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Musica

I figli e la musica

E’ arrivato il momento di intavolare questo discorso.
Da aprile spendo sei euro in più al mese per avere un profilo Tidal familiare in modo che mio figlio e mia figlia abbiano accesso alla musica che piace a loro. E’ buffo perchè nessuno dei due ha un supporto proprio per utilizzare la app, devono appoggiarsi ai tablet di noi genitori, ma ho pensato fosse il momento di fare questo passo e renderli autonomi/indipendenti.
So cosa state pensando, ma non l’ho fatto per tener pulito l’algoritmo. E’ un discorso più ampio che credo mi porterà via davvero un botto di testo, quindi se vi va di starmi a sentire mettetevi comodi e prendetevi una robina da bere, che ho idea ne avremo per un pochino.
Il discorso parte da mio padre.

Siamo alle porte di quello che una volta chiamavamo “nuovo millennio”. Sono un adolescente e da un po’ di tempo mi sono dato al punk-rock. Porto in casa dischi con copertine di cui è difficile chiedermi conto senza aprire a discorsi che nessun genitore ha voglia di fare, ho i capelli di colori improbabili e vado a scuola con l’attitudine di chi va in guerra. I miei genitori sono convinti che fumi, probabilmente anche che mi droghi. Io, che non faccio nessuna delle due cose, evito accuratamente qualsiasi atteggiamento possa portare a farli ricredere.
In questo scenario, mio padre va in pensione e si ritrova con una discreta dose di tempo libero. Uno dei ricordi più indelebili della mia vita è di un pomeriggio in cui, rientrato a casa, l’ho trovato ad ascoltarsi i miei dischi in cucina.
Qui serve un’ulteriore digressione.
Mio papà è quello che definisco un appassionato di musica. In casa ha, forse, venti dischi, ma ha sempre ascoltato un sacco di radio, soprattutto ai tempi in cui per radio passavano le canzoni. Ci sono persone per cui la musica è ricerca, approfondimento, collezionismo, appartenenza, culto. Io sono così, mio papà no. Lui è semplicemente una di quelle persone che la musica la ascolta ogni volta che può.
Con l’avvento dell’era digitale io e mia madre gli abbiamo regalato un lettore .mp3 e un altro bel ricordo che ho è di lei che urla dal balcone nel tentativo di chiamarlo, mentre lui lavora in box o in giardino con le cuffie a cannone e le canzoni che mi aveva chiesto di scaricare da eMule. Pomeriggi interi passati ad ascoltare musica tagliando l’erba, potando le piante, lavando la macchina o in giro col cane.
Quando si è sentito tutta la roba che avevo in casa a fine anni novanta l’ha probabilmente fatto per provare a capire quel che stesse vivendo suo figlio, ma ho idea lo abbia fatto anche per vedere se magari ci fosse qualcosa che potesse piacergli.
Non lo so, non ne abbiamo mai parlato.

Io ho sempre saputo che a mio padre piace la musica, ma non è una cosa che abbiamo condiviso. Ho ascoltato i suoi dischi nei contesti in cui non potevo evitare di farlo, tipo in auto, odiandoli sistematicamente. Tanto quelli che metteva con l’idea di accontentare anche mia madre (Venditti, Vecchioni, Fossati, quella roba lì), quanto quelli che ascoltava quando lei non c’era (Pink Floyd, Jethro Tull, Springsteen). Ancora oggi, se qualcuno volesse farmi davvero del male, gli basterebbe mettere su The Division Bell(1) mentre sono nei paraggi.
Non mi ha passato la sua collezione di vinili, non mi ha mostrato come deve suonare un impianto a valvole e non mi ha messo in mano nessuno strumento musicale da stuprare nel tentativo di arrivare all’Arte. Un sabato mattina però si è presentato a casa dopo essere andato a far la spesa e mi ha portato il CD di “Nord, Sud, Ovest, Est” perchè sapeva che avevo iniziato ad ascoltare gli 883 e da qualche parte aveva letto che quello era il loro nuovo disco.
Mi è difficile credere che la mia passione per la musica non abbia a che fare con mio papà e il suo modo di viverla, pur non avendo lui mai provato a trasmettermela. Magari è stata quella la chiave, vai te a saperlo. C’è certamente almeno un reel su IG in cui un qualche psicologo ultra studiato può dimostrare questa tesi e il suo contrario, simultaneamente, ma lascio volentieri l’approfondimento a chi fosse interessato.
Il punto di questo post è che adesso il padre sono io e l’elefante ha deciso di entrare nella stanza.

La mia vocazione evangelica in ambito musicale, se mai è esistita, si è spenta piuttosto in fretta. Sono consapevole di ascoltare roba che non piace praticamente a nessuna delle persone con cui condivido spazi fisici, salvo sporadici punti di sovrapposizione con qualche amico o con mia moglie. Così, me la vivo di conseguenza.
Se siamo insieme e uno di noi due deve scegliere che musica mettere, lascio che sia tu a farlo. Sempre e a qualsiasi costo. La rottura di coglioni che può infliggermi il tuo disco preferito, quale che sia, non è neanche lontanamente paragonabile a quella cui puoi sottopormi lamentandoti della mia eventuale scelta. Sul CV con cui sono stato assunto dove lavoro oggi, tra gli hobby, c’era scritto “ascolto musica che non piace a nessuno”. Nella top 3 delle cose che più mi irritano visceralmente ci sono quelle conversazioni tipo:
– Non ci sono la tal sera, vado a un concerto. Facciamo il giorno dopo?
– Ah, un concerto… di chi?
– [Ma perchè devi chiedermelo che non te ne frega un cazzo?] Un gruppo americano.
– Come si chiamano?
– [Mmmhh…] Si chiamano BLABLABLA.
– Ah, non li conosco. Che genere fanno?
– [Dio prendimi ora, ti prego] Rock(2), tipo.
– Eh, tu ascolti roba STRANA…
Da anni lavoro su me stesso per rispondere semplicemente “ho un impegno”, ma ancora ogni tanto ci casco.
So che questa mia autovalutazione di persona che non cerca il proselitismo musicale può sembrare difficile da credere, visto quanto spesso mi capita di scrivere di musica o di condividere sui social pezzi che mi piacciono, ma per me c’è una differenza abissale. Se metto un pezzo sul mio IG l’idea è che chi vuole ignorarlo lo faccia, mentre chi per qualsiasi motivo dovesse esserne incuriosito se lo vada a sentire. Pagherei oro per vederlo succedere e sarei contentissimo di parlare per ore, giorni, mesi con qualcuno che possa esserselo sentito e abbia voglia di dirmi cosa ne pensa. Ma che io venga da te, senza nessun tipo di invito o richiesta, e ti attacchi il siluro dicendo: “Dovresti ascoltare questo disco…” è fuori discussione. Può piacermi lo facciano con me? Sì. Questo legittima la pratica? No. Siamo dalle parti della molestia, è tipo il cat calling(3).
Last, but not least: io non credo nella qualità della musica.
Come tutti gli impallinati, ho avuto anche io la fase adolescenziale in cui ci si riempie la bocca del concetto di BUONA MUSICA, rigorosamente in capslock. Passati i venti, però, ho iniziato a guardare con sospetto chi ancora credesse nell’esistenza di scale qualitative per la classificazione assoluta dei dischi e, implicitamente, delle persone che li ascoltano.
Qualsiasi disco funzioni per lo scopo per cui lo stai ascoltando è buona musica.
Questa è la regola aurea. Certo, poi ci sono artisti che con la musica provano a fare delle cose e possono riuscirci più o meno bene. Quello è dibattibile e valutabile. Il musicista iper tecnico e virtuoso lo puoi valutare per quanto è preciso, il liricista col messaggio lo puoi valutare sulla qualità del contenuto e sulla capacità di veicolarlo. Mille possibili scale.
Nella mia collezione ci sono tantissimi dischi che definireste brutti, molti sbagliati e più di qualcuno indifendibile. Ne possiamo parlare. In larga parte riconoscerò i limiti che verranno fuori e ci saranno casi in cui quelli che per gli altri sono difetti, per me invece sono pregi. Non mancheranno nemmeno le situazioni in cui penserò che in realtà siate voi a non aver capito quel che ho capito io. Ci sta, vale tutto.
Il presupposto però è che i dischi di BUONA MUSICA si trovavano esattamente nello stesso scaffale in cui c’erano quelli che ho comprato io e c’è una ragione per cui ho speso i miei soldi per gli uni e non per gli altri: non erano sufficientemente buoni per me. Questo mi definisce come persona? Spero proprio di sì, ci ho costruito attorno tutto il mio processo di autodeterminazione, ma non fa di me una persona migliore o peggiore di chicchessia. Assurdo doverlo precisare? In un mondo dove non esiste Scanzi, forse.
Tutto questo per dire che, quando sento un padre dire: “devo insegnare ai miei figli ad ascoltare la BUONA MUSICA”, a me fa l’effetto della famiglia nel bosco e penso che i figli glieli dovrebbero levare proprio.(4)

Quindi? Come si fa coi figli e la musica?
Non ne ho una cazzo di idea. I miei hanno 11 e 9 anni e non direi siano “ascoltatori di musica”. Ho una playlist sual mio Tidal che si chiama “Bimbi a bordo” e la uso nei viaggi lunghi perchè con la musica sotto è più facile si distraggano e non trasformino il tragitto in una tortura cinese ai miei danni. Nella playlist c’è qualche pezzo da classici Disney visti un numero insensato di volte, qualche pezzo che hanno sentito a scuola (di solito roba sanremese) e qualche pezzo che, per ragioni disparate, è finito nelle loro orecchie generando un “bella questa”.
Olly dei due è forse quella più propensa alla musica. Se una canzone la colpisce le resta in testa subito e te la trovi in casa che la canticchia quando pensa che nessuno la stia ascoltando. La prima volta mi ricordo che avrà avuto circa quattro anni, era Pastello Bianco dei PTN.
– Come fai a conoscere questa canzone Olly?
– L’ho sentita con la nonna.
In questo momento è in una fase Swiftie piuttosto acuta, si è fatta una playlist di circa dieci pezzi e li sente ad oltranza, supportata ampiamente dalla madre. Le sento parlare di andare insieme al concerto e mi viene un sacco da ridere a pensare al mondo in cui credono di vivere. Un universo parallelo in cui si può scegliere di andare a sentire Taylor Swift e, effettivamente, trovare il modo di farlo. Fino a un mese fa invece mi tendeva agguati in casa urlando “SAREMO IO. E TE. PER SEMPRE.”. E va beh.
Giorgio non riesco bene ad inquadrarlo.
Ogni tanto mi chiede robe in merito ai dischi che mi piacciono, ma non so quanto lo faccia per la musica e quanto perchè ha capito che per me è una cosa importante e voglia in qualche modo provare a farmi felice. Puoi non provare attivamente a “forzare” le tue passioni nei figli, a mio avviso dovremmo evitarlo tutti anzi, ma sfido qualsiasi padre a non illuminarsi e fare finta di niente quando, spontaneamente, arriva una richiesta di approfondimento. Quindi lo ha capito. Un paio di anni fa, quando ha iniziato ad approcciarsi ai videogiochi, ha voluto provare il mio Tony Hawk Pro Skater ed è finito col passarci dentro un numero spropositato di ore. Da quel momento i pezzi con le chitarre gli sono entrati sottopelle e tende ad apprezzarli, ma di tutta la colonna sonora ce ne sono giusto un paio che mi chiede di ascoltare. Li ha messi anche lui dentro una playlist, insieme a roba che (purtroppo) ha sentito in macchina con mio padre. Per mio figlio saltare dai Fidlar ai Dire Straits è la cosa più naturale del mondo e io ogni volta che lo sento muoio dentro. In silenzio.
Però la volta in cui mi ha detto “Bella questa canzone papà” mentre l’autoradio passava Seventy Time Seven dei Brand New chi se la scorda? Eravamo nella rotonda di San Pancrazio a Gessate, ben prima del Covid. Lo ricordo come fosse questa mattina.

