Ho dato via un disco di Kevin Devine

Giorni fa mi sono messo a “ripulire” la mia collezione di dischi, un po’ per questioni di spazio, un po’ perchè tra i diversi CD che ho sul mobile ce n’erano alcuni che non avevano motivo di esserci. Certa roba vecchissima ereditata da mia moglie, ma che lei in primis non sa dire cosa ci facesse sullo scaffale e altra roba che mi è arrivata nei pochi anni in cui ho recensito dischi. 
Di quest’ultima categoria fa parte anche un disco piuttosto carino di Kevin Devine, che però ho comunque deciso di dare via.
Il motivo è che ho un problema etico con Kevin Devine e adesso provo a spiegarvelo.

KD è stato per tantissimo tempo legato ai Brand New, giravano insieme, erano amici. Soprattutto con Jesse. Wikipedia dice anche che al cantautore ha giovato questo legame, per costruire la propria fanbase e la propria carriera. 
Riporto integralmente (fonte): “Devine was able to gather a strong fan base as a result of his exposure through touring with Brand New (who were also formerly signed to Triple Crown Records). First appearing as their opening act on their 2004 spring tour, Devine made a small splash among their fan base; however, opening for them again in April 2006 and joining their 2007 Spring tour with Manchester Orchestra greatly increased his fan base and affected his career. Devine also toured solo with Jesse Lacey of Brand New.
Nulla di male eh, anzi. 
Sono le cose belle del far parte di una scena: supportarsi, tirarsi fuori, fare gruppo.
Nel novembre 2017 però sono venute fuori le accuse a Jesse da parte di alcune fan, accuse di cui ho parlato qui ai tempi e su cui non voglio tornare. I Brand New avrebbero dovuto suonare a Londra poco dopo, con Kevin Devine come sempre al seguito.
Fu lui primo a comunicare, tramite Facebook, di non voler più prendere parte a quel tour. 

Ognuno sulla questione ha la propria visione. Quello che Jesse ha fatto non lo so, quello che si dice abbia fatto è terribile. A differenza di altri non ci sono state ripercussioni concrete e io tendo ad essere garantista, ma è ampiamente difficile ipotizzare che una storia del genere emerga senza fondamenta reali.
Quando è uscita, tantissimi all’interno della scena hanno iniziato a parlare di Jesse e della sua condotta, come fosse un gigantesco non detto di cui tutti erano a conoscenza da tempo e di cui nessuno aveva mai trovato la forza di parlare.
Lo sapevano tutti quindi, tranne chi ha passato con Jesse tantissimo tempo in tour e in studio, definendolo in più riprese “un amico”.
Questa cosa a me fa un po’ schifo.
Quando uscirono le accuse verso Kevin Spacey, Netflix cancellò immediatamente House of Cards ed uscirono tantissime accuse di comportamenti tossici dell’attore sul set dello show. Per me, che sono persona eccessivamente netta, delle due, l’una: le accuse sono vere e Netlfix ha sempre saputo chi avesse in casa, ma non ha mai voluto mettere mano al problema fino a che è stato inevitabile, oppure le accuse sono false e Netflix ha preso decisioni unicamente sulla base del moto popolare, negando qualsiasi supporto al proprio attore per non avere contraccolpi di immagine ulteriori.
In entrambi i casi è un comportamento orribile, ma Netflix è un azienda e Spacey un dipendente, posso capire le cose vadano in quel modo in un rapporto di lavoro.
Non in una scena, non tra amici.
Se non hai i coglioni per rivendicare un’amicizia quando è dura, sei un uomo da poco e mi fai un po’ schifo.
Quindi il tuo disco lo do volentieri via, senza rimpianti.

La mia testa funziona così.
Per quanto rivendichi ogni cosa che ho scritto fin qui, sarei ipocrita a tenere altre considerazioni fuori dalla fotografia. 
Con ogni probabilità, c’è da tener presente che la brutta fine dei Brand New io l’ho vissuta malissimo e forse un bersaglio su cui convogliare il mio livore mi serve più che altro per gestire la perdita. Scegliere Kevin Devine per lo scopo è più semplice che scegliere Jesse, perchè alla fine della fiera le canzoni dei Brand New per me sono ancora oggi una cosa indiscutibile, mentre di quelle di KD posso fare a meno. Razionalmente è uno stronzo, quindi funziona bene anche inconsciamente come valvola di sfogo, e pazienza se togliendo lui dall’orribile equazione che dà come risultato la morte dei Brand New, il risultato non cambierebbe, basta non pensarci troppo.
Mille anni fa ero preso bene per il secondo disco dei Lostprophets, poi come il resto del mondo ho scoperto che Ian Watkins è un uomo di merda che deve marcire in galera (dove effettivamente è stato rinchiuso, nota non marginale).
Da allora non ho più avuto la forza di mettere il disco e quando passo in rassegna i CD per ripescare qualcosa che non ascolto da anni, il loro lo salto sempre di proposito. Anche se mi andrebbe, magari, mi forzo a lasciarlo stare.
Il disco però è ancora sul mobile, non l’ho dato via.
Come dicevo, la mia testa funziona così.
Male, probabilmente.

