Dick pics: una chiacchierata con Mara

Ad inizio giugno ho iniziato una conversazione via email con Mara, autrice ed editrice prima di Serialmente e ora di playermagazine, nonché persona particolarmente attiva nella lotta per i diritti delle donne e per la parità di genere. Mi capita spesso di litigare confrontarmi con lei su twitter, ma in questa occasione cercavo un dialogo libero da limiti di caratteri e lei è stata molto disponibile nel prestarsi a questa chiacchierata, cosa per cui la ringrazio molto.
Io sono quello che scrive in corsivo, che non può capire in quanto uomo ed il cui pensiero è irrilevante.
Lei è quella che scrive in grassetto e che parte per la tangente.
Ne è uscita una sorta di intervista certamente più lunga del previsto, ma a mio avviso interessante.
Ah sì, l’argomento è: le foto del cazzo in chat.

Il punto di partenza per me è questo: la pratica del mandare una foto del proprio cazzo in chat come “door opener” di relazioni che nascono online è diffusa. Tutti sanno che è qualcosa che succede, nel mio intorno digitale se ne parla spesso e anche nella mia vita reale, dove frequento persone che non hanno la mia stessa presenza online, l’argomento è sdoganato. Come a dire: esiste un fenomeno di costume che prevede l’iniziare una conversazione mandando all’interlocutrice la foto del cazzo. Se siamo arrivati a questo livello di diffusione del concetto significa che è davvero qualcosa di molto comune nella vita quotidiana delle persone. La mia logica ha quindi tirato due somme: se tutti conoscono il fenomeno vuol dire che ha attecchito, se ha attecchito vuol dire che funziona. Perché, prova a pensarci, lo scopo finale di questa cosa è scopare, giusto? Non ha altre implicazioni. Non c’è alcun ritorno per chi invia la foto se non il portarsi a casa una scopata. Lo fai una volta perché tuo cugino ti ha detto che è una strategia sicura, magari, ma se dopo tre tentativi non hai risultati o sei davvero orgoglioso oltre misura dell’aspetto del tuo uccello e valuti che continuare a spammarlo in giro valga il non scopare, oppure passi ad altro. Credo. Non so dirti il rate di successo, è probabile sia influenzato da mille variabili, ma di certo se nessuno avesse mai scopato grazie alla foto del cazzo in chat, Manq, utente social maschio che non è tendenzialmente bersaglio di questo tipo di messaggi, non ne saprebbe niente.
La prima domanda quindi, se vuoi anche per metterti a tuo agio, è: hai mai ricevuto cazzi in chat? SCHERZO. Non è una cosa che voglio sapere. 
Per iniziare vorrei chiederti se hai la mia stessa percezione, ovvero di un fenomeno reale e diffuso, o se credi che sia legato 80% ad una certa narrazione maschile che per qualche ragione si bulla di azioni che poi in realtà non compie e 20% a reali disagiati che mandano la foto del cazzo anche se non porta da nessuna parte. Immagino che per una donna lo scenario possa anche essere molto diverso, quindi prima definiamo il campo da gioco se ti va. 

Ecco, nel tweet parlavi di “statistiche” e di un “rate di successo” evidentemente incoraggiante al reitero della pratica, ma a conti fatti non stiamo parlando di numeri rilevati statisticamente ma della tua percezione all’interno della tua bolla che – naturalmente – è ben diversa dalla mia che infatti smentisce la tua di realtà. Prima di addentrarmi nella questione vera e propria, però, anch’io vorrei farti una domanda e chiederti se nella tua esperienza, diretta o indiretta, per un uomo l’arrivo non richiesto di foto esplicite è motivo di orgoglio ed entusiasmo, oppure è causa di disagio: ti è mai capitato di discutere con o di uomini che si sono sentiti offesi, mortificati, o infastiditi dall’arrivo non richiesto di particolari anatomici femminili? E se sei incappato in questa situazione la risposta circostante, soprattutto maschile, è stata di comprensione o dileggio?
Prevedo che per gli uomini non solo non sia un problema ricevere foto hot, seppure non richieste, ma anche motivo di vanto e purtroppo l’universo maschile è portato a prendere sé stesso e le proprie reazioni quale metro di misurazione da applicarsi a chiunque altr*.
Il fatto che esista tutto un mondo di donne che stigmatizza come inopportuno, mortificante, fin anche allarmante, il ritrovarsi email e dm con soggetti non richiesti dovrebbe far capire che è molto più comune che la destinataria blocchi il tipo che invia, piuttosto che gli accordi un appuntamento. Anche ammettendo che ci sia qualcuno a cui sia andata effettivamente bene (il “
success rate” di cui parli) non dice nulla di quante volte la pratica debba essere reiterata per produrre frutti: è verosimile che all’invio delle tue pudenda, prima ancora di un ciao, ci sia subito una risposta positiva? Direi proprio di no, così come avviene per un qualsiasi altro tipo di approccio dal complimento al bar, a quello per strada, alla battuta a una festa [rassegnatevi: non esiste una tecnica infallibile]. Prima di arrivare al punto in cui la domanda si incontra con un’offerta bisogna tentare, quindi un tipo che verosimilmente ti dice di aver avuto di recente tre incontri con questa modalità ha probabilmente inviato un centinaio di foto a un centinaio di donne che in prevalenza si saranno offese, risentite, infastidite, ma in questi casi conta il risultato da esibire e tre donne a cui è andata bene questa modalità di incontro diventano facilmente lo standard a scapito di 97 a cui è stata rovinata la giornata.
Poi, sostenere che se l’invio della dick pick continua a essere pratica diffusa – numeri? – è perché funziona, significa anche dimenticare di quanto e come gli uomini siano abituati a fare quello che vogliono, o peggio continuino nel prodursi in quello che ritengono un esercizio di un loro diritto, nonostante venga loro spiegato che no, non è così. Vedi banalmente l’apprezzamento per strada, da anni viene detto che la catcall è offensiva e irritante ma pare che gli uomini continuino come fosse un loro diritto inalienabile. Ti prevengo: sì ci sono alcune donne a cui l’apprezzamento per strada aumenta l’autostima, questo perché il maschilismo non è genetico ma un costrutto sociale che non risparmia le stesse donne.

