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Musica

I Nofx a 100 euro

Qualche giorno fa i Nofx hanno annunciato quello che dovrebbe essere il loro ultimo tour europeo di sempre.
La prima volta che ho visto suonare i Nofx è stato al Teste Vuote Ossa Rotte del 1998, in quello che la mia memoria ricorda come il parcheggio del Forum di Assago (ai tempi Filaforum). Ancora oggi si parla di quel festival come di un evento “generazionale” per la scena punk-rock, c’erano i Rancid come co-headliner e poi Primus, Buzzcocks, H20 (mi folgorarono), Punkreas e vai te a ricordare chi altri. A me però interessava solo vedere finalmente i Nofx, perché da circa un paio d’anni erano diventati, senza esagerare, la mia religione. Sto provando a cercare online conferma di quanto costò il biglietto, ma non trovo info quindi mi affido alla memoria e dico 48.000 lire.
Per dare qualche riferimento, nei dodici mesi precedenti gli Offspring dentro al Filaforum erano costati 35.000 lire, i Green Day al Palalido 32.000 lire, mentre i Foo Fighters freschi di The Colour and the Shape volevano 20.000 lire per un live al Propaganda (locale decisamente più piccolo). Nel 1998 avevo 17 anni, vivevo coi miei e la somma delle mancette con cui campavo era 50.000 lire al mese.

Dopo quella prima volta credo sinceramente di non aver perso una loro data italiana in quindici anni. Che fosse un loro concerto o un festival, che fosse Milano, Bologna o Brescia, credo davvero di esserci sempre stato nonostante abbia smesso di ascoltare e comprare i loro dischi con Pump Up the Valuum, nel 2000. Non so dire quando sia stata la prima volta in cui ho passato la mano, ma posso dire che non fu una questione di prezzo. Semplicemente, se prima almeno dal vivo trovavo ancora la band di cui ero stato innamorato, con l’andare del tempo (e delle dipendenze di Mike, ma questa e un’opinione mia) vedergli azzeccare un concerto era diventato improbabile, al punto da provare disagio nello stare a guardarli. Senza esagerare, avevo l’impressione si stesse(ro) umiliando, fin quasi a farmi pena. Non nego che la decisione possa anche aver avuto a che fare con la faccenda del calcione al fan, ma forse la usai più che altro come pretesto.
Dico tutto questo perché, probabilmente, se fossero andati avanti avrei continuato anche io a dire: “Mah, magari la prossima volta…” e saltare i loro concerti fino al giorno in cui una prossima volta non ci sarebbe più stata. L’annuncio di un ultimo tour europeo, invece, mi permette di chiudere il cerchio, di fare un ultimo giro di giostra con un pezzo importante della mia vita. Non importa cosa suoneranno o come suoneranno. Per me era, è, importante esserci.
I biglietti sono stati messi in vendita alle 17:00 di oggi pomeriggio (NdM: 15/11/2023). Ero in riunione, ma continuavo a guardare l’orologio perché pur pensando che razionalmente due date dei Nofx al Carroponte non sarebbero mai andate sold out, ero terrorizzato all’idea di non riuscire a prendere i biglietti.
Così, alle 17:30 circa, quando sono finalmente riuscito a sganciarmi e tornare al PC, ho aperto il sito delle prevendite e comprato il biglietto.
Ho visto il prezzo, per un momento ho pensato: “No, così no. Così dovete andarvene affanculo!”, ma poi ho anche pensato che questo mondo in cui i concerti sono beni di lusso sarebbe rimasto tale e quale anche se avessi rinunciato, solo la mia vita sarebbe stata un pochino peggio. E allora, con un altro vaffanculo, ho cliccato acquista.

