Turning Japanese

Viaggiare è una delle mie passioni principali, oggi, e le dedico un sacco di tempo. La maggior parte di questo ovviamente non è speso effettivamente viaggiando (magari), ma pianificando vacanze che forse non farò mai. Ho nel cassetto una tonnellata di itinerari, più o meno realizzabili, ma c’è un posto che non so perché non ho mai davvero considerato: il Giappone.
Non dico non ci andrei, ma di certo ci sono un sacco di altre destinazioni a cui darei la precedenza, avendo la possibilità. Eppure ci sono tantissimi aspetti della cultura nipponica che mi incuriosiscono e appassionano. Il primo, certamente, è la cucina.

Mangiare giapponese, a casa mia, è grossomodo sempre coinciso con l’andare in uno di quei ristoranti ormai comunemente chiamati All You Can Eat e sfondarsi di “sushi”, inteso come accozzaglia varia di pesce crudo e riso in proporzioni variabili. Leggenda vuole che la maggior parte di questi posti sia in realtà gestita da cinesi perchè 1) quando qualcosa è fake tendiamo a dire sia cinese 2) quando qualcuno è giallo tendiamo a dire sia cinese. Il fatto che entrambe queste motivazioni vi sembrino (a ragione) razziste non implica siano false.
Io ho uno splendido rapporto con i ristoranti giapponesi All You Can Eat, secondo solo a quello che ha mia moglie. Paola mangerebbe giapponese AYCE sempre, potendo farlo. Ha anche fatto un corso di cucina per imparare a fare maki e nigiri e devo dire che quando ha tempo di cimentarcisi le riescono esattamente come quelli fatti dai cinesi. 

In questo inizio di 2019 però ho avuto la possibilità di estendere un minimo la mia cultura sulla cucina giapponese, affacciandomi a due realtà che alzano il livello di parecchie spanne.
La prima esperienza è stata a fine gennaio, da Iyo.
Iyo è un ristorante giapponese stellato di Milano e, per i motivi che ho citato sopra, ho pensato potesse essere una buona idea regalare a Paola per Natale una cena da loro. 
Per il teorema del “se fai una roba, falla bene”, associato al comma “già che stai spendendo una fucilata, non stare a guardare il centesimo (pezzente)”, ho optato per il menù degustazione che, se masterchef mi ha insegnato qualcosa, dovrebbe essere il modo migliore per farsi un’idea del concetto di cucina proposto da uno chef. Il menù di Iyo comprendeva nove portate tra carne, pesce e dessert.
E’ stata un’esperienza mistica.
Lo so cosa state pensando: dopo che hai speso una cifra folle per mangiare, psicologicamente sei portato a pensare sia stato tutto buonissimo per quell’istinto che abbiamo tutti e che tende ad evitarci la spiacevole sensazione di sentirci dei coglioni, specie quando si parla di spendere soldi.
E invece no, perchè seppur non sia assiduo frequentatore di certi ristoranti (#graziealcazzo), non era la prima volta che mi capitava di mangiare in un ristorante stellato, ma la terza, e nessuna delle precedenti due mi aveva dato le stesse sensazioni. Anzi.*
Non starò qui a fare una disamina di tutte le portate, mi limiterò alla classifica delle mie tre preferite:
3° Ika somen 
2° Sashimi di Berice
1° Sushi IYO
Quest’ultimo ve lo racconto anche: 5 pezzi di “classico sushi” inteso come boccone di riso con sopra il pesce. Ricciola, capasanta, gambero crudo marinato, ventresca di tonno e anguilla. 5 gusti completamente diversi, ognuno dei quali mi ha fatto dire “OH MIO DIO IL MIGLIOR SUSHI DELLA MIA VITAAAAAHHH”.
Potendolo fare, tornerei a mangiarci ogni altro giorno che Dio manda in terra. 

La seconda esperienza invece l’ho fatta potendo sfruttare un regalo della mia azienda che, per festeggiare i cinque anni insieme, mi ha offerto una cena per due persone da Yazawa
Yazawa è l’unico ristorante d’Europa che permette di mangiare manzo wagyu giapponese cucinato al tavolo con un sistema tradizionale che, da che ho capito, è stato legale giusto in una finestra di mesi che ha permesso al titolare di aprire il locale, garantendogli l’esclusività.
Il giudizio su questa seconda esperienza però non è positivo quanto il precedente, seppur per motivi che esulano dalla soddisfazione che si prova nel mettersi in bocca del wagyu. Quella è incontestabile e mi rende felice di averla potuta sperimentare, soprattutto senza dover pagare di tasca mia.
Non tanto perchè fosse caro (lo era eh, anche se un filo meno di Iyo), ma perchè il prezzo pagato non vale, a mio avviso, la soddisfazione che se ne trae. Lo dico chiaro: sono uscito dal ristorante affamato e non mi capitava davvero a tantissimo tempo. Posso capire che la materia prima costi e che su quella si tenda a lesinare, ma almeno sul corollario potrebbero evitare di farsi venire il braccino. Il mio dessert, un gelato al matcha, stava in un bicchierino da shot che andrebbe stretto ai finger food più striminziti. Ed è gelato, cazzo, mica caviale.
La carne però, lo ribadisco, è davvero una roba che prima di assaggiarla non te la puoi immaginare. Parlandone con il ragazzo che ci ha serviti, gentilissimo, ho appreso che un manzo Wagyu giapponese costa circa 90K euro. Il corrispettivo Australiano, Neozelandese o Tedesco (i tre paesi principali in cui si alleva quella tipologia di bestia) sta intorno ai 6K euro al capo. Una chianina va per i 3.000 euro, mentre un manzo “standard” di solito costa sui 1.500. 
Li vale? Boh, ognuno ai soldi da un valore diverso. Per me, onestamente, non abbastanza da pensare di poter ripetere un’esperienza del genere, a meno di andare in Giappone, ma li lo farei per ragioni che vanno anche oltre il cibo.

Due cene molto diverse che però hanno contribuito a dare a questo mio 2019 una forte impronta nipponica, che però è andata ben oltre il cibo.
Ad inizio gennaio ho anche scoperto che sul finire del 2018 gli Envy hanno fatto uscire un EP di due pezzi che si chiama Alnair in August.
Il primo dei due lo metto qui sotto perchè è la cosa che ho ascoltato di più nell’ultimo mese, perchè è stupendo e perchè credo chiuda perfettamente questo post.

* per i più pettegoli: la prima volta in cui ho mangiato in un ristorante stellato è stata all’anniversario del primo anno di matrimonio, da Pierino Penati. Talmente a nostro agio nel contesto che Paola quasi sviene vedendo il menù senza prezzi (galanteria riservata alle signore e che lei ha genuinamente tradotto in “qui ci inculano a sangue”). Potrei citare molte scene analoghe, ma la più simpatica resta quella in cui chiedo il conto, il cameriere risponde: “Certamente, glielo porto subito. Gradisce una grappa?” e io penso: “Va che bel gesto, offrire una grappa in un ristorante così chic ad un poveraccio come me.”. Me l’hanno fatta pagare. Otto euro. Mi sale ancora oggi l’odio solo a pensarci. Per me potrebbe chiudere ieri.
La seconda volta invece è stata per l’anniversario dei cinque anni e siamo andati da Innocenti Evasioni. Decisamente meno a disagio della prima volta, fatico però a ricordare un singolo piatto di quella cena e questo credo non sia un bel segnale. Non ero uscito insoddisfatto o scontento, solo indifferente e, visto il prezzo, non è una bella cosa. Ricordo uno dei vini che mi avevano proposto in associazione ad un piatto però, infatti mi capita ancora oggi di ricomprarlo. Online.

