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I vent’anni di un (altro) disco

Scrivere del ventennale dei dischi è una roba che non mi risulta si faccia più. Probabilmente il motivo è che quelli bravi, quelli che hanno incominciato a farlo, hanno esaurito i ventennali che gli interessavano ormai diversi anni orsono.
Vecchi di merda.
Io invece di dischi della vita che fanno vent’anni nel presente ne ho ancora tantissimi.
Un paio di mesi fa è stato il turno di Tell all your friends e avevo anche messo giù 3/4 di pezzo con l’idea di mandarlo a Spento, ma prima che lo finissi Marco mi ha scoopato, come si dice in gergo, e ho desistito dal finire la mia lagna da X-mila battute.
Tempo dopo è stato il turno del S/T dei Box Car Racer. Anche lì avevo pensato di mettermici e dire due robe, ma poi non lo avevo fatto, neanche ricordo perché. Probabilmente sarebbe stato un post con la centomilionesima versione sempre uguale del mio rapporto con Tom Delonge, quindi a conti fatti meglio così. Per tutti.

Due giorni fa però ho scoperto da Twitter essere il ventennale di un altro disco e questa volta non è proprio cosa lasciar correre, per me.
Il disco è questo qui:

Ai The Used io ci sono arrivato da Munnezza, una webzine/forum che ho citato mille volte qui sopra. Erano i primi anni di internet, per me, di conseguenza i primi tempi in cui riuscissi ad uscire dalla mia bolla provinciale per aprirmi ad ascolti nuovi, non necessariamente buoni. Allora avevo l’approccio al mezzo che i boomer hanno avuto negli anni ’80 con la TV e che oggi hanno con Facebook: se è scritto in una recensione online, deve essere vero. Also: chi scrive una recensione online deve essere un* che ne capisce. Solo anni dopo ho realizzato che probabilmente su quella webzine, come su tante altre, scrivessero più che altro ragazzini come me, al massimo più convinti di essere ‘sto cazzo (ma neanche sempre), però sto tergiversando.
Quando ho iniziato a bazzicare quel sito dei The Used si faceva un gran parlare. Era appena uscito il loro secondo disco e il mood generale era che la stagione di tutta quella roba lì fosse ormai finita. Dopo aver tessuto lodi sperticate per grossomodo qualsiasi cosa uscita tra il 2002 e il 2004, nel 2005 era diventato tutto una merda. Il nuovo avanzava, toccava girare pagina.
Io, però, ero come sempre in ritardo.
Andando a memoria, sul sito non c’erano le recensioni dei dischi considerati buoni di questa ondata nu-emocore di inizio millennio, venivano solo citate le band come riferimento in recensioni più recenti e spesso negative. Idem sul forum, dove chiedere dettagli su questa roba era il viatico preferenziale al ricevere insulti.
Alla fine quindi avevo scaricato un po’ di cose e, come probabilmente è giusto che sia, mi ero messo sotto a fare una cernita da solo. Si trattava di scavare in una montagna fumante di letame, lo riconosco, però mentirei se dicessi di non averci cavato un ragno dal buco. Anzi. Chiaramente non ci si poteva aspettare la qualità dei Q and not U, non so bene perché feticcio di moltissimi capiscers dell’epoca, ma se c’è una cosa su cui sono arrivato in anticipo rispetto a Boris e ai successivi meme è che la qualità ha rotto il cazzo, quindi bene così.
Tutto questo per dire che era il 2005, io stavo prendendo il “sole” sdraiato su una “spiaggia” irlandese con alcuni amici ed ero in uno stato di dormiveglia. Avevo probabilmente sentito tutto The Used senza farci un gran caso, mezzo rincoglionito, e di massima era quella situazione in cui il disco viaggia sulla strada buona per farsi dimenticare. Non so se vi capiti mai.
Ci sono dischi che ascolti fin dalla prima volta con attenzione, interessato a farti un’opinione corretta, e altri che invece piazzi in cuffia solo per riempire il silenzio e vedere se ce la fanno a farsi notare, a sconfiggere la nostra indifferenza mista a mancanza di aspettative.
The Used, con me, ce l’ha fatta in zona cesarini.
Pieces Mended è l’ultima traccia del disco e ricordo come fosse ieri che riuscì a destarmi da quel torpore vacanziero e scazzato e farmi di colpo tornare presente all’ascolto del disco. E poi farmelo rimettere da capo.
Negli anni credo di aver ascoltato tanti dischi il cui fulcro sta nella sofferenza, sia questa reale o posticcia, ma ancora oggi il senso di angoscia e disagio che mi trasmette Berth su Poetic Tragedy non ha pari. Non ho idea di cosa parli il pezzo, non mi è mai interessato approfondire. Per me è e rimarrà il lamento di uno che non se la passa bene, da ascoltare quando anche io non me la passo bene. Perché alla fine di questo si parla: emozioni. Stati d’animo che la musica crea in noi, ma anche in cui noi vogliamo immergerci tramite la musica. Almeno per quel che mi riguarda.
Il disco è tutto bellissimo, lo ascolto ancora spesso senza necessità di urlare GUILTY PLEASURE sui social e sentirmi una persona meglio. Ogni volta che parte Say Days Ago testo la capacità dell’impianto/supporto con cui lo sto ascoltando e dei miei timpani, di conseguenza.
Sui social frequento un paio di gruppi revisionisti/revival in cui l’apprezzamento per certa roba è ormai sdoganato e si vive un clima bello di sincerità e non curanza che dovrebbe sempre stare alla base del dibattito musicale. Chi scriveva su Munnezza oggi probabilmente si divide tra il darsi una posa su twitter (no link needed, you know who you are) e bazzicare gli stessi gruppi che bazzico io, ma in incognito. Buon per loro, c’è sempre da venire a patti con la propria autostima e se questo è il modo, bene così.
Io, di mio, ho fatto pace coi miei gusti troppo tempo fa per star dietro alla scena.

Ho cambiato servizio di streaming per la musica

La cosa di avere un blog funziona se poi ci si scrive sopra, di massima.
Non è che non lo sappia eh, solo non ho tutta questa impellenza di raccontare cose, ultimamente, e se proprio mi è capitato di avere qualcosa da dire sono finito per scriverla da altre parti.
In questi giorni però c’è stata una piccola rivoluzione della mia vita domestica ed è qualcosa che magari può interessare altri, quindi eccomi qui.
Ho cambiato servizio di streaming musicale.
Dopo anni di utilizzo, ho disdetto il mio account Spotify Premium per approdare a Tidal e l’ho fatto sulla base di due principali ragioni, che adesso vado a spiegare nel dettaglio.

LA QUALITA’
Non ho mai dato troppo peso alla qualità del suono, quando si tratta di ascoltare musica. Non sono uno di quei fissati dell’impiantino a valvole, quelli del suono caldo del vinile. Ho sempre speso più del necessario per l’impianto audio della macchina, ma l’obbiettivo di massima era che suonasse forte, più che bene. La mia scarsa propensione alla qualità credo derivi essenzialmente dall’ascoltare musica la cui pulizia si piazza tra il rumore dei vicini che tassellano il muro la domenica alle 8:30 e il latrato dei cani, ma anche dall’essermi formato musicalmente ai tempi del walkmen e delle cassette duplicate ad oltranza, in cui il fruscio assurgeva a cifra stilistica. Non sono propriamente uno dall’orecchio fino ed esigente, quindi.
E infatti, a riprova, anni di .mp3 e streaming di qualità infima sono riusciti a farmi sprofondare in una palude di suoni brutti e impastati, che per qualche ragione ho iniziato a considerare come standard anche per dischi che avevo consumato prima della rivoluzione digitale, ma che non ho più avuto modo di ascoltare se non in forma compressa. Questo perchè io sono anche quello che colleziona CD, ma che è stato per anni senza uno strumento capace di farli suonare, per dire. Presa coscienza che la playstation non supportasse più il formato ho comprato un lettore CD per casa, ma lo uso pochissimo, preferendo sempre la comodità dello streaming anche su un dispositivo acquistato all’unico scopo di riprodurre il supporto fisico. Stavo bene così, non avevo letteralmente percezione del problema.
Poi tempo fa ho comprato un disco dei Deafheaven, l’ho messo in auto dopo giorni passati ad ascoltare la sua versione streaming e mi si è aperto un mondo. Ho sempre impostato la qualità dello streaming Spotify al massimo delle sue potenzialità, ma effettivamente anche così resta lontanissima dalla qualità audio del supporto fisico digitale. Quando lo realizzi, è come vedere i fili in un trucco di magia, non riesci a tornare indietro tanto facilmente.
Tidal, nel suo pacchetto base, offre la qualità CD senza compressioni e perdita di dati. Con l’ormai accessibilissima possibilità di connessione 4G a consumo illimitato, non ha davvero senso accontentarsi di qualcosa di meno, visto che la differenza la sento pure io. (ref.)

