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Manq

I mondiali di Calcio in Qatar

In questa settimana ho avuto (e ho tutt’ora) il COVID. Di conseguenza sono bloccato in casa, al confino da familiari e relazioni, e mi ritrovo con porzioni ampie di giornata senza nulla da fare.
Eppure non ho ancora visto un singolo secondo di questi Mondiali.
L’idea da qui in poi è ragionare sul perché, senza (spero) scadere in paternalismi o volermi dare pose da attivista di questo e quell’altro cazzo.

In primo luogo tocca dire che se l’Italia si fosse qualificata, io i mondiali li starei guardando eccome.
Non sono un tifoso sfegatato di calcio. Seguo il Milan volentieri, ma di massima non organizzo il weekend in base a quando c’è la partita. Mi capita di farlo giusto col derby o le sfide di cartello, ma perché quelle se riesco le guardo con qualche amico e diventa soprattutto una scusa per bere una roba insieme. Coinvolgimento moderato, diciamo, e soprattutto molto correlato ai risultati. Se il Milan compete mi piace star dietro alla corsa e tifare perché ce la faccia, se non compete chissenefrega.
Con la Nazionale però è molto diverso. La Nazionale la seguo sempre con tantissimo trasporto e le sue vittorie sono probabilmente le gioie calcistiche più grandi ed esplosive della mia vita. Niente come il mondiale 2006, neanche la Champions vinta contro Inter e Juve. Nel bene e nel male eh, quindi anche niente come la finale degli Europei 2000 persa al golden gol, per me. Neppure Isanbul.
Mio figlio stesso ha iniziato a “seguire il calcio” con gli Europei 2021, non credo sia un caso.
Questa passione viscerale per la Nazionale ce l’ho sempre avuta e credo nasca dal fatto che fin da piccolo ho visto gente (fortunatamente fuori casa) litigare per il pallone, trovandolo stupido. Di conseguenza, per me era bello che la Nazionale ci mettesse tutti dalla stessa parte, a bestemmiare e/o gioire compatti.
Devo però anche dire che la cosa si è radicalizzata con l’esperienza di vita all’estero, in Germania (non un estero qualsiasi, calcisticamente parlando), e i successivi anni spesi a lavorare a stretto contatto con stranieri. Leggo sempre in giro che gli stereotipi sulle nazionalità siano falsi miti da superare, spesso dentro una retorica da “siamo tutti uguali” che ha certamente un fine positivo, ma che per me è indigeribile.
Non lo siamo.
Che i francesi siano arroganti o che i tedeschi siano rigidi non è falso. Sono estremizzazioni (forse) di differenze culturali reali e tangibili. Diventano un problema solo se pensiamo 1) di non avere difetti a nostra volta e 2) di essere gli unici legittimati ad avercela coi difetti altrui. Senza allargare ulteriormente il tiro di ‘sto post già abbastanza a maglie larghe, lo sport Nazionale, che sia il calcio o le Olimpiadi, per me è una bella valvola di sfogo per convogliare un certo senso di rivalsa e orgoglio Nazionale.
Che vivo e sento perché, ci crediate o meno, negli ambienti sociali ad alta istruzione (quindi elitari) che frequento io, essere italiani porta con sé un pregiudizio di inferiorità che tocca smantellare e che, purtroppo, lascia delle scorie che depurare col tifo è il meglio che possiamo chiedere.
Tutto questo per dire che con l’Italia io il mondiale lo avrei seguito e, quindi, che non ha molto senso parlare di boicottaggio quando non si partecipa a qualcosa che non ci interessa, senza una vera rinuncia di principio dietro.
Certo, potrei comunque guardare le altre partite, ma credo si evinca per me il calcio non sia uno sport particolarmente godibile senza la componente emotiva. Posso apprezzare una bella partita anche se non gioca una squadra che mi interessa, ovviamente, ma per il mio concetto di “bella partita” direi che si tratta di casi molto sporadici.
Però.

