Il mio disco Preferito

Una volta leggevo un blog di musica che mi piaceva molto e che in merito alla questione “disco preferito” aveva una posizione piuttosto articolata.
Per me il discorso è decisamente più semplice: da che esisto ho avuto diversi dischi preferiti, in diversi momenti della mia vita, ma mai più di uno per volta.
Il primo è stato The Final Countdown degli Europe e c’entra col fatto che il 5 settembre 1988 invece di andare in seconda elementare sono andato in sala operatoria a farmi aggiustare il cuore. Il disco me lo portó in ospedale un amico dei miei, su una cassetta da 90′: lato A gli Europe, lato B l’album di Barbarossa con dentro Al di là del muro. Del lato B ricordo a malapena quel pezzo, che tuttavia non ascolto da 31 anni (sono tentato di metterlo su ora, ma credo alla fine eviterò1). Con The Final Countdown invece fu amore vero, tanto che ancora oggi me lo risento volentieri, quando capita.
Per quasi tutti i miei dischi preferiti è funzionato così: musica che posso immediatamente associare ad un periodo o un’esperienza, a volte a una persona, e da cui mi sono sentito rappresentato al 100% come ascoltatore (probabilmente anche come individuo) nel momento in cui stava in cima alle mie preferenze.

Ho questa idea che, per quanto spero mi resti molto tempo a disposizione, non ci sono altri dischi preferiti ad attendermi nel futuro. Temo ci sia una stagione per tutto, nella vita.
È quindi ragionevole pensare che il mio attuale disco preferito sia destinato ad essere il Preferito con la maiuscola, avendo avuto la meglio sulla concorrenza passata ed essendo al contempo al sicuro da attacchi futuri.
Paradossalmente, è anche l’unico disco che è riuscito a farsi amare così tanto senza essere correlato a nessun particolare aspetto/momento della mia vita.

Questo post parla di Under the Radar, un disco dei Grade.

Ho detto che non è un disco che ricollego ad un momento della mia vita, ma non vuol dire che non abbia ricordi a riguardo. A differenza di tanti altri dischi infatti, ricordo esattamente la prima volta in cui l’ho ascoltato. Ero in treno, vagone con cuccetta, e stavo andando con mio padre in Sicilia per il matrimonio di un cugino. Dopo aver speso una cifra di tempo nel tentativo di trovarlo su uno dei vari P2P dell’epoca (a memoria siamo nel 20052), finalmente me lo ero scaricato e messo sul lettore .mp3 portatile, con moderate aspettative. Erano gli anni in cui bazzicavo una webzine chiamata Munnezza (poi Dedication) e UtR era citato come riferimento principale di una cifra di dischi post-hc, nu-emocore e compagnia di cui in quel momento storico andavo ghiottissimo. Ciò nonostante, sulla webzine non c’era una recensione del disco e anche altrove leggerne era piuttosto complicato, trattandosi di un’opera probabilmente sì seminale, ma da cui ha avuto origine uno dei movimenti più infami e bistrattati della storia del rock alternativo. Movimento di cui, vorrei ribadire, sono comunque stato profondamente appassionato per diversi anni e che, ancora oggi, mi pare tutto sommato in linea con tanta altra merda che non ho ritegno nell’ascoltare, ma che a conti fatti gode inspiegabilmente di maggior credito. 
Ad ogni modo, ricordo di essermi messo questo disco in cuffia e di essermene innamorato subito. Il motivo di questo colpo di fulmine l’ho capito un po’ di tempo dopo: UtR è sostanzialmente il disco perfetto, sotto ogni punto di vista.
Non c’è un pezzo debole o mal riuscito, ok, ma questa non è una caratteristica unica. Il punto è che non mi vengono in mente altri esempi in cui così tante melodie siano state incastrate in modo altrettanto efficace per generare di fatto canzoni prive della canonica struttura strofa-ritornello, ma che non perdano la capacità di incollarsi in testa immediatamente e restarci a vita. Under the Radar ha scoperto la formula magica per fondere gli elementi duri e tendenzialmente poco accesibili dell’hardcore ad un immediatezza completamente pop, senza però abbassarsi ai compromessi paraculi che sono invece stati fondamentali a tutti quelli che sono venuti dopo e che hanno di fatto sancito la morte del genere. Una roba completamente irripetibile, tanto che gli stessi Grade col disco seguente hanno provato a cambiare completamente strada, credo per evitare paragoni infelici (che in ogni caso è impossibile non fare, visto che Headfirst Straight to Hell è, ad esser buoni, un disco del tutto sbagliato).
Non bastasse la perfezione compositiva, UtR è anche il mio disco di riferimento in termini di suoni e produzione. Non è una di quelle robe iperprodotte in cui l’approccio diciamo “barocco” a Pro Tools con lo scopo di far suonare tutto GROSSO si traduce nel far suonare tutto finto, ma non è neanche figlio del movimento reazionario che in tutta risposta ha sancito i dischi di musica alternativa dovessero per forza suonare come se li avesse registrati un non udente nel suo box catturando tutto in presa diretta col microfono del Canta Tu.
In UtR c’è una base ritmica solidissima e piena, che ti tiene incollato ai pezzi senza distrarti, e poi ci sono due chitarre che fanno sempre la cosa giusta, dialogando perfettamente e risultando sempre distinguibili, anche nei momenti più rumorosi. Zero sovraincisioni, nessuna traccia di chitarra aggiuntiva, essenziale come pochi altri dischi che ho in casa eppure ricchissimo di sfumature che vengono fuori ascolto dopo ascolto. Anche le voci sono perfette: le parti di scream sono sporche e ruvide, ma mai finte, mentre quelle clean sono melodiche, ma non melense. Tutto è al posto giusto per undici tracce, di cui l’ultima si chiama Triumph and Tragedy e ad un certo punto dice così:

