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Riflessioni

The great COVID Test swindle

Lo so, parlare di tamponi COVID è una roba fuori tempo massimo, ma in questi giorni ho scoperto come funzionano davvero e sono rimasto abbastanza folgorato perché, di massima, sono una truffa.
Due premesse:
1) mi riferisco SOLO ai tamponi rapidi fai da te, quelli che in 15′ ti danno un risultato.
2) quello che sto per spiegare è con ogni probabilità già noto a chiunque, ma io l’ho scoperto solo ora perché avendo una formazione scientifica davo per scontato funzionassero in maniera diversa. Diciamo attendibile. Quindi lo scopo qui non è darvi chissà quale rivelazione, ma spiegarvi perché sono un sistema insensato per l’uso che se ne è fatto.

Partiamo dalle basi: come funzionano questi tamponi?
Sono certo che chiunque ne abbia fatto almeno uno nell’ultimo anno, ma facciamo le cose a modino e mettiamo un piccolo sunto.
Si prende il tampone, lo si caccia in ambo le narici, quindi lo si immerge in una soluzione per qualche secondo prima di versare alcune gocce della soluzione stessa sul test. A quel punto la soluzione bagna una membrana e compaiono delle bande: quella di controllo (C) e quella del test vero e proprio (T). Se compaiono entrambe si è positivi, se compare solo C negativi e se non compare nulla il test non è valido e andrebbe rifatto.
Facile e intuitivo.
La domanda che non mi ero mai posto però è: cosa controlla la banda di controllo?

Qui è dove subentra il mio bias scientifico. Per me era indubbio C fosse data da una reazione di controllo con un antigene presente nella mucosa nasale, che per semplicità chiamerò col nome di fantasia CACCOLA. Metti il tampone nel naso e, ravanando, raccogli sicuramente CACCOLA e, se c’è, anche COVID. Quindi quando poi fai il test la banda C verifica che tutto sia andato per il verso giusto: non solo che il test abbia funzionato, ma che tu abbia effettivamente raccolto il campione. La tua mucosa può essere con o senza COVID, ma deve per forza avere CACCOLA.
In questo modo il controllo è un reale controllo sperimentale e il test ha tre risultati netti e chiari:
– Nessuna banda. Devi rifare il test perché o non ha funzionato, oppure non hai raccolto il campione come si deve. In ambo i casi non è possibile determinare un risultato.
– Solo la banda C. Hai fatto le cose per bene, il campione è stato raccolto, ma non contiene antigene COVID. Sei negativo e puoi gioire.
– Doppia banda C+T: ce l’hai nel culo hai fatto le cose per bene e purtroppo sei positivo.
Tutto chiaro?
Perfetto, solo che non funziona così.

Con mio sommo stupore, la banda C in realtà è unicamente correlata al corretto funzionamento della membrana, quel che penso si possa definire un “controllo strumentale”. In pratica ti dice solo che il test non è difettoso e, di conseguenza, compare sempre. Anche se il tampone nel naso non ce lo metti, per dire.
Attenzione però, il mio punto qui non è tirarvi un pippone protogrillino sull’onestah e menate del genere (so di aver scritto truffa ad inizio post, ma era solo per spingervi a leggere), la questione è un’altra. Farsi un tampone nasale in maniera accurata, o anche farlo a terzi, è un’operazione difficile. Il rischio di non essere sufficientemente invasivi è tutt’altro che remoto, al netto della malafede, perché ci si scontra da un lato con il fastidio/dolore e dall’altro con la non competenza nel farlo non essendo stati formati allo scopo.
Di conseguenza un tampone costruito in questa maniera è ok(ish) se ne vincoli l’utilizzo in farmacia o comunque in mano a personale specializzato, perchè il rischio di mancata raccolta del campione scende drasticamente, ma diventa completamente folle se viene messo in mano al pubblico. Perchè è vero che questi tamponi non hanno mai avuto valore legale (passatemi la semplificazione), ma tantissime persone li hanno usati per determinare se, in presenza di sintomi, fosse davvero necessario sentire il medico e farsi un tampone serio. 
Non è un’accusa eh, il tutto è stato gestito proprio per spingere ad un approccio del genere, ma di nuovo al netto della malafede in questo modo abbiamo lavorato contro il contenimento per un sacco di tempo, lasciando che persone ignare di essersi fatte un tampone male andassero in giro convinte di essere sane come pesci.
Anche perchè, non bastasse, sono tamponi molto biricchini in cui la banda del controllo appare quasi immediatamente, mentre quella della positività può impiegare fino a 15′. Quindi in tantissimi casi scommetto che alla comparsa della prima banda sia susseguita un’esultanza unita al lancio del test nel cestino, con buona pace dei 14′ restanti e dell’effettiva validità del risultato.
Ricapitolando, quindi, abbiamo messo in mano alle persone dei tamponi:
– Poco sensibili
– Difficili da interpretare in modo corretto (differenza di tempo nella comparsa delle due bande)
– Privi di un controllo sperimentale interno (il discorso su CACCOLA di cui sopra)
E abbiamo detto loro di usarli come strumento contenitivo della pandemia.
Alla luce di questa cosa, l’ondata di contagi a cavallo tra 2021 e 2022 mi pare pure piccola.

Ultimo paragrafetto un po’ nerdy per chi fosse arrivato fin qui: perchè non hanno fatto i tamponi con un controllo come quello che pensavi tu?
Non posso garantirlo, ma credo sia una questione di costi. Non lavoro nel settore quindi vado preso molto con le pinze in quanto segue, ma è facile ipotizzare che produrre una membrana in cui anche il controllo è relativo ad una reazione antigenica costi probabilmente il doppio. Senza contare i costi di sviluppo e ricerca per arrivare a creare un test di quel tipo. Quindi sarebbe stato probabilmente possibile farli così, ma certamente non sarebbe stato conveniente. Il problema però, a costo di ripetermi, subentra più che altro quando metti in mano lo strumento al pubblico, cosa che è avvenuta ben dopo lo sviluppo della tecnologia.
Quindi, se lo chiedete a me, avrebbe dovuto pensarci la politica ad arginare il problema. Poi certo, andrebbero fatte analisi approfondite di costo-beneficio (ad esempio: senza i test rapidi in casa quanto avremmo incasinato le farmacie e gli ospedali più di quanto non si sia già fatto? Probabilmente tantissimo.), però siamo ad un livello ulteriore di analisi. Forse per contenere quel problema si sarebbe dovuto pensare ad una soluzione diversa dal liberalizzare uno strumento evidentemente incompatibile con l’utilizzo casalingo.
Avremmo potuto fare tante cose meglio, nella gestione di questa pandemia, ma ho l’impressione che in certi casi non ci si sia neanche resi conto di aver sbagliato e questo è uno di quei casi.


Questo post nasce dalla segnalazione di un amico che citerò col nome inventato di Davide, reo di avermi messo di fronte al problema. Grazie Davide, spero un giorno tu esca da questa tua dipendenza da tampone e possa tornare ad una vita felice e spensierata.

