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Viaggi

#IceAndFire

Le vacanze di quest’anno le abbiamo fatte in Islanda, tornando alla vacanza on the road dopo tre anni pieni. E’ un viaggio meraviglioso, che ti mette a contatto con panorami senza senso. Guidando lungo queste strade interminabili e semi deserte si passa dalle Hawaii alla Scozia, con la suggestione dei grandi spazi US, ma ancora più ruvidi ed incontaminati.
Probabilmente il posto più spettacolare, paesaggisticamente parlando, che mi sia capitato di visitare.
Come sempre ho scritto due righe sul mio viaggio, che magari a qualcuno interessano o possono servire come info per organizzare qualcosa di simile e DIY.
Vi lascio qui una delle foto che ho fatto, che tanto le mie foto al massimo sono un disincentivo.

Breve storia triste

Ad inizio Aprile escono le date del tour europeo degli Spanish Love Songs, dove con Europeo si intende Uk e Prussia.
Io sono in una fase piuttosto positiva della mia esistenza: ho tre dosi di vaccino e mi sono appena fatto il COVID, quindi vivo in questa convinzione per cui nulla potrebbe più fermarmi sulla strada del ritorno alla normalità. Ho già comprato il biglietto per il concerto di Dargen e quello per vedere Louis CK all’Arcomboldi, ma penso di poter fare ancora di più, così butto un occhio al calendario, litigo a dovere con mia moglie e decido di incasinare il ponte del 2 Giugno a tutta la famiglia comprando il biglietto della prima data del tour a Londra.
In quelle date c’è il giubileo della Regina, quindi mi prendo qualche ora per mettere giù un piano d’azione che possa funzionare al meglio per tempi, spazi e costi.
1) Mi prendo un volo ottimizzato: arrivo a Londra alle 12:15 del giorno del concerto e ripartenza alle 7:15 del giorno seguente, minimizzando la permanenza su suolo inglese.
2) L’aeroporto è Stansted e siccome arrivarci è un inferno, la distanza è tanta e i pullman oltre ad essere cari non offrono garanzie sull’orario per il ritorno al terminal sia che scelga di andarci dopo il concerto, sia che opti per la mattina seguente, noleggio una macchina.
3) Trovo un piccolo ostello a 600 metri dal locale del concerto (The Dome) con parcheggio gratuito in loco.
A questo punto la logistica sembra davvero perfetta: arrivo, guido fino all’ostello, butto la macchina, faccio un giro in centro fino all’ora del live, vado al concerto, torno in ostello a piedi, dormo e all’alba parto per rientrare all’aeroporto.
Preciso.
Ho anche valutato di portare tutta la famiglia a Londra per tre giorni, ma tra brexit, giubileo e il fatto che Londra è pur sempre Londra veniva a costare una fucilata. Troppo. Molto meglio così.
Sono discretamente gasato perchè è una roba che mette insieme un po’ tutto. C’è il concerto, tra l’altro di quello che è il gruppo che sto ascoltando di più da sei mesi a questa parte, c’è il viaggio, c’è questo mood supergiovane del “vado a sentirli a Londra”.
La fotta, insomma.

Fino a ieri.

 

 
 
 
 
 
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Alla fine ho disdetto albergo e macchina senza costi.
Il biglietto aereo è perso, ovviamente, mentre son stati super rapidi a rimborsare il biglietto del concerto.
Se dicessi che il problema è averci perso dei soldi, tuttavia, mentirei.