A grande richiesta: un pezzo sulla Juve

Venerdì stavo discutendo di calcio su whatsapp con alcuni amici. Gli strascichi della supercoppa italiana erano ancora freschi e, pur non trattandosi della più grande ingiustizia calcistica ogni epoca, per alcuni c’era materiale a sufficienza per gli ormai classici ricorrenti discorsi sulla rubentus.
Alla fine della discussione mi sono uscite un paio di riflessioni che sul momento mi sembrava interessante sviluppare, ma che non ero sicuro potessero portare a discorsi sensati e/o interessanti.
Quindi ho chiesto a Twitter.

Se avessi potuto votare, avrei votato “No, ti prego. NO.”, ve lo dico per onestà intellettuale. Ormai però il dado è tratto, quindi eccoci qui.

La Juventus è la prima squadra d’Italia: per fama (soprattutto recentemente), per tradizione sportiva (concetto su cui evito di soffermarmi), ma soprattutto per numero di tifosi. Wikipedia stima la tifoseria bianconera tra i 12 e i 14 milioni di italiani, 34% di share, ma il dato è del 2016 quindi potrebbe essere anche sottodimensionato, viste le continue vittorie e l’arrivo di CR7.
Son tante persone.
E’ chiaro che la fede calcistica sia in tutto assimilabile a quella religiosa, dove la percentuale dei “credenti non praticanti” è ormai molto superiore a quella dei true believers. Tifosi che non guardano le partite e che non sanno chi giochi nella loro squadra, di solito Juventini per tradizione familiare. Eppure, se ci pensate, è comunque una montagna di gente che vive bene, se non addirittura con orgoglio, il sentirsi parte di un’entità spesso associata a nefandezze e scandali di varia natura. NOTA: se non avete più ben chiaro se stia parlando della Juve o della Chiesa Cattolica è già un primo punto che dovreste segnarvi, perchè sto andando proprio a parare da quelle parti lì, ma non voglio correre.
Il 34% della popolazione, dicevamo. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che tutte queste persone siano il nostro comune amico negazionista per cui il gol di Muntari non era entrato, quello su Ronaldo non era rigore, Mussolini Moggi ha fatto anche cose buone e comunque #eallorailPD #ealloraPerugia? Quelli sono la minoranza folkloristica con cui ci piace ed è giusto accanirci, ma non sono il problema. Il problema è la maggioranza “silenziosa”, quella che sa di supportare una società che ha piegato i valori sportivi al proprio potere, con mezzi leciti e illeciti, e che ancora oggi gode di questo sistema pur non avendone bisogno, forse addirittura suo malgrado. Questa la spiego meglio perchè detta così suona male. Avete presente, nei film o nelle serie TV, il malavitoso che giunto all’apice della ricchezza e del potere prova a “ripulirsi”, uscire dal giro dell’illegalità e costruirsi una nuova vita? Di solito passa per buono e invece è solo uno che ha barato per avvantaggiarsi sugli altri e poi pretende di godere dei frutti del vantaggio ottenuto da impunito. Come non fosse successo nulla, come fosse stato più bravo degli altri giocandosela ad armi pari. Ecco, la Juve oggi è chiaramente una squadra che per potere economico e per qualità di organico non ha più avversarie, in Italia. Potrebbe dominare giocandosela unicamente sul campo eppure, esattamente come capita ai malavitosi dei film e delle serie TV, non riesce a tranciare col suo passato, vuoi perchè ormai certe cattive abitudini sono radicate in lei al punto da essere inevitabili, vuoi perchè l’ambiente circostante continua a relazionarcisi sulla base di chi ha dimostrato di essere in passato e non di chi vorrebbe essere oggi. E’ più chiaro? Spero di sì.
E’ impossibile trascurare che, se il calcio è il passatempo principale del nostro Paese, è perchè sa essere specchio dello stesso. Come potrebbe essere altrimenti? Non serve guardare al calcio per comprendere che in Italia abbiamo un problema con la legalità, ma è illuminante (credo) fermarsi a fare qualche analogia.
Se c’è una cosa, su tutte, che trovo rivoltante della Juventus è la sua gestione della condanna ottenuta con calciopoli, in particolare la revoca degli scudetti. C’è una sentenza di tribunale che non solo la società decide di ignorare, ma che viene trasformata in un simbolo del proprio potere, del proprio essere sopra la legge e sopra le parti. Il meccanismo, ancora una volta, è quello del malavitoso che non solo gabba le istituzioni, ma se ne bulla tra la propria gente conscio di restare impunito. Si fa un continuo parlare del cattivo esempio che Gomorra darebbe ai giovani, ma il calcio promuove le stesse dinamiche, se ci pensate. 
E infatti così è: la società Juventus affigge scudetti revocati nel proprio stadio, a monito, e la FIGC non solo abbozza, ma manda la nazionale a giocare nello stesso stadio, legittimando di fatto questo comportamento e piegando la giustizia al volere del più forte. Esattamente come in Gomorra, non fosse che nel telefilm alla fine arriva sempre un proiettile a dimostrare che nessuno può farla franca a vita. A conti fatti, unico elemento di finzione della serie.
Quindi gli juventini sono tutti brutte persone? . No.
Qui è dove il pippotto si fa, forse, finalmente interessante.
Se parcheggi in divieto e prendi la multa, lo stronzo è sempre il vigile. Quando la Juve delegittima la giustizia sportiva, così come quando Berlusconi delegittima la magistratura, non sta “creando un precedente”, sta consolidando o se vogliamo istituzionalizzando un malcostume. E’ drammaticamente più grave.
Per i tifosi avversari prendersela con la Juventus e gli juventini è ormai la regola, ma basta addentrarsi un minimo in qualsiasi discussione da bar per comprendere come a farla da padrone non sia la voglia di giustizia, ma l’invidia. Ancora una volta, il meccanismo è lo stesso che ha portato i Grillini al potere gridando alla kasta e ai privilegi, se ci pensate.
Vincere rubando una partita di calcio non è un problema per nessun tifoso, il problema si pone solo se la possibilità di rubare viene data anche/solo ad altri. Qui il parallelismo è quello con le tasse, da cui è nata l’idea di questo post: l’Italia è il primo Paese europeo per evasione dell’IVA (ref.). Se è vero che non tutti coloro che possono evadere evadono, è certamente vero che non tutti coloro che non possono evadere resterebbero onesti gli venisse concessa la possibilità. Non possiamo fingere la differenza stia solo tra chi ruba e chi no, perchè è chiaro il meccanismo si fondi su tutti quelli che ruberebbero se potessero. Perchè, implicitamente, a questa larga fascia di pubblico non interessa sanare il sistema, ma solo riscattare la propria posizione di svantaggio, il proprio ruolo nell’ingranaggio. 
Io sono milanista. Ogni volta che guardo una partita del Milan contro la Juve finisco bestemmiando e con i bruciori di stomaco. Ogni volta. Non mi capita molto spesso, invece, di riflettere sul fatto che anche il Milan sia stato condannato ai tempi di calciopoli, che anche il Milan abbia favorito di un certo potere mediatico e societario negli anni addietro. Ultimamente noto costantemente il trattamento viscido che la stampa di settore ha nei confronti del Milan, ma dubito sia improvvisamente morto il giornalismo sportivo (anche se di certo non è migliorato). Più facile pensare che dieci anni fa la stampa fosse servile anche con noi e che io non me ne rendessi conto, o peggio, lo accettassi senza problemi.
Io sono milanista e credo nulla mi farebbe godere di più che vincere un derby con un gol irregolare o un rigore inventato. Io, quindi, sono parte del problema. Non sono una vittima. E forse dovremmo provare tutti quanti a chiederci che ruolo abbiamo in questa vicenda.
Il calcio è decisamente un fenomeno strano. Non c’è nulla di bello nel guardarlo, inteso come spettacolo: il campionato italiano è da tempo ormai dominato dalla tattica, le partite sono lente e stagnanti, mediamente di una noia letale. Senza quella componente emotiva ingiustificata data dal tifo credo mi sarebbe  impossibile approcciarlo ed è una cosa che per esempio non mi capita con l’NBA, di cui guardo le partite come puro intrattenimento.
E’ davvero come per la religione, forse sarebbe ora di razionalizzare e capire che vivremmo meglio senza. 
Magari però iniziate voi, sto giro. Io aspetto ancora un attimo.

