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Una roba (vecchia) sui Fugazi

Nella mia vita ho scritto una manciata di robe finite su siti/webzine altrui. Questa qui sotto mi è venuta in mente l’altro giorno e ho realizzato non fosse più online da nessuna parte. Siccome è un pezzo in cui mi rivedo molto, ho pensato potesse stare bene nel mio blog.
Usciva nel 2021 su spento, prima che spento diventasse una newsletter.

Io odio i Fugazi.
Chiariamo: questo non è uno di quegli incipit furbi che puntano ad incuriosire il lettore, ma che poi vengono smentiti con l’andare del pezzo in maniera più o meno paracula. “Odio i Fugazi [miliardi di battute che tergiversano] perché sono la più grande band di sempre”.
No. Io li detesto sul serio e preferisco dirlo chiaro all’inizio, così vi fate un’idea di con chi avete a che fare.

Partiamo dal principio. Se un po’ per tutti la vita è fatta di stagioni, non è per niente unanime cosa le definisca. Per tantissimi anni, nel mio caso, le ha definite la musica.
La prima stagione è quella della scoperta, quando sei piccolo e ti trovi a condividere lo spazio in casa, ma soprattutto in auto, con dischi con cui nelle stagioni successive non vorrai più entrare in contatto. E’ il primo stadio, quello alla fine del quale sei chiamato a tagliare il cordone ombelicale. Non ho problemi con chi a quarant’anni vive coi genitori, ma ne ho parecchi con chi a venti ascolta i dischi del padre.
La seconda stagione è quella della socialità, quando realizzi che la musica esiste nella vita dei tuoi coetanei, che la puoi ascoltare con loro e ne puoi parlare con loro. E’ quel frangente in cui nei pomeriggi coi compagni di scuola fai essenzialmente le stesse cose che facevi prima, ma con la musica in sottofondo ed è da quel particolare che pensi di non essere più un bambino. Sono anni bui quelli, un circolo vizioso in cui la musica crea il gruppo che a sua volta impone gli ascolti e li compatta. All’inizio sei contento di esserci dentro, ma presto o tardi i tuoi orizzonti si aprono e tutto diventa troppo stretto. C’è questa percezione di te che ti si disegna in testa e che di colpo non sei più disposto a transigere dal rendere concreta.
E’ la terza stagione, quella dell’autodeterminazione, ed è un calvario senza senso da cui credo di essere uscito in piedi soprattutto grazie alla musica. Il punk rock è ciò che mi ha permesso di smettere di sentirmi inadeguato e realizzare che, anzi, il non essere per forza di cose in linea con quel che mi viveva intorno non fosse necessariamente un problema mio. Letta così fa ridere, se non hai mai avuto quindici anni. La cosa bella della terza stagione è che ad un certo punto finisce e non solo tu stai quasi certamente meglio di quando ci sei entrato, ma puoi anche permetterti di abbassare la guardia e ridiscutere le ferree convinzioni che ti ci hanno portato fuori, perché ormai hai le spalle larghe.
La quarta stagione quindi è quella della maturità, il momento in cui la musica costituisce finalmente un grande universo da scoprire per il proprio piacere personale, liberi da vincoli sociali o limitazioni autoimposte e scevri di tutta quella voglia di dimostrarsi migliori o peggiori degli altri sulla base dei propri gusti musicali. È il traguardo e chi ci arriva, purtroppo non tutti, lo fa con un corredo più o meno esteso di cicatrici. Alcune sono ormai semi-invisibili, altre orribili e impossibili da celare, ma le peggiori sono quelle rimarginate male, quelle che al primo movimento sbagliato si riaprono e tornano a sanguinare.
I Fugazi sono la piaga purulenta della mia maturità musicale, il gruppo per cui non sono mai riuscito a venire a patti col fatto che non mi piacesse.

Perché è vero che l’ho menata per quasi mille battute con l’autodeterminazione, la crescita individuale e via dicendo, ma è anche vero che “no man is an island” e mi pare quasi superfluo dover precisare che per capire cosa vuoi diventare sia necessario guardare ad altri che sono sul tuo stesso sentiero, possibilmente più avanti. Se c’è una verità assoluta, sul mio sentiero, è che i Fugazi siano una band imprescindibile.
Hanno tutti i requisiti per esserlo, d’altronde. Volendo lasciare per un attimo da parte la musica, sono composti da ex membri di band seminali e di culto per l’intera scena, ma soprattutto si sono arroccati su una linea DIY di un’intransigenza rara, che ha fatto di loro un modello di etica musicale ben oltre la ristretta nicchia di genere in cui si collocano. Numi tutelari, in pratica, non fosse che i loro dischi non mi siano mai andati giù.
Non li ho digeriti al primo ascolto, quando il mio vero animale guida era un tipo con la fissa per gli alieni che non faceva altro che parlare di Fugazi (forse per smarcarsi dal fatto di essere universalmente identificato come lo scemo del villaggio), e ho continuato a farmeli andare di traverso anche dopo, negli anni in cui qualsiasi recensione leggessi o dibattito online seguissi su questo o quel forum, finiva sempre e comunque a tirarli in ballo. Scoprire di non apprezzare i Fugazi mi aveva riportato nella condizione di sentirmi inadeguato. Di nuovo. Non proprio come ripartire da capo, ma certamente rimettendo un po’ tutto in discussione. Un discorso che va ben oltre la musica.
Mi piacerebbe essere una persona sicura di sé e forse oggi in certi frangenti riesco anche a sentirmici, ma i Fugazi sono una spintarella involontaria al tavolo su cui si erge il mio castello di carte ed è per questo che li odio, perché stanno lì a ricordarmi uno dei miei difetti più grandi.
Negli anni ho speso ore ascoltandomi i loro dischi, ancora e ancora, ciclicamente. Ho probabilmente ascoltato più volte loro di gruppi di cui ho i dischi sullo scaffale, non esagero, sempre con l’obbiettivo di capire cosa ci fosse di sbagliato, quale fosse la chiave per risolvere questa incongruenza. Ogni volta che mi imbatto nell’argomento, finisco a risentirmi una roba loro con l’idea che magari qualcosa sia cambiato e che, finalmente, possa ricevere la tanto agognata illuminazione. Non succede mai, ne esco sempre ed inesorabilmente sconfitto. Anni fa fingevo addirittura mi piacessero. Non in maniera spudorata, mai stato capace, ma semplicemente dandoli per assodati come fa chiunque.
La fortuna di avere un problema con un gruppo letteralmente indiscutibile è che non ne devi discutere mai, sarei potuto andarci avanti per sempre.
Spero non abbiate idea di quanto faccia sentire stupidi ed ipocriti millantare appartenenza ad un contesto di cui si fa parte essenzialmente per non dover millantare appartenenza altrove. Così dal mentire sono passato a glissare, fino ad arrivare al coming out, ma sempre convinto di essere io l’ingranaggio guasto nella macchina.
Ancora oggi è una reazione istintiva, che non mi capita con nessun altro gruppo o disco.

