L’italia è una merda, ma…

Cose più grandi di X Factor

Stasera sarei dovuto uscire, ma sono rimasto a casa e così mi sono visto X Factor, per tutti #XF2021 (si farebbe davvero molto prima a chiamarlo direttamente così.).
Non lo guardavo da anni e sarei andato volentierissimo avanti così, non fosse che quest’anno in gara c’è un gruppo che mi piace. Non che ho sentito nominare eh, proprio di quelli di cui ho i dischi sulla mensola e la maglietta nel cassetto.
Le Endrigo.
È una sensazione strana quando sei uno come me, inteso coi gusti musicali che ho io, e ti ritrovi qualcosa di “tuo” su un palco del genere. Tipo un disturbo nella forza, una vibrazione dei sensi da ragno o la prima volta che vedi una ragazza stupenda e di istinto pensi: “Avrà si e no vent’anni”, ma non come fosse un plus. Nel profondo delle budella senti che c’è qualcosa di sbagliato, ma non sai cosa sia e, dubbio atroce, potresti essere tu.
Quando ho saputo della loro partecipazione alle selezioni da un lato ero felice (lo sono ancora, ho pure scaricato la app del programma per votarli), ma dall’altro continuavo a pensare sarebbero stati segati alla prima occasione. Figurati se passano i bootcamp con quella versione urticante di Lamette. Ok, ma di certo Emma non li porta ai live dai. Nulla contro Emma Marrone eh, ho tanti amici Emma Marrone, però i commenti che le ho sentito fare per giustificare il continuo portare avanti i nostri mi son suonati sempre autentici come una moneta da 3 euro e quindi non ci ho mai creduto davvero.
#Einvece.
Questa sera Le Endrigo hanno partecipato al primo live del programma e non sono nemmeno risultati tra i meno votati.

Non poteva essere vero.
E infatti i nodi alla fine vengono sempre al pettine e così sono bastati i primi responsi dei giudici a farmi capire di essere sempre stato nel giusto.
Bene Mika che “vi manca la fiamma”, benissimo Manuelito che “il pezzo è furbo e paraculo, un po’ come il punk” snocciolato neanche un’ora dopo aver mandato sul palco un cosplayer offensivo e grottesco annunciandolo come Zach dela Rocha, ma il capolavoro, il verdetto che mi ha purificato da ogni dubbio e da ogni senso di colpa è certamente quello di Manuel Agnelli.
“Paracul rock”
“Non è Waiting Room dei Fugazi”
“Non è punk, è punk pop, sappiatelo”.
SAPPIATELO.
Su Agnelli che fa punksplaining sono proprio decollato.
Che poi davvero vogliamo definire paraculo un gruppo che ha come manifesto il tema portante del programma? Cioè possiamo parlarne, ma cosa ci direbbe questa cosa dello stesso Xfactor?

Non è tutto.
Che Cose più grandi di te non sia per niente un inedito, quantomeno nella definizione che ho io di inedito, è un segreto di pulcinella, sta nel disco con cui il gruppo si è battezzato come Le Endrigo, ma la versione di Xfactor è molto diversa: 40% più corta e, di fatto, costituita unicamente di due gag iniziali ben scritte e due ritornelli killer in rapida successione (fact checking). Una sorta di bigino del pezzo originale. Esattamente come il bigino di Kant al liceo sarebbe dovuto servire allo scopo di far capire il Filosofo ad uno con evidenti limiti di comprensione per la materia come il sottoscritto, questa versione 2.0 del pezzo dovrebbe servire a far assimilare il prodotto ad un pubblico che non ha gli strumenti per comprendere l’originale.
Io nel compito in classe su Kant presi 4, vediamo come andrà ai novelli fan de Le Endrigo.
Per quel che mi riguarda sono comunque sereno perché la migliore band death metal mai esistita in tutta Brescia sopravviverà alle vostre nostre cazzate (cit.).

Prossimi concerti: una chiacchierata con Valeria

Oggi, 10 Ottobre 2021 per chi leggesse in differita, è il giorno della riapertura dei concerti. Sono passati infatti ormai quasi due anni da quando il Covid19 ha ribaltato le vite e la società in cui viviamo e una delle vittime più martoriate è stata la musica dal vivo.
Da qualche settimana rimugino sull’argomento in vari modi, ma alla fine ho pensato che il prodotto della mia tastiera sarebbe al più potuta essere una spataffiata livorosa e inutile che avrebbe tirato in mezzo gli stadi e i comizi di Conte, ma che di fatto avrebbe aggiunto zero al dibattito poichè farina del sacco di uno che ai concerti, al massimo, ci va quando riesce a piazzare i figli da qualche parte. Ho quindi pensato fosse più interessante fare qualche domanda a chi coi concerti ci lavora e nella musica dal vivo ci sbatte tutto il proprio sangue, così ho scritto alla Vale facendole un paio di domande.
Valeria, per chi non la conoscesse, lavora per il Bloom e scrive per Bossy e per Awand. Da sempre dentro al mondo di chi mette la musica su un palco con delle persone davanti, ora è una delle teste dietro a Tutto il nostro sangue, una roba bellissima che dovreste supportare tutti e che mi ha permesso qualche riga fa di fare quella gag oscena.
Come sempre su questo blog, io faccio domande farcite di illazioni e chi mi risponde mi spiega con pazienza come stiano davvero le cose, resistendo alla necessità di mandarmi a cagare.
Nello specifico, la parte interessante è quella in cui lei risponde in corsivo.
Buona lettura.

Iniziamo dalla fine, dall’ultimo concerto. Il mio è stato nel 2019 e a memoria potresti averlo organizzato tu. In questi quasi due anni ho pagato per vedere roba in streaming, ma non sono riuscito più a vedere qualcuno su un palco, prima perchè non mi ci sentivo al sicuro e ora perchè i concerti seduti vanno oltre la mia comprensione. A marzo 2020 invece c’è stato l’#UltimoConcerto, quello con l’hashtag, l’iniziativa messa insieme da un numero consistente di addetti ai lavori e che si poneva lo scopo di dare un segnale a tutti riguardo al momento terribile che la musica live sta(va) passando nel nostro Paese. L’iniziativa fu recepita in modo divisivo e io stesso non ero del tutto convinto si fosse scelta la strada giusta, sempre che una strada giusta esista. Sto solo facendo un mini riassunto, non voglio tornare sulla polemica che ne era scaturita, ma se vuoi commentare quella fai pure. Quello da cui mi interessa partire è che dopo quell’#UltimoConcerto si è parlato del #ProssimoConcerto, con interpellanze parlamentari, DDL mirati e comunicati ministeriali che sembravano indicare qualcosa si fosse mosso davvero, che con quell’iniziativa aveste in qualche modo dato una spallata alla questione. Sei mesi dopo, la prima domanda non può che essere: come procede? Si è davvero mosso qualcosa, diradato il polverone di marzo?