Però è indubbio che questo mondiale in Qatar porti alla luce il peggio di tutto quello che ruota attorno al calcio, che poi è quello che ruota attorno anche a tutto il resto: i soldi.
In una società guidata dai soldi, in ogni ambito, ci capita di avere queste epifanie in cui realizziamo che il principio non collima con i valori dello sport. Oppure, che se le istituzioni a cui guardiamo e da cui ci facciamo rappresentare non mettono dei paletti, ci sarà sempre qualcuno pronto a portare la legge dei soldi oltre i nostri limiti etici e morali, senza che noi ci si possa fare poi molto se non pretendere di più dalle istituzioni di cui sopra.
Andando al punto (finalmente, se dio vuole) in Qatar ci sono due aspetti.
Uno è quello relativo alla parte gestionale, la costruzione degli stadi tramite schiavitù (perché quello è) con annessa caterva di morti che si è portata appresso. Questa è una cosa che la FIFA aveva il dovere di osteggiare, in sede organizzativa, chiedendo garanzie diverse e mettendo vincoli. Vigilando. Possiamo dirci: “Eh, a nessuno è fregato nulla fino a ieri!”, ma non è che tutti abbiano il dovere di avere sul radar la questione. Quel dovere ce l’aveva la FIFA e non ha fatto niente.
Il secondo aspetto è quello dei diritti umani e civili, legato alla situazione politica e religiosa del Qatar.
Secondo me portare un evento mondiale in un Paese con quel tipo di gestione è positivo, perché solo mettendoli più in contatto con il resto del mondo potranno vedere cosa c’è fuori, fare dei bilanci, ed eventualmente prendere coscienza dei problemi che hanno.
L’inclusione è sempre l’unica via, perché spinge al confronto e dal confronto si impara tutti (a lungo andare).
Quindi, se lo chiedete a me, chi davvero ha a cuore mettere sul radar dell’opinione pubblica i problemi che derivano da un governo che non rispetta diritti umani e civili e ha la possibilità di prendere parte a questo carrozzone dovrebbe farlo e trovare il modo di mandare un segnale. Quale che sia. Perchè quel segnale arriverà anche a chi il problema lo ignora o non lo vede. Tirandosi fuori invece il messaggio lo si manda a chi è già consapevole ed è una cosa che ho sempre l’impressione si faccia più per se stessi che per la causa.
Aggiungo però che chi ci va, ai miei occhi, ha il dovere di porsi in merito alla questione e se decide di non farlo sta assumendo comunque una posizione politica chiara, legittima e, proprio per questo, ingiustificabile.
In tal senso chiudo citando l’editoriale di apertura di Rai Sport:

Al netto del testo, sicuramente perfettibile, mi è sembrata la posizione giusta da tenere da parte del Servizio Pubblico, che ha il dovere di esserci e di raccontare un evento di questo tipo, ma senza nascondersi e, anzi, mettendo i problemi sul radar di chi questo mondiale lo sta seguendo nonostante tutto. Un audience probabilmente meno incline a riflettere sul peso di certe problematiche e che quindi dovrebbe essere la prima a cui puntare se si ritiene che, invece, queste problematiche debbano essere nella testa di tutti.
Attivismo, secondo me, vuol dire questo.


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Complotto!

[…]
Immaginate che apra una nuova banca in una nuova nazione, e che produca una valuta che chiameremo scellini. Ora immaginate che questa banca attiri dieci clienti, ognuno dei quali desidera prendere in prestito dieci scellini. La banca mette gli interessi al 10 percento, in modo che ognuno dei clienti debba restituirle undici scellini. Ma come fanno queste dieci persone a restituire undici scellini se non solo non li hanno, ma non esistono nemmeno scellini a sufficienza? I debitori saranno costretti a trovare un modo di ottenere gli scellini extra l’uno dall’altro. Pertanto si rende subito necessaria una competizione. Se uno dei debitori dovesse ritrovarsi senza più uno scellino, allora gli altri nove avrebbero tutti gli undici scellini da rendere alla banca, mentre allo sfortunato decimo debitore non resterebbe che chiedere in prestito altri soldi. Ecco allora che viene creato del nuovo denaro e l’economia cresce.
Ma non è sempre stato così. Per gran parte della nostra storia sistemi del genere sono stati categoricamente proibiti. La parola “usura” viene oggi utilizzata per descrivere tassi d’interesse eccessivi nella restituzione di un debito, ma nell’uso originario la parola si riferiva a qualunque interesse richiesto su una somma prestata. La scrittura si è sviluppata dopo il denaro, perciò non ci è dato sapere a quale epoca remota risalga il tabù, o perché i nostri antenati dell’Età del Bronzo fossero così contrari all’idea.
Ciò che sappiamo è che le leggi antiche a cui possiamo risalire proibivano esplicitamente l’usura. Nel Nuovo Testamento, quando Gesù ribaltò i tavoli al tempio, la sua rabbia derivava dal fatto che i creditori di denaro praticassero l’usura.
Gesù è conosciuto come un tipo generalmente non violento, perciò se facciamo caso al fatto che tutti gli altri peccati, la crudeltà e le ingiustizie del mondo non gli facessero mai perdere le staffe, possiamo farci un’idea di quanto l’usura fosse considerata scandalosa all’epoca. Altri che denunciarono l’usura furono Platone, Mosè, il profeta Maometto, Aristotele e Buddha. Se una schiera di personaggi del genere è tutta d’accordo sulla questione, forse sarebbe il caso di ripensare al perché noi la accettiamo in maniera tanto supina.
Perché lucrare sui prestiti era tanto inaccettabile nel mondo antico? La questione è aperta all’interpretazione, ma una possibilità è che sembrasse contrario all’ordine naturale delle cose. Il lavoro creava ricchezza, perciò la ricchezza accumulata senza lavoro era innaturale. Era vista come una forma di tirannia, o di furto. L’usura era una forma di corruzione morale, un cancro finanziario che poteva sbilanciare le economie fino a farle crollare.
[…]

