Diario dall’isolamento: day 23

Lavoro in un’azienda che, tra le altre cose, vende reagenti utilizzati per i test COVID19. In questo momento, pur essendo fermi per larga parte del nostro business, stiamo ovviamente ricevendo una quantità di richieste per quei prodotti semplicemente fuori scala.
Qualche ritardato probabilmente pensa che dovremmo regalarli.
Come se la ricerca per arrivare a concepire quel prodotto non abbia avuto un costo iniziale, come se la produzione di quel prodotto non avesse non avesse un costo oggi, come se dal margine tra costo di produzione e prezzo netto di vendita non dipendessero diverse famiglie, ecc. Se l’azienda fosse mia o se potessi decidere io come stare sul mercato in questo momento, forse opterei per abbattere tutto il profitto non necessario e vendere a quel prezzo imposto, ma è probabilmente un’altra faciloneria idiota perchè è impossibile non tenere conto del fatto che, ad esempio, la mia azienda investe la maggior parte degli utili in R&D, che vuol dire che quanto guadagniamo oggi serve a sviluppare prodotti utili a test che potrebbero essere necessari domani e che, senza quei profitti, non avremo mai.
Non voglio stare qui a far passare il concetto di lavorare per un ente benefico, il presidente della mia azienda non è San Francesco d’Assisi, però il tutto è comunque più sfaccettato del semplice “lucrare sulla pandemia” di cui si sciacquano la bocca tante persone.
Sarebbe diverso se la mia azienda, alla luce della richiesta, avesse iniziato a vendere il prodotto a tre, quattro o dieci volte il prezzo che aveva a metà gennaio, come accaduto per esempio in Amazon per amuchina e mascherine. Il fatto che per molti non ci sia differenza è qualcosa che mi manda completamente ai matti.
Nell’economia di mercato ci sarà sempre qualcuno che guadagna dalle situazioni, per quanto brutte, e capisco che questo concetto possa far incazzare. E’ umano inacidirsi pensando che a questa catastrofe corrisponda un qualche “profitto”, ma forse sarebbe il caso di mantenere un briciolo di lucidità e provare a vedere la questione con una prospettiva più ampia.
In soldoni, c’è un monte di differenza tra il discorso di Cairo (un banalissimo spot motivazionale destinato alla propria forza vendite in cui la roba più rivoltante è la parlata alla Berlusconi) e le risate degli imprenditori che commentano il terremoto dell’Aquila, proprio perchè un’imprenditore è legittimo pensi ai profitti che si sviluppano in un contesto favorevole, ma è una persona di merda se non ha la decenza di rendersi conto che la sua fortuna arriva dalla pelle altrui. E Cairo, a mio modesto avviso, quella decenza l’ha mostrata.

Da qualche giorno ormai evito di seguire il bollettino giornaliero, non ho più la lucidità per farlo e sto cercando in qualche modo di prendere un distacco dalla questione. Quando sarà finita, me lo diranno, fino ad allora ho perso lo spirito per mettermi a ragionare su numeri che sono troppo “parziali” per permettermi di cavarne fuori qualcosa. Non con le mie competenze, quantomeno.
Oggi ci ho guardato però perchè gli 812 morti in realtà sono 811 + la mamma del mio migliore amico.

I Jimmy Eat World me li ero già spesi, ma siamo al ventitreesimo giorno e 23 è una canzone troppo bella per essere ignorata.

Diario dall’isolamento: day 22

Scrivere una pagina tutti i giorni sta diventando complicato, ma la cosa peggiore è che i giorni in cui non ho nulla da dire sono quelli buoni.
Oggi fortunatamente non ho nulla da dire.

Ho rasato barba e baffi per la prima volta in quindici anni. Mia moglie dice che sto bene, ai miei figli ho dovuto promettere di non farlo mai più. Io nello specchio ho visto la faccia di quando avevo vent’anni e quindi mi sono sentito vecchissimo.
Al ventiduesimo giorno di prigionia, una per quando avevo ventidue anni.

Diario dall’isolamento: day 21

Oggi era una bella giornata, c’era il sole e in mattinata ho giocato in giardino con Giorgio e Olivia mentre cuocevo il mio primo pollo allo spiedo.
Ho anche chiamato un amico che è malato in quarantena e ha la madre ricoverata, entrambi Covid19 anche se il test lo hanno fatto solo a lei dopo il ricovero.
Lui sta meglio, la febbre è scesa e il senso del gusto è ritornato. Abbiamo scherzato del fatto che la sua chances di mangiare le tanto odiate verdure si fosse chiusa troppo presto.
Tre giorni fa, quando hanno portato via sua mamma, era piuttosto disperato, ma oggi le notizie erano buone. “Dicono che non desta preoccupazioni ed è stabile”, mi ha riportato. Sua madre è anziana e con qualche acciacco di troppo, ma gli ho ribadito che le statistiche lasciano comunque spazio alla speranza.
L’ho trovato bene e siccome gli voglio bene, dopo la telefonata stavo meglio anche io.

