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Aprile 2026

E se l’AI fosse Tyler Durden?

Io sono un po’ fissato con Fight Club.
E’ sempre stato uno dei miei film preferiti, ma nell’ultimo periodo è diventato anche uno dei miei punti di ancoraggio alla realtà. E’ un discorso noiso che credo di aver già fatto mille volte, ha a che fare col mio profondo disagio verso il mondo che mi circonda e, soprattutto, verso la posizione che mi ci sono ritagliato dentro. Lascerei perdere. Resta il fatto che Fight Club per me è un’opera fondamentale, più nella versione cinematografica che in quella letteraria, ma sono sfumature.
Ebbene, di cosa parla Fight Club?

Mi fa male pensare possa esserci ancora qualcuno che necessiti questa tutela, ma seguono SPOILER.

Fight Club parla del fatto che non siamo in grado di distruggere ciò che c’è di orribile nella società pur essendo consapevoli di quanto sarebbe giusto farlo. Ci mostra come siamo bravi a seppellire quella consapevolezza sotto una montagna di distrazioni e conformismi, che ci permettano di non vivere costantemente col disagio che invece dovremmo provare dal fatto di non stare facendo niente per cambiare le cose. Tyler Durden è lo strumento che ci permette di superare questo blocco, simultaneamente espressione della nostra volontà e nemico da incolpare per averla posta in essere. Siamo noi, ma fingiamo sia qualcun altro per sentirci meglio.
Ora vediamo se riesco ad arrivare dove vorrei.
La “riflessione”, tra opportune virgolette, prende spunto da questo articolo del Guardian in cui vengono presentati dei dati in merito all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo. Il messaggio centrale del pezzo riporta come ci sia un valore percepito molto alto del lavoro prodotto con AI tra le figure apicali e manageriali delle aziende, mentre per le persone più operative l’effetto sia opposto. Si parla di workslop, ovvero di come il materiale generato con AI appaia rifinito superficialmente, ma sia in realtà così impreciso o difettoso da richiedere pesanti correzioni da parte dei lavoratori, vanificando il risparmio di tempo.
Fun fact: ho chiesto a Claude cosa ne pensi dell’articolo e mi ha risposto così:

L’articolo è utile come pezzo di opinion journalism ben costruito, ma non come fonte di dati primari affidabili. La tesi centrale — che l’adozione forzata e non guidata dell’AI riduce la produttività reale — è plausibile e supportata da letteratura emergente, ma la narrazione è chiaramente orientata in senso critico, senza dare voce adeguata alle evidenze contrarie.

S’è offeso, mi sa.
La mia impressione è abbastanza vicina a quella riportata nell’articolo, quindi potrei essere vittima di bias da conferma, ma pur non avendo in mano dati sufficienti per generalizzare ed estendere il discorso come fa il Guardian, posso certamente dire che nella mia realtà quotidiana il workslop è un problema concreto e galoppante. La spinta arriva tutta da oltre oceano, dove è evidente l’atto di fede verso le magie della tecnologia sia stato compiuto in maniera decisamente meno ponderata e critica di quanto avvenga nel vecchio continente. Sarebbe facile estendere e stereotipare questa situazione al concetto di AMERICANI, ma lasciamo stare e andiamo avanti. Il punto centrale è che oggi l’unico freno al workslop è l’atteggiamento reazionario (vogliamo dire da boomer?) di chi dell’AI non si fida mai, a prescindere. Come il famigerato giapponese rimasto in trincea per anni dopo la seconda guerra mondiale, però, questa caparbietà è destinata a soccombere sotto la pressione costante che spinge per un utilizzo sempre più massivo e costante dello strumento.
Banalizzando, ma neanche tanto, credo si arriverà presto al punto del “ma sai che c’è? Chissenefrega.”, momento in cui salteranno gli argini e non ci sarà più alcun freno alla deriva di cui stiamo parlando. Quando succederà, le possibilità che vedo sono essenzialmente due.
1) Non ci sarà alcun impatto concreto sui risultati delle aziende. Cosa che, secondo me, dimostrerà come già oggi larghissima parte dei lavori che facciamo non siano davvero utili/necessari. Facciamo unicamente parte di una costruzione sociale che dipende dal fatto che le persone guadagnino uno stipendio facendo cose, anche se il senso di fare quelle cose si è perso da tempo nei meandri delle metriche e del loro utilizzo creativo. KPI pensate per mostrare il successo più che per misurarlo. Senza dilungarmi, non sarebbe neanche lo scenario peggiore: ognuno di noi farà il proprio lavoro sempre peggio, nessuno se ne accorgerà e vivremo tutti felici e contenti.
2) Il sistema implode. Abbassare la qualità del lavoro avrà un impatto sui risultati e le aziende che se ne accorgeranno troppo tardi finiranno gambe all’aria. E come si fa a non veder arrivare il disastro? Non lo so, ma immagino che fare riunioni che nessuno ascolta perchè “tanto poi c’è la minuta fatta da Copilot”, circolare quella minuta senza controllo, avere figure apicali che invece di leggerla se la fanno riassumere da un’altra AI e via dicendo, in un telefono senza fili tra bot che come unico obbiettivo hanno il compiacerci, ecco credo possa essere una strada neanche tanto implausibile.

E qui è dove arriviamo al punto nodale di questo mio delirio.
Forse l’AI è il nostro Tyler Durden. Forse è lo strumento che ci porterà a far crollare tutto, al progetto Mayhem. Ciò a cui potremo dare la colpa fino al punto in cui ci toccherà prendere coscienza del fatto non era altro che un’emanazione del nostro subconscio, nella nostra volontà.
La prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club.
La seconda regola del Fight Club è non parlare MAI del Fight Club.