L’estratto di cui sopra è tratto da “Complotto! Caos, Magia e Musica House. Storia dei KLF, il Gruppo che Diede Fuoco a un Milione di Sterline“.
E’ un libro da leggere per la capacità che ha di raccontare in maniera lucida la follia del mondo in cui viviamo, filtrandola attraverso gli occhi di un gruppo musicale considerato completamente matto.
A volerci pensare, stimola una presa di coscienza del fatto che nella massima: “se pensi che tutti siano pazzi, il pazzo sei tu.” il concetto di pazzia andrebbe (ri)definito.


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Il giorno dopo

Non è che vada molto meglio, rispetto a ieri, però c’è forse un filo di lucidità in più per fare un mezzo punto della situazione. 
Non mi interessa più di tanto fare l’analisi del risultato elettorale, un po’ perchè resto convinto di quel che avevo scritto prima delle elezioni e un po’ perchè ieri c’è stato modo di discuterne su twitter realizzando, come spesso, di avere una visione non proprio condivisa della faccenda. Oltretutto, stare qui a fare il processo post partita rischia di diventare un mero esercizio di stile, se non uno sfogo alla frustrazione, quindi cui prodest? Il sempre acuto account ComunqueMilan diceva che  in politica, come nel calcio, “chi perde, spiega” e non c’è davvero nulla da aggiungere.
Quello su cui però forse un paio di parole andrebbero spese è quel che succederà, tra timori e prese di coscienza.
Io non ci credo tantissimo alla cosa della deriva fascista della nostra politica, perchè ho l’impressione che in Europa quella strada non sia percorribile, strutturalmente, e che la Meloni (come Salvini prima di lei) si riscoprirà molto più europeista ora che deve portare avanti il Paese. Il problema, più che politico in senso stretto, temo possa essere sociale.
Quando la Meloni strilla che la sua vittoria permetterà a tanti di rialzare la testa e smetterla di nascondere la propria ideologia, non parla ai suoi (che ancora giustamente continuano a vergognarsi come ratti quando scappa loro un saluto romano), ma alla gente. E in mezzo alla gente ci sono brutte persone, purtroppo. 
Persone che da domani si considereranno legittimate a fare cose orrende verso i più deboli, o gli emarginati. Non perchè una nuova legge gli consentirà di farlo, non perchè investiti di chissà quale carica istituzionale, ma semplicemente perchè si sentiranno improvvisamente in diritto di poter essere le merde che sono. E, secondo me, è quella la cosa che dobbiamo provare ad arginare come società, il fenomeno a cui va opposta resistenza. Certo, magari sono eccessivamente ottimista e tra un mese staremo davvero assistendo a tentativi di abolire la 194 o di istituire i reati di gender e nuove leggi raziali, ma la verità è che non sarà necessario e la Meloni è la prima a saperlo. Perchè abolire la 194 quando si può semplicemente spingere l’obbiezione di coscienza, sottotraccia, aprendo le porte della carriera ai medici che la sostengono e creando un’inapplicabilità fattuale del diritto all’aborto? E’ una cosa che già si fa, basta solo calcare la mano. 
In questo senso, a costo di sembrare uno di quelli che millanta di aver vinto anche quando le ha prese secche, sono molto felice (e un filo orgoglioso) di aver contribuito a mandare in Senato Ilaria Cucchi. Perchè quando le forze dell’ordine inizieranno a sentire il vento in poppa e a qualche “ufficiale troppo zelante” scapperà la mano, sarà importante avere finalmente qualcuno in Parlamento per tenere il punto ed evitare che le istituzioni lascino correre. Le auguro davvero ogni bene, a naso la attendono cinque anni piuttosto complicati. 
Al netto di tutto questo però, io continuo a credere il nostro Paese sia meglio di come lo si immagini. Anche oggi. 
Tocca stare un po’ più attenti, certamente, e diventa ancora più importante restare fermi nella volontà di far succedere le cose. Se il problema è sociale prima che politico, il ruolo del cittadino non può limitarsi al voto, diventa fondamentale. Però non è il caso di lasciarsi abbattere.
Ci attendono cinque anni controcorrente, dobbiamo solo nuotare più forte.