It’s not interesting

Mi è capitato un sacco di volte di parlare con persone che misurano la loro passione per la musica con la capacità di associare una canzone ai momenti chiave della loro vita. Di solito rispondo: “Eh anche io sono così…”, ma se vogliamo essere onesti è una mezza cazzata.
Ho anche io avvenimenti o persone importanti che collego a questa o quella canzone, ma il più delle volte a me la musica inchioda in testa momenti onestamente insignificanti che diventano ricordi per via della musica e non viceversa.
Non conosco tante persone che ricordino il momento esatto in cui hanno sentito il loro disco preferito per la prima volta. Io sì. Ero su un treno, vagone cuccetta, e stavo andando in Sicilia per il matrimonio di un cugino che ho visto 4 volte in quarant’anni. Non ricordo nient’altro di quel viaggio in treno, ma il momento in cui mi sono sdraiato e l’ho fatto partire dal lettore MP3 è cristallino.
Oppure possiamo parlare della pandemia, due anni di vita che per me non sono esistiti. È una fortuna, probabilmente, visto che chi ha ricordi del biennio 2020-2021 è perché ha perso qualcuno. Io è come fossi stato in coma, forzato a rivivere 600 e passa giorni indistinguibili tra loro, ancora e ancora. Eppure, se ricorderò un singolo momento emblematico di questa parentesi per via della musica, non sarà quando è iniziata o quando è finita, né il momento in cui le persone a me care si sono vaccinate facendomi finalmente tirare il fiato. Non ricorderò neanche le estenuanti convivenze forzate.
Ripensando al COVID mi verrà in mente il momento in cui ho dovuto accostare perché Forever and a day suonava così forte e io urlavo così forte, che mi son ritrovato a piangere dietro al volante. Non so dire che giorno fosse o dove stessi andando, ma quel crollo emotivo è un’immagine indelebile, associata ad una canzone che avevo ascoltato chissà quante volte nei venticinque (!!) anni precedenti, ma che da quel momento ha tutto un altro peso, tanto che, ancora adesso, se la metto in cuffia mi monta il magone.
Esempi da fare ne avrei una camionata, da quella volta in cui è partita Don’t drive angry mentre ero compresso in metropolitana e per qualche minuto sono stato bene sentendomi una vagonata di gente addosso oppure quando mi sono ritrovato a cantarmi in testa Ridere di te mentre nuotavo in piscina, ininterrottamente, vasca dopo vasca. Ero in terza elementare e ce l’ho chiaro come fosse successo ieri, eppure era un giorno qualsiasi del corso di nuoto che ho fatto per, boh, sette anni due volte a settimana?
Pur sforzandomi di pensarci non saprei associare una canzone alla nascita dei miei figli, ma ricordo alla perfezione quella mattina di prima liceo in cui, sottissimo per Molly4Deejay, ho fatto sentire a Peich gli Stunned Guys.
Non credo di essere l’unico con questo tipi di mindset, ma non è qualcosa di cui la gente tende a vantarsi quando parla di sé, quindi boh.

Da un po’ di giorni sono finito dentro ai dischi degli Spanish Love Songs e mi ci sono impantanato. Scrivendone sui social dicevo che tutto sommato sono dischi non particolarmente interessanti, sul piano musicale. Non so perché io debba ancora stare dietro al giustificare i miei gusti, come se intorno a me gente titolatissima non passasse il tempo a spingere, legittimamente, la peggio merda o, soprattutto, come se davvero il fatto che io passi il tempo a spingere roba non ritenuta “universalmente” valida fosse in qualche misura un problema per l’universo che mi vive intorno.
Che poi non è che possa illudermi questo sia un approccio mentale che mi contraddistingue solo quando parlo di dischi.
Passo ampia parte delle mie giornate in un ambiente virtuale che tratta la verità come fosse un Rolex: sei contento di possederla, poterla ostentare ti fa sentire meglio degli altri e, tutto sommato, preferisci rimanga una cosa per pochi così da continuare a sentirti speciale nell’averla tu. Che poi andandoci a guardare in molti casi si rivelino dei grossi fake è irrilevante, tanto chi li sfoggia o lo sa e dissimula, oppure è talmente fiero del proprio status da non accorgersene neanche. Esattamente come succede coi Rolex.
Io invece tendo a giustificarmi sempre, sa il cazzo perché. Non sono davvero convinto sia necessario, probabilmente, eppure forse ho paura qualcuno possa prendere le robe che dico come io spesso prendo le robe dette da altri, per buone. Il mio problema non è realizzare di non contare un cazzo per nessuno fuori da quelle dieci persone mal contante per cui davvero farebbe differenza non avermi intorno (che poi di massima sono le persone che farebbe differenza per me non avere vicine), il mio problema è venire a patti con lo smettere di cercare nel resto della popolazione mondiale persone a mia immagine e somiglianza, fino a derubricare finalmente il prossimo come qualcosa di tutto sommato irrilevante.
Non lo so.
Forse il mio problema con le bolle non è solo il fatto che siano spesso degli agglomerati acritici fatti per fare gruppo/branco, ma che proprio per quello io non creda di poterne davvero avere una in cui sentirmi così e, di massima, nella mia bolla finisca col sentirmi ancora più solo.
Fa abbastanza ridere perché se chiedete ai miei amici probabilmente mi descriverebbero come una persona socievole e non è che siano stronzi loro, è che sono quarant’anni che lavoro per dare questa immagine di me.
Tempo fa twittavo questa cosa:

Oltre al fatto che ovviamente ricordo nel dettaglio il pezzo che avevo in cuffia in coda al Gigante mentre la scrivevo, è forse la roba più vera che possa dire di me stesso. Ci vuole un certo impegno ad essere quel tipo di persona e sbattersi 24/7 per una vita nel tentativo di non darlo troppo a vedere.
Ma sai cosa? Ho fatto un buon lavoro. Vaffanculo.
Ho solo bisogno di prendermi qualche momento in cui faccio il punto, in cui mi metto nelle orecchie qualcosa che mi aiuti. A volte a stare bene, altre volte a stare male, di massima a venirne fuori meglio di come ci sono entrato.

I’m trying to be fine
I swear I’m trying to be my best

Non so se ricorderò questo momento, non ho ancora capito come funzioni la mia testa sufficientemente bene da poterlo prevedere, ma se questo inizio di 2022 troverà uno spazio tra le mie sinapsi sarà probabilmente collegato alla musica degli Spanish Love Songs. Un gruppo per nulla rilevante che ha stampato il suo miglior disco solo in vinile, ma che nonostante questo mi ha aiutato a mettere un po’ tutto in prospettiva ancora una volta e fino alla prossima.
Il titolo del post è quello di un pezzo del disco, direi che ci sta.