Il prezzo del biglietto per vedere i Nofx al Carroponte il 12 Maggio 2024 è 79 euro, a cui vanno aggiunti 11,85 euro di diritti di prevendita e 8,07 di spese di gestione, per un totale di 98,92 euro. È una cifra folle, irragionevole, su cui però può valere la pena fare qualche riflessione.
La prima, ideologica, è certamente la più ingombrante e quindi conviene tirarsela via fin da subito. I Nofx sono stati i paladini del DIY negli anni in cui il punk-rock ha avuto facile accesso alle classifiche e alle major. Ho sempre avuto la sensazione siano stati bravissimi a rivendere come scelta ideologica l’aver perso un treno su cui non avrebbero esitato a salire con Leave it Alone, così come siano stati molto scaltri (Mike in primis) nel monetizzare una moda pur restandone formalmente fuori, ma al netto di ogni congettura nessuno, in tempi non sospetti, si sarebbe sognato di rinfacciare loro It’s my job to keep punk-rock elite come sarebbe ultra lecito fare oggi. La questione è molto semplice: se l’obbiettivo é davvero chiudere in bellezza, i Nofx avrebbero potuto e dovuto farlo a prezzi che permettessero a tutti di partecipare alla festa. Perché è l’ideale che hanno sempre spinto e perché hanno le spalle abbastanza larghe da poterlo applicare.
Ci sta quindi non lasciar loro passare questa scelta, capisco in pieno chi non ci stia e chi si senta tradito. Non sentissi così forte il bisogno di esserci per me, più che per loro, sarei anche io di quel partito.
Sul piano prettamente economico peró, credo che: “100 euro per i Nofx è una follia” sia una reazione di pancia più che un’analisi, quindi adesso provo a fare qualche conto della serva.
Un po’ come ad inizio post, parto con un parallelismo con altre band dello stesso giro e con una “storicità” analoga. I Blink a Bologna un mese fa uscirono con i biglietti alla stessa cifra, facendo sold-out in pochi minuti, idem i Green Day per il loro show a sorpresa ai Magazzini Generali di qualche giorno fa. Due concerti “evento”, anche se per ragioni diverse, accomunabili quindi a questo final tour. Se invece prendiamo il concerto standard dei Green Day previsto per il prossimo Giugno agli I-Days, il prezzo scende a 70 euro, prevendita e commissioni varie comprese (da qui in poi solo prezzi finiti, per comodità).
Sempre facendo un giro su ticket-one (che continuo a sperare fallisca), ecco altri prezzi di concerti che trovo paragonabili in termini di portata/dimensione dell’artista e che non hanno, che io sappia, il carico dell’essere un evento particolare:
– Meshuggah: 50 e passa euro
– Bruce Dickinson: 50 e passa euro
– I Prevail: 50 e passa euro
– Judas Priest: 80 e passa euro
– Rammstein: 100 e passa euro
– Powerwolf: quasi 60 euro
– Fear Factory: quasi 50 euro
– Sum 41 + Avril Lavigne: 60 e passa euro
– Deep Purple: 60 e passa euro
– The 1975: 50 e passa euro
Non so, forse non tutti gli esempi sono calzanti, ma vedendo la lista mi sento di ipotizzare che il prezzo per un concerto dei Nofx al Carroponte nel 2024 non sarebbe mai potuto essere inferiore ai 50/60 euro, a meno di uscire con un biglietto “fuori mercato”, cosa che i Nofx non credo abbiano mai fatto in 25 anni.
So benissimo che 60 euro non sono 100, non sono scemo, però credo che la discriminante non sia in questo scarto. Posso certamente sbagliare, ma secondo me il nodo della questione sta nel fatto che oggi vedere un concerto di media portata è di fatto una spesa poco accessibile, sempre. L’industria ha deciso di abdicare all’idea di portare tutti ai concerti, forse perché non praticabile (scendere sotto quelle cifre potrebbe essere insostenibile, nei fatti. Non lo so. Certo, il 20% in più per i costi di gestione e la prevendita, su un biglietto da 80 euro, non riesce proprio a sembrarmi legittimo.), e passare a spremere come limoni quelli che possono permettersi di andarci. Chi è entrato nell’ottica del fatto che sia normale spendere 60 euro per un concerto può cacciarne 80/100 quella volta in cui si presenta l’evento straordinario. Con la giusta strategia poi, la straordinarietà potrà diventare sempre più frequente, fino a rimpiazzare la normalità, dando spazio ad una nuova straordinarietà ancora più cara. Trovo veramente molto naive pensare che band in giro da quarant’anni, che fanno tour intercontinentali e campano di questo, possano o debbano disallinearsi da questo meccanismo sulla base del fatto che suonano punk-rock. I Nofx non sono mai stati i Fugazi, ma forse dovremmo anche considerare che se il modello etico dei Fugazi fosse appartenuto a tante altre band, avremmo di loro una visione meno eroica. Sarà il mio arido cuore di anziano sulla via per la più classica delle morti da democristiano, ma l’obbiezione “il punk a 100 euro è una vergogna” parlando dei Nofx, dei Green Day o dei Blink 182 mi sembra vagamente populista.

Non lo so, sono le 2:17 di notte, sto da 5 ore su questa pagina e mi sembra tutto solo un gigantesco tentativo di autoassolvermi per essere in qualche modo venuto meno ad una serie principi. Una cosa che non mi capita per esempio al mattino quando mi alzo, mi vesto e butto parecchie energie nel tentativo di arricchire la multinazionale per cui lavoro. E sí, probabilmente è benaltrismo, ma forse se trovo più indigesto spendere 100 euro per vedere un concerto è perchè ho perso completamente il senso delle proporzioni. Solo io, ovviamente, non sentitevi tirati in mezzo. 

Ah, giusto per chiudere, qualcuno ipotizza possa non essere davvero l’ultimo concerto dei Nofx, che sia tutta una strategia di marketing più o meno premeditata per alzare più soldi col tour e ripresentarsi magari tra qualche anno dicendo: “Avevamo scherzato”.
Possibile.
Ciò che mi sento sinceramente di dare per impossibile, però, è che questo non sia destinato a rimanere in ogni caso il mio ultimo concerto dei Nofx.


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One more time

Se è giusto che la Meloni risponda di quel che combina Giambruno e che il Milan risponda di quel che combina Tonali, a me tocca rispondere di quel che combinano i Blink.
E’ un ruolo che mi sono in qualche modo auto-ritagliato in maniera semi involontaria, ma ormai tocca viverci dentro. Quindi prendiamo come sempre un pretesto e infiliamoci di testa in questo nuovo capitolo della rubrica: “Non ho più voglia di scrivere dei Blink”.

Ancora una volta, one more time. Vale per loro e vale per me.
Mi sono già sentito tutto il disco un paio di volte e la sensazione principale è che ci siano dentro più pezzi del necessario, quindi forse un modo interessante per scriverne è fare il track by track e vedere alla fine cosa resta. Poi magari tiro due somme.
Iniziamo.

ANTHEM PT. 3: togliamoci subito il primo sasso dalla scarpa dicendo che il Travis produttore fa largamente più danni del Travis batterista, cosa che non pensavo possibile. I suoni sono tutti sbagliati, il mix fa schifo. Il pezzo però è buono. Ci sono le strizzatine d’occhio, ma sono ben dosate e nel suo complesso funziona. Come opener per me fa ampiamente il suo mestiere.

DANCE WITH ME: non avrei mai pensato potesse succedere, ma nel 2023 i Blink hanno tirato fuori un singolo pazzesco, che per quanto mi riguarda non ha nulla da invidiare agli episodi di punta della loro carriera “mainstream”. Suonato dritto, con un bel tiro e un ritornello killer, ma soprattutto con quella capacità di farmi prendere bene ogni volta che lo sento e che di massima è il motivo per cui io voglio bene ai Blink. Non pretendo possa piacere a chi i Blink non li ha mai amati, ma non ho capito in che misura il loro parere possa o debba essere rilevante. Diciamo che fino a qui il disco vola tre ordini di grandezza oltre ogni ragionevole aspettativa.

FELL IN LOVE: purtroppo tocca andare avanti e ridimensionarci. Brutta? Per me sì, ma in senso assoluto non è questa la traccia filler con cui avere dei problemi.

TERRIFIED: “Ehi ChatGPT, scrivimi un pezzo dei Box Car Racers”. La storia vuole sia una traccia rimasta nel cassetto dai tempi e può anche essere, ma probabilmente l’avevano segata perchè è un patchwork di tre tracce che nel disco ci erano finite. Sentita oggi pare uno di quei canali YT che coverizza i pezzi “in the style of…” e, se me lo chiedete, non ha la minima dignità di esistere.