NBA All-Star Game 2019

E’ iniziato il 2019!
Dopo diversi anni passati ad autoimpormi di fare il post conclusivo per l’anno, nel 2018 ho deciso che anche basta e così ho scollinato senza nemmeno un augurio.
Buon 2019, cari lettori!
Concluse le formalità è tempo di iniziare con il piede giusto una nuova stagione di pubblicazioni e quale potrà mai essere il modo migliore se non presentando la mia selezione per il prossimo NBA All Star Game?
Ecco i quintetti.

E ora, immancabile, la spiega.

WEST:
Davis: attualmente il mio giocatore preferito della lega. Devastante sotto ogni punto di vista, c’è solo da sperare che prima o poi finisca in un contesto che gli permetta di giocarsi qualcosa di serio. Possibilmente non a Golden State.
Doncic: che meraviglia.
Gallinari: con Danilo non c’è più l’amore che c’è stato anni fa. Ultimamente mi era entrato non poco in antipatia, vuoi per il pugno in nazionale, vuoi per le dichiarazioni dell’anno scorso o vuoi anche solo per la scelta di inseguire i soldi. Però come la ignori la stagione che sta facendo?
Rose: fosse possibile, lo voterei in tutte e cinque le posizioni. Deve andare all’ASG. Vederlo tornare rilevante è una delle più grandi soddisfazioni sportive che mi ha regalato il 2018.
Murray: volevo votare uno di Denver e non avevo più spazio tra i lunghi. Vale?

EST:
Embiid: altro giocatore che amo parecchio, in una franchigia che all’inizio mi stava simpatica e che invece adesso mi da un po’ in culo. Sta facendo una grandissima stagione direi, confermandosi uno dei centri dominanti della lega. Direi indiscutibile.
Antetokounmpo: tutti lo amano, io no, ma quest’anno sta giocando da MVP e non votarlo credo invalidi la scheda in automatico.
Leonard: anche qui, non certo un mostro di simpatia, ma dopo tutto il baillame con gli Spurs era molto in dubbio stessimo ancora parlando di un giocatore vero, invece è tornato e con la nuova canotta sta facendo più che bene. Lo voto più che altro perchè ha inguaiato San Antonio.
Walker: quota Charlotte, soprattutto visto che se lo gioca in casa. Che incidentalmente sia anche il miglior realizzatore ad est, oggi, non guasta.
Richardson: sorpresissima di quest’anno. Ovviamente ci sarebbero altri da votare prima di lui, ma mi stanno tutti sul cazzo.

Grandi esclusioni:
Direi nessuna. Però meriterebbero un voto sia Carter, che Wade, che Dirk per farsi l’ultima passerella. Dateglielo voi.

Bohemian Rhapsody

Ieri, davvero contro ogni previsione, sono andato a vedermi il film sui Queen.
Non credevo che alla fine lo avrei visto, certamente non al cinema: la storia dei Queen non mi sembrava avesse davvero nulla che valesse la pena raccontare e dal punto di vista musicale ho smesso di ritenere i Queen rilevanti grossomodo in terza media.
Come capita a volte però ho iniziato a chiacchierarne con alcuni amici su whatsapp, tra cui un fan piuttosto hardcore che se lo era già sparato due volte e che avrebbe fatto volentieri tripletta qualora mi fosse servito un accompagnatore, e mi sono fatto tirare in mezzo. Esistono cose peggiori di andare al cinema a vedere un film che non ti interessa, persino dell’andare a spararsi un film brutto.
L’unica curiosità vera che avevo nei confronti di questo Bohemian Rhapsody stava nel livello di adorazione per il Grande Artista che ci avrei trovato dentro.

Qui serve una nota che normalmente avrei messo in fondo usando un asterisco, ma che invece è necessario inserire subito a spaccare il discorso.
E’ il  2005, sono con lo stesso amico di cui sopra in un negozio di board game a Romano di Lombardia per acquistare i premi per i vincitori di un torneo di giochi di ruolo che avevamo messo in piedi. Nello stesso negozio c’è sto bergamasco che pare uscito da una gara di sosia di Freddie Mercury: stessi abiti, stessi baffi, stessi ray-ban a specchio. Non siamo ad un concerto dei Queen o di una cover band, non è carnevale, non è Halloween. E’ un cazzo di sabato mattina  qualsiasi di settembre e sto tizio è agghindato come Freddie Mercury in un negozio di giochi da tavolo. Il mio amico inizia a parlarci dei Queen, come se non fossimo al cospetto di un individuo di cui avere paura, e nel discorso il cantante è sempre e solo nominato con l’appellativo di Grande Artista.
Lo ricordo come fosse successo ieri.

I fan dei Queen sono una setta religiosa. Come in tutte le religioni ci sono delle sfumature nel credo di ciascuno, il fondamentalismo non è prassi, però a tutti gli adepti è comune l’approccio per cui l’argomento vada trattato con rigore, rispetto e senza mai mettere in discussione nemmeno per sbaglio il monoteismo su cui si radica. Non sono tantissimi i gruppi musicali che “godono” di una fanbase di questo tipo. I Queen sono la band del nerdismo musicale, dando a nerdismo l’accezione più dispregiativa possibile. Arrivando dai GdR so quello di cui parlo, non a caso moltissimi nerd hanno la fissa dei Queen.
Era quindi tutto sommato scontato trovarsi di fronte ad un’opera evangelica in cui il Grande Artista magari non moltiplica pani e pesci, ma scrive l’intro al piano di Bohemian Rhapsody di getto, in una posizione in cui pure Beethoven avrebbe qualche difficoltà e in piena euforia post coito.
Il mio amico non ha notato questa cosa, ma si è accorto che nel film mostrano il processo di scrittura di We Will Rock You con Freddie Mercury che ha i baffi, quando tutti sanno che i baffi sarebbero arrivati dopo. Voglio bene al mio amico eh, ma è sempre per darvi il quadro.
La verità però è che tutto sommato il livello di devozione e riverenza messo in campo non infastidisce più di tanto e permette al film di andare avanti tranquillo sui binari di qualsiasi altra favola del cinema, con lo stesso ritmo, gli stessi cambi di tono tra gli atti e le stesse dinamiche tra i personaggi. Che, se vogliamo, per un film sui Queen è una scelta quasi meta.
L’unico obbiettivo del film è portarti sul palco del Live Aid e farti montare la pelle d’oca quando attacca Hammer to Fall.
Ce la fa?
Sì, mannaggia al cazzo, ce la fa eccome.

Se sei nato negli anni ’80 credo sia illegale non aver avuto un passato in qualche modo segnato dai Queen. Io ce l’ho avuto alle medie, quando il Greatest Hits II era il mio disco del cuore insieme a Fronte del Palco di Vasco e Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. 
I miei pezzi preferiti erano quelli più caciaroni: I Want It All, Invisible Man, One Vision, Hammer to Fall, Breakthru, le chitarre di Innuendo. Forse ci si poteva vedere già una certa propensione alla merda che avrei amato negli anni a seguire, non so. Killer Queen mi ha sempre e solo spaccato i coglioni, forse uno dei casi più eclatanti di titolo fuorviante della storia della musica.
Crescendo ho imparato ad allontanarmi dalla devozione che chi ascolta i Queen ha per i Queen e, tolta quella, non mi è rimasto poi molto tra le ragioni per andare avanti a metterli in cuffia, così l’ho piantata lì.
Questa mattina ho deciso di provare a riascoltare il Live @ Wembley dell’86 e, come pronosticabile, ho avuto seri problemi ad arrivare in fondo. L’accoppiata A Kind of Magic / Under Pressure non la tolleravo nemmeno a 10 anni, così come non ho mai sopportato il pubblico che canta drammaticamente fuori tempo Another One Bites the Dust. Dio, che fastidio. A Brighton Rock Solo ho spento tutto.
Non basta un film di propaganda ben fatto per farmeli rivalutare, ecco.

