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Maggio 2026

I figli e la musica

E’ arrivato il momento di intavolare questo discorso.
Da aprile spendo sei euro in più al mese per avere un profilo Tidal familiare in modo che mio figlio e mia figlia abbiano accesso alla musica che piace a loro. E’ buffo perchè nessuno dei due ha un supporto proprio per utilizzare la app, devono appoggiarsi ai tablet di noi genitori, ma ho pensato fosse il momento di fare questo passo e renderli autonomi/indipendenti.
So cosa state pensando, ma non l’ho fatto per tener pulito l’algoritmo. E’ un discorso più ampio che credo mi porterà via davvero un botto di testo, quindi se vi va di starmi a sentire mettetevi comodi e prendetevi una robina da bere, che ho idea ne avremo per un pochino.
Il discorso parte da mio padre.

Siamo alle porte di quello che una volta chiamavamo “nuovo millennio”. Sono un adolescente e da un po’ di tempo mi sono dato al punk-rock. Porto in casa dischi con copertine di cui è difficile chiedermi conto senza aprire a discorsi che nessun genitore ha voglia di fare, ho i capelli di colori improbabili e vado a scuola con l’attitudine di chi va in guerra. I miei genitori sono convinti che fumi, probabilmente anche che mi droghi. Io, che non faccio nessuna delle due cose, evito accuratamente qualsiasi atteggiamento possa portare a farli ricredere.
In questo scenario, mio padre va in pensione e si ritrova con una discreta dose di tempo libero. Uno dei ricordi più indelebili della mia vita è di un pomeriggio in cui, rientrato a casa, l’ho trovato ad ascoltarsi i miei dischi in cucina.
Qui serve un’ulteriore digressione.
Mio papà è quello che definisco un appassionato di musica. In casa ha, forse, venti dischi, ma ha sempre ascoltato un sacco di radio, soprattutto ai tempi in cui per radio passavano le canzoni. Ci sono persone per cui la musica è ricerca, approfondimento, collezionismo, appartenenza, culto. Io sono così, mio papà no. Lui è semplicemente una di quelle persone che la musica la ascolta ogni volta che può.
Con l’avvento dell’era digitale io e mia madre gli abbiamo regalato un lettore .mp3 e un altro bel ricordo che ho è di lei che urla dal balcone nel tentativo di chiamarlo, mentre lui lavora in box o in giardino con le cuffie a cannone e le canzoni che mi aveva chiesto di scaricare da eMule. Pomeriggi interi passati ad ascoltare musica tagliando l’erba, potando le piante, lavando la macchina o in giro col cane.
Quando si è sentito tutta la roba che avevo in casa a fine anni novanta l’ha probabilmente fatto per provare a capire quel che stesse vivendo suo figlio, ma ho idea lo abbia fatto anche per vedere se magari ci fosse qualcosa che potesse piacergli.
Non lo so, non ne abbiamo mai parlato.

Io ho sempre saputo che a mio padre piace la musica, ma non è una cosa che abbiamo condiviso. Ho ascoltato i suoi dischi nei contesti in cui non potevo evitare di farlo, tipo in auto, odiandoli sistematicamente. Tanto quelli che metteva con l’idea di accontentare anche mia madre (Venditti, Vecchioni, Fossati, quella roba lì), quanto quelli che ascoltava quando lei non c’era (Pink Floyd, Jethro Tull, Springsteen). Ancora oggi, se qualcuno volesse farmi davvero del male, gli basterebbe mettere su The Division Bell(1) mentre sono nei paraggi.
Non mi ha passato la sua collezione di vinili, non mi ha mostrato come deve suonare un impianto a valvole e non mi ha messo in mano nessuno strumento musicale da stuprare nel tentativo di arrivare all’Arte. Un sabato mattina però si è presentato a casa dopo essere andato a far la spesa e mi ha portato il CD di “Nord, Sud, Ovest, Est” perchè sapeva che avevo iniziato ad ascoltare gli 883 e da qualche parte aveva letto che quello era il loro nuovo disco.
Mi è difficile credere che la mia passione per la musica non abbia a che fare con mio papà e il suo modo di viverla, pur non avendo lui mai provato a trasmettermela. Magari è stata quella la chiave, vai te a saperlo. C’è certamente almeno un reel su IG in cui un qualche psicologo ultra studiato può dimostrare questa tesi e il suo contrario, simultaneamente, ma lascio volentieri l’approfondimento a chi fosse interessato.
Il punto di questo post è che adesso il padre sono io e l’elefante ha deciso di entrare nella stanza.