Nel pomeriggio la giornata era ancora stupenda ed ero fuori a giocare con le bolle di sapone.
Ne so fare di giganti, se mi ci metto.
Ad una certa mi vibra il cellulare, quindi leggo:

Dall’ospedale ultime news da mia madre. Ha sviluppato la polmonite e la respirazione é peggiorata. Per via del suo diabete e delle problematiche non é un soggetto candidato alla rianimazione.
Ci han detto di prepararci al peggio.

L’ho detto a mia moglie e l’ho scritto agli amici comuni.
Poi sono tornato fuori a fare le bolle.
Ci ho messo 20 miniti a realizzare che i bimbi erano andati via e stavo facendo le bolle da solo.

Diario dall’isolamento: day 20

C’è questa scena in Fast and Furious in cui Brian (RIP) va al negozio con tavola fredda di Toretto. Ancora non si conoscono, ma lui è tipo due settimane che ci va un po’ perché sta indagando, un po’ perché punta Mia.
Quindi entra, si siede, sfoglia una rivista di car tuning e chiede a Mia come sia il tonno, prima di ordinare il suo solito sandwich di pane bianco senza crosta con, appunto, il tonno.
Mia lo guarda e (vado a memoria) gli spara una risposta tipo: “Sono tre settimane che te ne vieni qui e mi chiedi com’è il tonno. Guarda, era una merda ieri, era una merda una settimana fa e, indovina un po’? Non è cambiato.”
Ecco.

Magari mi riguardo il primo F&F, ma la scena di cui sopra, oltre a raccontare la mia giornata meglio di come farei io, è anche quella con incidentalmente anche la miglior canzone della OST.

Diario dall’isolamento: day 19

Le brutte notizie di oggi arrivano dal lavoro, ma siccome sia io che Paola stiamo in realtà che in questo momento hanno assolutamente meno problemi di qualsiasi altro settore, mi sento quasi stronzo a lamentarmene.
Evito quindi di andare nel dettaglio.

A parte quello, giornata davvero priva di qual si voglia spunto narrativo.
Ho giocato a Baldur’s Gate.
Questo isolamento forzato mi ha portato a scoprire l’uscita di una nuova espansione che permette di giocare gli eventi che traghettano i PG da BG1 a BG2. L’ho iniziata ed è come prevedibile superflua al 100%, però mi darà la scusa per rigiocare il secondo capitolo con l’ultimo personaggio che avevo creato, quello con cui ho giocato solo il primo.

Baldur’s Gate è roba da nerd nella sua accezione originale e offensiva, quindi ci vuole un pezzo che al primo accordo evochi subito l’immagine dei capelli unti e delle ascelle pestilenziali. I Queen sarebbero la scelta più ovvia, ma io voglio darmi un tocco di raffinatezza.
Su “evochi” avevo addirittura fatto una gag, ma non ve la meritate che già il post e il video sono punitivi a sufficienza.

Diario dall’isolamento: day 18

Ieri notte in pratica non ho dormito e quindi mi sono guardato un paio di film.
Spencer dovrebbe essere un buddy cop con Marky Mark, ma fa troppo poco ridere nei dialoghi ed è troppo poco credibile sul piano dell’azione. Scorre senza troppi problemi, ma non lo rivedrei neanche per sbaglio. L’incapacità di fare buddy cop decenti nel nuovo millennio è imbarazzante, se non consideriamo Shane Black l’ultimo buono che mi ricordo è Cani Sciolti ed è forse l’unico menzionabile post 2000.
Ultras è l’ultimo arrivato tra i crime in dialetto di casa nostra ed è grossomodo indistinguibile da tutto il resto di questo filone che, volendo usare un eufemismo, inizia a rompere il cazzo. Calcolando che la fenomenologia ultras sia, credo, la stessa in tutto lo stivale, volerlo girare in napoletano è solo il trucco per cavalcare un certo immaginario che al momento vende bene, ma a conti fatti inchioda ancora di più il prodotto all’anonimato.