In questi giorni compie 20 anni The Argument (NdM: saranno 25 a ottobre 2026), il loro ultimo disco in studio. Ho appena finito di ascoltarmelo tutto.
Ad un certo punto, sul primo ritornello di Full Disclosure, ho pensato: “Eccoci! È la volta buona”.
Non lo era.
Non lo è mai.


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Proviamo a pubblicare: ep. 3

E’ passato un altro mese e la versione corta è che non è successo nulla.
La versione lunga invece qualche cosina da raccontare ce l’avrebbe, quindi proviamoci. Il mio romanzo inedito continua a restare tale nelle caselle di posta di una trentina di editori. Non ne ho contattati altri un po’ perchè non ne conosco, un po’ perchè forse non è così utile continuare a cercare prima di avere un riscontro di qualche tipo.
Una cosa buffa mi è successa con Argentodorato, che un paio di settimane fa mi ha risposto con una mail molto chiara e diretta in cui dicevano, sintetizzando, “se decideremo di investire su di te e prenderci il rischio di pubblicarti, ci aspettiamo che tu sia disposto ad impegnarti ed aiutarci a promuovere il libro.”. Che è una richiesta direi più che legittima, anzi, mi sembra il minimo. Certo, messa giù come linea generale è un po’ vaga, quindi ho risposto che sì, sono sicuramente disposto a sbattermi, ma cosa comporta questo sbattimento? Devo presenziare a fiere ed eventi? Si può fare. Devo prendermi sei mesi di aspettativa al lavoro per dedicarmi solo a quello? Difficile, visto che io non sono uno scrittore professionista.
Chiarimenti che sono andati perduti come lacrime nella pioggia, visto che non mi hanno mai risposto.
Da un lato forse il fatto di aver detto che ho già un lavoro e che non sono uno scrittore full time può averli portati a pensare che non abbia tempo e voglia sufficienti per star dietro al progetto. Forse preferiscono dare priorità a chi ci sta puntando per la vita, piuttosto che dare spazio ad un dopolavorista qualsiasi. Penso che sarebbe una linea tutto sommato comprensibile. Temo, però, che non lo saprò mai.
Una cosa buffa correlata a questo è che Ale Bu conosce una ragazza che ha pubblicato con loro e mi ha girato il contatto IG così che potessi chiederle qualche info, una dritta. Purtroppo mi ha ghostato anche lei. Dev’essere una linea editoriale.
(Ovviamente scherzo, è del tutto normale venire ignorati e sto vivendo la cosa in modo molto zen. Anche oltre il livello di rilassatezza cui pensavo di poter ambire.)

Come avevo detto negli episodi precedenti, mi sono anche iscritto al concorso Io Scrittore.
La prima fase è in corso e consta nella preselezione delle opere finaliste sulla base di un incipit. Da quanto ho letto, il bacino di candidati dovrebbe essere intorno ai 4000 partecipanti, di cui ne passano alla fase successiva solo 400. Il criterio di selezione è interessante, perchè ogni partecipante ha il compito (pena l’esclusione dalla gara) di leggere e valutare dodici opere altrui. La valutazione è composta da 4 voti numerici per trama, personaggi, originalità e forma, più un giudizio scritto che deve stare tra le 200 e le 2000 battute.
Per quanto avessi tempo fino ad inizio giugno per completare l’assegnazione, ho già ultimato la lettura e la valutazione di tutte le opere che mi hanno assegnato. Devo dire che il livello, almeno per il mio campione, era piuttosto eterogeneo tra testi che ho trovato illeggibili e testi che non hanno nulla da invidiare al mio. Nessuno dei dodici mi ha dato l’impressione di essere fuori scala in positivo, nessun’opera di spicco diciamo, ma nel loro piccolo alcune avevano punti di forza interessanti e non mi stupirei se una o due potessero andare avanti.
La cosa che mi ha fatto un po’ cadere le palle è che, su dodici candidati, tutti fossero noir/gialli. Non solo. Le protagoniste? Quasi tutte donne che devono mostrarsi forti e lottare con le proprie fragilità, in fuga/riscossa da un passato doloroso e non ancora pronte ad abbracciare l’incontro con il love interest che gli piomba addosso nelle prime pagine del libro. Spesso un poliziotto bello e tenebroso.
Come non hanno mancato di dirmi alcuni amici, io non ho propriamente scritto Guerra e Pace, quindi lungi da me fare il critico di stocazzo. Però la statistica, per quanto piccolo fosse il campione, mi ha onestamente sorpreso in negativo. Detto questo, come accennavo, in un paio di casi questa premessa trita non mi ha per niente impedito di finire l’incipit con la curiosità di come potesse proseguire la storia. E, alla fine, credo quella sia sempre la roba che conta.
La cosa positiva è che, alla fine di questa prima fase, riceverò i commenti di chi ha letto il mio incipit e temo quello sarà il primo, vero, scontro con la realtà.
Mi fa molta paura, ma non vedo l’ora.


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E se l’AI fosse Tyler Durden?

Io sono un po’ fissato con Fight Club.
E’ sempre stato uno dei miei film preferiti, ma nell’ultimo periodo è diventato anche uno dei miei punti di ancoraggio alla realtà. E’ un discorso noiso che credo di aver già fatto mille volte, ha a che fare col mio profondo disagio verso il mondo che mi circonda e, soprattutto, verso la posizione che mi ci sono ritagliato dentro. Lascerei perdere. Resta il fatto che Fight Club per me è un’opera fondamentale, più nella versione cinematografica che in quella letteraria, ma sono sfumature.
Ebbene, di cosa parla Fight Club?

Mi fa male pensare possa esserci ancora qualcuno che necessiti questa tutela, ma seguono SPOILER.

Fight Club parla del fatto che non siamo in grado di distruggere ciò che c’è di orribile nella società pur essendo consapevoli di quanto sarebbe giusto farlo. Ci mostra come siamo bravi a seppellire quella consapevolezza sotto una montagna di distrazioni e conformismi, che ci permettano di non vivere costantemente col disagio che invece dovremmo provare dal fatto di non stare facendo niente per cambiare le cose. Tyler Durden è lo strumento che ci permette di superare questo blocco, simultaneamente espressione della nostra volontà e nemico da incolpare per averla posta in essere. Siamo noi, ma fingiamo sia qualcun altro per sentirci meglio.
Ora vediamo se riesco ad arrivare dove vorrei.
La “riflessione”, tra opportune virgolette, prende spunto da questo articolo del Guardian in cui vengono presentati dei dati in merito all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo. Il messaggio centrale del pezzo riporta come ci sia un valore percepito molto alto del lavoro prodotto con AI tra le figure apicali e manageriali delle aziende, mentre per le persone più operative l’effetto sia opposto. Si parla di workslop, ovvero di come il materiale generato con AI appaia rifinito superficialmente, ma sia in realtà così impreciso o difettoso da richiedere pesanti correzioni da parte dei lavoratori, vanificando il risparmio di tempo.
Fun fact: ho chiesto a Claude cosa ne pensi dell’articolo e mi ha risposto così:

L’articolo è utile come pezzo di opinion journalism ben costruito, ma non come fonte di dati primari affidabili. La tesi centrale — che l’adozione forzata e non guidata dell’AI riduce la produttività reale — è plausibile e supportata da letteratura emergente, ma la narrazione è chiaramente orientata in senso critico, senza dare voce adeguata alle evidenze contrarie.

