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L’italia è una merda.

Il giorno dopo

Non è che vada molto meglio, rispetto a ieri, però c’è forse un filo di lucidità in più per fare un mezzo punto della situazione. 
Non mi interessa più di tanto fare l’analisi del risultato elettorale, un po’ perchè resto convinto di quel che avevo scritto prima delle elezioni e un po’ perchè ieri c’è stato modo di discuterne su twitter realizzando, come spesso, di avere una visione non proprio condivisa della faccenda. Oltretutto, stare qui a fare il processo post partita rischia di diventare un mero esercizio di stile, se non uno sfogo alla frustrazione, quindi cui prodest? Il sempre acuto account ComunqueMilan diceva che  in politica, come nel calcio, “chi perde, spiega” e non c’è davvero nulla da aggiungere.
Quello su cui però forse un paio di parole andrebbero spese è quel che succederà, tra timori e prese di coscienza.
Io non ci credo tantissimo alla cosa della deriva fascista della nostra politica, perchè ho l’impressione che in Europa quella strada non sia percorribile, strutturalmente, e che la Meloni (come Salvini prima di lei) si riscoprirà molto più europeista ora che deve portare avanti il Paese. Il problema, più che politico in senso stretto, temo possa essere sociale.
Quando la Meloni strilla che la sua vittoria permetterà a tanti di rialzare la testa e smetterla di nascondere la propria ideologia, non parla ai suoi (che ancora giustamente continuano a vergognarsi come ratti quando scappa loro un saluto romano), ma alla gente. E in mezzo alla gente ci sono brutte persone, purtroppo. 
Persone che da domani si considereranno legittimate a fare cose orrende verso i più deboli, o gli emarginati. Non perchè una nuova legge gli consentirà di farlo, non perchè investiti di chissà quale carica istituzionale, ma semplicemente perchè si sentiranno improvvisamente in diritto di poter essere le merde che sono. E, secondo me, è quella la cosa che dobbiamo provare ad arginare come società, il fenomeno a cui va opposta resistenza. Certo, magari sono eccessivamente ottimista e tra un mese staremo davvero assistendo a tentativi di abolire la 194 o di istituire i reati di gender e nuove leggi raziali, ma la verità è che non sarà necessario e la Meloni è la prima a saperlo. Perchè abolire la 194 quando si può semplicemente spingere l’obbiezione di coscienza, sottotraccia, aprendo le porte della carriera ai medici che la sostengono e creando un’inapplicabilità fattuale del diritto all’aborto? E’ una cosa che già si fa, basta solo calcare la mano. 
In questo senso, a costo di sembrare uno di quelli che millanta di aver vinto anche quando le ha prese secche, sono molto felice (e un filo orgoglioso) di aver contribuito a mandare in Senato Ilaria Cucchi. Perchè quando le forze dell’ordine inizieranno a sentire il vento in poppa e a qualche “ufficiale troppo zelante” scapperà la mano, sarà importante avere finalmente qualcuno in Parlamento per tenere il punto ed evitare che le istituzioni lascino correre. Le auguro davvero ogni bene, a naso la attendono cinque anni piuttosto complicati. 
Al netto di tutto questo però, io continuo a credere il nostro Paese sia meglio di come lo si immagini. Anche oggi. 
Tocca stare un po’ più attenti, certamente, e diventa ancora più importante restare fermi nella volontà di far succedere le cose. Se il problema è sociale prima che politico, il ruolo del cittadino non può limitarsi al voto, diventa fondamentale. Però non è il caso di lasciarsi abbattere.
Ci attendono cinque anni controcorrente, dobbiamo solo nuotare più forte.

 

Road to 25 Settembre

Quindi siamo in campagna elettorale.
Ci sta dai, con questo bel meteo pre-apocalittico e gli scenari della pandemia e della guerra ancora lì nella penombra, ne sentivo davvero il bisogno. Non bastasse, ci si arriva al culmine di una crisi di governo talmente noiosa che non sono nemmeno riuscito a sfruttarla per @emocrazia.
Se c’è una cosa vera però, è che lagnarsi riesce ad essere persino meno utile delle urne il 25 settembre prossimo venturo, quindi è il caso di prendere il toro per le corna e sfruttare la cosa, quantomeno per levare polvere e ragnatele da questo blog.
Campagna elettorale, dicevamo, e quindi non si può che partire dal simbolo di questa stagione politica: i sondaggi.

Partiamo dall’elefante nella stanza, ovvero il PD.
Giorni fa si ipotizzava come potesse forse essere una buona idea da parte di Letta mettere insieme una coalizione con Draghi a fare da frontman. Sarebbe stata probabilmente la prosecuzione più logica di tutta quella retorica de “L’Italia vuole Draghi” di cui si sono riempiti la bocca mentre si consumava la crisi di Governo. Da ignorante, poteva forse essere l’unica via per provare a mettere insieme i numeri che servono per governare. Una bella congregazione che chiameremo col nome fittizio di Democrazia Cristiana, pronta a raccattare esuli un po’ da ogni parte(1) con l’unico scopo di avere numeri sufficienti a contenere il botto della Meloni e provare a governare di nuovo. Perché nessuno mi toglie dalla testa che IoSonoGiorgia di salire al Colle non abbia la minima voglia, oggi. La prospettiva più concreta per lei è trovarsi nell’intorno del 20% abbondante: primo partito nazionale, ma costretta a governare con elementi che non aspettano altro che buttarglielo al culo (molto cristianamente). Io credo preferirebbe di gran lunga non avere i numeri in Parlamento e piazzarsi all’opposizione da primo partito, da vincitrice delle elezioni, blaterando di “democrazia soverchiata” e minchiate analoghe, mentre lavora alacremente per costruire una destra più solida attorno a lei e prendersi il Paese per davvero. Se invece si trovasse ad avere più di quel 20% (diciamo il 30%) dovrebbe governare, ma con una maggioranza che dubito reggerebbe a lungo.
Ambo i casi, una coalizione guidata dal PD per un Draghi Presidente legittimato dalle urne(2) avrebbe la chance di restare in carica e tirare la carretta.
Non so perché questa idea sia solo mia. Forse Marione ha paura di perdere le elezioni e veder frantumare la storia del più amato dagli italiani, forse non vuole fare la fine di Gesù con Barabba. Mi pare il tipo da sentirsi Gesù in effetti.
Forse invece è il PD che preferisce non ufficializzare il passaggio al lato oscuro appoggiando apertamente Draghi in una tornata elettorale. So che pare assurdo per un partito che ha raccattato Casini e che se tutto va bene si prepara ad assorbire la Gelmini, ma evidentemente non tutti tiriamo la riga del “Questo proprio no” nello stesso punto ed effettivamente per tanti candidare apertamente Draghi è meno accettabile che rimpolpare le proprie fila con personaggi anche “peggiori”, per una questione di peso del ruolo ricoperto. 
La mia percezione è che la politica dei programmi, se mai è esistita, sia morta e sepolta, sostituita dalla politica che come unico scopo ha le elezioni. Prendere voti come fine e non come mezzo.
In questo senso il PD cerca di prendere dove può e a furia di sentirsi dire che è un partito di destra da scassaminchia della sinistra TRVE che poi lo votano comunque(3), forse ha realizzato che siamo un Paese di destra e che rincorrere quei voti sia tendenzialmente più utile allo scopo. Voglio dire, assodata come irreversibile la condizione che lo vede stagnare al 20% e abbandonati i sogni di gloria che furono, forse è davvero l’idea più conservativa (ammicco ammicco). Tanto:
– chi si sente troppo di sinistra per votare PD (legittimamente, ben inteso) non lo ha mai votato e non inizierà certo nel 2022, qualunque cosa accada.
– chi si sente troppo di sinistra per votare PD, ma “tura il naso per il bene del Paese”, continuerà a turare il naso.(4)
Il market share da guadagnare è tutto dalla parte opposta, ovvero da chi non si sente abbastanza fascista da votare la Meloni o chi ancora sente la sabbia quando caga dopo aver votato M5S. Trovo molto strano ci sia da trent’anni una vasta maggioranza di sinistra che si ostinano tutti a non voler rappresentare.
Allora forse è solo questo il punto.
Siamo un Paese tendenzialmente di destra, non da oggi. Lo siamo perché, al netto di tutti i problemi, in media abbiamo più cose da perdere che da guadagnare(5) e questa è la posizione tipica di chi gioca per lo status quo.
Alcuni di noi hanno un’etica più ingombrante, ad altri piace sentirsi nel giusto, ma a conti fatti la sinistra può permettersi di non esistere (o stare allo zero virgola) solo se le persone che ne hanno davvero bisogno sono poche e/o non contano un cazzo, costrette ad affidarsi al buon cuore di chi mette una croce sulla scheda con lo stesso spirito con cui manda un SMS a Telethon (magari dal cellulare aziendale).
E allora mi dico che se ha ragione Twitter, se il PD è davvero il nuovo centrodestra, speriamo se ne accorgano anche quelli che il centrodestra lo hanno sempre votato, che anche loro ogni tanto tirino la riga del “Questo proprio no”. A sinistra ormai siamo abituati a urlare FASCISTI a grossomodo tutto e, un po’ come nella favola “Al lupo! Al lupo!”, ora che i fascisti sono arrivati davvero tocca sperare che qualcuno ci dia ancora retta e veda la differenza(6).
Se il PD è il centrodestra, anche da sinistra dovrebbe essere facile riconoscergli l’essere il miglior centrodestra possibile, quindi temo non ci resti che sperare vinca.(7).
Non col mio voto eh, intendiamoci.
Dico in generale.