Come dicevo all’inizio ho ampliato il mio abbonamento Tidal al piano famiglia e creato loro due account. Ci siamo messi lì e gli ho chiesto di dirmi le canzoni che gli piacciono, abbiamo fatto le playlist e gli ho spiegato come fare per andare dalla canzone al gruppo e provare, se e quando ne hanno voglia, ad ascoltare altro e scoprire canzoni nuove.
Non ho idea se lo faranno.
Il piano è, con gli anni, di provare ad intercettare la roba che gli piace e provare a relazionarmici. Cercare di capire, possibilmente fallendo. Sono convinto ci sia qualcosa di sbagliato se un pezzo che parla a gente quarant’anni più giovane di me mi risulta comprensibile. Forse, a differenza di mio papà, io proverò a fare qualche domanda perchè sono curioso di natura, ma senza essere invadente.
E’ giusto sia una cosa loro.
Il ruolo di un padre forse è solo quello di mettere l’argomento sul radar, di dargli gli strumenti per capire che, volendo, la musica può essere una chiave. Per leggere il mondo, per leggere se stessi, per veicolare emozioni. E per stare bene.
Non è l’unica chiave, non è necessariamente quella che apre tutte le porte, ma mi piacerebbe l’avessero nel mazzo.

Nel frattempo, continuerò a sentirmi la mia musica da solo. C’è una mensola in sala con sopra circa quattrocento CD. Non spesso, ma neanche di rado, ne arriva uno nuovo e i miei figli mi vedono arrampicarmi sulla sedia per riporlo al suo posto sullo scaffale, in rigoroso ordine alfabetico per band (il “The” non conta). Ogni tanto chiedono.
– Che disco è?
L’obbiettivo, quello su cui devo certamente lavorare, è non fermarmi a “Un gruppo americano.”

1 Mentre scrivevo ho realizzato che mio papà ha probabilmente avuto una fase in cui era preso bene con il rock psichedelico, negli anni ’70, quindi è probabile si sia drogato a conti fatti. Certamente più di me. Anche di questo non abbiamo mai parlato, ma magari questo glielo chiedo.
2 Non è mai rock, ovviamente, ma già il livello di disagio (mio) in quei contesti è fuori scala. Figurati mettersi a fare le supercazzole coi generi.
3 si parla troppo poco di consenso esplicito in quest’ambito.
4 sì, sono capace di tirare un siluro di venti righe su come non si dovrebbero giudicare le persone e chiuderlo giudicando le persone.


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Una roba (vecchia) sui Fugazi

Nella mia vita ho scritto una manciata di robe finite su siti/webzine altrui. Questa qui sotto mi è venuta in mente l’altro giorno e ho realizzato non fosse più online da nessuna parte. Siccome è un pezzo in cui mi rivedo molto, ho pensato potesse stare bene nel mio blog.
Usciva nel 2021 su spento, prima che spento diventasse una newsletter.

Io odio i Fugazi.
Chiariamo: questo non è uno di quegli incipit furbi che puntano ad incuriosire il lettore, ma che poi vengono smentiti con l’andare del pezzo in maniera più o meno paracula. “Odio i Fugazi [miliardi di battute che tergiversano] perché sono la più grande band di sempre”.
No. Io li detesto sul serio e preferisco dirlo chiaro all’inizio, così vi fate un’idea di con chi avete a che fare.

Partiamo dal principio. Se un po’ per tutti la vita è fatta di stagioni, non è per niente unanime cosa le definisca. Per tantissimi anni, nel mio caso, le ha definite la musica.
La prima stagione è quella della scoperta, quando sei piccolo e ti trovi a condividere lo spazio in casa, ma soprattutto in auto, con dischi con cui nelle stagioni successive non vorrai più entrare in contatto. E’ il primo stadio, quello alla fine del quale sei chiamato a tagliare il cordone ombelicale. Non ho problemi con chi a quarant’anni vive coi genitori, ma ne ho parecchi con chi a venti ascolta i dischi del padre.
La seconda stagione è quella della socialità, quando realizzi che la musica esiste nella vita dei tuoi coetanei, che la puoi ascoltare con loro e ne puoi parlare con loro. E’ quel frangente in cui nei pomeriggi coi compagni di scuola fai essenzialmente le stesse cose che facevi prima, ma con la musica in sottofondo ed è da quel particolare che pensi di non essere più un bambino. Sono anni bui quelli, un circolo vizioso in cui la musica crea il gruppo che a sua volta impone gli ascolti e li compatta. All’inizio sei contento di esserci dentro, ma presto o tardi i tuoi orizzonti si aprono e tutto diventa troppo stretto. C’è questa percezione di te che ti si disegna in testa e che di colpo non sei più disposto a transigere dal rendere concreta.
E’ la terza stagione, quella dell’autodeterminazione, ed è un calvario senza senso da cui credo di essere uscito in piedi soprattutto grazie alla musica. Il punk rock è ciò che mi ha permesso di smettere di sentirmi inadeguato e realizzare che, anzi, il non essere per forza di cose in linea con quel che mi viveva intorno non fosse necessariamente un problema mio. Letta così fa ridere, se non hai mai avuto quindici anni. La cosa bella della terza stagione è che ad un certo punto finisce e non solo tu stai quasi certamente meglio di quando ci sei entrato, ma puoi anche permetterti di abbassare la guardia e ridiscutere le ferree convinzioni che ti ci hanno portato fuori, perché ormai hai le spalle larghe.
La quarta stagione quindi è quella della maturità, il momento in cui la musica costituisce finalmente un grande universo da scoprire per il proprio piacere personale, liberi da vincoli sociali o limitazioni autoimposte e scevri di tutta quella voglia di dimostrarsi migliori o peggiori degli altri sulla base dei propri gusti musicali. È il traguardo e chi ci arriva, purtroppo non tutti, lo fa con un corredo più o meno esteso di cicatrici. Alcune sono ormai semi-invisibili, altre orribili e impossibili da celare, ma le peggiori sono quelle rimarginate male, quelle che al primo movimento sbagliato si riaprono e tornano a sanguinare.
I Fugazi sono la piaga purulenta della mia maturità musicale, il gruppo per cui non sono mai riuscito a venire a patti col fatto che non mi piacesse.

Perché è vero che l’ho menata per quasi mille battute con l’autodeterminazione, la crescita individuale e via dicendo, ma è anche vero che “no man is an island” e mi pare quasi superfluo dover precisare che per capire cosa vuoi diventare sia necessario guardare ad altri che sono sul tuo stesso sentiero, possibilmente più avanti. Se c’è una verità assoluta, sul mio sentiero, è che i Fugazi siano una band imprescindibile.
Hanno tutti i requisiti per esserlo, d’altronde. Volendo lasciare per un attimo da parte la musica, sono composti da ex membri di band seminali e di culto per l’intera scena, ma soprattutto si sono arroccati su una linea DIY di un’intransigenza rara, che ha fatto di loro un modello di etica musicale ben oltre la ristretta nicchia di genere in cui si collocano. Numi tutelari, in pratica, non fosse che i loro dischi non mi siano mai andati giù.
Non li ho digeriti al primo ascolto, quando il mio vero animale guida era un tipo con la fissa per gli alieni che non faceva altro che parlare di Fugazi (forse per smarcarsi dal fatto di essere universalmente identificato come lo scemo del villaggio), e ho continuato a farmeli andare di traverso anche dopo, negli anni in cui qualsiasi recensione leggessi o dibattito online seguissi su questo o quel forum, finiva sempre e comunque a tirarli in ballo. Scoprire di non apprezzare i Fugazi mi aveva riportato nella condizione di sentirmi inadeguato. Di nuovo. Non proprio come ripartire da capo, ma certamente rimettendo un po’ tutto in discussione. Un discorso che va ben oltre la musica.
Mi piacerebbe essere una persona sicura di sé e forse oggi in certi frangenti riesco anche a sentirmici, ma i Fugazi sono una spintarella involontaria al tavolo su cui si erge il mio castello di carte ed è per questo che li odio, perché stanno lì a ricordarmi uno dei miei difetti più grandi.
Negli anni ho speso ore ascoltandomi i loro dischi, ancora e ancora, ciclicamente. Ho probabilmente ascoltato più volte loro di gruppi di cui ho i dischi sullo scaffale, non esagero, sempre con l’obbiettivo di capire cosa ci fosse di sbagliato, quale fosse la chiave per risolvere questa incongruenza. Ogni volta che mi imbatto nell’argomento, finisco a risentirmi una roba loro con l’idea che magari qualcosa sia cambiato e che, finalmente, possa ricevere la tanto agognata illuminazione. Non succede mai, ne esco sempre ed inesorabilmente sconfitto. Anni fa fingevo addirittura mi piacessero. Non in maniera spudorata, mai stato capace, ma semplicemente dandoli per assodati come fa chiunque.
La fortuna di avere un problema con un gruppo letteralmente indiscutibile è che non ne devi discutere mai, sarei potuto andarci avanti per sempre.
Spero non abbiate idea di quanto faccia sentire stupidi ed ipocriti millantare appartenenza ad un contesto di cui si fa parte essenzialmente per non dover millantare appartenenza altrove. Così dal mentire sono passato a glissare, fino ad arrivare al coming out, ma sempre convinto di essere io l’ingranaggio guasto nella macchina.
Ancora oggi è una reazione istintiva, che non mi capita con nessun altro gruppo o disco.