Dietro a quella che è stata un’iniziativa plateale, vista, seguita, giudicata, c’è una macchina che anche a camere spente si è mossa e ha continuato a muoversi perché le cose cambiassero, e cambino, non solo nell’ambito pandemia, ma più in generale perché il settore spettacolo trovi un riconoscimento e una tutela fino ad oggi mancanti.
Ultimo concerto non era una festa, non era pensato per esserlo e già il titolo dell’iniziativa a mio avviso parla da sé. Mi sconcerta il livore che ha scatenato, come non sia affatto chiaro cosa ci sia dietro ai ‘’nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”, e di come le provocazioni, le rotture e le proteste le capiamo e abbracciamo solo quando ci piacciono (o ci fa comodo?). Comunque ha centrato l’obiettivo, smuovere.
Come mi sconcerta chi non vuole suonare davanti alle persone sedute o non vuole andare ai concerti con le sedie. Tutto condivisibile, per carità, ma ci sta un punto: se non si supportano i posti che sono in ginocchio e se sono sopravvissuti hanno perseguito la loro missione di centro culturale rispettando le regole e stando alle capienze imposte, questi posti poi chiudono, non stanno in piedi.

Se i primi a non supportare, a non turarsi il naso per le modalità non proprio entusiasmanti (in primis per gli organizzatori, neh) in cui si sono potuti realizzare i concerti sono quelli che hanno per mesi hanno hashtaggato #mimanchicomeunconcerto, di cosa stiamo parlando?
Da lunedì si torna capienza 100%, non sembra vero, dopo tutto questo tempo, ma lo è.

Il discorso che fai ci sta tutto, supportare è la base ed è normale sensibilizzare tutti a fare la propria parte. Ho però l’impressione che da dentro si viva la musica e il mondo che le gira intorno con una consapevolezza ed un’etica che spesso è ingenuo attribuire anche al “consumatore”. Probabilmente, in tantissimi casi, chi va ad un concerto non ha idea di quel che ci sia dietro e non sono convinto stia lì il problema di fondo. Un po’ come posso sensibilizzare al consumo equo e solidale, ma nei fatti la politica che determina le condizioni del lavoro vola ad un’altezza diversa rispetto alla superficialità di chi compra il caffè senza stare troppo a ragionare se il prezzo dello scaffale permetta o meno a chi lo coltiva una condizione lavorativa umana. Un conto è far passare la consapevolezza al consumatore, un conto e dargli dello stronzo.
Ad ogni modo, la bella notizia è che si torni a capienza piena ed è davvero una vittoria a questo punto.
La domanda che ti faccio quindi è: quanto è compromessa la situazione? L’impressione che mi sono fatto da fuori è che le vittime sono state tante e che anche il futuro sarà complicato, con tanti tour internazionali che salteranno l’Italia forse (dimmelo tu) anche a causa dell’averci messo troppo a dare garanzie su quel che si potrà fare qui da noi questo autunno e nel prossimo anno. Tu come lo vedi il prossimo futuro dei concerti in Italia?

Assolutamente, chi non conosce una minima di dinamiche del settore fa fatica a considerare la musica come un lavoro e tutto quanto sta dietro a una band che suona sul palco, e di conseguenza giustamente come funzionano le cose. Però, anche vero, che a tutti i livelli, in questi due anni di pandemia tramite social non sono mancate/i addette/i ai lavori che hanno cercato di spiegare il problema per propria voce o tramite organizzazioni di settore. Lungi da chiunque dare dello stronzo a chi non conosce/non comprende le dinamiche o semplicemente non gliene frega nulla, è una considerazione diversa, più che incattivata, estremamente sconsolata: mesi su mesi di lockdown a leggere #mimanchicomeunconcerto, condivisioni di post nostalgici alla vita di prima, alle cose non si potevano fare, alla musica dal vivo mancante, commiati per i locali che hanno chiuso… e poi, quando si può riprendere, in una condizione preclusiva e penalizzante sia per chi va a vedere, ma anche per chi mette a disposizione il concertame, ci si tira indietro, storcendo il naso. Quindi non è che #mimanchicomeunconcerto, è #mimanchicomeunconcertovistoegodutocomevoglioaltrimentinientedaiaccendonetflixestosedutomasuldivano.
Quello del 10 Ottobre è un piccolo passo, sicuramente bello, ma ribadisco piccolo: tenendo i posti seduti come parrebbe ad oggi (10/10/21), per il settore è ancora tosta, non è un ritorno alla “normalità”. Che il settore musica dal vivo non stesse bene già si sapeva, anche prima del covid-19 che però ha sicuramente inflitto un’ulteriore batosta. E’ anche vero che credo ci si stia proiettando, seppur lentamente, ad un ritorno alle modalità di fruizione della musica dal vivo nelle modalità che conosciamo. La speranza è che si possa nei prossimi mesi tornare a vedere i concerti in piedi e che non saltino più date che già sono a volte al secondo rischedule.

Leggendo la tua risposta deduco si riapra al 100%, ma coi posti a sedere e questa mi pare l’ennesima presa in giro, quindi volevo chiudere con l’ultima domanda. Uscendo dalla questione riaperture, mi pare che le misure di sostegno al settore negli ultimi due anni siano state poche e del tutto insufficienti. Puoi dirmi cosa è stato fatto (se è stato fatto qualcosa) nel concreto per provare a dare una mano al mondo della musica dal vivo da parte delle istituzioni?

Sì, lo Stato qualcosa ha stanziato, non abbastanza, non tutti ne hanno goduto allo stesso modo e altrove – es. in Germania – è stato fatto certamente di meglio.
Parallelamente bisogna ricordare che le venue non sono rimaste con le mani in mano ad aspettare le misure governative, alcune hanno avviato campagne fondi, tante si sono inventate e reinventate per garantirsi il sostentamento e sono state attivate iniziative come scena unita, ideate per rispondere alla situazione emergenziale.
Consiglio vivamente, per informarsi non solo sui numeri specifici dei soldi stanziati e delle misure adottate nel corso del tempo e in modo preciso, ma anche per approfondire tutto quello che è successo in questi ormai due anni in termini di azioni governative e di richieste per la tutela, la ripartenza e la possibilità di garantire per il futuro maggiori riconoscimenti per il settore, di consultare la sezione Iniziative e News | KeepOn Live, il sito dell’associazione di categoria live club e festival italiani.