Di Whatsapp, Facebook, annunci pubblicitari e altre ovvietà

Se c’è una roba a cui sono radicalmente contrario sono le armi giocattolo.
Non starò qui a tirare pipponi sul perchè, non credo sia difficile da intuire anche per chi non la pensa come me, prendiamolo come punto di partenza per un discorso diverso.
In casa mia armi giocattolo non ne entrano, i bambini non ne hanno mai chieste, non è qualcosa di cui si parla o che può capitare di cercare su Google o Amazon perchè, ovviamente, non regaliamo neanche agli altri cose a cui siamo contrari.
Durante le feste, in una delle chat Whatsapp che condivido con amici, uno di loro ha girato la foto in cui imbraccia una sorta di mega cannonazzo regalato al figlio.
Qualcuno gli ha risposto pensando fosse una pistola ad acqua, lui ha precisato che no, era una pistola e basta.
Io non sono intervenuto, perchè l’argomento come detto non mi interessa. Non ho commentato, non ho scritto nulla in merito e dopo qualche messaggio si è passati a parlare d’altro, come normale.
Da allora, su Facebook, sono tempestato da annunci come questo:

La prima volta mi è balzato all’occhio proprio perchè qualcosa di davvero molto lontano da me e così ho iniziato a farci caso. Da allora me lo ritrovo ormai in Facebook su base quotidiana e credo sia lo stesso cannone della foto, o comunque una roba molto simile.
Allora mi è sorta una domanda: è una coincidenza che Facebook abbia iniziato a promuovere a me quel tipo di prodotto, una roba che non trovo neanche tra i consigli sul mio profilo Amazon, proprio dopo quella discussione avuta su Whatsapp?
E’ una roba un pochino paranoica, cospirazionista, così ho pensato che probabilmente ci fosse una spiegazione dietro un po’ più semplice e ho chiesto a twitter.

Qui tocca fare un piccolo inciso.
Il 90% delle risposte che mi sono arrivate era una rielaborazione del concetto: “beh ma ovvio zio”. Siccome chi mi risponde è gente che mi segue da un po’, l’essere trattato come un coglione probabilmente dice più di me di quanto dica di chi mi ha risposto, oltretutto visto che hanno risposto in diversi.

La prima ondata di interazioni arrivatami sottolineava che Whatsapp e Facebook fossero parte dello stesso gruppo/azienda. Questa cosa (che incredibilmente sapevo anche io che vivo a Gessate) per alcuni è sufficiente a giustificare che una conversazione privata tra amici venga letta da un algoritmo, profilata ed utilizzata per scopi commerciali e di marketing.
Una parte del mio lavoro è legata all’utilizzo di dati utente e quindi ho dovuto  (e devo tutt’ora) occuparmi di GDPR. In azienda abbiamo un consulente, ovviamente, perchè non ho le competenze per capire le cose da me, ma mi rifaccio a quello che mi è stato spiegato e se c’è una cosa chiara è che i DATI PERSONALI non possono essere utilizzati o condivisi* senza richiesta di consenso, che deve essere chiaro, esplicito e preciso (tipo una richiesta specifica per ogni utilizzo). Non mi interessa entrare in quel dettaglio, il dubbio però è che il contenuto delle conversazioni non è quello che io associo al concetto di “dati personali”. I dati sono quelli anagrafici, di posizione, eventuali foto profilo ecc…, ma quello che scrivo nelle mie conversazioni private deve essere e restare privato.
O almeno credo.
Chiarito il fatto che non sia formalmente sufficiente che due aziende appartengano allo stesso gruppo perchè si scambino i miei dati come pare a loro, sono iniziate ad arrivare le mie risposte preferite:
“Sarà probabilmente scritto nella policy che nessuno legge”.
Oh, è vero, sono il primo a non averla letta eh.
Però se faccio una domanda a cui non è evidentemente obbligatorio rispondere, o hai letto la policy e mi dici “E’ scritto lì” e allora stai fornendo elementi utili alla discussione, oppure CHE CAZZO SERVE?
Posso ipotizzare da me che ci sia scritto nella policy che lo fanno, se lo fanno.
Lì ho un filo sbroccato.

In ogni caso, anche solo per rispondere stizzito a chi mi scriveva sta cosa (vi amo tutti, non abbiatene a male <3) sono andato a leggermela io quella cazzo di policy e recita quanto segue:

Quindi NO, se Whatsapp e Facebook scansionano le mie discussioni private per profilarmi a livello commerciale, lo stanno facendo senza dirlo apertamente.

Ma lo stanno davvero facendo?
Probabilmente no. E’ vero che la potenza di questi colossi è tale da poter piegare spesso le regole (o ignorarle proprio), ma è anche vero che su questo tema specifico probabilmente avrebbero più da perdere che da guadagnare facendo una cosa così apertamente contraria alle normative. Inoltre credo che ci siano persone ben più sgamate di me (eufemismo), in ambito informatico oltretutto, che uno “scandalo” di questo tipo probabilmente l’avrebbero già portato a galla, magari facendoci sopra dei bei soldi.
Mentre sbroccavo su questo post e rispondevo su twitter come fossi su un forum nel 2003, fortunatamente qualcuno ha capito cosa andassi cercando e mi ha fornito una spiegazione plausibile, che per la legge tanto cara ad Occam probabilmente è anche quella più vicina alla verità:

Bingo!
Il mio profilo utente, quello sì cannibalizzato apertamente da qualsiasi azienda per i peggio scopi commerciali, probabilmente clusterizza (sì, lo so, ma avete capito) con altri in cui quel tipo di ricerca è comune. Aggiungiamoci il fatto che, appunto, fossimo sotto Natale e quindi che moltissimi padri della mia età cercassero quel tipo di regalo su Amazon ed ecco spiegata la “coincidenza” anche da un punto di vista di timing.
Il motivo per cui Amazon non mi mostra quei suggerimenti quando sto sul loro sito è probabilmente dovuto al fatto che loro hanno dati molto più centrati da usare e possono essere più vicini alle mie reali esigenze. As simple as that.
Certo, la prova provata che sia così non ce l’ho, ma mi sembra una spiegazione migliore di quella che vede multinazionali giganti agire contro la legge, impunite.
Ad essere onesto, in questo momento sono più colpito da quante persone invece diano per scontato di essere al centro di quel tipo di trattamento e lo ritengano addirittura scontato.
A cominciare da me eh, prima di fermarmi a pensare e chiedere aiuto a chi ne sa di più.

*Nota: ero convinto, quello sì, che Facebook e Whatsapp potessero condividere tra loro dati personali senza violare GDPR. E’ anche scritto nella loro policy, se ho letto bene, ma in realtà non è del tutto vero. Quest’altra info utile arriva invece da Ale-Bu e Felson. Thx!

Il 2020 di Manq

Brindisi con la tisana, cinque giorni in Trentino, la scoperta dello slittino, la bronchite (before it was cool), Aero Gravity, il corso PADI (che ridere), Kobe, BoJack Horseman, dov’è Bugo?, i voli per le vacanze, il COVID, le scuole chiuse, Elisabetta, le curve, le mascherine che non ci sono, il lockdown, Disney+, Ice Age saga, lo smart working, i DPCM, il diario dall’isolamento, radersi per la prima volta dopo quasi vent’anni, i cori dai balconi, Baldur’s Gate, la mamma di Marco, 39, i primi concerti in streaming, i runners, i risotti della Domenica, lo scandalo della Lombardia, la birra e il vino, le dirette Zoom con gli amici, la 400tv che ritorna, l’ansia, chef in camicia, salta il canguro, 9 anni di noi, 5 anni di Puffo n°1, Silvia Romano, black lives matter, i giri in bicicletta, Cars, si torna a vedere le persone, il dramma degli aperitivers, i test sierologici, il rientro in ufficio, gli abusi delle imprese nelle richieste di CIS, Zanardi, il rimborso dei voli contro ogni previsione, i banchi a rotelle, la notte in tenda, lo skate, i vent’anni dalla maturità, il weekend enogastronomico in Toscana, BBQ River a Trezzo, Burzum, il Trentino (Reprise), la Toscana (Reprise, with shame), Immuni, il negozio Vans che ha chiuso, Ibra, Cobra Kai, la gara di grilling, Revenge Season completed, la vita su Venere, il caso Suarez, il referendum, il primo giorno d’asilo, la seconda ondata, i meme di GoT, le mascherine che ci sono (ma nessuno vuole mettere), la colpa a chi è andato in vacanza, lockdown pt. 2, la cassoeula da asporto, #IllBeSoberWhenItsOver, la cameretta nuova, Biden, l’insonnia, la maestra di Torino, Frozen, Gordon Hayward, Maradona, la patrimoniale, il vaccino, le zone colorate, salvare il Natale, Paolo Rossi, il cashback, 3 anni di Puffa n°2, Natale salvo a metà, di nuovo isolati, la neve, il tampone per tutti e tutti negativi.

Ciao 2020, quella è la porta.

The Great Dismal

Ieri ho pubblicato la classifica dei dischi del 2020 e, come ovvio accadesse, dopo undici mesi e tre quarti a non trovare niente di rilevante in quello che ascoltavo, oggi mi è saltato fuori questo disco qui su FB.
Mentre scrivo sono immerso nel primo ascolto e mi sembra un disco superlativo, quindi ho deciso di farci sopra un minipost perchè, oltretutto, aggiungendo questo disco alla mia Top 5 porto in equilibrio simbolico i dischi con le chitarre e quelli senza, che è una roba importante.
Un disco shoegaze sul mio blog, 2020 at its finest.