ONE MORE TIME: qui la questione si fa complicata, perchè mettersi a parlarne come di una canzone non ha il minimo senso. E’ una roba nostra, affari di famiglia, non vi riguarda. Mollateci, che ci è finita una bruschetta nell’occhio.

MORE THAN YOU KNOW: a me non fa impazzire, quel ritornello con la doppia cassa a nastro mi urta parecchio, ma è di nuovo un pezzo che riflette una volontà compositiva più che il tentativo di accontentare qualcuno con il fan service, quindi per me va bene.

TURN THIS OFF!: “Ehi ChatGPT, scrivimi un pezzo per Short Music For Short People”. Inutile ed irrilevante.

WHEN WE WERE YOUNG: Rispetto a TERRIFIED qui almeno il tentativo di riprendere certi aspetti dei BCR è ben dosato e si può anche far apprezzare. Non dico debba piacere, ma può avere un suo senso.

EDGING: semplicemente la cosa più orrenda mai incisa da quei tre lì, il che a suo modo è un traguardo ragguardevole. Per me però è giusto metterla tra quelle che si salvano perchè quantomeno ha una personalità. Orrenda ed indifendibile, ma propria.

YOU DON’T KNOW WHAT YOU HAVE GOT: “Ehi ChatGPT, scrivimi la Adam’s Song di questo disco”. Sarebbe stato bello l’AI avesse risposto: “Anche no.”

BLINK WAVE: vale un po’ il discorso di FELL IN LOVE. Mi disgusta profondamente, ma in un disco dei Blink può starci perchè, che mi piaccia o meno, parliamo di una band che ha 25 anni di carriera dopo Dude Ranch con cui tocca fare i conti e che per tanti è inspiegabilmente stata rilevante.

BAD NEWS: esercizio di stile, filler dimenticabilissimo, ma non sarà certo questa la traccia di cui mi lamento.

HURT (INTERLUDE): “Ehi ChatGPT, scrivimi un pezzo degli AVA, magari meno brutto della media dei pezzi degli AVA.” “Non riesco, scusa. Posso al massimo allinearmi allo standard”. “Eh, va beh, ok.”

TURPENTINE: vale un po’ il discorso fatto per MORE THAN YOU KNOW. Non mi piace, ma può stare nel disco e quantomeno posso credere sia una cosa uscita dalla loro voglia di esprimersi piuttosto che da un algoritmo.

FUCK FACE: “Ehi ChatGPT, scrivi un pezzo punk per come lo intende Tom.”

OTHER SIDE: c’era sto gruppo nel giro della Monza punk-rock che si chiamava Videoneve. I loro pezzi li scrivevano Dani e Roby Burro e bastavano i primi tre accordi per capire chi dei due lo avesse fatto perchè quelli di Roby erano tutti iper riconoscibili. Ecco, con Mark è la stessa cosa e dopo trent’anni non trovo davvero il modo di poter dire qualcosa di nuovo.

CHILDHOOD: brutta che più brutta non si può, ci porta in fondo alla discesa continua che è questo disco, che forse ha nell’aver settato le aspettative così in alto coi primi due pezzi il suo problema principale. Mi piace immaginare Tom e Mark in studio che sul finire delle incisioni del pezzo e del disco dicono a Travis: “Ok, fai un po’ quello che cazzo vuoi adesso” e se ne vanno mentre lui inizia a sbrodolare sulla chiusura della traccia, nel disinteresse collettivo.

Questo è quanto.
A conti fatti il nuovo disco dei Blink sarebbe potuto essere di 12 tracce, certamente non tutte memorabili, ma con almeno un senso d’essere. Le ho messe insieme in una playlist e, se davvero vi interessa il mio parere, è quel che dovreste ascoltare se davvero avete voglia di un nuovo disco dei Blink 182 nel 2023.
Io, di mio, non so se lo farò. Sarei un ipocrita però nel negare che da qualche settimana in macchina con mio figlio cantiamo OLE’ OLE’ OLE’ OLE’ ogni volta che ne abbiamo la possibilità e che questa cosa mi fa stare davvero bene.
Che poi, non vorrei ripetermi, ma se non è per stare bene allora per cosa andrebbero ascoltati i Blink?


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Occupy Extended Play

Tra le cose per cui internet e i social si sono fatti volere bene nella mia vita è l’avermi fatto conoscere alcune belle persone. Una di queste è Felson, blogger musicale di lungo corso che da qualche tempo ha deciso di fondare una webzine chiamata Extended Play. L’obbiettivo della rivista è parlare di musica in maniera approfondita, prendendosi i propri tempi e cercando di dare al lettore materiale in controtendenza rispetto a tanti dei media attuali, soprattutto online.
Cito dal loro disclaimer:

Extended Play è una webzine indipendente nata nel 2021. Raccontiamo la musica da una prospettiva diversa, senza banner pubblicitari, clickbait e sensazionalismi.
EP è rivolta ai curiosi, a chi ha voglia di approfondire, a chi sa che per comprendere un tema non ci si può fermare al titolo, agli ascoltatori appassionati.
EP non è rivolta a chi chiude la pagina se l’articolo è lungo, ai professionisti delle polemiche prive di argomentazioni, a chi pensa che la musica sia solo un sottofondo o un passatempo.

La domanda, spontanea, sarebbe: “Ok, ma te cosa c’entri con un progetto del genere?”
Niente, lo so.
Felson però in un paio di occasioni mi ha chiesto se avessi voglia di mandar loro qualcosa di mio e così, qualche settimana fa, ho pensato che potesse essere un’idea scrivere qualche riga sulla fine che ha fatto l’emo post MTV.
Ho proposto il tema e mi hanno detto di provarci, quindi ci ho provato.