L’ETICA
Lo dico subito, non mi sono messo a boicottare Spotify per via delle cose che ospita, come fossi un Neil Young qualsiasi. Volendo anzi dire due parole sull’argomento, io sono tra quelli che è felice certa roba esecrabile stia in bella vista su Spotify, per una serie di ragioni che vado ad elencare:
1) Non sono del parere che Hitler abbia diritto di fare un podcast, ma trovo molto importante sapere che se Hitler facesse un podcast lo ascolterebbero X milioni di persone. Ho questa idea che nel 2022 sia utopico sperare che chi ha idee dannose non trovi un modo ed un posto per portarle all’attenzione del prossimo, quindi meglio sia una piattaforma nota a farlo, così che si possa avere anche un quadro della portata del problema. Qualsiasi idiozia trova un buon numero di supporter se esposta al mondo intero, ma quantificare quel buon numero è fondamentale per avere una percezione chiara del mondo in cui viviamo ed evitare di farci fuorviare dalle bolle in cui ci nascondiamo ogni giorno.
2) Una piattaforma come Spotify può offrire alternative al podcast di Hitler, metterlo in competizione con altri contenuti ed evitare che chi ci finisce dentro per curiosità ci resti per assenza di metro valutativo. So benissimo che in questa dinamica pesano le scelte che Spotify fa in termini di “spinta” a questo o quel prodotto, che non è un contenitore neutro, ma è (credo) sbagliato pensare queste scelte arrivino su base ideologica e non economica. Spotify spinge quel che fa ascolti, non quel che sposa a livello contenutistico. Di conseguenza, l’idea dovrebbe essere fare una roba opposta a quella di Hitler e farla meglio di Hitler, muovendo gli ascolti di quelli a cui non va tanto bene la linea di Hitler, in modo da invogliare la piattaforma a puntarci sopra. Hitler non sarà l’unico in grado di fare un podcast con numeri grossi, no? Se lo fosse, direi che il problema andrebbe ampiamente oltre Spotify. Non so, posta l’ineluttabilità del libero mercato che definisce il campo da gioco, secondo me conviene che anche i buoni si mettano a giocare invece di lasciare la partita ai cattivi. 
Mi è scivolato un pistolotto non necessario, sorry.
Tornando al punto di partenza, la ragione etica per cui ho preferito lasciare Spotify è la retribuzione degli artisti. C’è tutta una polemica intorno al fatto che i servizi di streaming non paghino a sufficienza chi fa musica, una polemica in cui fatico ad entrare e su cui ho posizioni probabilmente troppo superficiali (eh, invece di solito…). Quel che conta è che nel momento in cui decido di spendere 10 euro al mese per ascoltare musica online, preferisco farlo abbonandomi a chi paga di più gli artisti. Tidal in questo è largamente meglio di Spotify, già con l’abbonamento “base” paga tre volte meglio, fino ad avere una politica imparagonabile ai competitor quando si sceglie l’abbonamento plus. (ref. e ref.)

Sulla base di queste due ragioni, non nego anche spinto da un influencer, ho fatto il salto.
Il costo del mio abbonamento rimane il medesimo, 9,99 euro/mese, e permette di collegare all’account fino a 5 dispositivi.

E QUINDI COM’E’ STO TIDAL?
Se della qualità ho già detto, il secondo punto nodale che ho valutato prima di cambiare è ovviamente relativo al catalogo. 
Al primo impatto, mi è sembrato che su Tidal mancasse un sacco della musica che ascolto e questo mi aveva frenato dall’approfondire. Smanettandoci invece è venuto fuori che c’è grossomodo tutto quello che avevo su Spotify, solo è molto più complesso da trovare a causa di una ricerca interna fatta con il culo. Spannometricamente, in un caso su 20 l’artista non mi è saltato fuori cercandolo per nome, neanche filtrando la ricerca per artista. In quei casi sono riuscito a rimediare cercando un disco specifico, magari qualcosa con un titolo non troppo ordinario, e arrivandoci da lì. In alcuni di questi casi, fallendo anche con il disco, ci sono arrivato da una canzone. Non è sempre necessario farsi tutto questo sbattimento, ovviamente, per trovare quel che si vuole sentire, però potrebbe esserlo, soprattutto nel caso di artisti non propriamente mainstream. Una cosa che si può fare tuttavia è marcare i musicisti che si ascoltano come preferiti, quindi una volta trovati è sufficiente ricercarli in quella sotto lista le volte successive, eliminando la difficoltà.
Altro problema che ho riscontrato è che a volte piccoli gruppi poco conosciuti hanno degli omonimi e ci si ritrova quindi per le mani una discografia mista, fatta di album di gruppi diversi che per Tidal sono invece lo stesso. Non è particolarmente noioso, a meno che si abbia attiva l’opzione per cui al termine di un disco viene riprodotto in automatico quello seguente. Per quanto concerne il mio catalogo di ascolti, si tratta anche in questo caso di una percentuale minima, ma è giusto segnalare la cosa.
Al momento, l’unica roba che mi pare proprio non ci sia e che mi piacerebbe ci fosse è “Amateurs & Professionals” dei Penfold, che invece era presente su Spotify. Si tratta di un disco introvabile anche in formato fisico, di una band emocore durata pochissimo e conosciuta meno, quindi non mi stupisce troppo la mancanza. Per il resto invece, quel che per ragioni di etichetta/territorio/altro non è disponibile in Tidal non lo era neanche in Spotify.
La pecca che per me è davvero dura da digerire al momento, invece, è l’impossibilità di personalizzare la copertina delle playlist, che viene automaticamente assemblata dal software come collage delle copertine dei dischi di cui la playlist è composta. Da maniaco ossessivo, quando faccio una playlist ci butto davvero il sangue e mi piace gestirne ogni dettaglio, dalla selezione, alla scaletta ad appunto la copertina. Per me è una mancanza gigante, ma avendo questa recensione un target non per forza mentalmente disturbato come chi scrive, la riporto tra i “minor issues”.
Per il resto al momento la valutazione è largamente positiva: la app mi pare completamente analoga a quella di Spotify nell’utilizzo e nella navigazione, anche in auto. Mancano forse le finezze più social, ma non ne ho mai sentito l’esigenza neanche quando le avevo a disposizione. 
Consiglio quindi caldamente il cambio a chiunque paghi per ascoltare musica in streaming, ne vale a mio avviso la pena.

Per chiudere, provo ad incorporare un disco nel blog giusto per vedere l’effetto che fa e come si presenta a chi non ha l’abbonamento al servizio.
Uso un disco senza senso a cui sono finito completamente sotto negli ultimi giorni, ma di cui forse scriverò più avanti. Schiacciare play aiuta a farsi un’idea più centrata di quel che ho definito “musica la cui pulizia si piazza tra il rumore dei vicini che tassellano il muro la domenica alle 8:30 e il latrato dei cani” qualche riga più su.