Parliamo di Natura Sì

Partiamo dai fatti: la catena di supermercati Natura Sì ha deciso di pagare i tamponi per i dipendenti non vaccinati che necessiteranno il green pass per lavorare (ref.). 
La decisione ha suscitato reazioni forti in tante persone, che possiamo riassumere usando questo tweet di Burioni.
Questi, appunto, i fatti.
La mia opinione in merito è che Natura Sì ha deciso di colmare a proprie spese un vuoto legislativo, tutelando i propri lavoratori e questa è una cosa bella.
Qual è infatti la situazione attuale nel nostro Paese? Riassumiamola: lo Stato ha deciso di concedere libertà individuale in merito alla vaccinazione anti SARS-CoV-2, ma ha introdotto una serie cospicua di restrizioni a chi non possiede il Green Pass, ottenibile con la vaccinazione oppure sottoponendosi ad un tampone (ref.). Queste limitazioni includono l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro con conseguente sospensione dello stipendio (ref.). Un lavoratore che, nel pieno del proprio diritto, sceglie di non vaccinarsi dovrà quindi decidere se perdere parte dello stipendio rimanendo a casa oppure perderla pagandosi i tamponi. In questo scenario, Natura Sì ha semplicemente deciso di coprire parte di queste spese permettendo ai propri dipendenti non vaccinati di continuare a lavorare. 
Qui faccio una pausa, così chi si è incazzato leggendo questa prima parte può prendersi del tempo per insultarmi e darmi del No Vax prima di leggere le argomentazioni successive (oppure no e tenersi l’opinione che si è fatto, non ci perderò il sonno).

Le ragioni che spingono Natura Sì a fare questa cosa probabilmente sono deprecabili. Non ho la possibilità di sapere con certezza le basi su cui hanno costruito questa decisione, può essere per una ricerca di mercato volta a collocare meglio il brand in una certa fetta di popolazione (chi non si fida di Big Pharma probabilmente è più propenso a comprare bio) o per una mossa di marketing che faccia girare il nome sulle prime pagine dei giornali. Forse il CDA del gruppo è composto da persone con una ferrea e radicata avversione ai vaccini o magari hanno fatto un banale conto della serva per cui spenderanno in tamponi meno di quanto gli costerebbe avere parte dei dipendenti a casa. Potrebbe essere un mix di tutte queste cose come nessuna. Non lo so. 
Quello che so è che nella mia personalissima scala di valori, il lavoro è un diritto e una scelta non è davvero tale se solo una delle opzioni mi consente di arrivare alla fine del mese con il cibo in tavola. Il Green Pass è una manovra ipocrita fatta da una classe dirigente che si rifiuta di fare il proprio lavoro (governare) ogni qual volta ne ha l’occasione, nascondendosi dietro provvedimenti subdoli. La mia posizione sul GP è dal primo istante la stessa espressa da Barbero giorni fa.
Lo Stato inoltre, secondo me, non può e non deve permettersi di sbandierare delle libertà fittizie, mettendo poi nelle mani dei cittadini l’onere di far valere vincoli anche molto severi che le contrastano. Non andava bene quando suggeriva di denunciare i vicini che si trovavano in più di sei in casa l’anno scorso e va ancora meno bene oggi quando chiede agli esercenti o ai datori di lavoro di far valere restrizioni severe che, oltre a mettere i cittadini gli uni contro gli altri, generano oltretutto un evidente conflitto di interessi.
Lo Stato ha tutti gli strumenti per valutare la situazione sanitaria e decidere se la vaccinazione spontanea sia sufficiente a garantire sicurezza. Se non lo è, serve l’obbligo vaccinale. Non è complicato, è lo stesso calcolo alla base dei semafori: lo Stato valuta insufficiente la capacità degli italiani di fermarsi spontaneamente agli incroci per evitare incidenti e quindi ci obbliga a farlo. 
As simple as that.

C’è tuttavia un altro fenomeno da analizzare, portato alla luce dalla questione Natura Sì, ed è nuovamente un’amara riflessione su come abbiamo veicolato il valore della vaccinazione. Nelle aziende si parla di “value proposition”, la leva da utilizzare per vendere un prodotto al cliente, ciò che lo rende interessante/appetibile esplicitandone la necessità e, di conseguenza, innescando il processo di acquisto.
Ora, io non sono esattamente la Ferragni e di marketing capisco davvero il minimo necessario a fare il lavoro che faccio, ma la posizione commerciale di un vaccino arrivato dopo 10 mesi di chiusure, vita azzerata e paura collettiva sulla carta sarebbe dovuta essere la più comoda possibile già in partenza, per poi diventare addirittura inaffondabile alla luce del fatto che funziona e la gente ha smesso di morire. Le persone avrebbero dovuto essere ultra felici di vaccinarsi per il loro bene e, onestamente, guardando i numeri della campagna vaccinale è stato largamente così per una vasta maggioranza di cittadini.
Ciò nonostante, siamo riusciti a far passare il vaccino come “sacrificio necessario”, con tutte le implicazioni nefaste che questo comporta se dato in mano ad una popolazione generalmente più impegnata a guardare cosa fa quello della scrivania affianco piuttosto che concentrarsi su quanto debba fare lui. Di conseguenza, a nessuno più interessa il fatto che essersi vaccinati è in prima istanza un bene per noi stessi nè ci interessa che chi non lo ha fatto debba comunque sottoporsi a continui controlli per garantire la propria e la nostra sicurezza. No, dobbiamo accanirci, quindi immaginarceli costretti a non lavorare ci dà quel brivido di vendetta che tanto ci piace.
Non a caso, una delle sostenitrici della linea Burioni è la sempre presente Selvaggia Lucarelli, già da anni prima punta della squadra (ammicco) che mira a colpire i cattivi dove fa più male, ovvero mettendoli nei guai al lavoro. E’ un metodo fascista, non so come altro definirlo, e a me i metodi fascisti fanno tendenzialmente schifo anche quando usati su persone che hanno sbagliato, a prescindere dalla gravità del loro sbaglio. Mi fa quasi strano doverlo ribadire: l’obbiettivo è uno Stato che si occupi in prima persona di dettare le regole, farle rispettare e punire chi non le rispetta, scevro dalla spinta della vendetta o della ritorsione che umanamente muove noi semplici cittadini.