Il 2021 di Manq

Allora, com’è stato alla fine questo 2021, arrivato coi favori del pronostico con lo scopo di tirarci fuori dal mai sufficientemente vituperato 2020?
Probabilmente sotto le aspettive un po’ per tutti, ma non ne farei un demerito particolare. Di massima ha sofferto dello stesso hype nocivo che buttiamo addosso ai fine settimana da tutta una vita. Chiamati a redimere cinque infiniti giorni di routine lavorativa, immancabilmente si concludono lasciandoci già intenti a proiettare la favola sul weekend successivo, come peraltro già teorizzato dal Profeta della mia generazione.
Andandoci a guardare dentro però, questo 2021 è stato un anno che si può definire buono, per chi scrive. Il COVID è rimasto dov’era, ma chi ha voluto ha potuto usufruire di strumenti indispensabili a conviverci meglio e abbassare l’ansia che ormai portavamo a braccetto da troppo tempo. Si è tornati a stare insieme, ad uscire di casa e per quanto mi riguarda soprattutto a viaggiare, che come sa bene chi mi conosce è grossomodo l’unico motivo oltre il sostentamento che mi porti ad alzarmi dal letto la mattina per andare al lavoro.
Purtroppo, per una serie sempre diversa di circostanze di cui spesso sono il primo responsabile, anche il 2021 si è chiuso senza un concerto in presenza. Nei primi mesi dell’anno ne ho visti diversi in streaming, ma era una roba che potevo aspettarmi non sarebbe durata, mentre tutta la fase dei live distanziati e seduti l’ho proprio evitata per repulsione, pur sapendo sarebbe stato importante partecipare oltre il mio effettivo piacere personale. È una cosa che mi rimprovero, ma che in sincerità probabilmente rifarei pari pari dovesse, dio non voglia, ricapitare.
Il 2021 ha dimostrato inequivocabilmente che non ne siamo usciti migliori e a voler essere pignoli che non ne siamo usciti affatto, ma riconosco che il mio livello di imbruttimento stia pian piano migliorando, a piccoli passi, quindi bene così. Probabilmente i “quaranta in quarantena” sono un mix letale per l’umore e la stabilità mentale di chiunque, ma tutto sommato ho tenuto botta. Dormo quasi sempre, sono un po’ meno apatico e ho ripreso a fare piani per il futuro (che poi stringi stringi sempre ai viaggi si torna).
Forse mi ha aiutato anche mettermi in gioco in due cose che da quindici anni almeno, non esagero, davo per rimpianti definitivi in quanto “troppo vecchio per queste stronzate”. La prima è il brevetto PADI, che senza la spintarella di mia moglie non avrei probabilmente mai preso, la seconda è salire su uno skate e provare a non uccidermici, ma anche a vivermela senza sentirmi uno in piena crisi di mezza età. Ho elaborato questa forma mentis per cui non sia importante sentirmi ancora giovane, so di non esserlo, ma smetterla di pensare che questo precluda per forza delle esperienze che mi va di vivere. Magari è così, magari no, ma l’importante è capirlo provandoci invece di farcisi dei film sopra e tenersi il rimpianto. Anche nelle piccole cose.
Va beh, non voglio finire a fare un post che potrebbe scrivere il mental coach di Bonucci, fermiamoci qui.
Non ho manco ascoltato abbastanza dischi da fare una classifica di fine anno, quello che è indubbiamente il disco del mio 2021 è uscito nel 2006 e ci sono arrivato con 15 anni di ritardo (ma è una storia che dovrebbe uscire su Spento in questi giorni, quindi non faccio spoiler). Però credo che il disco più bello di quest’anno, uscito effettivamente quest’anno, sia quello dei Deafheaven, nonostante tutti i motivi che avrei per odiarlo: dal suo essere essenzialmente una trollata gigante, al suo avere 9 tracce in totale, ma con l’unica strumentale non esattamente a metà nella tracklist. Però è proprio bello, quindi in qualche modo glielo si perdona.

Bon, direi che possiamo chiuderla qui e rimandarci a cosa porterà il 2022. Vedo tutti intenti a sperare nel meglio, io firmerei perché andasse uguale.

Sono stato alle Maldive

Questo post non lo volevo neanche scrivere, ma poi mi è arrivato questo messaggio e come fai a dire di no ai tuoi fan?

Quindi eccoci: sono stato alle Maldive, è stato bellissimo ed è costato tantissimo. Questa, grossomodo, è la versione corta. Poi c’è la versione lunga, che è il classico report/guida che scrivo sempre quando faccio un viaggio e che si può leggere qui
Per il resto tutto bene, da quando sono rientrato dormo come un bambino 10 ore a notte senza più sudori freddi e tachicardie legate a tamponi, quarantene e cazzi vari e questo si aggiunge al relax fisico regalatomi da una settimana su un’isola incontaminata dispersa in mezzo all’oceano indiano.
Null’altro da aggiungere, allego diapositiva.

Cronaca di un calvario (annunciato)

Giovedì 18/11, ore 9:52
Arriva notifica Whatsapp.
“Ciao, volevo segnalarti che oggi sono risultat* positiv* al covid.”
La prima reazione è controllata. Faccio presente la cosa in ufficio, mentre mi vesto e mi appresto a rientrare a casa per isolarmi.
Chiamo il medico, specifico che il mio ultimo contatto è stato Domenica. Sono vaccinato, quindi la procedura è isolarmi per sette giorni dal contatto e poi procedere con un tampone, in assenza di sintomi. Ok.
La seconda reazione è una canzone di Alanis Morrisette: giusto ieri ho prenotato la mia terza dose di vaccino. Sarebbe effettivamente molto ironico ammalarsi proprio ora, dopo averlo schivato per 20 mesi.
La terza reazione è più tendente all’isterico ed arriva quando realizzo che in diciassette giorni dovrei partire per un viaggio che rimandiamo da due anni e che adesso sembra finalmente possibile grazie ai corridoi COVID-free. Ho appena preso coscienza del fatto che potremmo non essere per niente COVID-free.

Giovedì 18/11, ore 10:20 circa
Dopo aver chiamato il medico realizzo che Olly è a casa dall’asilo perchè questa notte ha avuto forte mal di orecchio, dovuto al catarro. Ha anche un po’ di tosse, adesso che ci penso. In questo momento è dai nonni, quindi li chiamo e spiego loro di mettersi la mascherina. Poi chiamo Paola, che a sua volta chiama la pediatra.
Olly deve andare subito al drive-through dell’Ospedale San Raffaele a fare un tampone molecolare.
Allerto di nuovo il mio medico, le disposizioni non cambiano anche se adesso mi sembra di avere tutti i sintomi del mondo. Provo la febbre: 35.7°C.
Olivia rientra a casa post tampone con un pacco di wafer, perchè è stata bravissima.
Si aspetta l’esito.