My relationship, with reality (yeah)
It comes and goes

Non credo esista un singolo verso in qualsiasi altra canzone che senta più vicino.

Oggi, 12 Ottobre 2019, compie vent’anni il mio disco Preferito. 


1 Alla fine ho evitato.
2 Ho controllato, era davvero il luglio 2005. Il cugino è andato in viaggio di nozze a Sharm el-Sheikh e l’hanno rimpatriato pochi giorni dopo per via degli attentati. Una di quelle cose che non sai dire se sia sfiga perché c’è finito in mezzo o culo perché può raccontarla.

Me lo ha chiesto internet

Ieri su twitter è successo questo:

Ora, chi sono io per oppormi al volere della rete nell’epoca in cui perfino le alleanze di governo devono sottostarvi?
Nessuno.
Quindi, nonostante tutti i miei buoni propositi e le promesse, mi trovo costretto a rivedere i miei piani e recensire NINE, l’ultimo disco dei Blink 182.
Se questa cosa ha un lato positivo è che quantomeno questa sarà l’unica recensione che abbia senso leggere in merito al disco in questione.

Nine è il secondo disco dei Blink 182 con Matt Skiba al posto di Tom DeLonge e se sembra diverso da quello prima è essenzialmente per due motivi: Matt ha ricevuto un minimo spazio in fase compositiva e hanno prodotto i pezzi come fosse un disco dei 30 Seconds to Mars.
MH ha un repertorio che non arriva a cinque linee melodiche e credo si sia accorto che riciclarle ulteriormente (Pin the granade) sia ridicolo. Il problema è che quando prova a tirar fuori qualcosa di diverso, finisce col fare il verso ai Police (Hungover you) e il risultato è anche peggio. Spazio quindi a Matt, che a conti fatti canzoni ne ha sempre sapute scrivere. In Nine quindi finiscono pezzi degli Alkaline Trio (Black Rain), che hanno il pregio di risultare freschi alla fanbase, ma un po’ meno a chi ‘sta roba ce l’ha in cuffia da vent’anni. Il giorno in cui in casa Blink capiranno che invece di spartirsi i pezzi sarebbe meglio lavorarci insieme e mescolare gli igredienti forse non ne uscirà il White Album, ma di certo qualcosa di più interessante. In ogni caso, come direbbe Syrio Forel, “Not today”.
Altra chiave di innovazione su cui si punta sono appunto i suoni alla 30 Seconds to Mars (No heart to speak of) la cui efficacia, nel 2019, è tutta da dimostrare nonostante, questo va detto, un disco come questo Jared Leto non lo metterebbe insieme nemmeno se ci lavorasse da oggi alla fine dei suoi giorni.
Il resto è grossomodo quel che c’era in California (Ransom è sostanzialmente Cynical), sgrossato dal peso di dover fare le canzoncine divertenti e voler parlare solo a gente che non ha più di sedici anni. Due ottimi passi avanti, concettualmente, che però certo non bastano a farmi alzare dalla sedia.
Di contro, in tre giorni avrò ascoltato Nine dieci volte e potrei ascoltarlo altrettante nelle prossime ore senza problemi, fischiettando anche qualche pezzo. Non credo esistano altre band di quel giro ancora capaci di farmelo fare, quindi se vogliamo dire che è un disco superfluo e dimenticabile ok, ma brutto in senso assoluto no, specie per il target di riferimento.
Chiudo su Travis con una notizia buona ed una cattiva: la buona è che riesce ad essere inopportuno e fastidioso solo in un’occasione, la cattiva è che in quell’occasione devasta la traccia migliore di tutto il disco (Remember to forget me).

Mi prendo l’ultima riga per ringraziare Andrea per la pietà mostrata nei miei confronti e tutti i regaz che gli/mi hanno datto corda in questa pantomima.
Cuori grossi.