Chiudo con un’ultima nota, già che ho la vena pulsante, e proprio perchè dettata dalla foga del momento concedetemi la sua natura benaltrista.
In un anno e mezzo di emergenza COVID non ci è mai interessato boicottare le aziende che non garantissero la sicurezza sanitaria necessaria sul posto di lavoro, nè ci è interessato che lo Stato se ne occupasse. Non ci è mai interessato boicottare le aziende che si sono opposte al telelavoro pur non avendo esigenza nel riportare i dipendenti in uffici poco sicuri o comunque più proni al generare focolai. Non ci è mai neanche interessato boicottare le aziende che hanno usufruito degli ammortizzatori sociali derivati dal COVID in modo improprio, contribuendo ad impoverire uno Stato che già arranca nel sostegno di chi ha davvero sofferto l’inferno per l’intera pandemia.
In tutti questi casi il nostro sdegno non era necessario.
Che lo diventi ora, innescato da un’azienda che investe il proprio denaro per il benessere dei propri dipendenti senza intaccare in nessun modo la sicurezza dei propri clienti o del proprio personale, secondo me, è davvero un brutto segnale.

Un’altra occasione persa per uscirne migliori.

Le vacanze in Italia

Sono una merda.
No, non è vero. Il problema è più che altro mio, le soffro, per una serie di fattori soggettivi, ma non sempre opinabili. Volendo partire dai dati oggettivi, essere forzati a viaggiare nel nostro Paese ha due limiti enormi, specie per chi come me è vincolato a fare il grosso delle proprie ferie le due settimane centrali di Agosto.
Il primo è di carattere economico.
Ho letto in giro che nella prima estate post-COVID le strutture nazionali hanno tutte implementato un “adeguamento” dei prezzi al rialzo, vuoi per massimizzare gli introiti dopo una stagione disgraziata, vuoi per approfittare della mancanza di alternative per i viaggiatori. Non so se questa cosa sia vera o vada annoverata tra le leggende dell’internet. L’unica struttura italiana che frequento routinariamente da diversi anni non ha alzato i prezzi, ma io ci vado a Giugno e, soprattutto, un singolo esercente non fa statistica. Quel che posso dire di mio invece è che tra l’anno scorso e quest’anno ho adattato le mie vacanze al contesto sanitario facendo viaggetti piccoli in diverse regioni italiane e, di certo, i prezzi in Agosto sono fuori da ogni logica comprensione, semplicemente non competitivi con qual si voglia alternativa estera paragonabile. Questo credo sia un fatto.
Il secondo limite invalicabile delle vacanze in Italia in Agosto è il traffico.
A meno di volersi muovere in aereo, cosa applicabile solo per le grandi isole o il profondo sud, andare in vacanza in Italia implica prendere la macchina e fare ore di coda. Quest’anno ho avuto la malaugurata idea di partire lunedì 9/8 per la riviera e ho impiegato tre ore per arrivare da Gessate a Parma. Volevo morire. Ok, ho preso un caso limite, ma in generale che si tratti di andare al mare in Liguria, in Toscana o in Romagna come di optare per le montagne di Valle d’Aosta o Trentino, toccherà mettersi l’anima in pace e fare almeno un po’ coda. Sempre.
Più dei costi, per me questo è il deterrente maggiore.
Per finire, ci sarebbe una mia tendenza personale al viaggio che è proiettata in tutt’altra direzione.
Per me viaggiare, in questo momento, vuol dire andare lontano. 
E’ una questione psicologica, ma fatico a definire viaggio qualcosa che non implichi studio, organizzazione, pianificazione e dieci fottutissime ore di aereo. Non è che pensi che il nostro Paese non abbia niente da offrire eh, non sono idiota, è che ho questa idea per cui di stare in zona avrò tempo più avanti, che finchè posso e riesco sia meglio provare a spaziare. Per questo, per me, le vacanze in Italia semplicemente non sono vacanze, sono un placebo.
Che, come sicuramente ormai saprete anche voi, a volte fa comunque effetto.
Tipo:

La mia settimana in Val Gardena è stata stupenda.
E’ vero, probabilmente è la valle del Trentino coi prezzi più alti in assoluto e con la maggior affluenza di turisti, ma volendo usare il rasoio di Occam sono portato a pensare che probabilmente siano conseguenze del fatto che è la valle più bella. Il panorama offerto nella foto qui sopra, scattata all’Alpe di Siusi, se la gioca tranquillamente con i migliori parchi naturali americani. Esci dalla cabinovia che ti porta su e rimani letteralmente senza parole. 
In sette giorni abbiamo fatto diverse passeggiate, dalle più semplici alle più difficoltose (più che altro per i bambini), e l’offerta è davvero variegata e capace di soddisfare tutte le esigenze. Senza contare la grande attenzione che hanno per le famiglie ed i bambini. Occhio, non parlo dei faraonici Family Hotel che si possono trovare da quelle parti e che spesso hanno prezzi fuori dalla grazia di Dio, parlo delle piccole cose, del fatto che ogni 500 metri ci sia un parco giochi o che ogni rifugio/malga abbia attività per i piccoli all’aperto, così come del fatto che siano tutti disponibilissimi a venire incontro alle esigenze alimentari dei più piccoli. Insomma, la Val Gardena è un posto che consiglierei a tutti e che vale i (non proprio pochi) soldi spesi per andarci.
Discorso analogo, anche se completamente diverso, vale per la Romagna.
Non ero mai stato in riviera in estate e, in tutta sincerità, mai avrei pensato di andarci, eppure esserci passato due giorni mi ha immediatamente fatto capire perchè sia un posto così frequentato nonostante il limite oggettivo di quel che può offrire in termini “naturalistici”. Le persone sono stupende. Ristoratori, albergatori, negozianti: ognuno di loro ti tratta come se fossi il più prezioso dei clienti o il più affezionato, anche se ti fermi solo per un giorno o due. Le strutture non sono per forza sfarzose (ne esistono di super anche lì, ovviamente, ma se trovo assurdo spendere tantissimo per un posto bello come la Val Gardena, potete immaginare cosa pensi all’idea di spendere 3K euro a settimana per stare a Rimini), ma sanno essere accoglienti ed offrire quel che davvero conta: qualità e cortesia. In due giorni ho mangiato benissimo spendendo cifre con cui a Milano se va bene prendi una pizza. Certo, se si cerca la tranquillità una spiaggia chilometrica dove ogni bagno conta 400 ombrelloni forse non è the place to be, io avevo costantemente paura di perdere i figli in spiaggia per dire, ma credo sia più questione di abitudine. E c’è la questione mare, che non è terribile come immaginavo, ma che è pur sempre noto per essere quel che è. Sapete cosa però? Non è peggio del mare che ho trovato l’anno scorso nella ben più acclamata Toscana.