Giovedì 18/11, ore 20:30
Ho il tavolinetto da giardino in camera, ci sto mangiando il risotto isolato dal resto della famiglia. Mentre mangio faccio compulsivamente ctrl+f5 sulla pagina dei referti del San Raffaele per vedere l’esito del tampone di Olivia, che continua a non arrivare.
Quel che arriva invece è un’altra notifica whatsapp, dalla terza persona coinvolta nel contatto positivo di Domenica. “Per scrupolo ho fatto il tampone ed è negativo”.
E’ ovviamente un dato insignificante, ma è interessante valutare come lo si può elaborare. Conosco persone che lo prenderebbero come un segnale incoraggiante, di speranza. Io riesco solo a pensare che la sfiga abbia preso la mira invece di sparare nel mucchio.
Ctrl+f5.
Ancora niente.

Giovedì 18/11, ore 21:53
Olivia è negativa.
Nulla da aggiungere dal fronte. La stanza è chiusa e così resterà fino a domenica mattina, quando il tampone toccherà al sottoscritto.
Continuo a pensare che quello dello scorso weekend è stato il primo vero rischio che mi sono preso in venti mesi di pandemia, se si può definire rischio fare un viaggio in auto di due ore con due persone comunque vaccinate. 

Venerdì 19/11, ore 20:36
Di nuovo al tavolino, sempre solo. Sto mangiando gli spaghetti allo scoglio che abbiamo preso da asporto e ci sto bevendo dietro mezza bottiglia di Sauvignon. Il cibo me lo lascia Olivia davanti alla porta.
Oggi ho lavorato e ho ascoltato il disco nuovo di Marra un numero insensato di volte. Adesso lo rimetto su, che tanto non ho un cazzo da fare.

Domenica 21/11, ore 9:48
Ho appena fatto il tampone.
Sono nel parcheggio dell’ospedale di Vizzolo Predabissi, un luogo di cui non avrei mai avuto conoscenza senza questa pandemia. Intorno a me è nebbia, fittissima.
Sarebbe anche una metafora bellissima, se in questo momento fossi nello spirito di poter apprezzare le cose belle.

Domenica 21/11, ore 21:02
Ancora niente esito.
Oggi ho impegnato il tempo in vario modo cercando di non pensarci, ma nelle ultime due ore sta diventando semi-impossibile.
Avrei voluto aprire wordpress prima, per scrivere questo update, ma mi dicevo: “Aspetta, metti direttamente quello con l’esito.”.
Arrivasse.

Lunedì 22/11, ore 10:30
Mentre refresho come un forsennato la pagina del fascicolo sanitario di Regione Lombardia, il telefono vibra.
“Certificazione verde Covid-19 di GI*M disponibile.” scrive il Ministero della Salute.
Esultanze e caroselli.


Ho scritto questo post in presa diretta, da Giovedì ad oggi. Non so come continuerà questa storia.
Dopodomani, Mercoledì 24/11, a questo punto potrò fare la mia bella terza dose di vaccino, come da programma. Una pera di antigeni, ma spero più che altro di tranquillità. Perchè lo so che questo post potrebbe prendere i toni di una puntata di “Anche i ricchi piangono” visto che l’ansia che mi sta opprimendo è legata ad una cazzo di vacanza che ho scelto io di fare, in un momento non proprio ideale, però se tutti avessimo sempre la forza di mettere i propri problemi in prospettiva saremmo molto più forti e sereni di quanto effettivamente siamo.
Si può pensare quel che si vuole di uno che si fa venire gli attacchi di panico per aver prenotato un viaggio, ma questo purtroppo non cancellerà quegli attacchi di panico.
Due settimane all’ipotetica partenza.
A viverla così, sembreranno infinite.

