2021

Due bei dischi (ma ne parlo in fondo, prima ci sono un po’ di pare)

Ho riguardato le foto di mio figlio.
Non una roba minuziosa, mi sono sfogliato il profilo instagram andando a ripescare tutte le foto dal primo compleanno al sesto, tre giorni fa. A me sembra sempre uguale e invece è diventato grande. Ok, forse grande no, ma insomma adesso è un ometto e se guardo i bambini della sua età che magari non vedo da un po’ per via di, va beh lo sapete, ecco mi sembrano tutti molto più grandi di lui.
Sono già uno di quei padri lì, mannaggia i preti.
Qualche settimana fa chiacchieravo con Paola del fatto che tra poco anche Olly sarà una donnina e che mi mancherà non avere più un piccolo da accudire in quel modo lì. Mi ha guardato come fossi un alieno: “Io un’altra gravidanza non la reggo Giuse, scordatelo”. Ho risposto: “No ma che cazzo dici? Piuttosto me lo taglio.”
Ed è vero eh, un terzo figlio sarebbe un bel casino sotto ogni punto di vista e non per modo di dire. Toccherebbe cambiare tutto, in primis casa. No way.
Il punto è che però credo di aver capito il meccanismo perverso dei gattari, quelli che ogni tot si tirano in casa un nuovo piccolo micio. A oltranza, per evitare che si crei quel vuoto che forse un po’ spaventa anche me.
Il punto è rimanere razionali.
Il punto più grande è che ho troppo tempo per pensare e, nel mio caso, è una fottuta tragedia, come credo sia chiaro a chiunque abbia letto uno di questi miei post notturni.
Ho bisogno di tornare ad impegnare il cervello per programmare cose a caso: viaggi, concerti, uscite. La qualunque. Ridatemi delle prospettive da disilludere o da rimpiazzare con altre ancora meno concrete.
Va beh, sto deragliando. Giuro che non volevo andare a parare sulla solita lagna, anche se a dirla tutta ho aperto il blog senza una minima idea di cosa avrei scritto.
Oggi ho ascoltato due dischi nuovi, nel senso di mai sentiti prima. Non vorrei dire una cazzata, ma in questo 2021 non credo sia capitato più di un altro paio di volte. Forse tre, ad andar bene.
Il secondo dei due dischi è uscito 15 anni fa, ma ci sono arrivato oggi per caso grazie a un gruppo di vecchi nostalgici su FB a cui mi sono iscritto. Il tipo che l’ha postato ha fatto un commento che mi ha acceso curiosità e così abbiamo iniziato a parlarne. Sono emerse due cose abbastanza assurde:
1) Il tipo è amico di due mie cugine, così a caso.
2) Non avevo mai ascoltato i Crime in Stereo perché per una vita li ho confusi coi Death By Stereo.
Ad ogni modo The Troubled Stateside è un disco loro ed è figo un bel po’. Sarebbe fuori tempo massimo se questa roba non fosse morta dieci anni fa buoni, oggi risulta quasi fresco per chi non se lo fosse mai sentito prima.
Il primo dei due dischi che ho sentito oggi invece è il nuovo di Margherita Vicario, che poi è pure questo nuovo per modo di dire visto che per metà buona raggruppa singoli già usciti e a cui ero già rimasto sotto in presa diretta.
Anche qui, per simmetria, segnalo due cose:
1) se c’è un momento buono per uscire con un album di pezzi “vecchi” è un contesto storico come quello che stiamo vivendo, in cui lo scorrere del tempo di fatto non esiste e ieri è il 2019.
2) tra i pezzi nuovi c’è questa DNA che, voglio dire, mi pare meritevole.

Questo post direi che lo posso pure chiudere così, anche se devo pensare ad un titolo e non ho davvero idea di cosa possa usare per riassumere questa pagina.
Avendolo tu già letto ad inizio post il problema è evidentemente solo mio.
Come gli altri di cui sopra, del resto.
Forse dovrei fare un disclaimer, ‘sto giro.