 

Ce lo meritiamo, il capitalismo

Attenzione, stai per leggere una roba che i competenti chiamano “flusso di coscienza”, ovvero una serie di frasi scritte di getto sull’onda emotiva di un momento come tanti, ma con più tempo a disposizione.
Se molli il colpo prima di partire non me la prendo.
Amici come prima.
Esattamente come prima.
Se sei tra chi c’era all’inizio, sai che qui, una volta, era tutto flussi di coscienza.

Non ho la pretesa di pensare il mio lavoro sia rilevante, ma quando passi una giornata nel reparto di oncoematologia pediatrica di un ospedale diciamo che è complicato non mettere le cose in prospettiva. Tutte le cose, quindi anche il fatto che il lavoro che fai faccia in qualche modo parte del processo che prova a tenere le persone dal lato verde dell’erba. Sul principio è anche una bella sensazione, non lo nascondo, ma se inizi a pensarci ti tocca considerare un po’ di cose non necessariamente piacevoli.
La prima è che, statisticamente, sei molto più utile a “vendere” reagenti che non a fare lo scienziato. Chiunque tu sia, ma soprattutto se sei me. La mia carriera accademica (2005-2013) vanta una decina mal contata di pubblicazioni scientifiche peer review, ho pubblicato ogni singolo progetto a cui abbia lavorato, ma è piuttosto evidente che il mio impatto sul progresso scientifico sia zero. Non intendo basso eh, proprio nullo. Diciamo che mi si trova alla voce “Risposte a domande che non era necessario porsi”. Oggi il numero di progetti di ricerca su cui posso avere impatto è imparagonabile, per quantità, e per quanto il mio ruolo all’interno di ciascuno di essi sia decisamente più esiguo (leggi: marginale), è pur sempre legato a trovare la chiave per far funzionare le cose prima e/o meglio. E quando i numeri salgono, sale la possibilità che qualcosa finisca per servire sul serio. Il che ci porta ad una questione ancora più odiosa.
Io a sta gente le soluzioni le devo vendere.
Una parte della narrazione è che quei soldi ripaghino dell’investimento fatto in termini di ricerca e sviluppo, un processo che va coperto economicamente perché sopporti i fallimenti e possa ammortizzarli. Innegabile. Però gli stessi soldi arricchiscono anche le persone. Nel mio caso specifico perlomeno a guadagnarci è chi ha messo in piedi l’azienda da zero e non qualche fondo di investimento / magnate della finanza a cui della scienza interessa solo il ritorno economico (può sembrare una cosa irrilevante, ma per me fa tutta la differenza del mondo), tuttavia parliamo sempre di persone che sono diventate oltremodo ricche. E il mio lavoro, oltretutto, è fare in modo lo diventino ancora di più. Contribuire al progresso scientifico è il mezzo che giustifica il fine, non viceversa.
So cosa state pensando.

Avete ragione.
La cosa che però mi fa arrabbiare più di tutto, la riflessione da cui nasce questo post, è che senza questo sistema malato che cerca profitto in ogni posto, ad ogni costo, il progresso sarebbe un bel pezzo più indietro.
Il motore che ha portato alla crescita esponenziale, direi a 360°, ma sicuramente almeno in ambito scientifico, è la ricchezza. Il sistema dei brevetti, la competitività, sono tutte storture che ci permettono oggi di curare malattie fino a ieri incurabili (spesso causate dalla pressione che questo stesso sistema esercita sugli individui, ma quella è un’altra questione). Era impossibile un’altra via? Non saprei. Difficile fare la storia con i se, ma forse sarebbe stato necessario evolvere come specie in maniera diversa. Meno individualista, meno egoista. Invece dopo 200 mila anni siamo ancora la più spietata tra le specie, addirittura disposti a sacrificare noi stessi sul lungo periodo, contro ogni possibile istinto di autoconservazione.
Purtroppo, ad una specie così, difficile chiedere di concepire qualcosa di meglio del modello capitalista. Sarebbe come aspettarsi la svolta vegana dai leoni.