Le vacanze in Italia

Sono una merda.
No, non è vero. Il problema è più che altro mio, le soffro, per una serie di fattori soggettivi, ma non sempre opinabili. Volendo partire dai dati oggettivi, essere forzati a viaggiare nel nostro Paese ha due limiti enormi, specie per chi come me è vincolato a fare il grosso delle proprie ferie le due settimane centrali di Agosto.
Il primo è di carattere economico.
Ho letto in giro che nella prima estate post-COVID le strutture nazionali hanno tutte implementato un “adeguamento” dei prezzi al rialzo, vuoi per massimizzare gli introiti dopo una stagione disgraziata, vuoi per approfittare della mancanza di alternative per i viaggiatori. Non so se questa cosa sia vera o vada annoverata tra le leggende dell’internet. L’unica struttura italiana che frequento routinariamente da diversi anni non ha alzato i prezzi, ma io ci vado a Giugno e, soprattutto, un singolo esercente non fa statistica. Quel che posso dire di mio invece è che tra l’anno scorso e quest’anno ho adattato le mie vacanze al contesto sanitario facendo viaggetti piccoli in diverse regioni italiane e, di certo, i prezzi in Agosto sono fuori da ogni logica comprensione, semplicemente non competitivi con qual si voglia alternativa estera paragonabile. Questo credo sia un fatto.
Il secondo limite invalicabile delle vacanze in Italia in Agosto è il traffico.
A meno di volersi muovere in aereo, cosa applicabile solo per le grandi isole o il profondo sud, andare in vacanza in Italia implica prendere la macchina e fare ore di coda. Quest’anno ho avuto la malaugurata idea di partire lunedì 9/8 per la riviera e ho impiegato tre ore per arrivare da Gessate a Parma. Volevo morire. Ok, ho preso un caso limite, ma in generale che si tratti di andare al mare in Liguria, in Toscana o in Romagna come di optare per le montagne di Valle d’Aosta o Trentino, toccherà mettersi l’anima in pace e fare almeno un po’ coda. Sempre.
Più dei costi, per me questo è il deterrente maggiore.
Per finire, ci sarebbe una mia tendenza personale al viaggio che è proiettata in tutt’altra direzione.
Per me viaggiare, in questo momento, vuol dire andare lontano. 
E’ una questione psicologica, ma fatico a definire viaggio qualcosa che non implichi studio, organizzazione, pianificazione e dieci fottutissime ore di aereo. Non è che pensi che il nostro Paese non abbia niente da offrire eh, non sono idiota, è che ho questa idea per cui di stare in zona avrò tempo più avanti, che finchè posso e riesco sia meglio provare a spaziare. Per questo, per me, le vacanze in Italia semplicemente non sono vacanze, sono un placebo.
Che, come sicuramente ormai saprete anche voi, a volte fa comunque effetto.
Tipo:

La mia settimana in Val Gardena è stata stupenda.
E’ vero, probabilmente è la valle del Trentino coi prezzi più alti in assoluto e con la maggior affluenza di turisti, ma volendo usare il rasoio di Occam sono portato a pensare che probabilmente siano conseguenze del fatto che è la valle più bella. Il panorama offerto nella foto qui sopra, scattata all’Alpe di Siusi, se la gioca tranquillamente con i migliori parchi naturali americani. Esci dalla cabinovia che ti porta su e rimani letteralmente senza parole. 
In sette giorni abbiamo fatto diverse passeggiate, dalle più semplici alle più difficoltose (più che altro per i bambini), e l’offerta è davvero variegata e capace di soddisfare tutte le esigenze. Senza contare la grande attenzione che hanno per le famiglie ed i bambini. Occhio, non parlo dei faraonici Family Hotel che si possono trovare da quelle parti e che spesso hanno prezzi fuori dalla grazia di Dio, parlo delle piccole cose, del fatto che ogni 500 metri ci sia un parco giochi o che ogni rifugio/malga abbia attività per i piccoli all’aperto, così come del fatto che siano tutti disponibilissimi a venire incontro alle esigenze alimentari dei più piccoli. Insomma, la Val Gardena è un posto che consiglierei a tutti e che vale i (non proprio pochi) soldi spesi per andarci.
Discorso analogo, anche se completamente diverso, vale per la Romagna.
Non ero mai stato in riviera in estate e, in tutta sincerità, mai avrei pensato di andarci, eppure esserci passato due giorni mi ha immediatamente fatto capire perchè sia un posto così frequentato nonostante il limite oggettivo di quel che può offrire in termini “naturalistici”. Le persone sono stupende. Ristoratori, albergatori, negozianti: ognuno di loro ti tratta come se fossi il più prezioso dei clienti o il più affezionato, anche se ti fermi solo per un giorno o due. Le strutture non sono per forza sfarzose (ne esistono di super anche lì, ovviamente, ma se trovo assurdo spendere tantissimo per un posto bello come la Val Gardena, potete immaginare cosa pensi all’idea di spendere 3K euro a settimana per stare a Rimini), ma sanno essere accoglienti ed offrire quel che davvero conta: qualità e cortesia. In due giorni ho mangiato benissimo spendendo cifre con cui a Milano se va bene prendi una pizza. Certo, se si cerca la tranquillità una spiaggia chilometrica dove ogni bagno conta 400 ombrelloni forse non è the place to be, io avevo costantemente paura di perdere i figli in spiaggia per dire, ma credo sia più questione di abitudine. E c’è la questione mare, che non è terribile come immaginavo, ma che è pur sempre noto per essere quel che è. Sapete cosa però? Non è peggio del mare che ho trovato l’anno scorso nella ben più acclamata Toscana.