NBA All-Star Game 2022

Questo 2022 non è che sia iniziato benissimo.
Un po’ forse non sto apprezzando abbastanza che la terribile infezione intestinale che mi ha portato in ospedale sabato scorso e che mi costringe a letto fatto di antidolorifici ancora tre giorni dopo non sia COVID, un po’ credo sia per la difficoltà oggettiva nello scegliere i 10 candidati da mandare all’Allstar Game NBA in questo 2022.*
Votare è un casino quest’anno.
Forzare la scelta a 2 guardie e 3 ali già è discutibile, ma funziona se poi non metti un sacco di ali piccole come guardie. Il punto chiave però è che simpatia e antipatia vincolano molto le mie scelte e bisogna farle quadrare dentro il quadro generale restituito dalle statistiche dei singoli e dal rendimento delle franchigie, in una specie di equilibrio molto precario. 
La selezione forse bizzarra e forse no della foto qui sotto nasce da tutto questo. Oltre l’immagine parte la spiega.

WEST
Iniziamo con le scuse a Chris Paul. Mi spiace Chris. Fino a che calcherai il parquet sarai sempre il mio MVP, quindi perdonami se non finisci nella selezione. Toccava fare spazio. Come avrei potuto fare a non votare Curry, per esempio? GS si gioca il miglior record a ovest (ok, contro di te, hai ragione) con un roster partito a dir poco zoppo e ha appena infranto il record di triple ogni epoca. Impossibile non votarlo. Di fianco ci mettiamo Morant perchè, te lo dico, sarà colui che viene dopo di te, possibilmente vincendo qualcosina in più. Memphis è quarta a ovest con un record solido e Ja sta giocando ad un livello pazzesco, oltre ad essere una specie di effetto speciale in carne ed ossa. Scusa Chris, ma non ho altri posti.
Se mi ero ripromesso una cosa quest’anno era di non chiamare LeBron tra i lunghi, ma come si fa? Ok che i lakers stanno giocando malissimo e sono stati costruiti malissimo (da lui), ma se non hanno ancora buttato all’aria la stagione è solo perchè LBJ si è messo a giocare da 5 facendo numeri che, per me, sono inspiegabili. Quindi niente, tocca tenerlo dentro. Poi portiamo Jokic, mancherebbe altro, e Ayton per quel fatto che i Suns sono primi ad Ovest e il poveraccio, dopo aver contribuito largamente a portarli in finale lo scorso anno, si sia visto rifiutare un contratto che forse non era esattamente al suo livello attuale, ma che vista la combo di risultati ed età tutto sommato avrebbe anche meritato di firmare.
E’ stato difficile? Sì, ma più semplice che scegliere per quelli ad est.

EST
Lo so, manca LaMelo, che è assurdo in assoluto, ma che diventa tipo escludere Ronaldinho da una partita di beneficienza dove da fermi e senza difesa la sua fantasia diventa un fattore di spettacolo unico: una bestemmia, in pratica. Avessi potuto mettere DeRozan ala piccola lo avrei portato di sicuro, ma non si può. E non si può neanche lasciare a casa questo DeRozan, direi, capitano coraggioso di questi Bulls per cui è difficile non fare il tifo. Avrei potuto portare Ball al posto di Vanvleet, certo, ma qualcuno avrebbe dovuto spiegarmi cosa ci fanno i Raptors in corsa playoff con un roster da dopolavoro o poco più. Manco mi piace Vanvleet, causa Dunkest mi sta pure un po’ sul cazzo, ma oh, i fatti lo cosano (cit.).
Reparto lunghi quindi lo apriamo con Miles “Mille Cuori di Manq” Bridges, il giocatore degli Hornets che mi sta più simpatico in assoluto. La stagione sta andando altalenante, come da aspettative, e onestamente a questo punto mi aspettavo di essere messo un filo meglio come record ad est, soprattutto alla luce del fatto che non abbiamo avuto troppe defezioni, ma tocca sempre ricordarsi che 3/5 del quintetto titolare sono Rozier, Oubre e Plumlee. Però dai, Bridges ha fatto un salto di qualità pazzesco, se non si merita il MIP, si merita questa chiamata. Insieme a Miles chiamo Allen dei cavs. Magari avessimo noi un Allen, invece di Plumlee, forse faremmo noi la stagione super sorprendente che sta facendo Cleveland. Fine, no? Manca qualcuno?
Ah sì. Porto anche Durant. Ti odio KD, sei il giocatore che mi sta più sul cazzo di tutta la lega e spero tu non vinca mai più niente. Però oh, sei bravino.


* se queste due cose per voi non sono sufficienti per definire “non benissimo” questo inizio di 2022 vi faccio presente che è l’11 gennaio.

Prossimi concerti: una chiacchierata con Valeria

Oggi, 10 Ottobre 2021 per chi leggesse in differita, è il giorno della riapertura dei concerti. Sono passati infatti ormai quasi due anni da quando il Covid19 ha ribaltato le vite e la società in cui viviamo e una delle vittime più martoriate è stata la musica dal vivo.
Da qualche settimana rimugino sull’argomento in vari modi, ma alla fine ho pensato che il prodotto della mia tastiera sarebbe al più potuta essere una spataffiata livorosa e inutile che avrebbe tirato in mezzo gli stadi e i comizi di Conte, ma che di fatto avrebbe aggiunto zero al dibattito poichè farina del sacco di uno che ai concerti, al massimo, ci va quando riesce a piazzare i figli da qualche parte. Ho quindi pensato fosse più interessante fare qualche domanda a chi coi concerti ci lavora e nella musica dal vivo ci sbatte tutto il proprio sangue, così ho scritto alla Vale facendole un paio di domande.
Valeria, per chi non la conoscesse, lavora per il Bloom e scrive per Bossy e per Awand. Da sempre dentro al mondo di chi mette la musica su un palco con delle persone davanti, ora è una delle teste dietro a Tutto il nostro sangue, una roba bellissima che dovreste supportare tutti e che mi ha permesso qualche riga fa di fare quella gag oscena.
Come sempre su questo blog, io faccio domande farcite di illazioni e chi mi risponde mi spiega con pazienza come stiano davvero le cose, resistendo alla necessità di mandarmi a cagare.
Nello specifico, la parte interessante è quella in cui lei risponde in corsivo.
Buona lettura.

Iniziamo dalla fine, dall’ultimo concerto. Il mio è stato nel 2019 e a memoria potresti averlo organizzato tu. In questi quasi due anni ho pagato per vedere roba in streaming, ma non sono riuscito più a vedere qualcuno su un palco, prima perchè non mi ci sentivo al sicuro e ora perchè i concerti seduti vanno oltre la mia comprensione. A marzo 2020 invece c’è stato l’#UltimoConcerto, quello con l’hashtag, l’iniziativa messa insieme da un numero consistente di addetti ai lavori e che si poneva lo scopo di dare un segnale a tutti riguardo al momento terribile che la musica live sta(va) passando nel nostro Paese. L’iniziativa fu recepita in modo divisivo e io stesso non ero del tutto convinto si fosse scelta la strada giusta, sempre che una strada giusta esista. Sto solo facendo un mini riassunto, non voglio tornare sulla polemica che ne era scaturita, ma se vuoi commentare quella fai pure. Quello da cui mi interessa partire è che dopo quell’#UltimoConcerto si è parlato del #ProssimoConcerto, con interpellanze parlamentari, DDL mirati e comunicati ministeriali che sembravano indicare qualcosa si fosse mosso davvero, che con quell’iniziativa aveste in qualche modo dato una spallata alla questione. Sei mesi dopo, la prima domanda non può che essere: come procede? Si è davvero mosso qualcosa, diradato il polverone di marzo?