(1) avete mai notato come la politica sia l’unico frangente in cui l’accoglienza è un caposaldo? Dovremmo prendere spunto.
(2) qualsiasi cosa voglia dire.
(3) questa è una categoria che mi fa particolarmente incazzare, un po’ come quelli che il giorno dopo le primarie democratiche USA fanno le pulci al candidato che viene fuori. Se tanto lo voti comunque, perché converti la mancanza di alternative in senso del dovere, a cosa stracazzo serve fare le punte al cazzo? Non dico in generale eh, dico nel contesto temporale della campagna elettorale, a giochi fatti.
C’è un tempo per il dibattito, che serv(irebb)e a pesare le correnti e costruire una linea ponderata sul consenso, ma alla fine tocca compattarsi. Chi è fuori è fuori, ma chi è dentro la smettesse di rompere i coglioni, visto che oltretutto 9/10 lo fa per lavarsi la coscienza e darsi la posa di quello che: “vi voto ma non sono d’accordo”, aka lancio il sasso e nascondo la mano.
Mi permetto tutta questa acredine perché penso di aver fatto parte della categoria.
(4) vedi (3)
(5) so cosa stai pensando: è una percezione. Hai ragione, ne sono convinto anche io, ma cambia poco in termini di risultato.
(6) l’idea che debba essere la destra a salvarci dalla deriva fascista per me è l’unico vero take home message di questo pezzo. Lo preciso perché dubito traspaia.
(7) so cosa stai pensando anche questa volta, o almeno spero. “Con questo atteggiamento continuiamo a tendere a destra”. Eh, hai di nuovo ragione. Io penso però che il problema vero sia la diaspora continua a SX, un meccanismo che non ha mai portato ad altro che alla sopravvivenza politica di individui che evidentemente non ascoltano i Taking Back Sunday.
Paradossalmente, se ad ogni fiato di vento qualcuno se ne va col pallone portandosi via un pezzettino di consenso, al PD non resta che recuperarlo altrove. E altrove c’è gente brutta. Non so, forse se questa cosa de “La Meloni non deve vincere” la sentissero quanto noi, qualcuno ci proverebbe a ricucire gli strappi e far rientrare chi se n’è andato, invece credo che vada a tutti bene così, con la colpa al popolo che come sempre verrà accusato di aver sbagliato a votare.
Poi ci stupiamo se un ragazzino diversamente abile sale su un palco convinto che la responsabilità di divertirsi ad un concerto sia del pubblico.

Breve storia triste

Ad inizio Aprile escono le date del tour europeo degli Spanish Love Songs, dove con Europeo si intende Uk e Prussia.
Io sono in una fase piuttosto positiva della mia esistenza: ho tre dosi di vaccino e mi sono appena fatto il COVID, quindi vivo in questa convinzione per cui nulla potrebbe più fermarmi sulla strada del ritorno alla normalità. Ho già comprato il biglietto per il concerto di Dargen e quello per vedere Louis CK all’Arcomboldi, ma penso di poter fare ancora di più, così butto un occhio al calendario, litigo a dovere con mia moglie e decido di incasinare il ponte del 2 Giugno a tutta la famiglia comprando il biglietto della prima data del tour a Londra.
In quelle date c’è il giubileo della Regina, quindi mi prendo qualche ora per mettere giù un piano d’azione che possa funzionare al meglio per tempi, spazi e costi.
1) Mi prendo un volo ottimizzato: arrivo a Londra alle 12:15 del giorno del concerto e ripartenza alle 7:15 del giorno seguente, minimizzando la permanenza su suolo inglese.
2) L’aeroporto è Stansted e siccome arrivarci è un inferno, la distanza è tanta e i pullman oltre ad essere cari non offrono garanzie sull’orario per il ritorno al terminal sia che scelga di andarci dopo il concerto, sia che opti per la mattina seguente, noleggio una macchina.
3) Trovo un piccolo ostello a 600 metri dal locale del concerto (The Dome) con parcheggio gratuito in loco.
A questo punto la logistica sembra davvero perfetta: arrivo, guido fino all’ostello, butto la macchina, faccio un giro in centro fino all’ora del live, vado al concerto, torno in ostello a piedi, dormo e all’alba parto per rientrare all’aeroporto.
Preciso.
Ho anche valutato di portare tutta la famiglia a Londra per tre giorni, ma tra brexit, giubileo e il fatto che Londra è pur sempre Londra veniva a costare una fucilata. Troppo. Molto meglio così.
Sono discretamente gasato perchè è una roba che mette insieme un po’ tutto. C’è il concerto, tra l’altro di quello che è il gruppo che sto ascoltando di più da sei mesi a questa parte, c’è il viaggio, c’è questo mood supergiovane del “vado a sentirli a Londra”.
La fotta, insomma.