I dischi del 2020

Il 2020 é stato un anno orrendo, non lo ribadiremo mai abbastanza, musicalmente poteva forse redimersi?
Magari sì eh, solo non per chi scrive.
Un fatto insindacabile è che quest’anno ho avuto zero tempo per sentirla, la musica. Forse lo scrivevo qui sopra tempo fa, forse no (non ho cazzi di controllare), ma non sono il tipo che mette su la musica quando c’è altra gente intorno. Crescere ascoltando roba che non piace mai a nessuno che frequenti ha scolpito in me un certo pudore e ho sempre l’impressione, che poi impressione non è, di rompere i coglioni.
Anche in casa se devo mettere un disco deve essere roba che piace ai bambini o che piace a mia moglie, il che chiude il cerchio ad una decina di dischi e un paio di playlist censurabili.
La musica io me la ascolto in cuffia la notte o in macchina da solo e ‘sto lockdown ha eliminato la seconda e ben più sfruttata circostanza, creandomi un bel collo di bottiglia.
Sarebbe facile quindi dire: “Annata di merda perché non ho ascoltato dischi”, ma di fatto ho comunque ascoltato abbastanza roba per fare una Top 10, solo che non sono riuscito a tirarci fuori più di cinque lavori che mi sembri sensato citare. Tipo: il nuovo dei Touché Amoré è un brutto disco? No, a tratti addirittura “Cazzo, no!“, eppure mentirei se dicessi che lo reputo un disco rilevante. Biffy Clyro? Sentito una volta, mai provato l’esigenza di rimetterlo su una seconda. Magari lo faccio adesso, ma di metterlo in classifica non se ne parla, direi.
Cazzo tengo fuori pure l’ultimo Envy, che voglio dire è comunque una roba con molte cosine al posto giusto, eppure non credo possa mai capitarmi di dire a qualcuno “Dovresti ascoltarti ‘sto disco” e questa mi pare davvero una conditio sine qua non per accedere alla classifica dei migliori dischi dell’anno.
La verità è che 2/3 piuttosto che far partire uno di questi dischi mettevo qualcosa di vecchio. Non vecchio nel senso di qualcosa che sta tra i miei ascolti routinari, categoria con cui è sempre ingiusto fare paragoni, ma semplicemente qualcosa a cui mi approcciavo per la prima volta nonostante fosse uscita tempo prima.
Ci sono poi tutti quei dischi di cui si chiacchiera tantissimo e che si leggono ovunque in classifiche di questo tipo, ma che io lascio volentieri ascoltare ad altri, non per alternativismo, ma proprio perché non sono la mia cosa. Tre nomi per tutti: Idles, Fountains DC e Phoebe Bridgers.
Quindi?
Quindi i cinque dischi che per me vale la pena segnalare di questo dannatissimo 2020 sono questi:

L’ordine è casuale, son tutti belli per motivi diversi e nessuno è davvero in grado di staccarsi dagli altri, in positivo o in negativo.
Dargen ha fatto un disco molto disomogeneo, con episodi che mi irritano come mai prima (Jacopo, per dire) e picchi che stanno probabilmente ai vertici della sua produzione. I secondi sono più dei primi, quindi posto in classifica meritato.
Gli Elephant Brain li ho approcciati perché conosco uno dei ragazzi che ci suona, ma è forse il disco a cui ho dato più ascolti nel 2020. Ne ho già scritto, non ripeto.
Nella mia vita credo di aver ascoltato fino alla fine un numero di dischi di Hip Hop USA che si conta sulle dita della mano di una tartaruga ninja, uno di questi è RTJ4, che è riuscito addirittura a diventare un ascolto ricorrente e qualcosa vorrà pur dire. Un disco clamoroso uscito mentre da quelle parti, letteralmente, si sparava per strada e questo vuol sicuramente dire qualcosa.
Melee dei Dogleg è il disco con le chitarre di questo 2020 (demmerda), quello che più di tutti avrei voluto veder suonare live. Non è un disco con chissà cosa dentro, a parte i pezzi, ma sono ancora uno di quelli per cui i pezzi contano e quindi eccolo lì.
L’ultimo è il disco di Speranza, che ho ascoltato unicamente perché leggevo solo cose bellissime in merito e volevo verificare come facessero a sbagliarsi in così tanti. Invece, SPOILER, ero prevenuto io. Rap Italiano + Caserta me la immaginavo combo ideale per il classico omaggio a Gomorra che non è mai dato sapere quanto sia fake e quanto in malafede (no, non ho sbagliato a scrivere), invece mi ha ribaltato. In primis perché il ragazzo ha un tiro pazzesco, ma poi perché riesce a raccontare la sua realtà con appartenenza, ma senza venderla per forza come una figata o un mondo a cui tendere. È proprio una roba onesta e cruda, che va controcorrente rispetto alla scena in cui si inserisce e che anche quando spinge pesa sui problemi del proprio contesto lo fa come punto di partenza per sviluppare argomenti, non come punto di arrivo su cui parlarsi addosso. Boh, disco pazzesco senza troppi cazzi questo qui, inutile che mi ci metta io a spiegarlo.

Niente, questo è quanto. Leggendo in giro ci sono un botto di classifiche più complete o prestigiose della mia, fate affidamento su quelle senza pensarci un secondo. Oggi però guardavo ad esempio quella di Kerrang! e pensavo che se non è stato un anno terribile per la musica, deve esserlo stato quantomeno per la redazione di Kerrang.

Come va?