Hai messo un bel po’ di carne al fuoco, vediamo se riesco a commentare tutto con un minimo di ordine e senza perdermi nulla.
Dici che la mia realtà è diversa dalla tua, ma poi dici che effettivamente le dick pic sono una cosa reale, che effettivamente arriva, quindi settiamoci su questo dato: non parliamo di una leggenda metropolitana, ma di un fenomeno esistente. Che è la stessa realtà che vivo io, l’ipotesi su cui si fonda il ragionamento. Quel che per te è diversa è la percezione che io (uomo) e tu (donna) abbiamo del fenomeno, ma anche qui mi stai facendo più che altro un processo alle intenzioni. Chiarisco: la mia opinione sulla foto del cazzo come primo step comunicativo è che sia una roba completamente senza senso. Lo sarebbe anche a parti inverse, ovviamente. Se una tipa come prima cosa mi spedisse la foto delle tette la bollerei come una matta. E’ vero, probabilmente io non mi sentirei offeso o molestato dalla cosa perché parto da una posizione sociale ben diversa, ma penso che parte del problema sia proprio lì. Ci arrivo dopo, spero.
Quello che non mi torna è la tua certezza assoluta sul fatto che la maggior parte delle donne blocchi il tipo che gli manda il cazzo in chat e che il rapporto stia effettivamente di 97 cazzi mandati a vuoto contro 3 cazzi a bersaglio. Per me è un discorso illogico: così fosse non credo davvero ne staremmo parlando. E’ più probabile la verità stia in mezzo: quel tipo di approccio paga, in qualche modo, ma è difficile stimare quanto perché:
– una donna non può permettersi di dire “sì guarda, io se ricevo un cazzo in chat sono incuriosita” per evidenti problemi derivati, quelli sì, da secoli di cultura maschilista e repressiva (quindi cattolica).
– è ampiamente possibile il fenomeno sia partito da un portale dedicato a scopare (che so, Tinder) e che lì avesse magari un certo “success rate” che ha convinto i minus habens a sdoganarlo in ogni altro contesto. Perché un cazzo in chat su Tinder non è un cazzo in chat su LinkedIn. E non sto dicendo che su Tinder vada bene, attenzione, sto dicendo che capirei se su Tinder in qualche modo pagasse.
In queste discussioni tendenzialmente finisco a prendermi del maschilista (beh, lo sei, starai pensando. In realtà non credo, ma non sono qui per convincere nessuno.), forse è perché trovo superfluo dover precisare che nessuno dovrebbe sentirsi oggetto di attenzioni manifestate in modi che mettano a disagio. So che non è per niente scontato rendersi conto di quanto la realtà sia diversa da questo presupposto, però penso sempre di non dovermi far carico di tutti i malcostumi del mondo maschile semplicemente perché sono nato uomo. Quindi quando dici che ricevere la foto di un cazzo può mettere a disagio una ragazza io lo capisco, quando dici che gli uomini si arrogano il diritto di tenere atteggiamenti fastidiosi impunemente pure. Il fatto ci possa essere qualche donna, poche o tante non conta, che da quegli atteggiamenti non è turbata non giustifica l’estenderli a tutte? Agree.
Spero sia quindi chiaro che la mia qui non è una sorta di apologia del cazzo in chat, non cerco un contraddittorio di questo tipo. Io voglio capire come ci si possa essere arrivati. Prendo il tuo parallelismo perché me lo ha fatto anche un’altra ragazza su twitter: la catcall. Per me i due fenomeni non sono per nulla accomunabili. 
Fischiare o fare commenti ad una ragazza per strada non è una tecnica di rimorchio. E’ una manifestazione di machismo che l’uomo usa per fare mostra di sé, spesso con altri uomini. E’ questione di branco o comunque di autodeterminazione. Nessun uomo fischia per strada sperando di ingraziarsi la vittima.
Il cazzo in chat è tutto un altro sport. E’ una questione privata, non c’è ritorno. Se stai cercando di scopare, fai le mosse che pensi ti portino a scopare. Se hai 100 donne e mandando il cazzo sai che te ne bruci 97, il cazzo non lo mandi.
Tu credi che oggi una ragazza possa dire: “A me piace ricevere cazzi in chat”?

Cito:
“La mia logica ha quindi tirato due somme” […] Non so dirti il rate di successo […] ma di certo se nessuno avesse mai scopato grazie alla foto del cazzo in chat, Manq, utente social maschio che non è tendenzialmente bersaglio di questo tipo di messaggi, non ne saprebbe niente.”
Ripartiamo da qui. La tua percezione, la tua bolla, la tua realtà di maschio etero. Vedi bene che alla tua base di partenza “io Manq utente medio non se saprei nulla se non fosse vero” potrebbe corrispondere un “Io Mara utente media non ne ho mai sentito parlare come di tecnica efficace” e le due percezioni si annullerebbero senza  numeri, statistiche, ricerche a suffragare la percezione dell’una o l’altra bolla. Dal tuo tweet iniziale dicendo “statisticamente” ti avevo preso alla lettera, pensavo che effettivamente avessi letto di qualche ricerca sull’argomento ma qui siamo nel campo di “la mia esperienza”.
Ma, prima di proseguire, metto prima i puntini sulle i. Sì, sei maschilista e no, non lo dico come offesa, pregiudizio o preveggenza: semplicemente lo siamo tutti, donne incluse, perché siamo stati educati e cresciuti in una cultura maschilista e sessista per liberarsi della quale serve fatica, impegno,  un’attenzione costante e una rinuncia, da parte degli uomini, a privilegi che non sono altro che soprusi socialmente accettati, e mi riferisco anche agli atteggiamenti più banali e scontati. Precisazione non necessariamente rivolta a te: rispettare le donne, riconoscere i loro diritti, essere per il consenso, essere contro la violenza ed essere a favore di un trattamento economico equo, è l’ABC della convivenza civile, nessuna medaglia al valore se credi in tutto questo. Un po’ come un genitore che dice “provvedo ai miei figli e non li picchio mai”: ci mancherebbe altro, è il minimo sindacale per essere genitori.
Quando scrivi “però penso sempre di non dovermi far carico di tutti i malcostumi del mondo maschile semplicemente perché sono nato uomo” confondi la colpa con la responsabilità: non è colpa tua se la situazione è quella che è, ma diventa una tua responsabilità continuare o meno a mettere in atto comportamenti che perpetuino lo status quo perché, come dicevo più su, essere contro la violenza, a favore del consenso ecc, non è sufficiente, bisogna che gli uomini rinuncino a quello che credono sia loro dovuto e cambino sistema di pensiero.
E qui mi ricollego al discorso principale.
Con l’esempio della catcall non ho voluto equiparare una presunta tecnica di rimorchio, l’invio della dick pic, ai fischi e lazzi per strada, ma mi è servito per sottolineare quanto poco agli uomini importi della reazione delle donne: da anni, ormai, agli uomini viene detto e ribadito che quella è una pratica indesiderata, ma loro continuano perché non ci vedono nulla di sbagliato, e se va bene a loro questo è tutto quello che vogliono sapere, e anzi sono convinti che alle donne piaccia anche se fanno finta di no.
Quindi sì, non ho mai negato che ci sia una diffusa pratica di invio di quel tipo di foto ma nego che possa essere una pratica che porta i propri frutti su una scala tale da far diventare il fatto una tecnica efficace per racimolare una serata di sesso. Chiarisco ulteriormente, non sto parlando di due che si messaggiano, si “
piacciono” e da lì si passa al sexting: quando c’è reciprocità non esiste discussione.
Ma visto che parliamo anche di strutture di pensiero diverse e spesso opposte, prova a condurre un piccolo sondaggio tra gli uomini che cercano di portare a casa un paio d’ore di sesso e chiedi loro: se inviando a 100 sconosciute una foto del tuo pene, 97 si risentono, ma 3 sono a colpo sicuro, ti lanceresti? E vedi cosa ti rispondono. Malignamente, per me, per molti la risposta sarebbe “Sono carine queste tre?”. Seppure.
Ma ora parliamo di un po’ di numeri.
L’invio delle dp presuppone che l’uomo in questione sappia cos’è il consenso, e sappia distinguere una molestia da un comportamento considerato sessualmente eccitante. E non è proprio così. Se questa pratica fosse davvero conosciuta e sdoganata questi numeri direbbero qualcos’altro. (Link)

“Women also say they are not asking for these pictures. Only 11 percent of women overall say they have asked to be sent a dick pic. That number increases to 23 percent among millennial women. However, of the 53 percent of millennial women who have received a dick pick, more than three in four (78 percent) say those pictures were unsolicited.”
Ma la parte interessante è questa, la percezione di cui parlavamo prima e di cosa gli uomini pensano che una donna pensi:
“This miscommunication about nude photos also extends to the ways women perceive those pictures and how men think women perceive them. When given a range of adjective most millennial women picked the words “gross” (49 percent), “stupid” (48 percent), and “sad” (24 percent). When millennial men were asked how they think women would describe dick pics, the number one answer was “gross” at 32 percent. However, the second highest adjective chosen was “sexy” at 30 percent. Only 17 percent of millennial women described dick pics as “sexy.” The same was true for just 9 percent of women overall”
Infine:
“Previous research has found young men are less aware about what constitutes sexual assault. A survey by the National Sexual Violence Resource Center found that young men are less likely than women to view things like non-consensual voyeurism, sexual coercion, and verbal harassment as forms of sexual assault. This is especially troubling given the number of young men who are sending dick pics and the even greater number of women who are not asking for them.”
Quindi gli uomini non solo tendono a non sapere cosa è molestia e cosa no, ma pensano che alle donne piaccia e – aggiungo io – semplicemente perché piace a loro.
Quindi in questo contesto desolante mi pare inverosimile che ci siano frotte di ragazzi o uomini che con l’invio del proprio pene rimedino una serata a colpo sicuro.

