E’ arrivato il momento di intavolare questo discorso.
Da aprile spendo sei euro in più al mese per avere un profilo Tidal familiare in modo che mio figlio e mia figlia abbiano accesso alla musica che piace a loro. E’ buffo perchè nessuno dei due ha un supporto proprio per utilizzare la app, devono appoggiarsi ai tablet di noi genitori, ma ho pensato fosse il momento di fare questo passo e renderli autonomi/indipendenti.
So cosa state pensando, ma non l’ho fatto per tener pulito l’algoritmo. E’ un discorso più ampio che credo mi porterà via davvero un botto di testo, quindi se vi va di starmi a sentire mettetevi comodi e prendetevi una robina da bere, che ho idea ne avremo per un pochino.
Il discorso parte da mio padre.
Siamo alle porte di quello che una volta chiamavamo “nuovo millennio”. Sono un adolescente e da un po’ di tempo mi sono dato al punk-rock. Porto in casa dischi con copertine di cui è difficile chiedermi conto senza aprire a discorsi che nessun genitore ha voglia di fare, ho i capelli di colori improbabili e vado a scuola con l’attitudine di chi va in guerra. I miei genitori sono convinti che fumi, probabilmente anche che mi droghi. Io, che non faccio nessuna delle due cose, evito accuratamente qualsiasi atteggiamento possa portare a farli ricredere.
In questo scenario, mio padre va in pensione e si ritrova con una discreta dose di tempo libero. Uno dei ricordi più indelebili della mia vita è di un pomeriggio in cui, rientrato a casa, l’ho trovato ad ascoltarsi i miei dischi in cucina.
Qui serve un’ulteriore digressione.
Mio papà è quello che definisco un appassionato di musica. In casa ha, forse, venti dischi, ma ha sempre ascoltato un sacco di radio, soprattutto ai tempi in cui per radio passavano le canzoni. Ci sono persone per cui la musica è ricerca, approfondimento, collezionismo, appartenenza, culto. Io sono così, mio papà no. Lui è semplicemente una di quelle persone che la musica la ascolta ogni volta che può.
Con l’avvento dell’era digitale io e mia madre gli abbiamo regalato un lettore .mp3 e un altro bel ricordo che ho è di lei che urla dal balcone nel tentativo di chiamarlo, mentre lui lavora in box o in giardino con le cuffie a cannone e le canzoni che mi aveva chiesto di scaricare da eMule. Pomeriggi interi passati ad ascoltare musica tagliando l’erba, potando le piante, lavando la macchina o in giro col cane.
Quando si è sentito tutta la roba che avevo in casa a fine anni novanta l’ha probabilmente fatto per provare a capire quel che stesse vivendo suo figlio, ma ho idea lo abbia fatto anche per vedere se magari ci fosse qualcosa che potesse piacergli.
Non lo so, non ne abbiamo mai parlato.
Io ho sempre saputo che a mio padre piace la musica, ma non è una cosa che abbiamo condiviso. Ho ascoltato i suoi dischi nei contesti in cui non potevo evitare di farlo, tipo in auto, odiandoli sistematicamente. Tanto quelli che metteva con l’idea di accontentare anche mia madre (Venditti, Vecchioni, Fossati, quella roba lì), quanto quelli che ascoltava quando lei non c’era (Pink Floyd, Jethro Tull, Springsteen). Ancora oggi, se qualcuno volesse farmi davvero del male, gli basterebbe mettere su The Division Bell(1) mentre sono nei paraggi.
Non mi ha passato la sua collezione di vinili, non mi ha mostrato come deve suonare un impianto a valvole e non mi ha messo in mano nessuno strumento musicale da stuprare nel tentativo di arrivare all’Arte. Un sabato mattina però si è presentato a casa dopo essere andato a far la spesa e mi ha portato il CD di “Nord, Sud, Ovest, Est” perchè sapeva che avevo iniziato ad ascoltare gli 883 e da qualche parte aveva letto che quello era il loro nuovo disco.
Mi è difficile credere che la mia passione per la musica non abbia a che fare con mio papà e il suo modo di viverla, pur non avendo lui mai provato a trasmettermela. Magari è stata quella la chiave, vai te a saperlo. C’è certamente almeno un reel su IG in cui un qualche psicologo ultra studiato può dimostrare questa tesi e il suo contrario, simultaneamente, ma lascio volentieri l’approfondimento a chi fosse interessato.
Il punto di questo post è che adesso il padre sono io e l’elefante ha deciso di entrare nella stanza.
La mia vocazione evangelica in ambito musicale, se mai è esistita, si è spenta piuttosto in fretta. Sono consapevole di ascoltare roba che non piace praticamente a nessuna delle persone con cui condivido spazi fisici, salvo sporadici punti di sovrapposizione con qualche amico o con mia moglie. Così, me la vivo di conseguenza.