Fino a ieri.

 

 
 
 
 
 
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Alla fine ho disdetto albergo e macchina senza costi.
Il biglietto aereo è perso, ovviamente, mentre son stati super rapidi a rimborsare il biglietto del concerto.
Se dicessi che il problema è averci perso dei soldi, tuttavia, mentirei.

Sul greenwashing magari andiamo oltre Cosmo

Ieri sera sul palco più importante d’Italia Cosmo se n’è uscito con lo slogan “Stop greenwashing”, raccogliendo il puntuale abbraccio virtuale delle forze del bene in tutta la giornata di oggi.
La cosa facile per parlare della questione sarebbe scrivere un pezzo di quelli che scrive la Soncini (forse lo ha fatto davvero anche sull’argomento, non mi interessa verificare), che della crociata contro la sicumera di quelli che vengono definiti Social Justice Warriors ha fatto una professione. Nello specifico mi darebbe anche gusto, forse, ma è una roba che detesto e vorrei evitare. Voglio provare invece ad analizzare la situazione, perché la sto vivendo dall’interno e credo meriti un’analisi un filo più complessa di uno slogan.
Partiamo dal principio: cos’è il greenwashing? Di massima è il tentativo di sbandierare politiche green da parte di persone, politici e aziende che non ci credono davvero, ma che lo fanno come mossa di marketing per cavalcare una moda e il relativo consenso.
Una roba ipocrita, che spesso arriva da entità che hanno una responsabilità concreta sul piano dell’inquinamento e che quindi comprendo benissimo faccia incazzare, di pancia, ma le reazioni di pancia non sono note per essere le più centrate e certamente questa non fa eccezione.
Il punto chiave è che la società in cui viviamo è portata a selezionare il profitto sui valori e, spoiler allert, purtroppo non usciremo tanto in fretta da questo modello. Di conseguenza, ho paura che l’opzione migliore che ci rimanga sia quella di approfittare dei rari casi in cui i valori generano profitto e cavarci fuori il meglio, come il proverbiale sangue dalle rape.
Io lavoro per la filiale italiana di una multinazionale americana. Non mi interessa crediate al fatto che, da dentro, la reputi “il migliore degli inferni possibili” nel settore, se si parla di ecologia resta comunque una realtà con delle responsabilità.
Non mi interessa neanche vendervi un’idea di me come accanito sostenitore delle politiche green perché non lo sono.
Il punto però è che quest’anno sono riuscito a farmi approvare un investimento di alcune migliaia di euro per sostenere progetti di recupero delle foreste pluviali nel terzo mondo e il motivo per cui la mia azienda non mi ha mandato affanculo è che su questa cosa può fare comunicazione, marketing, e avere un ritorno di immagine. Questo non vuole necessariamente dire che io, il mio capo o il CEO global non si creda nel valore etico e sociale del progetto, così come ovviamente non basta per sostenere sia un’operazione genuina. Su quello ognuno può farsi l’opinione che crede*, ma certamente se anche tutti i citati fossero ultras della politica green non si sarebbe mosso un euro se questa iniziativa avesse potuto nuocere all’immagine dell’azienda o al suo fatturato.
Quello che conta, alla fin della fiera, è che quei soldi:
– io non avrei mai potuto devolverli all’ambiente di tasca mia.
– la mia azienda non era in alcun modo tenuta ad investirli nelle politiche verdi.
Eppure la donazione è stata fatta.
A volerla vedere come una sconfitta ci vuole parecchia malafede, secondo me. Mi tocca spiegarlo ad un cliente su tre però, quando mi spara la sua versione diplomatica del: “Lo fate solo per darvi una posa”.
Nel 2022 è complicato ricordarsi che la politica la fanno i governi e non le corporation, ma per il momento è ancora così. È la politica che dovrebbe lavorare per non relegare l’ecologia delle multinazionali al reparto marketing, fino a che questo non succederà** tutto ciò che questi colossi faranno in questa direzione è grasso che cola, che lo facciano per immagine, per vocazione o per detrarlo dalle tasse. Non è qualcosa che possiamo controllare.
La riflessione però non finisce qui.
Parlando su twitter con un paio di persone e leggendo i commenti di altri mi sono ritrovato a chiedermi cosa faccia davvero incazzare i sopracitati SJW del greenwashing e la risposta che mi sono dato è “la frustrazione”.
Come dicevo, è complicato credere in una causa che si ritiene giusta e rendersi conto di non contare grossomodo un cazzo nella determinazione dell’esito finale della battaglia. Spiego con un esempio: Lufthansa ha dichiarato di dover far volare 18K aerei vuoti quest’inverno essenzialmente per questioni risibili (ref.). Ogni ora, uno di questi aerei produce la CO2 che una persona produrrebbe in un anno, quindi diventa abbastanza semplice (se non si è lobotomizzati) mettere in scala il peso specifico del nostro sciampo solido e delle maledette cannucce di carta.
Il punto quindi diventa il fatto che chi combatte queste battaglie spesso (direi sempre, ma non mi va di essere assoluto nonostante ci sia di mezzo la natura biologica della nostra specie) lo fa anche per il piacere di tirare la riga tra i buoni ed i cattivi, posizionarsi tra i primi e antagonizzare i secondi. Noi crediamo nelle politiche ecologiche, le multinazionali sono la causa del problema. Easy peasy.
Se però quelle stesse multinazionali possono decidere di avere un impatto positivo sulla questione che io da privato cittadino non avrò mai la possibilità di esercitare, quella riga si sposta o comunque diventa meno netta. Siccome poi in uno scenario senza cattivi è complicato essere i buoni, nessuna redenzione ci sembra possibile, nessun aiuto dal nemico ci risulta ben accetto e trasformiamo il trend delle multinazionali che investono nel green in un ulteriore capo d’accusa sul loro conto.
È un comportamento umano che comprendo e da cui non sono esente, in altri ambiti (ad esempio l’inclusivismo coatto di hollywood, anche se credo siano analisi non sovrapponibili***), ma che razionalmente mi sembra figlio del nostro ego più di quanto sia delle cause per cui ci spendiamo.
Cause che, di massima, superata l’autogestione è difficile ridurre a slogan senza passare per superficiali.


* a margine ci si può fare l’opinione che si crede anche di uno che grida uno slogan sul palco, se si è proni a fare un processo alle intenzioni.

** vedo arrivare l’obbiezione: “Eh, ma le multinazionali controllano la politica, quindi non succederà mai! Da un lato lavorano per restare libere di fare come cazzo gli pare e dall’altro ci sbattono in faccia questo impegno d’accatto…”. Vero. O meglio, plausibilissimo. Se questa è la realtà peró, ha ancora meno senso rompere il cazzo su quel poco che fanno. È legittimo sentirsi presi per il culo e avercela a male, ma chiedergli di smetterla è remare nella direzione opposta.

