EMA: “Ve lo avevamo detto Lunedì”

L’agenzia Europea per i medicinali (EMA) ha comunicato oggi alle 17:00 che il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro e che i benefici del suo utilizzo surclassano i rischi, esattamente come sostenuto anche prima di questo circo mediatico e politico che con la scienza ha davvero poco a che fare.

AMSTERDAM. Alle 17:00 Central European Time, la direttrice esecutiva dell’EMA Emer Cooke ha tenuto una conferenza stampa in diretta streaming per esporre le conclusioni del comitato di sicurezza dell’agenzia (PRAC) in merito al vaccino AstraZeneca e alla correlazione con possibili eventi avversi riportati nell’ultimo periodo in Norvegia, forse Danimarca e Germania. Eventi che hanno portato molti enti politici e regolatori nazionali a sospendere l’utilizzo del vaccino.
Il comunicato si può sintetizzare in tre punti principali:
1) Il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro; i benefici derivanti dal suo utilizzo surclassano i rischi. Che è esattamente quello che hanno sempre detto. 
2) L’utilizzo del vaccino non correla con un aumento di casi di eventi trombotici, che vuol dire che se prendi X persone vaccinate e X persone non vaccinate il numero di eventi di questo tipo è lo stesso nelle due popolazioni. Vi faccio un esempio: ogni anno ci sono un certo numero di bambini che muoiono in culla, alcuni dei quali qualche giorno dopo essere stati battezzati. La battesimovigilanza, se esistesse, dimostrerebbe che questi terribili casi non sono più frequenti tra i bambini battezzati e che quindi non c’è correlazione tra il battesimo ed un aumento della casistica di questa terribile fatalità.
3) Con tutti i dati a disposizione, che sono stati raccolti per tutto il tempo dell’utilizzo del vaccino e certamente non negli ultimi tre giorni, e nonostante un riesame approfondito di tutti questi rarissimi casi di eventi avversi, non è stato possibile escludere in via definitiva e categorica una possibile correlazione. Che non vuol dire che la correlazione sia stata trovata, razza di capre a pedali, vuol dire che nonostante non sia stato trovato nelle autopsie e nell’analisi dei casi alcun possibile legame tra le due cose (zero, nada, niet: “Non abbiamo trovato un cazzo, signore!“), la scienza e la medicina contemporanee non ci permettono di escludere in via assoluta e definitiva che qualcosa ci sia. E grazie al cazzo, perchè la scienza e la medicina non funzionano così. Quelli con le certezze dogmatiche sono i preti. Presente no? Sono anche loro vestiti strani e parlano anche loro un linguaggio semi incomprensibile, ma fanno un mestiere diverso dagli scienziati e dai medici e NON vanno confusi, nonostante ci siano tra medici e scienziati personaggi che si comportano come fossero dei preti.
A conclusione di tutto questo, è quindi stato deciso di scrivere sul bugiardino che questo rischio, per quanto infinitesimale e indimostrabile, potrebbe esistere e quindi che si rende necessario prestare attenzione ad eventuali sintomi correlabili agli eventi avversi di cui sopra. Simultaneamente l’unica cosa che potessero fare per dare un segnale di intervento e l’unico possibile freno al fatto che domani qualche Paese o ente nazionale torni sulla questione e si ricominci da capo. Perchè, come forse avrete intuito, in questi tre giorni non è cambiato nulla: si è cercato qualcosa senza trovarlo e senza poter escludere al 100% ci sia, il che potrebbe portare altri a dire “cercate di nuovo” o “cercate meglio”, se avvalliamo la logica utilizzata questa settimana da chi ha deciso di fermare tutto.
La speranza però è che finalmente si sia capito che i numeri non mentono: i rischi sono drammaticamente inferiori al beneficio di una campagna vaccinale efficiente e, soprattutto, il tempo che buttiamo appresso a paure prive di fondamento uccide le persone causa COVID19, che tra le altre cose ha un’incidenza di eventi trombotici incredibilmente più alta di quella imputata, ma non comprovata, ai vaccini.
Ora però lasciamo la parola agli approfondimenti da studio.

GESSATE. Per commentare il comunicato di EMA nella sua più totale prevedibilità abbiamo deciso di contattare Manq, perfetto signor nessuno e fervido combattente della guerra alla disinformazione scientifica, battaglione Twitter. Gli abbiamo quindi rivolto qualche domanda.

E’ soddisfatto di questa decisione?
Quale decisione?

Quella di… in effetti non è stato deciso nulla da EMA.
Eh, no.

Grazie. Arrivederci.
Si figuri, arrivederci a lei.

Notizie dal fronte: CORONAVIRUS

Siccome il business non si ferma certo per quattro colpi di tosse mi trovo a Linate, pronto a volare su Napoli con la speranza non decidano di sbattermi in quarantena appena atterrato.
La situazione in aereoporto è, occhiometricamente, quella standard delle partenze del lunedì mattina. Forse c’era un minimo di coda in meno al bar Motta, il primo dopo i controlli di sicurezza, ma non mi sono trovato nell’aereoporto deserto che qualcuno poteva ipotizzare e, a parte qualche mascherina e l’istinto incontrollabire di dare fuoco a chiunque soffi il naso, direi che non c’è niente da segnalare.
Siccome al mio imbarco manca grossomodo un’ora, scrivo due righe sul blog in merito al CORONAVIRUS (tutto maiuscolo, così siete avvisati e dopo aver letto lavate le mani 20″).

Un po’ per la voglia di stare sul pezzo e un po’ per ipocondria, ho seguito la vicenda fin dai primi di gennaio, quando si è iniziato a parlare di Wuhan. Su una scala ipotetica di panico, mi sono stabilizzato quasi subito su un valore grossomodo intorno al 30%, beccandomi del paranoico un po’ da tutti. La situazione però era destinata a cambiare, come illustra il grafico qui sotto:

L’intersezione tra la retta rossa e quella verde è stimabile a venerdì scorso (21/2/20) nel primo pomeriggio.

Da quel momento sono passato dall’essere un matto allarmista ad essere un matto negazionista.
In queste ore quindi sto leggendo tantissimo di quello che circola sul tema, sia da fonti ufficiali, sia sui social network, luogo magico dove chiunque può togliersi il dubbio di sapere cosa pensi, che ne so, Paola Ferrari, di questa situazione (SPOILER: una serie di cazzate.).
Segue quindi un mini elenco di riflessioni sparse su quanto ho letto, classificate tramite categorie di persone che fosse per me andrebbero chiuse in centri per l’igiene mentale non credo abbiano le idee molto chiare in argomento.