Dietro a quella che è stata un’iniziativa plateale, vista, seguita, giudicata, c’è una macchina che anche a camere spente si è mossa e ha continuato a muoversi perché le cose cambiassero, e cambino, non solo nell’ambito pandemia, ma più in generale perché il settore spettacolo trovi un riconoscimento e una tutela fino ad oggi mancanti.
Ultimo concerto non era una festa, non era pensato per esserlo e già il titolo dell’iniziativa a mio avviso parla da sé. Mi sconcerta il livore che ha scatenato, come non sia affatto chiaro cosa ci sia dietro ai ‘’nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”, e di come le provocazioni, le rotture e le proteste le capiamo e abbracciamo solo quando ci piacciono (o ci fa comodo?). Comunque ha centrato l’obiettivo, smuovere.
Come mi sconcerta chi non vuole suonare davanti alle persone sedute o non vuole andare ai concerti con le sedie. Tutto condivisibile, per carità, ma ci sta un punto: se non si supportano i posti che sono in ginocchio e se sono sopravvissuti hanno perseguito la loro missione di centro culturale rispettando le regole e stando alle capienze imposte, questi posti poi chiudono, non stanno in piedi.

Se i primi a non supportare, a non turarsi il naso per le modalità non proprio entusiasmanti (in primis per gli organizzatori, neh) in cui si sono potuti realizzare i concerti sono quelli che hanno per mesi hanno hashtaggato #mimanchicomeunconcerto, di cosa stiamo parlando?
Da lunedì si torna capienza 100%, non sembra vero, dopo tutto questo tempo, ma lo è.

Il discorso che fai ci sta tutto, supportare è la base ed è normale sensibilizzare tutti a fare la propria parte. Ho però l’impressione che da dentro si viva la musica e il mondo che le gira intorno con una consapevolezza ed un’etica che spesso è ingenuo attribuire anche al “consumatore”. Probabilmente, in tantissimi casi, chi va ad un concerto non ha idea di quel che ci sia dietro e non sono convinto stia lì il problema di fondo. Un po’ come posso sensibilizzare al consumo equo e solidale, ma nei fatti la politica che determina le condizioni del lavoro vola ad un’altezza diversa rispetto alla superficialità di chi compra il caffè senza stare troppo a ragionare se il prezzo dello scaffale permetta o meno a chi lo coltiva una condizione lavorativa umana. Un conto è far passare la consapevolezza al consumatore, un conto e dargli dello stronzo.
Ad ogni modo, la bella notizia è che si torni a capienza piena ed è davvero una vittoria a questo punto.
La domanda che ti faccio quindi è: quanto è compromessa la situazione? L’impressione che mi sono fatto da fuori è che le vittime sono state tante e che anche il futuro sarà complicato, con tanti tour internazionali che salteranno l’Italia forse (dimmelo tu) anche a causa dell’averci messo troppo a dare garanzie su quel che si potrà fare qui da noi questo autunno e nel prossimo anno. Tu come lo vedi il prossimo futuro dei concerti in Italia?

Assolutamente, chi non conosce una minima di dinamiche del settore fa fatica a considerare la musica come un lavoro e tutto quanto sta dietro a una band che suona sul palco, e di conseguenza giustamente come funzionano le cose. Però, anche vero, che a tutti i livelli, in questi due anni di pandemia tramite social non sono mancate/i addette/i ai lavori che hanno cercato di spiegare il problema per propria voce o tramite organizzazioni di settore. Lungi da chiunque dare dello stronzo a chi non conosce/non comprende le dinamiche o semplicemente non gliene frega nulla, è una considerazione diversa, più che incattivata, estremamente sconsolata: mesi su mesi di lockdown a leggere #mimanchicomeunconcerto, condivisioni di post nostalgici alla vita di prima, alle cose non si potevano fare, alla musica dal vivo mancante, commiati per i locali che hanno chiuso… e poi, quando si può riprendere, in una condizione preclusiva e penalizzante sia per chi va a vedere, ma anche per chi mette a disposizione il concertame, ci si tira indietro, storcendo il naso. Quindi non è che #mimanchicomeunconcerto, è #mimanchicomeunconcertovistoegodutocomevoglioaltrimentinientedaiaccendonetflixestosedutomasuldivano.
Quello del 10 Ottobre è un piccolo passo, sicuramente bello, ma ribadisco piccolo: tenendo i posti seduti come parrebbe ad oggi (10/10/21), per il settore è ancora tosta, non è un ritorno alla “normalità”. Che il settore musica dal vivo non stesse bene già si sapeva, anche prima del covid-19 che però ha sicuramente inflitto un’ulteriore batosta. E’ anche vero che credo ci si stia proiettando, seppur lentamente, ad un ritorno alle modalità di fruizione della musica dal vivo nelle modalità che conosciamo. La speranza è che si possa nei prossimi mesi tornare a vedere i concerti in piedi e che non saltino più date che già sono a volte al secondo rischedule.

Leggendo la tua risposta deduco si riapra al 100%, ma coi posti a sedere e questa mi pare l’ennesima presa in giro, quindi volevo chiudere con l’ultima domanda. Uscendo dalla questione riaperture, mi pare che le misure di sostegno al settore negli ultimi due anni siano state poche e del tutto insufficienti. Puoi dirmi cosa è stato fatto (se è stato fatto qualcosa) nel concreto per provare a dare una mano al mondo della musica dal vivo da parte delle istituzioni?

Sì, lo Stato qualcosa ha stanziato, non abbastanza, non tutti ne hanno goduto allo stesso modo e altrove – es. in Germania – è stato fatto certamente di meglio.
Parallelamente bisogna ricordare che le venue non sono rimaste con le mani in mano ad aspettare le misure governative, alcune hanno avviato campagne fondi, tante si sono inventate e reinventate per garantirsi il sostentamento e sono state attivate iniziative come scena unita, ideate per rispondere alla situazione emergenziale.
Consiglio vivamente, per informarsi non solo sui numeri specifici dei soldi stanziati e delle misure adottate nel corso del tempo e in modo preciso, ma anche per approfondire tutto quello che è successo in questi ormai due anni in termini di azioni governative e di richieste per la tutela, la ripartenza e la possibilità di garantire per il futuro maggiori riconoscimenti per il settore, di consultare la sezione Iniziative e News | KeepOn Live, il sito dell’associazione di categoria live club e festival italiani.

Canzoni che amo di gruppi che odio

Qui è essenzialmente dove butto mezzo pomeriggio in cui dovrei assolutamente lavorare, incasinandomi con ogni probabilità il weekend, per scrivere un post e fare una playlist.
I dettagli però li vediamo dopo, adesso è necessario vi leggiate questa cosa qui.

La musica nella mia vita è sempre stata l’elemento di autodeterminazione principale, quello attraverso cui tiravo le righe dei confini che via via ho utilizzato per definire me stesso e il resto. A quarant’anni non ne farei proprio una questione di Bene e Male, ma mentirei se dicessi che è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui la musica era questione di appartenenza non tanto ad una scena o a qualche struttura sociale (dieci anni abbondanti ad andare a concerti a cui presenziavano sempre le stesse cento facce, ma senza mai nemmeno provare a parlare con qualcuno non sono decisamente il CV di uno che vive la scena), ma più all’immaginario di quello che avrei voluto essere, o sembrare di. In un processo di questo tipo, l’odio è lo strumento principale che un ragazzino può usare per delimitare i confini, perchè senza un antagonismo sincero verso ciò che sta fuori dal proprio recinto, quel recinto diventa sfumato e si finisce per non avere più idea di chi si è e di chi non si voglia diventare.
Probabilmente la musica non è l’unico strumento che permette questo processo di crescita, ma io non ne ho avuti altri e forse per questo quando sento ragazzini vestiti tutti uguale passare con noncuranza da un pezzo trap ai Maneskin al grido di “mi piace tutta la musica”, mi prende una paura fottuta e sento la necessità di abbracciare i miei figli e dire loro che andrà tutto bene. “Ok boomer” è una possibile risposta a questa mia spataffiata, ma è una risposta sbagliata.
Alla fine però, per quanto solida sia l’armatura che ci siamo incollati addosso, se si è quel tipo di persona che può stare in una macchina mentre gira un disco che non ha scelto lui senza per forza doverlo coprire con le parole o che spaccherebbe il dito dell’amic* che schiaccia skip a metà di un pezzo nonostante il pezzo in questione sia una merda inqualificabile, allora c’è e ci sarà sempre un tallone d’Achille. Un minuscolo spazio indifeso in cui le canzoni belle si insinuano e si fanno spazio fino al cervello, arroccandocisi dentro per non uscirne mai più. Nella mia vita ho odiato tantissimi gruppi, alcuni da subito, alcuni in corso d’opera. Difficilmente ne ho riqualificati dopo averli odiati, magari pensandoci qualcosa in mente mi verrebbe anche, ma diciamo che non farebbe statistica. Il marchio dell’infamia è una strada a senso unico. La maggior parte di questi gruppi ai miei occhi ha prodotto solo merda e, anche se è indubbio che potrei approfondire e verificare se sia vero anche oggi, non mi sento particolarmente in difetto nel dire: “Anche no” e tenermi la mia opinione. Eppure ci sono pochi infamissimi elementi che quel varco l’hanno trovato e sono riusciti ad infilarci un pezzo, maledetti loro.
Questo post e questa playlist parlano di loro.