Mi era già capitato in passato di mandare cose scritte da me a siti/pagine altrui, ma si trattava sempre di persone a cui inviavo il materiale in prima stesura e che lo utilizzavano o così com’era, oppure modificandolo loro stessi. Precisiamo: nulla di male con un processo del genere, anzi, però questo giro è stato diverso.
Questa volta ho avuto modo di confrontarmi con un vero e proprio “editore”, che mi ha dato input costanti per rendere il testo più fruibile o scorrevole, così come spunti per approfondire le parti del discorso che risultavano meno accessibili da fuori.
Per me, che il più delle volte butto fuori i post senza nemmeno rileggere, è stata un’esperienza formativa molto interessante, che rifarei volentieri qualora ce ne fosse l’occasione. Perchè è bello avere un posto come questo, dove scrivere quello che mi pare senza porsi troppo il problema di come venga recepito da fuori (salvo poi restarci male quelle tre o quattro volte in cui mi sono preso il tempo per provare a mettere giù approfondimenti veri senza ricevere mezzo riscontro), ma è anche bello trovare qualcuno che ti aiuta a rendere una tua cosa “migliore possibile”.
E niente, qui sotto metto il riferimento al post per chi volesse leggerlo, anche se l’ho ormai spammato ovunque e questo blog è l’antitesi della visibilità, ma il punto centrale di questo post è annotare l’esperienza.


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Occupy il basso sfasciato

Il basso sfasciato è un account instagram molto figo, che racconta momenti rilevanti della musica tramite immagini. L’account lo cura Francesco, che è anche il principale responsabile di quel che era BASTONATE, forse il mio posto preferito online per leggere di musica che, nove su dieci, mi fa cagare.
Se vi interessa la musica anche per le storie che le gravitano attorno, dovreste seguire il basso sfasciato. Ci sono racconti pazzeschi scritti benissimo. Di norma.

L’altro giorno cazzeggiavo su facebook come capita sempre più raramente e mi è saltata fuori una pagina che ripostava un vecchio video dei Blink 182. Non saprei dire perchè, ho pensato che la storia dietro quel video potesse essere interessante e forse non conosciutissima, quindi ho scritto a Francesco per chiedergli se gli interessasse raccontarla. Non gli interessava.
Però mi ha chiesto se volessi raccontarla io e ho pensato di accettare, non solo per infilare i Blink in un contesto in cui non sarebbero probabilmente mai finiti, ma anche per provare a fornire un’inquadratura diversa rispetto alla narrazione che è sempre girata intorno al gruppo.
Ne è venuto fuori il post che trovate qui sotto, uscito su Il basso sfasciato 25 anni esatti dopo quella performance televisiva.

La mia personale storia col disco da cui è venuta fuori la canzone del video sta in un post uscito ormai sei anni fa che si chiama I vent’anni del disco dei miei vent’anni e credo sia una delle cose che mi sono uscite meglio da quando butto il tempo a scribacchiare su internet.


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Sanremo 2023

Ormai venire qui e commentare le canzoni in gara al Festival di Sanremo è diventata una piccola tradizione, quindi eccoci.
Io la kermesse non la seguo in TV perchè, come detto nelle puntate precedenti, è uno spettacolo che non mi interessa e non mi piace. Tendo a recuperare le clip significative i giorni successivi, giusto per stare sul pezzo con le polemiche. Quest’anno ad esempio ho scoperto che c’è ancora gente che non riesce a codificare Salmo che va ospite con delle rime contro Sanremo e pensa davvero quello sia un gesto coraggioso/rivoluzionario, o Blanco che smatta sul palco. Ovviamente tutte cose per cui, anche quest’anno, si è tirato in ballo il punk, ormai ospite fisso della manifestazione.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.
Io, però, sono qui per parlare delle canzoni e quindi adesso mi ascolto la playlist di spotify (perchè su Tidal non ce n’è una con tutte e 28 le tracce, o se c’è non l’ho trovata), commentando pezzo per pezzo.
Per chi non avesse familiarità con il mio modo di approcciare la questione, per me Sanremo è La Canzone di Sanremo™ (da qui CdS™), archetipo che non ha senso di esistere mai, ma che in quel contesto trova la sua collocazione naturale. Potrei provare a spiegarvi in cosa consiste, ma sarebbe più noioso delle canzoni stesse, cosa davvero indicativa, quindi mi limito a puntare il dito quando lo riconosco in scaletta.
Vediamo come va.

Due vite – Marco Mengoni
Non so che opinione abbiate di Marco Mengoni, ma secondo me di ben collocati come lui dentro il contesto Sanremo ce ne sono pochi. Qui arriva con una classicissima e ultra didascalica CdS™, ma funziona tutto perfettamente. Non ho ancora sentito nessun altro pezzo, ma ho seri dubbi altri abbiano fatto meglio. Vai Marco, a me sei simpatico, vincila tu e siamo tutti felici.

IL BENE NEL MALE – Madame
L’attacco sembra da CdS™, ma è tutto finto. Un po’ come il certificato vaccinale della tizia che canta. Il pezzo non è brutto, purtroppo, ma tra la vicenda del Green Pass e il capslock di merda nel titolo mi vedo ideologicamente costretto a pensarne tutto il male possibile.

Splash – Colapesce & Dimartino
Io a questi musica leggerissima non l’ho ancora perdonata, ma forse il mio problema vero è più con chi ne ha parlato come di un capolavoro. Questa è pure più noiosa. “Mi tuffo nell’immensità del bluuuu… Splash.”. Ma andate affanculo.

Due – Elodie
Direi pezzo di Elodie piuttosto standard, ma senza il ritornello killer di “tribale” o anche solo di “Bagno a mezzanotte”. Non credo di arrivare a ricordarmela, ma apprezzo l’approccio a cazzo duro tipo: “Sono più grossa di sto carrozzone, quindi non mi piego alla CdS™ e vado dritta col mio sound”. Certo, con un pezzo buono sarebbe stato meglio.

CENERE – Lazza
Questo per qualche strano motivo viene portato avanti come fosse un genio, credo c’entri col fatto che ha fatto il conservatorio. Boh. Classico capslock da giovane, ma sotto sotto è una banalissima CdS™, solo quell’attimo più pretenziosa. Di fatto ha avuto meno palle di Elodie. Anche sto giro, una motivazione concreta allo status che si porta dietro la troviamo la prossima volta.

Furore – Paola & Chiara
Non ce n’era davvero bisogno, dai. Poi io la sto ascoltando senza il video, credo anche quello pesi.

SUPEREROI – Mr.Rain
Ed eccola la CdS™ in capslock del trapper/rapper/Fedez di quest’anno. Il coro coi bambini? Camminerò? Madonna che monnezza.