Per quanto fossi stanchissimo, oggi è invece stata una buona giornata sia per il lavoro, che dal punto di vista prettamente domestico. Stare a casa tre settimane piene con Olivia mi sta permettendo di percepire la crescita costante del suo vocabolario e dell’annessa proprietà di linguaggio. È uno spettacolo bellissimo.

Alla fine avremo un botto di ricordi, belli e brutti, e credo per molti sarà l’esperienza più intensa di tutta una vita.

This is a time in my life
where everything is falling apart,
and at the same time it’s all coming together.

Diario dall’isolamento: day 17

Oggi il cerchio si è stretto ancora un po’ e all’ora di pranzo ho fatto una telefonata che, ad oggi, è il momento più brutto di questi diciassette giorni.
Speriamo lo rimanga.

Giornata pesantissima sotto grossomodo ogni aspetto, chiusasi con il peggior litigio avuto con Giorgio da che è entrato nella mia vita, quindi non ho troppi cazzi di scriverne.
Butto giù al massimo un paio di riflessioni sul tema epidemia, visto che tutto sommato ne scrivo poco qui sopra. Prendeteli per quel che sono, pensieri di uno che non è per niente detto ci veda giusto.
– La politica di testare solo i casi gravi e post ricovero ospedaliero è tremenda per chi la vive e ha evidenti limiti logici nell’ottica di limitare il propagarsi dell’infezione, ma potrebbe avere un razionale. Testando i sintomatici che non richiedono ospedalizzazione genereremmo una popolazione di positivi lasciati in casa, che per lo stato attuale di percezione del problema si sentirebbero abbandonati dallo Stato e lasciati morire, oppure forzerebbero la mano per richiedere un posto letto in ospedale che a loro non serve e di cui c’è conclamata penuria. Ripeto, è terribile, ma se il razionale è questo ed ha delle basi, purtroppo credo sia la scelta migliore.
– Leggo molti dire “meno contagi perchè fanno meno test”. Posto che i criteri per il test sono rimasti gli stessi, ovvero sintomatologia grave che richiede ricovero, meno test vuol dire meno richieste di ospedalizzazione per casi sospetti con sintomatologia grave, che è comunque un segno di miglioramento.
– Il dibattito tra chi vuole continuare a produrre per salvaguardare l’economia e chi vuole chiudere tutto per salvaguardare la vita dei lavoratori per me è tutto su un piano sbagliato. Per quanto ne so, stiamo combattendo un virus che è posibile non contrarre attenendosi a rigide, ma semplici indicazioni di prevenzione. Il dibattito quindi sarebbe dovuto essere dal principio sul far lavorare le persone in sicurezza, salvaguardando così vite ed economia. Visto che non ci facciamo problemi a schierare l’esercito per fermare i runner, forse avremmo potuto ipotizzare di irrigidire i controlli sull’osservanza delle norme di sicurezza sul posto di lavoro e far sentire la gente al sicuro mentre lavora. Cosa che ormai, per la percezione che abbiamo del problema, temo sia impossibile.
– ho paura che a bocce ferme, quando il coinvolgimento emotivo sarà finito e resteranno i freddi numeri da strumentalizzare, qualcuno proverà a dire che il problema è stato anche avere un Sistema Sanitario Nazionale. So che adesso non ha senso neanche pensarlo, ma credo succederà.
– O qualcuno mi spiega il razionale per cui i calciatori vengono testati con parametri diversi da quelli necessari alle persone comuni per accedere al tampone, oppure è davvero il caso di auspicarsi un fallimento del sistema Calcio e la sua conseguente scomparsa.

Oggi la chiudo con un messaggio diretto a COVID-19.

Diario dall’isolamento: day 16

Avete presente l’effetto buffet?
È quella sensazione di disagio che si prova di fronte ad una vasta scelta di opzioni. Contemplo le possibilità e cerco di concentrarmi al fine di portare al tavolo un piatto con quello che davvero mi va di mangiare, ma in fondo al mio cervello, fortunatamente in una stanzina chiusa a chiave, c’è un Manq che vorrebbe solamente tirare il piatto, sedersi in terra e urlare.
Un’altra situazione in cui provo la stessa sensazione è quando vado a fare la spesa in un grande supermercato. A me la lista non serve ad evitare dimenticanze, serve a contenere le possibilità. Con una lista in mano ho una mia stabilità, il controllo, e posso permettermi di pescare i fuori lista sulla base dei capricci del momento. Se però la lista è lunga e spazia tra reparti diversi senza un minimo di ordine, è come non averla ed il disagio è anche peggio di quello dei buffet.
Probabilmente siete persone equilibrate e non sapete di cosa stia parlando.