1) Quelli che “Ma cos’è questa isteria di chiudere scuole/bar/negozi/ecc…? Ma ripigliatevi.”
Il problema di un virus che possono prendere tutti è, tenetevi forte, il fatto che possano prenderlo tutti. Questo vuol dire principalmente due cose. La prima è che se i contagiati superano una certa soglia, il nostro SSN per quanto buono finirebbe per collassare, con ovvie controindicazioni per la salute di tutti. La seconda è che più contagiati ci sono, più sale la probabilità lo contraggano persone più a rischio. Il che ci porta ad una seconda categoria.

2) Quelli che “La mortalità nelle persone giovani e sane è quasi nulla. Relax!”, che poi sono il sottoinsieme sfacciato del gruppo 1. Gente che magari fino a ieri si batteva per sensibilizzare in merito ai cambiamenti climatici e al futuro del pianeta che ci riguarda TUTTI, ma che per tutti intende evidentemente solo loro, o prima loro. Perché non è difficile capire che, di nuovo, senza prevenzione questa situazione può essere un problema serio per tante persone, che già hanno magari i cazzi loro da gestire.

3) Quelli che “I cinesi…”. Quanta miseria umana.

4) Quelli che “Avete rotto il cazzo coi cinesi e poi è colpa di un businessman milanese…”. Io la capisco la necessità di dare addosso al gruppo 3, è anche giusto, ma infilare la lotta di classe a cazzo di cane in ogni contesto e senza cognizione di causa non fa di voi persone intelligenti.

5) Quelli che “Burioni è il nemico a prescindere”. Di nuovo, capisco la volontà di ridimensionare l’ego di un uomo a cui è sfuggita di mano la percezione di sé e del proprio ruolo, ma un conto è criticare l’uomo e condannare certi suoi atteggiamenti, un altro è provare a dimostrare sia un pirla a 360°, o comunque anche nell’ambito delle sue competenze. Non è così e, spiace dirlo, ogni accusa di questo tipo che viene rispedita al mittente dai dati o dall’evidenza quell’ego lo pompa.

6) Quelli che “Italia Paese ridicolo, unici in Europa che non hanno arginato il problema…”. Raga, no. In Italia una serie piuttosto unica di coincidenze ha voluto che un trentottenne grave (evento raro) dicesse di avere un amico rientrato dalla cina (che poi non c’entrava una beata minchia) per innalzare i livelli di attenzione ed intensificare i controlli. A questo punto, come dice il proverbio, chi cerca trova. È difficile pensare l’Italia abbia più rapporti con la Cina rispetto ad altri Paesi europei e, a quanto ho letto, non c’erano altrove misure più stringenti delle nostre per il contenimento. Questa continua necessità di autodipingerci come repubblica delle banane non è che faccia bene.

7) Quelli che “Facciamo le scorte!!!1!”. Qui non so neanche cosa dire, mi chiedo solo quelli che si portano a casa settemilioni di casse d’acqua cosa pensano faccia il CORONAVIRUS ai rubinetti. Boh.

Ok, mi sono imbarcato e non mi vengono altre considerazioni al momento. Dal fronte è tutto, a voi studio.

Dalla parte giusta del populismo

Io ho lavorato nella ricerca scientifica dal settembre 2005 al gennaio 2014. Ho fatto gran parte del percorso accademico: tesi sperimentale, borsa di studio, dottorato di ricerca, post-doc; quasi nove anni di cui sette nel nostro amatissimo Paese.

Ancora oggi, quando parlo con alcuni colleghi, mi dicono frasi tipo: “Beh, io non sono rimasto in università. Io ho iniziato a lavorare subito.” e sul momento vengo sempre avvolto da quell’insana voglia di farmi esplodere in ufficio. Non è un discorso relativo solo alla mia azienda, ma generalmente diffuso nell’ambito extra-accademico quando si parla di “lavoro di ricerca”.
Io non sono mai stato Stachanov, ho sempre avuto la grossissima fortuna di avere interesse nella mia vita fuori dal lavoro e, soprattutto, non sono mai stato affascinato dal poserismo da straordinario che prende moltissimi giovani ricercatori.
– Sai, io lavoro fino alle dieci di sera.
– Ah, non me lo dire, ieri notte ho dovuto correre un esperimento che finisce giusto giusto sabato pomeriggio. Poi domenica analizzo i dati.
Tutte seghe.
La mia esperienza personale rispetto a chi fa turni di 12-15 ore in laboratorio sette giorni su sette è che sia spinto da un mix di, appunto, autocompiacimento e disorganizzazione. Lavorare libero da orari permette di impiegare 12 ore a fare una cosa che si farebbe in 8 solo perchè nessuno ti fucila se stai la notte al bancone, che tanto sei fuori casa/città/Paese, conosci poche persone e non hai una beneamata minchia da fare. Fermarsi fino a tardi può capitare in tutti i lavori. Se ti capita sempre, il problema sei tu. Fact.
Detto questo, io mi sono sempre fatto un discreto mazzo al lavoro e credo per una volta i risultati siano lì a disposizione degli scettici. Ho sempre vissuto in realtà produttive, dove pubblicare i risultati era importante, dove produrre dati era importante, quindi sentirmi costantemente associato all’idea piuttosto stereotipata del laboratorio come luogo di fancazzismo, lontano anni luce dal concetto di lavoro, mi irrita anche ad anni di distanza.

Il mio “nuovo” lavoro tuttavia mi mette a contatto con tutte le realtà italiane che si occupano di ricerca scientifica: da quelle dove si lavora tanto e bene a quelle dove, oggettivamente, vengono buttati via soldi pubblici.
Di nuovo, non ne faccio una questione di orario di lavoro. Posto che lavorare a progetto abbia l’indiscusso vantaggio di lasciare grandissima flessibilità nella gestione del tempo, io non mi incazzo con i ricercatori borsisti che lavorano sistematicamente dalle 10 alle 16. Prendono uno stipendio da fame con contratti rinnovati ogni sei mesi tra mille patemi d’animo ed imprevisti quindi, sapete cosa, fanno bene. Il problema è se in quelle sei ore (colazione, caffè, sigarette e pausa pranzo comprese) non si è professionali.
Mi capita di prendere aerei o treni per presentarmi ad appuntamenti fissati in largo anticipo e, arrivato sul posto, sentirmi dire “No, oggi non posso / La dr.ssa non c’è / Avevamo un appuntamento?”. Da questa situazione ho capito una cosa: non è un problema di educazione. Non solo, almeno.
Chi da un valore al proprio tempo, chi sa cosa significhi lavorare, impara immediatamente a non sprecarlo e diventa, contestualmente, sensibile al non voler sprecare neanche quello altrui. Chi al contrario non contempla ci sia un investimento di risorse dietro al lavoro degli altri è solo chi  in primis non valuta prezioso il proprio tempo. Quindi chi ne ha da perdere.
E’ una statistica che non teme smentite, fatta su un campione molto vasto. Al netto dell’inconveniente che capita a tutti e dello stronzo che lo fa apposta perchè in qualche modo si sente in diritto di mancarti di rispetto, il resto rientra nella casistica dei nullafacenti col camice. E sono tanti, troppi per un Paese che di fondi ne ha così pochi.