*** grazie al cazzo, pensassi che è la stessa cosa non avrei opinioni opposte nei due frangenti.

Cose più grandi di X Factor

Stasera sarei dovuto uscire, ma sono rimasto a casa e così mi sono visto X Factor, per tutti #XF2021 (si farebbe davvero molto prima a chiamarlo direttamente così.).
Non lo guardavo da anni e sarei andato volentierissimo avanti così, non fosse che quest’anno in gara c’è un gruppo che mi piace. Non che ho sentito nominare eh, proprio di quelli di cui ho i dischi sulla mensola e la maglietta nel cassetto.
Le Endrigo.
È una sensazione strana quando sei uno come me, inteso coi gusti musicali che ho io, e ti ritrovi qualcosa di “tuo” su un palco del genere. Tipo un disturbo nella forza, una vibrazione dei sensi da ragno o la prima volta che vedi una ragazza stupenda e di istinto pensi: “Avrà si e no vent’anni”, ma non come fosse un plus. Nel profondo delle budella senti che c’è qualcosa di sbagliato, ma non sai cosa sia e, dubbio atroce, potresti essere tu.
Quando ho saputo della loro partecipazione alle selezioni da un lato ero felice (lo sono ancora, ho pure scaricato la app del programma per votarli), ma dall’altro continuavo a pensare sarebbero stati segati alla prima occasione. Figurati se passano i bootcamp con quella versione urticante di Lamette. Ok, ma di certo Emma non li porta ai live dai. Nulla contro Emma Marrone eh, ho tanti amici Emma Marrone, però i commenti che le ho sentito fare per giustificare il continuo portare avanti i nostri mi son suonati sempre autentici come una moneta da 3 euro e quindi non ci ho mai creduto davvero.
#Einvece.
Questa sera Le Endrigo hanno partecipato al primo live del programma e non sono nemmeno risultati tra i meno votati.

Non poteva essere vero.
E infatti i nodi alla fine vengono sempre al pettine e così sono bastati i primi responsi dei giudici a farmi capire di essere sempre stato nel giusto.
Bene Mika che “vi manca la fiamma”, benissimo Manuelito che “il pezzo è furbo e paraculo, un po’ come il punk” snocciolato neanche un’ora dopo aver mandato sul palco un cosplayer offensivo e grottesco annunciandolo come Zach dela Rocha, ma il capolavoro, il verdetto che mi ha purificato da ogni dubbio e da ogni senso di colpa è certamente quello di Manuel Agnelli.
“Paracul rock”
“Non è Waiting Room dei Fugazi”
“Non è punk, è punk pop, sappiatelo”.
SAPPIATELO.
Su Agnelli che fa punksplaining sono proprio decollato.
Che poi davvero vogliamo definire paraculo un gruppo che ha come manifesto il tema portante del programma? Cioè possiamo parlarne, ma cosa ci direbbe questa cosa dello stesso Xfactor?

Non è tutto.
Che Cose più grandi di te non sia per niente un inedito, quantomeno nella definizione che ho io di inedito, è un segreto di pulcinella, sta nel disco con cui il gruppo si è battezzato come Le Endrigo, ma la versione di Xfactor è molto diversa: 40% più corta e, di fatto, costituita unicamente di due gag iniziali ben scritte e due ritornelli killer in rapida successione (fact checking). Una sorta di bigino del pezzo originale. Esattamente come il bigino di Kant al liceo sarebbe dovuto servire allo scopo di far capire il Filosofo ad uno con evidenti limiti di comprensione per la materia come il sottoscritto, questa versione 2.0 del pezzo dovrebbe servire a far assimilare il prodotto ad un pubblico che non ha gli strumenti per comprendere l’originale.
Io nel compito in classe su Kant presi 4, vediamo come andrà ai novelli fan de Le Endrigo.
Per quel che mi riguarda sono comunque sereno perché la migliore band death metal mai esistita in tutta Brescia sopravviverà alle vostre nostre cazzate (cit.).

Prossimi concerti: una chiacchierata con Valeria

Oggi, 10 Ottobre 2021 per chi leggesse in differita, è il giorno della riapertura dei concerti. Sono passati infatti ormai quasi due anni da quando il Covid19 ha ribaltato le vite e la società in cui viviamo e una delle vittime più martoriate è stata la musica dal vivo.
Da qualche settimana rimugino sull’argomento in vari modi, ma alla fine ho pensato che il prodotto della mia tastiera sarebbe al più potuta essere una spataffiata livorosa e inutile che avrebbe tirato in mezzo gli stadi e i comizi di Conte, ma che di fatto avrebbe aggiunto zero al dibattito poichè farina del sacco di uno che ai concerti, al massimo, ci va quando riesce a piazzare i figli da qualche parte. Ho quindi pensato fosse più interessante fare qualche domanda a chi coi concerti ci lavora e nella musica dal vivo ci sbatte tutto il proprio sangue, così ho scritto alla Vale facendole un paio di domande.
Valeria, per chi non la conoscesse, lavora per il Bloom e scrive per Bossy e per Awand. Da sempre dentro al mondo di chi mette la musica su un palco con delle persone davanti, ora è una delle teste dietro a Tutto il nostro sangue, una roba bellissima che dovreste supportare tutti e che mi ha permesso qualche riga fa di fare quella gag oscena.
Come sempre su questo blog, io faccio domande farcite di illazioni e chi mi risponde mi spiega con pazienza come stiano davvero le cose, resistendo alla necessità di mandarmi a cagare.
Nello specifico, la parte interessante è quella in cui lei risponde in corsivo.
Buona lettura.

Iniziamo dalla fine, dall’ultimo concerto. Il mio è stato nel 2019 e a memoria potresti averlo organizzato tu. In questi quasi due anni ho pagato per vedere roba in streaming, ma non sono riuscito più a vedere qualcuno su un palco, prima perchè non mi ci sentivo al sicuro e ora perchè i concerti seduti vanno oltre la mia comprensione. A marzo 2020 invece c’è stato l’#UltimoConcerto, quello con l’hashtag, l’iniziativa messa insieme da un numero consistente di addetti ai lavori e che si poneva lo scopo di dare un segnale a tutti riguardo al momento terribile che la musica live sta(va) passando nel nostro Paese. L’iniziativa fu recepita in modo divisivo e io stesso non ero del tutto convinto si fosse scelta la strada giusta, sempre che una strada giusta esista. Sto solo facendo un mini riassunto, non voglio tornare sulla polemica che ne era scaturita, ma se vuoi commentare quella fai pure. Quello da cui mi interessa partire è che dopo quell’#UltimoConcerto si è parlato del #ProssimoConcerto, con interpellanze parlamentari, DDL mirati e comunicati ministeriali che sembravano indicare qualcosa si fosse mosso davvero, che con quell’iniziativa aveste in qualche modo dato una spallata alla questione. Sei mesi dopo, la prima domanda non può che essere: come procede? Si è davvero mosso qualcosa, diradato il polverone di marzo?