Duemilaminuti – Mara Sattei
Altra CdS™. Anzi, devo dire la più CdS™ tra le CdS™ fino ad ora e quindi, come giusto, una lagna senza confine che sembra durare davvero “duemila minuti anzi duemila ore”.

TANGO – Tananai
Io a questo voglio bene perchè mi sta simpatico e in certi passaggi mi sembra davvero di sentire Roby Burro, non so se siano i testi o come canta. Credo un mix delle due. Qui però si presenta con una CdS™ inutilissima e, fidatevi, mi spiace davvero doverlo riconoscere. Ma poi perchè anche tu con sto capslock? Dai. Sei meglio di così, Tananai.

Alba – Ultimo
Spotify mi mette la pubblicità prima di iniziare, dandomi tempo per precisare quanta sfiga mi trasmetta Ultimo da quando l’ho visto fare i live con la maglietta con scritto Ultimo sopra. Ecco il pezzo. Altra cosa che trasuda sfiga di Ultimo è che ha appracciato la CdS™ anche fuori dal contesto sanremese. Cioè lui davvero pensa che le lagne che attaccano col pianofortino moscio e poi crescono in un groviglio di urlati raccapriccianti siano un format dignitoso. Poi oh, riempie gli stadi eh, quindi chi sono io per dire che la sua roba è concime per piante a cui non vuoi neanche troppo bene?

MARE DI GUAI – Ariete
Inizio a pensare che il capslock sia una sorta di codice implicito per segnalare allo spettatore del Festival che non ha il minimo interesse per la musica, ma che lo segue unicamente come evento televisivo/culturale, quali siano gli artisti “giovani”. Va beh, andiamo sul pezzo. CdS™ anche per Ariete, che evidentemente pensa davvero che essere giovani faccia schifo e quindi si presenta con una canzone che ha almeno 65 anni.

L’ADDIO – Coma_Cose
I Coma_Cose hanno fatto anche cose buone. Non in questo caso.

Vivo – Levante
Lei è insopportabile, ma il pezzo non mi dispiace. O forse è che ho il cazzo pieno delle lagne arrivate fino ad ora e questa la apprezzo anche solo per la voglia di metterci un po’ di ritmo. Il ritornello è irricevibile sotto ogni punto di vista, roba da programmazione di Radio Italia alle tre di notte del mercoledì.

parole dette male – Giorgia
Grandissima con solo le minuscole, dammi una gioia anche col pezzo dai! No? No. CdS™, lo scrivo solo a fine statistico. Milioni di canzoni orribili che parlano di canzoni belle, per una volta mi piacerebbe una canzone bella che parla di canzoni orribili.

MADE IN ITALY – Rosa Chemical e Bdope
Porcheria indifendibile. Cristo. Ma come cazzo fa certa roba ad esistere? Cioè qualcuno ha sentito ‘sto pezzo e ha pensato: “funziona”. Impazzisco.

Cause Perse – Sethu e Jiz
Questi non ho idea di chi siano, quindi mi aspetto la qualsiasi mentre attendo finisca quella merda di MADE IN ITALY. Eccoci. Not my cup of tea (eufemismo), ma penso sia roba che può starci nel 2023, cioè immagino che nel suo essere uguale a sessantamila altri pezzi sotto ogni possibile punto di vista possa funzionare per chi quei sessantamila pezzi se li ascolta volentieri.

MOSTRO – gIANMARIA
Qui siamo al level up per il capslock, con al minuscola iniziale. Forse se tutto lo sforzo usato per cercare nuovi mirabolanti modi per scrivere il nome dei cantanti o i titoli delle canzoni venisse usato per scrivere i pezzi ascolteremmo roba più interessante. Poi ok, lui secondo me è pure bravino ed il pezzo certamente non tra i peggiori fino a qui, ma è davvero un merito molto poco meritevole.

Polvere – Olly
Una sorta di Nintendocore in versione Sanremo. Capisco il senso di averla in scaletta e non è che dia necessariamente fastidio, ma non credo ne sentiremo più parlare. Anche perchè è un pezzo che dovrebbe puntare sul ritornello e invece il ritornello, se possibile, depotenzia.

Lettera 22 – Cugini di campagna
Sappiamo tutti che l’unico commento da fare, a prescindere dal pezzo, sarebbe “a parità di vestiti, sono meglio dei Maneskin”. Io non ho davvero mai avuto contatti con la musica dei Cugini di Campagna, quindi non so se sta roba sia standard per loro o meno. E’ una CdS™ collocabile a cavallo tra i ’90 e i ’00, quindi puzza di vecchio tantissimo, ma magari per loro è futurismo.

Quando ti manca il fiato – Gianluca Grignani
Mi spiace dire male di un pezzo del genere, onestamente. Quindi su Grignani dirò solo che il suo commento al caso Blanco è il migliore di tutti. Ah, calma, in chiusura il pezzo, musicalmente, è figo. Che questo si noti solo quando lui smette di cantare però credo non deponga troppissimo a suo favore.

UN BEL VIAGGIO – Articolo 31
Mi vergogno un po’ a dirlo, ma io sugli Articolo 31 avevo delle aspettative. Lo so, lo scemo sono io. CdS™ brutta in culo, con anche il titolo in capslock per non farci mancare nulla del peggio. Gli scretch incollati a caso ciliegina sulla merda.

Se poi domani – LDA
Non ho tredici anni, non credo di poterne parlare. Però spero di avere la forza di comprare la droga ai miei figli se dovessi scoprirli dentro a roba del genere.

Stupido – Will
Leggi sopra.

Terzo cuore – Leo Gassmann
Non so se questa persona abbia effettivamente una carriera da musicista fuori da questa settimana, ma in questa settimana per me può tranquillamente starci. Il ritornello mi pare un mezzo ripoff dei Pinguini Tattici Nucleari e visto che i PTN non sono esattamente Beatles, forse c’è un problema a monte.

Non mi va – Colla zio
Questi sono amici della figlia di una mia collega. Spiace più che altro per lei.