Ha segnato Seedorf

E’ una cosa stupida.
Quando penso ad una situazione brutta, apparentemente irrisolvibile, da cui però alla fine si riesce ad uscire contro ogni aspettativa razionale, l’immagine che mi viene in mente è sempre il derby di Milano del 2004, forse la partita più indimenticabile della mia carriera di tifoso del Milan.
L’ho vista al Barcollando di Brugherio, un pub chiuso ormai da molti anni dove ai tempi andavamo a vedere tutte le partite del Milan, in compagnia, visto che allora nessuno di noi aveva abbonamenti alla pay tv.
A San Siro piove parecchio.
Nel primo tempo il Milan finisce sotto due a zero, prendendo un gol orribile su calcio d’angolo da Stankovic ed uno incredibilmente ancora più brutto su un tiro di Cristiano Zanetti deviato in porta da uno dei nostri, sempre sugli sviluppi di un calcio d’angolo.
A questo secondo gol Aui, amico interista seduto affianco a me, aveva esultato in modo deciso. Perchè il derby è una partita strana e se vai sopra di un gol la tensione resta comunque superiore alla gioia, quindi sul primo gol non si era troppo sbottonato. Sul secondo però l’esultanza era arrivata. Giustamente.
Forse non ve l’ho mai dato a vedere (#sarcasmo), ma non sono una persona particolarmente propensa a pensare positivo. Per me una partita sotto 2 a 0 è una partita persa, anche se c’è ancora un tempo da giocare.
Il secondo tempo inizia con la nebbia dei fumogeni che si aggiunge alla pioggia e al mio morale pessimo, ma il Milan pare avere ancora voglia di provarci. Seedorf, soprattutto, che queste partite le sente sempre più di altri. Ci prova da fuori, un tiro sterile e brutto (seppur meglio di quello di Cristiano Zanetti) su cui però Toldo fa una porcheria e così John Dahl Tomasson la butta in porta, rapace.
Il Milan accorcia, ma ci vuole ancora troppo ottimismo per vedere luce in fondo al tunnel e infatti io, in quel momento, continuavo a vederla nerissima.
Passano i minuti e a centrocampo l’inter perde un pallone stupido. Forse Farinos, forse Zanetti, non ricordo. La palla la raccoglie ancora Seedorf che la appoggia a Kakà nel cerchio di centrocampo. Per i cugini è una buona idea farlo avanzare indisturbato e palla al piede fino al limite dell’area, così Ricardo li ringrazia infilando un rasoterra chirurgico alle spalle di Toldo, questa volta incolpevole.
Facciamo 2-2.
Ora il tunnel un uscita ce l’ha e l’adrenalina circola forte insieme ad almeno un paio ti Tennents. Non ricordo i dettagli, ancora una volta, ma conoscendomi anche in quel momento non avrei scommesso sul fatto che potessimo vincerla.
Lo so, sono patologico, infatti quando a 5′ dalla fine Seedorf (sempre lui) raccoglie palla sulla 3/4 dopo una punizione sparata sulla barriera e alza la testa verso la porta, ricordo nettamente di aver pensato: “MA COSA CAZZO TIRI DA LI’???”.
Me lo ricordo davvero.
La frase però non credo di averla detta fino in fondo, perchè sono saltato in piedi insieme a Simo e abbiamo ribaltato il tavolino del pub.
Che gol pazzesco.
Il singolo momento di gioia più grande della mia vita sportiva.
Più del gol di Grosso, più del rigore di Sheva.
Seedorf, giocatore immenso che da tifoso ho odiato per anni, è l’interprete del gesto sportivo più iconico che ho nella mia mente, simbolo non solo di una vittoria, ma assurto a emblema del trionfo del bene sul male, del ribaltamento della sorte avversa.
Il mio personale concetto di resurrezione.

Questa mattina mio papà ha fatto la sua prima dose del vaccino Pfizer.
Dopo qualche ora mi avvisano che a Treviglio i medici stanno dicendo a chi si vaccina che hanno dosi in eccesso, quindi di contattare amici e parenti over 60 e mandarli lì. Me lo dice uno zio di Paola e io ci spedisco mia madre, che riceve anche lei la sua prima dose.
Lo so, ora c’è comunque da aspettare e non farsi prendere la mano.
Io però mi sento come quando ha segnato Seedorf.

5CONTRO5: MxPx

Guarda te che rubrichetta che vado a rispolverare: il 5CONTRO5.
Il motivo è presto detto, questo 2021 arrivato con l’enorme responsabilità di toglierci dai coglioni il 2020 per il momento è stato un gigantesco vorrei ma non posso, fatto di ibridi mentali non sempre felicissimi tra la positività dell’attitudine alla ripartenza e la cruda realtà, che ogni giorno sottolinea come in fin dei conti non sia davvero cambiato niente.
E’ un concetto confuso, ma l’esempio che credo possa chiarirlo è quello dei concerti in streaming.
Dopo un anno a veder saltare eventi e date e con la voglia di guardare qualcuno che suona, in questo inizio d’anno mi sono affacciato sul fronte dei live streaming e di tutte le loro contraddizioni. La razionale illogicità del concerto in TV che si scontra con il fatto che mentre lo guardi comunque ti parte il piedino, ti si alza il dito e ti ritrovi a svegliare la moglie alle tre di notte perchè stai cantando con le cuffie senza manco accorgertene (questa cosa potrebbe essere successa davvero.).
Ok, ma perchè gli MxPx? Perchè sono una delle band più attive da questo punto di vista e con la loro serie Between this world and the next stanno suonando con una regolarità invidiabile da ottobre scorso. Io mi sono visto due “date”, una pagando e una gratis, e mi son piaciute un botto entrambe. Da lì ho ricominciato a metterli in cuffia con regolarità, a parlarne in giro e a rendermi conto di non essere proprio l’unico ad averli ripresi dal cassetto. A quel punto è arrivata l’idea di un nuovo round del 5CONTRO5.
A proposito, come funziona questa rubrica? Facile: metti insieme cinque persone che hanno tutte una certa fissa per un gruppo e fai fare ad ognuna di loro una playlist “ascoltabile”, ovvero massimo 16-18 pezzi e sotto i 60 minuti. Alla fine le confronti e tiri le somme di quanto ognuno se la viva in modo diverso. In pratica la scoperta dell’acqua calda, ma con un giochino divertente. Una delle cinque persone potrei essere io.
Negli episodi precedenti ci siamo occupati di Brand New, Get Up Kids e The Offspring.