S’è offeso, mi sa.
La mia impressione è abbastanza vicina a quella riportata nell’articolo, quindi potrei essere vittima di bias da conferma, ma pur non avendo in mano dati sufficienti per generalizzare ed estendere il discorso come fa il Guardian, posso certamente dire che nella mia realtà quotidiana il workslop è un problema concreto e galoppante. La spinta arriva tutta da oltre oceano, dove è evidente l’atto di fede verso le magie della tecnologia sia stato compiuto in maniera decisamente meno ponderata e critica di quanto avvenga nel vecchio continente. Sarebbe facile estendere e stereotipare questa situazione al concetto di AMERICANI, ma lasciamo stare e andiamo avanti. Il punto centrale è che oggi l’unico freno al workslop è l’atteggiamento reazionario (vogliamo dire da boomer?) di chi dell’AI non si fida mai, a prescindere. Come il famigerato giapponese rimasto in trincea per anni dopo la seconda guerra mondiale, però, questa caparbietà è destinata a soccombere sotto la pressione costante che spinge per un utilizzo sempre più massivo e costante dello strumento.
Banalizzando, ma neanche tanto, credo si arriverà presto al punto del “ma sai che c’è? Chissenefrega.”, momento in cui salteranno gli argini e non ci sarà più alcun freno alla deriva di cui stiamo parlando. Quando succederà, le possibilità che vedo sono essenzialmente due.
1) Non ci sarà alcun impatto concreto sui risultati delle aziende. Cosa che, secondo me, dimostrerà come già oggi larghissima parte dei lavori che facciamo non siano davvero utili/necessari. Facciamo unicamente parte di una costruzione sociale che dipende dal fatto che le persone guadagnino uno stipendio facendo cose, anche se il senso di fare quelle cose si è perso da tempo nei meandri delle metriche e del loro utilizzo creativo. KPI pensate per mostrare il successo più che per misurarlo. Senza dilungarmi, non sarebbe neanche lo scenario peggiore: ognuno di noi farà il proprio lavoro sempre peggio, nessuno se ne accorgerà e vivremo tutti felici e contenti.
2) Il sistema implode. Abbassare la qualità del lavoro avrà un impatto sui risultati e le aziende che se ne accorgeranno troppo tardi finiranno gambe all’aria. E come si fa a non veder arrivare il disastro? Non lo so, ma immagino che fare riunioni che nessuno ascolta perchè “tanto poi c’è la minuta fatta da Copilot”, circolare quella minuta senza controllo, avere figure apicali che invece di leggerla se la fanno riassumere da un’altra AI e via dicendo, in un telefono senza fili tra bot che come unico obbiettivo hanno il compiacerci, ecco credo possa essere una strada neanche tanto implausibile.

E qui è dove arriviamo al punto nodale di questo mio delirio.
Forse l’AI è il nostro Tyler Durden. Forse è lo strumento che ci porterà a far crollare tutto, al progetto Mayhem. Ciò a cui potremo dare la colpa fino al punto in cui ci toccherà prendere coscienza del fatto non era altro che un’emanazione del nostro subconscio, nella nostra volontà.
La prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club.
La seconda regola del Fight Club è non parlare MAI del Fight Club.

La terza regola è che non devi ricontrollare il lavoro che hai fatto fare all’AI.


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Proviamo a pubblicare: ep. 2

Eccomi qui con qualche aggiornamento sulla mia Road to Bookshelf, so che non vedevate l’ora.
Scusa, ma con chi parli?
Shh. Dicevamo.
Prima di parlare dei miei tentativi di irruzione nel mondo dell’editoria, mi preme registrare la seconda anima pia dopo il Po’ che si è effettivamente letta il libro in anteprima: Manowar, aka Davide, che oggi oltretutto compie gli anni. Mi ha detto che gli è piaciuto, mi ha fatto piacere.

Andando al tema centrale di questa rubrichetta, gli ultimi sviluppi vedono il mio romanzo wannabe nelle caselle di posta di TRENTACINQUE case editrici. Una metà buona le ho incontrate passando al Book Pride 2026 di Milano, presentandomi agli stand e chiedendo se potessero essere interessati ad una roba come quella che ho scritto io. E’ stata un’esperienza strana. In generale positiva, ma strana.
Mi ha fatto ritornare a quando cercavo lavoro, riportando a galla tutto il disprezzo provato per un certo modo di fare recruiting con cui, fortunatamente, non avevo più a che fare da tanto.
– Sono un autore emergente, volevo chiedere informazioni sulla vostra casa editrice e sulla possibilità che accettiate di valutare opere prime etc. etc.
– Conosci la nostra casa editrice?

– Onestamente no, sono qui proprio per fare un giro, approfondire, prendere contat…
– Se non ci conosci non dovresti venire da noi. Se davvero ti interessa pubblicare con noi, dovresti prima studiare il nostro catalogo, comprendere la nostra linea, bla bla bla.
Esattamente come le aziende convinte che il candidato applichi per un lavoro perchè davvero crede in quell’azienda e non perchè gli serve uno stipendio e sta provando a mandare il CV a qualsiasi entità iscritta in camera di commercio. Boh, anche meno. Davvero.
Fortunatamente si è trattato di una piccolissima minoranza di situazioni eccezionali, la prassi erano persone normali e disponibilissime che mi hanno risposto “prova” oppure “no, da noi non c’è spazio per quella roba lì”, ma sempre concludendo con un apprezzatissimo “in bocca al lupo”.

Dicevamo, trentacinque invii, ma qualcuno ha anche risposto in questo primo mese?
Sì.
La prima è stata Adelphi (ahahahaha) che mi ha risposto con un cordialissimo “Grazie, ma no”. Ho apprezzato molto mi abbiano comunque dato un riscontro, la trovo una scelta professionale, ma non mi sono nemmeno preso più di tanto male. Erano passati circa quindici giorni dal mio invio, quindi mi sono convinto abbiano cassato sulla base del tipo di opera o della sinossi, certamente non per averla letta tutta e trovata terribile. Forse. Spero.
Il secondo e, al momento, ultimo no l’ho ricevuto da Ianieri, sulla base del fatto che in questo momento non sono aperti a ricevere opere da valutare. Era scritto anche sul sito, ma ho mandato lo stesso perchè allo stand mi avevano detto di fare così. Dubito fossero in malafede, forse la persona non sapeva che c’è un sistema di risposte automatiche che cestina a prescindere. Amen.