I 10 dischi del decennio

Tempo fa ho fatto la classifica dei miei 10 film del decennio.
Ora è il turno di quella dei dischi. A differenza della prima è stato molto più semplice perchè non ho lasciato fuori nulla di cui sia pentito.
L’ordine non è casuale, ma cambierebbe dieci volte se la rifacessi dieci volte.
1) Envy – Atheist’s cornea
2) Minnie’s – L’esercizio delle distanze
3) Brand New – Science Fiction
4) Modern Baseball – You’re gonna miss it all…
5) Moving Mountains – S/T
6) Sorority Noise – You’re not as _____ as you think
7) Touché Amoré – Parting the sea between brightness and me
8) Dargen D’Amico – Vivere aiuta a non morire
9) Thrice – Major/Minor
10) Defeater – Empty days & sleepless nights

Marchetta

Non è vero, quella che segue non è una marchetta. Nessuno mi pagherebbe per scrivere roba, a nessun livello, e credo mi stia molto bene così.
È successo però che Rob mi chiedesse se mi andasse di scrivere due righe sul disco/EP del suo gruppo. Rob l’ho conosciuto su twitter, ci accomuna una certa passione per un certo tipo di musica. Di norma non mi piace scrivere male di roba fatta da gente che conosco, ma ovviamente non mi va nemmeno di scrivere cose che non penso, quindi ho questa “regola” per cui se il disco mi fa cagare glisso, se invece posso parlarne bene non vedo perché no.

Il disco si chiama “You’re not the places you live in“, loro sono i Morningviews e la mia opinione sta sotto il player, così se non vi interessa vi sentite il disco e basta.

La cosa bella di non scrivere più di dischi fuori da questo mio spazio è che non sento più la pressione ad azzeccare i riferimenti che uso per dare un’idea del prodotto. Prima ci passavo un tot di tempo a definire coordinate che fossero precise e tanto più si usciva dallo spettro dei miei ascolti canonici, tanto più sentivo il peso di non sbagliare. Era un casino. Qui invece me ne batto i coglioni e il risultato è che se dovessi descrivere questo disco di getto direi che è un disco dei Deftones suonato dai Mineral. Pesantina eh?
Meglio argomentare.
È un discorso di sensazioni. È un disco che fonda su quegli arpeggini che sfociano in muri di chitarre, tipici di un certo emo primi anni 2000, però usati per disegnare melodie che più che suscitare malinconia mettono a disagio. Presente no, le linee melodiche dei Deftones? Ecco.
Poi ovviamente il disco è molto più di questo. Anzi, se vogliamo una critica è che per soli cinque pezzi ci hanno infilato un po’ troppi riferimenti e diventa difficile orientarsi e dargli un’identità. Dopo tre tracce decisamente più vicine a certe atmosfere alt-rock, addirittura post-metal se vogliamo (e se il termine esiste), ti ritrovi in cuffia Dye, ovvero i Moving Mountains di Pneuma impegnati a farci sapere di aver compreso la cifra stilistica dei Brand New. È un bel salto.
L’abbondanza di riferimenti viene fuori anche nelle parti vocali: abbiamo le linee pulite, abbiamo gli scream e pure alcuni passaggi parlati/recitati. C’è n’è davvero per tutti i gusti e questo credo sarà un bel vantaggio quando le tracce da mettere in fila saranno dieci o dodici: troppe idee non sono mai un problema. Se ci pensate capita spesso di pensare che un disco abbia qualche traccia di troppo, ma non altrettanto spesso di pensare ne abbia meno del necessario.
Arriviamo all’ultima spinosa questione: è un disco derivativo? Parecchio, ma non credo che loro negherebbero questa cosa. Io ho 38 anni e magari ho ascoltato meno dischi dei ragazzi(ni) che oggi recensicono roba online, però quelli che ho ascoltato li ho ascoltati per il doppio degli anni. Ce li ho tatuati nelle sinapsi ormai, quindi quando ci si avvicina a quelle cose non posso non accorgermene. Non ho mai pensato questo fosse un problema, peró. Alcuni dei miei dischi preferiti sono tremendamente derivativi, solo che sono anche più fighi della roba a cui si rifanno, quindi dove starebbe il difetto? Oltretutto, come detto, qui i riferimenti sono tantissimi, di conseguenza tutto suona inevitabilmente meno ridondante. Son ragazzi che hanno studiato e capito le basi, anche meglio di altri, questa cosa paga ora e pagherà ancora di più andando avanti.
I miei momenti preferiti del disco sono On Uranus e Needle in a Haystack, che chiude tutto dalle parti di un certo post-rock.
L’unica curiosità che avrei, forse anche figlia di una certa fissa che vivo ultimamente, è sentirli con testi in italiano. Non per una qualche deriva sovranista (che proprio stocazzo), ma perché se c’è una roba che in questo disco non troverete sono troppi punti di contatto con la scena italiana di oggi, da cui il fatto che con pezzi in italiano forse arricchirebbero un panorama nostrano non proprio sfaccettato.
Se la parola che stai pensando è “esticazzi?” hai ragione tu.

W Satana!

Sono finito sotto a questo pezzo qui.