Spazio statistiche: anche questa volta uno dei partecipanti ha scelto un disco intero, come miglior playlist, quindi Life in General diventa per forza di cose il disco più citato (27/81) e se lo chiedete a me è abbastanza giusto sia così. Sono invece sorpreso del fatto che al secondo posto si piazzi The Ever Passing Moment (10/81) e non Slowly Going the Way of the Buffalo (9/81), seppur siano due bellissimi dischi entrambi e la distanza sia in effetti minima. Per il resto, nelle diverse scalette si trova rappresentata tutta la discografia, con una percentuale sostanziosa di pezzi presi fuori dai dischi “ufficiali”, pescando in raccolte, compilation ed EP (17/81), ad indicazione del fatto che per tutti i partecipanti, la produzione sia rimasta valida nel tempo e attraverso le varie uscite, al netto delle ovvie preferenze personali.
Tra le canzoni, quella che fa meglio di tutte è Andrea (4/5) e non ci avrei scommesso un euro, mentre mi sorprende un pochino che Responsability sia solo in una delle playlist (d’altra parte io non ce l’ho messa, quindi non so bene che cazzo mi stupisco a fare). Il resto è piuttosto vario, quindi sottolineo solo Can’t Keep Waiting (2/5) perchè per essere un pezzo uscito da una settimana e da un gruppo che tutti collocano di istinto almeno 10 anni indietro nel tempo, è un gran risultato.

Ed eccoci alle playlist, finalmente.
Grazie mille a tutti i partecipanti.

Elisa
Dalle mie parti essere fan degli MxPx è sempre stata considerata come una cosa da serie B, un po’ per colpa del christiancore – che poi in realtà la Tooth & Nail ci ha regalato grandissime cose come Rufio, Slick Shoes, Dogwood, Cootees, Ghoti Hook e compagnia bella – e un po’ perché negli anni 2000 il sound degli MxPx si era ripulito troppo, ma quelli che avevano tutti questi preconcetti sono le uniche persone che ci hanno rimesso non ascoltando gli MxPx.
Per questo motivo ho passato i miei teenage years nella mia bolla, senza mai capire bene se questa band fosse bene o male famosa in Italia o se in realtà ce la ascoltassimo solo io e pochi altri.
Credo sia una situazione che capiti a molte persone che vivono in città di provincia di non sapere realmente la portata delle cose che fanno. C’è gente che ascolta musica sostanzialmente lontano dalle luci delle grandi città e vive in contesti senza stimoli, quindi finisce per forza ad ascoltare il punk rock e a suonarlo e magari svolta anche l’adolescenza di qualcuno dall’altra parte del mondo che si riconosce in quelle canzoni e sta vivendo le stesse cose.
Mi è sempre piaciuto ricercare i luoghi da cui provengono le band, andando personalmente a vedere il quartiere che c’era scritto sull’indirizzo stampato sul vinile, e credo che se ascoltiamo alcuni generi musicali ma ci perdiamo il contesto ambientale in cui nascono, stiamo perdendo l’opportunità di capire sul serio quella band.
E, diciamoci la verità, molte band non avrebbero mai avuto un senso se non fossero nate in posti davvero random; tipo i Raein a Forlì, o gli MxPx a Bremerton, per dire.
Dai pezzi grezzi di Pokinatcha, alla perfezione di Life In General (disco che ho consumato così tanto da doverlo ricomprare un paio di volte) ma anche alla versione più polished della band in Panic e Before Everything & After, ce n’è un po’ per tutti e non ci si annoia mai.
Inizialmente nella mia bozza di playlist c’erano addirittura 32 canzoni ed è stato difficilissimo scendere a 16; alla fine ho dovuto lasciare fuori alcuni singoloni e ho anche i sensi di colpa per quanto riguarda alcuni pezzi che ho dovuto lasciare fuori, ma credo che questa possa essere la mia playlist definitiva sugli MxPx.

The Terrible Cece
Grazie Manq per avermi chiesto questa Playlist, gli Mxpx per me sono adolescenza ma anche presente, non molte band ci riescono. Scoperti con Let It Happen, album che conservo con gelosia, tatuati sul braccio insieme a Cant e portati sempre sia nella pelle che nel cuore. Preferito The Renaissence EP.

Dan on the Moon
Questi 18 pezzi sono i più significativi per me, quelli che mi sono sempre rimasti di più dentro. Ogni volta che li riascolto mi trasportano in altri momenti della mia vita, in tanti ricordi belli e brutti che siano.