Qui ormai non si dorme più.
Un po’ mi sento stronzo perché ultimamente mi pare di fare quello che si piange addosso nonostante sia evidente che i cazzi veri, fortunatamente, al momento stiano altrove. Magari scriverlo mi aiuta a ficcarmelo in testa. Il solito discorso delle prospettive.
Boh.
Che non si chiuda occhio resta un fatto.
Un mix di ansia, paura, stress e stanchezza mentale, credo.
Ho di fatto perso la percezione del tempo, mi ritrovo ogni due per tre a dover far mente locale per collocare temporalmente questo o quell’avvenimento e spessissimo sbaglio. Il 2019 é simultaneamente ieri e l’anno in cui sono avvenute cose lontanissime, cose che comunemente definiamo come “successe una vita fa”. Che poi, fondamentalmente, è vero.
Imbruttirsi, un giorno alla volta. Lentamente ed inesorabilmente. Il peso del tempo che scorre con la sensazione (manco troppo sbagliata) di non poterlo sfruttare è insopportabile. Non per tutti magari, ma qui si fa una fatica fottuta.
È vero, non siamo manco in lockdown. Ancora. Però la bolla che ci separa da ‘sto merda di virus continua a stringersi e mostrare qualche crepa. Poi magari tiene eh. Speriamo. Magari andrà davvero tutto bene.
Se vivi costantemente impegnato a non pensare a tutti i possibili scenari orribili che la tua testa lista alla voce: “domani”, una situazione in cui l’incertezza del futuro è il principale argomento di qualsiasi discussione non è propriamente la tua cosa.
Mangio un sacco, a volte anche se non ho fame. Al mattino non mi peso più da un po’, perché riesco simultaneamente a dire: “Vaffanculo, cazzo mi frega? Al massimo mi metto a dieta POI. Ora non è aria.”, ma poi non ho neanche i coglioni di affrontare le conseguenze di ‘sta presa di posizione. Non mi peso e il problema non esiste.
Ho il drammatico bisogno di avere almeno un problema a cui posso scegliere di non pensare.
Più probabilmente avrei bisogno di cacciare la testa in un cuscino, piangere, bestemmiare e sfogarmi almeno un po’. Far uscire cose.
Invece mi sforzo tantissimo di provare ad essere quello che ha tutto sotto controllo, quello che se si spacca una tubatura mentre il figlio è in isolamento cautelare e quindi non si può chiamare un idraulico, la prende a ridere.
Ma cosa ridi cosa, cretino?
E infatti eccomi qui a lagnarmi nel mio posticino segreto, che è sí accessibile letteralmente al mondo intero, ma è invisibile alle tre/quattro persone che davvero mi interessa proteggere dalle mie debolezze. Quindi ‘sticazzi.
Questi. Grandissimi. Cazzi.
Son le due di notte. In cuffia ho la solita roba tristona che mi sparo quando parto per ‘sti post deliranti.
Adesso spengo tutto, la abbraccio e provo a dormire.
Ci sto credendo. Vedo la meta.
Era davvero questione di allentare le valvole e svuotare il serbatoio, forse.
Domani si riparte con il lavoro, l’asilo che non c’è e i meme di Game of Thrones.
Intanto però, quello che dal 2005 é un blog che non legge nessuno, incidentalemte, é anche il salvagente che mi tiene a galla quando serve davvero.

Lavorare da casa

No, questo non vuole essere un altro articolo che spiega perchè lavorare da casa non dovrebbe essere definito smart working (anche se credo nel proseguo lo farà comunque), il mio è più un tentativo di rispondere ad una semplice domanda:

Il lavoro da casa è la soluzione a cui dovremmo tendere?