Temo ci sia tra noi un gap comunicativo, ma forse non ha tanto senso insistere oltre su quel che è percezione e quel che è assodato perché se non sono riuscito a spiegarmi fino ad ora, non credo di poter migliorare.
Mi piace la parte sui dati e ci vorrei tornare sopra, partendo però da quanto scrivi nel paragrafo prima relativo al nostro essere maschilisti come società, cosa su cui hai assolutamente ragione. Il punto che vale la pena forse analizzare è che la società maschilista è composta tanto da uomini, quanto da donne. Togliamo per un secondo l’uomo dall’equazione e concentriamoci sulle donne.
Vivere in una società radicalmente maschilista porta le donne a vivere male aspetti della sessualità che non andrebbero vissuti così. E lo capisco, perché non è facile smarcarsi da un giudizio costante e ossessivo che parte dall’aspetto e arriva agli atteggiamenti. Se me lo chiedi siamo in un momento brutto della storia in cui non vedo muovere grandi passi verso una reale emancipazione della donna, ma proviamo a dimostrare che così non è con battaglie che puntano molto più sul punire l’uomo che non sul mettere la donna nelle condizioni di non essere più vittima. Questa stortura, a mio avviso, genera mostri. Se non lavoriamo per togliere dalla testa delle donne 2000 anni di cultura cattolica in cui il sesso è peccato, vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa di bello SE fatto al momento giusto e con la persona giusta (ad insindacabile parere di terzi) non risolveremo mai il problema, ipoteticamente anche cancellando 2000 anni di cultura machista dalla testa degli uomini. 

Sarò io che over semplifico, ma il mio mondo ideale non è quello dove nessuno manda foto di cazzi, ma quello in cui la foto di un cazzo non è che un selfie. Una parte anatomica che accomuna metà della popolazione del globo, magari non esteticamente splendida, ma certamente nulla che possa turbare, sconvolgere o far sentire una donna molestata. Cerca di capirmi qui, perché è importante: non voglio cambiare le donne per “scagionare” o “depenalizzare” certi atteggiamenti maschili. Credo tuttavia che in un mondo in cui tutti vivessimo con serenità e senza tabù la sessualità, metà degli atteggiamenti che oggi sono molestie (e lo sono, insindacabilmente, perché arrecano danno) non lo sarebbero più. Ripeto: non sto dicendo che mandare la foto del cazzo sia una cosa innocua di cui le donne fanno ingiustamente un problema, sto dicendo che è un problema e come tale va affrontato, ma che lo è anche a causa di un bias culturale che non riguarda chi manda la foto, ma chi la riceve. Spero sia chiaro il punto. La domanda, ora.
E’ possibile che i dati che citi, come l’esperienza diretta che hai parlando con altre donne, siano “fallati” dal fatto che, in merito a certi argomenti, semplicemente le donne non siano nella condizione di essere sincere? Non voglio ridurre tutto alla regola del 3 di American Pie, ma è un buon punto di partenza. Aggiungo, ritornando al discorso culturale, come ti poni rispetto al ragionamento che ho tentato di fare sul peso che una certa cultura ha sulla donna e sul concetto di molestia?

Quando dici “ma proviamo a dimostrare che così non è con battaglie che puntano molto più sul punire l’uomo che non sul mettere la donna nelle condizioni di non essere più vittima” incorri nel primo errore, quello di dividere il problema in due parti separate e caricare la donna dell’onere della prova: non funziona così. Il rapporto tra i generi è strutturato e solidificato in quello che è un rapporto tra oppresso e oppressore, ti sembrerà una esagerazione, ma è esattamente così. Appena fino al 1996 lo stupro in Italia, non nella Repubblica Centroafricana, era un reato contro la morale pubblica: culturalmente siamo andati poco più avanti.
Tutto il mondo è fatto a immagine e somiglianza del maschio bianco etero, incluse le più piccole faccende che riguardano le donne sono pensate e concepite in funzione dell’uomo. In queste condizioni è impossibile che le donne da sole decidano che “il sesso ci piace e non ce ne vergogniamo e vogliamo anche tatuarcelo e portarci a casa ogni sera uno diverso” e tutto è bene quel che finisce bene, perché dall’altra parte deve esserci una maturazione della cultura del consenso, di educazione sessuale che deve innanzi tutto essere educazione all’intimità, e un cambiamento radicale, profondo, epocale della cultura maschile altrimenti il tuo discorso si riduce esattamente a un mero tornaconto, avere una facilità di fare sesso sempre e ovunque e senza che l’uomo si metta in discussione.
Ma l’errore più comune e grave che commetti, tu come tanti altri, è considerare le problematiche femminili a compartimenti stagno: non funziona così, e la liberazione sessuale delle donne è inestricabile da quella economica: finché le donne non avranno diritto a pari trattamento salariale, trattamento equo sul lavoro e durante il lavoro, tutele in caso di maternità, finché le donne non potranno fare carriera in ogni singolo settore, sfondare il famigerato tetto di cristallo, guadagnare quanto gli uomini e avere le stesse identiche opportunità, la liberazione sessuale sarà impossibile perché sesso&potere sono indivisibili. Vuoi le donne sessualmente libere? Rinuncia ai tuoi privilegi, rinuncia alla tua posizione predominante all’interno della società. Altrimenti troppo comodo avere sesso facile e a portata di mano ma con gli uomini ancora in vantaggio anni luce in economia e lavoro. Esemplifico con il commento di un utente maschio trovato su Quora, il titolo di discussione è “Why aren’t women turned on by dick pics?“, intervengono sia uomini che donne e, stringendo, anche per un paio di donne che dicono di gradire, il punto è sempre lo stesso: consenso e contesto. Ma, a proposito di potere
Men are generally much bigger and stronger than women and often have a lot more social power. (…) Consequently, if a woman sends an unsolicited pussy pic to a guy, he doesn’t feel threatened because he knows he can easily dismiss her if he doesn’t want her. When a man sends an unsolicited dick pic to a woman, though, there’s a whole different power dynamic. The woman may feel threatened because she knows this man who keeps violating her by sending her pictures she doesn’t want could easily go a step further and have his way with her against her will if he wants to. (link)
Auspichi le donne libere che possano postare e ricevere allegramente nudi e dick pik senza lo stigma dell’essere una facile? Sii un alleato per le battaglie femministe sul lavoro, non puoi avere l’una senza l’altro. Desideri che tua figlia da grande possa vestirsi come le pare, tornare all’ora che preferisce, potersi scambiare selfie e foto scherzose delle mutandine con i draghi con compagni/e di classe senza essere bullizzata, poter prendere i mezzi pubblici senza che qualcuno le metta le mani addosso, avere 13 anni senza che i 40enni la guardino in spiaggia o all’uscita da scuola pensando “è già una donna…”, ecco battiti affinché da grande abbia le stesse identiche opportunità di lavoro, carriera e salario degli uomini senza che nessuno la faccia sentire in dovere di aderire a un modello estetico, o la giudichi da meno perché le donne sono inadeguate a ricoprire posizioni di comando, sono problematiche, emotive, fanno figli…
Ma tornando alla questione principale. Io ho inteso la tua posizione, tu dici “
se gli uomini continuano a inviare dick pic vuol dire che il riscontro è positivo perché altrimenti non lo farebbero, converrebbe loro più non farlo che farlo“. Il fatto è che, al di fuori di un discorso di percezioni, Io non trovo alcun riscontro alla tua ipotesi, piuttosto articoli che puntano nella direzione opposta.
Ne linko uno in cui la giornalista che si è resa disponibile all’invio di dick pic, successivamente ha intervistato diversi uomini proprio per sapere se l’invio del loro pene sia mai stato determinante per concludere: la risposta è no, funziona solo se è già in atto una “
conoscenza“. La giornalista conclude:
And another thing: of all the people I interviewed, not one had actually slept with a woman after sending an unsolicited dick pic. So there could be something in that for all you straight white men thinking about sending a dick pic. Maybe just don’t.(link)
L’articolo è però datato agosto 2017, due anni sono una piccola era su internet, magari qualcosa è cambiato.
Ho trovato altro materiale, ma tutto quello che c’è a proposito della dick pic come tecnica di rimorchio rimanda a molestie e consenso. Non ho trovato nulla che evidenzi un trend per il quale l’invio dei propri genitali faciliti in prima battuta un uomo. Ci sta che una donna non si senta di ammettere “
sì, mi piace che mi si inviino nudi“, ma a questa donna che non si esprime corrisponde la mitomania da bar degli uomini che da sempre millantano conquiste solo immaginarie.
Per chiudere, una riflessione: facciamo conto che sia vero, inviare una dick pic è un approccio vincente, come concili questa pratica con il fatto che solo due mesi fa è stato votato l’emendamento di Boldrini a tutela delle donne vittime di cyberbullismo (e voglio vedere all’atto pratico se farà differenza)? Come possono tante donne gradire un comportamento dal quale allo stesso tempo non hanno i mezzi per difendersi quando non è richiesto?