Forse però, se non avete due ore e passa da dedicare ad un gruppo di cosplayer che promuove il Verbo sul grande schermo, avete venticinque minuti per riguardarvi la loro performance al Live Aid del 1985.
Credo che, tutto sommato, ci siano modi peggiori anche di impiegare 25 minuti.

La polemichetta su Anastasio

Quest’anno non ho guardato X Factor.
Credo sia il primo anno da quando pago Sky, quindi dal lontano 2012, in cui non seguo il Sanremo della mia generazione. Fa strano perchè il mio abbonamento Sky ormai comprende solamente il pacchetto base, tenuto proprio per poter seguire gli show principali del canale satellitare: Masterchef e, appunto, X Factor.
Il primo lo abbiamo abbandonato l’anno scorso, il secondo quest’anno. Potrei quasi disdire il servizio, ma non divaghiamo.
Quest’anno non ho seguito X Factor essenzialmente per due motivi:
1) trovo ormai il format di una noia ciclopica, sia per le cento puntate che impiega ad arrivare ai live, sia per la struttura dei live stessi.
2) dopo aver visto la prima puntata non ho trovato nessuno dei concorrenti degno del mio tempo, che preciso valere davvero molto poco.
Come capita per Sanremo però, è impossibile vivere il mese della kermesse senza sapere cosa ci stia capitando dentro, quindi pur non avendoli sentiti suonare sono arrivato a ieri ampiamente a conoscenza di chi fossero i vari Anastasio, Naomi, Luna e compagnia cantante (ihihih). Normale amministrazione per chi vive in una società e non necessita di essere convertito da indomiti missionari.

Il banco me l’ha fatto saltare ieri Noisey, pubblicando un’incredibile inchiesta  (!!!) riguardo Anastasio, poche ore prima della sua incoronazione (SPOILER! Va scritto prima?). I temi centrali dell’articolo sono essenzialmente due: le simpatie del ragazzo per gente poco raccomandabile come Salvini, Trump e Casa Pound e quanto queste rendano possibile/plausibile il PERCORSO dello stesso sulla via del RAP. Uso il caps lock per certe parole perchè me lo ha insegnato AMARGINE.
In merito al primo argomento credo ci sia poco da dire. Non ho stima per quei personaggi, non ho stima per chi li segue o li supporta, nè per chi li vota. Diciamo che mi fa proprio schifo tutto quello che sta intorno a quel mondo lì. Che è merda senza appello nè possibilità di redenzione. Chiaro, spero.
Il secondo argomento invece è un po’ più sfaccettato, a mio avviso. Cito dal pezzo di Noisey:

[…]una serie di preferenze politiche piuttosto singolari per qualcuno che da grande vorrebbe essere un rapper.
[…]sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fino alla chiusa che, a a costo di sembrare troppo malizioso, suona come “magari non fatelo/facciamolo vincere”.

Io non lo so se un rapper non possa essere di destra/fascista.
Non ho ascoltato più di tanto rap nella mia vita, ultimamente forse qualcosa in più, ma certamente non abbastanza da parlarne in termini generali. Ho ascoltato, anche mio malgrado, un bel po’ del rap italiano però e, onestamente, non mi sono mai posto la domanda di cosa votassero Gue Pequeno, Marracash, Fabri Fibra o anche solo J-Ax ai tempi degli Articolo 31.
I testi non sono un parametro utilizzabile per farsi questo tipo di idea, ho imparato. Ci ho messo un po’ perchè nel mondo musicale da cui vengo io dei testi mi sono spesso curato pochissimo, ma quando proprio volevano avere una dimensione di denuncia sociale, tendevano a prendere una posizione piuttosto netta.
Col rap non è così, mi dicono. I testi del rap italiano hanno una portata diversa perchè spesso il rapper è un personaggio distinto dalla persona che vive fuori dai palchi e molte volte quello che finisce dentro al racconto è l’immagine cruda della società, descritta per quello che è senza necessariamente ci sia in chi la descrive una sorta di “approvazione” ai comportamenti di cui si parla. Una variante del concetto di “retweet is not endorsment”, se vogliamo. E’ contorto, lo so, però è una chiave di lettura che esiste a prescindere dalla mia capacità di comprenderla. Lo sbaglio di noi vecchi è cercare o peggio trovare messaggi dove non ce ne sono, in estrema sintesi.

Se non posso basarmi sui testi, non ho molto altro per farmi un’idea sulle preferenze politiche di un rapper, quindi a meno di voler pensare che nessuno dei cento miliardi di rappusi (cit.) che infestano il nostro Paese voti a destra, direi che c’è ampio margine per credere che si possa tranquillamente fare rap votando Salvini, Berlusconi, Casa Pound e pure Hitler, fosse ancora eleggibile.
Certo, come dice Salmo “qualcosa non torna”, ma Salmo è lo stesso che come primo punto della sua agenda politica ha la pace fiscale, quindi qualcosa non torna manco a me. Disco di Salmo clamoroso, by the way.
Conclusione 1: fare il rapper avendo simpatie di destra non è impossibile e non credo manco tanto singolare, checché ne dica Noisey.

La seconda parte del pezzo sarebbe dovuta essere sui parametri che secondo Noisey una persona dovrebbe valutare prima di ascoltare della musica o supportare un’artista. Siccome non credo di essermi mai annoiato così tanto a scrivere un pezzo come questa volta (non lo cestino solo perchè temo di non scriverne altri a dicembre e quindi di finire per bucare il mese), la faccio brevissima.
Se Anastasio sceglie di rendere pubblica la sua ideologia politica è giusto che chi ritiene quel parametro importante nella definizione del proprio gusto musicale agisca di conseguenza. Mi chiedo se queste persone si accertino delle preferenze politiche di ciascun cantante che ascoltano o se la regola sia “fino a che non me lo sbatti in faccia ti do il beneficio del dubbio”. In questo secondo caso, se lo chiedete a me, c’è un elefante nella stanza.

La terza parte del pezzo avrebbe dovuto fondere questa storia con la questione di Sfera Ebbasta e del dibattito che è scaturito dalla tragedia di Corinaldo. Anche qui, la faccio breve: una volta un tizio mi diceva che tanta musica ti spinge ad accendere il cervello anche solo per capire che ti vuoi dissociare da quel che stai sentendo. Ed è una roba importantissima.
Come è importante trovare nella musica una valvola di sfogo per il malessere che tutti vivono in adolescenza. Da vecchio quale sono posso solo sperare che i miei figli ascoltino roba che non capisco, roba violenta,  irrispettosa, truce, radicale, ignorante e vivadio BRUTTA IN CULO. Il momento di preoccuparsi è quando tuo figlio sembra vivere nella pubblicità dei biscotti, perchè quella roba lì non è che non c’è, è solo che non la vedi.

Pezzo più brutto e inutile del 2018? Direi di sì.

Honestly, I’m a mess

Il disco dei Sorority Noise con gli underscore nel titolo è uno di quei dischi che mi destabilizzano emotivamente, forse l’unico uscito negli anni in cui non ho più tempo, voglia o attitudine a farmi cambiare l’umore da delle canzoni. Lo ascolto e mi viene voglia di piangere, urlare, vomitare fuori emozioni che ormai sono abituato a relegare in un non meglio precisato contenitore a tenuta stagna che credo stia da qualche parte tra le mie budella.
Quando dicono che la vita alla fine ti piega penso sempre ad un discorso di omologazione, ma è probabile sia più una roba legata alla capacità di provare emozioni senza doverle per forza di cose controllare. Alla base c’é la stessa necessità del quarantenne che si lancia col paracadute o che si imbuca alle feste universitarie: trovare il maledetto contenitore, farci un buco e lasciar filtrare fuori qualcosa.
Non so se ci sia altro in grado di definirci vivi se non il provare qualcosa di inspiegabile che monta dalla pancia e ti sale su per la colonna vertebrale senza che tu riesca a capirne il motivo, senza che tu possa razionalizzare.
Chiamatela crisi di mezza età, se volete, nel mio personale caso credo sia tutto legato al fatto che meno mi sento vivo e meno penso al fatto che non lo sarò per sempre e, sarà banale, ma dopo anni di insonnia e attacchi di panico va gran bene così.
Per questo odio questo maledetto disco.
E per lo stesso fottuto motivo continuo ad ascoltarlo.

