Lavorare da casa

No, questo non vuole essere un altro articolo che spiega perchè lavorare da casa non dovrebbe essere definito smart working (anche se credo nel proseguo lo farà comunque), il mio è più un tentativo di rispondere ad una semplice domanda:

Il lavoro da casa è la soluzione a cui dovremmo tendere?

Risposta breve: no.
Se avete voglia, ora vi potete ciucciare la risposta lunga.
Premessa d’obbligo: il ragionamento esula dalla contingenza specifica in cui il COVID esiste e ci costringe ad un certo tipo di riflessioni. Il mio punto di partenza è provare a ragionare sul domani, quando in un sistema pandemia-free si dovrà decidere come ristrutturare la normalità lavorativa e pare che la discussione al momento sia polarizzata su due uniche possibilità: tornare al lavoro esattamente come prima, oppure rendere definitivo il passaggio al lavoro da casa per tutti coloro che possono farlo.
Come scenario mi pare povero di fantasia, sinceramente, ma se non credo servano articoli di approfondimento per sancire come un ritorno al lavoro pre-COVID sia un’idiozia sotto tantissimi punti di vista, è meno facile far passare il concetto che anche cristallizzare l’home working come panacea per un domani felice sia un discorso come minimo superficiale, che può andare giusto bene per bestemmiare addosso a Sala su twitter. 
Il primo motivo per cui per me lavorare ognuno nel proprio guscio domestico non è una soluzione sostenibile su larga scala è di tipo sociale. Se c’è qualcosa che ho imparato dal mondo in cui viviamo è che meno contatti ci sono con l’esterno, più diventiamo stronzi. Tutto ciò che non ci tange, letteralmente, diventa nel migliore dei casi trascurabile e nel peggiore fonte di paura, con le facili conseguenze che è inutile stare ad elencare. Ci sarà sempre chi è più empatico e chi meno, chi è più incline a guardare oltre al suo naso e chi meno, ma di base chiudersi nella propria realtà è il modo più semplice per nascondere sotto il tappeto le realtà altrui. E ne facciamo le spese tutti, perchè tolti gli estremi della campana, ognuno di noi ha qualcuno che sta peggio da cui vuole tutelare il proprio privilegio e qualcuno che sta meglio a cui spera di fottere il posto.
Chi più chi meno, ovviamente, ma sui grandi numeri la razza umana funziona così.
Senza rapporti diretti che lo rendano un individuo, il prossimo diventa unicamente un fastidio che limita in qualche modo la nostra esistenza. La frase “non ce l’ho coi gay, ho tanti amici gay” come giustificazione all’omofobia è una minchiata in primis perchè è falsa: se hai tanti amici gay davvero, è impossibile tu ce l’abbia coi gay. Puoi avercela coi gay solo se per te diventano una categoria estranea, astratta ed incomprensibile, di cui l’assenza di riscontri oggettivi rende possibile credere qualsiasi cosa. L’ignoto che fa paura. Questo è anche il motivo per cui l’omofobia nel tempo andrà a sparire, perchè sempre più persone entreranno in contatto diretto con l’omosessualità e capiranno che [SPOILER] non c’è nulla di cui avere paura.
E’ questo il valore di una società, l’interazione che porta integrazione.
In una società dove ormai si può compartimentare la vita privata  (reale ed online) creando vere e proprie bolle, dove grossomodo qualsiasi servizio è domiciliabile e larga parte delle attività non necessità più di coinvolgere il prossimo, il lavoro resta uno dei pochi ambiti in cui non è possibile scegliere con chi ci si dovrà relazionare. Se ci si pensa, questa cosa non è più vera neppure per la scuola, dove l’avvento dell’istruzione privata ha permesso di infilare i figli in contesti “elitari”, che con la scusa di un’istruzione migliore di fatto forniscono a genitori (idioti) la pia illusione di avere i propri eredi al riparo dalle brutture del mondo. Il primo motivo per cui, secondo me, l’istruzione dovrebbe essere forzatamente pubblica, ma sto divagando. Il succo del mio discorso sta nel vecchio detto per cui parenti e colleghi non te li puoi scegliere, con l’aggravante che i parenti puoi decidere di non frequentarli, mentre i colleghi no. Ed è una roba da salvaguardare. 
Oltre a questo aspetto, l’annullamento di confini tangibili tra la vita privata e la vita lavorativa, prima definiti ad esempio dagli spostamenti, rendono molto più sfumati i limiti dell’orario di lavoro e possono comportare difficoltà nell’esercizio del “diritto alla disconnessione”, specie quando sul piatto della bilancia per lo sdoganamento del telelavoro si continua a parlare dell’importanza di lavorare per obbiettivi, in contrapposizione al concetto vecchio stile di “orario lavorativo”. Intendiamoci, l’idea di base per cui chiudere un progetto sia più importane che lavorare 8 ore la condivido anche io, ma spesso si fa finta di non sapere che gli obbiettivi di massima il lavoratore dipendente li subisce, non li definisce e in un contesto in cui lavorare da casa diventa argomento di trattativa, il ritorno che l’altra parte esige per sacrificare la propria smania di controllo è difficile non impatti sulle richieste proprio in termini di obbiettivi. Se il presupposto sarà: “Ok lavorare da casa, ma devi dimostrare di essere efficiente”, per me l’orizzonte diventa un baratro.
Chiudo col discorso produttività, su cui spero sia inutile soffermarsi: chi non ha voglia di lavorare difficilmente lavora, a casa quanto in ufficio. Per tutti gli altri credo il bilancio vada a zero e per ogni persona che riduce un po’ la propria produttività tra le mura domestiche ce n’è probabilmente una che la incrementa. Parlando unicamente della mia esperienza personale, quando lavoravo in ufficio e avevo possibilità di farmi un giorno di lavoro da casa, quel giorno ero iper produttivo. Ora che la routine è lavorare da casa, non credo di essere più efficiente di quando ero in ufficio perchè parte del mio lavoro dipende da altre persone, con cui interagire da remoto è di fatto più complesso, e questo genera alcuni limiti nel circolare delle informazioni. Non dipende da nessuno ed è qualcosa che probabilmente si risolverà nel medio periodo, ma di fatto è uno dei motivi per cui trovo peggiorata la qualità del mio lavoro, da quando sono a casa in pianta stabile.