Egoista – Shari
Ma il pezzo di Madame non l’avevo già sentito? Si scherza dai. A me il cantato femminile biascicato fa cagare, ma quando inizia a svolazzare con la voce su quei vorrei finali si rimpiange tantissimo il momento biascicato.

Lasciami – Modà
Occrishto ma non ce li eravamo tolti dal cazzo questi? Ma ridatemi le Vibrazioni piuttosto. Che poi vaffanculo la melodia non sarebbe neanche così orrenda, è solo sbagliatissimo tutto il resto, cantante in primis.

Sali (Canto dell’anima) – Anna Oxa
E andiamo! Urla belluine come non ci fosse un domani e senza la minima giustificazione. Non mi sarei potuto aspettare nulla di meglio dalla Oxa e direi che è un modo degnissimo di chiudere sta playlist, con la sofferenza estrema. Sua e mia.


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I dischi di questo 2022

Ed eccoci qui a rimetterci i panni del rimastone giapponese in trincea vent’anni dopo la fine della guerra per parlare della musica che ho ascoltato quest’anno, come era grossomodo obbligatorio fare una decina di anni fa e sembra invece molesto fare oggi, che tanto ci sono le statistiche colorate delle app a farlo per noi. Considerato non freghi davvero niente a nessuno della musica che abbiamo ascoltato, non perderci dietro del tempo e lasciar fare agli aggregatori di numeri sarebbe una scelta intelligente, in effetti, ma cosa diciamo noi al Wrapped di Spotify? “Not today!“, esatto.
A questo punto allora tanto vale far saltare tutti i paletti ed iniziare a raccontare la cosa per quel che è, ovvero che di massima i dischi che mi trovo a consumare sono raramente uscite contemporanee, ma si tratti invece di roba datata che, per qualche ragione, io scopro molto dopo la pubblicazione.
In questo 2022 per esempio, la roba che ho ascoltato di più sono due dischi degli Spanish Love Songs, uno del 2017 e uno del 2020. 
Ho iniziato dal secondo, che si chiama Brave faces everyone, etichettandolo come un dischetto niente di che da cui però non riuscivo a venire fuori. A quel punto ho provato ad approfondire sentendo il disco prima, Schmaltz, convincendomi quasi subito fosse uno dei miei dischi preferiti di sempre. Oggi, dopo circa dodici mesi di riflessioni, ad una domanda secca forse risponderei che Brave faces everyone è il più bello tra i due dischi, ma che in Schmaltz ci sono le canzoni più belle. Raccontati i due parole, gli SLS sono la trasposizione perfetta del mio mood in questo 2022, ovvero il racconto di una persona che non è sempre è stata presa benissimo. Lungi da me voler vendere una visione romantica dell’essere presi male, narrazione che fa abbastanza danni soprattutto a chi ha un reale problema di depressione e si trova a viverlo senza capire come mai per il mondo sia una roba cool, ma è vero che il mio umore è molto legato a quello che ascolto e non sempre quel che chiedo alla musica è di tirarmi su il morale. Spesso invece mi serve per chiudermi dentro il malessere, in apnea, fino a che diventi necessario, imprescindibile, tirar fuori la testa. 
Ad ogni modo il punto è che qui abbiamo due dischi monumentali che fareste bene ad ascoltare se non siete in una fase della vita in cui vi sembri appetibile sdraiarsi sui binari del treno e aspettare. In quel caso, fossi in voi, opterei per qualcosa di diverso.
Il fatto che a Giugno avessi organizzato una trasferta a Londra in giornata solo per vederli suonare e questa sia saltata 3 giorni prima insieme al loro intero tour europeo direi che, a posteriori, è perfettamente in linea con quanto detto sin qui riguardo la loro musica.