Gay bride

Da qualche tempo seguo Giuditta Pini su FB.
In quel marasma che è l’attuale PD, tra il voto favorevole in Senato per la legittima difesa e il ritorno sotto falso nome di un’iniziativa vecchia di almeno tre anni e comunque fallimentare (giusto a citare le ultime due cazzate che ho letto a tema Partito Democratico), mi sembra una ragazza con qualcosa da dire. Non sono sempre allineato, come ovvio che sia, ma la seguo volentieri. 
Oggi sul suo profilo spingeva questo evento.

Io non capisco.
In cosa dovrebbe essere diverso un matrimonio gay da un matrimonio etero, se non per i gusti sessuali della coppia coinvolta? Non mi risulta i gay necessitino di fornitori specializzati in termini di abiti, non mi risulta esistano servano catering specializzati in cibo omosessuale, non credo i gay necessitino di servizi dedicati per la scelta della location dove sposarsi o degli addobbi da utilizzare.*
Perchè una coppia gay non dovrebbe andare al canonicissimo salone wedding? Ha davvero bisogno che tutti i presenti siano gay o che gli espositori sappiano che stanno trattando con dei gay?
Sono sincero eh, chiedo perchè magari una spiegazione sensata esiste e sono solo io che non la vedo.

Quello che vedo, magari sbagliando, è un’operazione di marketing.
Per carità, niente di male in principio, non fosse che gioca con un concetto che trovo spiacevole: ghettizzare.
Lo so, anzi no, posso immaginare sia difficile dover costantemente combattere per ottenere cose che ad altri sono garantite. Capisco che ad un certo punto sia legittimo pensare “vaffanculo” e crearsi la propria nicchia dove poter essere se stessi senza dover chiedere permesso o scusa. L’obbiettivo però dovrebbe restare il condividere gli spazi senza sentirsi fuori posto, no?
Parlandone su twitter sono venute fuori alcune possibilità che in qualche modo giustificherebbero l’esistenza di questa cosa fuori da un mero concetto di marketing:
1) I gay non possono accedere alle fiere per sposi tradizionali. Mi pare davvero assurda, come ipotesi. Ricordo quando andai a Berlino e mi misi in coda con la mia morosa dell’epoca per entrare in un gay club di cui avevamo letto molto bene in termini di proposta musicale. Ricordo la coda infinita e sto buttafuori che ci si avvicina e ci dice che non possiamo entrare “perchè etero”. I due ragazzi in fila dietro di noi, gay, trovarono la cosa insopportabile. Ricordo che uno dei due chiese se avesse dovuto in qualche modo dimostrare di essere gay per accedere al locale. Follia, appunto. Non ci voglio nemmeno pensare a questa ipotesi, sarebbe davvero una roba ultra violenta, anche per i tempi che corrono.
2) Nelle fiere tradizionali non possono esporre aziende gay oriented. Questo è possibile, nel senso, immagino che qualche associazione cattofascista del cazzo possa aver protestato all’idea che nel CENTRO SPOSI si favorisse il peccato. Di nuovo però, perchè mai dovrebbero esistere aziende espositrici DEDICATE ai matrimoni gay? Un matrimonio è un matrimonio. Quando ho preso l’abito per sposarmi mica mi hanno chiesto se sposavo una donna. 
A meno che mi diciate che le aziende espositrici tradizionali si rifiutano di offrire servizio alle coppie gay. In quel caso servono aziende dedicate. Ora, il mondo è bello perchè è vario**, quindi che possa esistere qualche azienda che si rifiuta di incassare soldi omosessuali unicamente su base ideologica posso anche crederlo. Spero fallisca, ma posso credere esista. Il punto è: possono davvero essere tutte così? Non è legittimo pensare che la stragrande maggioranza delle realtà che offrono servizi ai matrimoni, accettino di guadagnare su qual si voglia coppia?

Non so, davvero, più ci penso e più iniziative così mi sembrano un passo indietro invece che avanti.
Poi magari la risposta è banale: crei situazioni del genere per sbattere in faccia la realtà a chi ancora non la vuol vedere, per gridare al mondo la tua esistenza. Ecco, forse questo potrei capirlo.
Mi resta il dubbio sia questo il caso però. Resta che se togli GAY e ci metti una qualunque altra minoranza, vuoi etnica, vuoi religiosa, l’iniziativa continua a sembrarmi impresentabile.

* se, caro il mio omofobo, stai ridacchiando sotto i baffi perchè immagini un matrimonio gay come una sorta di carnevale di Rio, mi preme provare a farti riflettere sul fatto che i matrimoni etero non sono affatto garanzia di sobrietà ed eleganza. Quindi, anche volendo immaginare che un matrimonio gay debba forzatamente essere esagerato/estremo (cosa che ovviamente non è), non sarebbe nulla di nuovo per chi organizza matrimoni etero. Basta guardare quattro matrimoni.

** è una merda per lo stesso motivo.

L’amatriciana GIUSTA

Ci sono essenzialmente tre motivi per cui mi arrogo il diritto di scrivere la ricetta dell’amatriciana GIUSTA pur non essendo di Amatrice e avendoci anzi messo 2/3 abbondanti della vita a realizzare che non si chiamasse “pasta alla matriciana”:
1) Ho il giusto livello di ODIO verso le rivisitazioni gourmet.
2) Ho fatto un corso dedicato alle paste alla romana.
3) Se Enzo al 29 avesse una tessera frequent eater, la mia sarebbe d’oro.

Perchè l’amatriciana? Perchè dei sughi alla romana è l’unico che sono capace di fare. Pur essendo semplicissimi e composti da un numero minimo di ingredienti, infatti, i primi piatti laziali nascondono una miriade di insidie e realizzarli nel modo GIUSTO è una sfida che non è facile superare.
Prendiamo la carbonara, per esempio. 
In casa mia, da anni, sono abituato a mangiare spaghetti con la frittata. Li faceva mia madre e li fa anche la Polly. Mi piacciono eh, tanto anche. Però non posso non riconoscere siano una variante sbagliata perchè la ricetta esige l’uovo fluido, crudo e cremoso. Questo è addirittura un problema, per me, perchè io l’uovo crudo lo odio e ho sempre il terrore di ordinare una carbonara fuori casa proprio perchè, se viene fatta male, l’uovo crudo mi risulta mille volte meno sopportabile dell’uovo troppo cotto.
Quando però la mangi GIUSTA, capisci realmente cosa sia la carbonara e non puoi più fingere chiamando così anche la versione casalinga.
In giro si trovano ricette super complesse per arrivare al risultato, tipo questa, ma non credo che una carbonara GIUSTA valga tutto quel lavoro, soprattutto se posso farmi la mia pasta con frittata e apprezzarla comunque parecchio. La carbonara GIUSTA quindi io me la mangio al ristorante e morta lì.
Idem Cacio&Pepe. Non ho la minima voglia di impazzire per non far stracciare la cremina di formaggio, quindi quando la faccio a casa scolo la pasta e ci rovescio sopra due quintali di pecorino e pepe nero macinati, senza che faccia creme e generando una roba sbagliatissima, che però ha comunque il suo gusto.
Il messaggio è: la cucina GIUSTA esiste, ma sbagliare non è certo un dramma, basta farlo in modo consapevole.