Ci sono tante ragioni per odiare un gruppo e radicalizzare il proprio gusto musicale e nel fare questa playlist credo di aver elencato una dozzina di gruppi che odio per ragioni molto diverse tra loro. La cosa più difficile da ammettere è quanto suoni bene questa oretta di musica.
Fa quasi incazzare.
Ora devo resistere alla tentazione di fare il Nolan delle playlist, quindi chiudo il post senza andare nel didascalico e spiegare le ragioni delle scelte, anche se l’idea che qualcuno possa chiedersi cos’ho mai contro, che cazzo ne so, i Black Eyed Peas mi dilania dentro. Nel caso remoto qualcuno fosse arrivato fin qui a leggere e avesse il dubbio, per favore, me lo dica.

A(nother) Twitter story

Esatto, è ancora quel momento dell’anno in cui mi lamento di una roba capitatami su twitter, ma a questo giro di giostra il finale è più triste del solito quindi mi scuso da subito per eventuali derive lagna che il post potrebbe prendere.

Partiamo dai fatti.
In serata ricevo un messaggio privato (DM) da un account che non conosco. Twitter mi chiede se voglio accettarlo, così verifico di chi si tratta e noto che ha follower in comune alla mia bolla. La cosa mi è sufficiente a dare luce verde.
È una tipa (ipotizzo dal contesto) che mi chiede se posso girarle la risposta ad un suo stesso tweet, perché lei non riesce a visualizzarla. Dice di aver chiesto il mio aiuto perché quella risposta misteriosa dovrebbe arrivare da un account che io seguo e che quindi dovrei poter vedere.
Mi pare una roba innocua, così vado a controllare il tweet e, notando fosse palesemente formulato per arrivare a destinazione, lo inoltro alla tizia (sempre via DM).
Per aiutarmi nella cronaca, inizio ad allegare gli screen della discussione, ovviamente tutelando l’identità di tutti i coinvolti.

A posto, penso.
Invece la tipa mi butta lì un commento che io fraintendo. Mi dice: “una roba da denuncia” e io penso si riferisca al fatto che le ho girato un contenuto che forse l’autore non voleva le arrivasse, quindi smorzo. Le spiego che secondo me è tutto ok, anche se effettivamente inizio a pensare che avrei dovuto evitare e a come scusarmi con l’altro utente coinvolto per questa ingenuità che sarebbe meglio definire minchiata.

A questo punto mi ringrazia, ma attacca a dirmi robe nel merito della faccenda a cui quei due tweet fanno riferimento. Lo fa alzando i toni, facendo accuse anche gravi. Non sono il più smaliziato tra gli esseri umani e anzi tendo ad essere naive nel mio approccio: “ma sì aiutiamo una sconosciuta, che può mai andare storto?”, eppure a questo punto mi è chiaro si stia scivolando in questioni che non solo non mi riguardano, ma in cui non voglio proprio finire. Di conseguenza cerco di sganciarmi.
La tipa però decide che sono automaticamente un complice di non so bene cosa, perché sono un maschio.
Pare superfluo dirlo, ma non sto omettendo nulla eh, la sequenza dei messaggi è integrale.

Qui è dove mi incazzo. Non sto a giustificarmi, è evidente che ho over reagito, ma sono attacchi per cui tendo ad avere il nervo scoperto. Quindi bestemmio e le faccio presente che il mio unico ruolo nella vicenda, al massimo, è aver aiutato lei (donna) e che quindi quell’insinuazione sul cameratismo maschile se la sarebbe potuta tranquillamente risparmiare.
Lei insiste.
Io recupero la calma e con un secondo gruppo di messaggi, questa volta educatamente, le spiego meglio perché mi sono incazzato.

A questo punto lei mi blocca.
Ci sta (nel senso, me lo aspetto) e faccio altrettanto, per quella legge non scritta secondo cui non blocco mai nessuno per primo, ma trovo legittimo tutelarmi quando qualcuno blocca me impedendogli da lì in poi di farsi i fatti miei.
Tutto finito, pensavo.
Nulla di che.

#Einvece.
Qui comincia la parte davvero noiosa e brutta della faccenda.
Oltre a bloccarmi la tipa chiude il suo account rendendolo visibile solo ai suoi follower e inizia a postare roba su di me. Mi accorgo che qualcosa non va perché vedo che un mio tweet inizia a fare numeri di interazioni fuori scala per i miei (bassi) standard. Vedo che qualcuno sta retwittando roba mia, ma senza che io possa leggere i commenti che mi vengono tirati addosso.
Capito la magia?
Twitter tutela la privacy di chi mi sta insultando, non fosse che lo sta facendo per una platea di quasi sette mila utenti e senza che io possa non dico intervenire, ma anche solo esserne consapevole. Lo scopro perché fortunatamente nella mia bolla ci sono persone che hanno il buon cuore di mettermi a conoscenza della situazione.
Ti starai chiedendo: scusa, non l’avevi bloccata?
Esatto, ma a differenza sua il mio account è (ormai era) pubblico. Di conseguenza gli utenti che ho bloccato possono vedere i miei tweet, se accedono con un altro account o senza fare login, e una volta copiati gli url possono usarli per darmi addosso senza vincoli di sorta e, ribadisco, senza che io abbia modo di saperlo se non in via ultra indiretta e per intercessione di qualche buon’anima.
Ed è quello che ha fatto ‘sta tipa.
Di tutta la conversazione avuta ha postato il solo messaggio in cui bestemmio e mi incazzo, con a corredo un mio tweet che non la cita, ma che viene usato strumentalmente per costruire una narrazione e darmi in pasto ai suoi.
Che figata, vero?

Veniamo all’epilogo. Per fermare quest’onda di merda sono stato costretto a rendere privato il mio account Twitter. Ora, non ho mai avuto la pretesa di twittare roba che avesse rilevanza, ma lo scopo principale che mi teneva su quel social era poter interagire potenzialmente con chiunque, cosa che ora non posso più fare perché chi non mi segue non può leggere ciò che scrivo. Di fatto, per me è una perdita grossa, mi è stato tolto un pezzetto di vita a cui tengo e per questo sono parecchio incazzato.
Ho segnalato la cosa a chi di competenza, ma non ho grosse speranze di ottenere qualcosa.
Il nervoso mi porterebbe ad allungare questo post di altre mille battute tra cose che non penso davvero e argomenti che non sarei in grado di esporre lucidamente, ritrovandomi a spostare un focus che mai come questa volta vorrei fosse chiaro.
Possiamo discutere su quanto grave sia quello che mi è successo, non ho la pretesa che la percezione da fuori possa collimare con la mia, ma credo non ci sia da discutere sul fatto che sia un abuso.