E infatti oltre alle note positive, ci sono le note tristemente negative.
Dodici mesi fa infatti, cercando di far fronte a tutte le limitazioni vigenti, ma volendo comunque evitare di fare tutto Agosto a Gessate, abbiamo fatto una settimana a Marina di Castagneto Carducci e posso tranquillamente dire che il mare è una merda tanto quanto quello della Riviera, con la differenza del fatto che non te lo aspetti prima di partire (noi, almeno). In più, il trattamento ricevuto lo scorso anno lo definirei ligure e spero sappiate tutti che, per quanto mi riguarda, la Liguria se la dovrebbe prendere il mare.
Tre esempi, conscio del fatto che anche in questo caso una singola esperienza pesi il giusto:
1) Prenoto appartamento da 4 posti letto, precisando le età dei due figli (Olivia aveva 2 anni e mezzo). Arrivo e vedo che Oliva ha un normale letto ad una piazza, da cui sarebbe probabilmente caduta ogni singola notte. Quindi chiedo se al posto di quello si potesse avere una culla. Risposta: “Certo, sono 15 euro a notte.”. Dopo aver provato a spiegare che in quel caso avrei preso un appartamento da tre posti letto con culla aggiunta, risparmiando parecchio, ma che in fase di prenotazione non mi era stato concesso farlo, l’unica cosa che sono riuscito ad ottenere è stata una spondina per il letto in questione.
2) L’appartamento era in un campeggio sul mare, il cui parcheggio stava 2km nell’entroterra. Per muoversi dalla macchina a casa, serviva la navetta. Lo sapevamo e quindi ci eravamo informati perchè ci fosse una tavola calda interna a cui prendere da mangiare. Il problema è che il cibo andava prenotato per forza di cose la mattina, per tutto il giorno. Coi bambini, almeno coi miei, non è mai chiaro quanto mangeranno e quindi, per evitare sprechi, noi stiamo sempre indietro e al limite mangiamo meno io e Paola. Un giorno però, particolarmente affamati, Olivia e Giorgio hanno spazzato tutta la cena, lasciandoci a digiuno. Ho chiamato per chiedere se potessi avere una margherita. Una singola cazzo di pizza margherita del cazzo. Risposta: “Eh no, ormai è tardi”. Erano le 19:30.
3) Un giorno, giovedì per la precisione (quindi neanche weekend) abbiamo pensato potesse essere bello cenare fuori. Ho chiamato 17 ristoranti. DICIASSETTE. Tutti pieni, primi posti liberi due settimane dopo. Per me, un posto dove non posso decidere di uscire a cena l’indomani, non è vacanza.
Non so se sia stata un’esperienza sfortunata o cosa, ma l’impressione generale è che la Toscana si sia un po’ troppo abituata, almeno in estate e nelle località più gettonate, ad infiocinare turisti stranieri che non mancheranno mai, never ever. Quindi perchè sbattersi ad essere accoglienti? 
Per quel che vale, non scommetterei sul mio darle una seconda possibilità.

Tirando due somme quindi, l’Italia è il Paese che amo, dove ho le mie radici etc. e sa offrire tantissimo ad ogni livello. Non so se sia davvero il Paese più bello del mondo, ma ce n’è tantissimi più brutti di sicuro, così come non so se sia dove si mangi meglio in assoluto, ma di certo in almeno mezzo mondo si mangia peggio. 
Io però spero davvero di poter tornare a fare le vacanze che mi piace fare, presto. 
Magari già da questo inverno.
Ammicco ammicco.

 

Grazie di tutto Gino

Ogni tanto vengono al mondo persone straordinarie.
Gino Strada era una di queste persone. Inutile stare qui a scrivere di quel che ha fatto, di quanto sia stata importante la sua figura ed il suo messaggio per tutti noi che lo abbiamo vissuto. Non servo io per celebrare il personaggio.
Io posso solo piangere la sua perdita, prendendo atto di quanto il mondo avesse bisogno di uno come lui e di quanto l’umanità si sia impoverita con la sua morte.
Sei stato una persona straordinaria, una di quelle che vengono al mondo ogni tanto, ma che purtroppo come tutte le altre ad un certo punto sono costrette ad andarsene.
Solo che tu lasci un vuoto enorme.

Insistimooos

Battere la Spagna non è come battere la Francia, tantomeno la Germania, eppure c’è una ragione cristallina per gioire di questo risultato.
Più della loro superiorita autoreferenziale, più del guardiolismo, del tiki-taka e del falso nueve, persino più dei tormentoni estivi e degli annessi bailamos e, vi giuro, più della casa di carta.
La ragione giusta per esultare come un forsennato quando Jorginho ha tirato quel rigore pornografico alle spalle del loro portiere è una sola.
Gli Ska-p. 

Essere giovani fa schifo se sei giovane. E manco per forza.

Su Netflix c’è questa serie che si chiama Summertime. Racconta l’estate di un gruppo di adolescenti in riviera tra storyline senza la minima credibilità, una recitazione per lunghi tratti raccapricciante e una colonna sonora da volersi strappare le orecchie.
Il pezzo che segue sono io che vi spiego perché dopo aver contato i minuti che mi separavano dall’uscita della seconda stagione ed essermela sparata nell’arco di due sere, ora darei probabilmente tutto il catalogo di qualsiasi servizio di streaming in cambio di altri episodi.
O meglio, non so se riesco a spiegarlo, diciamo che provo a capirlo io per primo, perché ero convinto fosse una questione di vojeurismo nostalgico, ma credo di aver realizzato che non sia così banale.
Il dubbio mi è esploso in testa durante l’episodio tre di questa seconda stagione, sul finale, quando passano le immagini di una festa farcita di persone prese malissimo con in sottofondo un pezzo di Ariete che dice così:

Essere giovani fa schifo
e non poter decidere fa tanto male
Essere giovani non fa per me,
non fa per me.