E infatti oltre alle note positive, ci sono le note tristemente negative.
Dodici mesi fa infatti, cercando di far fronte a tutte le limitazioni vigenti, ma volendo comunque evitare di fare tutto Agosto a Gessate, abbiamo fatto una settimana a Marina di Castagneto Carducci e posso tranquillamente dire che il mare è una merda tanto quanto quello della Riviera, con la differenza del fatto che non te lo aspetti prima di partire (noi, almeno). In più, il trattamento ricevuto lo scorso anno lo definirei ligure e spero sappiate tutti che, per quanto mi riguarda, la Liguria se la dovrebbe prendere il mare.
Tre esempi, conscio del fatto che anche in questo caso una singola esperienza pesi il giusto:
1) Prenoto appartamento da 4 posti letto, precisando le età dei due figli (Olivia aveva 2 anni e mezzo). Arrivo e vedo che Oliva ha un normale letto ad una piazza, da cui sarebbe probabilmente caduta ogni singola notte. Quindi chiedo se al posto di quello si potesse avere una culla. Risposta: “Certo, sono 15 euro a notte.”. Dopo aver provato a spiegare che in quel caso avrei preso un appartamento da tre posti letto con culla aggiunta, risparmiando parecchio, ma che in fase di prenotazione non mi era stato concesso farlo, l’unica cosa che sono riuscito ad ottenere è stata una spondina per il letto in questione.
2) L’appartamento era in un campeggio sul mare, il cui parcheggio stava 2km nell’entroterra. Per muoversi dalla macchina a casa, serviva la navetta. Lo sapevamo e quindi ci eravamo informati perchè ci fosse una tavola calda interna a cui prendere da mangiare. Il problema è che il cibo andava prenotato per forza di cose la mattina, per tutto il giorno. Coi bambini, almeno coi miei, non è mai chiaro quanto mangeranno e quindi, per evitare sprechi, noi stiamo sempre indietro e al limite mangiamo meno io e Paola. Un giorno però, particolarmente affamati, Olivia e Giorgio hanno spazzato tutta la cena, lasciandoci a digiuno. Ho chiamato per chiedere se potessi avere una margherita. Una singola cazzo di pizza margherita del cazzo. Risposta: “Eh no, ormai è tardi”. Erano le 19:30.
3) Un giorno, giovedì per la precisione (quindi neanche weekend) abbiamo pensato potesse essere bello cenare fuori. Ho chiamato 17 ristoranti. DICIASSETTE. Tutti pieni, primi posti liberi due settimane dopo. Per me, un posto dove non posso decidere di uscire a cena l’indomani, non è vacanza.
Non so se sia stata un’esperienza sfortunata o cosa, ma l’impressione generale è che la Toscana si sia un po’ troppo abituata, almeno in estate e nelle località più gettonate, ad infiocinare turisti stranieri che non mancheranno mai, never ever. Quindi perchè sbattersi ad essere accoglienti? 
Per quel che vale, non scommetterei sul mio darle una seconda possibilità.

Tirando due somme quindi, l’Italia è il Paese che amo, dove ho le mie radici etc. e sa offrire tantissimo ad ogni livello. Non so se sia davvero il Paese più bello del mondo, ma ce n’è tantissimi più brutti di sicuro, così come non so se sia dove si mangi meglio in assoluto, ma di certo in almeno mezzo mondo si mangia peggio. 
Io però spero davvero di poter tornare a fare le vacanze che mi piace fare, presto. 
Magari già da questo inverno.
Ammicco ammicco.

 

#VacanzeAlFresco

In passato mi è capitato di fantasticare all’idea di poter fare il “travel blogger” di mestiere. Fare del viaggiare il proprio lavoro, girare il mondo a spese di altri. Mi sembrava davvero uno di quei sogni che si fanno ogni tanto, tipo quelli in cui si pianifica come spendere vincite milionarie ottenute tramite lotterie a cui neanche si gioca.
Ultimamente ho cambiato idea.
Credo che fare il viaggiatore professionista finirebbe con l’uccidere la mia passione, soffocandola di doveri che limitazioni che sono comuni a tutti i lavori. Seguo un paio di travel blogger sui social e li vedo sempre entusiasti, impegnati in 15 viaggi all’anno tutti magnifici e incredibili. Non ho il dubbio siano sinceri, o meglio non mi interessa stare a sindacare sul fatto che lo siano, è più un vedersi in quella situazione e pensare che, al posto loro, probabilmente inizierei ad odiare quella vita. Qualcuno penserà sia un discorso di volpe ed uva, ma in realtà è che probabilmente quello che sognavo era che qualcuno mi pagasse le vacanze, non di viaggiare per lavoro.
La mia passione per i viaggi non è limitata al momento in cui sono in viaggio. A me piace proprio tutta la parte in cui valuto le mete, approfondisco, studio, mi confronto, pianifico itinerari e, solo alla fine, parto. E mi piace sia il frutto di un lavoro, sì, ma che nessuno mi chiede di fare. Mi piace poter decidere se e quando viaggiare, come farlo e dove andare. Sotto sotto credo mi piaccia anche non avere tutte le mete sempre a disposizione, dovermi fare i conti dei viaggi che posso e non posso fare ed eventualmente pensare ai “sacrifici” da mettere in atto per arrivare a mete che, senza qualche “rinuncia”, sulla carta sarebbero fuori portata. Non credo di dover spiegare il perchè delle virgolette.
Mesi fa stavo meditando di aprire un account Instagram dove mettere le foto migliori dei posti in cui sono stato, corredate da didascalie ricche di consigli, #hashtag e link in bio. Poi ho pensato che anche no. L’uso che ho sempre fatto di instagram è “immortalare ricordi di vita”, un po’ come ho sempre usato il blog più che altro per un bisogno personale. Mi fa piacere se a qualcuno interessa, ma vivo bene anche se così non è.
Alla fine quindi è bello viaggiare per vocazione. Fare delle tue passioni il tuo lavoro per me è un buon modo per ucciderle, quelle passioni. L’obbiettivo dovrebbe essere trovarsi un lavoro che ti permetta di avere delle passioni che esulano dallo stesso.