EDIT: dopo dodici ore di delirio, i tweet che mi hanno portato a chiudere il profilo sono spariti. Non so se per via della mia segnalazione o per decisione dell’autrice, ma preferisco pensare sia il secondo scenario. L’importante è che credo di poter riaprire il profilo, che è l’unica roba che mi interessi davvero fare.

Una roba su Demi Lovato e la fata Madrina

In questi giorni probabilmente avrete sentito parlare della questione del remake live action di Cenerentola in cui il ruolo della fata madrina è stato assegnato ad un attore nero e gay. Ne avete sentito parlare perchè ogni volta che succede una cosa così da destra si leva immediatamente un coro di sdegno che fa molto rumore e che di fatto è l’unico responsabile del far circolare la notizia. Inizio il post quindi con la prima presa di posizione: non linkerò la notizia per non dare visualizzazioni a testate che spero chiudano, ma per sapere quello a cui mi riferisco è sufficiente cercare su google “Cenerentola” e vedere le prime notizie che escono.
Questa “polemica” è di fatto scoppiata in contemporanea al coming out di Demi Lovato che ci fa sapere via instagram il suo non identificarsi nella definizione binaria di genere(a).
Come spesso accade, l’ondata di commenti che ha circolato nel mio intorno digitale in merito a queste due faccende mi ha spinto ad alcune riflessioni che ho scelto di condividere solo in seguito a questo sondaggio(b):

Partiamo dalla questione fata madrina.
Sarà interpretata da un attore di colore e dichiaratamente gay. Già con la prima frase ho le concordanze affanculo, ‘sto post sarà un fottuto calvario, ma cerchiamo di rimanere concentrati. La fata madrina altro non è che la stylist di Cenerentola e il fatto che sia interpretata da un uomo, nel mondo in cui esiste Enzo Miccio e gli stilisti sono in larga parte uomini, credo serva solo a dare alla storia una base meno fantasy. Questo, spero bene sia chiaro a tutti nell’anno domini 2021, indipendentemente dal colore della pelle dell’uomo in questione, parametro assolutamente ininfluente. Sul fatto che sia gay invece ho qualche ragionamento in più da fare.
Non mi risulta che la storia originale preveda in alcun modo sotto trame amorose per il personaggio. Ora, magari questa cosa cambierà nel remake (mi guardo bene dall’approfondire il film oltre alla ricerca google di cui sopra), ma se così non fosse non trovo alcuna ragione per caratterizzare il personaggio con un orientamento sessuale, soprattutto se nel farlo si cavalca lo stereotipo “maschio col pallino del look = gay” e magari lo si caratterizza come piuttosto effemminato. Il mio problema però non sta nemmeno lì: un personaggio del genere per me fa molti più danni di quanto possa essere utile in termini di far sentire rappresentata una categoria, ma è opinione personale non necessariamente corretta o condivisibile.
La questione che mi preme è un’altra.
Ho come l’idea che un ramake live action di Cenerentola sia una delle cose meno interessanti ci si possa inventare e che questa scelta di casting non sia altro che una strategia promozionale basata sul triggerare i soliti quattro reazionari fascistoidi nella più classica delle win-win situation: la destra può berciare di dittatura del politicamente corretto rinvigorendo la propria fanbase e la Disney di turno può invece raccogliere dall’altro lato, quantomeno con una campagna gratuita di promozione ad un nuovo film che, magari sbaglio, ma non avrebbe nessun altro selling point(c).

Qui è il punto in cui comincia il difficile perché 1) si tratta di un semi processo alle intenzioni e 2) per quanto sia inconcepibile per alcuni, di solito cerco di riflettere empatizzando col pensiero di chi è parte in causa, ma in questo caso non ho la minima certezza di come possa essere percepita la questione da dentro.
Io credo davvero che scegliere un ragazzo nero e gay per interpretare la fata madrina, nello specifico, sia solo un’operazione di marketing, per due ragioni.
La prima è che se vuoi davvero fare un film che dia spazio rilevante ad una minoranza non hai bisogno di forzarla dentro un contesto iper tradizionale come Cenerentola. Puoi fare un altro film con personaggi neri, gay o whatever che abbiano un ruolo centrale. Il punto è che in quel caso forse non ti si filerebbe nessuno e quindi rischieresti il flop. Se invece fai Cenerentola con il fatino ebano a cui piace il catso polarizzi, fai scalpore e in qualche modo finisci per vendere un prodotto altrimenti meno (leggi: non) interessante. 
La seconda è che se vuoi davvero fare un film che si smarchi da certi presupposti ormai superati e reazionari non dovresti partire da una favola il cui messaggio di base è che la donna per emanciparsi deve sposare un fottutissimo principe. Nel senso, se lo fai per me sei in malafede oppure deficiente e ho come l’impressione Disney non possa permettersi di essere gestita da deficienti.
E allora la questione per me è questa: probabilmente è un bene che certi colossi stiano forzando la mano in una direzione che comunque è quella dell’inclusivitá, ma a me resta il retrogusto amaro della sensazione che stiano lucrando su quella che per molti è una battaglia ben lontana dall’essere vinta e la cosa mi fa leggermente schifo, anche se questo lucrare non è per forza di cose controproducente.
Non so come dire.
Se a fare del bene ci fai su dei soldi posso starci, ma non pretendere di passare da eroe. Se poi il fatto che tu stia facendo del bene non è nemmeno così scontato, mentre è innegabile che tu ci stia lucrando, beh allora per me sei una merda, persino peggio di quelli che stanno dall’altra parte, ma che almeno lo fanno apertamente e senza pose fake. Anche perchè, se davvero c’è quel tipo di malafede, si finisce ad utilizzare il personaggio gay come fosse un’attrazione da circo e non penso proprio questo sia un bel modo di supportare la causa.

Fino a qui è stato grossomodo semplice, ora passiamo a Demi Lovato e alla questione dei pronomi.
Non mi interessa molto di come DL voglia essere chiamata e in questo caso non è manco mia intenzione fare dietrologia: se è una scelta sincera bene, se è marketing bene uguale: alla fine come la coniughino nelle frasi a me interessa zero e se ci vive bene lei, ci vivo bene pure io.
Che mi interessa invece è la questione They/Their. Ora, lo dico subito, quel che segue è una boomerata(d), ma vorrei fosse chiaro che per me il ruolo di ciascuno di noi nella società non è comprendere ed appoggiare ogni scelta altrui, ma è quello di rispettarla. Fa differenza.
Io con la scelta di non aderire ai generi binari ho più di un problema, che poi è lo stesso che ho con i ragazzi cresciuti con youtube e spotify che alla domanda: “Che musica ascolti?” ti rispondono: “Di tutto”.
Il mio problema è che ho visto e vedo tutt’ora i danni dell’educazione al “puoi essere quello che vuoi”, perché la società in cui siamo inseriti non ti permette manco per il cazzo di fare o essere ciò che vuoi e prima impari questa cosa, meglio è. Certo, domani le cose potranno essere diverse e non ho modo di negare una società futura meno netta e definita possa essere meglio di quella attuale, quindi parlo solo di opinioni personali, ma a mio avviso l’autodeterminazione è un passaggio chiave di crescita e sviluppo individuali.
Ad una certa, secondo me, è necessario autodefinirsi come qualcosa rispetto a qualcos’altro, fare delle scelte di appartenenza.
È il modo per tracciare le linee che di definiranno.
La mia impressione è che la tendenza sia verso una realtà in cui queste scelte (spesso dolorose o comunque non facili) non siano più necessarie e che si stia cercando in tutti i modi di superarle. Come dicevo, non è qualcosa che posso definire sbagliato in senso assoluto, ma è qualcosa che certamente non capisco e che personalmente ritengo controproducente nel processo formativo.
In altre parole: non mi interessa che i miei figli siano etero o gay, cis o trans, ma mi piacerebbe fossero in grado di autodeterminarsi, perché penso questo approccio alle questioni (a.k.a. fare delle scelte e accettarne le implicazioni) sia l’essenza del crescere e maturare.
“Non è forse non scegliere anch’essa una scelta?” 
Boh, forse sì. Come detto, non ho la pretesa di avere una posizione chiara e insindacabile su una cosa che non riesco a comprendere, quindi ci sta questa mia idea possa essere “sbagliata”. L’obbiettivo a cui tendere è provare ad essere supportivo anche verso chi fa scelte che non concepisco, perchè farlo solo con chi si muove nel campo della mia approvazione non richiede poi ‘sto grande sforzo. Diciamo anche però che trovo idiota questo ricatto morale per cui il progresso vada abbracciato senza spirito critico perchè è più importante non passare da reazionari che valutare se abbia o meno senso esserlo, ogni tanto.