Alla fine, probabilmente, l’unico vero problema è che quando esci da una giornata spesa in oncoematologia pediatrica sei costretto a guardare alla tua realtà e ringraziare di venirne fuori con al massimo qualche riflessione sul senso del tuo lavoro.

Anche i draghi piangono

Dopo aver visto le prime tre puntate della nuova serie HBO House of the Dragon direi che ne ho abbastanza per scrivere due righe qui sopra.
Ci sarà qualche SPOILER, forse, ma come detto sono passati giusto tre episodi e io non ho mai letto il materiale letterario a cui si ispira questo prequel, quindi anche facendo mente locale non mi viene in mente chissà quale rivelazione io possa farvi da qui in avanti. Siccome però so che sull’argomento siete tutti ipersensibili, meglio tutelarsi.
Partiamo dal principio, per i più distratti: House of the Dragon altro non è che una nuova serie targata HBO e ambientata nell’universo di Game of Thrones ideato da George RR Martin, ma che narra avvenimenti accaduti circa 170 anni prima della serie originale. C’è un certo fermento attorno ai prodotti collaterali di quella saga e i motivi sono essenzialmente due:
1) Martin continua a parlare di quanto materiale sfruttabile ci sia, un po’ perchè VIVA I SOLDI e un po’ per tenere a bada la sua fanbase diversamente abile che ancora aspetta i libri conclusivi dell’opera.
2) La HBO vorrebbe continuare a beneficiare di un prodotto che ha avuto un successo fuori scala, un po’ perchè VIVA I SOLDI e un po’ perchè in un panorama di offerta ampiamente superiore alle esigenze del pubblico diventa difficilissimo tirare fuori prodotti originali che ripaghino dell’investimento a meno di usare come traino un brand già forte di suo.
Così, tra un progetto con Naomi Watts naufragato male e le storie future di Jon Snow di cui nessuno, ma davvero nessuno, sente il bisogno, è uscita questa House of the Dragon (da qui HotD), accompagnata da recensioni e commenti entusiasti provenienti grossomodo da ogni direzione.
Ecco, qui io cerco di dare un’opinione disallineata provando ad argomentare una minima, conscio del fatto che se anche qualcuno leggesse il pezzo probabilmente lo derubricherebbe a “parere di un hater” o a semplice volontà di fare il bastian contrario. Ci sta, come ci sta far notare che “se pensi che siano tutti matti, forse il matto sei tu”, però alla fine della fiera siamo sul mio blog quindi avete poco da rompere i coglioni.

Al netto dell’opinione soggettiva che posso aver maturato dopo questo inizio di stagione, ci sono già alcune valutazioni che credo di poter dare per oggettive. La più importante è che HotD ha mezzi che la serie originale ha avuto forse nelle ultime stagioni, sia in termini di budget che proprio a livello tecnologico. Le ricostruzioni CGI degli ambienti (su tutti Approdo del Re) permettono immagini molto più immersive e vive dell’ambientazione e anche l’utilizzo delle comparse è molto meno al risparmio rispetto alle prime stagioni di GoT, cosa che conferisce al tutto un aspetto molto più solido e credibile, specie quando si parla di battaglie. D’altra parte, qui siamo nella casa dei draghi e di conseguenza i draghi si devono vedere bene. 