La mia vocazione evangelica in ambito musicale, se mai è esistita, si è spenta piuttosto in fretta. Sono consapevole di ascoltare roba che non piace praticamente a nessuna delle persone con cui condivido spazi fisici, salvo sporadici punti di sovrapposizione con qualche amico o con mia moglie. Così, me la vivo di conseguenza.
Se siamo insieme e uno di noi due deve scegliere che musica mettere, lascio che sia tu a farlo. Sempre e a qualsiasi costo. La rottura di coglioni che può infliggermi il tuo disco preferito, quale che sia, non è neanche lontanamente paragonabile a quella cui puoi sottopormi lamentandoti della mia eventuale scelta. Sul CV con cui sono stato assunto dove lavoro oggi, tra gli hobby, c’era scritto “ascolto musica che non piace a nessuno”. Nella top 3 delle cose che più mi irritano visceralmente ci sono quelle conversazioni tipo:
– Non ci sono la tal sera, vado a un concerto. Facciamo il giorno dopo?
– Ah, un concerto… di chi?
– [Ma perchè devi chiedermelo che non te ne frega un cazzo?] Un gruppo americano.
– Come si chiamano?
– [Mmmhh…] Si chiamano BLABLABLA.
– Ah, non li conosco. Che genere fanno?
– [Dio prendimi ora, ti prego] Rock(2), tipo.
– Eh, tu ascolti roba STRANA…
Da anni lavoro su me stesso per rispondere semplicemente “ho un impegno”, ma ancora ogni tanto ci casco.
So che questa mia autovalutazione di persona che non cerca il proselitismo musicale può sembrare difficile da credere, visto quanto spesso mi capita di scrivere di musica o di condividere sui social pezzi che mi piacciono, ma per me c’è una differenza abissale. Se metto un pezzo sul mio IG l’idea è che chi vuole ignorarlo lo faccia, mentre chi per qualsiasi motivo dovesse esserne incuriosito se lo vada a sentire. Pagherei oro per vederlo succedere e sarei contentissimo di parlare per ore, giorni, mesi con qualcuno che possa esserselo sentito e abbia voglia di dirmi cosa ne pensa. Ma che io venga da te, senza nessun tipo di invito o richiesta, e ti attacchi il siluro dicendo: “Dovresti ascoltare questo disco…” è fuori discussione. Può piacermi lo facciano con me? Sì. Questo legittima la pratica? No. Siamo dalle parti della molestia, è tipo il cat calling(3).
Last, but not least: io non credo nella qualità della musica.
Come tutti gli impallinati, ho avuto anche io la fase adolescenziale in cui ci si riempie la bocca del concetto di BUONA MUSICA, rigorosamente in capslock. Passati i venti, però, ho iniziato a guardare con sospetto chi ancora credesse nell’esistenza di scale qualitative per la classificazione assoluta dei dischi e, implicitamente, delle persone che li ascoltano.
Qualsiasi disco funzioni per lo scopo per cui lo stai ascoltando è buona musica.
Questa è la regola aurea. Certo, poi ci sono artisti che con la musica provano a fare delle cose e possono riuscirci più o meno bene. Quello è dibattibile e valutabile. Il musicista iper tecnico e virtuoso lo puoi valutare per quanto è preciso, il liricista col messaggio lo puoi valutare sulla qualità del contenuto e sulla capacità di veicolarlo. Mille possibili scale.
Nella mia collezione ci sono tantissimi dischi che definireste brutti, molti sbagliati e più di qualcuno indifendibile. Ne possiamo parlare. In larga parte riconoscerò i limiti che verranno fuori e ci saranno casi in cui quelli che per gli altri sono difetti, per me invece sono pregi. Non mancheranno nemmeno le situazioni in cui penserò che in realtà siate voi a non aver capito quel che ho capito io. Ci sta, vale tutto.
Il presupposto però è che i dischi di BUONA MUSICA si trovavano esattamente nello stesso scaffale in cui c’erano quelli che ho comprato io e c’è una ragione per cui ho speso i miei soldi per gli uni e non per gli altri: non erano sufficientemente buoni per me. Questo mi definisce come persona? Spero proprio di sì, ci ho costruito attorno tutto il mio processo di autodeterminazione, ma non fa di me una persona migliore o peggiore di chicchessia. Assurdo doverlo precisare? In un mondo dove non esiste Scanzi, forse.
Tutto questo per dire che, quando sento un padre dire: “devo insegnare ai miei figli ad ascoltare la BUONA MUSICA”, a me fa l’effetto della famiglia nel bosco e penso che i figli glieli dovrebbero levare proprio.(4)