Va beh, dopo ‘sta pippa inutile andiamo al succo del discorso. Quest’anno in vacanza Manq e famiglia sono andati otto giorni in Giordania ed è stato davvero molto bello, al netto di esserci per la prima volta confrontati con una cultura non solo molto distante dalla nostra, ma anche non esattamente propensa a non far pesare questa distanza. 
Come tutti gli anni ho messo insieme una paginetta coi dettagli del viaggio e qualche dritta per chi fosse interessato. Questa è una delle poche cose che faccio espressamente per il prossimo e la faccio con piacere perchè mi capita che amici e conoscenti mi chiedano indicazioni su come muoversi, specie da quando lo faccio coi figli. Se posso essere utile, perchè no? Io pagine come quelle che scrivo ne leggo tantissime mentre pianifico i miei viaggi, quindi è un po’ come contribuire ad un servizio che uso. A corredo ovviamente non può mancare la solita gallery di foto brutte.
Ora è tempo di pensare alla prossima meta.

Giugno 1999

La IV liceo unico anno senza insufficienze, i capelli blu elettrico e l’esame di teoria per la patente. La prima volta in vacanza con gli amici.
Sudent’s Village 1999, località Torre dell’Orso, Puglia.
Cento ore di treno, il caldo torrido, un villaggio vacanze di soli studenti, in cinque in un bungalow di 40 m2, tonno&fagioli, il cellulare di Roby “solo per le emergenze”, la macchina foto di Roby “solo per le foto che vale la pena”, le foto a gente che telefona mentre Roby non c’è, la t-shirt degli Amici di Roland, birra Bavaria, Puccio la vespa nella bottiglia, una settimana senza mai vedere il mare, Vaghi, il torneo di pallavolo, turboculo, “Manq andiamo a fare il bagno?” “No raga non mi va”, la vergogna per la cicatrice, una settimana senza togliere la maglietta, Bazzu e Simo che mi buttano in piscina colti dal dubbio non sapessi nuotare.
I wurstel mangiati dalla confezione, le Puma Suede, le magliette a righe, il cesso intasato, le ragazze invitate a cena, il mio primo risotto col pesce, l’addetto allo spurgo che arriva mentre mangiamo, il cappellino arcobaleno, il polacco, le sigarette artigianali spacciate per canne,  la Keglevich alla frutta, la bottiglia che cade dal tavolino, la bottiglia che va in pezzi, io che lecco i cocci, Bazzu che beve dallo straccio per pavimenti usato per pulire, i gavettoni, l’appartamento allagato, i limoni con soggetti discutibili, i due di picche da soggetti discutibili, cocacola&vinaccio, le serate a ballare, la serata in spiaggia, le camice a fiori, la scaletta del DJ sempre uguale, la dance anni ’90, i dieci/quindici minuti di parentesi rock, il pogo, Roby che si spacca un labbro e torna sanguinante, la lattina di estathe premuta sulla ferita per fermare l’emorragia, il medico che “servirebbe dare uno o due punti”, l’informazione secondo cui questa cosa fosse a pagamento, Roby che “A posto così” e si tiene la lattina.
Una settimana, montagne di ricordi, un’unica canzone a riassumerli tutti.

“Alla nostra età” dei Derozer compie vent’anni e Branca Day non è neanche il miglior pezzo del disco.

Seul

Ho avuto la possibilità di andare a Seul per lavoro e così mi sono preso qualche giorno in più per girarmela e godermi la prima vera esperienza asiatica, che come è facile immaginare gira tutta intorno all’annullamento della comprensione.
Non è solamente questione di essere circondati da ideogrammi indistinguibili, ma proprio di fare un salto culturale così ampio da azzerare o quasi i punti di contatto tra chi scrive e tutto ciò che gli stava intorno.
Non capisci quel che scrivono, quel che dicono, ma nemmeno quel che mangiano, come si vestono o gli interessi che hanno, anche quando pensano di imitarti.
Sono stato 10 giorni in una sorta di realtà aliena ed è una cosa che nel 2019 non credevo fosse ancora possibile. La globalizzazione esiste anche in Corea del Sud, i suoi frutti sono tangibilissimi soprattutto in quartieri moderni come Gangnam, dove la via principale è ormai identica a qualsiasi viale dello shopping mondiale: stessi brand, stessi fast food, stesse atmosfere. Nelle altre parti della città però è ancora possibile trovare un po’ di autenticità e quando capita sei in un altro universo.
E’ il paradosso dei nostri tempi: il mondo è sempre più accessibile, piccolo e facile da girare, ma sta perdendo via via le sue peculiarità sfumando i confini culturali e producendo un’unica, gigantesca multicultura. E’ una cosa che fa riflettere, quando ci sbatti contro fuori dalla quotidianità. Senti parlare di invasione araba perchè nel tuo quartiere magari ha aperto un kebabbaro, ma a conti fatti è molto più devastante fare undicimila chilometri ed avere comunque a che fare con H&M e Burger King.
Sto cercando di insegnare ai miei figli l’importanza di viaggiare, ma ho paura che quando avranno l’occasione di farlo darà loro molto meno di quel che ha dato a me, che è comunque altrettanto meno di quel che avrebbe potuto dare negli anni in cui alla gente come me viaggiare non era possibile.
Ciò non toglie che se davvero ci interessa superare il sovranismo, la cosa migliore sia far muovere il culo fuori di casa alle persone, magari imparando a confrontarsi con la realtà in cui ci si immerge invece di viverla come un selfie safari.