Ok, partiamo dal principio.
Il modo in cui fruisco la musica in questo periodo storico è molto diverso da quello a cui sono stato abituato per larga parte della mia vita, a partire del decidere cosa ascoltare fino al quando e al come. E’ tutto diverso.
La mia educazione musicale si è sempre basata sul passaparola, prima con gli amici, poi con gente a caso conosciuta online in vari forum o siti web. Il passare degli anni però ha voluto che questo meccanismo andasse pian piano svanendo: una volta intorno a me online vedevo parlare quasi solo di musica, ora sempre e solo d’altro. Quelli che ancora parlano di dischi o gruppi di solito o fanno operazioni nostalgia poco utili allo scopo di ampliare i miei ascolti, oppure aprono a robe che puntualmente avrei preferito continuare ad ignorare.
Fortunatamente, quella che sarebbe potuta essere una lenta deriva al silenzio e alla monotonia è stata dapprima mitigata e poi sovvertita dalla crescita esponenziale di servizi online che evitano di dover parlare con delle altre creature viventi e ti permettono di accedere a musica nuova che in qualche modo possa piacerti. Gli ALGORITMI, entità cibernetiche a cavallo tra i cartoni animati giapponesi e l’immaginario di Roberto Camerini, hanno preso il controllo dell’internet e, con livelli diversi di invadenza, bussano alla mia porta proponendomi di ascoltare questo o quel disco. La cosa figa è che, quando toppano clamorosamente la proposta, non devi nemmeno stare lì a giustificarti del perchè non ti sia piaciuta. All’algoritmo non gliene frega un cazzo, grazie al cielo.
Come dicevo, ogni servizio ha il suo algoritmo più o meno pressante e anche in base a quello ho selezionato in youtube il mio attuale metodo preferito per l’ascolto della musica. Youtube non mi dice “simile a” e non mi dà delle playlist preconfezionate chiamate, che ne so, CLASSIC EMO in cui dentro ci sono i Panic! at the disco. Youtube, per come la uso io, mi mette di fianco al video una colonna con altri video di cui leggo un titolo e posso vedere un frame. Nel mio personalissimo e discutibilissimo approccio alla musica, in cui l’estetica non è mai ininfluente nello stabilire un possibile legame con quel che sto ascoltando, questa possibilità di farmi incuriosire da un fotogramma e partire magari vedendo dei ragazzi suonare live piuttosto che approcciare come prima cosa la loro “fredda” o se vogliamo “neutra” espressione su disco, fa tutta la differenza del mondo.
Se trovo qualcosa che mi piace poi compro il disco e ascolto su Spotify, che è mille volte più comodo e mobile friendly, ma per “navigare la musica” oggi non ho posto migliore di youtube, sia quando vago tra roba nuova, sia quando voglio starmene tra le mie cose.

Saltando tra video di gruppi di gente offensivamente giovane che al momento suona in Italia qualcosa che possa rientrare nel mio concetto di “scena”, mi sono imbattuto in questi Endrigo. Credo che il primo loro video che mi sia passato davanti sia stato “Spara” e non mi era piaciuto manco un po’. Forse la melodia, forse la voce decisamente fuori dallo spettro dei miei ascolti soliti.
Per quel vecchio adagio secondo cui una seconda opportunità non si debba negare a nessuno, da quel video sono passato a “Meglio Prima” e da lì è stato amore vero.
Il loro primo disco non l’ho mai sentito, ma il secondo, Giovani Leoni, me lo sto davvero consumando in attesa del terzo, le cui registrazioni credo si siano da poco concluse. Vorrei riuscire a beccarli anche dal vivo, magari il 30 Luglio nella caldazza bergamasca, anche per evitare di comprare il CD su Amazon.
C’è una scena in Italia fatta di tanti gruppi che finalmente provano un po’ a smarcarsi da quel che a me, da fuori, iniziava a sembrare una serie paradigmi inviolabili per fare emo in italiano. O forse è solo gente che suona quel che ha voglia di suonare conscia che smarcarsi dalle cose è un concetto che vive nella testa degli anziani. Perchè, alla fine dei conti, “la migliore band death metal mai esistita in tutta Brescia sopravviverà alle vostre nostre cazzate.”

Giugno 1999

La IV liceo unico anno senza insufficienze, i capelli blu elettrico e l’esame di teoria per la patente. La prima volta in vacanza con gli amici.
Sudent’s Village 1999, località Torre dell’Orso, Puglia.
Cento ore di treno, il caldo torrido, un villaggio vacanze di soli studenti, in cinque in un bungalow di 40 m2, tonno&fagioli, il cellulare di Roby “solo per le emergenze”, la macchina foto di Roby “solo per le foto che vale la pena”, le foto a gente che telefona mentre Roby non c’è, la t-shirt degli Amici di Roland, birra Bavaria, Puccio la vespa nella bottiglia, una settimana senza mai vedere il mare, Vaghi, il torneo di pallavolo, turboculo, “Manq andiamo a fare il bagno?” “No raga non mi va”, la vergogna per la cicatrice, una settimana senza togliere la maglietta, Bazzu e Simo che mi buttano in piscina colti dal dubbio non sapessi nuotare.
I wurstel mangiati dalla confezione, le Puma Suede, le magliette a righe, il cesso intasato, le ragazze invitate a cena, il mio primo risotto col pesce, l’addetto allo spurgo che arriva mentre mangiamo, il cappellino arcobaleno, il polacco, le sigarette artigianali spacciate per canne,  la Keglevich alla frutta, la bottiglia che cade dal tavolino, la bottiglia che va in pezzi, io che lecco i cocci, Bazzu che beve dallo straccio per pavimenti usato per pulire, i gavettoni, l’appartamento allagato, i limoni con soggetti discutibili, i due di picche da soggetti discutibili, cocacola&vinaccio, le serate a ballare, la serata in spiaggia, le camice a fiori, la scaletta del DJ sempre uguale, la dance anni ’90, i dieci/quindici minuti di parentesi rock, il pogo, Roby che si spacca un labbro e torna sanguinante, la lattina di estathe premuta sulla ferita per fermare l’emorragia, il medico che “servirebbe dare uno o due punti”, l’informazione secondo cui questa cosa fosse a pagamento, Roby che “A posto così” e si tiene la lattina.
Una settimana, montagne di ricordi, un’unica canzone a riassumerli tutti.