In questi giorni compie 20 anni The Argument (NdM: saranno 25 a ottobre 2026), il loro ultimo disco in studio. Ho appena finito di ascoltarmelo tutto.
Ad un certo punto, sul primo ritornello di Full Disclosure, ho pensato: “Eccoci! È la volta buona”.
Non lo era.
Non lo è mai.


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Sanremo 2026

So che può sembrare incredibile, ma posso copiaincollare direttamente l’intro del pezzo dello scorso anno senza cambiare mezza parola. Solo un numero.

Ed eccoci qui, cari amici telespettatori, al consueto appuntamento con il listone dei pezzi di Sanremo, ascoltati una volta e valutati in presa diretta dal sottoscritto.
Quest’anno si esce un giorno prima perchè mi pare di capire abbiano già suonato tutti nella serata di apertura e quindi i servizi di streaming dovrebbero già avere disponibile la maxi playlist con tutti i TRENTATRE TRENTAQUATTRO (vi odio) pezzi in gara.
Le “regole” sono sempre quelle: ascolto il pezzo nella sua versione radio edit, quindi senza considerare la performance artistica sul palco dell’Ariston, e scrivo come mi sembra in presa diretta, con il consueto occhio di riguardo per La Canzone di Sanremo™ (da qui CdS™). La CdS™ è un archetipo che non ha senso di esistere mai, ma che nel contesto del Festival trova la sua collocazione naturale. Potrei provare a spiegarvi in cosa consiste, ma sarebbe più noioso delle canzoni stesse e quindi mi limito a puntare il dito quando la riconosco in scaletta.
Trentaquattro canzoni, io non so perchè mi sottopongo a questa mattanza ogni anno.
Partiamo dai.

Serena Brancale – QUI CON ME
E’ sempre bello quando si parte con una CdS™. Sai di essere nel posto giusto. Passa subito eh, intorno al quarantesimo secondo. Da lì in poi agonia. Per settare il giusto mindset da subito c’è anche il CAPSLOCK nel titolo.

Tommaso Paradiso – I romantici
Tommy eri il mio favorito, ovvero quello che pensavo più accreditato a vincere una gara per canzoni brutte. Però ‘sta CdS™ manca un po’ di carattere, per dirla educatamente. Quattro minuti che sembrano quaranta. Doppietta tosta da superare, questa iniziale, ma andiamo avanti.

SaYf – TU MI PIACI TANTO
Uellà. Non millanterò di aver avuto mezza nozione relativa a SaYf prima di ‘sto pezzo, ma per un attimo ho pensato che fosse una mancanza mia. Poi è arrivato il ritornello e no, era solo autoconservazione mascherata da lungimiranza. Però da questo ascolto superficialissimo sembra abbia provato a dire delle cose, quindi bravo.

Malika Ayane – animali notturni
In qualità di prodotto degli anni ottanta penso di poter dire le peggio cose sui prodotti degli anni ottanta. Se ho capito una cosa delle regole della vita moderna è che si può offendere una comunità dall’interno.

Luché – Labirinto
Per me sì. Mi sembra il prodotto onesto di uno che è arrivato a Sanremo con la sua roba, senza provare a mettersi un vestito che non è il suo solo per accedere al palco. Quel “non ho voce” stonato, rauco e dissonante funziona. Promosso.

Arisa – Magica Favola
La SNAI manco la quotava una CdS™ per Arisa. Meglio rispetto alla Brancale e Paradise, ma non stiamo propriamente mettendo in alto l’asticella. Intorno ai due minuti e mezzo se chiudi gli occhi ti sembra di essere a messa.

nayt – Prima che
Va beh, anonimissimo pezzo rap italiano di uno che, se non avessi letto il nome, avrei giurato potesse essere Rkomi. Senti che STRUGGLE.

Fedez & Marco Masini – MALE NECESSARIO
Dai Fede, basta. Davvero. Quando facevi le hit estive eri più molesto, lo riconosco, ma anche ‘ste CdS™ che hai deciso di infliggerci ogni febbraio non sono un bel gesto da parte tua.

Samurai Jay – OSSESSIONE
A proposito di hit estive, eccolo qui quello che pensa di prendere la rincorsa oggi per giugno. “Dio proteggimi da loro, da quelli che a Sanremo se la cantano in spagnolo” (semicit.).

Ditonellapiaga – Che Fastidio!
Siamo entrati nella bolla cassadritta? Speriamo. Non è che sia propriamente un fan di M¥SS KETA, ma il pezzo funziona. Ero prontissimo al commento sagace che sfrutta il titolo del pezzo contro l’artista, ma tocca fare un passo indietro. Bene.

Ermal Meta – Stella stellina
Oddio Ermal, mi hai preso in contropiede. Mi aspettavo una CdS™ e invece sei riuscito a presentarti con una cagata che mi fa quasi rimpiangere l’Ermal Meta che conoscevo.

Levante – SEI TU
Sogno un Sanremo in cui a ogni artista che si presenta con una CdS™ vengano chiuse le mani con violenza dentro il pianoforte usato per le canoniche cinque note iniziali.

Dargen D’Amico – AI AI
Ho sempre pensato che la mia principale fonte di imbarazzo sarebbe stata, vita natural durante, l’aver avuto un momento in cui ho creduto a Renzi. Aver creduto in Dargen si piazza comunque dietro, ma di pochissimo.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
Vale il commento fatto a Malika Ayane, ma forse il pezzo è un filino meglio. A quanto pare l’industria discografica ha deciso ci servano dei nuovi Ricchi e Poveri e, col fatto che i Coma_Cose si sono litigati, toccava cercare un rimpiazzo. Eccolo.

Sal Da Vinci – Per sempre sì
Santamadonna, ma perchè faccio ‘sta cosa ogni anno? Perchè? Cioè adesso mi dovete trovare una collocazione a questo pezzo che non sia una pizzeria di merda.

J-AX – ITALIA STARTER PACK
Cose a caso, tipo l’ananas sulla pizza e J-Ax che fa Davide Van De Sfroos. Non ci credo, ha appena citato l’ananas sulla pizza nel testo. Volo. Va beh, non è malaccio, posso dirlo?

Fulminacci – Stupida sfortuna
Ci stavamo distraendo, Fulminacci l’ha capito e ci riporta all’ordine con una CdS™. Orrenda, ma serve ancora precisarlo?

Michele Bravi – Prima o poi
VE LO BUCO ‘STO PIANOFORTE DI MERDA. E anche la CdS™ di Michele Bravi ce la siamo tolta dai coglioni.

Mara Sattei – le cose che non sai di me
Sono tutte la stessa canzone, io divento matto. Vi chiedete chi è che vota la Meloni, a me fa molta più paura la gente che si sente le CdS™ tra marzo e gennaio. No, non è vero. Forse.

chiello – Ti penso sempre
Dopo venti canzoni tremende ho il timore di avere gli standard non propriamente in bolla, ma questa la promuovo. Massì, crepi l’avarizia. Vedo che la prossima è delle Bambole di Pezza e non ce la posso fare adesso. Stacco un attimo e poi riprendo.

Bambole Di Pezza – Resta Con Me
Allora, io non seguo le BdP. Voglio che si sappia. Mai avuto niente a che fare. Che è facile dire “arrivano da quella scena lì, allora…” ecco, allora niente. No. Detto questo e detto anche che i soldi servono a tutti, io non capirò mai perchè ambire ad entrare in una kermesse dove il requisito base è far finta di essere qualcunaltro o, quantomeno, mimetizzarsi. Davvero, non capisco.

LDA & Aka 7even – Poesie Clandestine
Se ha rotto il cazzo la CdS™, e lo ha rotto ampiamente, almeno le va conosciuto l’essere padrona di casa. Sarà almeno il terzo pezzo fotocopia con la chitarrina e il ritmo bailado. Ma chi cazzo ha deciso che ne volessimo ancora?

Tredici Pietro – uomo che cade
Io lo so che leggendo i miei commenti posso sembrare picky, ma non è così. Una canzone come questa, per dire, per quanto sia indiscutibilmente una merda, per me va bene. Ci sta. Capito il livello del resto?

Francesco Renga – Il meglio di me
Saranno dieci anni almeno che faccio sta cosa e sto invecchiando. Non ce l’ho una cosa simpatica e nuova da dire sull’ennesima CdS™ e su Francesco Renga.

Patty Pravo – Opera
Allora. Qui tocca fare una mega eccezione. Patty Pravo arriva con una CdS™ identica alle altre e inutile tanto quanto. MA. Da anni si era deciso che la quota anziani decongelati dovesse essere messa in ridicolo sul palco con pezzi improponibili a cassa dritta e l’effetto macchietta che puzza di circonvenzione di incapace. A me era una cosa che dava tremendamente in culo. Ecco, qui trovo tutto molto dignitoso quindi BENE.

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
Renga non l’avevo già sentito?

Elettra Lamborghini – Voilà
Daje Ele, ti prego, dammi la sveglia. Non è pistolero, ma anche i Beatles hanno scritto solo una Yesterday.

Raf – Ora e per sempre
Ma Renga con quanti pezzi si è iscritto?

Leo Gassmann – NATURALE
Credo sia un buon momento per ricordare che vita difficile fanno i figli d’arte, costretti a spiccare e brillare per non essere costretti a vivere relegati nell’ombra del parente illustre. Leo Gassmann con questa CdS™ ci ricorda quanto vera sia questa cosa.

Eddie Brock – Avvoltoi
– Ci mettiamo il pianoforte?
– Sì.
– Forse meglio la chitarrina acustica e malinconica per iniziare, però. Che dici?
– Sì.
– Certo che anche delle chitarre distorte a caso…
– Sì.
– Ma quindi come cazzo la vuoi fare sta CdS™, Eddie?
– Sì.

Angelica Bove – Mattone
Se mai condurrò Sanremo sarò quello che vieta il pianoforte.

Nicolò Filippucci – Laguna
Dopo questa CdS™ mancano ancora solo due pezzi dai. Solo due. Dai Giuse, credici.

Mazzariello – MANIFESTAZIONE D’AMORE
E’ originale come l’hamburgeria di un content creator, ma fa simpatia.

Blind, EL MA & SONIKO – Nei miei DM
Nei miei DC.


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Ops… I’ve Spento, again.

L’altro giorno Marco Vez ha mandato una newsletter in cui metteva in fila i pezzi di Dude Ranch.
Non era manco una classifica inaccettabile in toto, ma ho comunque sentito il dovere di fare il matto e mandargli quella giusta.
I know, I’m pathetic.