Oggi sono andato a fare la spesa al Gigante. Vado preferibilmente lì perché l’Esselunga organizza i prodotti con una logica del tutto diversa a cui non sono abituato. Non sapere dove siano le cose che cerco mi fa vagare per i corridoi e questo amplifica il mio disagio, che diventa malessere. Io che smascello bestemmie tra i denti perché non concepisco come si possano tenere i pannolini sopra il banco dei freschi è un’immagine perfetta di questo malessere.
Oggi c’era anche un ulteriore motivo per andare al Gigante: sapere dove cercare velocizza il processo e riduce l’esposizione, quindi minimizza i rischi. Avevo con me una corposa lista per noi, più una seconda lista con gli acquisti per mia cognata che non può farsi la spesa da sola. Due liste, entrambe in ordine completamente randomico. Intorno a me solo persone con mascherine. Io cerco di star loro lontano, il Gigante ha degli spazi piuttosto ampi, ma qualcuno si avvicina sempre più del necessario e la cosa mi inizia a dare fastidio. In più continuo a fare avanti e indietro dai reparti, ancora e ancora, cercando i prodotti su una lista e sull’altra. Sento la confusione mentale salire, ma cerco di tenerla a bada. Vorrei avere in tasca una penna per cancellare i prodotti già presi, per ridurre il caos e visualizzare un progresso, un miglioramento, ma non ce l’ho quindi rileggo ogni volta tutto da capo e continuo a vagare per i corridoi. Ho in lista tre tipi di farina, ma non ci sono. Le uova, ma anche quelle mancano. Faccio magari tre corridoi in apnea per arrivare al prodotto che sto puntando, poi raggiungo lo scaffale e non c’è. Lo speaker dice che devo sbrigarmi, fare più in fretta che posso, ma sto di nuovo leggendo quella lista di merda dal principio e c’è una stronza che non può aspettare che mi sposti per venire a prendere la stessa fottuta passata Cirio che sto prendendo io.
Mi manca l’aria.
Sudo freddo e non riesco più a muovere un dito, ho solo l’impellente bisogno di urlare fortissimo.
Penso di impazzire, ho la certezza che se non esco immediatamente da quel maledetto supermercato, ci muoio.
Trenta secondi, forse un minuto.
Sembra l’eternità.
Poi ho ripreso controllo del respiro e del mio corpo, con calma ho concluso la spesa e sono tornato a casa.

Il pezzo di oggi parla di gente che non sta del tutto bene.

Diario dall’isolamento: day 15

Due settimane piene.
Ormai sento e leggo talmente tante versioni diverse della realtà che fatico persino a tenere saldi quei due o tre punti fermi che mi porto da una vita di studi.
Il cerchio inizia a stringersi, morti e contagiati non sono più solo estranei senza volto ed è lí che la lucidità se ne va un po’ a fare in culo, lasciando spazio all’apprensione.
Dopo l’apprensione c’è l’ansia, dopo l’ansia il panico.
Ci si vede lí.

In questi giorni è uscito un dischetto bello bello dei Dogleg che si chiama Melee.

Diario dall’isolamento: day 14

Due settimane.
Come vola il tempo quando ci si diverte.

Gag idiote a parte, oggi ci siamo davvero divertiti. Siamo usciti in giardino verso le 10:30, giusto dopo aver fatto colazione ed esserci vestiti. Qui era una giornata completamente primaverile e stare all’aria aperta è stata davvero una goduria. Paola voleva mettere della musica, così ho infilato nello stereo il Greatest Hits dei Beach Boys e l’ho suonato tutto al volume necessario perché ne godesse l’intero super condominio.
Magari qualcuno ha bestemmiato per questa cosa, magari a qualcuno ha fatto piacere.
Mentre mangiavamo fuori abbiamo riflettuto su come godersi un sabato di sole in tempi antecedenti la quarantena fosse molto complesso. Troppe cose da fare, sempre: la piscina, la spesa, le persone da vedere. Quando leggo in giro che la quarantena ci sta forzando a rimettere le cose in prospettiva, penso soprattutto al tempo e al modo in cui lo usiamo. Sembra sempre di non averne abbastanza, ma se poi stringi stringi tutto sommato è pieno di cose di cui si può fare a meno. Il mio obbiettivo ora non è più solo uscirne con meno danni possibili, ma tenermi in tasca questa consapevolezza quando il gorgo generato dai ritmi della mia vita “standard” proverà di nuovo ad inghiottirmi.

Sta sera con gli amici abbiamo fatto un aperitivo online e ho bevuto come uno scemo, quindi la chiudo qui.
Vi piacciono i Beach Boys?