Viaggiare per lavoro vuol dire viaggiare da soli. Magari con te ci sono dei colleghi, ma non sono mai persone con cui ti interessa stare più di quanto a loro interessi stare con te, quindi c’è questo tacito accordo per cui magari si fa anche una serata assieme, team building e menate affini, ma ad una certa a tutti sta bene salutare e farsi una dose di cazzi propri. È un bel compromesso che quando viaggi con gli amici, ad esempio, è più difficile trovare.
A me viaggiare da solo piace perché toglie i filtri. Ci sei tu e il posto in cui sei, quindi o ti chiudi in albergo o in qualche modo prendi contatto con la realtà che ti circonda, ci interagisci, la vivi. Senza distrazioni.
Magari ti metti un disco in cuffia e cammini per le vie di un posto che non conosci. La sensazione è di stare dentro a un film che non hai mai visto, ma che per una volta ha una colonna sonora che è proprio come l’avessi scritto tu.
Seul io l’ho vissuta così. All’inizio ho faticato a vederci del buono, ma poi ho preso le misure e mi ci sono immerso abbastanza da trovarle un senso. Non ricorderò il kimchi come una delle esperienze culinarie della vita, non ripenseró con nostalgia ai negozietti di Insa-dong, ma di sicuro oggi ho più voglia di Asia di quando sono partito.
L’impressione infatti è che Seul sia una Tokio che non ce l’ha fatta, ma anche una Pechino post comunista. Una versione per principianti dell’Asia vera, hardcore, e io ora mi sento pronto a fare un level up.

A Seul ho fatto delle foto col cellulare, perchè ormai la macchina fotografica non la porto più. Brutte per brutte, almeno sono comodo nel muovermi.
Una sera ho mangiato in un localino in cui in sala passava della musica. La playlist alternava cover k-pop di pezzi ultra noti tipo Myley Cyrus a canzoncine indie/alternative a me per gran parte sconosciute.
Una di queste è quella qui sotto ed è diventata immediatamente la colonna sonora della mia esperienza coreana.

Turning Japanese

Viaggiare è una delle mie passioni principali, oggi, e le dedico un sacco di tempo. La maggior parte di questo ovviamente non è speso effettivamente viaggiando (magari), ma pianificando vacanze che forse non farò mai. Ho nel cassetto una tonnellata di itinerari, più o meno realizzabili, ma c’è un posto che non so perché non ho mai davvero considerato: il Giappone.
Non dico non ci andrei, ma di certo ci sono un sacco di altre destinazioni a cui darei la precedenza, avendo la possibilità. Eppure ci sono tantissimi aspetti della cultura nipponica che mi incuriosiscono e appassionano. Il primo, certamente, è la cucina.

Mangiare giapponese, a casa mia, è grossomodo sempre coinciso con l’andare in uno di quei ristoranti ormai comunemente chiamati All You Can Eat e sfondarsi di “sushi”, inteso come accozzaglia varia di pesce crudo e riso in proporzioni variabili. Leggenda vuole che la maggior parte di questi posti sia in realtà gestita da cinesi perchè 1) quando qualcosa è fake tendiamo a dire sia cinese 2) quando qualcuno è giallo tendiamo a dire sia cinese. Il fatto che entrambe queste motivazioni vi sembrino (a ragione) razziste non implica siano false.
Io ho uno splendido rapporto con i ristoranti giapponesi All You Can Eat, secondo solo a quello che ha mia moglie. Paola mangerebbe giapponese AYCE sempre, potendo farlo. Ha anche fatto un corso di cucina per imparare a fare maki e nigiri e devo dire che quando ha tempo di cimentarcisi le riescono esattamente come quelli fatti dai cinesi. 