Grazie mille a Spento per l’ospitalità e la condiscendenza. Iscrivetevi alla newsletter, che quando ci scrivono loro é un piacere da leggere.

Dude Ranch ma è il controranking di Manq by Marco Vezzaro

La musica unisce. Le classifiche no.

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I dischi del 2025

Siccome ‘sta cosa ha funzionato nel 2024, l’ho rifatta nel 2025. In pratica da Gennaio ho raccolto in una bozza wordpress le mie impressioni sui dischi usciti che mi è andato di ascoltare, senza velleità di completismo o pose da musicofilo. Per tenere un po’ il conto, diciamo. Sono 46 dischi, neanche pochissimi.

  • Gue (Tropico del Capricorno): a me Gue non ha mai fatto impazzire, trovo i dischi piuttosto noiosi musicalmente e direi che non sono un tipo che può apprezzarlo per i testi. Questo nuovo però funziona meglio del solito e almeno per due terzi mi ha divertito.
  • Explosions in the Sky (American Primeval OST): ero molto curioso di sentire come avrebbero gestito una OST gli Explosions in the sky, ma devo dire che ne è uscito un disco anonimo come pochi. Giusto per dargli una valutazione propria mi sono guardato anche la serie e con somma sorpresa quello che mi era sembrato l’unico momento buono del disco sostiene alla grande i momenti migliori dello show, quindi forse hanno avuto ragione loro.
  • Jake La Furia (FAME): a me Gue Jake non ha mai fatto impazzire, trovo i dischi piuttosto noiosi musicalmente e direi che non sono un tipo che può apprezzarlo per i testi.
  • L.S. Dunes (Violet): Non ho una bella opinione dei supergruppi, nella mia esperienza hanno tutti prodotto roba che di super ha ben poco. Questo disco non fa eccezione, anche se Paper Tigers è una delle reinterpretazioni di Where’s my mind? meno irritanti cui siamo stati sottoposti negli anni in area emocore.
  • Discomostro (Oh no!): nel 2018 ho sentito i Discomostro e pensato: “Oh, ecco qualcuno che sa fare bene oggi quello che si faceva bene vent’anni fa!”, ma poi ho scoperto che i regaz erano tutti persone che suonavano anche vent’anni fa e mi è un po’ scesa la poesia. Li riprendo in mano adesso per questo nuovo disco e la sensazione è sempre che facciano gran bene quella cosa lí, che poi è punk-hc in italiano, con l’aggiunta del fatto che ‘sto giro alcuni testi mi hanno fatto malissimo.
  • Love Is Noise (To live in a different way): in Friends c’è un episodio in cui Rachel fa la zuppa inglese, ma nel ricettario le pagine sono incollate a quelle dello spezzatino coi piselli, lei non se ne rende conto e alla fine esce un piatto completamente sbagliato fatto di tanti ingredienti che non ha il minimo senso mettere insieme. Poi arriva Joey e se lo mangia. Ecco, io dopo un bel po’ di ascolti non ho ancora capito se sono come Joey.
  • 1,000 UK Artists (Is This What We Want?): ho probabilmente un problema perché mi sono sentito davvero tutto questo disco. Magari non rappresenta il miglior modo di mettere sul radar delle persone il problema del diritto d’autore vs. IA, ma è un problema che infastidisce anche me e trovo comunque l’idea più centrata di tirare un minestrone contro la teca della Gioconda.
  • Silverstein (Antibloom): non avrei voluto manco metterlo in lista, sapevo sarebbe stato terribile ancora prima di sentirlo e sarebbe stato meglio abbandonarsi ai pregiudizi e lasciar perdere. Fa cagare.
  • Coheed & Cambria (The Father of Make Believe): ci sono robe talmente assurde da darci l’illusione di essere geniali. Una di queste è stata scrivere pezzi emo come fossero prog (o viceversa) e i Co&Ca ai tempi riuscirono a vendermela per due dischi pieni, prima che rinsavissi. Per quanto oggi non ci siano possibilità che la loro roba mi possa prendere, questo disco manca anche della cafonaggine necessaria a farmi quantomeno incazzare.
  • Gazebo Penguins (Temporale): alla fine mi sa che io ho un problema coi loro dischi dispari. Questo, per dire, non mi è piaciuto. Nonostante le trombe, che sono sempre una buona idea nell’emo.
  • Underøath (The Place After This One): torno a sentire un disco loro dopo veramente tanto tempo e devo ammettere di non averli trovati bene. Piuttosto che questa roba metto su gli Electric Callboy, che almeno sono onesti.
  • Deafheaven (Lonely People With Power): non credo sia necessariamente un brutto disco, ma io alla terza traccia ne avevo decisamente pieni i coglioni. Mi era piaciuta la svolta shoegaze del disco prima, qui si torna su quella specie di black metal da fuorisalone che è in assoluto meglio del black metal duro e puro, ma che personalmente digerisco a piccolissime dosi. Ci sono un po’ meno blast beat del cazzo, volendo trovarci del buono, ma 12 tracce sono un’infinità e per arrivare in fondo mi sono dovuto fare una certa violenza.
  • I cani (Post Mortem): avevo già abbastanza motivi per detestare il prossimo senza che mi ricordaste che vi piacciono I Cani.
  • Morningviews (Anedonia): se c’è una scena alternative in Italia che sta gran bene, ad occhio, è quella dello screamo e questo disco ne è un fulgido esempio. Solo cuori per l’amico Rob che ci urla dentro.
  • Neffa (Canerandagio – Parte 1): mi sono addormentato alla traccia 3 e non è che quelle che ho sentito mi abbiano proprio messo nel mood di riprovarci. Poi quel “Parte 1” suona un po’ come una minaccia.
  • Propagandhi (At peace): una volta ho visto un tipo che per fare una cacio e pepe si metteva col termometro a fare la fonduta di pecorino. Sicuramente buonissima eh, ma perde completamente il senso di quel che è una cacio e pepe. Ecco, secondo me l’unica caratteristica inderogabile del punk-hc deve essere l’immediatezza e questo è un disco punk-hc come lo suonerebbe la PFM. La fatica ad arrivare in fondo, signora mia.
  • Salmo (RANCH): forse per tanti Salmo ha fatto IL disco, l’opera di riferimento, e magari il problema sono io che dentro questa confezione mega scintillante e ricolma di idee matte e geniali, non sono riuscito a trovarci un cazzo.
  • Histrionic (Architect’s Leap): Make Out Of Tune Emo Great Again. Si ringrazia il Farabegoli per la segnalazione. Bombetta.
  • Mclusky (the world is still here and so are we): “Son tornati i Mclusky!!!” poi senti il disco e capisci perchè non ti eri interessato poi molto al fatto che potessero essere andati via.
  • Arm’s lenght (There’s a Whole World Out There): quello prima l’avevano presentato con un singolo gigantesco, quindi poi il disco era risultato un po’ spompo. ‘Sto giro hanno fatto l’opposto, sono usciti con delle tracce norm-emo fiacchette così poi senti il disco e SBAM! Il banjo.
  • Alien Boy (You Wanna Fade?): nella mia bolla sono un po’ tutti impazziti per questo disco e posso serenamente capirne le ragioni. Io penso sarebbe potuto essere un grandissimo EP di cinque pezzi, invece è un interminabile disco di undici canzoni reali e almeno trenta percepite. Sicuramente il problema sono io. Dovessi dare un riferimento, direi Weezer.
  • Charmer (Downpour): dischi come questo non sono mai piaciuti a troppe persone. Quando hanno iniziato ad uscire se li cagavano in pochi, quando é arrivata la fase dell’hype non erano già più dischi come questo. Forse non mi cambierà la vita, ma che ancora qualcuno abbia voglia di suonare così per me è una bella cosa (e cmq anche per quest’anno la quota cover Brand New l’abbiamo portata a casa).
  • Turnstile (NEVER ENOUGH): il disco precedente aveva diviso. Successo mega trasversale, ma nel giro del punk-hc già in tanti avevano storto il naso. A me era piaciucchiato. Il problema che avevo io coi Turnstile è il loro puntare ad essere la versione Netflix di una band HC mediocre (diciamo i Cancer Bats), più che la musica che fanno. Dico “avevo” perchè invece questo nuovo lavoro fa cagarissimo anche musicalmente, come tra l’altro implica il CAPSLOCK nel titolo.
  • Coez (1998): dice che per scrivere il disco si è ispirato ai Fontaines D.C., ma fortunatamente non è vero. Estate 1998 è un pezzo degli 883, per dire. Per il resto è Coez che torna a fare il Coez pre-COVID e sarà che non lo ascoltavo da quasi dieci anni, ma per me è un dischetto estivo che posso tranquillamente mettermi in cuffia facendo qualsiasi cosa non preveda ascoltare musica come attività principale.
  • Landmvrks (The Darkest Place I’ve Ever Been): questi li ho visti suonare allo Slamdunk senza avere idea di chi fossero e live sono stati clamorosi. Devastanti. Su disco però mi sa che non è più roba per me, se mai lo è davvero stata. Non so se i dischi vecchi siano meglio, ma ho idea che non lo scoprirò mai.
  • Fabri Fibra (Mentre Los Angeles Brucia): a me pare che faccia sempre lo stesso disco e non è un disco che mi piace.
  • Durry (This Movie Sucks): per qualche ragione ignota ero uscito abbastanza di testa per il disco prima di ‘sti qui. L’ho risentito dopo questo e sono ancora convinto avessero azzeccato la ricetta. Questo nuovo prova a rifare la stessa cosa e a tratti annoia perché ci riesce, a tratti indispone perché sbaglia proprio mira. Nel finale recupera qualcosina, ma in generale mi sa che sono sceso una fermata troppo tardi da un treno su cui viaggiavo da solo.
  • Hotline TNT (Raspberry Moon): rispetto ad anni fa, internet non è più un posto in cui mi sia facile incuriosirmi verso nuova musica suggerita da persone degne di fiducia. L’eccezione a questa triste regola, nel 2025, sono questi Hotline TNT (thx to: Vez). Parliamo di un bel disco per chi pensa che i Death Cab for Cutie non ne facciano a sufficienza, oppure per chi sostiene che qui, una volta, fosse tutto 2004. Non necessariamente io, quindi, però è un bel disco.
  • DJ Shocca (60 hz II): sarà che il rap non è prettamente la mia cosa o forse è che ho i gusti di uno che va per i 50, ma ‘sto disco mi pare giochi completamente un altro sport rispetto alla concorrenza. Gran bello.
  • Moving Mountains (Pruning of the Lower Limbs): ascoltando questo disco la sensazione principale è l’incredulità estrema rispetto all’aver potuto campare dieci anni senza nuova musica dei Moving Mountains. In qualità di uno dei pochissimi ad aver apprezzato il loro S/T quando uscì, mentre scrivo credo questo gli sia addirittura superiore. Per me disco fondamentale in questo 2025.
  • VV/AA (Paranoia e Potere Revisited): dovrei smetterla coi tribute album, davvero.
  • Pennwood Rd. (I Won’t a Friend): che bello l’emo. EP meraviglioso, ci sono uscito di testa. Per dare un riferimento: è uscito solo in cassetta e l’ho comprata.
  • Have Mercy (the lonelinets place i’ve ever been): io non lo so come fare a non incazzarmi con dischi del genere. Non è per nulla brutto, ma è un disco dei Jimmy Eat World che non fa niente per sembrare qualsiasi altra cosa. Quando sento sta roba non so mai se siano le prime avvisaglie della musica AI o se sono io che sono troppo vecchio per cascare nel tranello dei cloni wannabe. Credo più la seconda.
  • Hot Mulligan (The Sound a Body Makes When It’s Still): il nuovo disco degli Hot Mulligan è esattamente come ci si aspetta che sia un nuovo disco degli Hot Mulligan. A me piacciono, ma non al punto di aver bisogno di nuove variazioni sul tema ogni due anni. Probabilmente questo è meglio di quello prima, ma sono entrambi largamente peggio di “you’ll be fine”, che resta sempre il disco che metto su quando voglio sentire gli Hot Mulligan. I regaz quest’anno hanno anche inciso un pezzo per un wrestler che non è nel disco, ma che è più interessante di metà di quello che ci è finito dentro.
  • Deftones (private music): a me i Deftones non piacciono, ma questo disco me lo sono comprato. Il candidato tragga le proprie conclusioni.
  • Fine Before You Came (C’è ancora amore): miglior disco dei FBYC dai tempi di SFORTUNA: change my mind.
  • Biffy Clyro (Futique): secondo me si riduce tutto a quanto tempo é passato da quando si sono ascoltati con una certa frequenza i Biffy Clyro:
    – Più di 5 anni: è un disco godibile. Un filo meno moscio degli immediati predecessori e con qualche idea in più.
    – Meno di 5 anni: non scalzerá quello che state già ascoltando.
  • Motion City Soundtrack (The Same Old Wasted Wonderful World): questi sono un gruppo che ai tempi ho provato in più riprese ad approcciare, senza mai trovarci nulla. Questo disco arriva dopo dieci anni di silenzio, ma per me non fa molta differenza. La cosa se vogliamo strana è che mi è piaciuto. Non sarà il disco della mia vita, ok, ma è uno di quei dischi che se li metti in macchina ti fanno sentire come se stessi vivendo dentro a una di quelle serie americane che la gente si vergogna di ammettere di guardare.
  • Thrice (Horizons/West): dopo diversi anni, un disco dei Thrice che mi sono abbastanza goduto. Non aggiunge nè toglie niente alla storia del gruppo, ma centra qualche pezzo e lascia la sensazione abbiano ritrovato un po’ di cazzimma.
  • Elephant Brain (Almeno per ora): continuo a sentirli paragonare ai FASK, ma se anche fosse (e non lo è), per me non c’è un disco dei FASK a livello dei loro. Questo é più un disco tipo L’Esercizio delle Distanze dei Minnie’s e per il sottoscritto è un complimento gigante. Forse sto giro ho sofferto un filino i testi, ma è che son vecchio.
  • Aurevoir Sòfia (SCUOLA SOFIA): magari sbaglio, ma se i Turnstile stessero facendo davvero quello per cui li stiamo incensando, questi riempirebbero i palazzetti. #Einvece. Stando sul disco: quello prima è meglio, ma gli si vuole comunque bene.
  • All-American Rejects (Get this): è una vita che non avevo notizie degli AAR, i pochi pezzi loro che avevo sentito dal 2008 non mi erano piaciuti e fino a quest’anno non avevo idea fossero ancora una band. Poi in estate si sono messi a fare gli house party e mi sono tornati in simpatia, oltre che in testa. Questo EP fa grossomodo la stessa cosa, aiuta a rimetterli sul radar e a ritrovare la voglia di sentirsi i dischi vecchi.
  • Militarie Gun (God Save The Gun): il mio social amico Andrea Orio dice “disco dell’anno!” quindi l’ho ascoltato. Not my cup of tea, ma proprio nel senso che io mi interrogo spesso su come possa esistere gente a cui piace il tè.
  • Scary Monsters (The March of Hope): cazzeggiavo su FB e trovo ‘sto post di uno degli Explosions in the Sky che nel 2000 aveva una band con altri due amici e stavano per fare un disco, ma poi non lo avevano finito e invece ora si sono ritrovati e lo hanno chiuso quindi ascoltatelo se vi va. Ho ascoltato. Ha mille problemi, tra suoni, mix e voce, ma sai che non è male per niente?
  • Stay the Course (Red Flag): suonare un genere più che finito senza annoiare o addirittura indisporre chi ne ha sentito tanto è quasi impossibile, ma un modo c’è e questi Stay the Course l’hanno trovato. Invece di usare un’idea e costruirci attorno un pezzo, ne hanno usate dieci. Il risultato è che tengono alta l’attenzione. Facciamo un po’ di name dropping per darci il tono competente? Ok. Frullate insieme i primi Crime in Stereo, l’esordio dei Pentimento e spruzzateli di qualche breakdown facilone alla ADTR. Ne sapete meno di prima? Esatto.
  • Anxious (Bambi): questo l’ho recuperato dopo averlo visto in tante classifiche di fine anno. Volevo capire. Non ho capito.