Dietro a quella che è stata un’iniziativa plateale, vista, seguita, giudicata, c’è una macchina che anche a camere spente si è mossa e ha continuato a muoversi perché le cose cambiassero, e cambino, non solo nell’ambito pandemia, ma più in generale perché il settore spettacolo trovi un riconoscimento e una tutela fino ad oggi mancanti.
Ultimo concerto non era una festa, non era pensato per esserlo e già il titolo dell’iniziativa a mio avviso parla da sé. Mi sconcerta il livore che ha scatenato, come non sia affatto chiaro cosa ci sia dietro ai ‘’nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”, e di come le provocazioni, le rotture e le proteste le capiamo e abbracciamo solo quando ci piacciono (o ci fa comodo?). Comunque ha centrato l’obiettivo, smuovere.
Come mi sconcerta chi non vuole suonare davanti alle persone sedute o non vuole andare ai concerti con le sedie. Tutto condivisibile, per carità, ma ci sta un punto: se non si supportano i posti che sono in ginocchio e se sono sopravvissuti hanno perseguito la loro missione di centro culturale rispettando le regole e stando alle capienze imposte, questi posti poi chiudono, non stanno in piedi.

Se i primi a non supportare, a non turarsi il naso per le modalità non proprio entusiasmanti (in primis per gli organizzatori, neh) in cui si sono potuti realizzare i concerti sono quelli che hanno per mesi hanno hashtaggato #mimanchicomeunconcerto, di cosa stiamo parlando?
Da lunedì si torna capienza 100%, non sembra vero, dopo tutto questo tempo, ma lo è.

Il discorso che fai ci sta tutto, supportare è la base ed è normale sensibilizzare tutti a fare la propria parte. Ho però l’impressione che da dentro si viva la musica e il mondo che le gira intorno con una consapevolezza ed un’etica che spesso è ingenuo attribuire anche al “consumatore”. Probabilmente, in tantissimi casi, chi va ad un concerto non ha idea di quel che ci sia dietro e non sono convinto stia lì il problema di fondo. Un po’ come posso sensibilizzare al consumo equo e solidale, ma nei fatti la politica che determina le condizioni del lavoro vola ad un’altezza diversa rispetto alla superficialità di chi compra il caffè senza stare troppo a ragionare se il prezzo dello scaffale permetta o meno a chi lo coltiva una condizione lavorativa umana. Un conto è far passare la consapevolezza al consumatore, un conto e dargli dello stronzo.
Ad ogni modo, la bella notizia è che si torni a capienza piena ed è davvero una vittoria a questo punto.
La domanda che ti faccio quindi è: quanto è compromessa la situazione? L’impressione che mi sono fatto da fuori è che le vittime sono state tante e che anche il futuro sarà complicato, con tanti tour internazionali che salteranno l’Italia forse (dimmelo tu) anche a causa dell’averci messo troppo a dare garanzie su quel che si potrà fare qui da noi questo autunno e nel prossimo anno. Tu come lo vedi il prossimo futuro dei concerti in Italia?

Assolutamente, chi non conosce una minima di dinamiche del settore fa fatica a considerare la musica come un lavoro e tutto quanto sta dietro a una band che suona sul palco, e di conseguenza giustamente come funzionano le cose. Però, anche vero, che a tutti i livelli, in questi due anni di pandemia tramite social non sono mancate/i addette/i ai lavori che hanno cercato di spiegare il problema per propria voce o tramite organizzazioni di settore. Lungi da chiunque dare dello stronzo a chi non conosce/non comprende le dinamiche o semplicemente non gliene frega nulla, è una considerazione diversa, più che incattivata, estremamente sconsolata: mesi su mesi di lockdown a leggere #mimanchicomeunconcerto, condivisioni di post nostalgici alla vita di prima, alle cose non si potevano fare, alla musica dal vivo mancante, commiati per i locali che hanno chiuso… e poi, quando si può riprendere, in una condizione preclusiva e penalizzante sia per chi va a vedere, ma anche per chi mette a disposizione il concertame, ci si tira indietro, storcendo il naso. Quindi non è che #mimanchicomeunconcerto, è #mimanchicomeunconcertovistoegodutocomevoglioaltrimentinientedaiaccendonetflixestosedutomasuldivano.
Quello del 10 Ottobre è un piccolo passo, sicuramente bello, ma ribadisco piccolo: tenendo i posti seduti come parrebbe ad oggi (10/10/21), per il settore è ancora tosta, non è un ritorno alla “normalità”. Che il settore musica dal vivo non stesse bene già si sapeva, anche prima del covid-19 che però ha sicuramente inflitto un’ulteriore batosta. E’ anche vero che credo ci si stia proiettando, seppur lentamente, ad un ritorno alle modalità di fruizione della musica dal vivo nelle modalità che conosciamo. La speranza è che si possa nei prossimi mesi tornare a vedere i concerti in piedi e che non saltino più date che già sono a volte al secondo rischedule.

Leggendo la tua risposta deduco si riapra al 100%, ma coi posti a sedere e questa mi pare l’ennesima presa in giro, quindi volevo chiudere con l’ultima domanda. Uscendo dalla questione riaperture, mi pare che le misure di sostegno al settore negli ultimi due anni siano state poche e del tutto insufficienti. Puoi dirmi cosa è stato fatto (se è stato fatto qualcosa) nel concreto per provare a dare una mano al mondo della musica dal vivo da parte delle istituzioni?

Sì, lo Stato qualcosa ha stanziato, non abbastanza, non tutti ne hanno goduto allo stesso modo e altrove – es. in Germania – è stato fatto certamente di meglio.
Parallelamente bisogna ricordare che le venue non sono rimaste con le mani in mano ad aspettare le misure governative, alcune hanno avviato campagne fondi, tante si sono inventate e reinventate per garantirsi il sostentamento e sono state attivate iniziative come scena unita, ideate per rispondere alla situazione emergenziale.
Consiglio vivamente, per informarsi non solo sui numeri specifici dei soldi stanziati e delle misure adottate nel corso del tempo e in modo preciso, ma anche per approfondire tutto quello che è successo in questi ormai due anni in termini di azioni governative e di richieste per la tutela, la ripartenza e la possibilità di garantire per il futuro maggiori riconoscimenti per il settore, di consultare la sezione Iniziative e News | KeepOn Live, il sito dell’associazione di categoria live club e festival italiani.

Parliamo di Natura Sì

Partiamo dai fatti: la catena di supermercati Natura Sì ha deciso di pagare i tamponi per i dipendenti non vaccinati che necessiteranno il green pass per lavorare (ref.). 
La decisione ha suscitato reazioni forti in tante persone, che possiamo riassumere usando questo tweet di Burioni.
Questi, appunto, i fatti.
La mia opinione in merito è che Natura Sì ha deciso di colmare a proprie spese un vuoto legislativo, tutelando i propri lavoratori e questa è una cosa bella.
Qual è infatti la situazione attuale nel nostro Paese? Riassumiamola: lo Stato ha deciso di concedere libertà individuale in merito alla vaccinazione anti SARS-CoV-2, ma ha introdotto una serie cospicua di restrizioni a chi non possiede il Green Pass, ottenibile con la vaccinazione oppure sottoponendosi ad un tampone (ref.). Queste limitazioni includono l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro con conseguente sospensione dello stipendio (ref.). Un lavoratore che, nel pieno del proprio diritto, sceglie di non vaccinarsi dovrà quindi decidere se perdere parte dello stipendio rimanendo a casa oppure perderla pagandosi i tamponi. In questo scenario, Natura Sì ha semplicemente deciso di coprire parte di queste spese permettendo ai propri dipendenti non vaccinati di continuare a lavorare. 
Qui faccio una pausa, così chi si è incazzato leggendo questa prima parte può prendersi del tempo per insultarmi e darmi del No Vax prima di leggere le argomentazioni successive (oppure no e tenersi l’opinione che si è fatto, non ci perderò il sonno).