La terza regola è che non devi ricontrollare il lavoro che hai fatto fare all’AI.


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Proviamo a pubblicare: ep. 2

Eccomi qui con qualche aggiornamento sulla mia Road to Bookshelf, so che non vedevate l’ora.
Scusa, ma con chi parli?
Shh. Dicevamo.
Prima di parlare dei miei tentativi di irruzione nel mondo dell’editoria, mi preme registrare la seconda anima pia dopo il Po’ che si è effettivamente letta il libro in anteprima: Manowar, aka Davide, che oggi oltretutto compie gli anni. Mi ha detto che gli è piaciuto, mi ha fatto piacere.

Andando al tema centrale di questa rubrichetta, gli ultimi sviluppi vedono il mio romanzo wannabe nelle caselle di posta di TRENTACINQUE case editrici. Una metà buona le ho incontrate passando al Book Pride 2026 di Milano, presentandomi agli stand e chiedendo se potessero essere interessati ad una roba come quella che ho scritto io. E’ stata un’esperienza strana. In generale positiva, ma strana.
Mi ha fatto ritornare a quando cercavo lavoro, riportando a galla tutto il disprezzo provato per un certo modo di fare recruiting con cui, fortunatamente, non avevo più a che fare da tanto.
– Sono un autore emergente, volevo chiedere informazioni sulla vostra casa editrice e sulla possibilità che accettiate di valutare opere prime etc. etc.
– Conosci la nostra casa editrice?

– Onestamente no, sono qui proprio per fare un giro, approfondire, prendere contat…
– Se non ci conosci non dovresti venire da noi. Se davvero ti interessa pubblicare con noi, dovresti prima studiare il nostro catalogo, comprendere la nostra linea, bla bla bla.
Esattamente come le aziende convinte che il candidato applichi per un lavoro perchè davvero crede in quell’azienda e non perchè gli serve uno stipendio e sta provando a mandare il CV a qualsiasi entità iscritta in camera di commercio. Boh, anche meno. Davvero.
Fortunatamente si è trattato di una piccolissima minoranza di situazioni eccezionali, la prassi erano persone normali e disponibilissime che mi hanno risposto “prova” oppure “no, da noi non c’è spazio per quella roba lì”, ma sempre concludendo con un apprezzatissimo “in bocca al lupo”.

Dicevamo, trentacinque invii, ma qualcuno ha anche risposto in questo primo mese?
Sì.
La prima è stata Adelphi (ahahahaha) che mi ha risposto con un cordialissimo “Grazie, ma no”. Ho apprezzato molto mi abbiano comunque dato un riscontro, la trovo una scelta professionale, ma non mi sono nemmeno preso più di tanto male. Erano passati circa quindici giorni dal mio invio, quindi mi sono convinto abbiano cassato sulla base del tipo di opera o della sinossi, certamente non per averla letta tutta e trovata terribile. Forse. Spero.
Il secondo e, al momento, ultimo no l’ho ricevuto da Ianieri, sulla base del fatto che in questo momento non sono aperti a ricevere opere da valutare. Era scritto anche sul sito, ma ho mandato lo stesso perchè allo stand mi avevano detto di fare così. Dubito fossero in malafede, forse la persona non sapeva che c’è un sistema di risposte automatiche che cestina a prescindere. Amen.

Poi ci sono state le risposte positive, ma che al momento non mi interessano. Come dicevo la volta scorsa, non sono intenzionato a pagare per pubblicare perchè mi sembra un modo che mi priverebbe dell’unico riscontro che vorrei avere, ovvero se il libro può risultare interessante ad un editore. Nessuna delle case editrici a cui l’ho mandato si presenta ufficialmente come “editore a pagamento”, ma a conti fatti poi le formule proposte sono un po’ in quella direzione.
Una mi ha chiesto un contributo per la valutazione dell’opera. “Se vuoi che impieghiamo del tempo per valutare il tuo libro, quel tempo lo devi pagare.” In tutta onestà non mi sembra una posizione di per sè sbagliata, ma apre ad implicazioni che non mi fanno impazzire. Apprezzo però l’essere chiari dal principio.
Un secondo editore mi ha proposto una formula essenzialmente crowdfunding: firmo e ho 150 giorni per trovare 150 pre-ordini del libro. A quel punto, se riesco, mi pubblicano. Non fa per me. Già ho vissuto malissimo il fatto che gli amici a cui ho chiesto di leggerlo in molti casi non l’abbiano fatto, figuriamoci se l’uscita del mio libro dovesse passare dalla mia capacità di pietire con parenti e conoscenti. Anche no.
Last, but not least, una casa editrice mi ha scritto dicendo che sono molto intenzionati a pubblicarmi e che il mio libro gli è piaciuto molto. Certo, vogliono un contributo di 600 euro per farlo, ma poi pensano a tutto loro. La cosa che mi è piaciuta di più sono i commenti dell’editore all’opera, che ho trovato davvero molto simili a quelli che mi aveva restituito ChatGPT quando glieli avevo chiesti.
Insomma, al momento non sta andando benissimo, ma mi consolo con l’idea sia ancora molto presto.

Alla lista dei GRAZIE aggiungo anche Lucia, compaesana e scrittrice per ragazzi, che mi ha dato un paio di dritte su come approcciare la questione.

Per il momento direi che non c’è altro da dire, ci risentiamo a Maggio (nel caso).


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