Ultimamente mi è capitato di scrivere un paio di cose per Spento, un blog di musica figo in cui sono iper fiero di aver trovato un piccolo spazio (ref1, ref2). 
L’idea era di mandargli anche questo pezzo qui, ma prima di spedirlo mi son preso la briga di controllare e degli Spanish Love Song avevano già scritto ampiamente senza bisogno di me, come giusto che sia visto che si parla di roba uscita mille anni fa. C’è un pezzo su Brave faces, everyone e uno su Schmalz, che poi è il disco di cui credo di aver scritto io. 
Forse è meglio così, che mi sa che ho un filo sbragato ‘sto giro.

Salta al prossimo post, che non ne vale la pena

Non l’ho mai presa secca in casa da solo.
A vent’anni bevevo merda in giro con gli amici, quando la prendevo era perché qualcosa sballava l’equazione che avevo messo a punto introducendo variabili che non ero in grado di gestire real time. È il problema di tutti i giovani che la prendono, serve a fare esperienza.
Dai trenta* prenderla è diventata una sorta di gag, qualcosa che in un modo o nell’altro ti aspetti prima di uscire di casa. Non arrivo a dire “L’obbiettivo della serata”, ma di certo non siamo piú dalle parti dell’incidente di percorso. È un po’ come Joseph “Joe” Hallenbeck vede l’adulterio, di massima. Non esiste una versione colposa.
A quaranta pensi di averle viste tutte e invece ti ritrovi quasi per caso a fare mente locale e provare un’esperienza nuova: prenderla secca a casa, mentre con la mano destra lavori a delle slide che dovrai comunque rivedere domani e con la sinistra ti versi un whiskey giusto per mandare giù l’ennesima giornata complicata.
Ok, siamo d’accordo sul fatto che se l’avessi davvero presa secca non sarei qui a scrivere sul blog, ma cercate di vedere il mio bluff: prenderla secca oggi per me è più che altro bere più di quanto il contesto giustifichi, che poi di massima è quel che fanno le persone che hanno un problema con il bere. Credo.
Bersi una bottiglia di vino durante una cena da diverse portate con altre persone che hanno tutte bevuto la loro bottiglia di vino, per me, è safe. Bersi una birretta dissetante tornato a casa dal lavoro nel caldo di Luglio, anche. Bersi una bottiglia di vino per togliersi la sete prima di cena credo si possa definire “problematico”.
Io tendo a non bere fuori dagli “eventi”.
In casa mia apriamo bottiglie di vino solo se c’è gente o se nel fine settimana cuciniamo qualcosa che meriti di essere valorizzato, per dire. Sia io che mia moglie abbiamo un background da residenti in Germania, quindi se c’è birra in frigo tendiamo a berla: il nostro consumo a pasto va per il litro totale, 3 bottiglie da 33cl in due**, e non è ovviamente la routine (marzo 2020 a parte), in circostanze normali direi che si parla di un paio di volte a settimana.
Non è prenderla, spero siate d’accordo.
Ogni tanto poi nel post cena mi verso un superalcolico: whiskey o rhum. Un cocktail quando fa caldo e punto a dissetarmi. Una bottiglia buona di quella roba di norma mi dura un paio di anni e il grosso se lo tirano comunque le merde dei miei amici*** quando vengono a cena.
Il punto di sta premessa infinita quindi non è vendere un Manq clean and sober, ma dare un contesto definito dei miei standard e da lì spiegare perché questa sera sia successa una roba strana.
Vuoi l’essere grossomodo malato da inizio anno, vuoi il fatto che io e mia moglie si viva sull’orlo di una crisi di nervi, oppure vuoi per via dei sensi di colpa verso figli che si trovano di botto in un ambiente molto meno sereno di quello a cui li avevamo abituati (con conseguente cambiamento nel loro carattere), oggi sono finito a tirarmi tre whiskey chiacchierando con mia moglie****. O meglio, sfogandomi con lei come le persone equilibrate e intelligenti fanno con un analista.
Forse quello che stiamo vivendo è l’ultimo quadro del survival game che la nostra vita familiare è diventata da Wuhan in poi. Ci speriamo molto, ma più che altro credo ci sarebbe oltremodo complicato gestire nuovi livelli che al momento non ci aspettiamo esistano.
L’ho presa secca anche per quello, forse, oggi.
Per paura dell’ignoto.
Data astrale 15/2/22: l’ho presa secca a casa e spero davvero non ci sia ragione perché succeda di nuovo in futuro.


*cifra completamente random che vuole rappresentare la maturità consapevole

**se c’è una cosa, una singola cosa del mio rapporto matrimoniale che mi mette voglia di urlare è quando chiedo a Paola: “Ti va una birra?” e lei mi risponde: “Metà.”. Ci impazzisco.

***non giudicateli male, io faccio uguale a casa loro.

****quello che è stata capace di gestire mia moglie in questo inizio di 2022 tra lavoro, figli e gestione della casa/famiglia mentre non potevo darle una mano è inspiegabile. Non mi stupisce ne sia in grado, come sempre mi stupisce piuttosto la fortuna che ho nell’averla nella mia vita.