Quello che per me non funziona è il racconto.
Io ho iniziato a guardare GoT dopo aver letto tutti i libri usciti fino ad allora*, di conseguenza probabilmente il motore che mi spingeva a stare dentro la narrazione non era basato sul cosa sarebbe successo, ma sul come lo avrebbero rappresentato. In questo caso invece mi si vuole raccontare una storia nuova, di cui non so nulla, partendo da un’ambientazione a cui non chiedevo più niente. Nel bene e nel male, infatti, la conclusione della saga originale non mi ha lasciato interrogativi o curiosità che avessi voglia di colmare, la storia che ci hanno raccontato può esserci piaciuta o meno, ma di certo è conclusa e, di conseguenza, per farmi ritornare a Westeros è necessario mi si racconti qualcosa di appassionante e/o mi si presentino personaggi interessanti. Altrimenti mi scogliono.
Ecco, con HotD mi sto scoglionando.
E’ vero, la storia è poco più che abbozzata al momento, ma cosa ci hanno messo di fronte? Una dinamica di successione al trono. Esattamente come in Game of Thrones, ma infinitamente depotenziata dal fatto che, di riffa o di raffa, sarà un Targaryen a finirci sopra. Lo sappiamo già, sarà così fino a Robert Baratheon. Quindi? Forse l’idea è realizzare un The Crown coi draghi, una sorta di fantasy biopic di una famiglia reale che vorrebbe risultare più disturbata e disturbante di quanto non siano già le famiglie reali esistenti solo sulla base del fatto che, boh, hanno lucertoloni di 10 metri come animali di compagnia. Un po’ pochino, se lo chiedete a me.
Però magari non è quella la chiave, il vero punto attorno cui dovrebbe scaturire la passione sono i personaggi. Possibile, ma allora guardiamoli insieme questi personaggi.

La protagonista è sicuramente Rhaenyra, la giovane figlia di un Re che non ha eredi maschi. Lei però non è la classica principessa disneyana (!!!), ma una fiera combattente che non accetta di essere considerata inadatta a governare solamente perchè donna e che, anzi, si trova molto più a suo agio a cavalcare un drago che non a fare da coppiera mentre gli uomini governano. Al netto di tutto quel che si potrebbe dire in merito all’originalità di questo archetipo nel 2022, ma soprattutto dentro un’ambientazione che ci ha già dato Daenerys, Arya, Brienne, Ygritte fino a Lyanna Mormont,  il nonsense vero è che letteralmente subito il padre si arrende all’evidenza di non avere alternative e la nomina erede al trono. Quindi abbiamo questa povera ragazza che prova ardentemente a comunicarci tutto il suo struggle di donna sulla base del niente, di psicodrammi tipo: “ok mio padre mi ha nominata erede al trono, MA NON LO PENSA VERAMENTEH”. Una roba talmente risibile e piangina che tanto valeva farla interpretare a Simone Inzaghi. Perchè purtroppo non solo Rhaenyra vive in un contesto dove grossomodo ogni donna che abbiamo incontrato ha dimostrato di essere fortissima, smarcandosi da qual si voglia stereotipo di genere, ma che nel farlo ha dovuto davvero passare le peggio violenze fisiche e psicologiche, tirando fuori un carisma ed una determinazione ammirevoli, nel bene e nel male. Prendiamo Daenerys, l’esempio più immediatamente correlabile. E’ un personaggio che non ho mai amato, ma nessuno può faticare a comprenderne il desiderio di rivalsa o il peso della condizione. In quello sta la sua forza narrativa. Rhaenyra non ha oggettivamente nessun motivo per essere incazzata e quindi sembra solamente una ragazzina capricciosa.
Il padre di Rhaenyra è Viserys I ed è oggettivamente il mio personaggio preferito al momento. A sua volta Re per mancanza di eredi maschi diretti (perchè, se non lo aveste capito, nessuno vuole una donna sul Trono di Spade), si trova a dover gestire il peso della corona e le decisioni scomode che ne derivano. Deve scegliere se provare a far nascere suo figlio uccidendo la moglie o lasciar morire entrambi (vorrei capire chi sceglierebbe la seconda), deve decidere come arginare suo fratello pazzerello che, in qualità di nobile, fa esattamente quello che fanno i nobili (ovvero il cazzo che gli pare) ed è obbligato a risposarsi dopo aver perso la sua amatissima moglie anche se lui non vorrebbe perchè l’amore non va a comando della politica. Giuro, sembra un personaggio di Anche i ricchi piangono. Gira tutto attorno al messaggio che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, senza che queste responsabilità risultino mai davvero così grandi, eppure almeno ne viene fuori una figura credibile.
L’ultimo della triade è Daemon, che anche in virtù del nome cazzuto è il pazzerello della situazione. In assenza di eredi maschi del fratello sarebbe lui legittimo pretendente al trono, ma siccome è uno che pensa di poter fare il cazzo che vuole solo per via del cognome che porta (Quando mai? E’ intollerabile!), viene messo al bando un po’ da tutti. Tanto che gli viene preferita addirittura sua nipote come possibile reggente, cosa che lo fa incazzare. Qui tocca fermarsi un secondo. HotD è quella serie che cerca di convincerti che un tipo che viene privato di un suo diritto e si incazza è stronzo sulla base del fatto che quel diritto, completamente contestualizzato nella realtà fittizia in cui ci viene presentata la situazione, è invece superato e ingiusto nella realtà in cui viviamo ci piace pensare di vivere. Notevole no? A parte questo, Daemon è un personaggio super edgy (ha sposato una prostituta, signora mia dove andremo a finire?), cazzutissimo in combattimento, ma che sotto sotto ha un cuore di panna visto che l’unica causa dei suoi mali è la nipotina a cui lui però vuole bene e a cui non sa dire mai di no. Aww.
Intorno a questa triade, vaghe copie sbiadite di personaggi già visti in ruoli già caratterizzati nel corso della serie precedente, che lottano anima e corpo contro la tendenza di noi spettatori a scordarci il loro nome.