Poi ci sono state le risposte positive, ma che al momento non mi interessano. Come dicevo la volta scorsa, non sono intenzionato a pagare per pubblicare perchè mi sembra un modo che mi priverebbe dell’unico riscontro che vorrei avere, ovvero se il libro può risultare interessante ad un editore. Nessuna delle case editrici a cui l’ho mandato si presenta ufficialmente come “editore a pagamento”, ma a conti fatti poi le formule proposte sono un po’ in quella direzione.
Una mi ha chiesto un contributo per la valutazione dell’opera. “Se vuoi che impieghiamo del tempo per valutare il tuo libro, quel tempo lo devi pagare.” In tutta onestà non mi sembra una posizione di per sè sbagliata, ma apre ad implicazioni che non mi fanno impazzire. Apprezzo però l’essere chiari dal principio.
Un secondo editore mi ha proposto una formula essenzialmente crowdfunding: firmo e ho 150 giorni per trovare 150 pre-ordini del libro. A quel punto, se riesco, mi pubblicano. Non fa per me. Già ho vissuto malissimo il fatto che gli amici a cui ho chiesto di leggerlo in molti casi non l’abbiano fatto, figuriamoci se l’uscita del mio libro dovesse passare dalla mia capacità di pietire con parenti e conoscenti. Anche no.
Last, but not least, una casa editrice mi ha scritto dicendo che sono molto intenzionati a pubblicarmi e che il mio libro gli è piaciuto molto. Certo, vogliono un contributo di 600 euro per farlo, ma poi pensano a tutto loro. La cosa che mi è piaciuta di più sono i commenti dell’editore all’opera, che ho trovato davvero molto simili a quelli che mi aveva restituito ChatGPT quando glieli avevo chiesti.
Insomma, al momento non sta andando benissimo, ma mi consolo con l’idea sia ancora molto presto.

Alla lista dei GRAZIE aggiungo anche Lucia, compaesana e scrittrice per ragazzi, che mi ha dato un paio di dritte su come approcciare la questione.

Per il momento direi che non c’è altro da dire, ci risentiamo a Maggio (nel caso).


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Fedez che fa Joe Rogan (spiegato male)

Aver chiuso il libro mi dà modo di tornare a impiegare la mia vena autorale per scrivere siluri qui sopra. Post che nella mia testa dovrebbero portarmi a discutere con le persone, ma che nella pratica portano al massimo qualcuno dei miei conoscenti digitali a levarmi il follow da instagram e fare finta di niente quando poi gli faccio gli auguri di compleanno o per la nascita dei figli.
Un bell’incipit, per settare da subito il tono rancoroso del post che segue e che parlerà di Fedez.
Notizia di ieri, il tipo ha deciso di ospitare al proprio podcast niente meno che la premier (linko il post, giusto per chiarire anche la gag del titolo).  Come facile immaginare, all’uscita della promo si è immediatamente sollevato il coro di quelli che, da sinistra, si scagliano contro Fedez accusandolo di essere fascista.

*Inciso*
Il termine fascista negli ultimi venticinque anni è passato dall’essere etichetta per quei minorati che si trovano a Salò a fare stretching al braccio ad essere l’appellativo con cui si chiamano tutti coloro che non sono sufficientemente di sinistra. Non si sa bene in base a quale scala di valori, ma tralasciamo. Il punto interessante è che, volendo fare un parallelismo, da novembre 2023 antisemita è diventata etichetta per chiunque non supporti il genocidio che Israele sta perpetrando a Gaza. Io non lo so come possa sentirsi Fedez ad essere definito fascista, ma so come mi sento io quando mi danno dell’antisemita. Non me ne frega un cazzo. Sia perchè so di non esserlo, sia perchè il pulpito da cui arriva l’accusa è evidentemente composto da gente in malafede.

Io non credo Fedez sia fascista, tantomeno che lo sia diventato nell’ultimo anno o due.
Più importante, credo che appiattire la riflessione a questo possa essere controproducente. Di seguito quindi provo a fare qualche riflessione, magari sbagliata e basata su principi di psicologia spicciola che non è detto siano verificati/verificabili, ma che a sensazione raccontano il fenomeno un filo meglio e che potrebbero evitarci epifanie ridicole quando il mostro che abbiamo contribuito a generare salta poi fuori a spaventare vecchi e bambini.
Io non so quanto genuine fossero le posizioni di Fedez quindici anni fa. C’è stato un frangente, quello Ferragnez per capirci, in cui certamente una buona dose delle sue prese di posizione pubbliche erano su temi monetizzabili, ma lasciamo quel frangente da parte (se vi interessa c’è un bello studio che lo approfondisce, ve lo linko ). All’inizio della sua carriera, però, Fedez era quello vicino al M5S, quello che litigava con Gasparri e Giovanardi. Posa? Boh, processi alle intenzioni possiamo farne tantissimi, ma ai tempi non credo avesse chissà cosa da guadagnarci se non la sua costante necessità di prendere una posizione, condivisibile o meno che fosse. Poi sono successe cose.
Una di queste, ad esempio, è che Selvaggia Lucarelli si è legata al dito una questione personale e ha iniziato a fargli la guerra. Nel conflitto è finito in mezzo anche Travaglio, che si è poi portato appresso il Fatto Quotidiano e, di conseguenza, i 5S. Possiamo raccontarci ci siano ragioni politiche dietro a quella frattura, ma non è così. Le questioni politiche sono state trovate per giustificare il tutto ex post. Ed è perfettamente umano sia così, nel senso più letterale e acritico del termine.
Così come è umano il processo che ha “avvicinato” Fedez alla destra, almeno secondo me.
Il percorso mi sembra analogo a quello di tanti ben più rilevanti di lui, da Musk a Rogan per fare nomi davvero grossi. Gente che partiva da posizioni progressiste e in contrapposizione alla destra, ma che non aveva uno score di purezza necessario a farsi accettare dalla sinistra. Non sto sindacando sulle ragioni di questa mancata accettazione, che sono diverse per ciascuno e in alcuni casi assolutamente valide, mi interessa il meccanismo. Vedendosi chiudere la porta in faccia, hanno semplicemente smesso di bussare. Traendone profitto, ovviamente, ma su quello torno dopo. Andiamo nello specifico di Fedez. Si parte da uno storico di conflitti con la destra, anche legali, e la sinistra invece che supporto porta critiche, accuse di “fake ethic” e una certa quantità (anche sproporzionata, imho) di attenzione mediatica spinta largamente dalla necessità di trovare macchie sul vestito volte a dire “ecco, vedi, non sei DAVVERO dei nostri”. Solo che nel dettaglio della politica e della sinistra italiane è tutto, imho, piuttosto discutibile.
Perchè i temi su cui Fedez si è largamente speso sono temi centrali dell’agenda della sinistra (inclusività, droghe, salute mentale), mentre le ragioni per cui se ne sono prese le distanze sono essenzialmente finanziarie. E fa ridere perchè la nostra sinistra non ha nessun piano in agenda che riguardi gli aspetti di disuguaglianza economica (zero [NADA]). La dico dritta: per me non ha molto senso tirare i confini della sinistra sulla base del reddito, ma ci posso ampiamente stare se a farlo è gente che come primo punto dell’agenda ha una cazzo di patrimoniale. Penso siamo tutti d’accordo non sia questo il caso.
Ad ogni modo, la questione è che questi personaggi che si proclamavano di sinistra e si sono sentiti rifiutati hanno trovato apertura dall’altra parte e l’hanno sfruttata.