Pur essendo verissimo che la maggior parte di quel che ho ascoltato in quest’anno non sono dischi usciti quest’anno, ci sono un pugno di cose targate 2022 a cui ho dedicato abbastanza tempo ed ascolti da citarle in un resoconto di fine anno. Sono queste:
Nei sogni nessuno è monogamo (Dargen D’Amico): certamente non il miglior disco del novello idolo delle masse DD, manco nei primi tre volendo. Al suo interno riesce però ci piazza Patatine, la più alta espressione ad oggi del cantautorato millennials senza se e senza ma, e Dove si balla, che se non è il pezzo più grosso della musica italiana di quest’anno solare allora ditemi voi. Anzi non ditemelo, che avete torto. Ce n’è quindi abbastanza per mettere il disco tra le cose positive della stagione senza necessariamente passare per fanboy.
Asphalt meadows (Death cab for Cutie): non il mio gruppo preferito, mai stato sul loro carro neanche ai tempi di Transatlanticism, ovvero quando non averli come riferimento era illegale in diversi blog e siti che ero solito frequentare, eppure questo dischetto qui è veramente bello. Non bello tipo lo ascolto 10 volte in due settimane e poi mai più, bello che dopo tre mesi ancora ieri mi è venuta voglia di rimettermelo in cuffia. Che poi è il motivo per cui sta in questa lista mentre 11:11 dei Pinegrove non c’è.
Tekkno (Electric Callboy): passate oltre, che davvero non è cosa. Qui dovrei linkare un pezzo sul concetto di guilty pleasure che ho provato a buttare giù mille volte negli ultimi mesi, ma che alla fine non ho mai scritto. Amen. Il succo è che ho smesso da tempo di sentirmi in colpa per la musica che mi piace e questa roba qui, a me, piace. Ignorante, volgare, caciarona e intollerabile a chi cerchi la qualità? Sì, ma mi piace comunque. Tekkno è il disco degli EC uscito quest’anno e forse è anche troppo marcatamente incentrato sul passare il concetto del “non prendeteci sul serio”. Io gli preferisco l’esordio, Bury me in Vegas, che ho scoperto comunque quest’anno e che ho ascoltato molto di più perchè non ho il minimo problema col fatto che ‘sti ragazzi credessero nella loro roba. Siccome però ho detto che avrei fatto una lista di dischi del 2022 ci metto Tekkno che è cmq una bella pera di ignoranza e buon umore.
Quanto (Gazebo Penguins): nella mia testa la relazione tra Gazebo Penguins e Fine before you came è la stessa che c’è tra Better Call Saul e Breaking Bad. Non so dire perchè, vedo i primi un po’ come i figliocci dei secondi, ma che se poi vai bene a guardarci dentro gli riconosci quel qualcosa in più. Questo è il loro quarto disco ed essendo uscito da una manciata di giorni sono ancora in quella fase per cui: “è la roba migliore che abbiano mai scritto omioddioooohh”. Che lo sia o meno è abbastanza irrilevante, importa invece che sia un bel disco e lo dico da persona a cui Legna e Nebbia, rispettivamente il primo ed il terzo dei loro lavori, non sono mai piaciuti. 
Never before seen, never again found (Arm’s length): questo è un bel disco di emo fuori tempo massimo. Ne esistono millemila uguali e probabilmente pure più belli usciti quando ancora a qualcuno importava di questa roba, quindi se non vi piace lo capisco e non ho nulla da ridire. La traccia numero due però si chiama Object Permanence e credo di aver fatto io metà abbondante degli stream che ha su Tidal e Youtube. E’ una canzone meravigliosa di cui ne esistono millemila uguali etc etc. Il disco è uscito solo su vinile, il che mi toglie dall’imbarazzo di doverlo comprare essenzialmente per un pezzo, ma forse non è neanche così male come ve lo sto raccontando. E’ solo che non tiene il passo con quella canzone.
New Preoccupations (Caracara): tempo fa ho iniziato a mandare articoletti di musica ad un sito/blog di amici che mi è sempre piaciuto. Dopo qualche mese da che ho iniziato a mandargli roba, il sito ha chiuso. Non sono uno che crede alle coincidenze. L’ultima roba che gli avevo mandato parlava di questo dischetto qui, che è un lavoro anonimo di una band di cui non sentirete probabilmente mai parlare, ma che per un mese abbondante mi ha fatto da colonna sonora in questo 2022. Volendolo definire, è un disco con canzoni a mio avviso molto belle e che potrei ascoltare dieci volte al giorno senza che mi venga mai in mente di inserirle in una playlist. Derivative in culo eh, ma sta a vedere che da me vi aspettate ancora qualcosa che non lo sia. Eddai.
Canzoni da odiare (Elephant brain): solo cose belle per gli Elephant Brain, ho cagato loro il cazzo mesi per sapere quando avrebbero suonato a Milano e poi quando è successo ho preso il COVID, ma va beh. Il disco nuovo, rispetto al precedente (qui), è un po’ meno centrato su certe sonorità che quelli che ne sanno definirebbero “midwest” e  prova ad aprire ad influenze meno compatte. Parlando con chi nel disco ci ha suonato ho citato i Biffy Clyro e gli stessi Death Cab for Cutie di cui sopra. Mi è stato risposto di averci preso. Magari mi si dava solo la tara come si fa coi matti, ma a sto punto ve la riporto come una roba certificata. 
Ho vissuto confusione (Requiem for Paola P.): altro disco italiano, ma a differenza dei precedenti questo non lo aspettavo per niente e non l’ho visto arrivare. I Requiem for Paola P. sono uno di quei casi in cui la mia testa fonde due gruppi insieme e li associa come fossero lo stesso, nello specifico con i The Death of Anna Karina, probabilmente per via dell’essere italiani e boh, forse del nome riferito a donne morte. Anche loro sarei dovuto andare a sentirli, ma anche con loro la situazione sanitaria si è messa di traverso. Il disco è davvero molto bello però, a partire dal singolo Porto rancore

Otto dischi usciti nel 2022 che a me sono piaciuti abbastanza da parlarne.
Pochi? Boh, probabilmente sì, ma a me direi che bastano.


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One twenty two

È uscito un pezzo nuovo dei Botch dopo vent’anni tondi.
Si potrebbero dire molte cose, ma l’unica che viene a me è che non c’è mai stato un momento in cui si sentisse più il bisogno di un nuovo pezzo dei Botch.
Che, per inciso, è una mina.

I vent’anni di un (altro) disco

Scrivere del ventennale dei dischi è una roba che non mi risulta si faccia più. Probabilmente il motivo è che quelli bravi, quelli che hanno incominciato a farlo, hanno esaurito i ventennali che gli interessavano ormai diversi anni orsono.
Vecchi di merda.
Io invece di dischi della vita che fanno vent’anni nel presente ne ho ancora tantissimi.
Un paio di mesi fa è stato il turno di Tell all your friends e avevo anche messo giù 3/4 di pezzo con l’idea di mandarlo a Spento, ma prima che lo finissi Marco mi ha scoopato, come si dice in gergo, e ho desistito dal finire la mia lagna da X-mila battute.
Tempo dopo è stato il turno del S/T dei Box Car Racer. Anche lì avevo pensato di mettermici e dire due robe, ma poi non lo avevo fatto, neanche ricordo perché. Probabilmente sarebbe stato un post con la centomilionesima versione sempre uguale del mio rapporto con Tom Delonge, quindi a conti fatti meglio così. Per tutti.

Due giorni fa però ho scoperto da Twitter essere il ventennale di un altro disco e questa volta non è proprio cosa lasciar correre, per me.
Il disco è questo qui:

Ai The Used io ci sono arrivato da Munnezza, una webzine/forum che ho citato mille volte qui sopra. Erano i primi anni di internet, per me, di conseguenza i primi tempi in cui riuscissi ad uscire dalla mia bolla provinciale per aprirmi ad ascolti nuovi, non necessariamente buoni. Allora avevo l’approccio al mezzo che i boomer hanno avuto negli anni ’80 con la TV e che oggi hanno con Facebook: se è scritto in una recensione online, deve essere vero. Also: chi scrive una recensione online deve essere un* che ne capisce. Solo anni dopo ho realizzato che probabilmente su quella webzine, come su tante altre, scrivessero più che altro ragazzini come me, al massimo più convinti di essere ‘sto cazzo (ma neanche sempre), però sto tergiversando.
Quando ho iniziato a bazzicare quel sito dei The Used si faceva un gran parlare. Era appena uscito il loro secondo disco e il mood generale era che la stagione di tutta quella roba lì fosse ormai finita. Dopo aver tessuto lodi sperticate per grossomodo qualsiasi cosa uscita tra il 2002 e il 2004, nel 2005 era diventato tutto una merda. Il nuovo avanzava, toccava girare pagina.
Io, però, ero come sempre in ritardo.
Andando a memoria, sul sito non c’erano le recensioni dei dischi considerati buoni di questa ondata nu-emocore di inizio millennio, venivano solo citate le band come riferimento in recensioni più recenti e spesso negative. Idem sul forum, dove chiedere dettagli su questa roba era il viatico preferenziale al ricevere insulti.
Alla fine quindi avevo scaricato un po’ di cose e, come probabilmente è giusto che sia, mi ero messo sotto a fare una cernita da solo. Si trattava di scavare in una montagna fumante di letame, lo riconosco, però mentirei se dicessi di non averci cavato un ragno dal buco. Anzi. Chiaramente non ci si poteva aspettare la qualità dei Q and not U, non so bene perché feticcio di moltissimi capiscers dell’epoca, ma se c’è una cosa su cui sono arrivato in anticipo rispetto a Boris e ai successivi meme è che la qualità ha rotto il cazzo, quindi bene così.
Tutto questo per dire che era il 2005, io stavo prendendo il “sole” sdraiato su una “spiaggia” irlandese con alcuni amici ed ero in uno stato di dormiveglia. Avevo probabilmente sentito tutto The Used senza farci un gran caso, mezzo rincoglionito, e di massima era quella situazione in cui il disco viaggia sulla strada buona per farsi dimenticare. Non so se vi capiti mai.
Ci sono dischi che ascolti fin dalla prima volta con attenzione, interessato a farti un’opinione corretta, e altri che invece piazzi in cuffia solo per riempire il silenzio e vedere se ce la fanno a farsi notare, a sconfiggere la nostra indifferenza mista a mancanza di aspettative.
The Used, con me, ce l’ha fatta in zona cesarini.
Pieces Mended è l’ultima traccia del disco e ricordo come fosse ieri che riuscì a destarmi da quel torpore vacanziero e scazzato e farmi di colpo tornare presente all’ascolto del disco. E poi farmelo rimettere da capo.
Negli anni credo di aver ascoltato tanti dischi il cui fulcro sta nella sofferenza, sia questa reale o posticcia, ma ancora oggi il senso di angoscia e disagio che mi trasmette Berth su Poetic Tragedy non ha pari. Non ho idea di cosa parli il pezzo, non mi è mai interessato approfondire. Per me è e rimarrà il lamento di uno che non se la passa bene, da ascoltare quando anche io non me la passo bene. Perché alla fine di questo si parla: emozioni. Stati d’animo che la musica crea in noi, ma anche in cui noi vogliamo immergerci tramite la musica. Almeno per quel che mi riguarda.
Il disco è tutto bellissimo, lo ascolto ancora spesso senza necessità di urlare GUILTY PLEASURE sui social e sentirmi una persona meglio. Ogni volta che parte Say Days Ago testo la capacità dell’impianto/supporto con cui lo sto ascoltando e dei miei timpani, di conseguenza.
Sui social frequento un paio di gruppi revisionisti/revival in cui l’apprezzamento per certa roba è ormai sdoganato e si vive un clima bello di sincerità e non curanza che dovrebbe sempre stare alla base del dibattito musicale. Chi scriveva su Munnezza oggi probabilmente si divide tra il darsi una posa su twitter (no link needed, you know who you are) e bazzicare gli stessi gruppi che bazzico io, ma in incognito. Buon per loro, c’è sempre da venire a patti con la propria autostima e se questo è il modo, bene così.
Io, di mio, ho fatto pace coi miei gusti troppo tempo fa per star dietro alla scena.

Breve storia triste

Ad inizio Aprile escono le date del tour europeo degli Spanish Love Songs, dove con Europeo si intende Uk e Prussia.
Io sono in una fase piuttosto positiva della mia esistenza: ho tre dosi di vaccino e mi sono appena fatto il COVID, quindi vivo in questa convinzione per cui nulla potrebbe più fermarmi sulla strada del ritorno alla normalità. Ho già comprato il biglietto per il concerto di Dargen e quello per vedere Louis CK all’Arcomboldi, ma penso di poter fare ancora di più, così butto un occhio al calendario, litigo a dovere con mia moglie e decido di incasinare il ponte del 2 Giugno a tutta la famiglia comprando il biglietto della prima data del tour a Londra.
In quelle date c’è il giubileo della Regina, quindi mi prendo qualche ora per mettere giù un piano d’azione che possa funzionare al meglio per tempi, spazi e costi.
1) Mi prendo un volo ottimizzato: arrivo a Londra alle 12:15 del giorno del concerto e ripartenza alle 7:15 del giorno seguente, minimizzando la permanenza su suolo inglese.
2) L’aeroporto è Stansted e siccome arrivarci è un inferno, la distanza è tanta e i pullman oltre ad essere cari non offrono garanzie sull’orario per il ritorno al terminal sia che scelga di andarci dopo il concerto, sia che opti per la mattina seguente, noleggio una macchina.
3) Trovo un piccolo ostello a 600 metri dal locale del concerto (The Dome) con parcheggio gratuito in loco.
A questo punto la logistica sembra davvero perfetta: arrivo, guido fino all’ostello, butto la macchina, faccio un giro in centro fino all’ora del live, vado al concerto, torno in ostello a piedi, dormo e all’alba parto per rientrare all’aeroporto.
Preciso.
Ho anche valutato di portare tutta la famiglia a Londra per tre giorni, ma tra brexit, giubileo e il fatto che Londra è pur sempre Londra veniva a costare una fucilata. Troppo. Molto meglio così.
Sono discretamente gasato perchè è una roba che mette insieme un po’ tutto. C’è il concerto, tra l’altro di quello che è il gruppo che sto ascoltando di più da sei mesi a questa parte, c’è il viaggio, c’è questo mood supergiovane del “vado a sentirli a Londra”.
La fotta, insomma.

Fino a ieri.

 

 
 
 
 
 
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Alla fine ho disdetto albergo e macchina senza costi.
Il biglietto aereo è perso, ovviamente, mentre son stati super rapidi a rimborsare il biglietto del concerto.
Se dicessi che il problema è averci perso dei soldi, tuttavia, mentirei.