Cant HC
Era tipo il 1997 e andavo in questa discoteca a Cesenatico aperta la domenica pomeriggio. Era si un posto per adolescenti arrapati, ma nella pista di sopra c’era una selezione musicale da paura e dj Peter con il quale poi siamo diventati ottimi amici metteva ogni settimana una mezz’ora buona di punk rock melodico (all’epoca lo chiamavamo “punk californiano” ) e quindi avete già capito che si andava giù di NOFX, Lagwagon , No Use For a Name e compagnia bella.
Un pomeriggio passa questa canzone straordinaria che andava ai duemila all’ora e la voce sopra con una melodia che ti si infila nella testa e non se ne va più via, all’epoca non c’erano shazam o cazzi vari, manco il cellulare “Motorola StarTac” c’avevo e quindi l’unico modo era continuarmi a cantare la canzone in testa e sperare che la rimettesse la settimana seguente per sapere il nome della band e del pezzo.
Fortunatamente dopo una settimana in cui nella mia testa il pezzo era piuttosto cambiato Dj Peter rimette la canzone ed io mi fiondo in consolle e gli chiedo informazioni. La band erano gli Mxpx e la canzone si chiamava come me: “Andrea”.
Diciassette anni dopo ad un concerto degli Mxpx a Bologna la band torna per l’encore e Mike Herrera mi dedica la canzone, dopo il concerto mi ha detto che l’avevano messa apposta in scaletta per me. il cerchio si è chiuso, è stato bellissimo!
So che Manq mi ha chiesto una playlist e giuro che ci ho provato per giorni a farla ma essendoci già la perfezione dico che la mia playlist è il disco “Life in General” dalla prima canzone alla numero 17.
Diciassette come gli anni passati tra la scoperta della canzone e quella che probabilmente è la dedica più bella che mi sia stata fatta

Manq
Da ragazzino ho ascoltato quasi solo punk-rock e ne ho ascoltato davvero tanto, soprattutto di quello che arrivava dalla costa ovest degli Stati Uniti. All’epoca si chiamava So-Cal Punk, o forse lo chiamavamo così solo noi della provincia italiana, per darci un tono. Vai a sapere. Tutta quella roba veloce che stava sotto Fat Wreck, per intenderci. Gli MxPx erano ai margini di quel contesto per tanti motivi, dalla collocazione geografica al loro essere #TeamGesù, eppure quando li scoprii ci andai in fissa quasi subito lo stesso.
Vent’anni dopo mi tocca prendere atto che di tutta quella roba ho un’opinione molto diversa. In alcuni casi perchè la musica è invecchiata male, in altri perchè chi la suonava è invecchiato male. A volte sono invecchiate male entrambe le cose e forse, in certi casi, quello invecchiato male sono io.
Con gli MxPx però ci sto ancora tanto bene. Certo, i dischi dei miei vent’anni sono inevitabilmente la prima roba loro che mi viene da ascoltare, ma volendo fare questa playlist ho pescato anche tra cose più recenti, compreso l’ultimo singolo uscito pochi giorni fa.
Onestamente, nel 2021, non mi viene in mente nessuna band di quel giro capace di tirar fuori un pezzo così figo.

Ritinteggiata

  • Manq 
  • Blog

Probabilmente non ve ne siete accorti.
Farei onestamente fatica a notarlo io che sono di casa, figuriamoci voi che, se proprio siete assidui lettori del sottoscritto, vi fate un giro da ‘ste parti in media un paio di volte al mese.
Impossibile.
Quindi lo dico io e faccio prima: ho rifatto il template al blog.
Non perché mi andasse o altro, è che col template precedente era ormai una lotta tra aggiornamenti da scongiurare e plug-in che non funzionavano più, quindi pur avendo rimandato fino a che mi è stato possibile, sono dovuto capitolare e arrendermi al fatto che il vecchio tema twenty-fifteen non fosse più adatto e andasse sostituito.
Questo nuovo si chiama NEVE.
Ci ho dovuto lavorare su un po’, ovviamente, ma per una volta è stato piuttosto semplice e sono riuscito a fare tutte le modifiche che volevo senza particolari rinunce, ottimizzando sia per desktop che per mobile.
Soprattutto, tenendolo simile a quanto avessi prima, cosa a cui puntavo nell’idea di tenere il sito leggibile.
Vi piace?
Funziona bene?
Non mi farebbe schifo avere qualche feedback.
I cambiamenti rispetto al passato sono pochi, ma credo significativi:
– Menu identico, ma con navigazione differente e spero semplificata.
– Profili social integrati nel menu
– Possibilità di modalità dark
Già che c’ero ho anche deciso di eliminare le utenze registrate perché tanto si registravano solo bot e da tempo non ho più un sistema efficace per arginarli.
In più ho rifatto il logo, anche se pure in quel caso ho cercato continuità con la versione precedente. Cambia il font e ci ho aggiunto il loghino/simbolo che già usavo come icona nel browser.
E basta, mi pare tutto qui.

40

C’è una roba bella del compiere quarant’anni in zona rossa: è tutto chiuso, quindi alla fine la societá ti impedisce di uscire di casa e tornare con un nuovo tatuaggio o coi capelli fucsia.
Che non vuol dire non potrai comunque farlo appena ce ne sarà la possibilità, ma forse quando sarà il momento non ne avrai più voglia.
Forse.
Per il resto, da qualche anno ho un rapporto brutto coi compleanni e né l’isolamento, né questa cifra tonda, incredibilmente, lo hanno migliorato.
Mi spiace un po’ per le persone che mi stanno intorno e hanno provato a festeggiarmi, da Paola che come sempre si dimostra la super moglie che è, ai miei colleghi che mi hanno fatto una bella chiamata a sorpresa per farmi gli auguri. Anche con gli amici stretti ci siamo sentiti, che i quaranta tanto nel giro di qualche mese li faremo tutti, mi tocca solo aspettarli al di qua della vecchiaia.
Quarant’anni.
C’è solo una cosa peggiore della presa di coscienza del tempo che passa ed è vederlo passare con la sensazione di non poterlo sfruttare, cosa che non so voi, ma per me va avanti da troppo e inizio ad averne oltremodo pieni i coglioni.
Ieri ho messo una foto celebrativa come profilo sui social e questo post, nel caso servisse, le fa da didascalia.