Le ragioni che spingono Natura Sì a fare questa cosa probabilmente sono deprecabili. Non ho la possibilità di sapere con certezza le basi su cui hanno costruito questa decisione, può essere per una ricerca di mercato volta a collocare meglio il brand in una certa fetta di popolazione (chi non si fida di Big Pharma probabilmente è più propenso a comprare bio) o per una mossa di marketing che faccia girare il nome sulle prime pagine dei giornali. Forse il CDA del gruppo è composto da persone con una ferrea e radicata avversione ai vaccini o magari hanno fatto un banale conto della serva per cui spenderanno in tamponi meno di quanto gli costerebbe avere parte dei dipendenti a casa. Potrebbe essere un mix di tutte queste cose come nessuna. Non lo so. 
Quello che so è che nella mia personalissima scala di valori, il lavoro è un diritto e una scelta non è davvero tale se solo una delle opzioni mi consente di arrivare alla fine del mese con il cibo in tavola. Il Green Pass è una manovra ipocrita fatta da una classe dirigente che si rifiuta di fare il proprio lavoro (governare) ogni qual volta ne ha l’occasione, nascondendosi dietro provvedimenti subdoli. La mia posizione sul GP è dal primo istante la stessa espressa da Barbero giorni fa.
Lo Stato inoltre, secondo me, non può e non deve permettersi di sbandierare delle libertà fittizie, mettendo poi nelle mani dei cittadini l’onere di far valere vincoli anche molto severi che le contrastano. Non andava bene quando suggeriva di denunciare i vicini che si trovavano in più di sei in casa l’anno scorso e va ancora meno bene oggi quando chiede agli esercenti o ai datori di lavoro di far valere restrizioni severe che, oltre a mettere i cittadini gli uni contro gli altri, generano oltretutto un evidente conflitto di interessi.
Lo Stato ha tutti gli strumenti per valutare la situazione sanitaria e decidere se la vaccinazione spontanea sia sufficiente a garantire sicurezza. Se non lo è, serve l’obbligo vaccinale. Non è complicato, è lo stesso calcolo alla base dei semafori: lo Stato valuta insufficiente la capacità degli italiani di fermarsi spontaneamente agli incroci per evitare incidenti e quindi ci obbliga a farlo. 
As simple as that.

C’è tuttavia un altro fenomeno da analizzare, portato alla luce dalla questione Natura Sì, ed è nuovamente un’amara riflessione su come abbiamo veicolato il valore della vaccinazione. Nelle aziende si parla di “value proposition”, la leva da utilizzare per vendere un prodotto al cliente, ciò che lo rende interessante/appetibile esplicitandone la necessità e, di conseguenza, innescando il processo di acquisto.
Ora, io non sono esattamente la Ferragni e di marketing capisco davvero il minimo necessario a fare il lavoro che faccio, ma la posizione commerciale di un vaccino arrivato dopo 10 mesi di chiusure, vita azzerata e paura collettiva sulla carta sarebbe dovuta essere la più comoda possibile già in partenza, per poi diventare addirittura inaffondabile alla luce del fatto che funziona e la gente ha smesso di morire. Le persone avrebbero dovuto essere ultra felici di vaccinarsi per il loro bene e, onestamente, guardando i numeri della campagna vaccinale è stato largamente così per una vasta maggioranza di cittadini.
Ciò nonostante, siamo riusciti a far passare il vaccino come “sacrificio necessario”, con tutte le implicazioni nefaste che questo comporta se dato in mano ad una popolazione generalmente più impegnata a guardare cosa fa quello della scrivania affianco piuttosto che concentrarsi su quanto debba fare lui. Di conseguenza, a nessuno più interessa il fatto che essersi vaccinati è in prima istanza un bene per noi stessi nè ci interessa che chi non lo ha fatto debba comunque sottoporsi a continui controlli per garantire la propria e la nostra sicurezza. No, dobbiamo accanirci, quindi immaginarceli costretti a non lavorare ci dà quel brivido di vendetta che tanto ci piace.
Non a caso, una delle sostenitrici della linea Burioni è la sempre presente Selvaggia Lucarelli, già da anni prima punta della squadra (ammicco) che mira a colpire i cattivi dove fa più male, ovvero mettendoli nei guai al lavoro. E’ un metodo fascista, non so come altro definirlo, e a me i metodi fascisti fanno tendenzialmente schifo anche quando usati su persone che hanno sbagliato, a prescindere dalla gravità del loro sbaglio. Mi fa quasi strano doverlo ribadire: l’obbiettivo è uno Stato che si occupi in prima persona di dettare le regole, farle rispettare e punire chi non le rispetta, scevro dalla spinta della vendetta o della ritorsione che umanamente muove noi semplici cittadini.

Chiudo con un’ultima nota, già che ho la vena pulsante, e proprio perchè dettata dalla foga del momento concedetemi la sua natura benaltrista.
In un anno e mezzo di emergenza COVID non ci è mai interessato boicottare le aziende che non garantissero la sicurezza sanitaria necessaria sul posto di lavoro, nè ci è interessato che lo Stato se ne occupasse. Non ci è mai interessato boicottare le aziende che si sono opposte al telelavoro pur non avendo esigenza nel riportare i dipendenti in uffici poco sicuri o comunque più proni al generare focolai. Non ci è mai neanche interessato boicottare le aziende che hanno usufruito degli ammortizzatori sociali derivati dal COVID in modo improprio, contribuendo ad impoverire uno Stato che già arranca nel sostegno di chi ha davvero sofferto l’inferno per l’intera pandemia.
In tutti questi casi il nostro sdegno non era necessario.
Che lo diventi ora, innescato da un’azienda che investe il proprio denaro per il benessere dei propri dipendenti senza intaccare in nessun modo la sicurezza dei propri clienti o del proprio personale, secondo me, è davvero un brutto segnale.

Un’altra occasione persa per uscirne migliori.