Quindi? Come si fa coi figli e la musica?
Non ne ho una cazzo di idea. I miei hanno 11 e 9 anni e non direi siano “ascoltatori di musica”. Ho una playlist sual mio Tidal che si chiama “Bimbi a bordo” e la uso nei viaggi lunghi perchè con la musica sotto è più facile si distraggano e non trasformino il tragitto in una tortura cinese ai miei danni. Nella playlist c’è qualche pezzo da classici Disney visti un numero insensato di volte, qualche pezzo che hanno sentito a scuola (di solito roba sanremese) e qualche pezzo che, per ragioni disparate, è finito nelle loro orecchie generando un “bella questa”.
Olly dei due è forse quella più propensa alla musica. Se una canzone la colpisce le resta in testa subito e te la trovi in casa che la canticchia quando pensa che nessuno la stia ascoltando. La prima volta mi ricordo che avrà avuto circa quattro anni, era Pastello Bianco dei PTN.
– Come fai a conoscere questa canzone Olly?
– L’ho sentita con la nonna.
In questo momento è in una fase Swiftie piuttosto acuta, si è fatta una playlist di circa dieci pezzi e li sente ad oltranza, supportata ampiamente dalla madre. Le sento parlare di andare insieme al concerto e mi viene un sacco da ridere a pensare al mondo in cui credono di vivere. Un universo parallelo in cui si può scegliere di andare a sentire Taylor Swift e, effettivamente, trovare il modo di farlo. Fino a un mese fa invece mi tendeva agguati in casa urlando “SAREMO IO. E TE. PER SEMPRE.”. E va beh.
Giorgio non riesco bene ad inquadrarlo.
Ogni tanto mi chiede robe in merito ai dischi che mi piacciono, ma non so quanto lo faccia per la musica e quanto perchè ha capito che per me è una cosa importante e voglia in qualche modo provare a farmi felice. Puoi non provare attivamente a “forzare” le tue passioni nei figli, a mio avviso dovremmo evitarlo tutti anzi, ma sfido qualsiasi padre a non illuminarsi e fare finta di niente quando, spontaneamente, arriva una richiesta di approfondimento. Quindi lo ha capito. Un paio di anni fa, quando ha iniziato ad approcciarsi ai videogiochi, ha voluto provare il mio Tony Hawk Pro Skater ed è finito col passarci dentro un numero spropositato di ore. Da quel momento i pezzi con le chitarre gli sono entrati sottopelle e tende ad apprezzarli, ma di tutta la colonna sonora ce ne sono giusto un paio che mi chiede di ascoltare. Li ha messi anche lui dentro una playlist, insieme a roba che (purtroppo) ha sentito in macchina con mio padre. Per mio figlio saltare dai Fidlar ai Dire Straits è la cosa più naturale del mondo e io ogni volta che lo sento muoio dentro. In silenzio.
Però la volta in cui mi ha detto “Bella questa canzone papà” mentre l’autoradio passava Seventy Time Seven dei Brand New chi se la scorda? Eravamo nella rotonda di San Pancrazio a Gessate, ben prima del Covid. Lo ricordo come fosse questa mattina.

Come dicevo all’inizio ho ampliato il mio abbonamento Tidal al piano famiglia e creato loro due account. Ci siamo messi lì e gli ho chiesto di dirmi le canzoni che gli piacciono, abbiamo fatto le playlist e gli ho spiegato come fare per andare dalla canzone al gruppo e provare, se e quando ne hanno voglia, ad ascoltare altro e scoprire canzoni nuove.
Non ho idea se lo faranno.
Il piano è, con gli anni, di provare ad intercettare la roba che gli piace e provare a relazionarmici. Cercare di capire, possibilmente fallendo. Sono convinto ci sia qualcosa di sbagliato se un pezzo che parla a gente quarant’anni più giovane di me mi risulta comprensibile. Forse, a differenza di mio papà, io proverò a fare qualche domanda perchè sono curioso di natura, ma senza essere invadente.
E’ giusto sia una cosa loro.
Il ruolo di un padre forse è solo quello di mettere l’argomento sul radar, di dargli gli strumenti per capire che, volendo, la musica può essere una chiave. Per leggere il mondo, per leggere se stessi, per veicolare emozioni. E per stare bene.
Non è l’unica chiave, non è necessariamente quella che apre tutte le porte, ma mi piacerebbe l’avessero nel mazzo.