Sul greenwashing magari andiamo oltre Cosmo

Ieri sera sul palco più importante d’Italia Cosmo se n’è uscito con lo slogan “Stop greenwashing”, raccogliendo il puntuale abbraccio virtuale delle forze del bene in tutta la giornata di oggi.
La cosa facile per parlare della questione sarebbe scrivere un pezzo di quelli che scrive la Soncini (forse lo ha fatto davvero anche sull’argomento, non mi interessa verificare), che della crociata contro la sicumera di quelli che vengono definiti Social Justice Warriors ha fatto una professione. Nello specifico mi darebbe anche gusto, forse, ma è una roba che detesto e vorrei evitare. Voglio provare invece ad analizzare la situazione, perché la sto vivendo dall’interno e credo meriti un’analisi un filo più complessa di uno slogan.
Partiamo dal principio: cos’è il greenwashing? Di massima è il tentativo di sbandierare politiche green da parte di persone, politici e aziende che non ci credono davvero, ma che lo fanno come mossa di marketing per cavalcare una moda e il relativo consenso.
Una roba ipocrita, che spesso arriva da entità che hanno una responsabilità concreta sul piano dell’inquinamento e che quindi comprendo benissimo faccia incazzare, di pancia, ma le reazioni di pancia non sono note per essere le più centrate e certamente questa non fa eccezione.
Il punto chiave è che la società in cui viviamo è portata a selezionare il profitto sui valori e, spoiler allert, purtroppo non usciremo tanto in fretta da questo modello. Di conseguenza, ho paura che l’opzione migliore che ci rimanga sia quella di approfittare dei rari casi in cui i valori generano profitto e cavarci fuori il meglio, come il proverbiale sangue dalle rape.
Io lavoro per la filiale italiana di una multinazionale americana. Non mi interessa crediate al fatto che, da dentro, la reputi “il migliore degli inferni possibili” nel settore, se si parla di ecologia resta comunque una realtà con delle responsabilità.
Non mi interessa neanche vendervi un’idea di me come accanito sostenitore delle politiche green perché non lo sono.
Il punto però è che quest’anno sono riuscito a farmi approvare un investimento di alcune migliaia di euro per sostenere progetti di recupero delle foreste pluviali nel terzo mondo e il motivo per cui la mia azienda non mi ha mandato affanculo è che su questa cosa può fare comunicazione, marketing, e avere un ritorno di immagine. Questo non vuole necessariamente dire che io, il mio capo o il CEO global non si creda nel valore etico e sociale del progetto, così come ovviamente non basta per sostenere sia un’operazione genuina. Su quello ognuno può farsi l’opinione che crede*, ma certamente se anche tutti i citati fossero ultras della politica green non si sarebbe mosso un euro se questa iniziativa avesse potuto nuocere all’immagine dell’azienda o al suo fatturato.
Quello che conta, alla fin della fiera, è che quei soldi:
– io non avrei mai potuto devolverli all’ambiente di tasca mia.
– la mia azienda non era in alcun modo tenuta ad investirli nelle politiche verdi.
Eppure la donazione è stata fatta.
A volerla vedere come una sconfitta ci vuole parecchia malafede, secondo me. Mi tocca spiegarlo ad un cliente su tre però, quando mi spara la sua versione diplomatica del: “Lo fate solo per darvi una posa”.
Nel 2022 è complicato ricordarsi che la politica la fanno i governi e non le corporation, ma per il momento è ancora così. È la politica che dovrebbe lavorare per non relegare l’ecologia delle multinazionali al reparto marketing, fino a che questo non succederà** tutto ciò che questi colossi faranno in questa direzione è grasso che cola, che lo facciano per immagine, per vocazione o per detrarlo dalle tasse. Non è qualcosa che possiamo controllare.
La riflessione però non finisce qui.
Parlando su twitter con un paio di persone e leggendo i commenti di altri mi sono ritrovato a chiedermi cosa faccia davvero incazzare i sopracitati SJW del greenwashing e la risposta che mi sono dato è “la frustrazione”.
Come dicevo, è complicato credere in una causa che si ritiene giusta e rendersi conto di non contare grossomodo un cazzo nella determinazione dell’esito finale della battaglia. Spiego con un esempio: Lufthansa ha dichiarato di dover far volare 18K aerei vuoti quest’inverno essenzialmente per questioni risibili (ref.). Ogni ora, uno di questi aerei produce la CO2 che una persona produrrebbe in un anno, quindi diventa abbastanza semplice (se non si è lobotomizzati) mettere in scala il peso specifico del nostro sciampo solido e delle maledette cannucce di carta.
Il punto quindi diventa il fatto che chi combatte queste battaglie spesso (direi sempre, ma non mi va di essere assoluto nonostante ci sia di mezzo la natura biologica della nostra specie) lo fa anche per il piacere di tirare la riga tra i buoni ed i cattivi, posizionarsi tra i primi e antagonizzare i secondi. Noi crediamo nelle politiche ecologiche, le multinazionali sono la causa del problema. Easy peasy.
Se però quelle stesse multinazionali possono decidere di avere un impatto positivo sulla questione che io da privato cittadino non avrò mai la possibilità di esercitare, quella riga si sposta o comunque diventa meno netta. Siccome poi in uno scenario senza cattivi è complicato essere i buoni, nessuna redenzione ci sembra possibile, nessun aiuto dal nemico ci risulta ben accetto e trasformiamo il trend delle multinazionali che investono nel green in un ulteriore capo d’accusa sul loro conto.
È un comportamento umano che comprendo e da cui non sono esente, in altri ambiti (ad esempio l’inclusivismo coatto di hollywood, anche se credo siano analisi non sovrapponibili***), ma che razionalmente mi sembra figlio del nostro ego più di quanto sia delle cause per cui ci spendiamo.
Cause che, di massima, superata l’autogestione è difficile ridurre a slogan senza passare per superficiali.


* a margine ci si può fare l’opinione che si crede anche di uno che grida uno slogan sul palco, se si è proni a fare un processo alle intenzioni.

** vedo arrivare l’obbiezione: “Eh, ma le multinazionali controllano la politica, quindi non succederà mai! Da un lato lavorano per restare libere di fare come cazzo gli pare e dall’altro ci sbattono in faccia questo impegno d’accatto…”. Vero. O meglio, plausibilissimo. Se questa è la realtà peró, ha ancora meno senso rompere il cazzo su quel poco che fanno. È legittimo sentirsi presi per il culo e avercela a male, ma chiedergli di smetterla è remare nella direzione opposta.

*** grazie al cazzo, pensassi che è la stessa cosa non avrei opinioni opposte nei due frangenti.

Il 2021 di Manq

Allora, com’è stato alla fine questo 2021, arrivato coi favori del pronostico con lo scopo di tirarci fuori dal mai sufficientemente vituperato 2020?
Probabilmente sotto le aspettive un po’ per tutti, ma non ne farei un demerito particolare. Di massima ha sofferto dello stesso hype nocivo che buttiamo addosso ai fine settimana da tutta una vita. Chiamati a redimere cinque infiniti giorni di routine lavorativa, immancabilmente si concludono lasciandoci già intenti a proiettare la favola sul weekend successivo, come peraltro già teorizzato dal Profeta della mia generazione.
Andandoci a guardare dentro però, questo 2021 è stato un anno che si può definire buono, per chi scrive. Il COVID è rimasto dov’era, ma chi ha voluto ha potuto usufruire di strumenti indispensabili a conviverci meglio e abbassare l’ansia che ormai portavamo a braccetto da troppo tempo. Si è tornati a stare insieme, ad uscire di casa e per quanto mi riguarda soprattutto a viaggiare, che come sa bene chi mi conosce è grossomodo l’unico motivo oltre il sostentamento che mi porti ad alzarmi dal letto la mattina per andare al lavoro.
Purtroppo, per una serie sempre diversa di circostanze di cui spesso sono il primo responsabile, anche il 2021 si è chiuso senza un concerto in presenza. Nei primi mesi dell’anno ne ho visti diversi in streaming, ma era una roba che potevo aspettarmi non sarebbe durata, mentre tutta la fase dei live distanziati e seduti l’ho proprio evitata per repulsione, pur sapendo sarebbe stato importante partecipare oltre il mio effettivo piacere personale. È una cosa che mi rimprovero, ma che in sincerità probabilmente rifarei pari pari dovesse, dio non voglia, ricapitare.
Il 2021 ha dimostrato inequivocabilmente che non ne siamo usciti migliori e a voler essere pignoli che non ne siamo usciti affatto, ma riconosco che il mio livello di imbruttimento stia pian piano migliorando, a piccoli passi, quindi bene così. Probabilmente i “quaranta in quarantena” sono un mix letale per l’umore e la stabilità mentale di chiunque, ma tutto sommato ho tenuto botta. Dormo quasi sempre, sono un po’ meno apatico e ho ripreso a fare piani per il futuro (che poi stringi stringi sempre ai viaggi si torna).
Forse mi ha aiutato anche mettermi in gioco in due cose che da quindici anni almeno, non esagero, davo per rimpianti definitivi in quanto “troppo vecchio per queste stronzate”. La prima è il brevetto PADI, che senza la spintarella di mia moglie non avrei probabilmente mai preso, la seconda è salire su uno skate e provare a non uccidermici, ma anche a vivermela senza sentirmi uno in piena crisi di mezza età. Ho elaborato questa forma mentis per cui non sia importante sentirmi ancora giovane, so di non esserlo, ma smetterla di pensare che questo precluda per forza delle esperienze che mi va di vivere. Magari è così, magari no, ma l’importante è capirlo provandoci invece di farcisi dei film sopra e tenersi il rimpianto. Anche nelle piccole cose.
Va beh, non voglio finire a fare un post che potrebbe scrivere il mental coach di Bonucci, fermiamoci qui.
Non ho manco ascoltato abbastanza dischi da fare una classifica di fine anno, quello che è indubbiamente il disco del mio 2021 è uscito nel 2006 e ci sono arrivato con 15 anni di ritardo (ma è una storia che dovrebbe uscire su Spento in questi giorni, quindi non faccio spoiler). Però credo che il disco più bello di quest’anno, uscito effettivamente quest’anno, sia quello dei Deafheaven, nonostante tutti i motivi che avrei per odiarlo: dal suo essere essenzialmente una trollata gigante, al suo avere 9 tracce in totale, ma con l’unica strumentale non esattamente a metà nella tracklist. Però è proprio bello, quindi in qualche modo glielo si perdona.