Quindi dobbiamo tutti tornare in ufficio come prima?

Risposta breve: no.
È ovvio ci siano evidenti limiti al sistema che abbiamo considerato normale nell’era pre-COVID, limiti che non solo tendono a rendere insostenibile quel meccanismo nel prossimo futuro, ma che alla luce di quanto sperimentato in questo 2020 non ha senso rimettere in atto senza trarre il minimo insegnamento. 
Se prima dicevo che i tempi di trasferimento sono un modo per scandire lo stacco tra lavoro e vita privata, il fatto che per molti questi tempi fossero di ore, in situazioni molto poco confortevoli e/o ad impatto ambientale drammatico è qualcosa che non può e non deve passare inosservato ora che abbiamo potuto dimostrare non si tratti di una necessità inderogabile.

Quindi?

Io non ho una soluzione certificabile, ma se devo pensare ad uno scenario che credo possa essere in ogni caso meglio dei due estremi di cui si discute, su cui scommetterei come investimento per il futuro, questo prevede spazi di lavoro condivisi in ogni centro abitato, in proporzione al numero di abitanti.
Luoghi dove si può andare a piedi o in bicicletta, vicino casa, magari sulla strada da e per la scuola dei figli. Luoghi dove si può interagire con altre persone, pranzare e bere il caffè con altre persone, che fanno lavori diversi e hanno stipendi diversi. Luoghi che potrebbero rendere vivi centri abitati che di fatto sono dormitori per lavoratori che poi migrano in città dalle 7 alle 20, congestionandola. Luoghi che potrebbero creare esigenza di attività corollario di ogni tipo: tutto ciò che facciamo in posti comodi perchè “vicini all’ufficio” potremmo farlo in posti comodi vicino a casa. Lavoro che genera altro lavoro.
Magari questa idea ha seimila risvolti negativi che la rendono utopica o più semplicemente stupida, non lo so, fortunatamente il futuro della locazione dei posti di lavoro non dipende da questo blog. Resto tuttavia convinto che una società senza interscambio tra persone sia destinata a gravissimi problemi e, purtroppo, l’interscambio va spinto perchè la tendenza dell’uomo è alla segregazione.
E a me la segregazione fa schifo.