Risposta breve: no.
Se avete voglia, ora vi potete ciucciare la risposta lunga.
Premessa d’obbligo: il ragionamento esula dalla contingenza specifica in cui il COVID esiste e ci costringe ad un certo tipo di riflessioni. Il mio punto di partenza è provare a ragionare sul domani, quando in un sistema pandemia-free si dovrà decidere come ristrutturare la normalità lavorativa e pare che la discussione al momento sia polarizzata su due uniche possibilità: tornare al lavoro esattamente come prima, oppure rendere definitivo il passaggio al lavoro da casa per tutti coloro che possono farlo.
Come scenario mi pare povero di fantasia, sinceramente, ma se non credo servano articoli di approfondimento per sancire come un ritorno al lavoro pre-COVID sia un’idiozia sotto tantissimi punti di vista, è meno facile far passare il concetto che anche cristallizzare l’home working come panacea per un domani felice sia un discorso come minimo superficiale, che può andare giusto bene per bestemmiare addosso a Sala su twitter. 
Il primo motivo per cui per me lavorare ognuno nel proprio guscio domestico non è una soluzione sostenibile su larga scala è di tipo sociale. Se c’è qualcosa che ho imparato dal mondo in cui viviamo è che meno contatti ci sono con l’esterno, più diventiamo stronzi. Tutto ciò che non ci tange, letteralmente, diventa nel migliore dei casi trascurabile e nel peggiore fonte di paura, con le facili conseguenze che è inutile stare ad elencare. Ci sarà sempre chi è più empatico e chi meno, chi è più incline a guardare oltre al suo naso e chi meno, ma di base chiudersi nella propria realtà è il modo più semplice per nascondere sotto il tappeto le realtà altrui. E ne facciamo le spese tutti, perchè tolti gli estremi della campana, ognuno di noi ha qualcuno che sta peggio da cui vuole tutelare il proprio privilegio e qualcuno che sta meglio a cui spera di fottere il posto.
Chi più chi meno, ovviamente, ma sui grandi numeri la razza umana funziona così.
Senza rapporti diretti che lo rendano un individuo, il prossimo diventa unicamente un fastidio che limita in qualche modo la nostra esistenza. La frase “non ce l’ho coi gay, ho tanti amici gay” come giustificazione all’omofobia è una minchiata in primis perchè è falsa: se hai tanti amici gay davvero, è impossibile tu ce l’abbia coi gay. Puoi avercela coi gay solo se per te diventano una categoria estranea, astratta ed incomprensibile, di cui l’assenza di riscontri oggettivi rende possibile credere qualsiasi cosa. L’ignoto che fa paura. Questo è anche il motivo per cui l’omofobia nel tempo andrà a sparire, perchè sempre più persone entreranno in contatto diretto con l’omosessualità e capiranno che [SPOILER] non c’è nulla di cui avere paura.
E’ questo il valore di una società, l’interazione che porta integrazione.
In una società dove ormai si può compartimentare la vita privata  (reale ed online) creando vere e proprie bolle, dove grossomodo qualsiasi servizio è domiciliabile e larga parte delle attività non necessità più di coinvolgere il prossimo, il lavoro resta uno dei pochi ambiti in cui non è possibile scegliere con chi ci si dovrà relazionare. Se ci si pensa, questa cosa non è più vera neppure per la scuola, dove l’avvento dell’istruzione privata ha permesso di infilare i figli in contesti “elitari”, che con la scusa di un’istruzione migliore di fatto forniscono a genitori (idioti) la pia illusione di avere i propri eredi al riparo dalle brutture del mondo. Il primo motivo per cui, secondo me, l’istruzione dovrebbe essere forzatamente pubblica, ma sto divagando. Il succo del mio discorso sta nel vecchio detto per cui parenti e colleghi non te li puoi scegliere, con l’aggravante che i parenti puoi decidere di non frequentarli, mentre i colleghi no. Ed è una roba da salvaguardare. 
Oltre a questo aspetto, l’annullamento di confini tangibili tra la vita privata e la vita lavorativa, prima definiti ad esempio dagli spostamenti, rendono molto più sfumati i limiti dell’orario di lavoro e possono comportare difficoltà nell’esercizio del “diritto alla disconnessione”, specie quando sul piatto della bilancia per lo sdoganamento del telelavoro si continua a parlare dell’importanza di lavorare per obbiettivi, in contrapposizione al concetto vecchio stile di “orario lavorativo”. Intendiamoci, l’idea di base per cui chiudere un progetto sia più importane che lavorare 8 ore la condivido anche io, ma spesso si fa finta di non sapere che gli obbiettivi di massima il lavoratore dipendente li subisce, non li definisce e in un contesto in cui lavorare da casa diventa argomento di trattativa, il ritorno che l’altra parte esige per sacrificare la propria smania di controllo è difficile non impatti sulle richieste proprio in termini di obbiettivi. Se il presupposto sarà: “Ok lavorare da casa, ma devi dimostrare di essere efficiente”, per me l’orizzonte diventa un baratro.
Chiudo col discorso produttività, su cui spero sia inutile soffermarsi: chi non ha voglia di lavorare difficilmente lavora, a casa quanto in ufficio. Per tutti gli altri credo il bilancio vada a zero e per ogni persona che riduce un po’ la propria produttività tra le mura domestiche ce n’è probabilmente una che la incrementa. Parlando unicamente della mia esperienza personale, quando lavoravo in ufficio e avevo possibilità di farmi un giorno di lavoro da casa, quel giorno ero iper produttivo. Ora che la routine è lavorare da casa, non credo di essere più efficiente di quando ero in ufficio perchè parte del mio lavoro dipende da altre persone, con cui interagire da remoto è di fatto più complesso, e questo genera alcuni limiti nel circolare delle informazioni. Non dipende da nessuno ed è qualcosa che probabilmente si risolverà nel medio periodo, ma di fatto è uno dei motivi per cui trovo peggiorata la qualità del mio lavoro, da quando sono a casa in pianta stabile.

Quindi dobbiamo tutti tornare in ufficio come prima?

Risposta breve: no.
È ovvio ci siano evidenti limiti al sistema che abbiamo considerato normale nell’era pre-COVID, limiti che non solo tendono a rendere insostenibile quel meccanismo nel prossimo futuro, ma che alla luce di quanto sperimentato in questo 2020 non ha senso rimettere in atto senza trarre il minimo insegnamento. 
Se prima dicevo che i tempi di trasferimento sono un modo per scandire lo stacco tra lavoro e vita privata, il fatto che per molti questi tempi fossero di ore, in situazioni molto poco confortevoli e/o ad impatto ambientale drammatico è qualcosa che non può e non deve passare inosservato ora che abbiamo potuto dimostrare non si tratti di una necessità inderogabile.

Quindi?

Io non ho una soluzione certificabile, ma se devo pensare ad uno scenario che credo possa essere in ogni caso meglio dei due estremi di cui si discute, su cui scommetterei come investimento per il futuro, questo prevede spazi di lavoro condivisi in ogni centro abitato, in proporzione al numero di abitanti.
Luoghi dove si può andare a piedi o in bicicletta, vicino casa, magari sulla strada da e per la scuola dei figli. Luoghi dove si può interagire con altre persone, pranzare e bere il caffè con altre persone, che fanno lavori diversi e hanno stipendi diversi. Luoghi che potrebbero rendere vivi centri abitati che di fatto sono dormitori per lavoratori che poi migrano in città dalle 7 alle 20, congestionandola. Luoghi che potrebbero creare esigenza di attività corollario di ogni tipo: tutto ciò che facciamo in posti comodi perchè “vicini all’ufficio” potremmo farlo in posti comodi vicino a casa. Lavoro che genera altro lavoro.
Magari questa idea ha seimila risvolti negativi che la rendono utopica o più semplicemente stupida, non lo so, fortunatamente il futuro della locazione dei posti di lavoro non dipende da questo blog. Resto tuttavia convinto che una società senza interscambio tra persone sia destinata a gravissimi problemi e, purtroppo, l’interscambio va spinto perchè la tendenza dell’uomo è alla segregazione.
E a me la segregazione fa schifo.