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Texas is the reason (sometimes)

Un paio di settimane fa i Brand New hanno annunciato alcuni show nel profondo sud degli Stati Uniti.
Come nulla fosse, come non ci fossero persone che, da quasi dieci anni, vivono corrose dalla faida tra la speranza autolesionista di poterli rivedere su un palco prima o poi e la disillusione autoconservativa del metterci una pietra sopra. The Devil and God Are Raging Inside Me, letteralmente. Facendo parte di questo gruppo di persone e conoscendone altre messe grossomodo come me, l’argomento è stato ampiamente dibattuto e ha portato anche a riesumare robe scritte troppo tempo fa. Non lo so se sia normale, sulla via per i cinquant’anni, sentire così tanto una questione così oggettivamente irrilevante, ma non farei a cambio con chi se la vive diversamente.
Ieri c’è stata la prima di queste date e un tizio ha messo su youtube il video dell’attacco del concerto. I Brand New sono tornati a suonare live dopo otto anni, praticamente senza dire un cazzo a nessuno, e hanno attaccato il set con la più grande canzone mai scritta. Mentre guardavo il video, sentivo crescere la pelle d’oca sulle braccia e sulla schiena e lottavo contro il bisogno di iniziare a cantare in ufficio, ho pensato che, fossi stato lì, sarei probabilmente crepato a “Hello”.


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Sanremo 2025

Ed eccoci qui, cari amici telespettatori, al consueto appuntamento con il listone dei pezzi di Sanremo, ascoltati una volta e valutati in presa diretta dal sottoscritto.
Quest’anno si esce un giorno prima perchè mi pare di capire abbiano già suonato tutti nella serata di apertura e quindi i servizi di streaming dovrebbero già avere disponibile la maxi playlist con tutti i TRENTATRE (vi odio) pezzi in gara. Che diventano 34 se consideriamo pure Emis Killa, autoeliminatosi per questioni che riescono ad interessarmi meno della sua musica.
Le “regole” sono sempre quelle: ascolto il pezzo nella sua versione radio edit, quindi senza considerare la performance artistica sul palco dell’Ariston, e scrivo come mi sembra in presa diretta, con il consueto occhio di riguardo per La Canzone di Sanremo™ (da qui CdS™). La CdS™ è un archetipo che non ha senso di esistere mai, ma che nel contesto del Festival trova la sua collocazione naturale. Potrei provare a spiegarvi in cosa consiste, ma sarebbe più noioso delle canzoni stesse e quindi mi limito a puntare il dito quando la riconosco in scaletta.
Trentaquattro canzoni, io non so perchè mi sottopongo a questa mattanza ogni anno.
Partiamo dai.

Giorgia – LA CURA PER ME
Si parte fortissimo, subito CdS™ e subito titolo in CAPSLOCK perchè, come al mare quando l’acqua è fredda, tuffarsi e provare tutto il dolore insieme è il modo migliore per togliersi il pensiero. Ai 2 minuti entra una drum machine che fa riderissimo. E’ un pezzo che tra una settimana non si ascoltano più manco i parenti stretti di Giorgia e infatti mi dicono che è nella top 5 provvisoria.

Elodie – Dimenticarsi alle 7
La Beyoncé di Quartaccio tenta per l’ennesima volta di mascherare da hit una CdS™ che senza tutte la sovrastrutture portate dai cento autori e produttori coinvolti nel progetto sarebbe un pezzo brutto di Michele Zarrillo. Non credo ci sia riuscita.

Olly – Balorda nostalgia
Anche quest’anno purtroppo Olly non è quello degli Shandon. Terza CdS™  su tre pezzi, vuoi vedere che quella del 2025 è davvero un’edizione reazionaria?

Rose Villain – fuorilegge
Tutto minuscolo, che ribelle. Non ci credo, anche lei con la CdS™. Ma che cazzo succede? Ah, però è nella versione twenties, quella che nel ritornello butta dentro una roba a caso tipo APNEA o TUTA GOLD, che però in confronto sono capisaldi della musica Italiana.

Achille Lauro – Incoscienti Giovani
Sto volando, cinque CdS™ su cinque pezzi manco con Pippo Baudo. Questa super tradizionale però e, ti dirò, MEGLIO. Se devi fare la porcata a sto punto falla tutta, dritta, senza compromessi. Un pezzo di Venditti e VAFFANCULO A TUTTI. Il sax???? Santoddio Achille ha fatto all-in.

Francesca Michielin – Fango in Paradiso
Non so più cosa scrivere. Un’altra CdS™, anche questa ultraclassica e ultratradizionale. La Franci per me gioca un altro sport rispetto alle pari ruolo, ma era ampiamente lecito aspettarsi qualcosa di meglio dai. La chiusa del pezzo però funziona.

Fedez – BATTITO
Lo possiamo detestare eh, ma a conti fatti è il primo fin qui a portare qualcosa di diverso dalla massa. Qualcosa di brutto, ok, ma non è che potessimo aspettarci Imagine.