E’ probabilmente vero che il comportamento e l’educazione femminile non può essere analizzata a compartimenti stagni e che sulla libertà sessuale pesa, in primo luogo, la mancata emancipazione economica della donna. Nella prima parte del tuo commento però fatico un po’ a seguirti, non perchè quel che dici sia sbagliato o non condivisibile, ma perchè mi sembra tu voglia un po’ troppo aprire il campo da gioco e non lo faccia sempre in modo “attinente“.
Commento la seconda parte quindi, provando a rispondere alla tua riflessione. Premessa: hai citato degli articoli che in pratica sostengono mandare dick pics sia inutile, ai fini di cui discutevamo. Per me la cosa non ha senso, ma non ha senso nemmeno mandare dick pics, quindi ecco, ci sta il mio presupposto fosse basato sul un metro di giudizio che evidentemente non è largamente condiviso nel mondo maschile (etero?). Siamo venuti a capo della domanda principale, quantomeno. 
Ora, come possono le donne gradire qualcosa da cui però non possono difendersi? Qui per me torniamo al problema centrale: perchè dovrebbero “difendersi” dalla foto di un cazzo? Nell’articolo che citavi si dice:
“The woman may feel threatened because she knows this man who keeps violating her by sending her pictures she doesn’t want could easily go a step further”.
Io capisco il ragionamento e non mi permetto di dire sia infondato, ma ci sono dei dati a supporto di questa “
paura“? Una correlazione tra foto di cazzi non gradite e effettivi “step further“? Perchè quel che cerco di dire dal principio (probabilmente male) è che una narrazione che sovraccarica comportamenti che abbiamo assodato essere fastidiosi e irrispettosi, di implicazioni violente a mio avviso non fa bene alla causa. E’ sacrosanto diritto della donna non ricevere foto non gradite di cazzi, ma non penso faccia bene averne paura. Non se non c’è un reale motivo per averne. 
In altre parole, estremizzando giusto un po’ per darti l’appiglio a non seguire il discorso e partire per la tangente (
I’m joking), non credi il tuo discorso sugli uomini come macro categoria assomigli ad un certo tipo di discorsi fatti sugli immigrati o i rom, come macro categorie? 

Io vorrei essere stringata e rimanere sul punto della domanda, il problema è che è impossibile, ma non per le mie scarse doti di sintesi, semplicemente perché hai preso in esame un argomento che è interconnesso con un problema risultante da una cultura sociale, politica ed economica che dalla notte dei tempi opprime la donna: il patriarcato.
Tu dici:

“[..]comportamenti che abbiamo assodato essere fastidiosi e irrispettosi, di implicazioni violente a mio avviso non fa bene alla causa. E’ sacrosanto diritto della donna non ricevere foto non gradite di cazzi, ma non penso faccia bene averne paura.”
Ecco, quello che pensi tu è irrilevante, e quello che davvero non fa bene alla causa è che tanti uomini pensino di essere in diritto di avere un’opinione sul cosa e come una donna dovrebbe sentirsi in una posizione disagiata in cui è stata messa. La persona del commento di cui sopra ha intuito giusto: la donna atavicamente è stata delegittimata e privata di potere e nel momento in cui è oggetto di una molestia, oltre alla sgradevolezza dell’atto, c’è anche l’impotenza che deriva proprio dal sapere di non avere alcun potere, e di non avere i mezzi per rispondere adeguatamente, per esempio con una denuncia, se ritiene il caso. Se una donna sente la propria incolumità in pericolo, non conosco la sua storia, le sue esperienze, la sua situazione, e quindi di sicuro non mi sento di derubricare una paura a esagerazione: penso non dovrebbe farlo nessuno.
Ma se vuoi l’estrema sintesi: la liberazione sessuale delle donne è inscindibile dal potere economico, finché la donna non avrà pari opportunità di guadagnare, fare carriera, ricoprire incarichi di potere tanto quanto gli uomini, gli uomini vedranno sempre nelle donne un oggetto sessuale a disposizione, in ogni caso, una persona di rango inferiore.

“Non credi il tuo discorso sugli uomini come macro categoria assomigli ad un certo tipo di discorsi fatti sugli immigrati o i rom, come macro categorie?”
Non saprei, tu ritieni forse che gli afroamericani quando parlano di razzismo trattino i bianchi come macro categoria tipo i discorsi sugli immigrati o i rom? Bisognerebbe essere un afroamericano per saperlo.
Chiudo con un consiglio: Nanette di Hannah Gadsby, disponibile su Netflix, illuminante per la questione femminile.

 

W Satana!

Sono finito sotto a questo pezzo qui.

Ok, partiamo dal principio.
Il modo in cui fruisco la musica in questo periodo storico è molto diverso da quello a cui sono stato abituato per larga parte della mia vita, a partire del decidere cosa ascoltare fino al quando e al come. E’ tutto diverso.
La mia educazione musicale si è sempre basata sul passaparola, prima con gli amici, poi con gente a caso conosciuta online in vari forum o siti web. Il passare degli anni però ha voluto che questo meccanismo andasse pian piano svanendo: una volta intorno a me online vedevo parlare quasi solo di musica, ora sempre e solo d’altro. Quelli che ancora parlano di dischi o gruppi di solito o fanno operazioni nostalgia poco utili allo scopo di ampliare i miei ascolti, oppure aprono a robe che puntualmente avrei preferito continuare ad ignorare.
Fortunatamente, quella che sarebbe potuta essere una lenta deriva al silenzio e alla monotonia è stata dapprima mitigata e poi sovvertita dalla crescita esponenziale di servizi online che evitano di dover parlare con delle altre creature viventi e ti permettono di accedere a musica nuova che in qualche modo possa piacerti. Gli ALGORITMI, entità cibernetiche a cavallo tra i cartoni animati giapponesi e l’immaginario di Roberto Camerini, hanno preso il controllo dell’internet e, con livelli diversi di invadenza, bussano alla mia porta proponendomi di ascoltare questo o quel disco. La cosa figa è che, quando toppano clamorosamente la proposta, non devi nemmeno stare lì a giustificarti del perchè non ti sia piaciuta. All’algoritmo non gliene frega un cazzo, grazie al cielo.
Come dicevo, ogni servizio ha il suo algoritmo più o meno pressante e anche in base a quello ho selezionato in youtube il mio attuale metodo preferito per l’ascolto della musica. Youtube non mi dice “simile a” e non mi dà delle playlist preconfezionate chiamate, che ne so, CLASSIC EMO in cui dentro ci sono i Panic! at the disco. Youtube, per come la uso io, mi mette di fianco al video una colonna con altri video di cui leggo un titolo e posso vedere un frame. Nel mio personalissimo e discutibilissimo approccio alla musica, in cui l’estetica non è mai ininfluente nello stabilire un possibile legame con quel che sto ascoltando, questa possibilità di farmi incuriosire da un fotogramma e partire magari vedendo dei ragazzi suonare live piuttosto che approcciare come prima cosa la loro “fredda” o se vogliamo “neutra” espressione su disco, fa tutta la differenza del mondo.
Se trovo qualcosa che mi piace poi compro il disco e ascolto su Spotify, che è mille volte più comodo e mobile friendly, ma per “navigare la musica” oggi non ho posto migliore di youtube, sia quando vago tra roba nuova, sia quando voglio starmene tra le mie cose.