Cobra Kai

Era tanto tempo che non divoravo una serie TV.
Le ultime serie che ho approcciato le ho mollate quasi tutte per strada e se ripenso alle ultime sessioni di binge watching vero l’unica cosa che mi viene in mente è il rewatch di Scrubs*. Non esistono più serie interessanti? Non credo, ma sono diventato tremendamente pigro e soffro un po’ l’effetto buffet di fronte ai cataloghi sconfinati di Netflix e compagnia. Tantissime portate, la curiosità di vederle tutte, ma al contempo il terrore di iniziare una cosa che non mi piace e quindi sprecare tempo prezioso che posso invece dedicare ad attività molto più sensate tipo il refresh compulsivo del mio feed Twitter.
Ne usciremo tutti migliori, dicevano.
Ad ogni modo la scorsa settimana è uscita su Netflix Cobra Kai, la serie che racconta le avventure di Johnny Lawrence dopo Karate Kid e ho deciso di guardarla con Paola. Ne avevo sentito parlare bene già ai tempi in cui uscì su youtube, ma non avevo mai approfondito perchè convinto prima o poi di poterla vedere, solo che a distanza di anni ancora non l’avevo fatto. Un side effect noioso che le piattaforme di streaming legale hanno avuto su di me è la totale mancanza di sbattimento nel voler vedere roba pirata. La pazienza di trovare i link, la qualità che spesso fa schifo, le pubblicità ed i rischi per la sicurezza informatica: tutte menate che i servizi a pagamento ti risparmiano, viziandoti. Per questo ormai o una roba esce in uno dei siti che pago (al momento Amazon Prime Video, Netflix e Disney+) oppure per me non esiste. Sono un anziano e gli anziani, oltre a divagare continuamente mentre scrivono il loro blog, sono pigri.
Tornando sul punto, sto giro se dio vuole per rimanerci, due giorni fa io e la Polly abbiamo approcciato questa nuova serie finendoci dentro con tutte le scarpe e guardando due stagioni in grossomodo un giorno e mezzo. Il motivo è semplice: è una serie stupenda.
Ok, la prima stagione è stupenda, la seconda piuttosto sotto tono, ma ha comunque i suoi momenti ed un buon finale e quindi nel complesso promuovo anche quella.
Quel che fa Cobra Kai è essenzialmente prendere l’idea alla base di una gag pensata dagli sceneggiatori di How I Met Your Mother (ref.) e farci sopra una serie vera e propria in cui si prova a guardare il mondo con gli occhi del cattivo, per scoprire che WHAT A SURPRISE la realtà è un po’ più complessa di quel che poteva apparire e quindi che è sempre utile provare ad analizzare tutti i punti di vista di una storia prima di parlare di buoni e cattivi, visto che la storia la scrivono i vincitori. Lo so, uno legge una cosa del genere e pensa che lo step successivo a Cobra Kai sia “Mussolini ha fatto anche cose buone”, ma non è lì che voglio andare a parare. La cosa interessante nel vedere le cose da più prospettive è che si può trovare conferma dell’impressione iniziale e corroborarla con uno spessore nuovo. E il Johnny Lawrence di Cobra Kai non è tanto diverso da quello del film, non diventa magicamente “un buono”, però è un po’ meno bidimensionale e fa affiorare le ragioni alla base dei suoi comportamenti sbagliati permettendo di empatizzare e quindi aprendo la porta ad una certa autocritica sociale: se empatizzi con gli stronzi e ne comprendi le ragioni, sei un po’ stronzo anche tu. Come è stronzo Daniel LaRusso che però, a differenza dello spettatore, è radicato nella sua convinzione di stare dalla parte del bene per via di tutti quei pistolotti zen di Miyagi, vede il mondo unicamente dalla sua prospettiva e non realizza quanto sia bullo e prevaricatore pure lui, invaso di una autoassoluzione che trova pari solo in Adinolfi e nei Talebani. La serie si gioca tutta lì: non vuole rivalutare nessuno, sposta solo il confine tra buoni e cattivi (anzi, diciamo che praticamente lo toglie) e infila tutti sullo stesso piano, cosa che fanno notare grossomodo tutti i personaggi di contorno, a turno. Perchè non è una serie particolarmente sottile eh, non pensiate ci voglia chissà quale bilancino per misurarne i contenuti. E’ scritta in indelebile a punta grossa, ma è scritta bene.
Il motivo per cui però vale davvero la pena guardare Cobra Kai è che è davvero uno spasso. Durante la prima stagione, soprattutto, io ho riso tantissimo (e pure mia moglie). E poi, finalmente, non è un prodotto hipster che prende l’estetica anni ’80 e la ricicla unicamente per moda e senza alcun tipo di necessità reale (penso a 13 o Stranger Things, per esempio). Qui gli anni ’80 hanno un peso specifico serio e, come Johnny Lawrence, vengono ripescati e presentati nella prospettiva giusta, che spesso li espone ad un giudizio severo, ma altre volte spinge a riflettere su quanta ipocrisia ci sia in chi li vuole denigare a priori. La chiave di lettura infatti è anche quella: il messaggio machista del cinema e della TV anni ’80 è evidentemente uscito sconfitto dal giudizio del tempo, viva dio, ma non per questo oggi lo si deve guardare come ad un male assoluto e degenere capace di produrre solo disadattati e persone prive di capacità relazionali. Anzi, forse la risposta a quel tipo di cultura ha spostato il piano eccessivamente oltre, creando nuove problematiche e fragilità a cui quel tipo di approccio, diciamo alpha, potrebbe fare del bene. Insomma, l’importante è trovare un equilibrio e usare la testa, invece di tapparsi occhi e orecchie gridando “è sbagliato e basta”.
Io almeno l’ho letta così.
Per chiudere, se devo dare un riferimento di cosa sia Cobra Kai, per me la similitudine migliore è “L’ispettore Coliandro del karate”, perchè per quanto le serie siano diverse tra loro, hanno il medesimo scopo e due protagonisti scritti con la carta carbone.
– Buone queste banane fritte.
– Sono platani.
– Ah, qui le chiamiamo BANANE.
Se non è una battuta di Coliandro questa allora non avete mai visto Coliandro. E non è l’unica.