Bon, direi che possiamo chiuderla qui e rimandarci a cosa porterà il 2022. Vedo tutti intenti a sperare nel meglio, io firmerei perché andasse uguale.

Non si dovrebbe toccare il fondo

Ultimamente sto facendo delle cose.
Viste da fuori sembrano le manovre di un Peter Pan wannabe che pensa di poter restare un ragazzino per sempre, uno di quelli che “l’importante è essere giovani dentro”. Nulla contro le categorie, sia quella di chi si comporta in quel modo, che quella che mi ritiene uno di loro, facessero e pensassero un po’ quello che gli pare.
La realtà dei fatti però è che io sono proprio dalla parte opposta della situazione, ho smesso di sentirmi sufficientemente giovane ben prima di smettere di esserlo e mi son… sentite VAFFANCULO.
Ci manca solo stare qui a dare giustificazioni non necessarie e manco richieste come un complessato qualsiasi.
Stiamo sui fatti.
Ho sempre avuto il desiderio di cimentarmi con le immersioni per due ragioni semplicissime. La prima è che il paesaggio sottomarino è meraviglioso ed affascinante, la seconda è che ho una paura pazzesca delle profondità e del mare aperto. Questa dualità ha fatto sì che prendermi il brevetto PADI Open Water Diver (quello per neofiti/principianti) sia stato per anni tra i desideri senza che abbia mai davvero fatto un passo in là nel tentativo di concretizzarlo.
Ci ha dovuto pensare mia moglie, che a Natale 2019 mi ha regalato l’iscrizione al corso.
Da allora sono successe un certo numero di situazioni che hanno rallentato il processo (non so se ne abbiate sentito parlare), ma alla fine sono riuscito a chiudere il tutto e prendermi questo benedetto brevetto.
A prescindere da quanto e se lo userò in futuro (spero proprio di sì), sono piuttosto felice di avercela fatta ed aver sconfitto una delle mie settemila paure irrazionali.
E basta, non c’è proprio niente altro da dire.

Cose più grandi di X Factor

Stasera sarei dovuto uscire, ma sono rimasto a casa e così mi sono visto X Factor, per tutti #XF2021 (si farebbe davvero molto prima a chiamarlo direttamente così.).
Non lo guardavo da anni e sarei andato volentierissimo avanti così, non fosse che quest’anno in gara c’è un gruppo che mi piace. Non che ho sentito nominare eh, proprio di quelli di cui ho i dischi sulla mensola e la maglietta nel cassetto.
Le Endrigo.
È una sensazione strana quando sei uno come me, inteso coi gusti musicali che ho io, e ti ritrovi qualcosa di “tuo” su un palco del genere. Tipo un disturbo nella forza, una vibrazione dei sensi da ragno o la prima volta che vedi una ragazza stupenda e di istinto pensi: “Avrà si e no vent’anni”, ma non come fosse un plus. Nel profondo delle budella senti che c’è qualcosa di sbagliato, ma non sai cosa sia e, dubbio atroce, potresti essere tu.
Quando ho saputo della loro partecipazione alle selezioni da un lato ero felice (lo sono ancora, ho pure scaricato la app del programma per votarli), ma dall’altro continuavo a pensare sarebbero stati segati alla prima occasione. Figurati se passano i bootcamp con quella versione urticante di Lamette. Ok, ma di certo Emma non li porta ai live dai. Nulla contro Emma Marrone eh, ho tanti amici Emma Marrone, però i commenti che le ho sentito fare per giustificare il continuo portare avanti i nostri mi son suonati sempre autentici come una moneta da 3 euro e quindi non ci ho mai creduto davvero.
#Einvece.
Questa sera Le Endrigo hanno partecipato al primo live del programma e non sono nemmeno risultati tra i meno votati.

Non poteva essere vero.
E infatti i nodi alla fine vengono sempre al pettine e così sono bastati i primi responsi dei giudici a farmi capire di essere sempre stato nel giusto.
Bene Mika che “vi manca la fiamma”, benissimo Manuelito che “il pezzo è furbo e paraculo, un po’ come il punk” snocciolato neanche un’ora dopo aver mandato sul palco un cosplayer offensivo e grottesco annunciandolo come Zach dela Rocha, ma il capolavoro, il verdetto che mi ha purificato da ogni dubbio e da ogni senso di colpa è certamente quello di Manuel Agnelli.
“Paracul rock”
“Non è Waiting Room dei Fugazi”
“Non è punk, è punk pop, sappiatelo”.
SAPPIATELO.
Su Agnelli che fa punksplaining sono proprio decollato.
Che poi davvero vogliamo definire paraculo un gruppo che ha come manifesto il tema portante del programma? Cioè possiamo parlarne, ma cosa ci direbbe questa cosa dello stesso Xfactor?

Non è tutto.
Che Cose più grandi di te non sia per niente un inedito, quantomeno nella definizione che ho io di inedito, è un segreto di pulcinella, sta nel disco con cui il gruppo si è battezzato come Le Endrigo, ma la versione di Xfactor è molto diversa: 40% più corta e, di fatto, costituita unicamente di due gag iniziali ben scritte e due ritornelli killer in rapida successione (fact checking). Una sorta di bigino del pezzo originale. Esattamente come il bigino di Kant al liceo sarebbe dovuto servire allo scopo di far capire il Filosofo ad uno con evidenti limiti di comprensione per la materia come il sottoscritto, questa versione 2.0 del pezzo dovrebbe servire a far assimilare il prodotto ad un pubblico che non ha gli strumenti per comprendere l’originale.
Io nel compito in classe su Kant presi 4, vediamo come andrà ai novelli fan de Le Endrigo.
Per quel che mi riguarda sono comunque sereno perché la migliore band death metal mai esistita in tutta Brescia sopravviverà alle vostre nostre cazzate (cit.).