Tony Effe – DAMME ‘NA MANO
Ma vaffanculo. Questo si presenta biascicando su un jingle da pubblicità del Pampero e ne esce un pezzo più interessante di quasi tutti i precedenti.

Gaia – CHIAMO IO CHIAMI TU
Doveva succedere, doveva arrivare un pezzo orrendo che mi portasse, per un secondo, a rimpiangere le CdS™. Chiamo io chiami tu ma chi ti si incula.

Irama – Lentamente
Me lo merito, è colpa mia. Ho vacillato un secondo per colpa di Gaia e adesso mi becco una CdS™ nei denti. Per il resto continuo a pensare che Irama ambisca ad essere il Massimo Ranieri di una generazione che non ha mai manifestato l’esigenza di avere il proprio Massimo Ranieri. Però forse, forse, tra i pezzi che ho sentito in vita mia di Irama questo è il migliore.

Clara – FEBBRE
“Io nemmeno mi piaccio”. Ma vai a cagare.

Bresh – la tana del granchio
Se c’è una sottocategoria particolarmente odiosa delle CdS™ è quella con le pose da CANTAUTORATO. Cioè questo ambisce ad essere Ultimo, l’iperuranio della sfiga.

Brunori Sas – L’albero delle noci
ChatGPT scrivimi un pezzo di De Gregori.

Shablo – La Mia Parola (feat. Guè, Joshua & Tormento)
2025 l’anno in cui mi tocca apprezzare Gué. Per me grande sì, schiena drittissima e testa alta.

Joan Thiele – Eco
Non ho la minima idea di chi sia, quindi la cerco su Google. Niente, non è roba che mi piace e suona ultra già sentita, ma non è qualcosa che mi faccia particolarmente incazzare.

Rkomi – il ritmo delle cose
Lo sforzo maggiore che posso fare è non scrivere un insulto invertendo le sillabe, non chiedetemi altro.

Coma_Cose – CUORICINI
Io ho un rapporto altalenante coi Coma_Cose perchè alcune cose loro mi sono piaciute, ma non potrò mai perdonargli “Se la piogga fosse transitiva, io ti temporalo”. Questa CUORICINI (in capslock ad uso irritarmi) è un omaggio ai Ricchi e Poveri e, voglio dire, chi sono io per non apprezzare un omaggio ai Ricchi e Poveri?

Lucio Corsi – Volevo essere un duro
Ma sì dai, premio Tananai 2025.

The Kolors – TU CON CHI FAI L’AMORE
Io lo capisco che con Italodisco avete pescato il jolly della vita, ma non è che adesso dovete diventare una tassa da pagare ogni anno. E poi, ve lo ripeto, il cowbell per entrare nel ritornello era la chiave, sostituirlo con altri suoni NON PAGA.

Noemi – Se t’innamori muori
Ritorniamo in pista dai, una CdS™ Noemiana interscambiabile con le altre portate a Sanremo negli anni precedenti e che, se Dio vuole, nessuno si ricorda.

Francesco Gabbani – Viva la vita
Tu quoque Gabbani? Ma che è sta lagna ciellina da Pinguini Tattici Nucleari?

Rocco Hunt – MILLE VOLTE ANCORA
Tolto Speranza non credo di aver mai apprezzato un pezzo in napoletano nella mia vita. Rocco Hunt non ha invertito questo trend.

Simone Cristicchi – Quando sarai piccola
Eh va beh, allora strappami il cuore e buttalo nell’umido già che ci sei. Che botta questa CdS™.

Sarah Toscano – Amarcord
Ho questa teoria. Trattandosi di uno spettacolo televisivo che finisce alle 2 di notte e visto soprattutto da anziani, ogni tot devono infilare un pezzo che svegli i vecchi sul divano. Sperando nessuno infarti per lo spavento.

Willie Peyote – Grazie ma no grazie
Questo immagino faccia il suo, dignitosamente. Io non lo seguo e non sono arrivato in fondo al pezzo con la voglia di cambiare idea.

Serena Brancale – ANEMA E CORE
Pareva strano che Angelina Mango non avesse creato anche lei i suoi mostri. E infatti.

Modà – Non ti dimentico
Se fino a qui non fosse ancora chiaro cosa sia la CdS™, è esattamente questa cosa qui. In tutta la sua disgrazia.

Massimo Ranieri – Tra le mani un cuore
Un po’ troppo controllato e trattenuto per il suo ruolo di baluardo dello screamo Sanremese.

Marcella Bella – Pelle diamante
In effetti ancora la quota “Anziani con la cassa dritta” non l’avevamo coperta. Da un lato ho sempre la sensazione di assistere ad una circonvenzione di incapace, dall’altra fa sicuramente bene Marcella Bella a sbattersene di diventare un meme e godersi una vampata di pseudo rilevanza mediatica.

SETTEMBRE – VERTEBRE
Ho già 30 canzoni sul groppone, troppe per capire chi sia sto tizio che ha sentito la necessità di mettere un +1 alla lista delle CdS™ superflue.

Vale LP e Lil Jolie – Dimmi tu quando sei pronto per fare l’amore
Sta diventando un calvario arrivare alla fine della lista.

Alex Wyse – Rockstar
“AHHHH CHE MALE FAAAAAAA” Non lo dire a me che devo sentirmi il tuo pezzo, zio.

Maria Tomba – Goodbye (voglio good vibes)
E alla fine, anche quest’anno, abbiamo toccato il fondo.

Prima di chiudere però tocca dare spazio anche alla bonus track, di cui mi ero annotato il commento dieci giorni fa, all’uscita:

Emis Killa – Demoni
Questa la sto sentendo all’uscita, diversi giorni prima dell’uscita degli altri pezzi, quindi non saprei metterla in relazione al resto. E niente, EK aveva deciso di andare a Sanremo con un pezzo di Lazza. Non essendoci andato, non sapremo mai come verrebbe recepita la musica di Lazza portata da uno che non è il genio musicista generazionale che mi dite essere Lazza.


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I dischi dell’anno

Da Gennaio ho raccolto in una bozza wordpress le mie impressioni sui dischi usciti nel 2024 che mi è andato di ascoltare. Non c’era nessuna velleità di stare sul pezzo, non mi sono sforzato di sentire più musica mirando ad un qual si voglia completismo, l’ho fatto perchè di solito arrivati al momento di classificare i miei dischi dell’anno faccio sempre una fatica boia a trovarne almeno cinque da citare. Ho sempre imputato la cosa al non aver ascoltato abbastanza roba, quindi quest’anno ho pensato di contarla e segnarmi tutto.