Nel frattempo, continuerò a sentirmi la mia musica da solo. C’è una mensola in sala con sopra circa quattrocento CD. Non spesso, ma neanche di rado, ne arriva uno nuovo e i miei figli mi vedono arrampicarmi sulla sedia per riporlo al suo posto sullo scaffale, in rigoroso ordine alfabetico per band (il “The” non conta). Ogni tanto chiedono.
– Che disco è?
L’obbiettivo, quello su cui devo certamente lavorare, è non fermarmi a “Un gruppo americano.”

1 Mentre scrivevo ho realizzato che mio papà ha probabilmente avuto una fase in cui era preso bene con il rock psichedelico, negli anni ’70, quindi è probabile si sia drogato a conti fatti. Certamente più di me. Anche di questo non abbiamo mai parlato, ma magari questo glielo chiedo.
2 Non è mai rock, ovviamente, ma già il livello di disagio (mio) in quei contesti è fuori scala. Figurati mettersi a fare le supercazzole coi generi.
3 si parla troppo poco di consenso esplicito in quest’ambito.
4 sì, sono capace di tirare un siluro di venti righe su come non si dovrebbero giudicare le persone e chiuderlo giudicando le persone.


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Una roba (vecchia) sui Fugazi

Nella mia vita ho scritto una manciata di robe finite su siti/webzine altrui. Questa qui sotto mi è venuta in mente l’altro giorno e ho realizzato non fosse più online da nessuna parte. Siccome è un pezzo in cui mi rivedo molto, ho pensato potesse stare bene nel mio blog.
Usciva nel 2021 su spento, prima che spento diventasse una newsletter.

Io odio i Fugazi.
Chiariamo: questo non è uno di quegli incipit furbi che puntano ad incuriosire il lettore, ma che poi vengono smentiti con l’andare del pezzo in maniera più o meno paracula. “Odio i Fugazi [miliardi di battute che tergiversano] perché sono la più grande band di sempre”.
No. Io li detesto sul serio e preferisco dirlo chiaro all’inizio, così vi fate un’idea di con chi avete a che fare.

Partiamo dal principio. Se un po’ per tutti la vita è fatta di stagioni, non è per niente unanime cosa le definisca. Per tantissimi anni, nel mio caso, le ha definite la musica.
La prima stagione è quella della scoperta, quando sei piccolo e ti trovi a condividere lo spazio in casa, ma soprattutto in auto, con dischi con cui nelle stagioni successive non vorrai più entrare in contatto. E’ il primo stadio, quello alla fine del quale sei chiamato a tagliare il cordone ombelicale. Non ho problemi con chi a quarant’anni vive coi genitori, ma ne ho parecchi con chi a venti ascolta i dischi del padre.
La seconda stagione è quella della socialità, quando realizzi che la musica esiste nella vita dei tuoi coetanei, che la puoi ascoltare con loro e ne puoi parlare con loro. E’ quel frangente in cui nei pomeriggi coi compagni di scuola fai essenzialmente le stesse cose che facevi prima, ma con la musica in sottofondo ed è da quel particolare che pensi di non essere più un bambino. Sono anni bui quelli, un circolo vizioso in cui la musica crea il gruppo che a sua volta impone gli ascolti e li compatta. All’inizio sei contento di esserci dentro, ma presto o tardi i tuoi orizzonti si aprono e tutto diventa troppo stretto. C’è questa percezione di te che ti si disegna in testa e che di colpo non sei più disposto a transigere dal rendere concreta.
E’ la terza stagione, quella dell’autodeterminazione, ed è un calvario senza senso da cui credo di essere uscito in piedi soprattutto grazie alla musica. Il punk rock è ciò che mi ha permesso di smettere di sentirmi inadeguato e realizzare che, anzi, il non essere per forza di cose in linea con quel che mi viveva intorno non fosse necessariamente un problema mio. Letta così fa ridere, se non hai mai avuto quindici anni. La cosa bella della terza stagione è che ad un certo punto finisce e non solo tu stai quasi certamente meglio di quando ci sei entrato, ma puoi anche permetterti di abbassare la guardia e ridiscutere le ferree convinzioni che ti ci hanno portato fuori, perché ormai hai le spalle larghe.
La quarta stagione quindi è quella della maturità, il momento in cui la musica costituisce finalmente un grande universo da scoprire per il proprio piacere personale, liberi da vincoli sociali o limitazioni autoimposte e scevri di tutta quella voglia di dimostrarsi migliori o peggiori degli altri sulla base dei propri gusti musicali. È il traguardo e chi ci arriva, purtroppo non tutti, lo fa con un corredo più o meno esteso di cicatrici. Alcune sono ormai semi-invisibili, altre orribili e impossibili da celare, ma le peggiori sono quelle rimarginate male, quelle che al primo movimento sbagliato si riaprono e tornano a sanguinare.
I Fugazi sono la piaga purulenta della mia maturità musicale, il gruppo per cui non sono mai riuscito a venire a patti col fatto che non mi piacesse.