Oggi però hanno sbloccato le vaccinazioni per gli over 70 in Lombardia e mio padre ha finalmente il suo appuntamento.
Il regalo più bello che potessi ricevere.

Di etica, vaccini e paura di volare

Non so se abbia mai scritto qui sopra della mia paura di volare.
Non vertigine, la mia è la classica fobia degli aerei, quella che ti prende allo stomaco quando decolli e per qualche minuto ti paralizza, almeno fino a che riesci a dimenticarti di essere su un affare di metallo a diverse migliaia di metri da terra in totale assenza di controllo sul tuo destino.
Probabilmente la paura sta soprattutto in quest’ultima cosa, l’idea di non poterci fare niente.
È una paura irrazionale, ovviamente, perché l’aereo è forse il mezzo di trasporto più sicuro che esista, eppure ogni volta finisco nel panico e per quei primi minuti post decollo, fino a che non si spegne il segnale delle cinture allacciate*, io sono terrorizzato.
Per cercare di razionalizzare una paura del tutto irrazionale di solito mi baso sui numeri. La statistica. Cerco di pensare a quanti aerei volino ogni giorno (diciamo in era pre-COVID) e all’incidenza degli incidenti. La mia prima reazione quando leggo di un incidente aereo è pensare che per un po’ si vola tranquilli, che la statistica ha già dato.
Capito come? Sto messo così male che a volte mi trovo a fantasticare di come sarebbe una fortuna finire in mezzo ad un guasto di quelli senza conseguenze, più che altro senza vittime ecco, tipo così. Ho questa idea che, se non crepassi di infarto vivendo la situazione, potrei “guarire” dalla mia fobia sulla base della grossomodo certezza di non poterci finire in mezzo due volte. Statisticamente parlando.
Sono un tipo apprensivo.
Uno di quelli che quando nuota e non vede il fondo ha paura di essere attaccato da uno squalo. A Varazze, tipo. Tendenzialmente non mi faccio bloccare da queste paure, anzi, tendo a sfidarle. Pianifico quasi solo viaggi che richiedano dei voli e appena prima del Covid mi ero iscritto per prendere il brevetto PADI, eppure il fatto di non volermi far sconfiggere da queste fobie non mi esime dal finirci oppresso. Avere paura è una sensazione di merda, una roba che annichilisce.
Credo sia chiaro dove sto andando a parare.

Domani (ormai oggi) sono stato convocato per ricevere la prima dose del vaccino AZ contro il COVID, in virtù del fatto che parte del mio lavoro prevede la necessità di recarsi presso strutture ospedaliere.
Non ci giro troppo intorno: che mi venga data questa opportunità prima che ad altri (tipo i miei genitori) è uno schifo, non ci sono altre parole per dirlo.
Da quanto ho potuto sentire direttamente, quindi non dati, ma mera percezione personale e di “bolla”, seppur tutte le regioni abbiano identificato figure professionali “a rischio” da vaccinare in via prioritaria, la Lombardia (regione che andava commissariata almeno otto mesi fa) è l’unica in cui questa priorità sta venendo anteposta ai requisiti di età.
Il mio corrispettivo laziale lo vaccinano dopo gli ottantenni, per dirla chiara, mentre io passerò avanti alla zia ottantaquattrenne di mia moglie, che poverina da un anno è grossomodo priva di contatti sociali e che ha ragione di temere il COVID molto più di me.
Questa cosa, bene ripeterlo, fa schifo.
Da quando Confindustria, tramite la mia azienda, mi ha messo in lista ho riflettuto molto sulle implicazioni etiche della scelta di farmi vaccinare adesso e, a costo di sembrare autoassolutorio, ho trovato due ragioni per cui vaccinarmi è più giusto che rinunciare.
Il primo motivo è che la gestione delle rinunce è ancora più raccapricciante della pianificazione delle priorità.
Anche senza volerci infilare la malafede e ritenere che la cosa sia fatta apposta, risulta abbastanza evidente che non c’è un’organizzazione efficiente in grado di far finire la dose che non farei io nel braccio di qualcuno con priorità più alta o a maggior rischio. Rispondendo no, sarebbe subentrato al posto mio uno Scanzi qualsiasi, imbucati che se possibile ne hanno addirittura meno necessità di me. E allora vaffanculo, anche perché il punto due è che l’obbiettivo comune è avere più vaccinati possibile. Ogni rinuncia se va bene finisce a qualcuno a cui non spetterebbe, ma se va male viene buttata e ogni vaccinato in meno è un possibile morto in più.
Quindi è vero, non c’è ragione che io (come anche Scanzi**) rinunci alla dose che mi hanno proposto. È principalmente un privilegio per me poterla ricevere, ma in questo contesto è davvero la scelta migliore che io possa fare.