  • Irma (Del nostro scontento): un disco HC che suona come dovrebbe suonare un disco HC secondo me è già una grande notizia, nel 2024.
  • Club Dogo (S/T): questo disco è Messi che a 40 anni si mette a fare una decina di palleggi di fila col sinistro per il lancio di un nuovo brand di, boh, biscotti e la stampa che, vedendolo, urla: “MINCHIA MESSI E’ ANCORA IL NUMERO UNO, PALLONE D’ORO SUBITO. GOAT!”.
  • Casey (How to disappear): è un bel disco di emo post-rock che si piazza un po’ a cavallo tra i Gates e i Mae (soprattutto per la voce). Ha il problema di farsi dimenticare immediatamente dopo l’ascolto, ma mentre è in cuffia per me godibilissimo.
  • Alkaline trio (Blood, hair, and eyeballs): di loro si dice che non sbaglino mai un disco e credo che sia molto vero se a dirlo è qualcuno che ha ancora voglia di un nuovo disco degli Alkaline Trio. Io posso dire che il disco scorso lo avevo comprato, per poi non sentirlo praticamente mai dal mese successivo all’uscita, mentre questo mi sa che neanche lo compro.
  • Dargen D’Amico (Ciao America): credo che io e Dargen si abbia smesso di essere amici, purtroppo. ‘Sto disco al netto di qualche tentativo divertente di buttarla in caciara è piuttosto palloso, oltre che brutto.
  • J Mascis (What do we do now): boh, non so come facciate.
  • Be safe (Unwell): una bella prova di emo duro e puro, suonato e registrato come si deve e con una voce abbastanza peculiare per il genere. Tutto giusto, tutto bello, ma non mi ha messo particolare voglia di riascoltarlo.
  • TIGER! SHIT! TIGER! TIGER! (Bloom): non riesco a trovare un razionale al fatto che mi sia piaciuto questo disco.
  • Cabrera (Restare intatti): una valanga di cuori, disco clamoroso. Bentornati, raga.
  • Darkest Hour (Perpetual terminal): li avevo persi per strada, li ritrovo esattamente dove stavano quando li ho mollati. Non mi è tornata voglia di loro, ecco.
  • that’s what she said (slowly, but surely): lo strumentale su questo genere mi risulta sempre abbastanza indigesto, ma è un bell’EP.
  • LA SAD (ODIO LA SAD): è ovvio per me sia musicalmente oltre l’orrendo, ma mi sono convinto che la opener sia una sorta di Occhi Puntati 2024 e secondo me non è male qualcuno dia a questa generazione i suoi Punkreas. Se avessero portato questa a Sanremo probabilmente avrei ancora il dubbio possano non essere solo dei poser della minchia.
  • Frail body (Artificial Bouquet): me lo ha consigliato Disappunto in uno dei suoi Q&A su Instagram alla richiesta: “dammi un disco 2024 bello per i miei gusti”. Evidentemente vengo percepito come amante del Coachellacore (termine che spero di aver inventato) o forse mi stava solo trollando, ma non è neanche tremendo come disco.
  • Whores (War.): la noia vera.
  • Nofx (Half album): l’ho sentito sulla base del fatto che a Maggio faranno il loro ultimo live prima di sciogliersi definitivamente, altrimenti avrei saltato. Devo dire che chiarisce abbastanza bene perchè sciogliersi sia una buona idea.
  • Riviera (Sempre): se tutti i dischi italiani di un certo genere escono con questi suoni qui e l’unico a lamentarsene sono io è evidente che il problema sta nella mia testa. E va bene. Purtroppo i pezzi non sono abbastanza buoni da farmici soprassedere.
  • Articolo 31 (PROTOMARANZA): non è solo brutto, è proprio irricevibile. L’esempio più cristallino del famoso meme. Ad una certa c’è un pezzo di discorso di Elly Schlein ad aprire una traccia e credo davvero sia il punto più basso mai toccato dalla sinistra del nostro Paese.
  • Finley (POGO MIXTAPE VOL.1): a me i Finley sono sempre stati sinceramente simpatici, ma un conto è scimmiottare i Blink a 18 anni, un altro è provare a risalire sul carro a 35 facendosi tirare la corsa da gente tipo Naska (brrr…) che di anni ne ha la metà. Poi va beh, sono 14 pezzi con 14 riff rubati paro paro altrove, ma è davvero la cosa meno problematica dell’operazione.
  • The Used (MEDZ): mi piace pensare questo disco mi avrebbe fatto cagare anche nel 2005, ma la realtà è che probabilmente nel 2005 ho ascoltato e comprato dischi anche più brutti di questo qui. Che, ribadisco, fa cagare.
  • Shellac (To All Trains): gli Shellac non sono mai stati la mia cosa e continuano a non esserlo, ma questo è il loro disco che mi è piaciuto di più. Forse l’ultima cosa incredibile di Steve Albini è stata tirarmi dentro la sua musica, perché si può tranquillamente non capire un cazzo come me, ma ascoltando queste dieci tracce poco dopo la sua morte è impossibile uscirne indifferenti.
  • Eminem (The death of Slim Shady): non sono mai stato sul treno di Eminem, ma da profanissimo mi sembra abbia fatto il disco che i Dogo non sono riusciti a fare.
  • Charli xcx (brat): nella mia bolla questo è uno dei dischi imperdibili per il 2024 e quindi eccoci qui. Non posso dire sia brutto, ma neanche mi sento di ringraziare chi me lo ha messo davanti. Onestamente a me questo tentativo di rendere arty ed elegante la cassa dritta fa un po’ l’effetto pizza gourmet. Ecco, una pizza gourmet gusto Ke$ha.
  • Fontaines D.C. (Romance): non me li ero mai cagati fino al disco prima di questo, che mi era piaciuto al punto da considerare per un paio di giorni di andare a vederli suonare. Questo qui mi sembra più noioso, ma posso dire che 1) nel contesto in cui Tony Effe esiste e fa musica non me la sento di avere un problema coi Fontaines D.C. e 2) me lo sono messo in cuffia in una notte di insonnia e sono crollato come un bambino dopo 3 tracce, quindi è cmq un disco a cui si può trovare uni scopo.
  • blink-182 (ONE MORE TIME… PART-2): sono abbastanza sconvolto dal fatto che su Spotify il nome della band sia scritto blink-182. Credo di non averlo mai scritto così in, boh, 28 anni. Andando al sodo: una manciata di pezzi addizionali ad un disco che ne aveva già fin troppi in partenza. Tutto ovviamente trascurabilissimo, ma “If you never left” poteva stare tranquillamente nella prima parte, al posto di tanta altra roba e forse ne sarebbe uscito qualcosa di meglio. Pure “No fun” è carina, ma l’intro plagiatissimo agli All-American Rejects è oggettivamente troppo, persino per questo contesto.
  • Foxing (s/t): anche in questo caso, tante persone che ne capiscono certamente più di me ne hanno detto benissimo. A me un disco così fa solo ricordare quanto mi manchino i Brand New.
  • My Own Private Alaska (All The Lights On): nel lontano 2009 mi ero preso una bella sbandata per questo progetto pianoforte/batteria/urla, ma ovviamente si è rivelato essere una passione solo mia. Dopo quindici anni i MOPA sono tornati alla carica con un nuovo lavoro, più corto e accessibile e per me persino più bello di quello precedente. Continueranno a piacere solo a me, ma che ci posso fare?
  • Touché Amoré (Spiral In A Straight Line): da una quindicina d’anni mi mandano certi dischi in pre-release, premio per quella manciata di recensioni scritte a beneficio di nessuno. Ne avrò sentiti forse tre, in tutto. Uno è questo, ma solo perché son finito a parlarne con amici e volevo flexare il privilegio. Che dire. Loro sono forse la roba più rilevante uscita dall’HC dell’ondata corrente, con buona pace dei Turnstile, ma al disco prima pensavo che avessero finito le robe da dirmi. Non era vero.
  • Balance & Composure (with you in spirit): presente quando da ragazzino c’era una tipina carina e ogni volta che la incontravi la salutavi speranzoso e lei ti guardava con la faccia di: “Scusa, ma tu di preciso chi cazzo sei?” anche se magari la stessa identica cosa era successa 24 ore prima alla stessa fermata dello stesso bus, verso la stessa scuola? Ecco, i Balance & Composure sono il protagonista maschile di questa storia.
  • Offspring (SUPERCHARGED): so che nessuno sarà disposto a prendere questa info sul serio, ma per me è un buon disco nella misura in cui può essere buono, nel 2024, un disco che esce senza nessuna idea e senza un pubblico reale. Cosa cambia da tutto il pattume che hanno fatto uscire dal 2000 in poi? Semplicemente, invece di continuare a clonare loro stessi per 10 pezzi, hanno deciso di plagiare altri. Quindi dentro ‘sto disco ci sono i Pennywise, i Bad Religion, i Blink 182 e persino i Metallica (giuro), oltre a comunque una buona dose di autocitazioni. Basta questo a farlo scorrere via piacevolmente e, trattandosi degli Offspring, non credo qualcuno potesse scommettere di riuscire ad ascoltarlo tutto da inizio a fine.
  • Envy (Eunoia): se non è il loro migliore, sta nei primi due.
  • Karate (Make it fit): altra band per cui ogni volta provo a far scoppiare l’amore senza riuscirci. Non è un brutto disco, non sono loro sono io, etc. etc.
  • Fast Animals Slow Kids (Hotel Esistenza): mai stato sul carro, ma questo è proprio orrendo. Poi che titolo è Hotel Esistenza? Tutto sbagliato.
  • VV/AA (American Football (Covers)): il 2024 è l’anno in cui mi sono messo d’impegno per risolvere il mio personale e non condiviso problema con gli American Football. Sono pure andato a sentirli suonare, perché per dire di averle provate tutte bisogna provarle davvero tutte. Dopo il concerto, rassegnato, ma anche un po’ sollevato, ho sancito definitivamente che gli American Football mi rompono il cazzo. Fine. Andiamo oltre, una buona volta. E invece 4 mesi dopo mi dicono che devo assolutamente ascoltare il disco tributo, che è meraviglioso. Indovinate un po’?
  • VV/AA (The shape of punk to come obliterated): tre domande. Perché mi sono messo ad ascoltare i tribute album? Quanto deve essere difficile prendere un disco bello, farlo suonare ad una manciata di gruppi validi e venir comunque fuori con una roba del tutto inutile? Soprattutto, a chi cazzo può essere mai passato per la testa che mettere New Noise in mano agli Idles potesse essere una buona idea?
  • Bad Astronaut (Untethered): meraviglioso nella sua capacità di prendermi le budella e tirarle in strada.
  • The Cure (Songs Of A Lost World): un disco davvero molto bello che con ogni probabilità non riascolterò mai più.
  • Linkin Park (From Zero): io questi li ho mollati praticamente subito, ma a differenza di tanti quando capita riascolto Hybrid Theory ancora con discreto gusto. Ho seguito marginalmente tutta la querelle legata alla nuova cantante, ma non posso negare che sia l’unico motivo per cui mi sono interessato al disco. Quindi, stando nel merito: non saprei proprio dire quanto questo nuovo corso sia in linea col vecchio, il mio ascolto ignorante mi porterebbe a dire che il disco sarebbe potuto uscire identico con Chester e nessuno avrebbe avuto niente da dire. Una mezz’oretta di Virgin Rock che non dà fastidio, ma va detto che io piuttosto che ascoltare Virgin Radio metterei in cuffia anche il sound dei lavori in corso sull’A4.
  • Common Sage (Closer to;): io lo so che sto sempre a lamentarmi delle stesse cose e che sono un vecchio trombone, ma questo disco qui come faccio a farmelo andare bene? Non c’è un’idea loro (e va beh) ma non si son manco disturbati a dissimulare. Anzi, pare un atto rivendicato con orgoglio tipo il remake hollywoodiano di Old Boy. A me l’arroganza con cui hanno scritto messo insieme questi pezzi fa incazzare tantissimo.
  • English Teacher (This could be Texas): questo finisce in lista all’ultimo momento, grazie alle classifiche di fine anno del previa citato Disappunto. Non credo sia mai successo che un disco consigliato da lui finisse per piacere anche a me, quindi anche solo statisticamente prima o dopo era scritto accadesse. Il famoso orologio fermo che ci azzecca due volte al giorno (il candidato scelga serenamente chi dei due è l’orologio della metafora).
  • Alcest (Les Chants de l’Aurore): recuperato sulla base delle classifiche di fine anno altrui. Niente da dire eh, bel dischetto. Probabilmente l’avrei ascoltato di più se non avessi ascoltato così tanto quello degli Envy che fa la stessa cosa, ma meglio e in giapponese.
  • Marracash (E’ FINITA LA PACE): questo è uscito che avevo già chiuso il post, mannaggia a lui. Fortunatamente c’è poco da commentare: per me sotto gli ultimi due suoi, ma come scrittura onestamente anni avanti a tutti gli altri come sempre.
    “In realtà non sento niente tranne perdita. Non dirmi smettila, con quella faccetta scettica di una che interpreta, cazzo prendimi alla lettera!”. E va beh, tutti a scuola.

Questi sono i dischi usciti nel 2024 che mi sono ascoltato, anche solo una volta. Sono 41, direi che non è un numero basso come avrei immaginato.
Non sono in grado di fare una classifica reale, neanche ha senso farla, ma sicuramente quelli che ho ascoltato di più sono Envy, My Own Private Alaska, Cabrera e Bad Astronaut. Quello inesorabilmente più brutto è quello degli Articolo 31 per sommo distacco.
Poi, come ogni anno, ci sono altre cose che ho ascoltato per la prima volta nell’anno solare e che non possono finire in questa lista. Ne cito due che secondo me ha senso condividere:

    • Between Bodies (Electric Sleep): è essenzialemente un disco degli Alkaline Trio, ma di quelli che gli Alkaline Trio ultimamente fanno fatica a fare. Niente di rivoluzionario, ovviamente, ma l’ho ascoltato un numero insensato di volte e secondo me ha dentro dei pezzi veramente belli. Non sta in lista perchè è uscito nel 2022, ma io l’ho scoperto quest’anno.
    • Thursday (White bikes): i Thursday sono tornati con due pezzi, che non sono un disco e quindi non possono essere in lista, ma che rispondono alla domanda: “Questa roba non ha più niente da dire oppure è solo che nessuno la suona più come si deve?” con un sonoro “Vaffanculo”.

E direi che con questo ci siamo detti tutto.


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Can I scream?

Due paroline sulla terza stagione di The Bear, ma se vogliamo anche la risposta alla secolare domanda:

“E’ forse l’attesa del piacere essa stessa il piacere?”