“E qui l’anziano invidioso si incazza” starete pensando, ma vi sbagliate.
Io non è che fatichi a empatizzare adesso che ho quarant’anni, il mio problema è a monte perché quando avevo grossomodo quell’età lí il mio mantra era in ogni caso proprio all’opposto. Sta roba non mi avrebbe rappresentato nemmeno a vent’anni. Volendo usare una canzone per spiegarlo, sarebbe questa e direi che la differenza è evidente.

I’m gonna stay eighteen forever
so we can stay like this forever
and we’ll never miss a party
‘cause we keep them going constantly

È quindi assodato che una roba del genere non possa davvero farmi scattare la molla del ricordo dei bei tempi andati perché quella è una rappresentazione della gioventù che non mi appartiene. Un po’ come con Dawson’s Creek: serie della vita se ne dovessi scegliere una, ma pur sempre una rappresentazione dell’adolescenza ai limiti del fantasy (ne ho scritto qui ed è un pezzo ampiamente meglio di questo, come anche giusto che sia.). 
Se non è la nostalgia, allora cosa?
Io credo che a fregarmi siano le rappresentazioni che trovo genuine dell’amicizia. Quando mi ci imbatto, finisco sotto ad un treno senza possibilità di tiro salvezza. A quel punto posso bermi qualsiasi prodotto, a prescindere da quanti e quali difetti possa avere, senza battere ciglio. E non perché non li veda, ma proprio perché tutto finisce in secondo piano.
E infatti Summertime.

Ribadiamolo: è una serie ingiustificabile sotto parecchi punti di vista, a partire proprio da quello meramente estetico e non starò qui ad indorare la pillola. Però se ci finite dentro alcune cose apprezzabili non potete non vederle.
All’inizio dicevo che la colonna sonora è raccapricciante e lo confermo: mentre iniziavo a buttare giù il pezzo ho provato a mettermela in cuffia e non ho retto tre pezzi. È roba inascoltabile fuori contesto, ma nella serie ci sta da Dio perché è perfettamente centrata sui protagonisti. E poi in uno dei primi episodi c’è questa scena pazzesca che usa Vattene Amore di Minghi&Mietta per trasferire allo spettatore il dolore crescente e insopportabile di Sofia che da sola vale la visione dell’opera intera.
La scena, ma anche Sofia.
Un’altra roba che ti capita quando invecchi è che ad una certa guardi i teen drama e non hai più quella voglia matta di scoparti le protagoniste perché le vedi effettivamente troppo giovani. È una cosa che anni fa pensavo a me non sarebbe mai successa. La mia tesi era semplice: non ho mai avuto il mito della donna più grande e se a vent’anni mi piacevano le ventenni e a trenta pure, non vedevo motivo per cui i miei gusti potessero cambiare. Ovviamente non ne faccio questione anagrafica, ma estetica. Probabilmente potrei trovare attraente una diciottenne agghindata per dimostrare dieci anni in più senza manco intuire il problema, ma quando la ragazza in questione appare come un’adolescente, a prescindere dall’età e da quanto possa essere figa, il mio cervello attuale va in blocco.
Non mi sono rincoglionito, però, quindi che Sofia sia di una bellezza abbacinante mi è ancora assolutamente chiaro. La cosa ridicola se mai è che essendo la protagonista lesbica di una serie scritta con il primo obbiettivo di non far incazzare nessuno, per evitare di alimentare lo stereotipo patriarcale delle lesbiche da porno sarà condannata ad incontrare solo lesbiche bruttine fino alla fine dei suoi giorni, in un paesino romagnolo dove letteralmente chiunque altro sta tra il bello e il bellissimo.
Va beh.
Della musica ho parlato, di Sofia pure, c’è altro?
Qualche punto sparso in chiusura dai, che sta diventando un polpettone infinito questo post.
– Vorrei vedere l’attore che fa Edo fuori da Summertime perché se non ha davvero dei disturbi cognitivi e comunicativi merita un cazzo di Emmy.
– Vorrei avere le palle di chi presenta con faccia seria ad un produttore uno script in cui dei diciottenni vagano per l’Europa senza problemi, prendendo voli per vedersi un’ora o mollando la famiglia per andare ad Amburgo/Milano/Barcellona a fare sa il cazzo cosa. Poi figli di proletari eh, manco la scusante di essere ricchi di famiglia.
– Vorrei sapere perchè nel 2021 la figura adulta positiva in un teen drama debba essere il quarantenne con la sindrome di Peter Pan. Io capisco che il modello della studentessa che si laurea in giurisprudenza a 21 anni sia tossico, ma spero bene sia chiaro per tutti che anche il concetto di “fai quel che ami e sbattitene del futuro” abbia fatto danni a sufficienza.
– Vorrei chiedere se c’è un limite all’utilizzo di Wait di M83 nelle OST e quante serie fa è stato oltrepassato. Per carità, pezzo meraviglioso, ma anche basta.

Anche basta.

Una roba su Demi Lovato e la fata Madrina

In questi giorni probabilmente avrete sentito parlare della questione del remake live action di Cenerentola in cui il ruolo della fata madrina è stato assegnato ad un attore nero e gay. Ne avete sentito parlare perchè ogni volta che succede una cosa così da destra si leva immediatamente un coro di sdegno che fa molto rumore e che di fatto è l’unico responsabile del far circolare la notizia. Inizio il post quindi con la prima presa di posizione: non linkerò la notizia per non dare visualizzazioni a testate che spero chiudano, ma per sapere quello a cui mi riferisco è sufficiente cercare su google “Cenerentola” e vedere le prime notizie che escono.
Questa “polemica” è di fatto scoppiata in contemporanea al coming out di Demi Lovato che ci fa sapere via instagram il suo non identificarsi nella definizione binaria di genere(a).
Come spesso accade, l’ondata di commenti che ha circolato nel mio intorno digitale in merito a queste due faccende mi ha spinto ad alcune riflessioni che ho scelto di condividere solo in seguito a questo sondaggio(b):