Tu che leggi però, con ogni probabilità, hai tutto il diritto di incazzarti.
Puoi incazzarti con me, ovviamente, perché sono appunto un privilegiato, perché dopo tredici mesi di ‘sta merda anche l’invidia è legittima e perché ho sparato un pippotto democristiano e autoindulgente per sentirmi meno sporco.
Ci sta.
Lo farei forse anche io, a parti invertite.
Se posso però, il fulcro del disprezzo dovremmo riservarlo ai responsabili veri di questa gestione ingiusta, clientelare e malsana del piano vaccinale.
Perché anche volendo concedere il beneficio del dubbio a chi sostiene che la totale assenza di efficienza nel piano vaccinale in termini di tutela delle persone più a rischio e di gestione trasparente ed equa delle dosi “di recupero” sia dovuta ad un errore o all’impreparazione degli addetti ai lavori, anche volendo per assurdo tollerare che chi ha amministrato con errori e impreparazione non si cavi dal cazzo a passo di marcia viste le centinaia di morti che ogni giorno ci tocca contare, resta il fatto che sono passati tre mesi, novanta giorni, e dopo tutto questo tempo agli errori e all’impreparazione, di norma, si dovrebbe rimediare. Provarci, almeno.
Il piano vaccinale invece è sempre quello e, al netto di proclami e numeri a casaccio, l’evidenza è che chi non produce e magari ha l’aspettativa di godersi la pensione debba essere relegato in fondo alla fila.
Nonostante rischi più degli altri.

Tra qualche ora andrò a fare la prima dose di vaccino AZ.
Dovrei essere felice di avere questa fortuna e incazzato per il fatto di diventare una prova ambulante della mala gestione del piano vaccinale, ma al momento sono più concentrato sul lasciare a mia moglie le password dei miei profili social.


* Da qualche parte nel mio cervello è sepolta l’informazione per cui il decollo sia la fase più critica del volo, quindi ho arbitrariamente deciso che quella fase finisce con il BING di spegnimento della spia delle cinture allacciate.
Non mi interessa sapere se sia vero o meno, non mi interessano opinioni in merito.
Non ne voglio proprio parlare, ecco.

** Non che sia il cuore del discorso, ma il mio caso e quello di Scanzi hanno davvero poco in comune.

EMA: “Ve lo avevamo detto Lunedì”

L’agenzia Europea per i medicinali (EMA) ha comunicato oggi alle 17:00 che il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro e che i benefici del suo utilizzo surclassano i rischi, esattamente come sostenuto anche prima di questo circo mediatico e politico che con la scienza ha davvero poco a che fare.

AMSTERDAM. Alle 17:00 Central European Time, la direttrice esecutiva dell’EMA Emer Cooke ha tenuto una conferenza stampa in diretta streaming per esporre le conclusioni del comitato di sicurezza dell’agenzia (PRAC) in merito al vaccino AstraZeneca e alla correlazione con possibili eventi avversi riportati nell’ultimo periodo in Norvegia, forse Danimarca e Germania. Eventi che hanno portato molti enti politici e regolatori nazionali a sospendere l’utilizzo del vaccino.
Il comunicato si può sintetizzare in tre punti principali:
1) Il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro; i benefici derivanti dal suo utilizzo surclassano i rischi. Che è esattamente quello che hanno sempre detto. 
2) L’utilizzo del vaccino non correla con un aumento di casi di eventi trombotici, che vuol dire che se prendi X persone vaccinate e X persone non vaccinate il numero di eventi di questo tipo è lo stesso nelle due popolazioni. Vi faccio un esempio: ogni anno ci sono un certo numero di bambini che muoiono in culla, alcuni dei quali qualche giorno dopo essere stati battezzati. La battesimovigilanza, se esistesse, dimostrerebbe che questi terribili casi non sono più frequenti tra i bambini battezzati e che quindi non c’è correlazione tra il battesimo ed un aumento della casistica di questa terribile fatalità.
3) Con tutti i dati a disposizione, che sono stati raccolti per tutto il tempo dell’utilizzo del vaccino e certamente non negli ultimi tre giorni, e nonostante un riesame approfondito di tutti questi rarissimi casi di eventi avversi, non è stato possibile escludere in via definitiva e categorica una possibile correlazione. Che non vuol dire che la correlazione sia stata trovata, razza di capre a pedali, vuol dire che nonostante non sia stato trovato nelle autopsie e nell’analisi dei casi alcun possibile legame tra le due cose (zero, nada, niet: “Non abbiamo trovato un cazzo, signore!“), la scienza e la medicina contemporanee non ci permettono di escludere in via assoluta e definitiva che qualcosa ci sia. E grazie al cazzo, perchè la scienza e la medicina non funzionano così. Quelli con le certezze dogmatiche sono i preti. Presente no? Sono anche loro vestiti strani e parlano anche loro un linguaggio semi incomprensibile, ma fanno un mestiere diverso dagli scienziati e dai medici e NON vanno confusi, nonostante ci siano tra medici e scienziati personaggi che si comportano come fossero dei preti.
A conclusione di tutto questo, è quindi stato deciso di scrivere sul bugiardino che questo rischio, per quanto infinitesimale e indimostrabile, potrebbe esistere e quindi che si rende necessario prestare attenzione ad eventuali sintomi correlabili agli eventi avversi di cui sopra. Simultaneamente l’unica cosa che potessero fare per dare un segnale di intervento e l’unico possibile freno al fatto che domani qualche Paese o ente nazionale torni sulla questione e si ricominci da capo. Perchè, come forse avrete intuito, in questi tre giorni non è cambiato nulla: si è cercato qualcosa senza trovarlo e senza poter escludere al 100% ci sia, il che potrebbe portare altri a dire “cercate di nuovo” o “cercate meglio”, se avvalliamo la logica utilizzata questa settimana da chi ha deciso di fermare tutto.
La speranza però è che finalmente si sia capito che i numeri non mentono: i rischi sono drammaticamente inferiori al beneficio di una campagna vaccinale efficiente e, soprattutto, il tempo che buttiamo appresso a paure prive di fondamento uccide le persone causa COVID19, che tra le altre cose ha un’incidenza di eventi trombotici incredibilmente più alta di quella imputata, ma non comprovata, ai vaccini.
Ora però lasciamo la parola agli approfondimenti da studio.