“Alla nostra età” dei Derozer compie vent’anni e Branca Day non è neanche il miglior pezzo del disco.

Generational Divide

Non so perchè lo faccio.
Ogni volta mi dico che non è più il caso di parlarne e ogni volta vengo meno all’intento e finisco qui sopra a scrivere un pezzo sui Blink 182.
Inizio a pensare che chi non mi conosce, ma forse pure chi mi conosce bene, abbia un’idea distorta del mio legame con i Blink. A conti fatti sono stati certamente una delle band più importanti della mia adolescenza, ma se vogliamo spaccare il capello ho passato qualcosa tipo tre anni ad amarli alla follia e diciassette a compatirli, seppur con alti e bassi. Una cosa che li accomuna a tantissime altre band che reputo significative, ma di cui non parlo mai. Solo con loro ho questo rapporto morboso. L’incapacità di disinteressarmene del tutto e mandarli in culo, la costanza con cui sistematicamente mi presto a dar loro una nuova possibilità non so bene spinto da quale sentimento.
Non c’è ragione di seguirli, tanto meno di aspettarsi qualcosa, eppure io non solo ci provo, ma riesco perfino ad incazzarmi quando WHAT A SURPRISE la realtà dei fatti mi sbatte fortissimo in faccia.
Tre anni fa un mix di circostanze extra musicali molto particolari e un disco che è uscito assai meno peggio di quel che temevo mi avevano iniettato in vena una dose oggettivamente eccessiva ed immotivata di euforia, spentasi puntualmente qualche mese dopo mentre li vedevo suonare dal vivo. Di fatto sono ostaggio di questi personaggi da decisamente troppo tempo e non riesco in nessun modo a rompere le catene che mi tengono prigioniero. L’equivalente di quegli sfigati che vengono lasciati e continuano a star dietro alla ex mentre calpesta la loro autostima.
Forse esistono dei circoli in cui vai e parli di questo problema con gente che vive la stessa situazione. Mi ci vedo, a pochi giorni dal ricevere la medaglietta “24 months clean”, entrare e dare origine ad una scena del genere.

“Ciao, mi chiamo Manq…”
“CIAO MANC!”
“Ehm, raga, giusto una premessa… si pronuncia ManCU.
Lo so che non è semplice da intuire, ma arriva dal mio cognome e dal fatto che a scuola lo hanno sempre tutti abbreviato in Mancu. Ho solo trovato un modo originale di scriverlo. Sapete, la Q si pronuncia CU…”
“Scusa. CIAO MANCU. C’è qualcosa di cui vuoi parlarci?”
“Sì. Ci sono ricascato.
Erano 23 mesi che non scrivevo dei Blink 182, ma oggi l’ho fatto. Eppure quando sui diversi social Tom e Mark hanno iniziato ad ammiccare vincendevolmente per alzare un po’ di hype relativo alle loro prossime, rispettive e ben distinte uscite discografiche solleticando l’interesse di voi povere vedove inconsolabili (lo so che sto in questo gruppo di sostegno anche io, ma mi reputo comunque messo meglio di voi che pregate per un’altra reunion), avevo tenuto botta.

Ve lo avevo anche detto, in quella sessione, vi ricordate? Quando Gianni diceva di esserci ricascato per aver visto il like su instagram di Mark e Travis alla foto del periodo Enema of the State postata da Tom, cosa vi avevo detto io?
E’ marketing raga, state all’occhio.
Ma voi niente. Tutti a dire “SI RIFORMANO”. Quanti ne abbiamo persi quella settimana, ripiombati nel tunnel dopo mesi, anni di faticosa disintossicazione? Povero Gianni…”
“DIAMO TUTTI UN ABBRACCIO A GIANNI”
“Poi è stato il turno del primo singolo in anteprima al prossimo disco. Non ascoltatelo, vi ho detto. L’effimera euforia post California ormai è andata, fidatevi, vi fate del male a schiacciare play. Anche lì non mi avete ascoltato e siete caduti come mosche, ma io no. Io ho tenuto duro…”
“BRAVO MANCU.”
“Bravo sto cazzo.