Niente di speciale

La retorica dell’essere speciali ha rotto il cazzo.
Non vuol dire niente, a pensarci. Ognuno di noi è speciale a suo modo e per qualcuno, cosa che rende l’essere speciali tremendamente normale. Se poi parliamo di dischi, il discorso diventa se possibile ancor meno rilevante. Cosa dovrebbe poter rendere un disco “speciale” in senso assoluto?
Niente, appunto.
Adesso vi racconto un disco che hanno scritto dei ragazzi di Perugia che si fan chiamare Elephant Brain. L’ultima traccia, che dà il titolo a tutto il lavoro, chiude così:

Non pensare male
Se tu
Se io
Se noi
Non siamo niente di speciale

Ne parlo perchè non sarà certo un disco speciale, ma è un disco bello. Uno di quei dischi che mi mette la voglia di aprire il blog e buttarmi a sproloquiare opinioni non richieste con l’unica scusa di risentirmelo una volta in più. Come ce ne fosse bisogno.
Dovendo scegliere da dove partire per raccontare queste nove tracce, inizierei dai dettagli più o meno nascosti dentro ognuna, quelle piccole cosine che in questo lavoro sono tutte al posto giusto. Alcune le becchi al volo al primo ascolto, altre magari le noti dopo un po’. Alcune a me sono scoppiate in testa dopo tantissimi ascolti, all’improvviso, magari mentre avevo il pezzo in sottofondo e lo stavo ascoltando distrattamente, un po’ come quando becchi i typo di quel che scrivi non ad una rilettura attenta, ma a cazzo due giorni dopo mentre scrolli la pagina.
Prendi le chitarre di Weekend per esempio. Che belle sono le chitarre di Weekend?
C’è un lavoro minuzioso e certosino dentro questo disco, costruito di dettagli che messi in fila fanno la differenza, sia a livello compositivo, che di produzione e suoni che per una volta son davvero cuciti sulle canzoni con una precisione chirurgica (nota polemica, che se no non sono io: leggo che l’ha prodotto Jacopo Gigliotti, ma mettere sti suoni nell’ultimo disco dei FASK no??).
Anche la parte ritmica mi fa abbastanza volare, perchè ancora una volta non fa nulla di speciale, ma trova sempre il modo più azzeccato per rifinire ogni traccia. Prendi la batteria di Soffocare, per esempio. Che bella è la batteria di Soffocare? Anzi, che bella è Soffocare in toto, con quella sua strizzatina d’occhio ai Touché Amoré che non credo possa essere involontaria neanche se vengono qui a giurarmelo di persona.
Ecco, un’altra cosa bella di questo disco è che coi riferimenti pesca in roba meno immediatamente associabile al genere che spinge. E’ facile infatti associarlo proprio ai sopracitati Fast Animals and Slow Kids, come macroarea: alt-rock in italiano con un buon tiro e di derivazione più punk che indie, volendo ipersemplificare. A differenza dei primi però, gli EB sporcano tutti i posti giusti con tonnellate di sfumature emoeggianti, sia di stampo più mid-west come gli arpeggini di Scappare Sempre e Restiamo quando ve ne andate, sia di tradizione più nostrana come i cori grassi e caciaroni che ci sono sempre in Restiamo quando ve ne andate o in L’unica cosa che conta davvero per me
Che bella è L’unica cosa che conta davvero per me?
Alla fine del disco, Niente di Speciale sfuma in un ticchettio di chitarra che è lo stesso con cui si apre Quando finirà, dando quel senso di ciclicità che, personalmente, mi soddisfa sempre parecchio e che poi altro non è che una scusa per ricominciare da capo e sentire tutto una volta in più. Come se ce ne fosse bisogno.

Niente di Speciale degli Elephant Brain sta su Spotify da qualche tempo e anche su bandcamp. Io l’ho comprato proprio su bandcamp, dove ci sono dei bellissimi bundle per voi nostalgici del vinile. Io che invece sono fissato coi CD la maglietta me la sono presa a parte. Ho comprato tutto esattamente il giorno prima del bandcamp friday, come un boomer qualsiasi.
Lo metto in streaming qui sotto, così almeno vi fate un’idea visto che di quel che ho scritto io probabilmente non si capisce nulla.