Eh, allora vedi che non erano davvero di sinistra? 
Grazie per la domanda. No, non lo vedo. Provo a spiegare. Quello che dimostra una scelta come quella, imho, è che questa gente al massimo non antepone l’ideologia a tutto. Non dico solo al profitto, che comunque è un fattore, ma anche ad aspetti più psicologici di accettazione e riconoscimento sociale. O al risentimento, se preferite, alla ritorsione. C’è chi quando litiga col partner si separa e chi tradisce, magari con qualcun* che il partner detesta. Non sono giustificazioni, sono (possibili) spiegazioni che vadano oltre le semplificazioni a cazzo di cui all’inizio.
Poi c’è la questione profitto, che è l’elefante nella stanza.
E’ evidente che queste svolte pro-establishment portino con loro un ritorno economico/politico/di potere. Ci sono però due aspetti che secondo me non andrebbero dimenticati.
1) quel tipo di ritorno era lì dal principio. La destra governa l’Italia da sempre, non mi pare proprio ci sia stato un cambio di rotta che potesse giustificare cambi di bandiera. Farlo per i soldi era possibile dal giorno uno.
2) la destra in questo è decisamente più prona a giustificare i mezzi per il fine. E’ un difetto? Non lo so. A livello teorico/ideologico ovviamente per me sì. E’ un principio che, scritto così, non mi rappresenta. MA. Il livello teorico/ideologico non conta un cazzo mai, quel che serve è valutare di volta in volta il fine e gli annessi mezzi.

Questo post lunghissimo non vuole essere l’apologia di Fedez, di cui mi frega zero.
Vuole essere una riflessione (ennesima) su come la chiusura, le barricate e tutto il resto siano una strategia poco lungimirante quando si parla di raccogliere consensi su quasi 70 milioni di individui. Però ti deve interessare il consenso. Ti deve interessare governare, avere una maggioranza. Passiamo le giornate a discutere di come la politica raccoglie i voti e mai di cosa ci faccia dopo averli presi. Io resto convinto il secondo aspetto sia largamente più rilevante del primo.
Però non credo, sinceramente, che queste cose interessino davvero a sinistra. L’importante è solo il ritorno di endorfine che si dipanano nelle vene quando si urla “VEDI? TE L’AVEVO DETTO!”.
C’è piena la Storia e la fiction di villain creati dal rifiuto.
Forse, se qualcuno avesse dato una chances ai dipinti di Hitler…


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Ops… I’ve Spento, again.

L’altro giorno Marco Vez ha mandato una newsletter in cui metteva in fila i pezzi di Dude Ranch.
Non era manco una classifica inaccettabile in toto, ma ho comunque sentito il dovere di fare il matto e mandargli quella giusta.
I know, I’m pathetic.

Grazie mille a Spento per l’ospitalità e la condiscendenza. Iscrivetevi alla newsletter, che quando ci scrivono loro é un piacere da leggere.

Dude Ranch ma è il controranking di Manq by Marco Vezzaro

La musica unisce. Le classifiche no.