Alla fine rileggendo non credo ci sia molto da litigare in merito a questo post, ma sarò ben felice di ricredermi.


(a) Nel post potrei usare termini e lessico imprecisi e non in linea con quanto richiesto dalla comunità LGBT+. Spero questo non sia un limite alla comprensione e accetto ben volentieri correzioni o suggerimenti per rendere il tutto più preciso. 

(b) Il sondaggio ha raccolto 15 voti su quasi 380 follower, quindi è palese che il “ma chi ti si incula?” sia la frangia dominante. E’ sempre divertente però constatare il ritardo di chi non capisce il sottotesto e clicca lo stesso quell’opzione, dimostrando simultaneamente di non essere particolarmente svegli* e di aver mentito a sè stess* nella scelta. Chi ha risposto NO invece ha tutta la mia stima e approvazione.

(c) E’ un post con un tasso di termini inglesi oltre la soglia del tollerabile e di questo mi scuso, ma la trovo una scelta in qualche modo in linea con il tema, che è di per sè stesso un’appropriazione di qualcosa di squisitamente americano e che qui si incastra in modo molto forzato, a livello culturale e sociale.

(d) I boomer sono quelli che vi permettono di fare la vita che fate e al loro posto, alla stessa età, sareste probabilmente manovali in una piccola azienda invece che laureati in “faccio quello che mi piace”. Quindi sì, forse vi hanno rubato il futuro, ma era un futuro di merda.

Due bei dischi (ma ne parlo in fondo, prima ci sono un po’ di pare)

Ho riguardato le foto di mio figlio.
Non una roba minuziosa, mi sono sfogliato il profilo instagram andando a ripescare tutte le foto dal primo compleanno al sesto, tre giorni fa. A me sembra sempre uguale e invece è diventato grande. Ok, forse grande no, ma insomma adesso è un ometto e se guardo i bambini della sua età che magari non vedo da un po’ per via di, va beh lo sapete, ecco mi sembrano tutti molto più grandi di lui.
Sono già uno di quei padri lì, mannaggia i preti.
Qualche settimana fa chiacchieravo con Paola del fatto che tra poco anche Olly sarà una donnina e che mi mancherà non avere più un piccolo da accudire in quel modo lì. Mi ha guardato come fossi un alieno: “Io un’altra gravidanza non la reggo Giuse, scordatelo”. Ho risposto: “No ma che cazzo dici? Piuttosto me lo taglio.”
Ed è vero eh, un terzo figlio sarebbe un bel casino sotto ogni punto di vista e non per modo di dire. Toccherebbe cambiare tutto, in primis casa. No way.
Il punto è che però credo di aver capito il meccanismo perverso dei gattari, quelli che ogni tot si tirano in casa un nuovo piccolo micio. A oltranza, per evitare che si crei quel vuoto che forse un po’ spaventa anche me.
Il punto è rimanere razionali.
Il punto più grande è che ho troppo tempo per pensare e, nel mio caso, è una fottuta tragedia, come credo sia chiaro a chiunque abbia letto uno di questi miei post notturni.
Ho bisogno di tornare ad impegnare il cervello per programmare cose a caso: viaggi, concerti, uscite. La qualunque. Ridatemi delle prospettive da disilludere o da rimpiazzare con altre ancora meno concrete.
Va beh, sto deragliando. Giuro che non volevo andare a parare sulla solita lagna, anche se a dirla tutta ho aperto il blog senza una minima idea di cosa avrei scritto.
Oggi ho ascoltato due dischi nuovi, nel senso di mai sentiti prima. Non vorrei dire una cazzata, ma in questo 2021 non credo sia capitato più di un altro paio di volte. Forse tre, ad andar bene.
Il secondo dei due dischi è uscito 15 anni fa, ma ci sono arrivato oggi per caso grazie a un gruppo di vecchi nostalgici su FB a cui mi sono iscritto. Il tipo che l’ha postato ha fatto un commento che mi ha acceso curiosità e così abbiamo iniziato a parlarne. Sono emerse due cose abbastanza assurde:
1) Il tipo è amico di due mie cugine, così a caso.
2) Non avevo mai ascoltato i Crime in Stereo perché per una vita li ho confusi coi Death By Stereo.
Ad ogni modo The Troubled Stateside è un disco loro ed è figo un bel po’. Sarebbe fuori tempo massimo se questa roba non fosse morta dieci anni fa buoni, oggi risulta quasi fresco per chi non se lo fosse mai sentito prima.
Il primo dei due dischi che ho sentito oggi invece è il nuovo di Margherita Vicario, che poi è pure questo nuovo per modo di dire visto che per metà buona raggruppa singoli già usciti e a cui ero già rimasto sotto in presa diretta.
Anche qui, per simmetria, segnalo due cose:
1) se c’è un momento buono per uscire con un album di pezzi “vecchi” è un contesto storico come quello che stiamo vivendo, in cui lo scorrere del tempo di fatto non esiste e ieri è il 2019.
2) tra i pezzi nuovi c’è questa DNA che, voglio dire, mi pare meritevole.

Questo post direi che lo posso pure chiudere così, anche se devo pensare ad un titolo e non ho davvero idea di cosa possa usare per riassumere questa pagina.
Avendolo tu già letto ad inizio post il problema è evidentemente solo mio.
Come gli altri di cui sopra, del resto.
Forse dovrei fare un disclaimer, ‘sto giro.

5CONTRO5: MxPx

Guarda te che rubrichetta che vado a rispolverare: il 5CONTRO5.
Il motivo è presto detto, questo 2021 arrivato con l’enorme responsabilità di toglierci dai coglioni il 2020 per il momento è stato un gigantesco vorrei ma non posso, fatto di ibridi mentali non sempre felicissimi tra la positività dell’attitudine alla ripartenza e la cruda realtà, che ogni giorno sottolinea come in fin dei conti non sia davvero cambiato niente.
E’ un concetto confuso, ma l’esempio che credo possa chiarirlo è quello dei concerti in streaming.
Dopo un anno a veder saltare eventi e date e con la voglia di guardare qualcuno che suona, in questo inizio d’anno mi sono affacciato sul fronte dei live streaming e di tutte le loro contraddizioni. La razionale illogicità del concerto in TV che si scontra con il fatto che mentre lo guardi comunque ti parte il piedino, ti si alza il dito e ti ritrovi a svegliare la moglie alle tre di notte perchè stai cantando con le cuffie senza manco accorgertene (questa cosa potrebbe essere successa davvero.).
Ok, ma perchè gli MxPx? Perchè sono una delle band più attive da questo punto di vista e con la loro serie Between this world and the next stanno suonando con una regolarità invidiabile da ottobre scorso. Io mi sono visto due “date”, una pagando e una gratis, e mi son piaciute un botto entrambe. Da lì ho ricominciato a metterli in cuffia con regolarità, a parlarne in giro e a rendermi conto di non essere proprio l’unico ad averli ripresi dal cassetto. A quel punto è arrivata l’idea di un nuovo round del 5CONTRO5.
A proposito, come funziona questa rubrica? Facile: metti insieme cinque persone che hanno tutte una certa fissa per un gruppo e fai fare ad ognuna di loro una playlist “ascoltabile”, ovvero massimo 16-18 pezzi e sotto i 60 minuti. Alla fine le confronti e tiri le somme di quanto ognuno se la viva in modo diverso. In pratica la scoperta dell’acqua calda, ma con un giochino divertente. Una delle cinque persone potrei essere io.
Negli episodi precedenti ci siamo occupati di Brand New, Get Up Kids e The Offspring.