No, non lo è.
Andiamo però con calma: partiamo dalle basi, diamo un contesto e diciamo anche che proverò a fare un discorso spoiler-free¹.
The Bear è una serie che parla di cucina e di persone che lavorano nella ristorazione, a tutti i livelli. E’ uno show iniziato nel 2022, che quindi ha appena visto mandare in onda la sua terza stagione, e che fino a qui si è distinto per un livello qualitativo semplicemente fuori scala rispetto al panorama attuale.
A livello visivo gode di una regia, una fotografia ed un montaggio che lo rendono semplicemente stupendo, proprio bello da guardare, con tantissimo tempo dedicato alla componente artistica e design del cibo messa in contrasto con il “caos” più o meno razionale e la frenesia di quel che ci sta intorno. Musicalmente poi sta proprio su un altro pianeta, non solo per la selezione degli artisti e dei brani (qui la lista della sola terza stagione, per dare un’idea del livello.), ma per l’uso che fa della musica e l’attenzione che riserva al suo utilizzo. Quando c’è un pezzo te ne accorgi perchè vengono usate solo canzoni monumentali, ma quando non c’è il silenzio ha esattamente il medesimo ruolo che avrebbe la musica e si fa notare con la stessa immediatezza. C’è tutto un episodio meraviglioso nella seconda stagione che con un minuto di Taylor Swift non solo ti fa scoppiare il cuore, ma restituisce al personaggio protagonista uno spessore ed una caratterizzazione che in altre serie non raggiungono neanche con ore di screen time e spiegoni annessi. Quando poi lo stesso personaggio, la stagione successiva, si trova ad un ulteriore passo cardine del suo arco narrativo è naturale ci sia sempre Taylor Swift ad accompagnarlo, ma con un pezzo diverso, perchè un conto è avere classe e un altro è diventare didascalici.
E’ tutto confezionato in maniera sublime, insomma, intorno ad un cast che in ogni singolo secondo spacca lo schermo in due. Non c’è un attore fuori parte, non c’è una scena recitata senza intensità, eppure non si sfocia mai nell’overacting se non nei rari casi in cui serva ad uno scopo preciso.

Insomma, The Bear è una serie che dovreste guardare per farvi un favore e dedicare qualche ora a qualcosa di bello.

Ma.
Questa terza stagione mi ha fatto bestemmiare tantissimo e la causa è una scelta precisa e programmatica degli autori, che hanno portato all’estremo la magistrale creazione del climax narrativo per poi, però, non risolverlo. Una sorta di edging, con la sostanziale differenza che si tratta di ritardare ad oltranza non il proprio piacere, ma quello di altre persone. E magari, tra queste persone, c’è anche chi non apprezza.
E’ un numero che hanno, quelli di The Bear, fin dal principio. Nella prima stagione lo avevano messo in atto in modo molto più sottile, però, solamente con la musica. Per la precisione con New Noise dei Refused. Metto il video, così diventa più semplice argomentare anche coi senzadio che non conoscono il capolavoro in questione.

New Noise, nei primi 67 secondi, ha uno dei più potenti e coinvolgenti climax della storia della musica. Anche al primo ascolto è impossibile non sentire il crescere della tensione, questo riff ricorsivo che pian piano aumenta la sua portata come un’onda che l’ascoltatore sa lo investirà, prima o dopo. E anche i Refused erano bravi in questa cosa del ritardare il piacere, perchè a 46 secondi sembra che di colpo tutto si debba risolvere in niente quando invece

CAN I SCREAM?

Santissimo iddio che roba, ma torniamo al punto.
Nella stagione 1, per ben due volte in episodi diversi, quei figli di buona donna usano i primi 67 secondi per far montare la tensione nello spettatore che assiste al precipitare di alcune situazioni, ma senza dare sfogo al pezzo. E, ve lo garantisco, tagliare quella canzone prima del 68° secondo è peggio che darmi una coltellata. Non riesco proprio ad elaborare la cosa, bestemmio come un fabbro.
Ecco, con la 3° stagione fanno proprio all-in su questa modalità di racconto, costruendo un tot di linee narrative che crescono, crescono, crescono… e non si risolvono in un cazzo di niente².
Dieci episodi alla fine dei quali stai esattamente al punto di partenza, così quando esce la scritta To be continued non puoi fare altro che bestemmiare. Dieci episodi bellissimi, che ti fanno entrare dentro a tutti i personaggi in maniera profondissima e che però alla lunga finiscono per stancare. Non tutti magari, ma me sì. Io ho bisogno di andare a parare da qualche parte.
Gli autori questo lo sanno, sanno che c’è gente come me, e godono nello sbatterci in faccia la loro vittoria.
Mancano 10′ minuti alla fine della stagione e una serie di personaggi sta fissando il cartello “EVERY SECOND COUNTS” che c’è sulla parete della cucina di un ristorante.
E poi lo staccano dal muro.

Maledetti.

1) anche perchè fare spoiler di una stagione in cui non succede niente è davvero complesso.
2) SPOILER, giusto per dare il quadro della situazione elenco le questioni aperte e lasciate pending: carmy/claire, la recensione, Syd e la sua offerta, il bilancio, il matrimonio. Non c’è una questione aperta in questa stagione a cui abbiano dato minima progressione. Devi essere stronzo, dai.


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I Nofx a 100 euro (encore)

“Noi siamo qui per timbrare il biglietto.
Tipo tu c’eri alla morte del rock? Anche io, dai beviamoci una birra.”
(A.P.)

Quando sono uscite le date italiane per il tour di addio dei Nofx avevo scritto un pistolotto infinito, incentrato soprattutto sulla questione prezzi. Oggi, dopo aver presenziato, è giunto il momento di mettere in fila le idee e raccontare cosa sia davvero stato, per me, questo final show.

Ognuno di noi ha una manciata di gruppi la cui strada incrocia quella della propria vita nel momento sbagliato. Alcuni li scopriamo troppo tardi, altri paradossalmente troppo presto, molti semplicemente in un frangente in cui non siamo propensi alla loro proposta. E’ una cosa che capita e con cui tocca fare i conti. Io ho visto suonare larghissima parte dei gruppi che mi piacciono, ma non sono mai riuscito a vedere gli autori del mio disco preferito.
Coi Nofx è successo esattamente il contrario, tra me e loro c’è stato un sincronismo totale, perfetto.
Quando sono stati all’apice della loro grandezza, compositiva e performativa, io ero presente. I loro dischi più importanti li ho vissuti in diretta ed ero un teenager quando li suonavano dal vivo, con tutta la carica e l’energia necessarie (ambo le parti). Stavo sotto al palco, non avevo il minimo problema nel farmi tritare dentro al pit, anzi, era l’unico posto in cui avesse senso stare in quel momento. Se Domenica i Nofx avessero ipoteticamente suonato un set analogo a quelli di fine anni novanta, io non me lo sarei comunque goduto quanto me li godevo allora. Forse quindi, se io non sono più quel ragazzino, dovrei accettare che loro non siano più quella band.
Eppure.
Eppure sono venuto via dal Carroponte con la rabbia che provi dopo essere andato a trovare tua nonna malata di Alzheimer.
La vedi, è lei, eppure non è più lei. Non è una presa di coscienza facile da gestire.

Il problema non è la scaletta.
Se scrivi 40 songs sulla locandina e poi ne suoni la metà (23, se non sbaglio), a me non fai un danno particolare. I Nofx non hanno mai suonato due concerti uguali e se dovessi stilare la mia top 50 delle loro canzoni, sono ragionevolmente sicuro di averle sentite tutte, almeno una volta, dal vivo. Certo, quando erano usciti i dischi che avrebbero dovuto suonare per intero domenica ero piuttosto contento e mi sarei aspettato qualcosa di più di un 5/13 da White Trash e un 8/16 da So Long, soprattutto se lo spazio dedicato al resto lo vai a colmare tutto con roba che non mi ha mai riguardato, uscita quando ormai non c’era più necessità di ascoltarla. Niente da Ribbed, niente da Heavy Petting Zoo, la rivendicazione ultima di Fat Mike a ribadire che tutta la loro carriera ha lo stesso valore. Una presa di posizione che, davvero, non ho problemi ad accettare pur non essendo eufemisticamente d’accordo con lui. Empatizzo volentieri con chi ha bestemmiato per la scaletta, intendiamoci, ma non più di quello. Quello che trovo intollerabile invece è suonare 22 pezzi in 90 minuti (escludendo The Decline dal computo). Quattro minuti a pezzo, se sei i Nofx, vuol dire 2 minuti di musica e 2 minuti di niente, di chiacchiere che non mi interessa stare a sentire. Che nessuno dei presenti ha pagato per sentire, altrimenti in locandina ci avrebbero messo quello come selling point, non le copertine dei dischi.
E no, per come la vedo io questa cosa non è punk, è essere stronzi. Non è la stessa cosa, non ho mai pensato lo fosse.
Poi se volete ci mettiamo anche il fatto che i volumi fossero completamente sbagliati (se cantavo i pezzi sentivo solo la mia voce, una cosa da ufficio inchieste), che la chitarra di Melvin fosse completamente muta (almeno dal mio lato del palco) e la batteria microfonata a caso, ma almeno di quello credo non si debba chieder conto alla band.
Il punto è che il mio ultimo concerto di sempre dei Nofx è stato per ampio distacco il loro peggior concerto di sempre. Senza possibilità di appello.

Nell’immediato post concerto ero davvero arrabbiato.
Come dicevo sopra però, credo questa rabbia abbia più a che fare con l’elaborazione del lutto che non con il concerto, per quanto brutto. Nonna è morta e nonostante in cuor nostro sappiamo sia meglio così, abbiamo comunque una gran voglia di piangere. Forse se avessero suonato il concerto perfetto qualcuno avrebbe potuto recriminare, così quantomeno credo si sia tutti d’accordo nel dire che finirla sia la decisione più giusta. Per tutti.
Da parte mia oggi, smaltito il senso di frustrazione delle prime ore, c’è la consapevolezza del fatto che aver saputo questa fosse l’ultima possibilità di vedere i Nofx su un palco sia stato un regalo enorme. Nessuna aspettativa mancata può anche solo avvicinarsi al rimpianto per non esserci stato.
Per quasi 10 anni della mia vita i Nofx sono stati un caposaldo.
L’ulitmo pezzo che gli ho sentito suonare dal vivo è la cosa migliore che abbiano mai scritto e l’ho cantato tutto insieme ad altre 6000 persone, per diciotto minuti filati.
Dito alzato, groppo in gola e occhi bagnati.
Giusto, giustissimo così.

“So long… and thanks for all the shoes.”


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