Arriviamo quindi all’amatriciana.
Esiste un disciplinare per questo sugo, delle regole ferree per quanto concerne origine e dosaggio degli ingredienti, tipo di pasta e via dicendo. Questa ricetta se ne batte allegramente il cazzo, ma vi farà portare a casa la miglior amatriciana che abbiate mai preparato con le vostre mani. Pronti?

INGREDIENTI:
– Guanciale, una fetta spessa mezzo centimetro. 
– Passata di pomodori datterini Mutti
– Pecorino romano
– Pasta (su quale ci scanniamo dopo)
– Olio, sale e pepe nero macinato
– NON SERVE UN CAZZO D’ALTRO, mettete via quel peperoncino. Dai. Veloci.

PROCEDIMENTO:
Partiamo dal guanciale. Prendete la vostra fetta, pulitela dalla cotenna, e tagliatela a listarelle. Diciamo che dei parallelepipedi 0.5×0.5×2 cm funzionano, ma non dovete mettervi lì col righello. Basta non tritarlo e stare più regolari possibile per cuocerli in modo omogeneo.
Scaldate un bel po’ di olio in una padella e quando è caldo ci buttate il guanciale. “Eh, ma minchia pure l’olio, c’è già il grasso del guanc…” ZITTI. L’olio aiuta a rosolare il guanciale, è fondamentale, ma poi mica finisce nel sugo. Quando il vostro guanciale è super croccante lo togliete dalla padella e buttate tutto il grasso che rimane nella stessa. A questo punto avrete una ciotolina con i vostri pezzettini di guanciale croccanti, che devono avere la consistenza di un cracker e scrocchiare sotto i denti, e una padella senza grassi dentro, ma con quei residui marroncini appiccicati sopra che definiamo “fondo di cottura”. Ok?

Bene, ora è tempo di mettere a bollire l’acqua salata per la pasta. Ma che pasta?
Pare ovvio, i bucatini. E invece no. Non perchè non siano buoni, ma perchè dopo un po’ di tentativi ho realizzato che la pasta migliore per questo sugo, in termini di resa, sono i gran fusilli Voiello. Non prendo soldi eh, non sono marchette le mie. E’ proprio che se li fate con quella pasta lì il rapporto sugo:pasta in bocca è perfetto.

Prepariamo il sugo. 
La pentola è quella di prima, con le sue belle crosticine marroni. La rimettiamo sul fuoco e ci rovesciamo la passata di datterini Mutti. Perchè questa? Perchè è dolce. Il trucco infatti è non salare il sugo e usare una salsa dolce, visto che il pecorino romano è salatissimo. Idem come sopra, non è una marchetta, non sono un influencer. Sono solo goloso.
La salsa, liquida, vi aiuterà a deglassare il fondo del guanciale, basta passare un cucchiaio di legno e staccarlo, per mandarlo ad amalgamarsi al pomodoro. Fiamma bassa, lasciamo sobbollire fino a che la pasta è pronta. Al dente.

Ora abbiamo tutto quel che serve, basta mettere insieme i pezzi.
Scoliamo la pasta e la rovesciamo nella pentola del sugo, che togliamo dal fuoco. Aggiungiamo il guanciale croccante e mantechiamo tutto con il pecorino romano grattugiato, abbondante. Mantecare vuol dire mescolare fuori dal fuoco, ma lo sapete perchè ormai i programmi di cucina in TV occupano il 75% dei palinsesti.

Fine, l’amatriciana è pronta, potete al massimo aggiustarla di pepe se vi piace spinta. Io lo faccio, per dire, ma va a gusti. L’importante è realizzare che non state facendo un’arrabbiata o una puttanesca.
Una volta che capite questa cosa, avete svoltato.


Questo è il millesimo post di questo blog. MILLE.
Per un momento ho pensato che usarlo per la ricetta dell’amatriciana fosse uno spreco mondiale, ma alcuni sedicenti lettori mi hanno suggerito che difficilmente avrei potuto produrre niente di più rilevante e quindi eccoci qui.
A me un po’ di emozione però questa cosa la suscita, scusate, quindi mi prendo una postilla per ringraziare tutti quelli che, almeno una di queste mille volte, si son fermati a leggere quel che avevo da dire.
Grazie a tutti. <3

Sto sul cazzo (anche) a Makkox

La lista delle personalità illustri (?) che non vogliono avere a che fare con me online annovera un nuovo iscritto.
Da un paio di giorni, infatti, ho realizzato di essere stato bloccato su twitter anche da Makkox, quello dei fumetti di satira politica. E’ andata così*:

Giuro, non c’è altro, quindi da qui in poi son solo io che sbrocco, sappiatelo.
La prima cosa che mi fa incazzare è il modo. Io rispondo ad un tweet in maniera direi civile, lui mi fa la paternale lanciandosi in psicoanalisi di stocazzo e quando gli spiego che, molto più semplicemente, non ha capito quel che ha letto si incazza e mi blocca.
Come lo scopro? Così:

Un altro tipo torna sull’argomento e mi rendo conto di non poter leggere nulla del pregresso perchè, appunto, sono stato bloccato.
Senza una spiegazione.
Io lo so che una persona “famosa” ha probabilmente migliaia di hater da bloccare e che non può prendersi la briga di spiegare a ognuno il perchè, tuttavia non sentendomi affatto parte della categoria e avendo questa visione distorta della rete come di un’appendice della vita reale dove valgono le regole della vita reale, trovo questi atteggiamenti isterici davvero insopportabili.
Tipo quando scazzi con una persona e questa invece di dirti che s’è presa male o anche solo mandarti affanculo, smette di parlarti. La trovo la cosa più infantile e ridicola che esista.

La seconda cosa che mi fa incazzare è il pulpito.
Makkox è uno che di lavoro prende per il culo la gente. Fa satira politica (molto buona, va detto), esprime dissenso. Non è Gasparri, mannaggia i preti, è uno che ti immagini sia aperto alle opinioni altrui. Ma come cazzo devi stare a vivere di satira e non tollerare chi dissente da quel che dici? Che cazzo di disturbi della personalità puoi mai avere se hai bisogno di mettere a tacere, bloccare, silenziare chi ti contraddice quando di lavoro contraddici gli altri?
Solo a me pare ridicola la cosa?
Magari sì eh, ma GIURO che se qualcuno venisse a dirmi che quel che ho scritto non ha il minimo senso tutto farei fuorché metterlo forzatamente a tacere, fingendo che non esista. Tutto per continuare a campare nel mio piccolo ambientino creato ad hoc, in cui tutti mi fanno i pompini per quanto sono bravo e intelligente e acuto, tutti la pensano uguale e poi il 5 marzo si interrogano all’unisono su come abbia fatto il M5S a vincere le elezioni quando il WEB era tutto dalla parte opposta. 

La terza cosa che mi scogliona, probabilmente quella che mi infastidisce di più, è la presunzione.
Come dico spesso, la roba figa di twitter o dei social in generale è l’essere orizzontali. Si può interagire con chiunque e dire la propria su tutto** avendo la certezza che il messaggio arrivi a chi di dovere. Magari non verrà letto, magari non verrà commentato o non si riceverà risposta, ma se si ha il bisogno di far arrivare un concetto, con i social si può almeno fare un tentativo. E’ una bella rivoluzione. 
A differenza di quanto può pensare un grillino, questo non vuol per niente dire che “uno vale uno”, perchè sui social vigono esattamente le stesse regole di potere che regolano la vita reale. Io non sono nessuno, online come IRL, ho un seguito che vola intorno alle 300 persone, 200 delle quali sono probabilmente amici e BOT. Se di follower ne avessi avuti, che ne so, 300K, quello che è successo qui sopra avrebbe avuto un esito diverso perchè, banalmente, 300K persone si sarebbero poi sciroppate la mia versione dei fatti, ovvero un pippone su quanto Makkox sia puerile e presuntuoso, e lo avrebbero ricondiviso ad altre X mila persone. Questo non vuol dire che lo scambio di opinioni non ci sarebbe stato, avremmo comunque avuto idee diverse, ma non sarei stato liquidato come un coglione fastidioso da mettere a tacere. 
Invece è facile cancellare me dai radar, fare finta io non esista, perchè effettivamente non esisto. Ho scritto di sta storia su twitter e ho alzato una decina di like e forse un RT (che è poi quel che conta davvero, coi like che ci faccio?). Ora ci butto giù un post non tanto perchè penso possa avere esito diverso, ma perchè ho il cazzo girato e mi va di sfogarmi. Certo, lo condividerò, ma non succederà un bel niente.