Come si è arrivati a questo?
Io non ho una risposta che giustifichi la totalità del fenomeno, ma ho certamente una spiegazione a parte del problema. In Italia fare ricerca è diventato un hobby.
Torniamo al sottoscritto. Io sono rimasto in laboratorio fino a 33 anni. Ero già sposato, quando ho mollato. Avevo già un mutuo (sebbene più piccolo di quello attuale), quando ho mollato.
Non avrei potuto farlo se non avessi alle spalle una famiglia che mi ha permesso di arrivare a quel punto, aiutandomi economicamente ad emanciparmi. Sono stato fortunato quindi, ma comunque non avrei potuto permettermi di restare in laboratorio ancora, certamente non oggi che ho due figli. Anche perchè in casa eravamo in due a fare ricerca.
Una prima selezione quindi la fa la possibilità economica di continuare ad investire ad oltranza in un sogno privo di prospettive tangibili.
La seconda selezione la fa il merito, ma in negativo. Siamo uno dei Paesi in cui il lavoro di ricerca è pagato meno, ma viviamo in un contesto globale in cui i propri dati ed il proprio CV sono disponibili ovunque nel mondo. Chi vale e riesce a dimostrarlo con i risultati ha mercato e, ovunque provi ad andare, trova gratificazioni economiche che in Italia non avrebbe. Quindi, 7 volte su 10, parte.
Non starò a fare pipponi sulla fuga di cervelli, ma questa è la situazione. La ricerca Italiana seleziona chi può permettersi di campare con 1000 euro al mese  (se va bene) e simultaneamente non ha la possibilità di andarsene via, per scelta di vita o perchè non è bravo abbastanza.
Non è un problema unicamente di fondi, è un problema di risorse umane che certamente ha avuto origine dalla mancanza di fondi, ma che ora è parte integrante del degrado. Gente che da vent’anni sta i laboratorio senza una minima spinta produttiva o professionale, che ha scelto questa carriera perchè offre orari comodi per andare a prendere i figli a scuola (non sono necessariamente donne, pare stupido precisarlo, ma ecco.). Non ho nulla contro queste persone, contro la loro scelta di vita e nemmeno contro il loro concetto di lavoro, se questo non fosse in un ambito finanziato coi soldi di tutti e, soprattutto, in costante mancanza di risorse economiche.

Per questo spesso dico che io non voglio che la ricerca nel nostro Paese riceva più fondi. Io voglio che venga riformata. Gli stessi soldi, distribuiti meglio e in base al reale merito invece che poco a tutti, farebbero già fare un salto di qualità al sistema.
Il dramma vero è che la ricerca ed i suoi finanziamenti, così come temo la scuola (realtà che trovo assimilabile pur non conoscendola da dentro) sono diventati unicamente un simbolo da brandire ai comizi, vuoto, un po’ come “prima gli italiani” o “basta tasse”. Fatichiamo ad accorgercene perchè a gridarlo siamo spesso noi che quegli slogan li critichiamo.
Noi che siamo dalla parte giusta del populismo.

La macchina nello spazio

Ultimamente non è che mi venga facilissimo avere fiducia nell’umanità. Tra fascisti che sparano per strada, leader mondiali che parlano ogni due per tre di arsenale atomico e idioti che vorrebbero farci tornare all’epoca buia delle epidemie diventa davvero difficile pensare positivo.
Eppure ieri per qualche ora sono rimasto a guardare affascinato l’ultima dimostrazione di quanto l’uomo possa essere capace di grandi imprese. E’ stata una bella pera di fiducia nella nostra specie, che ha avuto il suo culmine grossomodo in questo momento:

Ieri è stato lanciato il Falcon Heavy, il razzo progettato da SpaceX che punta a rivoluzionare le missioni spaziali future, sia in termini di capacità di carico, che di destinazione, che sopratutto di costi visto che il grosso del progetto sta nel rendere il vettore “riutilizzabile”.

Io non so dire se Elon Musk sia un genio, certamente è una persona fuori dal comune con una visione fuori dal comune. Una visione che, a voler ben guardare, io probabilmente non capisco visto che si parla di salvare il pianeta.
Non credo di essere una persona particolarmente egoista, eppure questa cosa del benessere della Terra non riesco proprio a farmela piacere. Io sono per il benessere degli uomini nel presente, con una prospettiva a lungo raggio che può arrivare al massimo a 100, 150 anni da oggi (solo perchè ho dei figli e spero di avere dei nipoti). Trovo giusto fare tutto il possibile, anche e soprattutto ridefinendo il concetto stesso di possibile, per migliorare le condizioni di vita attuali. Per ogni singolo essere umano, ovviamente, il che è un traguardo già abbastanza utopistico, senza necessariamente proiettarlo in avanti di migliaia di anni.
Se eliminare la malnutrizione nel mondo OGGI accorciasse di un milione di anni la stima di vita sul pianeta (che pare stia intorno al miliardo e mezzo di anni) e la scelta dipendesse da me firmerei senza alcuna riserva.
Non so se sia una prospettiva miope la mia, probabilmente è così, ma credo che l’intervento dell’uomo stia compromettendo il futuro del pianeta con uno scopo condivisibile, ovvero l’aumento della qualità della vita. Non dico che il metodo sia perfetto: non c’è egualità nell’accesso alle risorse che creiamo, e il processo è viziato da interessi che nulla hanno a che fare con il benessere di tutti, ma al netto di queste situazioni il progresso c’è ed è costante. Forse è più lento di quel che potrebbe essere, certamente è meno “giusto” di quanto dovrebbe essere, ma c’è.

Ok, m’è scivolato il pippone, il post è nato per celebrare una roba figa fatta da gente figa che non è solo brava in quel che fa, ma lo è ancora di più nel comunicare quel che fa. Perchè se vuoi cambiare il mondo, saper parlare ai sette miliardi di persone che lo popolano credo sia utile.