Se siamo insieme e uno di noi due deve scegliere che musica mettere, lascio che sia tu a farlo. Sempre e a qualsiasi costo. La rottura di coglioni che può infliggermi il tuo disco preferito, quale che sia, non è neanche lontanamente paragonabile a quella cui puoi sottopormi lamentandoti della mia eventuale scelta. Sul CV con cui sono stato assunto dove lavoro oggi, tra gli hobby, c’era scritto “ascolto musica che non piace a nessuno”. Nella top 3 delle cose che più mi irritano visceralmente ci sono quelle conversazioni tipo:
– Non ci sono la tal sera, vado a un concerto. Facciamo il giorno dopo?
– Ah, un concerto… di chi?
– [Ma perchè devi chiedermelo che non te ne frega un cazzo?] Un gruppo americano.
– Come si chiamano?
– [Mmmhh…] Si chiamano BLABLABLA.
– Ah, non li conosco. Che genere fanno?
– [Dio prendimi ora, ti prego] Rock(2), tipo.
– Eh, tu ascolti roba STRANA…
Da anni lavoro su me stesso per rispondere semplicemente “ho un impegno”, ma ancora ogni tanto ci casco.
So che questa mia autovalutazione di persona che non cerca il proselitismo musicale può sembrare difficile da credere, visto quanto spesso mi capita di scrivere di musica o di condividere sui social pezzi che mi piacciono, ma per me c’è una differenza abissale. Se metto un pezzo sul mio IG l’idea è che chi vuole ignorarlo lo faccia, mentre chi per qualsiasi motivo dovesse esserne incuriosito se lo vada a sentire. Pagherei oro per vederlo succedere e sarei contentissimo di parlare per ore, giorni, mesi con qualcuno che possa esserselo sentito e abbia voglia di dirmi cosa ne pensa. Ma che io venga da te, senza nessun tipo di invito o richiesta, e ti attacchi il siluro dicendo: “Dovresti ascoltare questo disco…” è fuori discussione. Può piacermi lo facciano con me? Sì. Questo legittima la pratica? No. Siamo dalle parti della molestia, è tipo il cat calling(3).
Last, but not least: io non credo nella qualità della musica.
Come tutti gli impallinati, ho avuto anche io la fase adolescenziale in cui ci si riempie la bocca del concetto di BUONA MUSICA, rigorosamente in capslock. Passati i venti, però, ho iniziato a guardare con sospetto chi ancora credesse nell’esistenza di scale qualitative per la classificazione assoluta dei dischi e, implicitamente, delle persone che li ascoltano.
Qualsiasi disco funzioni per lo scopo per cui lo stai ascoltando è buona musica.
Questa è la regola aurea. Certo, poi ci sono artisti che con la musica provano a fare delle cose e possono riuscirci più o meno bene. Quello è dibattibile e valutabile. Il musicista iper tecnico e virtuoso lo puoi valutare per quanto è preciso, il liricista col messaggio lo puoi valutare sulla qualità del contenuto e sulla capacità di veicolarlo. Mille possibili scale.
Nella mia collezione ci sono tantissimi dischi che definireste brutti, molti sbagliati e più di qualcuno indifendibile. Ne possiamo parlare. In larga parte riconoscerò i limiti che verranno fuori e ci saranno casi in cui quelli che per gli altri sono difetti, per me invece sono pregi. Non mancheranno nemmeno le situazioni in cui penserò che in realtà siate voi a non aver capito quel che ho capito io. Ci sta, vale tutto.
Il presupposto però è che i dischi di BUONA MUSICA si trovavano esattamente nello stesso scaffale in cui c’erano quelli che ho comprato io e c’è una ragione per cui ho speso i miei soldi per gli uni e non per gli altri: non erano sufficientemente buoni per me. Questo mi definisce come persona? Spero proprio di sì, ci ho costruito attorno tutto il mio processo di autodeterminazione, ma non fa di me una persona migliore o peggiore di chicchessia. Assurdo doverlo precisare? In un mondo dove non esiste Scanzi, forse.
Tutto questo per dire che, quando sento un padre dire: “devo insegnare ai miei figli ad ascoltare la BUONA MUSICA”, a me fa l’effetto della famiglia nel bosco e penso che i figli glieli dovrebbero levare proprio.(4)
Quindi? Come si fa coi figli e la musica?
Non ne ho una cazzo di idea. I miei hanno 11 e 9 anni e non direi siano “ascoltatori di musica”. Ho una playlist sual mio Tidal che si chiama “Bimbi a bordo” e la uso nei viaggi lunghi perchè con la musica sotto è più facile si distraggano e non trasformino il tragitto in una tortura cinese ai miei danni. Nella playlist c’è qualche pezzo da classici Disney visti un numero insensato di volte, qualche pezzo che hanno sentito a scuola (di solito roba sanremese) e qualche pezzo che, per ragioni disparate, è finito nelle loro orecchie generando un “bella questa”.