Chiudo con una postilla. 
I peggio non sono i VIP che si offendono come i bambini o che rispondono piccati senza porsi il dubbio dell’aver capito quel che era stato detto loro. Per quanto illustri sono persone e fanno gli stessi errori che fanno tutti, io per primo (e spessissimo, oltretutto).
I peggiori sono quelli che in uno scambio di opinioni stanno a prescindere dalla parte del più forte, quelli che mettono il like senza porsi nemmeno il dubbio che il loro beniamino possa aver scritto una cazzata o non aver capito il punto. Gente priva di spirito critico, disabituata ad usare il cervello, che si ammassa dove c’è più consenso, ingigantendo la piaga e nutrendo ego già ipertrofici di loro.

Internet è l’apocalisse Zombi.
Fateci caso. 

* riesco a risalire agli screen delle conversazioni anche dopo essere stato bloccato perchè in realtà sono un hacker potentissimo. Don’t try this at home.

** vabbeh, la cosa bella IN LINEA TEORICA.

Una roba lunga sugli Ataris

Questa storia inizia nel 2000.
Sono i primi mesi di università, si fa lezione in aule da 200 cristiani dove se arrivi lungo ti tocca stare seduto sulle scale. Un cambio di vita e prospettiva piuttosto radicale.
Dopo il rodaggio iniziale ho finalmente un mio “gruppo di studio”, inteso come insieme di persone che provi a cercare nei corridoi prima delle lezioni per bere un caffè o con cui cerchi di stare mentre sei in ateneo. E’ composto al 35% da gente disposta in ogni momento a mettere su una partita di briscola chiamata e per il 60% da ragazzi intenti a provarci con la Simo, una delle due persone del mio liceo in tutto il corso. Il restante 5% della comitiva era composto dalla Ros, l’altra frisina, e da Alessia, da qui in poi Lale (inteso proprio dal 2000 in avanti).
Lale non aveva mire sessuali nei confronti della Simo e, se la memoria non mi inganna, non giocava a carte, però stava con noi. Io ci ho legato subito perchè in comune avevamo la passione per un certo punk-rock. In relazione alla mia vita, le riconosco tre grandi meriti:
3) Dopo mesi passati a cercare di capire di chi fosse un pezzo che avevo sentito al Rainbow e che mi aveva folgorato, lei una mattina mi disse “E’ Alien 8 dei Lagwagon” con tutta la naturalezza del mondo.
2) Ha fatto sì che nei ringraziamenti della mia tesi di laurea scrivessi: “ringrazio la mia mamma che mi ha fatto così funky” per tener fede a una promessa/scommessa.
1) Mi ha passato Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits degli Ataris, che sarebbe diventato per tantissimi anni il mio disco preferito della mia band preferita.

Conoscevo gli Ataris di nome, era scritto su un cappellino che ogni tanto metteva Dani dei Murder, We Wrote quando suonava all’Arci di Arcore. Non sto a divagare ulteriormente, ma i MWW erano un’altra bella fissa per me, quindi l’endorsement dal Dani mi aveva acceso una certa curiosità. 
Mi ricordo quando ho messo su il disco la prima volta perchè il primissimo impatto mi fece incazzare.
Io ho questo problema: odio, letteralmente e visceralmente, i dischi belli registrati col culo. Se vieni su con i miei gusti musicali ne incroci una cifra di dischi così: canzoni stupende e suoni da bestemmie, che fanno sì prima o poi io molli il colpo e smetta di ascoltarli, dimenticandomene. Ci sono pochissime eccezioni a questa regola, la più eclatante è The power of failing perchè lì i suoni orrendi diventano addirittura un valore aggiunto, ma è appunto un’eccezione.
Fatto sta che i primi 15″ di Blue skies hanno quell’effetto che li fa sembrare una roba DIY anni ’80. Penso: “Se suona così speriamo sia anche una merda”, poi però salta fuori che si tratta di una scelta estetica e i suoni esplodono nella loro perfezione.
Io regalo il mio cuore a Kris Roe ora, per sempre e nei secoli dei secoli amen.
E’ un disco fondamentale, nella mia crescita musicale, questo qui. Ci sono i dischi preferiti, che ti si inchiodano addosso per la vita, e i dischi importanti, grazie ai quali ti formi e cresci. Nell’intersezione tra i due insiemi ci stanno in pochissimi, ma Blu skyes è uno di loro.
Per prima cosa ha messo in discussione l’unico dogma che ho sempre avuto, ovvero che la musica figa dovesse essere veloce. Stiamo sempre parlando di un disco punk-rock, mica di Bach, però fino a quel punto lì io cercavo robe che andassero più spedite delle precedenti e questo è stato il momento in cui mi sono fermato e ho iniziato ad aprirmi a soluzioni diverse. In Your boyfriend sucks per esempio c’è questa coda che dura quasi metà pezzo, costruita su un riff ossessivo e una voce che ci parla sopra. Non dico sia una roba ostica, ma certamente per me era spiazzante.
In secondo luogo aggiungeva una nuova dimensione allo scopo per cui io ascoltavo musica: non era più solo per stare bene o per sfogare sentimenti di pseudo ribellione tardo adolescenziale, ora avevo il disco per quando ero “preso male”, un mood in cui alla fine ho imparato a crogiolarmi, soprattutto nei primi anni del nuovo millennio.

Quando penso a Blu skies penso ad un disco perfetto, ma non lo è. E’ troppo lungo ed ha una seconda metà decisamente sotto al livello della prima, per dire, eppure è proprio il suo lato A ad avergli cucito addosso quest’aura di capolavoro. Voglio dire, fino a The Last Song I Will Ever Write About a Girl è una roba oltre il clamoroso, non mi viene in mente un altro disco che tenga il livello così alto per otto tracce consecutive. Non esagero eh, nella mia vita ci sono dischi che ho amato anche più di questo (pochi, onestamente), ma a nessuno riconosco un nucleo più lungo di pezzi senza il minimo calo, neanche accennato, in termini di intensità dell’emozione che si tira appresso. 
In mezzo a queste otto tracce poi c’è questa doppietta:

Ho sempre faticato a vederle come due canzoni separate, per me sono una roba sola. Una prima parte emotivamente devastante ed una seconda per dare sfogo alla frustrazione e al malessere nel modo più violento possibile.

I guess that I’m wrong
for falling in love

Record mondiale di pelle d’oca, distanza corpo di Manq, insuperato da 18 anni circa.
Risparmiatemi i pippotti sulla portata del contenuto perchè quali che siano i temi che possano starvi a cuore, a vent’anni quella roba lì sta in cima alle priorità di tutti, in positivo o in negativo che sia. 
E’ difficile tirare fuori singoli aspetti da sottolineare in un disco che si venera come io venero Blue skyes perchè è tutto giusto nel suo insieme, eppure c’è una roba che per me è sempre stata la chiave di volta: la batteria.
Non credo che Chris Knapp sia stato il miglio batterista che ho visto suonare, ma è certamente tutt’ora uno dei miei preferiti di sempre. Non so se fosse una questione di stile, di ritmica, di precisione o di tutte queste cose insieme, ma aveva la capacità di cappottarti facendo robe che sembravano semplicissime. Potrei sbagliare, ma gli Ataris sono la prima band di cui ho ascoltato i dischi concentrandomi solo sulla batteria, fissandomi sui dettagli. Anche in questo mi hanno formato e se ancora oggi perdo ore a guardare video di gente che suona la batteria su youtube è per questo disco qui.
Riascoltatevi la batteria di I won’t spend another night alone, fatevi un favore.