GESSATE. Per commentare il comunicato di EMA nella sua più totale prevedibilità abbiamo deciso di contattare Manq, perfetto signor nessuno e fervido combattente della guerra alla disinformazione scientifica, battaglione Twitter. Gli abbiamo quindi rivolto qualche domanda.

E’ soddisfatto di questa decisione?
Quale decisione?

Quella di… in effetti non è stato deciso nulla da EMA.
Eh, no.

Grazie. Arrivederci.
Si figuri, arrivederci a lei.

Diario dall’isolamento 3: CANCELLED.

Tra qualche minuto torneremo in zona rossa per uscirne migliori sa dio quando, eppure non ci sarà una terza stagione del Diario dall’isolamento su questo blog.
No.
Quando questa cosa della pandemia è iniziata, un anno fa, era tutto diverso, con buona pace di chi dice che in un anno non è cambiato niente.
Ai tempi c’era la speranza di portare a casa dei risultati dal sacrificio, c’era l’energia fisica e mentale per reggere l’urto e, non meno importante, c’era una paura tangibile che ci teneva uniti, per il bene comune.
Oggi?
L’ottimismo è semplicemente una parola scomparsa dal vocabolario, nessuno crede più ad un domani migliore. Crediamo arriverà, ma sappiamo anche che non sarà davvero domani. Domani sarà semplicemente uguale a oggi, a ieri, a ieri l’altro e al prossimo lunedì. E se così fosse sul serio, ci sarebbe pure da ringraziare. Una ripetizione ormai nauseante di una quotidianità tossica, per tutti, ognuno a suo modo.
Anche la paura se n’è andata, lasciando il posto all’apatia, come se centinaia di morti al giorno siano un bollettino di guerra accettabile in tempi di pace. 100K morti su 3 milioni di contagi non fanno notizia, meglio focalizzarsi su una decina di morti su oltre 2 milioni di vaccinati con AZ, morti oltretutto non correlate al vaccino se non da politici senza palle e giornalisti senza scrupoli. Ci siamo ritrovati apatici nelle mani di questo o quel catalizzatore d’odio, qualcuno/qualcosa che ci dia modo di sfogare emozioni e sentirci vivi. Non sto facendo la paternale, io sono il primo ad esserci dentro fino alle scarpe: l’odio viscerale che provo verso la stampa criminale che sta minando l’unica via di uscita da questa situazione credo di non averlo mai provato in vita mia, ma al di là di quello resto apatico.
Ieri sera gli amici hanno ricominciato coi sabati su Zoom, ma non ce l’ho fatta. Sabato prossimo, magari, ma ieri no. Negli ultimi giorni sono stato poco bene. Niente di catastrofico, quella tendenza che sul momento non preoccupa nessuno per cui tieni gli stessi vestiti dieci giorni, esci di casa conciato come un senzatetto (con tutta l’empatia possibile per la categoria), non ti radi, non trovi un motivo valido per alzarti dal letto la mattina e ti lavi lo stretto necessario per non farti cacciare dalla moglie a dormire sul divano… presente no? Il fenotipo di chi non sta dando tutta ‘sta importanza alla vita ecco.
Ed è vero.
Fortunatamente non ho mai avuto tendenze suicide, sto proprio dall’altra parte della gaussiana, tra quelli con le crisi di panico all’idea di avere una data di scadenza ineluttabile. Il fatto di non voler morire però non rende accettabile vivere in questo modo. Senza uno scopo che non sia tirare avanti.
Alcuni riescono anche a dirti: “Dovresti trovare motivazione nel lavoro” e da un lato vorrei mandarli affanculo, ma dall’altro penso siano conciati addirittura peggio di me se vendere 1/3 della loro giornata per soldi (magari neanche tanti) li motiva, o anche solo gli è sufficiente, in una situazione del genere. Per quanto sia evidente a tutti ormai che il lavoro è l’unica gentile concessione di questa situazione, non farei cambio, anche se servisse a stare meglio oggi, perché razionalmente so che ‘sta merda prima o dopo finirà e sarò ben felice di tornare ad essere uno che gli stimoli li trova uscito dall’ufficio.
È passato un anno ed è cambiato tutto, anche se pensandoci gli ultimi dodici mesi non sono esistiti. Li abbiamo regalati, sperando di averne abbastanza da poterne fare a meno, ma senza la reale possibilità di scegliere se farne a meno. Pensavamo di poter vivere al doppio dell’intensità una volta usciti dall’incubo, qualcuno magari ci crede ancora perché “non apprezzi qualcosa fino a quando non capisci cosa sia perderla”, ma la realtà è che sarà già una vittoria se sapremo scrollarci di dosso i calcinacci per tornare ad essere l’80% di quel che eravamo. Ce la facessimo davvero ci sembrerà sì di vivere al doppio dei giri di prima, la nostra testa funziona così, fortunatamente. Purtroppo però io inizio a pensare che da sotto ‘sti calcinacci non usciremo tutti e se posso accettare di rimanere io tra i soffocati, tra quelli che non se li scrolleranno mai, l’idea possano essere i miei figli mi toglie il fiato.
Ed ecco perché Diario dall’isolamento 3 non si farà, perché davvero scrivere roba così ogni santo giorno è una tortura che non voglio infliggermi.