Saltando tra video di gruppi di gente offensivamente giovane che al momento suona in Italia qualcosa che possa rientrare nel mio concetto di “scena”, mi sono imbattuto in questi Endrigo. Credo che il primo loro video che mi sia passato davanti sia stato “Spara” e non mi era piaciuto manco un po’. Forse la melodia, forse la voce decisamente fuori dallo spettro dei miei ascolti soliti.
Per quel vecchio adagio secondo cui una seconda opportunità non si debba negare a nessuno, da quel video sono passato a “Meglio Prima” e da lì è stato amore vero.
Il loro primo disco non l’ho mai sentito, ma il secondo, Giovani Leoni, me lo sto davvero consumando in attesa del terzo, le cui registrazioni credo si siano da poco concluse. Vorrei riuscire a beccarli anche dal vivo, magari il 30 Luglio nella caldazza bergamasca, anche per evitare di comprare il CD su Amazon.
C’è una scena in Italia fatta di tanti gruppi che finalmente provano un po’ a smarcarsi da quel che a me, da fuori, iniziava a sembrare una serie paradigmi inviolabili per fare emo in italiano. O forse è solo gente che suona quel che ha voglia di suonare conscia che smarcarsi dalle cose è un concetto che vive nella testa degli anziani. Perchè, alla fine dei conti, “la migliore band death metal mai esistita in tutta Brescia sopravviverà alle vostre nostre cazzate.”

Generational Divide

Non so perchè lo faccio.
Ogni volta mi dico che non è più il caso di parlarne e ogni volta vengo meno all’intento e finisco qui sopra a scrivere un pezzo sui Blink 182.
Inizio a pensare che chi non mi conosce, ma forse pure chi mi conosce bene, abbia un’idea distorta del mio legame con i Blink. A conti fatti sono stati certamente una delle band più importanti della mia adolescenza, ma se vogliamo spaccare il capello ho passato qualcosa tipo tre anni ad amarli alla follia e diciassette a compatirli, seppur con alti e bassi. Una cosa che li accomuna a tantissime altre band che reputo significative, ma di cui non parlo mai. Solo con loro ho questo rapporto morboso. L’incapacità di disinteressarmene del tutto e mandarli in culo, la costanza con cui sistematicamente mi presto a dar loro una nuova possibilità non so bene spinto da quale sentimento.
Non c’è ragione di seguirli, tanto meno di aspettarsi qualcosa, eppure io non solo ci provo, ma riesco perfino ad incazzarmi quando WHAT A SURPRISE la realtà dei fatti mi sbatte fortissimo in faccia.
Tre anni fa un mix di circostanze extra musicali molto particolari e un disco che è uscito assai meno peggio di quel che temevo mi avevano iniettato in vena una dose oggettivamente eccessiva ed immotivata di euforia, spentasi puntualmente qualche mese dopo mentre li vedevo suonare dal vivo. Di fatto sono ostaggio di questi personaggi da decisamente troppo tempo e non riesco in nessun modo a rompere le catene che mi tengono prigioniero. L’equivalente di quegli sfigati che vengono lasciati e continuano a star dietro alla ex mentre calpesta la loro autostima.
Forse esistono dei circoli in cui vai e parli di questo problema con gente che vive la stessa situazione. Mi ci vedo, a pochi giorni dal ricevere la medaglietta “24 months clean”, entrare e dare origine ad una scena del genere.

“Ciao, mi chiamo Manq…”
“CIAO MANC!”
“Ehm, raga, giusto una premessa… si pronuncia ManCU.
Lo so che non è semplice da intuire, ma arriva dal mio cognome e dal fatto che a scuola lo hanno sempre tutti abbreviato in Mancu. Ho solo trovato un modo originale di scriverlo. Sapete, la Q si pronuncia CU…”
“Scusa. CIAO MANCU. C’è qualcosa di cui vuoi parlarci?”
“Sì. Ci sono ricascato.
Erano 23 mesi che non scrivevo dei Blink 182, ma oggi l’ho fatto. Eppure quando sui diversi social Tom e Mark hanno iniziato ad ammiccare vincendevolmente per alzare un po’ di hype relativo alle loro prossime, rispettive e ben distinte uscite discografiche solleticando l’interesse di voi povere vedove inconsolabili (lo so che sto in questo gruppo di sostegno anche io, ma mi reputo comunque messo meglio di voi che pregate per un’altra reunion), avevo tenuto botta.

Ve lo avevo anche detto, in quella sessione, vi ricordate? Quando Gianni diceva di esserci ricascato per aver visto il like su instagram di Mark e Travis alla foto del periodo Enema of the State postata da Tom, cosa vi avevo detto io?
E’ marketing raga, state all’occhio.
Ma voi niente. Tutti a dire “SI RIFORMANO”. Quanti ne abbiamo persi quella settimana, ripiombati nel tunnel dopo mesi, anni di faticosa disintossicazione? Povero Gianni…”
“DIAMO TUTTI UN ABBRACCIO A GIANNI”
“Poi è stato il turno del primo singolo in anteprima al prossimo disco. Non ascoltatelo, vi ho detto. L’effimera euforia post California ormai è andata, fidatevi, vi fate del male a schiacciare play. Anche lì non mi avete ascoltato e siete caduti come mosche, ma io no. Io ho tenuto duro…”
“BRAVO MANCU.”
“Bravo sto cazzo.

In voi cercavo la mia forza, ma siete di fatto la mia debolezza. Siete venuti a dirmi che partiva un tour in cui avrebbero suonato tutto Enema of the State per celebrarne i vent’anni. E’ lì che ho iniziato a vacillare. Operazione senza senso, ho pensato. Senza Tom è pure un po’ scorretta, ho pensato. Ma l’idea di sentire Anthem dal vivo almeno una volta nella vita ha iniziato a scavarmi il cervello come un tarlo. Per fortuna esiste youtube e qualcuno ha messo online il video.
Ero a tanto così dal cedere alla speranza, ma l’ho visto e mi è passata. Lí per la prima volta ho pensato di essere del tutto salvo. Refrattario. Invulnerabile.  Ho abbassato la guardia e mi avete fottuto, uscendovene con la storia di questo secondo pezzo, Generational Divide, che, cito testualmente, è proprio una roba vecchio stile…”

La finisco con la pantomima del gruppo di sostegno, ok, però come cazzo si fa a non incazzarsi di fronte a ‘sta cosa? 
Il problema non è il fatto che non sia manco per niente una roba “vecchio stile” e non è neanche il fatto che faccia schifo al cazzo. Il problema è che spacciano per canzone quello che in realtà è uno spot, un’altra operazione di marketing per alzare qualche click dagli scemi come me che razionalmente sanno di non doversi aspettare nulla, ma che in qualche modo quando sentono parlare di ritorno alle origini abboccano sempre. Ad alcuni poi basta un riff veloce di batteria per perdere del tutto il raziocinio e magari comprare il disco sulla fiducia (non io, sto giro senza scherzi). Tornando all’analogia con la ex morosa, sto pezzo è il messaggino che ti manda il sabato alle 3:00 con scritto “mi manchi”. A big fuckin’ lie. In grassetto.

Molti dicono che i Blink non hanno più nulla da dire, ma forse la questione è più legata al non riuscire ad accettare l’idea di non dover accontentare nessuno. Non hanno bisogno di soldi, é proprio che sono insicuri da morire. Di conseguenza, pensano al disco non come voglia di esprimersi, ma come prodotto che deve piacere. Sono diventati Fedez, dio santissimo.
E no, non è sempre stato così miei cari saputelli di ‘sto cazzo. Una cosa è fare musica che può piacere, un’altra è fare musica che deve piacere. Solo un’altra volta nella storia avevano lavorato in questo modo ed è stato per TOYPAJ, ma quel disco veniva dopo un successo planetario raggiunto a vent’anni, ci sono delle scusanti che posso comprendere. Tutti gli altri dischi hanno sempre goduto di una certa libertà espressiva agevolata dal fatto che l’hype arrivasse da altro, fosse questo la lunga attesa, la reunion o la curiosità per la nuova line up.
Quelle premesse avrebbero portato i dischi a vendere in ogni caso e questo ha abbattuto o quantomeno smorzato la pressione, portandoli a lavorare in maniera più genuina. A volerlo ascoltare bene (fatelo voi, io non ci penso neanche) forse pure in California serpeggia un po’ dell’insicurezza che porta al cerchiobottismo musicale del “pezzo” qui sopra, ma era certamente meno evidente.

Questa mattina su twitter ho visto l’annuncio qui sotto:

Elisa che è cento volte più sul pezzo di me e certamente meglio informata sulle dinamiche del muzic biz, sostiene sia una bufala volta a coprire il fatto che non hanno venduto mezzo biglietto.
Mi piace credere abbia ragione.
Sarebbe ora.