Quindi, tirando le somme, l’uomo ha lanciato un’automobile nello spazio.
Lo ha fatto unicamente come mossa di marketing a supporto di un test per una tecnologia missilistica che vuole cambiare il modo di pensare i viaggi nello spazio e che, se quel che abbiamo visto ieri è solo un antipasto, è probabile ci riesca pure.
Guardando la diretta è stato bello sentire la gente che applaude, che fa insieme il count down, perchè piccola o grande che sia parliamo di una conquista dell’uomo e queste conquiste hanno il dovere di unirci e ricordarci che sappiamo fare anche qualcosa di buono.

Un pippone sui concorsi

Diciamo che sei un PI, alias Principal Investigator, e dirigi un tuo gruppo  di ricerca nell’ambito life science (1) in Italia.
Diciamo che sei bravo: lavori in maniera accurata, pubblichi risultati rilevanti su riviste peer reviewed (2)  e porti avanti una linea di ricerca utilizzando grant (3) che con ogni probabilità ti sei dovuto procurare da solo. Per stare ad un buon livello infatti, soprattutto nel nostro Paese, procurarsi fondi non statali da associazioni ed organizzazioni varie è vitale perchè i contributi ministeriali sono pochi e mal distribuiti.
Hai i tuoi soldi, quindi, ma difficilmente lavori nel tuo soggiorno. Spesso sei “ospite” di spazi statali, ospedalieri o universitari, dove puoi usufruire di locali idonei e, se ti va di lusso, di strumentazione comune. Questa cosa ha un prezzo, ovviamente, che spesso comporta tra le altre cose il rimandare all’amministrazione della struttura la gestione dei tuoi fondi. Se interessa (4), questa cosa può essere analizzata da tanti punti di vista, ma quello che credo sia importante alla luce delle tante discussioni di cui leggiamo in questi giorni è il risvolto legato ai contratti dei collaboratori: assegni di ricerca, borse per dottorati e via dicendo.
Torniamo al nostro amico PI.
Per lavorare ai livelli di cui sopra è essenziale che si circondi di un team di persone valide e degne di fiducia che possano aiutarlo. Menti brillanti che portino idee e risultati alla causa, ma anche mani precise che si occupino dell’esecuzione pratica degli esperimenti, lasciando a lui il tempo di scrivere progetti e articoli volti a raccogliere nuovi fondi. Siccome stiamo ragionando per ipotesi, questo PI vuole addirittura pagare i collaboratori (!!!) usando la porzione di finanziamento appositamente allocata per i salari (5).
Ora prendiamo un laureando, costretto ad almeno 12 mesi (6) di lavoro in laboratorio continuativo e non retribuito per costruire la propria tesi sperimentale. Questa tesi, il cui contenuto è deciso ovviamente dal PI, può costituire parte di un progetto già in essere dove un po’ di manovalanza gratuita fa sempre comodo, ma può anche essere usata per generare dati preliminari volti a gettare le basi per la stesura di un progetto più ampio.
Quindi, riassumendo: il laureato lavora gratis in lab per più di un anno producendo i dati necessari a strutturare un progetto ed il PI usa quegli stessi dati per farselo finanziare in termini di materiale consumabile, eventuale strumentazione e personale. E ce la fa, ottiene i soldi.
A questo punto sarebbe facile no? Il PI ha in casa una risorsa che:
– conosce il progetto e ne ha gettate le basi
– è ormai perfettamente integrata nell’ambiente lavorativo
– gode della sua fiducia e si è dimostrata elemento valido
– cerca una borsa come fosse ossigeno per iniziare in qualche modo a pagarsi la vita.
Perfetto, peccato che IL CONCORSO.

Nei dieci anni in cui ho militato nella ricerca accademica, a diversi livelli, sono stato pagato sempre (7) ed in moltissimi modi diversi.
Sono rientrato dalla Germania vincendo il concorso per una borsa ministeriale volta all’inserimento in azienda: due anni di assegno di ricerca pagato dall’università per farmi entrare in azienda e portare avanti un progetto accademico. A win-win-win (8) situation, per dirla in inglese. L’università vince perchè usufruisce della struttura e dei mezzi di un’azienda per un proprio progetto, l’azienda vince perchè ha una persona pagata da altri che all’atto pratico viene fatta lavorare anche (in realtà soprattutto) su progetti propri e il ricercatore vince perchè alla fine dei due anni l’azienda avrebbe grossi sgravi fiscali nell’assumerlo e stabilizzarlo.
Io ho vinto quel concorso in modo ultra trasparente: non conoscevo nè la professoressa che lo ha indetto nè l’azienda in cui sarei finito a lavorare. Gli altri candidati erano per la maggior parte neo-laureati o comunque non avevano un CV che potesse competere.
Avrei comunque potuto perderlo, venire dalla Germania apposta per farmi passare avanti da qualcuno che magari ricalcava il profilo descritto qui in alto. Sarebbe stato giusto? Ovvio che no, ma la mancanza di rispetto sarebbe stata più che altro nel farmi perdere tempo (e nello specifico i soldi del viaggio).
Anche per entrare in dottorato mi sono sparato un maxi concorso (9) e anche in quel caso per me fu tutto regolare, infatti entrai per miracolo.
Concorsi “pilotati” però ne ho visti fare tanti. Tutti, senza eccezione, volti a fare in modo che il PI potesse dare i suoi soldi al collaboratore da lui scelto come fa qualunque capo in qualunque realtà non statale, sempre nell’ottica di fare il meglio per il proprio gruppo e la propria linea di ricerca.
Come per altro funziona in larghissima parte delle altre realtà scientifiche mondiali.

Sto descrivendo scenari, non sto ad entrare troppo nel dettaglio o a discutere obbiezioni idiote tipo: “Se il candidato è tanto bravo perchè non vince il concorso?”, la questione è complessa ed il pezzo già abbastanza noioso.
Il punto è che un capo dovrebbe poter scegliere i suoi collaboratori come meglio crede, soprattutto se i soldi con cui intende pagarli sono “suoi”. Forse è proprio questa la questione su cui riflettere: perchè un capo laboratorio dovrebbe mai infilare un raccomandato, magari incapace, nel suo team?
Non sto dicendo che non succeda, ben inteso, sto dicendo che il problema è da spostare a monte del concorso e delle assegnazioni, sta piuttosto nel fatto che per molti professori italiani essere competitivi scientificamente, pubblicare e perpetrare il modello virtuoso di cui ho scritto, non è necessario.
Una delle prime cose da fare quindi sarebbe chiedersi: “Come mai?”.
E rimediare.