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Parliamo di Charlie Kirk

Oggi è l’11 settembre 2025 e grossomodo tutti sanno chi è Charlie Kirk.
Il 9 settembre 2025 molti di quelli che lo stanno martirizzando non avevano letteralmente idea di chi fosse, ma di questa cosa non ha molto senso parlare. Non è il primo morto strumentalizzato e non sarà l’ultimo.
Per chi, non so bene come, ancora ignorasse chi sia stato Charlie Kirk faccio un recap veloce: un tizio che si è costruito una fama sui social spingendo l’ultraconservatorismo americano (una roba che in confronto la chiesa cattolica è un raduno di hippie) e che ieri è stato ammazzato male durante un comizio.
Io sapevo bene chi fosse anche prima venisse suo malgrado alla ribalta per i fatti di cronaca odierni.
C’è stato un periodo, non molto lontano in verità, in cui sono entrato nel circolo vizioso dei suoi contenuti online, ne ho consumati a decine. Ero in una situazione che potrei descrivere come il mix tra l’innata curiosità morbosa verso tutto ciò che mi è incompressibile e mio nonno che urlava alla televisione quando vedeva Berlusconi.
Forse è necessario che vi spieghi come erano strutturati i suoi contenuti. In pratica il tipo prendeva un tema sensibile, lo affrontava con una posizione ultra radicale difficile da digerire anche per quella che comunemente definiremmo “destra” e fingeva di volerlo dibattere montando le sue argomentazioni in antitesi a quelle di poveri ragazzi e ragazze che, ingenui  e spinti dalla necessità di contrastare un’ideologia così del cazzo, si prestavano inconsciamente al gioco senza avere una anche minima capacità argomentativa. Il risultato era lui che, per usare un termine caro all’internet e tra i primi tre che citerei come indicatore del nostro declino culturale, BLASTAVA dei poveracci.
Ecco, io so benissimo che tra tutti quelli che, apertamente e pubblicamente, decidevano di dibattere con lui, la maggior parte era gente capace di tenergli testa. Voglio dire, le argomentazioni di Kirk erano così assurde che non sarebbe stato complicato controbattere. Lui sceglieva appositamente di montare nei video quei pochi che non riuscivano in questa operazione e finivano “sconfitti” sul piano del dibattito, in modo da costruirsi l’aura di sommo oratore (lo sapete che gli americani considerano il dibattere una competizione, sì?).
Sto divagando, il punto è che io, pur conscio del meccanismo alla base del suo “lavoro”, ero diventato assiduo consumatore dei suoi video e li guardavo solo per lamentarmi. “Ma cazzo, ma rispondigli XYZ dai. E’ ovvio. Digli XYZ e lo metti all’angolo. Argomenta. CAZZO SMONTALO. COME FAI AD ESSERE COSI’ IDIOTA DA NON RIUSCIRE A RIBATTEREEEE…”. Ecco, questa era diventata una sorta di mia routine. Cercavo i suoi video per vedere quali argomentazioni assurde riuscisse a formulare, mi immedesimavo nella controparte trovando sempre la chiave per far cadere il suo castello di carte e mi incazzavo con quei poveracci che venivano mostrati in difficoltà nel farlo. Preciso ulteriormente: non è che io trovassi sempre il suo punto debole perchè sono un genio, è proprio che il suo livello era indecorosamente basso.
Insomma, io sono uno che si è guardato molti dei suoi video e oggi, quando ho saputo che gli avevano sparato, un po’ ci sono rimasto di merda.
Ecco, questo vuole essere l’argomento della mia riflessione.
Da questa mattina ho letto una montagna di post, pensierini, commenti, etc. espressi da gente che conosco e in certi casi stimo, che tenevano a ribadire come non ci fosse troppo da dispiacersi. E ora proverò a dibattere queste argomentazioni.
La prima la riporto testualmente: Insomma, leggendo in giro mi sembra di capire che oggi è la Giornata Internazionale del “Charlie Kirk era un pezzo di merda, ma”.
Come a dire che troppe persone, sbagliando, stessero dicendo che per quanto fosse uno stronzo forse sparargli non era la cosa da fare. Io sono tra quelli fermamente convinti fosse uno stronzo e tra quelli fermamente convinti non fosse il caso di sparargli. Sicuramente è una questione di bolle, ognuno pesa le opinioni che vede intorno a sè sulla base delle persone che ha, in quell’intorno, quindi magari per chi lo ha scritto quella posizione (la mia) è risultata largamente condivisa. Nella mia, di bolla, non è così. Da quel che vedo io, chi ne sta parlando, ne sta parlando come di uno che se l’è cercata e io con il tema del cercarsela ho un rapporto conflittuale. Non voglio entrarci adesso, ma per me non può e non deve essere un’attenuante. Mai.
Mi piace tifare per un mondo in cui non si spara agli stronzi, as simple as that. Sono troppo naive? Sono uno di quelli che vive nel mondo di Lelly Kelly e che crede nel “marketplace of ideas” (sto linkando un pezzo di stand up meraviglioso che, di fatto, sfotte me.)? Possibile.
Il che ci porta alla seconda argomentazione che ho letto: male male sparare al tipo, ma se da domani questi avvelenatori di pozzi pezzi di merda avranno un briciolo in più di paura nel fare quel che fanno, forse è bene sia così.
Non lo è (imho). Intendiamoci, capisco BENISSIMO da dove viene quel tipo di reazione e sarei falso se non dicessi di averla provata anche io, di aver pensato anche io di esserne convinto, sul principio. Però no. La paura come deterrente non funziona mai.
MAI.
M-A-I.
La paura spinge le persone a nascondere la polvere sotto il tappeto, a celare quel che causa ritorsioni a prescindere dall’idea che hanno di quella cosa. “Non lo faccio perchè non si fa” non funziona neanche coi bambini. L’educazione è la chiave con cui si combattono certi atteggiamenti tossici, tra cui il pensare di poter e dover dire tutto ciò che si vuole. L’educazione crea le basi per razionalizzare quel che si vuole dire, farsi delle domande, ragionare sul concetto di rispetto e mettersi dei limiti. Da soli. La paura non porta a nulla di tutto questo. La paura ottiene magari un risultato migliore, sul principio, ma non otterrà mai persone che si limitano per scelta propria, sarà sempre e solo un’imposizione. E quando quell’imposizione cade, si torna al punto di partenza.
Porto due esempi, che mi hanno illuminato quando vivevo a Colonia. In Germania c’erano due limiti: no fuochi d’artificio tranne capodanno, no espressioni di fiero nazionalismo tranne durante i mondiali.
In 2 anni e mezzo mai visto succedere nulla di strano tranne:
– A capodanno, dove la città diventava Baghdad e la gente puntava le finestre coi bengala uso ridere.
– Durante i mondiali, dove tutti avevano la bandiera tedesca alla finestra, sugli specchietti e sul cofano dell’auto, addosso. Molti le facevano anche il saluto (giuro).
Lì ho maturato l’idea che un popolo che si comporta bene perchè deve, non perchè vuole, non è un orizzonte a cui tendere. Per quanto in quel posto ti possa sembrare che le cose funzionino, non è il posto in cui vorresti vivere. Parlo per esperienza personale.
Quindi, per chiudere questo paragrafo, anche se la paura generata da questo evento di cronaca, come dal gesto di Luigi Mangione, può portare anche a cose buone (semicit.), resta un metodo del cazzo che per me dovrebbe sparire ieri, a prescindere da chi lo usa.
Il che ci porta al terzo ed ultimo aspetto della vicenda, l’unico che fa un po’ sorridere.
A meno di 24 ore dall’omicidio il governo USA ha materiale video sul killer e ha già trovato prove sull’arma e sui bossoli che riconducono evidentemente ed innegabilmente al fatto che chi ha sparato fosse un estremista di sinistra (leggi: antifa, pro transgender, etc.). Lasciamo un attimo da parte il fatto che ancora non sanno chi ha sparato a Kennedy, che sembra di fare ironia, il mio punto è diverso.
Io non ho alcun problema a credere che chi l’ha fatto sia uno che condivide la mia stessa opinione su Kirk. Questa autoconvinzione che i matti/spostati/ritardati/terroristi/violenti/estremisti siano sempre gli altri è idiota. Non saprei come altro definirla. Partendo dal fatto che nel mondo ci siano N persone problematiche che possono decidere di sparare ad un altro essere umano sulla base del credo politico, pensare che nessuna di queste sia dal nostro lato dell’ideologia è come credere che la terra sia piatta. Negli stati uniti hanno la cultura del risolvere i problemi sparando, non è una cosa correlata all’essere repubblicani o democratici, è un livello sopra, più trasversale. E’ perfettamente plausibile che chi ha sparato a Kirk, come chi ha sparato a Trump, sia un estremista di sinistra con evidenti limiti cognitivi. Se usi l’attentato per costruire una retorica volta a screditare quella parte politica fai schifo, ma devo darti il beneficio del dubbio. Se immediatamente dopo un evento del genere te ne esci dicendo di avere le prove che chi ha commesso il fatto è sicuramente uno di quella parte politica che tanto tieni a contrastare, allora spingi anche uno come me, che lo riteneva plausibile dal principio, a pensare tu stia mentendo e che chi ha tirato il grilletto non sia per niente chi mi dici che sia. Da lì, il complottismo. Su questo, però, probabilmente sbaglio io.
Cmq il mio punto, non si fosse capito, è che dovremmo smetterla di ammazzarci tra noi.
Quale che sia la ragione, quali che siano le colpe (oggettive o soggettive) di chi si prende il proiettile. Citando un film: I just wanna say I think killin’ is wrong, no matter who does it, whether it’s me or y’all or your government.