Postilla.
In tutto questo Tom sta continuando ad investire milioni (che forse manco ha) nella sua battaglia personale che vorrebbe smascherare tutti i segreti del governo americano a tema UFO.
Si è pure preso il merito di aver portato la cosa all’attenzione del Senato e, anche qui, mi piace pensare sia davvero merito suo.
Su History Channel c’è una serie a tema Oggetti Non Identificati prodotta dalla sua To The Stars. Si chiama Unidentified e se davvero cercate qualcosa che incarni i “Blink vecchio stile”, quelli che avevano un’urgenza di comunicare qualcosa, forse non è più la musica il posto dove dovete guardare.
Se la trovo in streaming me la vedo.

Stand-up comedy

Ultimamente sono abbastanza in fissa per sto tipo che si chiama Giorgio Montanini e fa stand-up comedy satirica.
La stand-up è un tipo di comicità molto diffusa nei paesi anglosassoni, che qui da noi è confinata ai margini del panorama comico. Per darvi un paio di riferimenti veloci: Louis CK fa tournè mondiali (viene a fare uno spettacolo a luglio a Milano, in inglese, e i biglietti sono esauriti in poche ore) e Ricky Gervais presenta spesso i Golden Globe.
In Italia abbiamo un altro concetto di comicità, completamente disallineato da questi modelli, ma qualcuno prova comunque a farla anche da noi. Su youtube si trovano video di diversi comici stand-up nostrani e nell’ultimo periodo ne sto vedendo più di qualcuno. Uno di cui si trovano diversi spezzoni è Daniele Fabbri ed è piuttosto divertente. Uno che invece ha pochissimi video su youtube, ma che a me in quelli ha fatto ridere parecchio è Luca Ravenna.
Quello però che mi ha proprio ribaltato è appunto Giorgio Montanini, con questo video qui.

L’ho rivisto ora, mi ha steso di nuovo.
La cosa bella di internet è che se trovi qualcosa che ti appassiona diventa abbastanza immediato approfondire la questione e così nelle ultime settimane ho investito parecchio tempo prima guardando spezzoni di suoi monologhi e poi estendendo ad interviste extra spettacolo.
Ho così scoperto che Montanini non solo è stato uno dei pionieri di questo genere comico in Italia, ma che è addirittura riuscito a portarlo in contesti generalisti. In TV. Quindi probabilmente sono l’unico ad averlo scoperto solo ora.
Ha avuto per due anni uno spettacolo su Rai Tre chiamato “Nemico Pubblico”, per esempio, che però è stato chiuso. Da lì lo hanno chiamato per fare le copertine comiche a Ballarò, dove è durato tre puntate, fino ad una collaborazione con le Iene per lo spazio di “Pregiudizio Universale”, anche quello chiuso prematuramente.
La cosa che reputo interessante è che quando nelle interviste gli hanno chiesto ragione di questa censura, lui ha prima precisato che non è censura, ma legittima scelta editoriale, e poi ha detto che il problema non è tanto suo, ma di chi non ha la forza di portare avanti l’idea di farlo esibire in TV e si trova a dover far marcia indietro subito perchè non abbastanza sicuro o spallato per insistere su un percorso che in origine pensava funzionasse.
Boh, niente, mi sembra un’analisi intelligente.

Metto qui sotto uno dei monologhi fatti per le Iene, prima che li chiudessero. A vederlo non mi risulta incomprensibile la decisione di staccare la spina, ma è evidente il problema non sia nè Montanini, nè l’editore. 
Il problema è il pubblico.

PS: Non è che qualcuno ha un paio di biglietti in più per Louis CK a Milano?

Voglio bene a Kris Roe, ma lo prenderei a sberle.

Arriviamo all’HT Factory intorno alle 21.15 forti del fatto che l’evento FB riporta l’inizio del set degli Slimboy per le 21.30. Nel locale, oltre a noi, conto dieci persone.

L’ultima volta che Kris Roe è passato dall’Italia, un paio di anni fa, gli ho dato buca. Credo sia stata l’unica volta dal 1998. Il motivo è che ormai vederlo dal vivo è uno spettacolo piuttosto impietoso e non c’è stata occasione negli ultimi dieci anni (almeno) in cui non mi sia ritrovato a fine concerto a bestemmiargli contro. A volte per la scaletta, altre per la mosceria o per la mancanza di voglia, spesso per un mix delle tre cose.
Qualche mese fa ho attraversato una fase di pesante ritorno ai dischi degli Ataris, spinto dalla necessità di scrivere un pezzo sui vent’anni di Blue Skyes che poi è uscito prima dell’anniversario e sotto tutta un’altra forma (si può leggere qui ed è un bel pezzo, cosa che non mi capita di dire spesso parlando di cose scritte da me).
Nello scrivere quella roba ho anche affrontato un dibattito interiore piuttosto forte il cui risultato è stato essermi sentito una merda per non essere andato a quel concerto di due anni fa. Non mi dilungherò su queste mie menate, la premessa serve solo a spiegare perché io abbia deciso che ieri sera ci sarei stato no matter what. Come dicevo in apertura, ad averlo pensato siamo stati pochi.
La cosa mi prende male.
Indipendentemente dal valore che io do alla sua musica (spropositato), l’idea che un tipo di 42 anni giri l’europa con la chitarra per suonare di fronte a 30 persone mi fa davvero tutto il dispiacere possibile. Sono momenti in cui vorrei andare in camerino e abbracciarlo. Dirgli che mi dispiace, che non se lo merita.

Sono tipo le 23 quando sale sul palco, un’ora più tardi dell’orario indicato sulla pagina dell’evento. Col senno del Poi han provato a tirare lunghi per raccogliere qualche persona in più, compresi quelli che speravano di arrivare a concerto finito per fare serata. Ci mette una decina di minuti a mettersi a posto col fonico: luci, suoni, ritorni in spia. Tutto per una cosa che, a tutti gli effetti, non ha differenze dalle serate in spiaggia con la chitarra intorno al fuoco se non al massimo che qui nessuno vuole limonare. Finito sto teatrino, saluta e dice di avere non solo la bronchite, ma anche un’intossicazione alimentare.
Da tre giorni sta malissimo e non sa quanto potrà suonare, dice.
Voleva annullare la data, ma all’ultimo ha deciso di provarci comunque, dice.
Probabilmente intascarsi il cachet per suonare 20 minuti é più furbo, dico.
Suona dodici pezzi: In this diary, Unopened letter, Saddest song, Summer ’79, SLA, My hotel Year, San Dimas, YBS e 1*15*96. Più tre cover, tra cui ovviamente Boys of Summer.
Scopro oggi che la sera prima a Bologna era andata meglio. Forse c’era più gente e questo lo faceva sentire meno malato. Un po’ lo capisco eh, ma un po’ di più vaffanculo.

La roba che mi sconvolge di più peró è un’altra.
Quanta poca stima per la tua musica devi avere per girare l’Europa chitarra in spalla e poi usare il 25% della scaletta per fare cover?
Magari tutte le altre date ha fatto sold out, non lo so, ma a Milano saranno 10 anni buoni che a vederlo ci vanno una manciata di irriducibili nostalgici e ancora pensa che sia gente che ci va per sentire Boys of Summer. Come può non rendersi conto che il pubblico del grande successo, quello di MTV e di So Long Astoria, non lo caga più da quindici anni?
Kris, mannaggia i preti, è vero che non stai bene, ma il problema ce l’hai in testa, altro che stomaco e bronchi.
Sei l’incarnazione del disagio e vederti così mi fa davvero male. Quando mi ascolto i tuoi pezzi ancora oggi mi si attorciglia lo stomaco intorno al cuore, non reggo all’idea di oscillare tra tenerezza e compassione ogni volta che ti incontro di persona. Diobuono riprenditi. A 42 anni ancora vuoi fare il musicista? Fallo. Scrivi dei pezzi, trova altri tre true believers e vai in giro a suonare la tua cazzo di musica.
Non può andare peggio di così.
Smettila di nasconderti, smettila di ostinarti a compiacere un pubblico che non esiste.
Se prima dello show avrei voluto abbracciarti, ora vorrei darti due sberle. Magari ti aiuterebbero a rinsavire.