Olly dei due è forse quella più propensa alla musica. Se una canzone la colpisce le resta in testa subito e te la trovi in casa che la canticchia quando pensa che nessuno la stia ascoltando. La prima volta mi ricordo che avrà avuto circa quattro anni, era Pastello Bianco dei PTN.
– Come fai a conoscere questa canzone Olly?
– L’ho sentita con la nonna.
In questo momento è in una fase Swiftie piuttosto acuta, si è fatta una playlist di circa dieci pezzi e li sente ad oltranza, supportata ampiamente dalla madre. Le sento parlare di andare insieme al concerto e mi viene un sacco da ridere a pensare al mondo in cui credono di vivere. Un universo parallelo in cui si può scegliere di andare a sentire Taylor Swift e, effettivamente, trovare il modo di farlo. Fino a un mese fa invece mi tendeva agguati in casa urlando “SAREMO IO. E TE. PER SEMPRE.”. E va beh.
Giorgio non riesco bene ad inquadrarlo.
Ogni tanto mi chiede robe in merito ai dischi che mi piacciono, ma non so quanto lo faccia per la musica e quanto perchè ha capito che per me è una cosa importante e voglia in qualche modo provare a farmi felice. Puoi non provare attivamente a “forzare” le tue passioni nei figli, a mio avviso dovremmo evitarlo tutti anzi, ma sfido qualsiasi padre a non illuminarsi e fare finta di niente quando, spontaneamente, arriva una richiesta di approfondimento. Quindi lo ha capito. Un paio di anni fa, quando ha iniziato ad approcciarsi ai videogiochi, ha voluto provare il mio Tony Hawk Pro Skater ed è finito col passarci dentro un numero spropositato di ore. Da quel momento i pezzi con le chitarre gli sono entrati sottopelle e tende ad apprezzarli, ma di tutta la colonna sonora ce ne sono giusto un paio che mi chiede di ascoltare. Li ha messi anche lui dentro una playlist, insieme a roba che (purtroppo) ha sentito in macchina con mio padre. Per mio figlio saltare dai Fidlar ai Dire Straits è la cosa più naturale del mondo e io ogni volta che lo sento muoio dentro. In silenzio.
Però la volta in cui mi ha detto “Bella questa canzone papà” mentre l’autoradio passava Seventy Time Seven dei Brand New chi se la scorda? Eravamo nella rotonda di San Pancrazio a Gessate, ben prima del Covid. Lo ricordo come fosse questa mattina.
Come dicevo all’inizio ho ampliato il mio abbonamento Tidal al piano famiglia e creato loro due account. Ci siamo messi lì e gli ho chiesto di dirmi le canzoni che gli piacciono, abbiamo fatto le playlist e gli ho spiegato come fare per andare dalla canzone al gruppo e provare, se e quando ne hanno voglia, ad ascoltare altro e scoprire canzoni nuove.
Non ho idea se lo faranno.
Il piano è, con gli anni, di provare ad intercettare la roba che gli piace e provare a relazionarmici. Cercare di capire, possibilmente fallendo. Sono convinto ci sia qualcosa di sbagliato se un pezzo che parla a gente quarant’anni più giovane di me mi risulta comprensibile. Forse, a differenza di mio papà, io proverò a fare qualche domanda perchè sono curioso di natura, ma senza essere invadente.
E’ giusto sia una cosa loro.
Il ruolo di un padre forse è solo quello di mettere l’argomento sul radar, di dargli gli strumenti per capire che, volendo, la musica può essere una chiave. Per leggere il mondo, per leggere se stessi, per veicolare emozioni. E per stare bene.
Non è l’unica chiave, non è necessariamente quella che apre tutte le porte, ma mi piacerebbe l’avessero nel mazzo.
Nel frattempo, continuerò a sentirmi la mia musica da solo. C’è una mensola in sala con sopra circa quattrocento CD. Non spesso, ma neanche di rado, ne arriva uno nuovo e i miei figli mi vedono arrampicarmi sulla sedia per riporlo al suo posto sullo scaffale, in rigoroso ordine alfabetico per band (il “The” non conta). Ogni tanto chiedono.
– Che disco è?
L’obbiettivo, quello su cui devo certamente lavorare, è non fermarmi a “Un gruppo americano.”
1 Mentre scrivevo ho realizzato che mio papà ha probabilmente avuto una fase in cui era preso bene con il rock psichedelico, negli anni ’70, quindi è probabile si sia drogato a conti fatti. Certamente più di me. Anche di questo non abbiamo mai parlato, ma magari questo glielo chiedo.
2 Non è mai rock, ovviamente, ma già il livello di disagio (mio) in quei contesti è fuori scala. Figurati mettersi a fare le supercazzole coi generi.
3 si parla troppo poco di consenso esplicito in quest’ambito.
4 sì, sono capace di tirare un siluro di venti righe su come non si dovrebbero giudicare le persone e chiuderlo giudicando le persone.
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