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Black Sails

Qualche mese fa avevo vaneggiato qui sopra di un progetto a cui mi stavo dedicando e di cui non mi sentivo di dare i dettagli per evitare di renderlo reale al punto di mal digerirne un eventuale fallimento. A distanza di tempo, ho deciso che non sia più il caso di fare i misteriosi.
Sto scrivendo un romanzo.
Al punto in cui sono ora(1), la parola fallimento ha assunto diverse sfumature, ma il significato che le avevo dato inizialmente era di buttarmi nell’opera e non riuscire ad arrivare in fondo. Siccome oggi mi sento di escludere questa possibilità, pur essendo ben lontano dal finire il lavoro, posso anche uscire allo scoperto qui sopra. Anche perchè, voglio dire, non è che questo sia propriamente un articolo del NY Times.
Veniamo al tema del post. Siccome il mio ipotetico romanzo parla di pirati, concluso il primo troncone di scrittura mi sono rivisto tutte le quattro stagioni di Black Sails per un “reality check” e mi sono innamorato di nuovo dell’opera. Se con quello che sto provando a fare (e che mi sta costando una quantità di ore e di sonno incalcolabili) riuscissi a trasferire anche solo un decimo dell’atmosfera che è riuscita a ricreare questa serie, mi riterrei ben più che soddisfatto.
Black Sails racconta le vicende del Capitano Flint e del pirata John Silver, poi Long John Silver, intrecciandone le origini con figure storiche dell’epoca. Un mix di fantasia e storia che, fin dal primo istante in cui ho pensato di cimentarmi nella stesura di un romanzo, è stato l’obiettivo a cui tendere anche per il sottoscritto. Essendomi messo a studiare parecchio l’epoca della pirateria, ho capito in fretta che sul piano della veridicità storica la serie TV non ha mai voluto essere davvero verosimile, si è limitata ad incollare nomi di figure realmente esistite dentro una storia completamente di fantasia e di difficile collocazione temporale. Questo però non è un difetto. Guardandola la prima volta non me ne ero assolutamente accorto e, probabilmente, è una buona indicazione del fatto che l’attenzione alla veridicità/verosimiglianza che sto provando a mettere io, con tutti i limiti del non essere uno storico, risulterà largamente superflua. Amen.
Tornando a parlare della serie, invece, quella spolverata di personaggi storici non fanno che supportare il lavoro magistrale fatto a livello visivo per trasferire allo spettatore un’ambientazione estremamente suggestiva, in cui chi ama quel tipo di periodo storico non può che venire risucchiato fin dai primi minuti grazie ad una fotografia superlativa. A livello di trama, poi, le prime due stagioni sono di un livello stellare. C’è un colpo di scena, nel penultimo episodio della seconda stagione, che per scrittura e realizzazione è senza dubbio il più sorprendente e potente che mi sia mai capitato di vedere. Non dico debba esserlo per tutti, ma per me lo è sicuramente stato. Non l’ho visto arrivare e mi ha colpito con una velocità e un’impatto irripetibili. Le due stagioni successive mantengono inalterata la qualità di resa dell’atmosfera, ma calano parecchio a livello di storia, anche se nel finale c’è una bella ripresa.
Quello che non cala mai, invece, è la grandezza dei personaggi raccontati. Ognuno di loro è perfetto, nel tratteggio e nel percorso, anche quelli che possono sembrare più caricaturali o stereotipati. Li ho amati tutti, senza esclusioni, e ho fatto il tifo per ognuno di loro in almeno un’occasione.

Quindi niente, il succo del discorso è che in un mese mi sono riguardato trentotto episodi di Black Sails e ne vorrei almeno altrettanti. Da amante dei pirati, credo siano il prodotto perfetto. Io sono un fan enorme di Monkey Island, ho adorato alla follia il primo Pirati dei Caraibi e ho letto un po’ di letteratura a tema, ma non credo di aver trovato mai nulla che fosse così affine alla mia idea e al mio gusto.
Ho chiesto di leggere la prima parte del mio romanzo wannabe ad una manciata di amici. Un paio lo hanno fatto davvero, mia moglie ci sta litigando, gli altri probabilmente sono troppo gentili per dirmi “lascia perdere”. Diciamo che dai primi feedback non ho l’impressione di avere per le mani un best seller, ma non ho intenzione di mollare.
L’illusione a cui mi aggrappo è che anche che Black Sails non è piaciuta a nessuno.

(1) circa 200 pagine scritte, circa metà della strada, circa metà del secondo dei tre tronconi di cui dovrebbe essere idealmente composto.


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Polemichetta

Fa caldo ed è tempo di vacanze, ci sarebbero una tonnellata di cose più edificanti da fare che non gettarsi nella polemichetta, no?
Evidentemente no.
Partiamo da un mini riassunto dei fatti: Sydney Sweeney, che molti di voi ricorderanno per questo motivo, ha fatto da testimonial per un’azienda di jeans americana, American Eagle, in una serie di spot che giocano con l’assonanza tra JEANS e GENES. In pratica il messaggio è che l’attrice è una figa senza senso molto bella per via dei suoi geni.
Panico in sala.
Io vi giuro che non so neanche da dove partire a ridere di sta faccenda, ma ci voglio comunque provare.
Il reato imputato allo spot è di un riferimento alla supremazia della razza. Siccome il fenotipo dell’attrice è quello tipicamente ariano, siccome il fenotipo deriva dai geni e siccome è incontestabile i suoi geni abbiano fatto un discreto lavoro sul piano estetico, allora la razza ariana è superiore. Se mentre leggi questa cosa noti evidenti voragini nella logica non so che dirti, io sono qui solo per presentarti i fatti. Anche volendo però prendere per lineare il ragionamento di fondo, ci sono due aspetti di cui non mi pare si stia parlando abbastanza.
1) Il possibile target statunitense di quello spot dovrebbe essere la fetta di elettorato che si batte per togliere l’evoluzionismo dalle scuole, perchè crede nella bibbia e non nei dinosauri. Il target di quello spot NON LO SA cosa sono i geni o, comunque, non crede nella loro funzione.
Siccome sono propenso a pensare che le campagne marketing di aziende con così tanti soldi siano messe in mano a persone che sanno fare il proprio lavoro, è evidente che lo spot è stato scritto per innescare la polemica e far parlare del brand come di un brand anti-woke, che è il principale metodo di guadagno consenso negli USA ormai da qualche tempo, in maniera direi incontrovertibile. Se ci pensate è una roba veramente divertente. Se nessuno si fosse preso la briga di alzare la polemichetta, il messaggio suprematista dello spot i suprematisti non l’avrebbero colto. Dopo la polemichetta, invece, il vero messaggio che passa è che American Eagle è un brand anti-woke. Ed è molto diverso, perchè i suprematisti in USA sono tanti, ma non così tanti. Mentre il rigetto per il cosiddetto wokeism è davvero trasversale. Per dirla facile: la campagna ha centrato l’obbiettivo, AE probabilmente venderà più jeans, ma questo non deriva dal fatto che negli States siano tutti nazisti. Leggerla così è continuare a non capire perchè Trump ha vinto le elezioni.
2) Se anche volessimo credere che, negli Stati Uniti del 2025, dichiararsi sostenitori della supremazia della razza ariana sia talmente condiviso da fondarci sopra una campagna pubblicitaria volta a vendere indumenti ad un pubblico trasversale, il problema non dovrebbe MAI essere lo spot. Il problema di cui occuparsi dovrebbe essere perchè un’azienda possa pensare che uno spot di quel tipo faccia aumentare le vendite e non il contrario. Discutere della rimozione dello spot è sbagliare mira. Se AE inneggia a Hitler per vendere jeans, il problema non è AE. Il problema sono le persone che comprano i jeans. Io davvero non posso credere che dopo la retromarcia violenta fatta da quasi tutte le grandi aziende USA sul fronte dell’inclusività letteralmente il giorno dopo il riscontro elettorale avuto da Trump, ancora ci siano persone che credono che eventuali manifesti ideologici sbandierati da questa o quella multinazionale riflettano effettivamente dei valori e non unicamente la necessità di vendere a quante più persone possibile. Boh. Mi sembra lunare che se ne stia ancora parlando in questi termini.