Prossimi concerti: una chiacchierata con Valeria

Oggi, 10 Ottobre 2021 per chi leggesse in differita, è il giorno della riapertura dei concerti. Sono passati infatti ormai quasi due anni da quando il Covid19 ha ribaltato le vite e la società in cui viviamo e una delle vittime più martoriate è stata la musica dal vivo.
Da qualche settimana rimugino sull’argomento in vari modi, ma alla fine ho pensato che il prodotto della mia tastiera sarebbe al più potuta essere una spataffiata livorosa e inutile che avrebbe tirato in mezzo gli stadi e i comizi di Conte, ma che di fatto avrebbe aggiunto zero al dibattito poichè farina del sacco di uno che ai concerti, al massimo, ci va quando riesce a piazzare i figli da qualche parte. Ho quindi pensato fosse più interessante fare qualche domanda a chi coi concerti ci lavora e nella musica dal vivo ci sbatte tutto il proprio sangue, così ho scritto alla Vale facendole un paio di domande.
Valeria, per chi non la conoscesse, lavora per il Bloom e scrive per Bossy e per Awand. Da sempre dentro al mondo di chi mette la musica su un palco con delle persone davanti, ora è una delle teste dietro a Tutto il nostro sangue, una roba bellissima che dovreste supportare tutti e che mi ha permesso qualche riga fa di fare quella gag oscena.
Come sempre su questo blog, io faccio domande farcite di illazioni e chi mi risponde mi spiega con pazienza come stiano davvero le cose, resistendo alla necessità di mandarmi a cagare.
Nello specifico, la parte interessante è quella in cui lei risponde in corsivo.
Buona lettura.

Iniziamo dalla fine, dall’ultimo concerto. Il mio è stato nel 2019 e a memoria potresti averlo organizzato tu. In questi quasi due anni ho pagato per vedere roba in streaming, ma non sono riuscito più a vedere qualcuno su un palco, prima perchè non mi ci sentivo al sicuro e ora perchè i concerti seduti vanno oltre la mia comprensione. A marzo 2020 invece c’è stato l’#UltimoConcerto, quello con l’hashtag, l’iniziativa messa insieme da un numero consistente di addetti ai lavori e che si poneva lo scopo di dare un segnale a tutti riguardo al momento terribile che la musica live sta(va) passando nel nostro Paese. L’iniziativa fu recepita in modo divisivo e io stesso non ero del tutto convinto si fosse scelta la strada giusta, sempre che una strada giusta esista. Sto solo facendo un mini riassunto, non voglio tornare sulla polemica che ne era scaturita, ma se vuoi commentare quella fai pure. Quello da cui mi interessa partire è che dopo quell’#UltimoConcerto si è parlato del #ProssimoConcerto, con interpellanze parlamentari, DDL mirati e comunicati ministeriali che sembravano indicare qualcosa si fosse mosso davvero, che con quell’iniziativa aveste in qualche modo dato una spallata alla questione. Sei mesi dopo, la prima domanda non può che essere: come procede? Si è davvero mosso qualcosa, diradato il polverone di marzo?

Dietro a quella che è stata un’iniziativa plateale, vista, seguita, giudicata, c’è una macchina che anche a camere spente si è mossa e ha continuato a muoversi perché le cose cambiassero, e cambino, non solo nell’ambito pandemia, ma più in generale perché il settore spettacolo trovi un riconoscimento e una tutela fino ad oggi mancanti.
Ultimo concerto non era una festa, non era pensato per esserlo e già il titolo dell’iniziativa a mio avviso parla da sé. Mi sconcerta il livore che ha scatenato, come non sia affatto chiaro cosa ci sia dietro ai ‘’nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”, e di come le provocazioni, le rotture e le proteste le capiamo e abbracciamo solo quando ci piacciono (o ci fa comodo?). Comunque ha centrato l’obiettivo, smuovere.
Come mi sconcerta chi non vuole suonare davanti alle persone sedute o non vuole andare ai concerti con le sedie. Tutto condivisibile, per carità, ma ci sta un punto: se non si supportano i posti che sono in ginocchio e se sono sopravvissuti hanno perseguito la loro missione di centro culturale rispettando le regole e stando alle capienze imposte, questi posti poi chiudono, non stanno in piedi.

Se i primi a non supportare, a non turarsi il naso per le modalità non proprio entusiasmanti (in primis per gli organizzatori, neh) in cui si sono potuti realizzare i concerti sono quelli che hanno per mesi hanno hashtaggato #mimanchicomeunconcerto, di cosa stiamo parlando?
Da lunedì si torna capienza 100%, non sembra vero, dopo tutto questo tempo, ma lo è.

Il discorso che fai ci sta tutto, supportare è la base ed è normale sensibilizzare tutti a fare la propria parte. Ho però l’impressione che da dentro si viva la musica e il mondo che le gira intorno con una consapevolezza ed un’etica che spesso è ingenuo attribuire anche al “consumatore”. Probabilmente, in tantissimi casi, chi va ad un concerto non ha idea di quel che ci sia dietro e non sono convinto stia lì il problema di fondo. Un po’ come posso sensibilizzare al consumo equo e solidale, ma nei fatti la politica che determina le condizioni del lavoro vola ad un’altezza diversa rispetto alla superficialità di chi compra il caffè senza stare troppo a ragionare se il prezzo dello scaffale permetta o meno a chi lo coltiva una condizione lavorativa umana. Un conto è far passare la consapevolezza al consumatore, un conto e dargli dello stronzo.
Ad ogni modo, la bella notizia è che si torni a capienza piena ed è davvero una vittoria a questo punto.
La domanda che ti faccio quindi è: quanto è compromessa la situazione? L’impressione che mi sono fatto da fuori è che le vittime sono state tante e che anche il futuro sarà complicato, con tanti tour internazionali che salteranno l’Italia forse (dimmelo tu) anche a causa dell’averci messo troppo a dare garanzie su quel che si potrà fare qui da noi questo autunno e nel prossimo anno. Tu come lo vedi il prossimo futuro dei concerti in Italia?