L’ultimo paragrafetto di questa minirecensione faziosa lo dedico alla scrittura, che è forse il punto che soffro di più in tutta la faccenda.
In anni di GoT ho letto le peggio cose rivolte agli sceneggiatori Benihoff e Weiss, soprattutto quando il materiale originale è venuto meno e si sono trovati a dover chiudere le questioni ancora aperte. Io non sono particolarmente fan del loro lavoro, come tutti ho la mia opinione sulle scelte che hanno operato e non tutte mi hanno soddisfatto (eufemismo), ma ho sempre trovato il disprezzo nei loro confronti sovradimensionato, alimentato spesso in maniera subdola da quel maiale Martin e dalla sua fanbase più idiota. 
Una delle accuse che è stata loro mossa più spesso è l’aver abbandonato la veridicità spinta delle scene scritte dall’autore dei libri in virtù di scelte più spettacolari e cinematografiche che, però, soffrivano molto in termini di credibilità. Quelli che in gergo vengono definiti WTF o, da chi ne capisce davvero, MACCOSA. Ci sono mille esempi in merito, ma non riaprirò il cassetto delle polemiche.
Mi fa però davvero strano vedere e leggere chi li ha massacrati negli anni, spellarsi le mani di fronte a questo nuovo prodotto, visto e considerato che quello che segue è lo script dell’ultima scena del terzo episodio, senza esagerazioni (ma con SPOILER):

C’è una guerra che dura, in stallo, da 3 anni.
Lo stallo è dovuto al fatto che il nemico si rintana nelle grotte e il drago di Daemon non riesce a sputarci sopra il fuoco.
Dopo tre anni il Re decide di intervenire e aiutare il fratello.
Daemon legge la missivia, si sente piccato nell’orgoglio perchè a lui non serve certo l’aiuto di nessuno e decide di risolverla sul momento.
Si presenta da solo nel campo di battaglia fuori dalle grotte, si inginocchia e mostra bandiera bianca.
Il capo dei nemici, Crab Feeder, esce a verificare.
Con lui escono TUTTI i nemici.
La resa era finta, Daemon inizia a combattere in campo aperto contro tutte le truppe nemiche, da solo e sotto una pioggia di frecce.
Nessuna lo colpisce. No aspetta, una. Alla spalla.
Il nemico, numerosissimo, inizia ad accerchiarlo. Crab Feeder è fermo e si guarda intorno senza capire che cazzo stia succedendo (NdM: come dargli torto).
Da non è ben chiaro dove esce un drago che carbonizza tutti i nemici, tranne il capo che viene rincorso e trucidato da Daemon.
Guerra in stallo da tre anni, vinta per annientamento totale del nemico in 20 minuti e senza perdite, solo sulla base del “Te lo faccio vedere io se mi serve il tuo aiuto”.

Non posso averne la prova, ma una porcheria del genere scritta dai due di cui sopra avrebbe portato ad un’insurrezione popolare, invece qui è accolta come grande televisione. Perchè se è una roba che ha scritto Martin (o da cui Martin non ha preso pubblicamente le distanze) è buona per forza.

Probabilmente continuerò a guardare questa serie, il tempo per smentirmi è tutto dalla sua parte visto che ne sappiamo tutti ancora troppo poco, ma quando leggete o sentite dire in giro che è “tornato il vero Game of Thrones” per me ve la stanno vendendo. Mancano i personaggi, mancano i dialoghi e manca una struttura narrativa che possa anche solo ricordare lo spessore di GoT. Ci sono i draghi, però. Magari per qualcuno il vero Game of Thrones sono i draghi.
Ce n’è di gente strana.
Diciamo che io ho fatto la recensione dei commenti entusiastici che ho trovato in giro. Non ne so abbastanza per dire che la serie sia realmente tutta qui, ma sulla base di quanto visto questo stuolo di complimenti è ampiamente discutibile.