Saltare la penultima data italiana forse non è stato giusto, ma probabilmente non è andando ai concerti che mostro a Kris Roe la riconoscenza che penso di dovergli. Quindi provo una strada nuova. Gli scrivo tutte queste cose, nero su bianco, una volta per tutte. Non leggerà mai, ma sento di doverci provare.
Non so se sia giusto vivere la musica come la vivo io, ma non posso immaginare di viverla diversamente.

Seul

Ho avuto la possibilità di andare a Seul per lavoro e così mi sono preso qualche giorno in più per girarmela e godermi la prima vera esperienza asiatica, che come è facile immaginare gira tutta intorno all’annullamento della comprensione.
Non è solamente questione di essere circondati da ideogrammi indistinguibili, ma proprio di fare un salto culturale così ampio da azzerare o quasi i punti di contatto tra chi scrive e tutto ciò che gli stava intorno.
Non capisci quel che scrivono, quel che dicono, ma nemmeno quel che mangiano, come si vestono o gli interessi che hanno, anche quando pensano di imitarti.
Sono stato 10 giorni in una sorta di realtà aliena ed è una cosa che nel 2019 non credevo fosse ancora possibile. La globalizzazione esiste anche in Corea del Sud, i suoi frutti sono tangibilissimi soprattutto in quartieri moderni come Gangnam, dove la via principale è ormai identica a qualsiasi viale dello shopping mondiale: stessi brand, stessi fast food, stesse atmosfere. Nelle altre parti della città però è ancora possibile trovare un po’ di autenticità e quando capita sei in un altro universo.
E’ il paradosso dei nostri tempi: il mondo è sempre più accessibile, piccolo e facile da girare, ma sta perdendo via via le sue peculiarità sfumando i confini culturali e producendo un’unica, gigantesca multicultura. E’ una cosa che fa riflettere, quando ci sbatti contro fuori dalla quotidianità. Senti parlare di invasione araba perchè nel tuo quartiere magari ha aperto un kebabbaro, ma a conti fatti è molto più devastante fare undicimila chilometri ed avere comunque a che fare con H&M e Burger King.
Sto cercando di insegnare ai miei figli l’importanza di viaggiare, ma ho paura che quando avranno l’occasione di farlo darà loro molto meno di quel che ha dato a me, che è comunque altrettanto meno di quel che avrebbe potuto dare negli anni in cui alla gente come me viaggiare non era possibile.
Ciò non toglie che se davvero ci interessa superare il sovranismo, la cosa migliore sia far muovere il culo fuori di casa alle persone, magari imparando a confrontarsi con la realtà in cui ci si immerge invece di viverla come un selfie safari.

Viaggiare per lavoro vuol dire viaggiare da soli. Magari con te ci sono dei colleghi, ma non sono mai persone con cui ti interessa stare più di quanto a loro interessi stare con te, quindi c’è questo tacito accordo per cui magari si fa anche una serata assieme, team building e menate affini, ma ad una certa a tutti sta bene salutare e farsi una dose di cazzi propri. È un bel compromesso che quando viaggi con gli amici, ad esempio, è più difficile trovare.
A me viaggiare da solo piace perché toglie i filtri. Ci sei tu e il posto in cui sei, quindi o ti chiudi in albergo o in qualche modo prendi contatto con la realtà che ti circonda, ci interagisci, la vivi. Senza distrazioni.
Magari ti metti un disco in cuffia e cammini per le vie di un posto che non conosci. La sensazione è di stare dentro a un film che non hai mai visto, ma che per una volta ha una colonna sonora che è proprio come l’avessi scritto tu.
Seul io l’ho vissuta così. All’inizio ho faticato a vederci del buono, ma poi ho preso le misure e mi ci sono immerso abbastanza da trovarle un senso. Non ricorderò il kimchi come una delle esperienze culinarie della vita, non ripenseró con nostalgia ai negozietti di Insa-dong, ma di sicuro oggi ho più voglia di Asia di quando sono partito.
L’impressione infatti è che Seul sia una Tokio che non ce l’ha fatta, ma anche una Pechino post comunista. Una versione per principianti dell’Asia vera, hardcore, e io ora mi sento pronto a fare un level up.

A Seul ho fatto delle foto col cellulare, perchè ormai la macchina fotografica non la porto più. Brutte per brutte, almeno sono comodo nel muovermi.
Una sera ho mangiato in un localino in cui in sala passava della musica. La playlist alternava cover k-pop di pezzi ultra noti tipo Myley Cyrus a canzoncine indie/alternative a me per gran parte sconosciute.
Una di queste è quella qui sotto ed è diventata immediatamente la colonna sonora della mia esperienza coreana.

Vent’anni di stare bene

Ce l’avete un immaginario dello stare bene?
Io sì, ma se ci penso non ha per niente a che fare con me o con la mia vita. Forse è strano o magari capita a tutti, sta di fatto che se chiudo gli occhi e penso ad un posto felice l’immagine che ne esce è fatta di esperienze che non mi appartengono, non in modo diretto quantomeno.
Sono cose che ho visto in TV, su MTV prevalentemente, oppure nelle serie e nei film dell’epoca. Roba che ho sentito nelle canzoni, ma anche (forse soprattutto) idealizzato nella mia testa di adolescente sempre troppo impegnato a sognare quanto sarebbe figo fare delle cose piuttosto che mettersi lì e, tipo, farle davvero.
Quindi se penso allo stare bene e lascio fluire i pensieri senza guidarli è facile finisca ad immaginare feste in piscina, spiagge, gente giovane che si diverte.
Nel mio immaginario dello stare bene c’è sempre il sole e se devo associare un suono a questa sensazione, nove su dieci viene fuori questo riff di chitarra.

A Place in the Sun dei Lit non è un disco da raccontare.
E’ il disco da mettere in macchina a volume alto e poi guidare, senza necessariamente avere una destinazione, ma solo per il piacere di farlo. La prima volta che sono andato in California è stato per lavoro, ben oltre gli anni in cui ho costruito l’immaginario di cui sopra. Avevo un paio di giorni liberi per fare il turista e così, uno di questi, mi son preso una macchina a nolo. Avevo chiesto l’utilitaria più sgrausa per spendere poco, ma è venuto fuori che le uniche auto noleggiabili a San Francisco sono muscle car e pickup giganti, quindi per i 35 dollari pattuiti mi hanno dato in mano Bumblebee. Quel giorno ho guidato quasi 500 km con l’oceano all’orizzonte, il sole in faccia e questo disco a volume da denuncia. Mi son sentito a casa.
Ora, lo capite il disturbo mentale di uno nato e cresciuto nel grigio dell’hinterland milanese che si sente a casa in una situazione del genere? Ecco.
La storia di come sono arrivato a questo disco forse l’ho anche già raccontata, non ricordo, in ogni caso la faccio breve: nel settembre 1999 vado a Bologna per il primo Independent Day festival, quello che qualcuno* pensò potesse essere una buona idea ritrasmettere integralmente il giorno seguente su una TV nazionale. I Lit non sapevo chi fossero, ma il loro set fu incredibile per energia e risposta del pubblico. Mi folgorarono, pur non avendo loro quasi alcun punto di contatto con l’archetipo del gruppo che in quel periodo storico potesse colpire la mia attenzione: non musicalmente, non esteticamente e nemmeno concettualmente. Eppure fu amore a prima vista.
Ora la sparo grossa, ma credo che i Lit di A Place in the Sun siano la cosa più vicina ai Beach Boys uscita dopo i Beach Boys.

Il prossimo 23 febbraio A Place in the Sun compie vent’anni. 
A differenza di altre volte, scriverne qui è anche l’occasione per andarmi a vedere cosa è successo loro negli ultimi vent’anni, visto che da allora non li ho più seguiti. Sapevo che il batterista fosse morto di cancro, ma ricordavo fosse successo ben prima del 2009, quindi sbagliavo. Musicalmente non ho sentito la roba che hanno registrato dopo, a parte un paio di singoli usciti nei primi 2000, ma ho scoperto che nel 2018 hanno buttato fuori un nuovo disco dopo tanti anni. Lo sto ascoltando ora ed è un essenzialmente un disco di Bon Jovi, ma buono. Nulla che riascolterò mai più in futuro, a grandi linee.
E’ il 2019, siamo a Febbraio e a Milano c’è un clima primaverile che non si spiega (beh, quasi). Per voi è certamente una coincidenza, ma vi sbagliate, come probabilmente vi sbagliate quando vi approcciate a questo album qui. Non dovete capirlo, non dovete analizzarlo.
Dovete solo chiudere gli occhi e alzare il volume.