* Sì, ho riguardato Scrubs e mi è piaciuto di nuovo perchè sono una persona orribile che non riesce a cambiare prospettiva sul mondo come dovrebbero fare tutte le persone cool e veramente di sinistra. My bad.

The Sadist Nation

One Nation under the gun
Where forward thinking is shunned
A morbid tradition
Of archaic value systems
Where violence justified
Is just another pride
Under the surface lies
A holy plastic empire
With guarded golden fences
Where misfortune
Shelters decisions
A pain wrought from blood flowing green
The myth of protection
Is a sick fascination
A culture of violence is what you are feeding
Fear is an heirloom
And hate is contagious
A Nation of sadists is what you are breeding
It’s everywhere
It’s everywhere that you see
But who decides
If you watch or turn the other cheek
And only in your mind
Is it your given right to be armed to the teeth
It’s a common disease
The only immunity is to disarm
This holy plastic empire disease

Burzum

Non so bene perchè, ma ad una certa Burzum è diventato un fenomeno pop, credo in maniera piuttosto analoga a quanto è successo al logo dei Black Flag, anche se nel caso di Burzum non mi risultano ruoli attivi da parte di Fergie.
Burzum, che di nome fa Varg Vikernes, è stato uno dei musicisti cardine del movimento black metal scandinavo, oltre ad uno con come minimo qualche problema di testa e di sicuro qualche problema con la giustizia. Non mi ha mai interessato più di tanto approfondire il personaggio, la sua storia, e tracciare limiti più definiti tra le cose che ha fatto, quelle che si dice abbia fatto e quelle che lui sostiene di aver fatto. Potrebbero tranquillamente essere tre insiemi privi di intersezioni, per quanto ne so. In fin dei conti parliamo di uno che fa musica che ho speso larga parte della mia vita a disprezzare ed osteggiare.
Perchè ne parlo, allora?
Facile, perchè oggi il tizio se n’è uscito con questo tweet:

In pratica Burzum se ne sta a fare quello che immagino faccia di solito, ovvero dissertare di supremazia, elitarismo e cultura della razza, solo che si trova al cospetto di tanti, a suo giudizio troppi, nazisti della domenica che non hanno capito nulla della questione. Capitelo: parliamo di un misantropo sociopatico che sta bene a suo agio unicamente nei boschi che si trova costantemente assediato da situazionisti impuri che pensano di essere dalla sua parte quando è evidente non solo che non ci dovrebbero stare, ma che lui non ce li vuole.
E’ normale inizi a mettere i puntini sulle svastiche.
Prima facendo notare come l’italiano tipo, che Burzum ha identificato in Aranzulla probabilmente dopo un crosscheck tra numero di follower e info su wikipedia*, non abbia connotati prettamente europei, poi gettando il cuore oltre l’ostacolo e tirando in mezzo addirittura Salvini, trovandolo effettivamente poco credibile nella sua veste sovranista.
I risvolti poetici di tutta questa faccenda mi sembrano evidenti, ma si può ridere ancora di più andando a leggere tutti i vari tweet collegati alla vicenda, tra cui il mio preferito in assoluto è probabilmente questo:

So che non sarebbe il caso di ridere di gente del genere, ma io resto convinto che quello di Burzum sia un grandissimo messaggio: “smettetela di fare i suprematisti, inferiori di merda.”
Per qualcuno questa roba non dovrebbe stare su twitter e forse ha anche ragione, però da persona adulta a me fa sempre piacere quando i nazisti lo sono apertamente e dichiaratamente, tipo sti due idioti. Mi fanno molta più paura (e trovo molto più pericolosi) quelli che non lo danno a vedere.
Un saggio diceva che non dovremmo permettere ai nazisti di togliersi l’uniforme e fingere di non esserlo.
Onestamente non mi sento di dargli torto.

* gag.