Perché è vero che l’ho menata per quasi mille battute con l’autodeterminazione, la crescita individuale e via dicendo, ma è anche vero che “no man is an island” e mi pare quasi superfluo dover precisare che per capire cosa vuoi diventare sia necessario guardare ad altri che sono sul tuo stesso sentiero, possibilmente più avanti. Se c’è una verità assoluta, sul mio sentiero, è che i Fugazi siano una band imprescindibile.
Hanno tutti i requisiti per esserlo, d’altronde. Volendo lasciare per un attimo da parte la musica, sono composti da ex membri di band seminali e di culto per l’intera scena, ma soprattutto si sono arroccati su una linea DIY di un’intransigenza rara, che ha fatto di loro un modello di etica musicale ben oltre la ristretta nicchia di genere in cui si collocano. Numi tutelari, in pratica, non fosse che i loro dischi non mi siano mai andati giù.
Non li ho digeriti al primo ascolto, quando il mio vero animale guida era un tipo con la fissa per gli alieni che non faceva altro che parlare di Fugazi (forse per smarcarsi dal fatto di essere universalmente identificato come lo scemo del villaggio), e ho continuato a farmeli andare di traverso anche dopo, negli anni in cui qualsiasi recensione leggessi o dibattito online seguissi su questo o quel forum, finiva sempre e comunque a tirarli in ballo. Scoprire di non apprezzare i Fugazi mi aveva riportato nella condizione di sentirmi inadeguato. Di nuovo. Non proprio come ripartire da capo, ma certamente rimettendo un po’ tutto in discussione. Un discorso che va ben oltre la musica.
Mi piacerebbe essere una persona sicura di sé e forse oggi in certi frangenti riesco anche a sentirmici, ma i Fugazi sono una spintarella involontaria al tavolo su cui si erge il mio castello di carte ed è per questo che li odio, perché stanno lì a ricordarmi uno dei miei difetti più grandi.
Negli anni ho speso ore ascoltandomi i loro dischi, ancora e ancora, ciclicamente. Ho probabilmente ascoltato più volte loro di gruppi di cui ho i dischi sullo scaffale, non esagero, sempre con l’obbiettivo di capire cosa ci fosse di sbagliato, quale fosse la chiave per risolvere questa incongruenza. Ogni volta che mi imbatto nell’argomento, finisco a risentirmi una roba loro con l’idea che magari qualcosa sia cambiato e che, finalmente, possa ricevere la tanto agognata illuminazione. Non succede mai, ne esco sempre ed inesorabilmente sconfitto. Anni fa fingevo addirittura mi piacessero. Non in maniera spudorata, mai stato capace, ma semplicemente dandoli per assodati come fa chiunque.
La fortuna di avere un problema con un gruppo letteralmente indiscutibile è che non ne devi discutere mai, sarei potuto andarci avanti per sempre.
Spero non abbiate idea di quanto faccia sentire stupidi ed ipocriti millantare appartenenza ad un contesto di cui si fa parte essenzialmente per non dover millantare appartenenza altrove. Così dal mentire sono passato a glissare, fino ad arrivare al coming out, ma sempre convinto di essere io l’ingranaggio guasto nella macchina.
Ancora oggi è una reazione istintiva, che non mi capita con nessun altro gruppo o disco.

In questi giorni compie 20 anni The Argument (NdM: saranno 25 a ottobre 2026), il loro ultimo disco in studio. Ho appena finito di ascoltarmelo tutto.
Ad un certo punto, sul primo ritornello di Full Disclosure, ho pensato: “Eccoci! È la volta buona”.
Non lo era.
Non lo è mai.