(1Avrei potuto scrivere Capo Laboratorio e Scienze della Vita, ma tradurre forzatamente termini tecnici che nell’ambito sono di comune utilizzo non ha senso, quindi ti becchi le note e alla peggio impari qualcosa.
(2Si tratta di riviste scientifiche a cui si spedisce il proprio lavoro e questo viene valutato da un organo di revisione esterno, composto da altri scienziati estremamente competenti nel campo in cui il lavoro si colloca e provenienti da tutto il mondo. Chi manda il lavoro non sa da chi verrà valutato, ma le opinioni del comitato saranno poi inviate all’autore a corredo della decisione di pubblicazione o non pubblicazione dell’articolo presa dall’editore. Se ci sono i presupposti, l’autore può rispondere ai dubbi sollevati dal comitato fornendo ulteriori dati e portare quindi l’editore a rivedere un’eventuale risposta negativa. Non è un sistema infallibile ed esente da problematiche, ma diciamo che è più facile far peggio che meglio.
(3Qui potevo tranquillamente scrivere fondi, mi son fatto prendere la mano.
(4LOL
(5Quando si scrive un progetto e lo si presenta perchè venga finanziato si chiedono fondi per il personale che sono distinti da quelli per l’acquisto del materiale o della strumentazione. Per quello spesso ricercatori pagati con fondi privati o esteri che non passano per la gestione statale possono avere salari più alti.
(6Di solito sono ben più di 12 mesi, io ad esempio ne ho fatti 17.
(7Non è merito mio ed è una roba piuttosto peculiare nell’ambito. In ricerca non pagare chi lavora è pratica talmente diffusa che nessuno si mette nemmeno a trovare giustificazioni idiote tipo “pago in visibilità”.
(8Lo so, di solito si dice win-win situation e probabilmente c’è una ragione reale perchè anche in quel caso finì per essere una win-win situation, ma non sto a spoilerare quale dei tre win venne meno. Col senno di poi, una delle migliori cose che mi siano successe è stato vedersi negare quel win.
(9) La storia l’ho raccontata qui e qui dieci anni fa. #FeelOldNow

Texas is NOT the reason.

In questi giorni potreste aver letto che in Texas il Senato ha votato una legge chiamata SB25. Non è così improbabile vi sia sfuggito perchè:
1) Quello che succede nel mondo ci interessa solo se ci riguarda immediatamente.
2) Da noi non si discute mai delle notizie, ma eventualmente delle reazioni alle notizie, e Adinolfi ha i profili social ancora bloccati.
Ad ogni modo, vi faccio un riassunto.
Nei primi anni ’70 una donna statunitense di nome Dortha Jean Jacobs si è presa la rosolia nel primo trimestre di gravidanza ed ha poi partorito un figlio con gravi problemi di salute che, nel solo 1973, sono costati 21K dollari in spese mediche. La famiglia Jacobs ha quindi deciso di fare causa al medico per la mancata diagnosi di rosolia e dei conseguenti impatti sul feto. Nel 1975 il tribunale le ha dato ragione. In questa circostanza è nato il concetto di causa per “wrongful birth”, ovvero la possibilità di imputare al proprio medico la responsabilità per la nascita di un figlio con gravi disabilità non correttamente e tempestivamente diagnosticate.
Voliamo ora nel Texas del 2017, anno in cui il senatore Brandon Creighton, che ha certamente fatto anche cose buone, decide di promuovere un provvedimento che elimini la “wrongful birth” tra le possibili motivazioni da utilizzare per citare in giudizio un medico. La sua tesi prevede due punti fondamentali: non si può far causa ad un dottore per una malattia che non ha direttamente causato e, soprattutto, nessuna nascita può essere considerata un errore.
La legge è stata approvata dal senato dello stato a larga maggioranza.
Ora, secondo voi, quante devono essere le cause analoghe a “Jacobs v. Theimer” per portare all’attenzione di un senatore la necessità di tutelare i poveri medici che ne cadono vittime? Pochissime, esatt… aspetta. Come sarebbe a dire pochissime?
Pochissime. Ed ha perfettamente senso, pensandoci. Quando si tratta di prenatale, in generale, qualunque medico sta molto attento a ciò che dice al paziente. Un po’ per deontologia professionale, un po’ perchè il genitore a cui viene mancata una corretta diagnosi sul nascituro tende a prenderla malino e, di conseguenza, a fare causa. Ovunque, ma soprattutto in un Paese in cui finire in tribunale è una paura costante per qualunque cittadino. Hanno talmente tanti avvocati impegnati a far cause in giro che, in qualsiasi ambito, nessuno si vuol prendere più mezza responsabilità se non costretto.
Vi faccio un esempio. Questa estate ho noleggiato un’auto con il seggiolino per mio figlio. Me l’hanno dato senza istruzioni e, vi garantisco, il sistema per fissare il seggiolino in America è drammaticamente diverso dal nostro e per nulla intuitivo. Di conseguenza ho chiesto al tipo di Budget se potesse darmi una mano. Risposta: “No, mi spiace. Se fai un incidente e succede qualcosa a tuo figlio poi tu mi fai causa. Non fa parte dei miei doveri.”. Ecco, è così per tutto. Lo so perchè con gli americani ci lavoro.
Ci troviamo quindi di fronte ad un provvedimento che deresponsabilizza in toto i medici in caso di errata diagnosi prenatale. Ci sono due livelli di analisi per questa decisione.
Il primo riguarda eventuali vittime di diagnosi errate o mancate. Non esiste una cifra che possa compensare una disgrazia come questa, ma esistono certamente delle cifre che chi da questa disgrazia è colpito si trova a dover spendere per potervi far fronte. Cifre importanti, come abbiamo visto, soprattutto all’interno di un sistema dove la previdenza sociale non esiste. Queste persone non avranno più modo di farsele risarcire. E’ un aspetto importante, direi, eppure sta passando abbastanza in secondo piano, tanto da farmi pensare di essermi perso qualche pezzo. Non credo, però.
Il secondo riguarda i medici. Chi svolge questa professione non credo necessiti di una legge che lo “inchiodi” alle proprie responsabilità. Oltre al basilare discorso etico e professionale, ho questa visione naive per cui chi sceglie di studiare trent’anni per aiutare il prossimo non diventi così spesso un pazzo menefreghista refrattario alle sofferenze dei propri pazienti. Qui però stiamo parlando di una società tremendamente impantanata nel conservatorismo, gente dalle convinzioni talmente radicate e cieche da diventare molto pericolosa. La mia paura non sta tanto nella possibilità di dolo, di malafede, io temo per i medici convinti di operare per la volontà del loro Dio. Temo per chi, convinto di agire nel giusto, deciderà di operare una scelta al posto dei genitori del nascituro, costi quello che costi, fosse anche non riportare a questi ultimi la verità per come dovrebbe essere riportata, soprattutto quando brutta, ingiusta ed infame.
Non ho paura che i medici mentano ai pazienti, forse dovrei, ma credo che la linea sia molto più sottile. Forse è perchè ho avuto l’esperienza di una gravidanza in cui tutti i campanelli d’allarme che sarebbero potuti suonare sono suonati, infilandoci in una girandola di esami infinita, ma per quello che vale l’importante è stato avere qualcuno che questi dubbi se li è fatti venire e che questi esami ha suggerito di farli. Per quanto possa essere stato stressante viverli e terrificante aspettarne l’esito. Quello che mi spaventa è la possibilità di un futuro in cui gli accertamenti siano sostituiti dal sia fatta la volontà di Dio, quale che sia.
La trovo una cosa terrificante.