Assolutamente, chi non conosce una minima di dinamiche del settore fa fatica a considerare la musica come un lavoro e tutto quanto sta dietro a una band che suona sul palco, e di conseguenza giustamente come funzionano le cose. Però, anche vero, che a tutti i livelli, in questi due anni di pandemia tramite social non sono mancate/i addette/i ai lavori che hanno cercato di spiegare il problema per propria voce o tramite organizzazioni di settore. Lungi da chiunque dare dello stronzo a chi non conosce/non comprende le dinamiche o semplicemente non gliene frega nulla, è una considerazione diversa, più che incattivata, estremamente sconsolata: mesi su mesi di lockdown a leggere #mimanchicomeunconcerto, condivisioni di post nostalgici alla vita di prima, alle cose non si potevano fare, alla musica dal vivo mancante, commiati per i locali che hanno chiuso… e poi, quando si può riprendere, in una condizione preclusiva e penalizzante sia per chi va a vedere, ma anche per chi mette a disposizione il concertame, ci si tira indietro, storcendo il naso. Quindi non è che #mimanchicomeunconcerto, è #mimanchicomeunconcertovistoegodutocomevoglioaltrimentinientedaiaccendonetflixestosedutomasuldivano.
Quello del 10 Ottobre è un piccolo passo, sicuramente bello, ma ribadisco piccolo: tenendo i posti seduti come parrebbe ad oggi (10/10/21), per il settore è ancora tosta, non è un ritorno alla “normalità”. Che il settore musica dal vivo non stesse bene già si sapeva, anche prima del covid-19 che però ha sicuramente inflitto un’ulteriore batosta. E’ anche vero che credo ci si stia proiettando, seppur lentamente, ad un ritorno alle modalità di fruizione della musica dal vivo nelle modalità che conosciamo. La speranza è che si possa nei prossimi mesi tornare a vedere i concerti in piedi e che non saltino più date che già sono a volte al secondo rischedule.

Leggendo la tua risposta deduco si riapra al 100%, ma coi posti a sedere e questa mi pare l’ennesima presa in giro, quindi volevo chiudere con l’ultima domanda. Uscendo dalla questione riaperture, mi pare che le misure di sostegno al settore negli ultimi due anni siano state poche e del tutto insufficienti. Puoi dirmi cosa è stato fatto (se è stato fatto qualcosa) nel concreto per provare a dare una mano al mondo della musica dal vivo da parte delle istituzioni?

Sì, lo Stato qualcosa ha stanziato, non abbastanza, non tutti ne hanno goduto allo stesso modo e altrove – es. in Germania – è stato fatto certamente di meglio.
Parallelamente bisogna ricordare che le venue non sono rimaste con le mani in mano ad aspettare le misure governative, alcune hanno avviato campagne fondi, tante si sono inventate e reinventate per garantirsi il sostentamento e sono state attivate iniziative come scena unita, ideate per rispondere alla situazione emergenziale.
Consiglio vivamente, per informarsi non solo sui numeri specifici dei soldi stanziati e delle misure adottate nel corso del tempo e in modo preciso, ma anche per approfondire tutto quello che è successo in questi ormai due anni in termini di azioni governative e di richieste per la tutela, la ripartenza e la possibilità di garantire per il futuro maggiori riconoscimenti per il settore, di consultare la sezione Iniziative e News | KeepOn Live, il sito dell’associazione di categoria live club e festival italiani.

Canzoni che amo di gruppi che odio

Qui è essenzialmente dove butto mezzo pomeriggio in cui dovrei assolutamente lavorare, incasinandomi con ogni probabilità il weekend, per scrivere un post e fare una playlist.
I dettagli però li vediamo dopo, adesso è necessario vi leggiate questa cosa qui.

La musica nella mia vita è sempre stata l’elemento di autodeterminazione principale, quello attraverso cui tiravo le righe dei confini che via via ho utilizzato per definire me stesso e il resto. A quarant’anni non ne farei proprio una questione di Bene e Male, ma mentirei se dicessi che è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui la musica era questione di appartenenza non tanto ad una scena o a qualche struttura sociale (dieci anni abbondanti ad andare a concerti a cui presenziavano sempre le stesse cento facce, ma senza mai nemmeno provare a parlare con qualcuno non sono decisamente il CV di uno che vive la scena), ma più all’immaginario di quello che avrei voluto essere, o sembrare di. In un processo di questo tipo, l’odio è lo strumento principale che un ragazzino può usare per delimitare i confini, perchè senza un antagonismo sincero verso ciò che sta fuori dal proprio recinto, quel recinto diventa sfumato e si finisce per non avere più idea di chi si è e di chi non si voglia diventare.
Probabilmente la musica non è l’unico strumento che permette questo processo di crescita, ma io non ne ho avuti altri e forse per questo quando sento ragazzini vestiti tutti uguale passare con noncuranza da un pezzo trap ai Maneskin al grido di “mi piace tutta la musica”, mi prende una paura fottuta e sento la necessità di abbracciare i miei figli e dire loro che andrà tutto bene. “Ok boomer” è una possibile risposta a questa mia spataffiata, ma è una risposta sbagliata.
Alla fine però, per quanto solida sia l’armatura che ci siamo incollati addosso, se si è quel tipo di persona che può stare in una macchina mentre gira un disco che non ha scelto lui senza per forza doverlo coprire con le parole o che spaccherebbe il dito dell’amic* che schiaccia skip a metà di un pezzo nonostante il pezzo in questione sia una merda inqualificabile, allora c’è e ci sarà sempre un tallone d’Achille. Un minuscolo spazio indifeso in cui le canzoni belle si insinuano e si fanno spazio fino al cervello, arroccandocisi dentro per non uscirne mai più. Nella mia vita ho odiato tantissimi gruppi, alcuni da subito, alcuni in corso d’opera. Difficilmente ne ho riqualificati dopo averli odiati, magari pensandoci qualcosa in mente mi verrebbe anche, ma diciamo che non farebbe statistica. Il marchio dell’infamia è una strada a senso unico. La maggior parte di questi gruppi ai miei occhi ha prodotto solo merda e, anche se è indubbio che potrei approfondire e verificare se sia vero anche oggi, non mi sento particolarmente in difetto nel dire: “Anche no” e tenermi la mia opinione. Eppure ci sono pochi infamissimi elementi che quel varco l’hanno trovato e sono riusciti ad infilarci un pezzo, maledetti loro.
Questo post e questa playlist parlano di loro.

Ci sono tante ragioni per odiare un gruppo e radicalizzare il proprio gusto musicale e nel fare questa playlist credo di aver elencato una dozzina di gruppi che odio per ragioni molto diverse tra loro. La cosa più difficile da ammettere è quanto suoni bene questa oretta di musica.
Fa quasi incazzare.
Ora devo resistere alla tentazione di fare il Nolan delle playlist, quindi chiudo il post senza andare nel didascalico e spiegare le ragioni delle scelte, anche se l’idea che qualcuno possa chiedersi cos’ho mai contro, che cazzo ne so, i Black Eyed Peas mi dilania dentro. Nel caso remoto qualcuno fosse arrivato fin qui a leggere e avesse il dubbio, per favore, me lo dica.