Partiamo dalla questione fata madrina.
Sarà interpretata da un attore di colore e dichiaratamente gay. Già con la prima frase ho le concordanze affanculo, ‘sto post sarà un fottuto calvario, ma cerchiamo di rimanere concentrati. La fata madrina altro non è che la stylist di Cenerentola e il fatto che sia interpretata da un uomo, nel mondo in cui esiste Enzo Miccio e gli stilisti sono in larga parte uomini, credo serva solo a dare alla storia una base meno fantasy. Questo, spero bene sia chiaro a tutti nell’anno domini 2021, indipendentemente dal colore della pelle dell’uomo in questione, parametro assolutamente ininfluente. Sul fatto che sia gay invece ho qualche ragionamento in più da fare.
Non mi risulta che la storia originale preveda in alcun modo sotto trame amorose per il personaggio. Ora, magari questa cosa cambierà nel remake (mi guardo bene dall’approfondire il film oltre alla ricerca google di cui sopra), ma se così non fosse non trovo alcuna ragione per caratterizzare il personaggio con un orientamento sessuale, soprattutto se nel farlo si cavalca lo stereotipo “maschio col pallino del look = gay” e magari lo si caratterizza come piuttosto effemminato. Il mio problema però non sta nemmeno lì: un personaggio del genere per me fa molti più danni di quanto possa essere utile in termini di far sentire rappresentata una categoria, ma è opinione personale non necessariamente corretta o condivisibile.
La questione che mi preme è un’altra.
Ho come l’idea che un ramake live action di Cenerentola sia una delle cose meno interessanti ci si possa inventare e che questa scelta di casting non sia altro che una strategia promozionale basata sul triggerare i soliti quattro reazionari fascistoidi nella più classica delle win-win situation: la destra può berciare di dittatura del politicamente corretto rinvigorendo la propria fanbase e la Disney di turno può invece raccogliere dall’altro lato, quantomeno con una campagna gratuita di promozione ad un nuovo film che, magari sbaglio, ma non avrebbe nessun altro selling point(c).

Qui è il punto in cui comincia il difficile perché 1) si tratta di un semi processo alle intenzioni e 2) per quanto sia inconcepibile per alcuni, di solito cerco di riflettere empatizzando col pensiero di chi è parte in causa, ma in questo caso non ho la minima certezza di come possa essere percepita la questione da dentro.
Io credo davvero che scegliere un ragazzo nero e gay per interpretare la fata madrina, nello specifico, sia solo un’operazione di marketing, per due ragioni.
La prima è che se vuoi davvero fare un film che dia spazio rilevante ad una minoranza non hai bisogno di forzarla dentro un contesto iper tradizionale come Cenerentola. Puoi fare un altro film con personaggi neri, gay o whatever che abbiano un ruolo centrale. Il punto è che in quel caso forse non ti si filerebbe nessuno e quindi rischieresti il flop. Se invece fai Cenerentola con il fatino ebano a cui piace il catso polarizzi, fai scalpore e in qualche modo finisci per vendere un prodotto altrimenti meno (leggi: non) interessante. 
La seconda è che se vuoi davvero fare un film che si smarchi da certi presupposti ormai superati e reazionari non dovresti partire da una favola il cui messaggio di base è che la donna per emanciparsi deve sposare un fottutissimo principe. Nel senso, se lo fai per me sei in malafede oppure deficiente e ho come l’impressione Disney non possa permettersi di essere gestita da deficienti.
E allora la questione per me è questa: probabilmente è un bene che certi colossi stiano forzando la mano in una direzione che comunque è quella dell’inclusivitá, ma a me resta il retrogusto amaro della sensazione che stiano lucrando su quella che per molti è una battaglia ben lontana dall’essere vinta e la cosa mi fa leggermente schifo, anche se questo lucrare non è per forza di cose controproducente.
Non so come dire.
Se a fare del bene ci fai su dei soldi posso starci, ma non pretendere di passare da eroe. Se poi il fatto che tu stia facendo del bene non è nemmeno così scontato, mentre è innegabile che tu ci stia lucrando, beh allora per me sei una merda, persino peggio di quelli che stanno dall’altra parte, ma che almeno lo fanno apertamente e senza pose fake. Anche perchè, se davvero c’è quel tipo di malafede, si finisce ad utilizzare il personaggio gay come fosse un’attrazione da circo e non penso proprio questo sia un bel modo di supportare la causa.

Fino a qui è stato grossomodo semplice, ora passiamo a Demi Lovato e alla questione dei pronomi.
Non mi interessa molto di come DL voglia essere chiamata e in questo caso non è manco mia intenzione fare dietrologia: se è una scelta sincera bene, se è marketing bene uguale: alla fine come la coniughino nelle frasi a me interessa zero e se ci vive bene lei, ci vivo bene pure io.
Che mi interessa invece è la questione They/Their. Ora, lo dico subito, quel che segue è una boomerata(d), ma vorrei fosse chiaro che per me il ruolo di ciascuno di noi nella società non è comprendere ed appoggiare ogni scelta altrui, ma è quello di rispettarla. Fa differenza.
Io con la scelta di non aderire ai generi binari ho più di un problema, che poi è lo stesso che ho con i ragazzi cresciuti con youtube e spotify che alla domanda: “Che musica ascolti?” ti rispondono: “Di tutto”.
Il mio problema è che ho visto e vedo tutt’ora i danni dell’educazione al “puoi essere quello che vuoi”, perché la società in cui siamo inseriti non ti permette manco per il cazzo di fare o essere ciò che vuoi e prima impari questa cosa, meglio è. Certo, domani le cose potranno essere diverse e non ho modo di negare una società futura meno netta e definita possa essere meglio di quella attuale, quindi parlo solo di opinioni personali, ma a mio avviso l’autodeterminazione è un passaggio chiave di crescita e sviluppo individuali.
Ad una certa, secondo me, è necessario autodefinirsi come qualcosa rispetto a qualcos’altro, fare delle scelte di appartenenza.
È il modo per tracciare le linee che di definiranno.
La mia impressione è che la tendenza sia verso una realtà in cui queste scelte (spesso dolorose o comunque non facili) non siano più necessarie e che si stia cercando in tutti i modi di superarle. Come dicevo, non è qualcosa che posso definire sbagliato in senso assoluto, ma è qualcosa che certamente non capisco e che personalmente ritengo controproducente nel processo formativo.
In altre parole: non mi interessa che i miei figli siano etero o gay, cis o trans, ma mi piacerebbe fossero in grado di autodeterminarsi, perché penso questo approccio alle questioni (a.k.a. fare delle scelte e accettarne le implicazioni) sia l’essenza del crescere e maturare.
“Non è forse non scegliere anch’essa una scelta?” 
Boh, forse sì. Come detto, non ho la pretesa di avere una posizione chiara e insindacabile su una cosa che non riesco a comprendere, quindi ci sta questa mia idea possa essere “sbagliata”. L’obbiettivo a cui tendere è provare ad essere supportivo anche verso chi fa scelte che non concepisco, perchè farlo solo con chi si muove nel campo della mia approvazione non richiede poi ‘sto grande sforzo. Diciamo anche però che trovo idiota questo ricatto morale per cui il progresso vada abbracciato senza spirito critico perchè è più importante non passare da reazionari che valutare se abbia o meno senso esserlo, ogni tanto.