In Texas, il Senato ha deresponsabilizzato i medici in caso di mancata diagnosi di patologie prenatali gravi. E’ un posto lontano in cui vivono persone drammaticamente più ignoranti, bigotte e fondamentaliste di noi italiani.
La cosa potrebbe non riguardarci mai, non ho nemmeno idea di come sia la nostra legislazione in merito o se ci siano dei precedenti.
La nostra capacità di emulazione tuttavia non teme rivali, specie quando si parla di brutte idee, ed è quindi bene stare con gli occhi aperti.
Fidatevi, non vorreste svegliarvi una mattina e ritrovarvi in Texas.

Credevo fossero i Maya e invece era un prosciutto

E’ notizia di ieri che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) ha reso pubblico un documento sulle possibili correlazioni tra le carni rosse, processate e non, e l’insorgenza del cancro.
La comunicazione ufficiale è disponibile qui.
Ovviamente (?) tra giornali e social la notizia è stata recepita e diffusa con la solita pacata volontà di analizzare e comprendere e così il risultato è stato, ovviamente (!), il panico mediatico.
Di primo acchito, la mia reazione è stata stata quella espressa alla perfezione da questo twitt che ho letto:

A mente fredda tuttavia ho pensato, probabilmente sbagliando, di poter dire qualcosa di un filo più significativo e dettagliato in merito e quindi ho deciso di riprendere in mano la questione sul blog.
Partiamo dalla base. Lo studio è uscito sulla rivista The Lancet Oncology (Impact Factor 24,69, terza testata per importanza in ambito oncologico) e registrandosi online è possibile scaricare il pdf gratuitamente. Io l’ho fatto, come immagino tutti coloro che si sono espressi in materia, giornali in primis.
Premetto che lo studio clinico di popolazioni non è proprio il mio pane quotidiano, ma quello che hanno fatto i 22 ricercatori coinvolti è analizzare la correlazione tra incidenza di diversi tipi di cancro e consumo di carne rossa / carne rossa processata in popolazioni differenti, con livelli di consumo differenti. To cut a long story short, è emerso che la carne rossa è da considerare tra gli elementi “probabilmente cancerogenici per l’uomo” (Gruppo 2A) mentre la carne processata tra gli elementi “cancerogenici” (Grupppo 1). Ok.
Se vi interessa sapere su che base le sostanze vengano associate alle diverse categorie ora provo a spiegarlo. Essendo una roba noiosa, la metto in corsivo così chi non vuole sapere può saltarla (come se qualcuno fosse arrivato a leggere fino qui, vabbeh). Chi invece volesse una spiegazione davvero dettagliata, può leggerla direttamente alla fonte.

Per attribuire quale livello di “pericolosità” abbia un certo elemento vengono tenuti in considerazione tre aspetti: gli studi di popolazione su casi clinici umani, lo studio in modelli animali e quelle che vengono definite evidenze meccanicistiche. Il risultato dell’analisi del primo aspetto è stato riportato in questi termini: “… a majority of the Working Group concluded that there is sufficient evidence in human beings for the carcinogenicity of the consumption of processed meat. Chance, bias, and confounding could not be ruled out with the same degree of confidence for the data on red meat consumption, since no clear association was seen in several of the high quality studies and residual confounding from other diet and lifestyle risk is difficult to exclude.”.
Per la parte relativa ai dati da modelli animali, la conclusione è la seguente: “There is inadequate evidence in experimental animals for the carcinogenicity of consumption of red meat and of processed meat.”
I dati meccanicistici costituiscono come detto la terza risorsa per la valutazione finale e sono composti di quelle ricerche fatte in laboratorio in cui si parte da certi elementi o certe risposte biologiche, ne si evidenzia la connessione con la patogenesi e di conseguenza il livello di rischio. Ubersemplificando: l’oncogenesi può essere indotta da una certa risposta cellulare ad uno stress -> questo stress è dimostrato in vitro essere causato anche da certe concentrazioni di una sostanza X -> questa sostanza X è presente nella carne in concentrazioni paragonabili a quelle risultate dannose => la carne può indurre oncogenesi. Per questo tipo di analisi, il responso è: “The mechanistic evidence for carcinogenicity was assessed as strong for red meat and moderate for processed meat.”
In generale però, leggendo il testo dell’articolo, si nota come siano comunissime parole come moderate, mild, slight, modest, ecc. questo non per sminuire la portata della ricerca, ma proprio perchè si tratta di piccole variazioni che, tuttavia, essendo statisticamente significative devono essere prese in considerazione.

