti che oggi sono risultat* positiv* al covid.”
La prima reazione è controllata. Faccio presente la cosa in ufficio, mentre mi vesto e mi appresto a rientrare a casa per isolarmi.
Chiamo il medico, specifico che il mio ultimo contatto è stato Domenica. Sono vaccinato, quindi la procedura è isolarmi per sette giorni dal contatto e poi procedere con un tampone, in assenza di sintomi. Ok.
La seconda reazione è una canzone di Alanis Morrisette: giusto ieri ho prenotato la mia terza dose di vaccino. Sarebbe effettivamente molto ironico ammalarsi proprio ora, dopo averlo schivato per 20 mesi.
La terza reazione è più tendente all’isterico ed arriva quando realizzo che in diciassette giorni dovrei partire per un viaggio che rimandiamo da due anni e che adesso sembra finalmente possibile grazie ai corridoi COVID-free. Ho appena preso coscienza del fatto che potremmo non essere per niente COVID-free.

Giovedì 18/11, ore 10:20 circa
Dopo aver chiamato il medico realizzo che Olly è a casa dall’asilo perchè questa notte ha avuto forte mal di orecchio, dovuto al catarro. Ha anche un po’ di tosse, adesso che ci penso. In questo momento è dai nonni, quindi li chiamo e spiego loro di mettersi la mascherina. Poi chiamo Paola, che a sua volta chiama la pediatra.
Olly deve andare subito al drive-through dell’Ospedale San Raffaele a fare un tampone molecolare.
Allerto di nuovo il mio medico, le disposizioni non cambiano anche se adesso mi sembra di avere tutti i sintomi del mondo. Provo la febbre: 35.7°C.
Olivia rientra a casa post tampone con un pacco di wafer, perchè è stata bravissima.
Si aspetta l’esito.

Giovedì 18/11, ore 20:30
Ho il tavolinetto da giardino in camera, ci sto mangiando il risotto isolato dal resto della famiglia. Mentre mangio faccio compulsivamente ctrl+f5 sulla pagina dei referti del San Raffaele per vedere l’esito del tampone di Olivia, che continua a non arrivare.
Quel che arriva invece è un’altra notifica whatsapp, dalla terza persona coinvolta nel contatto positivo di Domenica. “Per scrupolo ho fatto il tampone ed è negativo”.
E’ ovviamente un dato insignificante, ma è interessante valutare come lo si può elaborare. Conosco persone che lo prenderebbero come un segnale incoraggiante, di speranza. Io riesco solo a pensare che la sfiga abbia preso la mira invece di sparare nel mucchio.
Ctrl+f5.
Ancora niente.

Giovedì 18/11, ore 21:53
Olivia è negativa.
Nulla da aggiungere dal fronte. La stanza è chiusa e così resterà fino a domenica mattina, quando il tampone toccherà al sottoscritto.
Continuo a pensare che quello dello scorso weekend è stato il primo vero rischio che mi sono preso in venti mesi di pandemia, se si può definire rischio fare un viaggio in auto di due ore con due persone comunque vaccinate. 

Venerdì 19/11, ore 20:36
Di nuovo al tavolino, sempre solo. Sto mangiando gli spaghetti allo scoglio che abbiamo preso da asporto e ci sto bevendo dietro mezza bottiglia di Sauvignon. Il cibo me lo lascia Olivia davanti alla porta.
Oggi ho lavorato e ho ascoltato il disco nuovo di Marra un numero insensato di volte. Adesso lo rimetto su, che tanto non ho un cazzo da fare.

Domenica 21/11, ore 9:48
Ho appena fatto il tampone.
Sono nel parcheggio dell’ospedale di Vizzolo Predabissi, un luogo di cui non avrei mai avuto conoscenza senza questa pandemia. Intorno a me è nebbia, fittissima.
Sarebbe anche una metafora bellissima, se in questo momento fossi nello spirito di poter apprezzare le cose belle.

Domenica 21/11, ore 21:02
Ancora niente esito.
Oggi ho impegnato il tempo in vario modo cercando di non pensarci, ma nelle ultime due ore sta diventando semi-impossibile.
Avrei voluto aprire wordpress prima, per scrivere questo update, ma mi dicevo: “Aspetta, metti direttamente quello con l’esito.”.
Arrivasse.

Lunedì 22/11, ore 10:30
Mentre refresho come un forsennato la pagina del fascicolo sanitario di Regione Lombardia, il telefono vibra.
“Certificazione verde Covid-19 di GI*M disponibile.” scrive il Ministero della Salute.
Esultanze e caroselli.


Ho scritto questo post in presa diretta, da Giovedì ad oggi. Non so come continuerà questa storia.
Dopodomani, Mercoledì 24/11, a questo punto potrò fare la mia bella terza dose di vaccino, come da programma. Una pera di antigeni, ma spero più che altro di tranquillità. Perchè lo so che questo post potrebbe prendere i toni di una puntata di “Anche i ricchi piangono” visto che l’ansia che mi sta opprimendo è legata ad una cazzo di vacanza che ho scelto io di fare, in un momento non proprio ideale, però se tutti avessimo sempre la forza di mettere i propri problemi in prospettiva saremmo molto più forti e sereni di quanto effettivamente siamo.
Si può pensare quel che si vuole di uno che si fa venire gli attacchi di panico per aver prenotato un viaggio, ma questo purtroppo non cancellerà quegli attacchi di panico.
Due settimane all’ipotetica partenza.
A viverla così, sembreranno infinite.