Spazio statistiche: anche questa volta uno dei partecipanti ha scelto un disco intero, come miglior playlist, quindi Life in General diventa per forza di cose il disco più citato (27/81) e se lo chiedete a me è abbastanza giusto sia così. Sono invece sorpreso del fatto che al secondo posto si piazzi The Ever Passing Moment (10/81) e non Slowly Going the Way of the Buffalo (9/81), seppur siano due bellissimi dischi entrambi e la distanza sia in effetti minima. Per il resto, nelle diverse scalette si trova rappresentata tutta la discografia, con una percentuale sostanziosa di pezzi presi fuori dai dischi “ufficiali”, pescando in raccolte, compilation ed EP (17/81), ad indicazione del fatto che per tutti i partecipanti, la produzione sia rimasta valida nel tempo e attraverso le varie uscite, al netto delle ovvie preferenze personali.
Tra le canzoni, quella che fa meglio di tutte è Andrea (4/5) e non ci avrei scommesso un euro, mentre mi sorprende un pochino che Responsability sia solo in una delle playlist (d’altra parte io non ce l’ho messa, quindi non so bene che cazzo mi stupisco a fare). Il resto è piuttosto vario, quindi sottolineo solo Can’t Keep Waiting (2/5) perchè per essere un pezzo uscito da una settimana e da un gruppo che tutti collocano di istinto almeno 10 anni indietro nel tempo, è un gran risultato.

Ed eccoci alle playlist, finalmente.
Grazie mille a tutti i partecipanti.

Elisa
Dalle mie parti essere fan degli MxPx è sempre stata considerata come una cosa da serie B, un po’ per colpa del christiancore – che poi in realtà la Tooth & Nail ci ha regalato grandissime cose come Rufio, Slick Shoes, Dogwood, Cootees, Ghoti Hook e compagnia bella – e un po’ perché negli anni 2000 il sound degli MxPx si era ripulito troppo, ma quelli che avevano tutti questi preconcetti sono le uniche persone che ci hanno rimesso non ascoltando gli MxPx.
Per questo motivo ho passato i miei teenage years nella mia bolla, senza mai capire bene se questa band fosse bene o male famosa in Italia o se in realtà ce la ascoltassimo solo io e pochi altri.
Credo sia una situazione che capiti a molte persone che vivono in città di provincia di non sapere realmente la portata delle cose che fanno. C’è gente che ascolta musica sostanzialmente lontano dalle luci delle grandi città e vive in contesti senza stimoli, quindi finisce per forza ad ascoltare il punk rock e a suonarlo e magari svolta anche l’adolescenza di qualcuno dall’altra parte del mondo che si riconosce in quelle canzoni e sta vivendo le stesse cose.
Mi è sempre piaciuto ricercare i luoghi da cui provengono le band, andando personalmente a vedere il quartiere che c’era scritto sull’indirizzo stampato sul vinile, e credo che se ascoltiamo alcuni generi musicali ma ci perdiamo il contesto ambientale in cui nascono, stiamo perdendo l’opportunità di capire sul serio quella band.
E, diciamoci la verità, molte band non avrebbero mai avuto un senso se non fossero nate in posti davvero random; tipo i Raein a Forlì, o gli MxPx a Bremerton, per dire.
Dai pezzi grezzi di Pokinatcha, alla perfezione di Life In General (disco che ho consumato così tanto da doverlo ricomprare un paio di volte) ma anche alla versione più polished della band in Panic e Before Everything & After, ce n’è un po’ per tutti e non ci si annoia mai.
Inizialmente nella mia bozza di playlist c’erano addirittura 32 canzoni ed è stato difficilissimo scendere a 16; alla fine ho dovuto lasciare fuori alcuni singoloni e ho anche i sensi di colpa per quanto riguarda alcuni pezzi che ho dovuto lasciare fuori, ma credo che questa possa essere la mia playlist definitiva sugli MxPx.

The Terrible Cece
Grazie Manq per avermi chiesto questa Playlist, gli Mxpx per me sono adolescenza ma anche presente, non molte band ci riescono. Scoperti con Let It Happen, album che conservo con gelosia, tatuati sul braccio insieme a Cant e portati sempre sia nella pelle che nel cuore. Preferito The Renaissence EP.

Dan on the Moon
Questi 18 pezzi sono i più significativi per me, quelli che mi sono sempre rimasti di più dentro. Ogni volta che li riascolto mi trasportano in altri momenti della mia vita, in tanti ricordi belli e brutti che siano.

Cant HC
Era tipo il 1997 e andavo in questa discoteca a Cesenatico aperta la domenica pomeriggio. Era si un posto per adolescenti arrapati, ma nella pista di sopra c’era una selezione musicale da paura e dj Peter con il quale poi siamo diventati ottimi amici metteva ogni settimana una mezz’ora buona di punk rock melodico (all’epoca lo chiamavamo “punk californiano” ) e quindi avete già capito che si andava giù di NOFX, Lagwagon , No Use For a Name e compagnia bella.
Un pomeriggio passa questa canzone straordinaria che andava ai duemila all’ora e la voce sopra con una melodia che ti si infila nella testa e non se ne va più via, all’epoca non c’erano shazam o cazzi vari, manco il cellulare “Motorola StarTac” c’avevo e quindi l’unico modo era continuarmi a cantare la canzone in testa e sperare che la rimettesse la settimana seguente per sapere il nome della band e del pezzo.
Fortunatamente dopo una settimana in cui nella mia testa il pezzo era piuttosto cambiato Dj Peter rimette la canzone ed io mi fiondo in consolle e gli chiedo informazioni. La band erano gli Mxpx e la canzone si chiamava come me: “Andrea”.
Diciassette anni dopo ad un concerto degli Mxpx a Bologna la band torna per l’encore e Mike Herrera mi dedica la canzone, dopo il concerto mi ha detto che l’avevano messa apposta in scaletta per me. il cerchio si è chiuso, è stato bellissimo!
So che Manq mi ha chiesto una playlist e giuro che ci ho provato per giorni a farla ma essendoci già la perfezione dico che la mia playlist è il disco “Life in General” dalla prima canzone alla numero 17.
Diciassette come gli anni passati tra la scoperta della canzone e quella che probabilmente è la dedica più bella che mi sia stata fatta

Manq
Da ragazzino ho ascoltato quasi solo punk-rock e ne ho ascoltato davvero tanto, soprattutto di quello che arrivava dalla costa ovest degli Stati Uniti. All’epoca si chiamava So-Cal Punk, o forse lo chiamavamo così solo noi della provincia italiana, per darci un tono. Vai a sapere. Tutta quella roba veloce che stava sotto Fat Wreck, per intenderci. Gli MxPx erano ai margini di quel contesto per tanti motivi, dalla collocazione geografica al loro essere #TeamGesù, eppure quando li scoprii ci andai in fissa quasi subito lo stesso.
Vent’anni dopo mi tocca prendere atto che di tutta quella roba ho un’opinione molto diversa. In alcuni casi perchè la musica è invecchiata male, in altri perchè chi la suonava è invecchiato male. A volte sono invecchiate male entrambe le cose e forse, in certi casi, quello invecchiato male sono io.
Con gli MxPx però ci sto ancora tanto bene. Certo, i dischi dei miei vent’anni sono inevitabilmente la prima roba loro che mi viene da ascoltare, ma volendo fare questa playlist ho pescato anche tra cose più recenti, compreso l’ultimo singolo uscito pochi giorni fa.
Onestamente, nel 2021, non mi viene in mente nessuna band di quel giro capace di tirar fuori un pezzo così figo.