Quello che è importante capire di tutta questa faccenda, prima ancora di preoccuparci delle conseguenze, è che si tratta di correlazioni statistiche. Come sempre, quando si parla di studi clinici.
L’incidenza del cancro al colon retto è inferiore a 43 individui su 100K, uomini e donne (ref.). La ricerca ci dice che una percentuale significativa di questi casi correla con il consumo di carne rossa, rendendolo quindi un fattore di rischio. Quanti sono però gli individui che mangiano abitualmente un quantitativo di carne superiore alla soglia emersa come limite nello studio? Il cuore della vicenda sta proprio lì: una piccolissima percentuale di chi mangia carne svilippa il cancro e, contemporaneamente, non tutti coloro che sviluppano la patologia lo fanno in relazione a questo fattore di rischio.
Questo studio è quindi una bufala? Affatto. Io non sto svalutando o discutendo quanto emerso dalla ricerca. Se avete questa impressione è perché sto svalutando e discutendo la percezione che avete avuto della ricerca, trasferitavi da chi vi ha riportato la notizia. Questo perché, con ogni probabilità, ve l’hanno riportata male. Io ho solo esplicitato i concetti presenti nell’articolo.
Fino a qui spero mi stiate seguendo, quindi una volta chiarito il punto statistico resta da esaminare la seconda, grossa, variabile da considerare: il dosaggio.
Qualunque effetto biologico sul nostro organismo dipende dal trattamento, certamente, ma vincolato ad un dosaggio e ad un tempo di esposizione. La traduzione é che non basta consumare carne per essere a rischio, ma bisogna consumarne un certo quantitativo per un certo periodo. Ora, nel 2015 davvero c’era ancora qualcuno ignaro del fatto che consumare grandi quantitativi di carne rossa ripetutamente fosse poco salutare? Io non credo. Questo studio non fa che confermare il concetto, anzi, se vogliamo il cancro è solo una delle problematiche che una dieta troppo ricca di carne rossa può comportare.
Ok, ho detto alto consumo e capisco sia un po’ labile come definizione, ma la verità è che per i diversi casi e le diverse conseguenze, i termini possono davvero cambiare moltissimo. Nella ricerca, ad esempio, i danni al DNA imputabili ai NOC contenuti nella carne (poi torno su sta cosa, tranquilli) sono stati associati a consumi che vanno “dai 300g ai 420g al giorno”. Non proprio uno scherzo insomma. In generale però i dati si riferiscono a consumi di 100g al giorno di carne rossa e 50g al giorno di carne rossa processata. Questo è il dosaggio associato all’incremento dell’incidenza (intorno al 18% per entrambi i prodotti). In numeri, per tornare alla statistica di cui sopra, vuol dire 118 carnivori col cancro ogni 100 vegani col cancro. Non sono un drago della statistica, ma credo di non aver scritto stupidate.
Ci siete ancora? Dubito, ma a sto punto insisto e apro a qualche considerazione personale.
Nella ricerca viene chiarito come ovviamente non sia la carne il problema, ma sostanze e metaboliti in essa contenuti, derivanti dal metodo di cottura o, nel caso degli insaccati, di conservazione. La carne bollita è meno nociva di quella alla brace e con ogni probabilità un salame e un prosciutto affumicato avranno caratteristiche molto diverse. Lo studio è stato fatto sui grandi numeri e difficilmente può quindi considerare il dettaglio del tipo di prodotto o della cottura. Sollevare la questione però è utile perché può aprire ad approfondimenti. Riconoscere che certi processi possano rendere la carne più nociva che altri è importante per la produzione industriale, ad esempio, o per la messa in commercio di nuovi prodotti. Ecco perché si fanno questo tipo di ricerche.
Chi pare non averlo capito è il Codacons, che nella persona di Carlo Rienzi oggi se n’è uscito con una richiesta completamente assurda nelle basi e tremendamente dannosa negli sviluppi, ovvero il blocco della commercializzazione di carne rossa e carne rossa processata.
Sulla questione è intervenuta anche il ministro Lorenzin che, tutto sommato, pur parlando un po’ a casaccio di regole di produzione restrittive e altamente controllate per i prodotti italiani, si limita a ribadire l’ovvio, ovvero che una dieta varia ed equilibrata è l’unica vera regola da seguire. Oggi avevo letto un articolo su Repubblica in cui le veniva attribuita la dichiarazione “Consumare carne fresca” e sul momento avevo pensato che la Lorenzin non avesse mezza idea di cosa stesse parlando. Poi ascoltando la dichiarazione linkata qui sopra ho realizzato che, con ogni probabilità, fosse il giornalista di Repubblica ad aver riportato frasi a casaccio e fuori contesto. Non ne ho la prova, potrebbe trattarsi di un altro intervento, ma diciamo che di Repubblica non mi fido più da un po’.
Cosa resta da dire?
Non molto, grazie al cielo.
Fun fact: nell’articolo che riporta lo studio si trovano frasi come “Red meat contains high biological value proteins and important micronutrients such as B vitamins, iron (both free iron and haem iron), and zinc.” ad indicare, non fosse chiaro, che non stiamo parlando di veleno.
Ok, non è un fun fact, ma a me ha fatto sorridere.

La vita immortale di Henrietta Lacks

Ho letto un libro.
Si intitola “La vita immortale di Henrietta Lacks” e l’ha scritto Rebecca Skloot. Contrariamente a quanto starete pensando, non è l’ennesimo thriller scandinavo, ma una ricerca accurata e appassionata in merito ad una vicenda che, negli anni ’50, ha cambiato radicalmente la scienza aprendo a milioni di possibilità e simultaneamente a tantissime questioni etiche di cui, ovviamente, non avete manco una vaga idea.
È un libro che dovreste leggere tutti.
La storia ve la posso anticipare, perché conoscerla non impatta sulla portata del libro, anzi credo aiuti. In estrema sintesi: negli anni ’50 una donna di colore di nome Henrietta Lacks si è ammalata di una forma molto aggressiva di cancro e ci è morta poco tempo dopo. Tra i due eventi, non poi così eccezionali, è successo che un medico riuscisse a prelevare dal tumore alcune cellule che furono messe in coltura e, grazie a caratteristiche estremamente peculiari, resistono tutt’oggi vive, vegete ed in perfetta espansione.
Questo è il nucleo della questione, il libro mette in fila i dettagli fornendo un quadro non solo di quanto è accaduto ad Henrietta, ma anche di cosa è successo alla scienza da un lato ed alla famiglia della donna dall’altro in seguito a quella vicenda.
È scritto come un romanzo perché l’autrice tiene a raccontare il percorso tortuoso che le è servito a mettere insieme tutti i pezzi e, soprattutto, ad instaurare una relazione con la famiglia Lacks, non proprio composta da persone facili. Questo da un lato aiuta lo scorrere della lettura anche di chi non è ferrato in biologia, ma dall’altro ovviamente allunga un po’ il brodo con vicende interessanti fino ad un certo punto. Quello che conta è che gli snodi scientifici ed etici cruciali ci sono tutti e sono spiegati in maniera chiara e dettagliata, con tanto di ampissima sezione bibliografica a corredo per chi volesse approfondire.
E ora veniamo alle ragioni per cui dovreste leggerlo.
Il motivo principale è che vi vedo costantemente impegnati sul fronte di battaglie etico/cospirazioniste dal vago retrogusto di scienza. Dalle scie chimiche alla salvaguardia della nutria, è palese che la bioetica vi stuzzichi, solo che non capendone un cazzo vi buttate sulla prima cagata che vi capita sotto mano e ci costruite sopra crociate assurde esponendovi al ridicolo.
In questo libro si parla, tra le altre cose, di esperimenti scientifici su persone non consapevoli, di brevetti su materiale biologico ottenuto magari senza consenso, di commercializzazione di tessuti altrui senza che il donatore ci ricavi nulla. Problematiche nate nel 1950, alcune pure prima, ma oggi tutt’altro che risolte. Ci sono più spunti di riflessione nelle note di questo libro che in qualunque cazzo di blog utilizziate per “””informarvi”””.
Lo so. Darvi in mano una roba del genere è rischioso visto l’approccio cospirazionista e sensazionalista con cui affrontate qualsiasi argomento, ma io un po’ ci voglio credere comunque. Questo libro può davvero farvi capire come ci si rapporti ad un dilemma etico. Il dibattito viene riportato per intero, fornendo entrambe le posizioni (non è INCREDIBILE???) e contrapponendo le diverse argomentazioni punto per punto. Alla fine propendere per una delle due parti è possibile, ma non è più così facile, specie se si prende atto di un contesto sociale ed economico che poco ha a che fare con questi interrogativi, ma che non può non condizionarli. Cito un passaggio, in esempio:

The debate over the commercialization of human biological materials always comes back to one fundamental point: like it or not, we live in a market-driven society, and science is part of that market. Baruch Blumberg, the Nobel Prize-winning researcher who used Ted Slavin’s antibodies for hepatitis B research, told me, “Whether you think the commercialization of medical research is good or bad depends on how into capitalism you are.” On the whole, Blumberg said, commercialization is good; how else would we get the drugs and diagnostic tests we need? Still, he sees a downside. “I think it’s fair to say it’s interfered with science,” he said. “It’s changed the spirit.” Now there are patents and proprietary information where there once was free information flow. “Researchers have become entrepreneurs. That’s boomed our economy and created incentives to do research. But it’s also brought problems, like secrecy and arguments over who owns what.”
Slavin and Blumberg never used consent forms or ownership-transfer agreements; Slavin just held up his arm and gave samples. “We lived in a different ethical and commercial age,” Blumberg said. He imagines patients might be less likely to donate now: “They probably want to maximize their commercial possibilities just like everyone else.”

Vi avviso, potrebbe essere una lettura destabilizzante, quindi se avete bisogno di certezze non è materiale per voi. Per le verità incontestabili ci sono i siti anti vivisezione, o alla peggio potete andare in chiesa.
Immagino che il tono con cui è scritto questo post vi stia dando sui nervi. Lo capisco, darebbe sui nervi anche a me perchè vi sto trattando non solo da ignoranti, ma anche da persone non particolarmente sveglie. Capita. Ora avete tre possibilità:
1) Ignorate questo post, i suoi riferimenti, chi l’ha scritto e continuate ad occuparvi di bioetica condividendo post scritti da chissà chi su Facebook. Bravi voi. Però ecco, se non doveste tornare sul mio blog a me sta benissimo.
2) Usate le quattro nozioni in croce che ho infilato in questa pagina, magari incrociandole con una veloce ricerca in google (se sovrastimo la vostra intraprendenza scusatemi) per fare gli spessi con gente che sta ancora più indietro di voi e che, purtroppo, esiste. Buona scelta anche questa, però se proprio volete percorrerla vi chiederei di NON citarmi come possibile fonte.
3) Vi leggete questo libro. A quel punto avrete probabilmente voglia di saperne qualcosa in più e leggerete altri libri o articoli. Magari avrete solo la tentazione di venire qui a dirmi che di questo libro io non ho capito niente, che è scritto in modo sbagliato o che affronta la questione in modo sbagliato, oppure non vedrete l’ora di parlarne, ma non con me. Sarebbe bello comunque.
Se me lo chiedete, non saprei dire quante persone conosco che sceglierebbero l’opzione 3.
Per quanto mi riguarda, mi piace pensare che il blog di uno qualsiasi possa essere lo stimolo ad approfondire un argomento. Nulla di più.

Pubblicazione #6

Durante gli ultimi mesi a Colonia, dopo la discussione del dottorato, ho lavorato ad un nuovo topic come post-doc.
Quando a fine 2011 ho lasciato il lab per rientrare in Italia il progetto era ben avviato, con anche dati robusti, ma ancora acerbo. In questi anni il gruppo ha portato avanti il lavoro e con un po’ di fatica, un po’ di aiuto esterno e tanta pazienza, qualche giorno fa lo ha finalmente pubblicato su Plos Genetics. Bravi.
Con ogni probabilità questa sarà la mia ultima pubblicazione scientifica e la cosa mette addosso un po’ di malinconia. La mia non è stata una carriera da premio Nobel, ma in otto anni ho cavato fuori sei paper di cui due primi nomi ed un ultimo nome. Ho pubblicato grossomodo tutti i progetti a cui ho lavorato, ad eccezione dell’ultimissimo di cui avevo comunque messo giù un abbozzo di articolo che una volta cambiato lavoro nessuno (me compreso) ha più avuto tempo e voglia di completare come si dovrebbe ed inviare in peer review.
Fare ricerca non è un lavoro che si può fare per tutta la vita. Non per un discorso di soldi o stabilità, che comunque pesa, ma perchè per farla ad un certo livello (e parlo del mio, che è certamente più che dignitoso, ma non è l’eccellenza) serve una dedizione fuori dal comune. Ora mi capita di girare per i laboratori. Vedo gente che lavora bene e gente che la prende come una vacanza, gente che ci mette il cuore e gente che tira a sera. La mia esperienza non è quindi certamente estendibile alla totalità del campione. Se lo chiedete a me, non credo ad uno solo di quelli che dipinge il laboratorio come una miniera in cui si lavora praticamente gratis tutti i giorni fino a tardi week-end inclusi, ma percepisco un discreto prurito alle mani quando sento dire che in laboratorio “non si fa un cazzo”. Per otto anni ho dedicato a questa cosa tutto l’impegno di cui ero capace, senza eccessive rinunce, motivato unicamente dalla soddisfazione che si prova quando la comunità riconosce quanto hai prodotto e lo consegna ai posteri sotto forma di articolo. Forse i presupposti su cui si fondano i miei lavori verranno completamente stravolti o addirittura smentiti in un futuro più o meno prossimo, o forse saranno alla base di scoperte maestose. Comunque la si guardi posso dire di aver contribuito al progresso e alla conoscenza scientifica. Sia anche in minima, infinitesima parte, è molto più di quanto la maggior parte delle persone potrà mai dire di aver fatto.
E di questo sono incondizionatamente fiero.

Alcune delle immagini che ho prodotto per questo paper sono davvero belle, checcazzo.