In voi cercavo la mia forza, ma siete di fatto la mia debolezza. Siete venuti a dirmi che partiva un tour in cui avrebbero suonato tutto Enema of the State per celebrarne i vent’anni. E’ lì che ho iniziato a vacillare. Operazione senza senso, ho pensato. Senza Tom è pure un po’ scorretta, ho pensato. Ma l’idea di sentire Anthem dal vivo almeno una volta nella vita ha iniziato a scavarmi il cervello come un tarlo. Per fortuna esiste youtube e qualcuno ha messo online il video.
Ero a tanto così dal cedere alla speranza, ma l’ho visto e mi è passata. Lí per la prima volta ho pensato di essere del tutto salvo. Refrattario. Invulnerabile.  Ho abbassato la guardia e mi avete fottuto, uscendovene con la storia di questo secondo pezzo, Generational Divide, che, cito testualmente, è proprio una roba vecchio stile…”

La finisco con la pantomima del gruppo di sostegno, ok, però come cazzo si fa a non incazzarsi di fronte a ‘sta cosa? 
Il problema non è il fatto che non sia manco per niente una roba “vecchio stile” e non è neanche il fatto che faccia schifo al cazzo. Il problema è che spacciano per canzone quello che in realtà è uno spot, un’altra operazione di marketing per alzare qualche click dagli scemi come me che razionalmente sanno di non doversi aspettare nulla, ma che in qualche modo quando sentono parlare di ritorno alle origini abboccano sempre. Ad alcuni poi basta un riff veloce di batteria per perdere del tutto il raziocinio e magari comprare il disco sulla fiducia (non io, sto giro senza scherzi). Tornando all’analogia con la ex morosa, sto pezzo è il messaggino che ti manda il sabato alle 3:00 con scritto “mi manchi”. A big fuckin’ lie. In grassetto.

Molti dicono che i Blink non hanno più nulla da dire, ma forse la questione è più legata al non riuscire ad accettare l’idea di non dover accontentare nessuno. Non hanno bisogno di soldi, é proprio che sono insicuri da morire. Di conseguenza, pensano al disco non come voglia di esprimersi, ma come prodotto che deve piacere. Sono diventati Fedez, dio santissimo.
E no, non è sempre stato così miei cari saputelli di ‘sto cazzo. Una cosa è fare musica che può piacere, un’altra è fare musica che deve piacere. Solo un’altra volta nella storia avevano lavorato in questo modo ed è stato per TOYPAJ, ma quel disco veniva dopo un successo planetario raggiunto a vent’anni, ci sono delle scusanti che posso comprendere. Tutti gli altri dischi hanno sempre goduto di una certa libertà espressiva agevolata dal fatto che l’hype arrivasse da altro, fosse questo la lunga attesa, la reunion o la curiosità per la nuova line up.
Quelle premesse avrebbero portato i dischi a vendere in ogni caso e questo ha abbattuto o quantomeno smorzato la pressione, portandoli a lavorare in maniera più genuina. A volerlo ascoltare bene (fatelo voi, io non ci penso neanche) forse pure in California serpeggia un po’ dell’insicurezza che porta al cerchiobottismo musicale del “pezzo” qui sopra, ma era certamente meno evidente.

Questa mattina su twitter ho visto l’annuncio qui sotto:

Elisa che è cento volte più sul pezzo di me e certamente meglio informata sulle dinamiche del muzic biz, sostiene sia una bufala volta a coprire il fatto che non hanno venduto mezzo biglietto.
Mi piace credere abbia ragione.
Sarebbe ora.

Postilla.
In tutto questo Tom sta continuando ad investire milioni (che forse manco ha) nella sua battaglia personale che vorrebbe smascherare tutti i segreti del governo americano a tema UFO.
Si è pure preso il merito di aver portato la cosa all’attenzione del Senato e, anche qui, mi piace pensare sia davvero merito suo.
Su History Channel c’è una serie a tema Oggetti Non Identificati prodotta dalla sua To The Stars. Si chiama Unidentified e se davvero cercate qualcosa che incarni i “Blink vecchio stile”, quelli che avevano un’urgenza di comunicare qualcosa, forse non è più la musica il posto dove dovete guardare.
Se la trovo in streaming me la vedo.

5CONTRO5: The Get Up Kids

Vi ricordate quando dicevo che questa rubrica non avrebbe mai avuto un seguito? Ecco, mentivo.
Non di proposito, solo non pensavo avrei trovato altra occasione di mettere insieme cinque persone per un gruppo, eppure eccoci qui. Il movente arriva dal fatto che i Get Up Kids suoneranno da queste parti e mentre scrivo ho una discreta paura di ascoltare il disco nuovo (NdM: perchè sono uno scemo, è stupendo), così ho pensato di fare una playlist da ascoltare subito dopo per lenire l’eventuale dolore. Siccome poi uno dei motivi per andare al concerto sarebbe beccare persone che non vedo mai, ho chiesto alle stesse di fare altre playlist.
Le regole del giochino sono quelle della volta scorsa, ma le ripeto: metti insieme cinque persone che hanno tutte una certa fissa per un gruppo e fai fare ad ognuna di loro una playlist “ascoltabile”, ovvero tra i 10 e i 14 pezzi. Alla fine le confronti e tiri le somme di quanto ognuno se la viva in modo diverso. In pratica la scoperta dell’acqua calda, ma con un giochino divertente. Una delle cinque persone potrei essere io.