*Che gag

#IceAndFire

Le vacanze di quest’anno le abbiamo fatte in Islanda, tornando alla vacanza on the road dopo tre anni pieni. E’ un viaggio meraviglioso, che ti mette a contatto con panorami senza senso. Guidando lungo queste strade interminabili e semi deserte si passa dalle Hawaii alla Scozia, con la suggestione dei grandi spazi US, ma ancora più ruvidi ed incontaminati.
Probabilmente il posto più spettacolare, paesaggisticamente parlando, che mi sia capitato di visitare.
Come sempre ho scritto due righe sul mio viaggio, che magari a qualcuno interessano o possono servire come info per organizzare qualcosa di simile e DIY.
Vi lascio qui una delle foto che ho fatto, che tanto le mie foto al massimo sono un disincentivo.

One twenty two

È uscito un pezzo nuovo dei Botch dopo vent’anni tondi.
Si potrebbero dire molte cose, ma l’unica che viene a me è che non c’è mai stato un momento in cui si sentisse più il bisogno di un nuovo pezzo dei Botch.
Che, per inciso, è una mina.

It’s all good, man

L’ultimo episodio di Better Call Saul me lo sono visto in un posto impronunciabile dell’Islanda del sud. Prima di partire avevo pensato di vederlo al rientro, con calma, ma non ce l’ho fatta. Non tanto per la paura degli spoiler, che ok, c’è sempre, ma che forse per una serie del genere è molto più di facciata che non reale (voglio dire, quello che succede pesa probabilmente il 30% nelle ragioni per cui guardare BCS), ma perché avevo davvero il bisogno della mia dose di Gilligan&Gould.
Quindi questa mattina, approfittando di una giornata piuttosto scarica dell’itinerario, ho deciso di guardarmi il gran finale dell’opera. Ho messo i bimbi di fronte ad un film (Paddington 2), mi sono piazzato sul letto con le mie belle cuffiette e… blocco.
Per quanta voglia avessi di vedere l’episodio, psicologicamente ero inibito dall’idea sarebbe stato l’ultimo. Per sempre.
La verità è che non sono affatto pronto a dire addio a quell’ambientazione, a quei personaggi e a quel modo unico di mettere in piedi uno show televisivo. Caratteristiche che fanno di Better Call Saul la più bella serie televisiva che io abbia mai visto. Certo, senza Breaking Bad non potrebbe essere così bella, ma avendo visto la serie madre ci si può godere tutti i multilivelli di questo prequel e apprezzarlo per il capolavoro che è.
Perché ovviamente ci sono cose visibili prendendola come opera a sé: livello di recitazione eclatante, fotografia e regia non solo magistrali, ma con un’identità talmente spiccata da diventare iconiche e musiche sempre centrate, ma l’elemento davvero impareggiabile della serie rimane la scrittura e per poter comprendere davvero quanto profonda e curata sia, aver visto tutto il pacchetto è, giustamente, fondamentale.
In questi giorni quel mentecatto di George R. R. Martin è tornato a blaterale delle serie correlate a GoT, così mi dà modo di usarlo come perfetta antitesi alla scrittura di Gilligan. Perché aprire mille filoni narrativi non è complicato, se si ha fantasia. Ciò che distingue un tipo fantasioso da uno scrittore è la capacità di chiudere gli intrecci, non solo coerentemente, ma senza lasciare sbavature o buchi. Una cosa che Martin non è evidentemente in grado di fare.
Digressioni da hater a parte, Better Call Saul chiude, probabilmente per sempre, la nostra finestra sul mondo di Breaking Bad e lo fa nella maniera più potente ed elegante possibile, sempre con quel gusto amaro tipico delle storie che parlano di personaggi diversamente buoni.
Si abusa del termine capolavoro, io per primo ne faccio un uso eccessivo, ma qui siamo al cospetto di un vero, letterale, Capolavoro, che resterà nella storia dell’intrattenimento seriale e che, nel complesso dell’opera, è probabilmente destinato a definirne l’apice.
Guardatevela, se vi manca.
Io ne sono già orfano inconsolabile.