* Quel qualcuno è la persona a cui penso quando mi dite che non tutti i super eroi portano un mantello, anche se in effetti non so chi sia e potrebbe tranquillamente indossare un mantello.

Turning Japanese

Viaggiare è una delle mie passioni principali, oggi, e le dedico un sacco di tempo. La maggior parte di questo ovviamente non è speso effettivamente viaggiando (magari), ma pianificando vacanze che forse non farò mai. Ho nel cassetto una tonnellata di itinerari, più o meno realizzabili, ma c’è un posto che non so perché non ho mai davvero considerato: il Giappone.
Non dico non ci andrei, ma di certo ci sono un sacco di altre destinazioni a cui darei la precedenza, avendo la possibilità. Eppure ci sono tantissimi aspetti della cultura nipponica che mi incuriosiscono e appassionano. Il primo, certamente, è la cucina.

Mangiare giapponese, a casa mia, è grossomodo sempre coinciso con l’andare in uno di quei ristoranti ormai comunemente chiamati All You Can Eat e sfondarsi di “sushi”, inteso come accozzaglia varia di pesce crudo e riso in proporzioni variabili. Leggenda vuole che la maggior parte di questi posti sia in realtà gestita da cinesi perchè 1) quando qualcosa è fake tendiamo a dire sia cinese 2) quando qualcuno è giallo tendiamo a dire sia cinese. Il fatto che entrambe queste motivazioni vi sembrino (a ragione) razziste non implica siano false.
Io ho uno splendido rapporto con i ristoranti giapponesi All You Can Eat, secondo solo a quello che ha mia moglie. Paola mangerebbe giapponese AYCE sempre, potendo farlo. Ha anche fatto un corso di cucina per imparare a fare maki e nigiri e devo dire che quando ha tempo di cimentarcisi le riescono esattamente come quelli fatti dai cinesi. 

In questo inizio di 2019 però ho avuto la possibilità di estendere un minimo la mia cultura sulla cucina giapponese, affacciandomi a due realtà che alzano il livello di parecchie spanne.
La prima esperienza è stata a fine gennaio, da Iyo.
Iyo è un ristorante giapponese stellato di Milano e, per i motivi che ho citato sopra, ho pensato potesse essere una buona idea regalare a Paola per Natale una cena da loro. 
Per il teorema del “se fai una roba, falla bene”, associato al comma “già che stai spendendo una fucilata, non stare a guardare il centesimo (pezzente)”, ho optato per il menù degustazione che, se masterchef mi ha insegnato qualcosa, dovrebbe essere il modo migliore per farsi un’idea del concetto di cucina proposto da uno chef. Il menù di Iyo comprendeva nove portate tra carne, pesce e dessert.
E’ stata un’esperienza mistica.
Lo so cosa state pensando: dopo che hai speso una cifra folle per mangiare, psicologicamente sei portato a pensare sia stato tutto buonissimo per quell’istinto che abbiamo tutti e che tende ad evitarci la spiacevole sensazione di sentirci dei coglioni, specie quando si parla di spendere soldi.
E invece no, perchè seppur non sia assiduo frequentatore di certi ristoranti (#graziealcazzo), non era la prima volta che mi capitava di mangiare in un ristorante stellato, ma la terza, e nessuna delle precedenti due mi aveva dato le stesse sensazioni. Anzi.*
Non starò qui a fare una disamina di tutte le portate, mi limiterò alla classifica delle mie tre preferite:
3° Ika somen 
2° Sashimi di Berice
1° Sushi IYO
Quest’ultimo ve lo racconto anche: 5 pezzi di “classico sushi” inteso come boccone di riso con sopra il pesce. Ricciola, capasanta, gambero crudo marinato, ventresca di tonno e anguilla. 5 gusti completamente diversi, ognuno dei quali mi ha fatto dire “OH MIO DIO IL MIGLIOR SUSHI DELLA MIA VITAAAAAHHH”.
Potendolo fare, tornerei a mangiarci ogni altro giorno che Dio manda in terra. 

La seconda esperienza invece l’ho fatta potendo sfruttare un regalo della mia azienda che, per festeggiare i cinque anni insieme, mi ha offerto una cena per due persone da Yazawa
Yazawa è l’unico ristorante d’Europa che permette di mangiare manzo wagyu giapponese cucinato al tavolo con un sistema tradizionale che, da che ho capito, è stato legale giusto in una finestra di mesi che ha permesso al titolare di aprire il locale, garantendogli l’esclusività.
Il giudizio su questa seconda esperienza però non è positivo quanto il precedente, seppur per motivi che esulano dalla soddisfazione che si prova nel mettersi in bocca del wagyu. Quella è incontestabile e mi rende felice di averla potuta sperimentare, soprattutto senza dover pagare di tasca mia.
Non tanto perchè fosse caro (lo era eh, anche se un filo meno di Iyo), ma perchè il prezzo pagato non vale, a mio avviso, la soddisfazione che se ne trae. Lo dico chiaro: sono uscito dal ristorante affamato e non mi capitava davvero a tantissimo tempo. Posso capire che la materia prima costi e che su quella si tenda a lesinare, ma almeno sul corollario potrebbero evitare di farsi venire il braccino. Il mio dessert, un gelato al matcha, stava in un bicchierino da shot che andrebbe stretto ai finger food più striminziti. Ed è gelato, cazzo, mica caviale.
La carne però, lo ribadisco, è davvero una roba che prima di assaggiarla non te la puoi immaginare. Parlandone con il ragazzo che ci ha serviti, gentilissimo, ho appreso che un manzo Wagyu giapponese costa circa 90K euro. Il corrispettivo Australiano, Neozelandese o Tedesco (i tre paesi principali in cui si alleva quella tipologia di bestia) sta intorno ai 6K euro al capo. Una chianina va per i 3.000 euro, mentre un manzo “standard” di solito costa sui 1.500. 
Li vale? Boh, ognuno ai soldi da un valore diverso. Per me, onestamente, non abbastanza da pensare di poter ripetere un’esperienza del genere, a meno di andare in Giappone, ma li lo farei per ragioni che vanno anche oltre il cibo.

Due cene molto diverse che però hanno contribuito a dare a questo mio 2019 una forte impronta nipponica, che però è andata ben oltre il cibo.
Ad inizio gennaio ho anche scoperto che sul finire del 2018 gli Envy hanno fatto uscire un EP di due pezzi che si chiama Alnair in August.
Il primo dei due lo metto qui sotto perchè è la cosa che ho ascoltato di più nell’ultimo mese, perchè è stupendo e perchè credo chiuda perfettamente questo post.

* per i più pettegoli: la prima volta in cui ho mangiato in un ristorante stellato è stata all’anniversario del primo anno di matrimonio, da Pierino Penati. Talmente a nostro agio nel contesto che Paola quasi sviene vedendo il menù senza prezzi (galanteria riservata alle signore e che lei ha genuinamente tradotto in “qui ci inculano a sangue”). Potrei citare molte scene analoghe, ma la più simpatica resta quella in cui chiedo il conto, il cameriere risponde: “Certamente, glielo porto subito. Gradisce una grappa?” e io penso: “Va che bel gesto, offrire una grappa in un ristorante così chic ad un poveraccio come me.”. Me l’hanno fatta pagare. Otto euro. Mi sale ancora oggi l’odio solo a pensarci. Per me potrebbe chiudere ieri.
La seconda volta invece è stata per l’anniversario dei cinque anni e siamo andati da Innocenti Evasioni. Decisamente meno a disagio della prima volta, fatico però a ricordare un singolo piatto di quella cena e questo credo non sia un bel segnale. Non ero uscito insoddisfatto o scontento, solo indifferente e, visto il prezzo, non è una bella cosa. Ricordo uno dei vini che mi avevano proposto in associazione ad un piatto però, infatti mi capita ancora oggi di ricomprarlo. Online.