Le solite due statistiche due. Anche a questo giro, nessun pezzo fa l’ein plein. Avrei detto potesse farcela Holiday (3/5), ma qualche matto se l’è dimenticata, mentre ci sono andate vicino Action & Action (4/5) e I’m a loner Dottie, a Rebel (4/5). Tra i dischi super scontatissimo plebiscito per Something to write home about che doppia tutti gli altri in termini di preferenze (20/55), il secondo è Four Minutes Mile (9/55). Personalmente avrei visto più distacco tra On a Wire (8/55) e Guilt Show (7/55) in favore del primo, ma mi sbagliavo di grosso perchè a conti fatti dal secondo viene pescato un numero maggiore di pezzi diversi (4 contro 5), ad indicazione del fatto che nel complesso ha più canzoni che piacciono.
Solo a me piace sto gioco?

Ecco le playlist, grazie i cuore a chi ha partecipato.

Betta
Se penso ai get up kids mi rivedo stesa sul letto con le cuffie nelle orecchie e il libretto dei testi in mano. Era il 2001, Something to write home about era uscito già da un paio di anni ma ha rappresentato senza dubbio il punto di svolta nel mio rapporto con la musica.
Questi sono, a mio avviso, i 10 pezzi più belli dei get up kids; ci sono alcuni grandi esclusi ma ho privilegiato i ricordi che inevitabilmente mi legano a questi pezzi.

Dietnam
Manq mi ha chiesto di preparare questa playlist e normalmente gli avrei risposto “vecio, impossibile, dai”. Fortunatamente me l’avevano già chiesta altri qualche giorno prima e quindi l’ho riciclata :D Che dire? Mi sembra già un successo non aver messo dieci canzoni di Something to Write Home About.

Vespertime
Coi Get Up Kids fu amore a prima vista, da quando un amico nel vecchio internet mi passò il video di Action & Action nel lontano ’99. Da li la mia storia d’amore col gruppo non è mai finita, per cui capite la mia difficoltà del dover stilare una lista di preferiti in una discografia fatta di preferiti. Non che sia così importante, tanto a loro bastano poche note per scaldarti il cuore.

Marco Piazza
The Get Up Kids, per il sottoscritto, hanno riempito un vuoto musicale enorme, che va dal 1999 al 2004. Durante quel periodo i Green Day facevano schifo (ma sempre meno schifo dei Blink182 al massimo della forma [NdM: ma ammazzati.]), il punk anni ’90 era finito e chi provava a re-inventarsi su sonorità reggae, pop, hardcore, era stranamente poco ispirato. Gli stessi NOFX facevano uscire il loro album più anonimo (Pump up the valuum).
Ed ecco che le sonorità da garage del Kansas, unite a delle perle di melodia e di riff di chitarra aprivano e chiudevano la storia del vero genere Emo – che verrà successivamente erroneamente identificato con dei coglioni coi ciuffi lunghi e la propensione a voler morire.
The Get Up Kids parlavano di emozioni, semplici, ma reali e mi hanno accompagnato attraverso le prime tappe della vita post teenage.
La mia playlist:
Don’t hate me manifesto emo. Intro di chitarra unico.
I’m a loner dottie, a rebel pianti e consapevolezza. La più famosa, un plebiscito.
Your pretty pretty things una perla recente in un disco indecente.
Action and action nerd lifestyle alla massima potenza (vedi video).
Shorty altro manifesto emo, ma più emo ancora.
Stay gone una delle mie top 5 di tutti i tempi. Arpeggi di chitarra afrodisiaci.
Ten minutes storie complicate d’amore, o presunto tale.
The one you want commerciale, ma non meno bella delle altre. Video da travelgum.
Alec Eiffel rispetto all’originale 10 volte meglio.
Coming clean siamo stati pur sempre punk… anche nel 2000.

Manq
Fare una playlist dei Get Up Kids è complicato perchè sai in partenza che non può venire fuori meglio della versione di Something To Write Home About con Forgive & Forget come traccia bonus. Forse avrei dovuto proprio fare così, mettere tutto il disco coi robot e aggiungerci F&F alla fine. Ciao e tanti saluti. Però dai, come facevo a non mettere neanche un pezzo da Four Minutes Mile? Non si può. Alla fine quindi mi sono sforzato, ho limato via troppe alcune canzoni che pensavo imprescindibili per fare spazio anche a On a Wire e Guilt Show, anche se per quest’ultimo è stato più che altro senso di completezza. Non ci ho comunque messo There are Rules, che scopro fare così cagare da non essere manco su Spotify. Magari non esiste, è stato solo un brutto sogno. Ciliegina, ci ho messo ben due pezzi dall’ultimo disco, uscito praticamente mentre scrivo, perchè avevo zero aspettative e invece è bello bello.
Tutto sommato playlist mi sembra funzioni bene, spero il concerto sia figo. Prima ho scritto alla loro pagina FB chiedendo di mettere in scaletta F&F, mi hanno risposto “faremo il possibile”. Se poi non la fanno è l’ultima volta che vado. Forse. Lo dico tutte le volte.