Parliamo di Natura Sì

Partiamo dai fatti: la catena di supermercati Natura Sì ha deciso di pagare i tamponi per i dipendenti non vaccinati che necessiteranno il green pass per lavorare (ref.). 
La decisione ha suscitato reazioni forti in tante persone, che possiamo riassumere usando questo tweet di Burioni.
Questi, appunto, i fatti.
La mia opinione in merito è che Natura Sì ha deciso di colmare a proprie spese un vuoto legislativo, tutelando i propri lavoratori e questa è una cosa bella.
Qual è infatti la situazione attuale nel nostro Paese? Riassumiamola: lo Stato ha deciso di concedere libertà individuale in merito alla vaccinazione anti SARS-CoV-2, ma ha introdotto una serie cospicua di restrizioni a chi non possiede il Green Pass, ottenibile con la vaccinazione oppure sottoponendosi ad un tampone (ref.). Queste limitazioni includono l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro con conseguente sospensione dello stipendio (ref.). Un lavoratore che, nel pieno del proprio diritto, sceglie di non vaccinarsi dovrà quindi decidere se perdere parte dello stipendio rimanendo a casa oppure perderla pagandosi i tamponi. In questo scenario, Natura Sì ha semplicemente deciso di coprire parte di queste spese permettendo ai propri dipendenti non vaccinati di continuare a lavorare. 
Qui faccio una pausa, così chi si è incazzato leggendo questa prima parte può prendersi del tempo per insultarmi e darmi del No Vax prima di leggere le argomentazioni successive (oppure no e tenersi l’opinione che si è fatto, non ci perderò il sonno).

Le ragioni che spingono Natura Sì a fare questa cosa probabilmente sono deprecabili. Non ho la possibilità di sapere con certezza le basi su cui hanno costruito questa decisione, può essere per una ricerca di mercato volta a collocare meglio il brand in una certa fetta di popolazione (chi non si fida di Big Pharma probabilmente è più propenso a comprare bio) o per una mossa di marketing che faccia girare il nome sulle prime pagine dei giornali. Forse il CDA del gruppo è composto da persone con una ferrea e radicata avversione ai vaccini o magari hanno fatto un banale conto della serva per cui spenderanno in tamponi meno di quanto gli costerebbe avere parte dei dipendenti a casa. Potrebbe essere un mix di tutte queste cose come nessuna. Non lo so. 
Quello che so è che nella mia personalissima scala di valori, il lavoro è un diritto e una scelta non è davvero tale se solo una delle opzioni mi consente di arrivare alla fine del mese con il cibo in tavola. Il Green Pass è una manovra ipocrita fatta da una classe dirigente che si rifiuta di fare il proprio lavoro (governare) ogni qual volta ne ha l’occasione, nascondendosi dietro provvedimenti subdoli. La mia posizione sul GP è dal primo istante la stessa espressa da Barbero giorni fa.
Lo Stato inoltre, secondo me, non può e non deve permettersi di sbandierare delle libertà fittizie, mettendo poi nelle mani dei cittadini l’onere di far valere vincoli anche molto severi che le contrastano. Non andava bene quando suggeriva di denunciare i vicini che si trovavano in più di sei in casa l’anno scorso e va ancora meno bene oggi quando chiede agli esercenti o ai datori di lavoro di far valere restrizioni severe che, oltre a mettere i cittadini gli uni contro gli altri, generano oltretutto un evidente conflitto di interessi.
Lo Stato ha tutti gli strumenti per valutare la situazione sanitaria e decidere se la vaccinazione spontanea sia sufficiente a garantire sicurezza. Se non lo è, serve l’obbligo vaccinale. Non è complicato, è lo stesso calcolo alla base dei semafori: lo Stato valuta insufficiente la capacità degli italiani di fermarsi spontaneamente agli incroci per evitare incidenti e quindi ci obbliga a farlo. 
As simple as that.

C’è tuttavia un altro fenomeno da analizzare, portato alla luce dalla questione Natura Sì, ed è nuovamente un’amara riflessione su come abbiamo veicolato il valore della vaccinazione. Nelle aziende si parla di “value proposition”, la leva da utilizzare per vendere un prodotto al cliente, ciò che lo rende interessante/appetibile esplicitandone la necessità e, di conseguenza, innescando il processo di acquisto.
Ora, io non sono esattamente la Ferragni e di marketing capisco davvero il minimo necessario a fare il lavoro che faccio, ma la posizione commerciale di un vaccino arrivato dopo 10 mesi di chiusure, vita azzerata e paura collettiva sulla carta sarebbe dovuta essere la più comoda possibile già in partenza, per poi diventare addirittura inaffondabile alla luce del fatto che funziona e la gente ha smesso di morire. Le persone avrebbero dovuto essere ultra felici di vaccinarsi per il loro bene e, onestamente, guardando i numeri della campagna vaccinale è stato largamente così per una vasta maggioranza di cittadini.
Ciò nonostante, siamo riusciti a far passare il vaccino come “sacrificio necessario”, con tutte le implicazioni nefaste che questo comporta se dato in mano ad una popolazione generalmente più impegnata a guardare cosa fa quello della scrivania affianco piuttosto che concentrarsi su quanto debba fare lui. Di conseguenza, a nessuno più interessa il fatto che essersi vaccinati è in prima istanza un bene per noi stessi nè ci interessa che chi non lo ha fatto debba comunque sottoporsi a continui controlli per garantire la propria e la nostra sicurezza. No, dobbiamo accanirci, quindi immaginarceli costretti a non lavorare ci dà quel brivido di vendetta che tanto ci piace.
Non a caso, una delle sostenitrici della linea Burioni è la sempre presente Selvaggia Lucarelli, già da anni prima punta della squadra (ammicco) che mira a colpire i cattivi dove fa più male, ovvero mettendoli nei guai al lavoro. E’ un metodo fascista, non so come altro definirlo, e a me i metodi fascisti fanno tendenzialmente schifo anche quando usati su persone che hanno sbagliato, a prescindere dalla gravità del loro sbaglio. Mi fa quasi strano doverlo ribadire: l’obbiettivo è uno Stato che si occupi in prima persona di dettare le regole, farle rispettare e punire chi non le rispetta, scevro dalla spinta della vendetta o della ritorsione che umanamente muove noi semplici cittadini.

Chiudo con un’ultima nota, già che ho la vena pulsante, e proprio perchè dettata dalla foga del momento concedetemi la sua natura benaltrista.
In un anno e mezzo di emergenza COVID non ci è mai interessato boicottare le aziende che non garantissero la sicurezza sanitaria necessaria sul posto di lavoro, nè ci è interessato che lo Stato se ne occupasse. Non ci è mai interessato boicottare le aziende che si sono opposte al telelavoro pur non avendo esigenza nel riportare i dipendenti in uffici poco sicuri o comunque più proni al generare focolai. Non ci è mai neanche interessato boicottare le aziende che hanno usufruito degli ammortizzatori sociali derivati dal COVID in modo improprio, contribuendo ad impoverire uno Stato che già arranca nel sostegno di chi ha davvero sofferto l’inferno per l’intera pandemia.
In tutti questi casi il nostro sdegno non era necessario.
Che lo diventi ora, innescato da un’azienda che investe il proprio denaro per il benessere dei propri dipendenti senza intaccare in nessun modo la sicurezza dei propri clienti o del proprio personale, secondo me, è davvero un brutto segnale.

Un’altra occasione persa per uscirne migliori.