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Proviamo a pubblicare: ep. 3

E’ passato un altro mese e la versione corta è che non è successo nulla.
La versione lunga invece qualche cosina da raccontare ce l’avrebbe, quindi proviamoci. Il mio romanzo inedito continua a restare tale nelle caselle di posta di una trentina di editori. Non ne ho contattati altri un po’ perchè non ne conosco, un po’ perchè forse non è così utile continuare a cercare prima di avere un riscontro di qualche tipo.
Una cosa buffa mi è successa con Argentodorato, che un paio di settimane fa mi ha risposto con una mail molto chiara e diretta in cui dicevano, sintetizzando, “se decideremo di investire su di te e prenderci il rischio di pubblicarti, ci aspettiamo che tu sia disposto ad impegnarti ed aiutarci a promuovere il libro.”. Che è una richiesta direi più che legittima, anzi, mi sembra il minimo. Certo, messa giù come linea generale è un po’ vaga, quindi ho risposto che sì, sono sicuramente disposto a sbattermi, ma cosa comporta questo sbattimento? Devo presenziare a fiere ed eventi? Si può fare. Devo prendermi sei mesi di aspettativa al lavoro per dedicarmi solo a quello? Difficile, visto che io non sono uno scrittore professionista.
Chiarimenti che sono andati perduti come lacrime nella pioggia, visto che non mi hanno mai risposto.
Da un lato forse il fatto di aver detto che ho già un lavoro e che non sono uno scrittore full time può averli portati a pensare che non abbia tempo e voglia sufficienti per star dietro al progetto. Forse preferiscono dare priorità a chi ci sta puntando per la vita, piuttosto che dare spazio ad un dopolavorista qualsiasi. Penso che sarebbe una linea tutto sommato comprensibile. Temo, però, che non lo saprò mai.
Una cosa buffa correlata a questo è che Ale Bu conosce una ragazza che ha pubblicato con loro e mi ha girato il contatto IG così che potessi chiederle qualche info, una dritta. Purtroppo mi ha ghostato anche lei. Dev’essere una linea editoriale.
(Ovviamente scherzo, è del tutto normale venire ignorati e sto vivendo la cosa in modo molto zen. Anche oltre il livello di rilassatezza cui pensavo di poter ambire.)

Come avevo detto negli episodi precedenti, mi sono anche iscritto al concorso Io Scrittore.
La prima fase è in corso e consta nella preselezione delle opere finaliste sulla base di un incipit. Da quanto ho letto, il bacino di candidati dovrebbe essere intorno ai 4000 partecipanti, di cui ne passano alla fase successiva solo 400. Il criterio di selezione è interessante, perchè ogni partecipante ha il compito (pena l’esclusione dalla gara) di leggere e valutare dodici opere altrui. La valutazione è composta da 4 voti numerici per trama, personaggi, originalità e forma, più un giudizio scritto che deve stare tra le 200 e le 2000 battute.
Per quanto avessi tempo fino ad inizio giugno per completare l’assegnazione, ho già ultimato la lettura e la valutazione di tutte le opere che mi hanno assegnato. Devo dire che il livello, almeno per il mio campione, era piuttosto eterogeneo tra testi che ho trovato illeggibili e testi che non hanno nulla da invidiare al mio. Nessuno dei dodici mi ha dato l’impressione di essere fuori scala in positivo, nessun’opera di spicco diciamo, ma nel loro piccolo alcune avevano punti di forza interessanti e non mi stupirei se una o due potessero andare avanti.
La cosa che mi ha fatto un po’ cadere le palle è che, su dodici candidati, tutti fossero noir/gialli. Non solo. Le protagoniste? Quasi tutte donne che devono mostrarsi forti e lottare con le proprie fragilità, in fuga/riscossa da un passato doloroso e non ancora pronte ad abbracciare l’incontro con il love interest che gli piomba addosso nelle prime pagine del libro. Spesso un poliziotto bello e tenebroso.
Come non hanno mancato di dirmi alcuni amici, io non ho propriamente scritto Guerra e Pace, quindi lungi da me fare il critico di stocazzo. Però la statistica, per quanto piccolo fosse il campione, mi ha onestamente sorpreso in negativo. Detto questo, come accennavo, in un paio di casi questa premessa trita non mi ha per niente impedito di finire l’incipit con la curiosità di come potesse proseguire la storia. E, alla fine, credo quella sia sempre la roba che conta.
La cosa positiva è che, alla fine di questa prima fase, riceverò i commenti di chi ha letto il mio incipit e temo quello sarà il primo, vero, scontro con la realtà.
Mi fa molta paura, ma non vedo l’ora.


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