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Marzo 2019

Seul

Ho avuto la possibilità di andare a Seul per lavoro e così mi sono preso qualche giorno in più per girarmela e godermi la prima vera esperienza asiatica, che come è facile immaginare gira tutta intorno all’annullamento della comprensione.
Non è solamente questione di essere circondati da ideogrammi indistinguibili, ma proprio di fare un salto culturale così ampio da azzerare o quasi i punti di contatto tra chi scrive e tutto ciò che gli stava intorno.
Non capisci quel che scrivono, quel che dicono, ma nemmeno quel che mangiano, come si vestono o gli interessi che hanno, anche quando pensano di imitarti.
Sono stato 10 giorni in una sorta di realtà aliena ed è una cosa che nel 2019 non credevo fosse ancora possibile. La globalizzazione esiste anche in Corea del Sud, i suoi frutti sono tangibilissimi soprattutto in quartieri moderni come Gangnam, dove la via principale è ormai identica a qualsiasi viale dello shopping mondiale: stessi brand, stessi fast food, stesse atmosfere. Nelle altre parti della città però è ancora possibile trovare un po’ di autenticità e quando capita sei in un altro universo.
E’ il paradosso dei nostri tempi: il mondo è sempre più accessibile, piccolo e facile da girare, ma sta perdendo via via le sue peculiarità sfumando i confini culturali e producendo un’unica, gigantesca multicultura. E’ una cosa che fa riflettere, quando ci sbatti contro fuori dalla quotidianità. Senti parlare di invasione araba perchè nel tuo quartiere magari ha aperto un kebabbaro, ma a conti fatti è molto più devastante fare undicimila chilometri ed avere comunque a che fare con H&M e Burger King.
Sto cercando di insegnare ai miei figli l’importanza di viaggiare, ma ho paura che quando avranno l’occasione di farlo darà loro molto meno di quel che ha dato a me, che è comunque altrettanto meno di quel che avrebbe potuto dare negli anni in cui alla gente come me viaggiare non era possibile.
Ciò non toglie che se davvero ci interessa superare il sovranismo, la cosa migliore sia far muovere il culo fuori di casa alle persone, magari imparando a confrontarsi con la realtà in cui ci si immerge invece di viverla come un selfie safari.

Viaggiare per lavoro vuol dire viaggiare da soli. Magari con te ci sono dei colleghi, ma non sono mai persone con cui ti interessa stare più di quanto a loro interessi stare con te, quindi c’è questo tacito accordo per cui magari si fa anche una serata assieme, team building e menate affini, ma ad una certa a tutti sta bene salutare e farsi una dose di cazzi propri. È un bel compromesso che quando viaggi con gli amici, ad esempio, è più difficile trovare.
A me viaggiare da solo piace perché toglie i filtri. Ci sei tu e il posto in cui sei, quindi o ti chiudi in albergo o in qualche modo prendi contatto con la realtà che ti circonda, ci interagisci, la vivi. Senza distrazioni.
Magari ti metti un disco in cuffia e cammini per le vie di un posto che non conosci. La sensazione è di stare dentro a un film che non hai mai visto, ma che per una volta ha una colonna sonora che è proprio come l’avessi scritto tu.
Seul io l’ho vissuta così. All’inizio ho faticato a vederci del buono, ma poi ho preso le misure e mi ci sono immerso abbastanza da trovarle un senso. Non ricorderò il kimchi come una delle esperienze culinarie della vita, non ripenseró con nostalgia ai negozietti di Insa-dong, ma di sicuro oggi ho più voglia di Asia di quando sono partito.
L’impressione infatti è che Seul sia una Tokio che non ce l’ha fatta, ma anche una Pechino post comunista. Una versione per principianti dell’Asia vera, hardcore, e io ora mi sento pronto a fare un level up.