End is forever è uscito l’anno successivo, nel 2001. Nel complesso è certamente più omogeneo, si prende un paio di momenti per alzare l’asticella ai livelli della prima parte del precedente, ma se si ignora quella porcheria inspiegabile che è Teenage Riot, fila via senza dare l’impressione di avere parti drasticamente inferiori ad altre. Dentro End is forever ci sono due canzoni della vita, una è Fast times at drop-out high, di cui ho scritto brevemente giorni fa, quando sono caduto in questo pesantissimo trip per gli Ataris. L’altra è questa qui.

Le canzoni della vita nel mio caso non sono poche, ma neanche tantissime. Che più di una di queste sia stata scritta da Kris Roe ribadisce ancora una volta la dimensione della faccenda.
Nel complesso questo disco ha suoni meno fighi di quello prima, credo soprattutto per via delle chitarre più “impastate”, però compensa con una struttura dei pezzi generalmente più complessa, che non disdegna di provare ad aggiungere qualche sovrastruttura al classico suono chitarra-basso-batteria su cui si fonda il punk-rock. Un altro step di evoluzione in cui mi sono fatto guidare e che mi ha aperto il campo visivo di qualche ulteriore grado.

Messi in fila, Blue skies e End is forever sono quello che intendo quando parlo di Ataris. Il primo disco, …anywhere but here, è una robetta piacevolissima, ma di cui a mente fredda non riuscirei a ricordare molto più di un paio di tracce, tipo questa. Con quelli dopo invece iniziano i guai.
So long, Astoria è il disco che li ha consacrati al grande pubblico, grazie soprattutto alla cover di Boys of summer. Non credo ci siano cose più frustranti del consegnare alla storia due dischi spaventosi e ricevere i favori delle masse per una cover, se esistono spero vivamente di non viverle mai. Mentre scrivo ipotizzo siano passati quindici anni da quando ho messo su l’ultima volta So Long, Astoria dall’inizio alla fine, quindi l’ultima volta deve essere successo poco dopo la sua uscita nel 2003.
Io facevo ancora l’università e il giorno in cui uscì sfruttai un buco nel palinsesto delle lezioni per andare a Mariposa, sempre con Lale, per comprarlo. A scatola chiusa. E’ una roba che ho fatto meno di cinque volte nella mia vita quella di comprare un disco il giorno dell’uscita e senza ascoltarlo prima, è andata quasi sempre male. 
Non saprei dire se sia davvero brutto come lo ricordo, a rimetterlo su non ci penso manco per il cazzo. I pezzi di cui la memoria è sopravvissuta, probabilmente perchè infilati in qualche mixtape sentita negli anni successivi, non sono poi così terribili. Non so se il fatto che quel disco sia stato quello del passaggio su major abbia avuto un peso nella realizzazione e nel risultato, però di nuovo, se ha fatto successo l’ha fatto per via di una cover e questo non può essere un buon segno, comunque la si voglia leggere. 
E infatti,  di lì a poco, è andato tutto grossomodo affanculo.

La band, che già nella sua storia fino a quel momento aveva avuto una vita più travagliata della media, collassa su sè stessa. Kris ne prende atto e fa l’ennesimo salto in avanti sul percorso che ha in testa e che, a quel punto, vede onestamente solo lui. Mette insieme una line up di tipo sette elementi per cavar fuori un disco a tutti gli effetti indie/alternative talmente votato a distanziarsi da quel che era stato prima da seppellire sotto una tonnellata di effetti pure la sua voce, unico elemento che avrebbe riportato l’ascoltatore all’ovile qualunque fosse il suono del disco. 
Vuoi il fatto che Chris non fosse più nella band, vuoi l’impatto completamente spiazzante che i primi secondi di Not capable of love possono aver avuto su uno che con gli Ataris ha avuto la storia che ho avuto io, Welcome the night lo sto ascoltando per intero oggi, 4 settembre 2018, per la prima volta.
Chiariamo: non è che allora non avessi gli strumenti per digerire una cosa così, ormai ero un ascoltatore “maturo”. E’ più che vivo la musica a mio modo. 
Ho talmente tanti ricordi legati a doppia mandata con canzoni e gruppi da considerare questi ultimi parte della mia vita, alla stregua degli amici. Accettare che uno di loro cambi vita o se vogliamo evolva, qualunque cosa significhi, è destabilizzante. Ci si sente traditi, anche se in realtà è più il fatto che in una vita con fin troppe variabili avere cose su cui fare affidamento è un salvagente gigante. E’ vero oggi, ma era drammaticamente più vero nel 2007.
Poi spesso è più questione dell’essere spaventati all’idea di dover evolvere a nostra volta, quindi si stigmatizza il percorso degli altri arroccandosi su posizioni che poi ci rendiamo conto di aver mollato per strada senza nemmeno rendercene conto perchè troppo impegnati a vivere. 
Il succo è che ignorare Welcome the night per undici anni non è tra le migliori decisioni della mia vita.

Scrivere questo interminabile post mi sta portando ad affrontare un processo riabilitativo di cui non ho avuto bisogno nemmeno per ricucire rapporti grossi, reali, che ad un certo punto della mia vita si sono spaccati.
Ripenso alle ultime volte che ho incrociato Kris Roe: dalla volta in cui si è presentato chitarra e voce per celebrare i dieci anni di Blue skyes senza suonare gran parte dei pezzi che lo compongono, a quando l’ho rivisto full band nel 2013 fare un concerto a mio avviso privo della benché minima logica in termini di suoni, scaletta e atteggiamento. L’ultima volta che è passato di qui non sono nemmeno andato, tanto per dire, ed è uno sgarro che riservo davvero a pochi dei miei eroi di infanzia.
E che probabilmente KR non si merita.

Onestamente non ho idea di che fine abbia fatto Chris Knapp. So che Mike Davenport, quello che nei miei dischi preferiti suonava il basso, oggi è in galera per una maxi truffa immobiliare. E’ certamente successo qualcosa in quel 2003 che ha mandato tutto a rotoli, su più livelli. 
Kris Roe però è sempre lui. Uno che nel 1999 viveva in un furgone a Santa Barbara pur di non darla su e potermi regalare alcuni dei momenti più indimenticabili della mia vita. Uno che nel 2009, ormai rimasto solo, girava l’europa zaino e chitarra in spalla per portare in giro i suoi pezzi. Uno che nella sua vita ha combinato probabilmente più casini di quanti fosse in grado di gestire, tra figli avuti troppo presto e soldi finiti chissà dove. Uno che ancora oggi è convinto che presto o tardi uscirà un nuovo disco a nome Ataris perchè la sua vita è quella cosa lì e lo sarà sempre.
Uno che, comunque sia, resta tutt’ora capace di scrivere grandi canzoni.

Sulla mensola della mia libreria di casa c’è una cornice nera.
Dentro c’è una foto, raffigura un’insegna blu con la scritta Blu Skyes.
E’ una stampa originale dello scatto usato per la copertina del disco, fatta proprio da Kris Roe.
Me l’ha data lui e in un angolo c’è la sua firma.
Con ogni probabilità è l’oggetto che per me ha più valore in tutta casa.

Scrivo un blog da tredici anni, questo post sarebbe dovuto uscire molto prima.


Questo pezzo in linea teorica sarebbe dovuto uscire il 13 aprile 2019 per il ventennale di Blue Skies. Sì, ho in calendario gli anniversari dei dischi di cui vorrei scrivere, ma non è questo il punto. 
Il punto è che recentemente sono entrato un po’ in fissa con gli Ataris e mi sono reso conto di non averne mai scritto in maniera esaustiva. Pensandoci su un attimo avrebbe poco senso farlo tirando in mezzo un solo disco, tantomeno aspettare sei mesi. Quindi eccoci qui.