Le vacanze in Italia

Sono una merda.
No, non è vero. Il problema è più che altro mio, le soffro, per una serie di fattori soggettivi, ma non sempre opinabili. Volendo partire dai dati oggettivi, essere forzati a viaggiare nel nostro Paese ha due limiti enormi, specie per chi come me è vincolato a fare il grosso delle proprie ferie le due settimane centrali di Agosto.
Il primo è di carattere economico.
Ho letto in giro che nella prima estate post-COVID le strutture nazionali hanno tutte implementato un “adeguamento” dei prezzi al rialzo, vuoi per massimizzare gli introiti dopo una stagione disgraziata, vuoi per approfittare della mancanza di alternative per i viaggiatori. Non so se questa cosa sia vera o vada annoverata tra le leggende dell’internet. L’unica struttura italiana che frequento routinariamente da diversi anni non ha alzato i prezzi, ma io ci vado a Giugno e, soprattutto, un singolo esercente non fa statistica. Quel che posso dire di mio invece è che tra l’anno scorso e quest’anno ho adattato le mie vacanze al contesto sanitario facendo viaggetti piccoli in diverse regioni italiane e, di certo, i prezzi in Agosto sono fuori da ogni logica comprensione, semplicemente non competitivi con qual si voglia alternativa estera paragonabile. Questo credo sia un fatto.
Il secondo limite invalicabile delle vacanze in Italia in Agosto è il traffico.
A meno di volersi muovere in aereo, cosa applicabile solo per le grandi isole o il profondo sud, andare in vacanza in Italia implica prendere la macchina e fare ore di coda. Quest’anno ho avuto la malaugurata idea di partire lunedì 9/8 per la riviera e ho impiegato tre ore per arrivare da Gessate a Parma. Volevo morire. Ok, ho preso un caso limite, ma in generale che si tratti di andare al mare in Liguria, in Toscana o in Romagna come di optare per le montagne di Valle d’Aosta o Trentino, toccherà mettersi l’anima in pace e fare almeno un po’ coda. Sempre.
Più dei costi, per me questo è il deterrente maggiore.
Per finire, ci sarebbe una mia tendenza personale al viaggio che è proiettata in tutt’altra direzione.
Per me viaggiare, in questo momento, vuol dire andare lontano. 
E’ una questione psicologica, ma fatico a definire viaggio qualcosa che non implichi studio, organizzazione, pianificazione e dieci fottutissime ore di aereo. Non è che pensi che il nostro Paese non abbia niente da offrire eh, non sono idiota, è che ho questa idea per cui di stare in zona avrò tempo più avanti, che finchè posso e riesco sia meglio provare a spaziare. Per questo, per me, le vacanze in Italia semplicemente non sono vacanze, sono un placebo.
Che, come sicuramente ormai saprete anche voi, a volte fa comunque effetto.
Tipo:

La mia settimana in Val Gardena è stata stupenda.
E’ vero, probabilmente è la valle del Trentino coi prezzi più alti in assoluto e con la maggior affluenza di turisti, ma volendo usare il rasoio di Occam sono portato a pensare che probabilmente siano conseguenze del fatto che è la valle più bella. Il panorama offerto nella foto qui sopra, scattata all’Alpe di Siusi, se la gioca tranquillamente con i migliori parchi naturali americani. Esci dalla cabinovia che ti porta su e rimani letteralmente senza parole. 
In sette giorni abbiamo fatto diverse passeggiate, dalle più semplici alle più difficoltose (più che altro per i bambini), e l’offerta è davvero variegata e capace di soddisfare tutte le esigenze. Senza contare la grande attenzione che hanno per le famiglie ed i bambini. Occhio, non parlo dei faraonici Family Hotel che si possono trovare da quelle parti e che spesso hanno prezzi fuori dalla grazia di Dio, parlo delle piccole cose, del fatto che ogni 500 metri ci sia un parco giochi o che ogni rifugio/malga abbia attività per i piccoli all’aperto, così come del fatto che siano tutti disponibilissimi a venire incontro alle esigenze alimentari dei più piccoli. Insomma, la Val Gardena è un posto che consiglierei a tutti e che vale i (non proprio pochi) soldi spesi per andarci.
Discorso analogo, anche se completamente diverso, vale per la Romagna.
Non ero mai stato in riviera in estate e, in tutta sincerità, mai avrei pensato di andarci, eppure esserci passato due giorni mi ha immediatamente fatto capire perchè sia un posto così frequentato nonostante il limite oggettivo di quel che può offrire in termini “naturalistici”. Le persone sono stupende. Ristoratori, albergatori, negozianti: ognuno di loro ti tratta come se fossi il più prezioso dei clienti o il più affezionato, anche se ti fermi solo per un giorno o due. Le strutture non sono per forza sfarzose (ne esistono di super anche lì, ovviamente, ma se trovo assurdo spendere tantissimo per un posto bello come la Val Gardena, potete immaginare cosa pensi all’idea di spendere 3K euro a settimana per stare a Rimini), ma sanno essere accoglienti ed offrire quel che davvero conta: qualità e cortesia. In due giorni ho mangiato benissimo spendendo cifre con cui a Milano se va bene prendi una pizza. Certo, se si cerca la tranquillità una spiaggia chilometrica dove ogni bagno conta 400 ombrelloni forse non è the place to be, io avevo costantemente paura di perdere i figli in spiaggia per dire, ma credo sia più questione di abitudine. E c’è la questione mare, che non è terribile come immaginavo, ma che è pur sempre noto per essere quel che è. Sapete cosa però? Non è peggio del mare che ho trovato l’anno scorso nella ben più acclamata Toscana.

E infatti oltre alle note positive, ci sono le note tristemente negative.
Dodici mesi fa infatti, cercando di far fronte a tutte le limitazioni vigenti, ma volendo comunque evitare di fare tutto Agosto a Gessate, abbiamo fatto una settimana a Marina di Castagneto Carducci e posso tranquillamente dire che il mare è una merda tanto quanto quello della Riviera, con la differenza del fatto che non te lo aspetti prima di partire (noi, almeno). In più, il trattamento ricevuto lo scorso anno lo definirei ligure e spero sappiate tutti che, per quanto mi riguarda, la Liguria se la dovrebbe prendere il mare.
Tre esempi, conscio del fatto che anche in questo caso una singola esperienza pesi il giusto:
1) Prenoto appartamento da 4 posti letto, precisando le età dei due figli (Olivia aveva 2 anni e mezzo). Arrivo e vedo che Oliva ha un normale letto ad una piazza, da cui sarebbe probabilmente caduta ogni singola notte. Quindi chiedo se al posto di quello si potesse avere una culla. Risposta: “Certo, sono 15 euro a notte.”. Dopo aver provato a spiegare che in quel caso avrei preso un appartamento da tre posti letto con culla aggiunta, risparmiando parecchio, ma che in fase di prenotazione non mi era stato concesso farlo, l’unica cosa che sono riuscito ad ottenere è stata una spondina per il letto in questione.
2) L’appartamento era in un campeggio sul mare, il cui parcheggio stava 2km nell’entroterra. Per muoversi dalla macchina a casa, serviva la navetta. Lo sapevamo e quindi ci eravamo informati perchè ci fosse una tavola calda interna a cui prendere da mangiare. Il problema è che il cibo andava prenotato per forza di cose la mattina, per tutto il giorno. Coi bambini, almeno coi miei, non è mai chiaro quanto mangeranno e quindi, per evitare sprechi, noi stiamo sempre indietro e al limite mangiamo meno io e Paola. Un giorno però, particolarmente affamati, Olivia e Giorgio hanno spazzato tutta la cena, lasciandoci a digiuno. Ho chiamato per chiedere se potessi avere una margherita. Una singola cazzo di pizza margherita del cazzo. Risposta: “Eh no, ormai è tardi”. Erano le 19:30.
3) Un giorno, giovedì per la precisione (quindi neanche weekend) abbiamo pensato potesse essere bello cenare fuori. Ho chiamato 17 ristoranti. DICIASSETTE. Tutti pieni, primi posti liberi due settimane dopo. Per me, un posto dove non posso decidere di uscire a cena l’indomani, non è vacanza.
Non so se sia stata un’esperienza sfortunata o cosa, ma l’impressione generale è che la Toscana si sia un po’ troppo abituata, almeno in estate e nelle località più gettonate, ad infiocinare turisti stranieri che non mancheranno mai, never ever. Quindi perchè sbattersi ad essere accoglienti? 
Per quel che vale, non scommetterei sul mio darle una seconda possibilità.