A Seul ho fatto delle foto col cellulare, perchè ormai la macchina fotografica non la porto più. Brutte per brutte, almeno sono comodo nel muovermi.
Una sera ho mangiato in un localino in cui in sala passava della musica. La playlist alternava cover k-pop di pezzi ultra noti tipo Myley Cyrus a canzoncine indie/alternative a me per gran parte sconosciute.
Una di queste è quella qui sotto ed è diventata immediatamente la colonna sonora della mia esperienza coreana.

L’ultima a Milano

Qualche anno fa mi è finito in mano un EP di cinque pezzi. Non mi ricordo da dove fosse uscito, probabilmente twitter o qualche altro social. Non ricordo di certo chi lo avesse condiviso.
Lo avevo ascoltato e me ne ero innamorato.
Avevo fatto un paio di ricerche su google ed era venuto fuori che l’avessero scritto quattro ragazzi di Modena che avevano la metà dei miei anni. Ricordo che avevo scritto loro per complimentarmi, come il mio parere fosse rilevante. 
Qualche mese dopo erano venuti a suonare dalle mie parti di spalla ai Gazebo Penguins ed ero andato a conoscerli di persona. Poi scambi sui social, qualche altra data, il primo disco “lungo”, fino a quella volta in cui avevo deciso di bigiare i Get Up Kids al Magnolia per poi scoprire che avrebbero aperto loro e cambiare idea.
Era già il 2015, Giorgio era appena nato.
Mi ricordo che mi avevano regalato una maglietta taglia bambino per lui con il faccione di Jason e la scritta CABRERA. Forse gli andrà finalmente bene quest’estate. Avevamo fatto quattro chiacchiere prima del concerto, chi fossero i Get Up Kids loro lo avevano scoperto una volta saputo di doverci suonare assieme. Aveva piovuto in modo insensato.

Ieri all’Ohibò* hanno suonato a Milano per l’ultima volta e anche se negli ultimi due anni praticamente non ci si era più visti, mi è sembrato doveroso presenziare. E’ stato bello esserci la prima volta, è stato bello esserci l’ultima.
Prima del concerto ho fatto due chiacchiere con Nic e Gala, ormai gli unici due membri che conosco. Da quel che ho capito sarebbe potuta finire meglio, ma credo sia una cosa sempre vera. Per entrambi la musica resterà parte importante della vita, anche se in modi diversi, quindi faccio ad entrambi il mio in bocca al lupo gigante, che estendo anche a Jason e Marci per tutto quel che con la musica invece non c’entra.
Dopo anni, ieri han suonato di nuovo Nessun Rimorso e forse è l’unica cosa importante, quando si chiude un capitolo.

Prima dei Cabrera hanno suonato i Quercia, straight from Sardegna.
Scoperti unicamente perchè avrebbero aperto ieri, da una ventina di giorni sto mandando a ciclo continuo i loro due dischi senza riuscire a decidermi su quale sia il più bello. In qualche modo è significativo che nel momento in cui un gruppo fa la sua ultima apparizione ce ne sia un altro che per la prima volta viene a suonare dalle nostre parti. La musica va avanti, in sostanza.
Il problema, al massimo, è che dei presenti ieri non so quanti non fossero amici e parenti delle due band e se da un lato questa cosa ha creato un’atmosfera fighissima durante il concerto, dall’altro racconta una scena che, semplicemente, non esiste. Magari però è solo un’impressione mia.
Se c’era un po’ di emozione per la prima data a Milano, i Quercia l’hanno nascosta bene (che poi, boh, dovrebbe esserci? Probabilmente no.). Hanno fatto un signor set, carico e drittissimo, lasciandomi con una gran voglia di rivederli presto.
Hanno chiuso con una versione “elettrica” di Mida che racconta perfettamente entrambi i dischi, ma qui metto il video dell’originale perchè anche così è bella da non crederci.


* come l’anno scorso, anche quest’anno l’Arci Ohibò mi ha chiesto 13 euro per la tessera ARCI e ulteriori 5 euro di ingresso, per un totale di 18 euro. Non mi piace ripetermi, avevo già detto cosa penso della cosa qui.