Alla fine rileggendo non credo ci sia molto da litigare in merito a questo post, ma sarò ben felice di ricredermi.


(a) Nel post potrei usare termini e lessico imprecisi e non in linea con quanto richiesto dalla comunità LGBT+. Spero questo non sia un limite alla comprensione e accetto ben volentieri correzioni o suggerimenti per rendere il tutto più preciso. 

(b) Il sondaggio ha raccolto 15 voti su quasi 380 follower, quindi è palese che il “ma chi ti si incula?” sia la frangia dominante. E’ sempre divertente però constatare il ritardo di chi non capisce il sottotesto e clicca lo stesso quell’opzione, dimostrando simultaneamente di non essere particolarmente svegli* e di aver mentito a sè stess* nella scelta. Chi ha risposto NO invece ha tutta la mia stima e approvazione.

(c) E’ un post con un tasso di termini inglesi oltre la soglia del tollerabile e di questo mi scuso, ma la trovo una scelta in qualche modo in linea con il tema, che è di per sè stesso un’appropriazione di qualcosa di squisitamente americano e che qui si incastra in modo molto forzato, a livello culturale e sociale.

(d) I boomer sono quelli che vi permettono di fare la vita che fate e al loro posto, alla stessa età, sareste probabilmente manovali in una piccola azienda invece che laureati in “faccio quello che mi piace”. Quindi sì, forse vi hanno rubato il futuro, ma era un futuro di merda.

Ha segnato Seedorf

E’ una cosa stupida.
Quando penso ad una situazione brutta, apparentemente irrisolvibile, da cui però alla fine si riesce ad uscire contro ogni aspettativa razionale, l’immagine che mi viene in mente è sempre il derby di Milano del 2004, forse la partita più indimenticabile della mia carriera di tifoso del Milan.
L’ho vista al Barcollando di Brugherio, un pub chiuso ormai da molti anni dove ai tempi andavamo a vedere tutte le partite del Milan, in compagnia, visto che allora nessuno di noi aveva abbonamenti alla pay tv.
A San Siro piove parecchio.
Nel primo tempo il Milan finisce sotto due a zero, prendendo un gol orribile su calcio d’angolo da Stankovic ed uno incredibilmente ancora più brutto su un tiro di Cristiano Zanetti deviato in porta da uno dei nostri, sempre sugli sviluppi di un calcio d’angolo.
A questo secondo gol Aui, amico interista seduto affianco a me, aveva esultato in modo deciso. Perchè il derby è una partita strana e se vai sopra di un gol la tensione resta comunque superiore alla gioia, quindi sul primo gol non si era troppo sbottonato. Sul secondo però l’esultanza era arrivata. Giustamente.
Forse non ve l’ho mai dato a vedere (#sarcasmo), ma non sono una persona particolarmente propensa a pensare positivo. Per me una partita sotto 2 a 0 è una partita persa, anche se c’è ancora un tempo da giocare.
Il secondo tempo inizia con la nebbia dei fumogeni che si aggiunge alla pioggia e al mio morale pessimo, ma il Milan pare avere ancora voglia di provarci. Seedorf, soprattutto, che queste partite le sente sempre più di altri. Ci prova da fuori, un tiro sterile e brutto (seppur meglio di quello di Cristiano Zanetti) su cui però Toldo fa una porcheria e così John Dahl Tomasson la butta in porta, rapace.
Il Milan accorcia, ma ci vuole ancora troppo ottimismo per vedere luce in fondo al tunnel e infatti io, in quel momento, continuavo a vederla nerissima.
Passano i minuti e a centrocampo l’inter perde un pallone stupido. Forse Farinos, forse Zanetti, non ricordo. La palla la raccoglie ancora Seedorf che la appoggia a Kakà nel cerchio di centrocampo. Per i cugini è una buona idea farlo avanzare indisturbato e palla al piede fino al limite dell’area, così Ricardo li ringrazia infilando un rasoterra chirurgico alle spalle di Toldo, questa volta incolpevole.
Facciamo 2-2.
Ora il tunnel un uscita ce l’ha e l’adrenalina circola forte insieme ad almeno un paio ti Tennents. Non ricordo i dettagli, ancora una volta, ma conoscendomi anche in quel momento non avrei scommesso sul fatto che potessimo vincerla.
Lo so, sono patologico, infatti quando a 5′ dalla fine Seedorf (sempre lui) raccoglie palla sulla 3/4 dopo una punizione sparata sulla barriera e alza la testa verso la porta, ricordo nettamente di aver pensato: “MA COSA CAZZO TIRI DA LI’???”.
Me lo ricordo davvero.
La frase però non credo di averla detta fino in fondo, perchè sono saltato in piedi insieme a Simo e abbiamo ribaltato il tavolino del pub.
Che gol pazzesco.
Il singolo momento di gioia più grande della mia vita sportiva.
Più del gol di Grosso, più del rigore di Sheva.
Seedorf, giocatore immenso che da tifoso ho odiato per anni, è l’interprete del gesto sportivo più iconico che ho nella mia mente, simbolo non solo di una vittoria, ma assurto a emblema del trionfo del bene sul male, del ribaltamento della sorte avversa.
Il mio personale concetto di resurrezione.

Questa mattina mio papà ha fatto la sua prima dose del vaccino Pfizer.
Dopo qualche ora mi avvisano che a Treviglio i medici stanno dicendo a chi si vaccina che hanno dosi in eccesso, quindi di contattare amici e parenti over 60 e mandarli lì. Me lo dice uno zio di Paola e io ci spedisco mia madre, che riceve anche lei la sua prima dose.
Lo so, ora c’è comunque da aspettare e non farsi prendere la mano.
Io però mi sento come quando ha segnato Seedorf.