Tirando due somme quindi, l’Italia è il Paese che amo, dove ho le mie radici etc. e sa offrire tantissimo ad ogni livello. Non so se sia davvero il Paese più bello del mondo, ma ce n’è tantissimi più brutti di sicuro, così come non so se sia dove si mangi meglio in assoluto, ma di certo in almeno mezzo mondo si mangia peggio. 
Io però spero davvero di poter tornare a fare le vacanze che mi piace fare, presto. 
Magari già da questo inverno.
Ammicco ammicco.

 

A(nother) Twitter story

Esatto, è ancora quel momento dell’anno in cui mi lamento di una roba capitatami su twitter, ma a questo giro di giostra il finale è più triste del solito quindi mi scuso da subito per eventuali derive lagna che il post potrebbe prendere.

Partiamo dai fatti.
In serata ricevo un messaggio privato (DM) da un account che non conosco. Twitter mi chiede se voglio accettarlo, così verifico di chi si tratta e noto che ha follower in comune alla mia bolla. La cosa mi è sufficiente a dare luce verde.
È una tipa (ipotizzo dal contesto) che mi chiede se posso girarle la risposta ad un suo stesso tweet, perché lei non riesce a visualizzarla. Dice di aver chiesto il mio aiuto perché quella risposta misteriosa dovrebbe arrivare da un account che io seguo e che quindi dovrei poter vedere.
Mi pare una roba innocua, così vado a controllare il tweet e, notando fosse palesemente formulato per arrivare a destinazione, lo inoltro alla tizia (sempre via DM).
Per aiutarmi nella cronaca, inizio ad allegare gli screen della discussione, ovviamente tutelando l’identità di tutti i coinvolti.

A posto, penso.
Invece la tipa mi butta lì un commento che io fraintendo. Mi dice: “una roba da denuncia” e io penso si riferisca al fatto che le ho girato un contenuto che forse l’autore non voleva le arrivasse, quindi smorzo. Le spiego che secondo me è tutto ok, anche se effettivamente inizio a pensare che avrei dovuto evitare e a come scusarmi con l’altro utente coinvolto per questa ingenuità che sarebbe meglio definire minchiata.

A questo punto mi ringrazia, ma attacca a dirmi robe nel merito della faccenda a cui quei due tweet fanno riferimento. Lo fa alzando i toni, facendo accuse anche gravi. Non sono il più smaliziato tra gli esseri umani e anzi tendo ad essere naive nel mio approccio: “ma sì aiutiamo una sconosciuta, che può mai andare storto?”, eppure a questo punto mi è chiaro si stia scivolando in questioni che non solo non mi riguardano, ma in cui non voglio proprio finire. Di conseguenza cerco di sganciarmi.
La tipa però decide che sono automaticamente un complice di non so bene cosa, perché sono un maschio.
Pare superfluo dirlo, ma non sto omettendo nulla eh, la sequenza dei messaggi è integrale.

Qui è dove mi incazzo. Non sto a giustificarmi, è evidente che ho over reagito, ma sono attacchi per cui tendo ad avere il nervo scoperto. Quindi bestemmio e le faccio presente che il mio unico ruolo nella vicenda, al massimo, è aver aiutato lei (donna) e che quindi quell’insinuazione sul cameratismo maschile se la sarebbe potuta tranquillamente risparmiare.
Lei insiste.
Io recupero la calma e con un secondo gruppo di messaggi, questa volta educatamente, le spiego meglio perché mi sono incazzato.

A questo punto lei mi blocca.
Ci sta (nel senso, me lo aspetto) e faccio altrettanto, per quella legge non scritta secondo cui non blocco mai nessuno per primo, ma trovo legittimo tutelarmi quando qualcuno blocca me impedendogli da lì in poi di farsi i fatti miei.
Tutto finito, pensavo.
Nulla di che.

#Einvece.
Qui comincia la parte davvero noiosa e brutta della faccenda.
Oltre a bloccarmi la tipa chiude il suo account rendendolo visibile solo ai suoi follower e inizia a postare roba su di me. Mi accorgo che qualcosa non va perché vedo che un mio tweet inizia a fare numeri di interazioni fuori scala per i miei (bassi) standard. Vedo che qualcuno sta retwittando roba mia, ma senza che io possa leggere i commenti che mi vengono tirati addosso.
Capito la magia?
Twitter tutela la privacy di chi mi sta insultando, non fosse che lo sta facendo per una platea di quasi sette mila utenti e senza che io possa non dico intervenire, ma anche solo esserne consapevole. Lo scopro perché fortunatamente nella mia bolla ci sono persone che hanno il buon cuore di mettermi a conoscenza della situazione.
Ti starai chiedendo: scusa, non l’avevi bloccata?
Esatto, ma a differenza sua il mio account è (ormai era) pubblico. Di conseguenza gli utenti che ho bloccato possono vedere i miei tweet, se accedono con un altro account o senza fare login, e una volta copiati gli url possono usarli per darmi addosso senza vincoli di sorta e, ribadisco, senza che io abbia modo di saperlo se non in via ultra indiretta e per intercessione di qualche buon’anima.
Ed è quello che ha fatto ‘sta tipa.
Di tutta la conversazione avuta ha postato il solo messaggio in cui bestemmio e mi incazzo, con a corredo un mio tweet che non la cita, ma che viene usato strumentalmente per costruire una narrazione e darmi in pasto ai suoi.
Che figata, vero?

Veniamo all’epilogo. Per fermare quest’onda di merda sono stato costretto a rendere privato il mio account Twitter. Ora, non ho mai avuto la pretesa di twittare roba che avesse rilevanza, ma lo scopo principale che mi teneva su quel social era poter interagire potenzialmente con chiunque, cosa che ora non posso più fare perché chi non mi segue non può leggere ciò che scrivo. Di fatto, per me è una perdita grossa, mi è stato tolto un pezzetto di vita a cui tengo e per questo sono parecchio incazzato.
Ho segnalato la cosa a chi di competenza, ma non ho grosse speranze di ottenere qualcosa.
Il nervoso mi porterebbe ad allungare questo post di altre mille battute tra cose che non penso davvero e argomenti che non sarei in grado di esporre lucidamente, ritrovandomi a spostare un focus che mai come questa volta vorrei fosse chiaro.
Possiamo discutere su quanto grave sia quello che mi è successo, non ho la pretesa che la percezione da fuori possa collimare con la mia, ma credo non ci sia da discutere sul fatto che sia un abuso.

EDIT: dopo dodici ore di delirio, i tweet che mi hanno portato a chiudere il profilo sono spariti. Non so se per via della mia segnalazione o per decisione dell’autrice, ma preferisco pensare sia il secondo scenario. L’importante è che credo di poter riaprire il profilo, che è l’unica roba che mi interessi davvero fare.