In questo inizio di 2019 però ho avuto la possibilità di estendere un minimo la mia cultura sulla cucina giapponese, affacciandomi a due realtà che alzano il livello di parecchie spanne.
La prima esperienza è stata a fine gennaio, da Iyo.
Iyo è un ristorante giapponese stellato di Milano e, per i motivi che ho citato sopra, ho pensato potesse essere una buona idea regalare a Paola per Natale una cena da loro. 
Per il teorema del “se fai una roba, falla bene”, associato al comma “già che stai spendendo una fucilata, non stare a guardare il centesimo (pezzente)”, ho optato per il menù degustazione che, se masterchef mi ha insegnato qualcosa, dovrebbe essere il modo migliore per farsi un’idea del concetto di cucina proposto da uno chef. Il menù di Iyo comprendeva nove portate tra carne, pesce e dessert.
E’ stata un’esperienza mistica.
Lo so cosa state pensando: dopo che hai speso una cifra folle per mangiare, psicologicamente sei portato a pensare sia stato tutto buonissimo per quell’istinto che abbiamo tutti e che tende ad evitarci la spiacevole sensazione di sentirci dei coglioni, specie quando si parla di spendere soldi.
E invece no, perchè seppur non sia assiduo frequentatore di certi ristoranti (#graziealcazzo), non era la prima volta che mi capitava di mangiare in un ristorante stellato, ma la terza, e nessuna delle precedenti due mi aveva dato le stesse sensazioni. Anzi.*
Non starò qui a fare una disamina di tutte le portate, mi limiterò alla classifica delle mie tre preferite:
3° Ika somen 
2° Sashimi di Berice
1° Sushi IYO
Quest’ultimo ve lo racconto anche: 5 pezzi di “classico sushi” inteso come boccone di riso con sopra il pesce. Ricciola, capasanta, gambero crudo marinato, ventresca di tonno e anguilla. 5 gusti completamente diversi, ognuno dei quali mi ha fatto dire “OH MIO DIO IL MIGLIOR SUSHI DELLA MIA VITAAAAAHHH”.
Potendolo fare, tornerei a mangiarci ogni altro giorno che Dio manda in terra. 

La seconda esperienza invece l’ho fatta potendo sfruttare un regalo della mia azienda che, per festeggiare i cinque anni insieme, mi ha offerto una cena per due persone da Yazawa
Yazawa è l’unico ristorante d’Europa che permette di mangiare manzo wagyu giapponese cucinato al tavolo con un sistema tradizionale che, da che ho capito, è stato legale giusto in una finestra di mesi che ha permesso al titolare di aprire il locale, garantendogli l’esclusività.
Il giudizio su questa seconda esperienza però non è positivo quanto il precedente, seppur per motivi che esulano dalla soddisfazione che si prova nel mettersi in bocca del wagyu. Quella è incontestabile e mi rende felice di averla potuta sperimentare, soprattutto senza dover pagare di tasca mia.
Non tanto perchè fosse caro (lo era eh, anche se un filo meno di Iyo), ma perchè il prezzo pagato non vale, a mio avviso, la soddisfazione che se ne trae. Lo dico chiaro: sono uscito dal ristorante affamato e non mi capitava davvero a tantissimo tempo. Posso capire che la materia prima costi e che su quella si tenda a lesinare, ma almeno sul corollario potrebbero evitare di farsi venire il braccino. Il mio dessert, un gelato al matcha, stava in un bicchierino da shot che andrebbe stretto ai finger food più striminziti. Ed è gelato, cazzo, mica caviale.
La carne però, lo ribadisco, è davvero una roba che prima di assaggiarla non te la puoi immaginare. Parlandone con il ragazzo che ci ha serviti, gentilissimo, ho appreso che un manzo Wagyu giapponese costa circa 90K euro. Il corrispettivo Australiano, Neozelandese o Tedesco (i tre paesi principali in cui si alleva quella tipologia di bestia) sta intorno ai 6K euro al capo. Una chianina va per i 3.000 euro, mentre un manzo “standard” di solito costa sui 1.500. 
Li vale? Boh, ognuno ai soldi da un valore diverso. Per me, onestamente, non abbastanza da pensare di poter ripetere un’esperienza del genere, a meno di andare in Giappone, ma li lo farei per ragioni che vanno anche oltre il cibo.

Due cene molto diverse che però hanno contribuito a dare a questo mio 2019 una forte impronta nipponica, che però è andata ben oltre il cibo.
Ad inizio gennaio ho anche scoperto che sul finire del 2018 gli Envy hanno fatto uscire un EP di due pezzi che si chiama Alnair in August.
Il primo dei due lo metto qui sotto perchè è la cosa che ho ascoltato di più nell’ultimo mese, perchè è stupendo e perchè credo chiuda perfettamente questo post.

* per i più pettegoli: la prima volta in cui ho mangiato in un ristorante stellato è stata all’anniversario del primo anno di matrimonio, da Pierino Penati. Talmente a nostro agio nel contesto che Paola quasi sviene vedendo il menù senza prezzi (galanteria riservata alle signore e che lei ha genuinamente tradotto in “qui ci inculano a sangue”). Potrei citare molte scene analoghe, ma la più simpatica resta quella in cui chiedo il conto, il cameriere risponde: “Certamente, glielo porto subito. Gradisce una grappa?” e io penso: “Va che bel gesto, offrire una grappa in un ristorante così chic ad un poveraccio come me.”. Me l’hanno fatta pagare. Otto euro. Mi sale ancora oggi l’odio solo a pensarci. Per me potrebbe chiudere ieri.
La seconda volta invece è stata per l’anniversario dei cinque anni e siamo andati da Innocenti Evasioni. Decisamente meno a disagio della prima volta, fatico però a ricordare un singolo piatto di quella cena e questo credo non sia un bel segnale. Non ero uscito insoddisfatto o scontento, solo indifferente e, visto il prezzo, non è una bella cosa. Ricordo uno dei vini che mi avevano proposto in associazione ad un piatto però, infatti mi capita ancora oggi di ricomprarlo. Online.