Voglio bene a Kris Roe, ma lo prenderei a sberle.

Arriviamo all’HT Factory intorno alle 21.15 forti del fatto che l’evento FB riporta l’inizio del set degli Slimboy per le 21.30. Nel locale, oltre a noi, conto dieci persone.

L’ultima volta che Kris Roe è passato dall’Italia, un paio di anni fa, gli ho dato buca. Credo sia stata l’unica volta dal 1998. Il motivo è che ormai vederlo dal vivo è uno spettacolo piuttosto impietoso e non c’è stata occasione negli ultimi dieci anni (almeno) in cui non mi sia ritrovato a fine concerto a bestemmiargli contro. A volte per la scaletta, altre per la mosceria o per la mancanza di voglia, spesso per un mix delle tre cose.
Qualche mese fa ho attraversato una fase di pesante ritorno ai dischi degli Ataris, spinto dalla necessità di scrivere un pezzo sui vent’anni di Blue Skyes che poi è uscito prima dell’anniversario e sotto tutta un’altra forma (si può leggere qui ed è un bel pezzo, cosa che non mi capita di dire spesso parlando di cose scritte da me).
Nello scrivere quella roba ho anche affrontato un dibattito interiore piuttosto forte il cui risultato è stato essermi sentito una merda per non essere andato a quel concerto di due anni fa. Non mi dilungherò su queste mie menate, la premessa serve solo a spiegare perché io abbia deciso che ieri sera ci sarei stato no matter what. Come dicevo in apertura, ad averlo pensato siamo stati pochi.
La cosa mi prende male.
Indipendentemente dal valore che io do alla sua musica (spropositato), l’idea che un tipo di 42 anni giri l’europa con la chitarra per suonare di fronte a 30 persone mi fa davvero tutto il dispiacere possibile. Sono momenti in cui vorrei andare in camerino e abbracciarlo. Dirgli che mi dispiace, che non se lo merita.

Sono tipo le 23 quando sale sul palco, un’ora più tardi dell’orario indicato sulla pagina dell’evento. Col senno del Poi han provato a tirare lunghi per raccogliere qualche persona in più, compresi quelli che speravano di arrivare a concerto finito per fare serata. Ci mette una decina di minuti a mettersi a posto col fonico: luci, suoni, ritorni in spia. Tutto per una cosa che, a tutti gli effetti, non ha differenze dalle serate in spiaggia con la chitarra intorno al fuoco se non al massimo che qui nessuno vuole limonare. Finito sto teatrino, saluta e dice di avere non solo la bronchite, ma anche un’intossicazione alimentare.
Da tre giorni sta malissimo e non sa quanto potrà suonare, dice.
Voleva annullare la data, ma all’ultimo ha deciso di provarci comunque, dice.
Probabilmente intascarsi il cachet per suonare 20 minuti é più furbo, dico.
Suona dodici pezzi: In this diary, Unopened letter, Saddest song, Summer ’79, SLA, My hotel Year, San Dimas, YBS e 1*15*96. Più tre cover, tra cui ovviamente Boys of Summer.
Scopro oggi che la sera prima a Bologna era andata meglio. Forse c’era più gente e questo lo faceva sentire meno malato. Un po’ lo capisco eh, ma un po’ di più vaffanculo.

La roba che mi sconvolge di più peró è un’altra.
Quanta poca stima per la tua musica devi avere per girare l’Europa chitarra in spalla e poi usare il 25% della scaletta per fare cover?
Magari tutte le altre date ha fatto sold out, non lo so, ma a Milano saranno 10 anni buoni che a vederlo ci vanno una manciata di irriducibili nostalgici e ancora pensa che sia gente che ci va per sentire Boys of Summer. Come può non rendersi conto che il pubblico del grande successo, quello di MTV e di So Long Astoria, non lo caga più da quindici anni?
Kris, mannaggia i preti, è vero che non stai bene, ma il problema ce l’hai in testa, altro che stomaco e bronchi.
Sei l’incarnazione del disagio e vederti così mi fa davvero male. Quando mi ascolto i tuoi pezzi ancora oggi mi si attorciglia lo stomaco intorno al cuore, non reggo all’idea di oscillare tra tenerezza e compassione ogni volta che ti incontro di persona. Diobuono riprenditi. A 42 anni ancora vuoi fare il musicista? Fallo. Scrivi dei pezzi, trova altri tre true believers e vai in giro a suonare la tua cazzo di musica.
Non può andare peggio di così.
Smettila di nasconderti, smettila di ostinarti a compiacere un pubblico che non esiste.
Se prima dello show avrei voluto abbracciarti, ora vorrei darti due sberle. Magari ti aiuterebbero a rinsavire.

Saltare la penultima data italiana forse non è stato giusto, ma probabilmente non è andando ai concerti che mostro a Kris Roe la riconoscenza che penso di dovergli. Quindi provo una strada nuova. Gli scrivo tutte queste cose, nero su bianco, una volta per tutte. Non leggerà mai, ma sento di doverci provare.
Non so se sia giusto vivere la musica come la vivo io, ma non posso immaginare di viverla diversamente.