Il problema dello scagliarsi contro concetti sbagliati, anche aberranti, con un approccio censorio invece che di dibattito è che si alimenta con microgesti irrilevanti una narrazione completamente inventata relativa al quadro generale. Tipo che escono settordicimila canzoni ogni giorno in cui il rapperino di turno dice che “alla sua troia gli taglia la gola”, ma poi una volta all’anno si decide che il cantante X non può suonare nel contesto Y per via dei suoi testi sessisti e violenti. Unica conseguenza: far ripartire il valzer del “non si può più dire niente”, senza che nessuno si prenda la briga di sottolineare che, dal giorno dopo, le canzoni sessiste e violente in uscita continueranno ad essere settordicimila, se non di più.
Viviamo un’economia di mercato, l’offerta segue la domanda e non viceversa. Chi insegue il grande pubblico gli dà quel che il grande pubblico vuole. Ci sono le nicchie, ovviamente, per fortuna ci sono le alternative. Possiamo e forse dobbiamo esercitare un consumo più consapevole, con tutti i limiti oggettivi che non è il caso di tirare fuori adesso, ma non possiamo illuderci di fermare il vento con le mani o cancellare i problemi semplicemente filtrandoli fuori dall’algoritmo. In altre parole: io posso non comprare America Eagle (facile), posso informarmi al massimo sull’etica reale dietro chi mi vende i jeans (già decisamente più complesso), ma non posso pensare che se AE pensa di vendere agli stronzi con un messaggio stronzo, eliminando il messaggio io stia eliminando gli stronzi. Non funziona così. Al massimo, non vedendo più il messaggio io posso convincermi che gli stronzi non esistano, ma siamo sicuri sia un bene perdere il termometro della società in cui siamo? Perchè poi arrivano le elezioni, puntualmente, e stiamo tutti a dire: “No, ma come è possibile?”.
E’ possibile perchè abbiamo deciso che guardare il mondo per com’era ci triggerava (brrr.) e abbiamo ritenuto più importante evitarci il fastidio che non cambiare il mondo.


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Desolazione & Stand-up comedy

Il fatto di essere di fatto fuori dai social probabilmente mi sta impedendo di entrare in contatto con tutta una serie di notizie, approfondimenti, commenti e sopra ogni cosa persone che un tempo finivano a vario titolo per farmi incazzare. E’ una buona cosa per la mia salute, credo, ma è una cosa terribile per questo blog su cui non trovo davvero più nulla da scrivere.
Dall’attualità ho sempre tratto il grosso dell’ispirazione a trascrivere in bella copia le mie riflessioni, ma la mia attualità, oggi, è decisamente poco ricca di spunti. Oltretutto, non ho più alcuna voglia di scrivere di politica o di temi grossi ed importanti. Quello che vedo succedere è spesso troppo brutto e non ho le energie necessarie a leggerlo e cercare di dargli una chiave dibattibile, soprattutto conscio del fatto che il dibattito non ci sarebbe in ogni caso. Su quell’aspetto credo di essere invecchiato molto male.
La verità è che questo spazio ha, ogni giorno che passa, sempre meno senso di esistere e forse devo solo decidermi a staccare la spina come ho fatto con i social.

Non oggi, però.
Oggi mi va di condividere qui sopra uno spettacolo di stand up che ho scoperto di recente. Si chiama “Alcoholocaust”, di Jim Jefferies, ed è uscito nel 2010. Trattandosi di stand-up, parliamo di un’era geologica fa e si nota tutta, già dalle prime battute. E’ uno spettacolo forte, con comicità aggressiva e spesso oltre le righe, ma il mio punto non è condividerlo per sostenere che oggi non si potrebbe più fare, che oggi non si può più dire niente, etc. etc.
Il mio punto è, paradossalmente, l’opposto.
Oggi ci sono tantissimi (troppi) comici che, esattamente come i rapper, brandiscono l’arma del politicamente corretto alla rovescia. Gente che cerca solo di fare le battute più edgy o scorrette possibile usando come selling point il fatto che non dovrebbe poterle fare e invece le fa lo stesso. Ideologicamente, come imprinting forse, io non ho neanche tutto questo astio verso chi si ostina a fare B quando tutti gli dicono che fare A è l’unica cosa giusta/possibile/accettabile. Anzi, sono situazioni per cui riesco a provare simpatia anche quando B è qualcosa di lontanissimo dal mio modo di vedere le cose. Il problema nasce quando i numeri non supportano più la narrazione, o almeno i numeri che percepisco io.
La mia impressione è che, oggi, tutti facciano B millantando una dittatura di A che non esiste. Nel caso della stand-up poi, l’aggravante diventa che fare B, ovvero essere scorretti, sia di per sè una sorta di bollino di qualità, che sia diventata condizione sufficiente oltre che necessaria a far ridere. Non è così e, guardando vecchi spettacoli di quando tutta questa menata non era sul radar di nessuno, a mio avviso diventa ancora più evidente.
Jim Jefferies qui fa un’ora di monologo dicendo sì cose ultra scorrette, ma la sua bravura, quello che ti fa realizzare che il tipo è uno capace e non solamente uno a cui piace sfottere le lesbiche, è la costruzione comica, il punto dove vuole portarti con quelle battute eccessive, senza che tu te ne accorga. Anzi, proprio perchè sei distratto dalla scorrettezza delle stesse, come uno specchietto per le allodole. Questo, secondo me, fa tutta la differenza del mondo.
Lo spettacolo integrale è su youtube, se interessa.


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