Questa mattina mi sono fatto la barba e la doccia, sono uscito in bici e sono stato all’aria aperta vestito come una persona con dell’amor proprio. Mi è servito parecchio e mi sento meglio, davvero meglio.
Non oso pensare cosa sarebbe potuto essere ‘sto post se lo avessi scritto ieri.

Le canzoni di Sanremo 2021

Non seguo Sanremo.
Non perchè mi piaccia menarmela o per questioni ideologiche, è proprio che il varietà intorno alle canzoni mi fa cagare non è di mio gusto e quindi spararmelo per quattro sere filate con l’unico scopo di sentire le canzoni ha su di me l’appeal di una tortura cinese.
Anni fa lo facevo anche, per commentare in diretta su FB o Twitter, ma oggi preferisco mettermi su la playlist di Spotify e sentire solo le canzoni, commentandole rigorosamente al primo ascolto (che per larghissima parte degli artisti in gara sarà inesorabilmente anche l’ultimo).
Chi mi conosce sa da tempo che per me esiste un archetipo di brano definibile Canzone di Sanremo™ che vado cercando ossessivamente tra i pezzi in gara. Una volta era identificabile chiaramente nella quasi totalità delle canzoni, oggi invece è molto meno presente ed è utilizzato solo da quelli che non esiterei a definire True Believer del Festival.
Quando all’inizio dicevo di non essere ostile verso la kermesse Sanremese intendevo a livello generale, quest’anno ammetto di essere stato polemico riguardo non tanto al fatto si tenesse comunque in uno scenario in cui tutto il resto della musica e dello spettacolo sono fermi al palo, quanto per il fatto che mentre si ragionava su come poterlo fare in ogni caso non si sia mai cercato di pensare a norme che potessero far ripartire il settore a partire da Sanremo, ma piuttosto regole ad hoc per far sì che si facesse Sanremo e solo Sanremo.
E questa è una cosa che, da fuori, mi fa un po’ schifo.
Ora però ecco il mio commento ai 34 (COSA????) pezzi in gara.

1- Madame / VOCE
I giovani al potere, che a Sanremo mi sembrano sempre imbucati alla festa. Non so, sta roba non la capisco in generale, figuriamoci al Festival, ma forse brutta no.
2- Irama / La genesi del tuo colore
Ma che cazzo siamo al Festivalbar? Ma magari.
3 – Francesca Michielin & Fedez / CHIAMAMI PER NOME
‘Sti cazzo di CAPSLOCK demmerda ve li buco, baby. A parte questo, è evidente lo studio enorme fatto per camuffare quella che è una classica Canzone di Sanremo™ in modo che sembri una roba giovan(il)e. Math pop nel senso più dispregiativo possibile, ovvero l’unico.
4 – Colapesce & Dimartino / Musica leggerissima
Il nuovo cantautorato italiano di cui nessuno sentiva il bisogno, o comunque non io. Questa bugia gigante per cui “più o meno” in un ritornello sia una cosa cool e nuova, quando di fatto stai portando un pezzo derivativo in culo e che puzza di muffa, ma di quella che cresce sui formaggi che fanno già cagare da freschi.
5 – Annalisa / Dieci
E andiamo cazzo, Canzone di Sanremo™ con le palle cubiche che ammicca ai pixies (credo, o qualcosa di bello in ogni caso) in un tripudio di paraculismo adorabilissimo.
6 – Måneskin / ZITTI E BUONI
“Scusami, ma ci credo tanto”. Ma non mi dire. Rock da oratorio, che in piena tradizione rock da oratorio spreca 9/10 delle energie nel mostrarsi dannato quando non lo è e così si dimentica del resto, ovvero ad esempio di scrivere una canzone.
7 – Gaia / Cuore amaro
Siamo chiusi in casa da un anno, ‘sto mix di reggaeton e flamenco fa solo bestemmiare.
8 – Coma_Cose / Fiamme negli occhi
Han fatto robe meglio e calcolando che non stiamo parlando dei Beatles direi che ci siamo capiti. La cifra stilistica del testo è quella di “io ti temporalo” e vale il discorso del pane col tonno ad inizio Fast and Furious (RIP Paul Walker sempre).
9 – Willy Peyote / Mai dire mai (la locura)
La citazione di Boris, il pezzo controverso e la cassa dritta. Il meme nel testo. Tieni questa moneta da tre euro per l’impegno.
10 – Fasma & GG / Parlami
Una Canzone di Sanremo™ con gli stop&go. E’ tipo quando a Masterchef vedi un cuoco che presenta un piatto di formiche che costa 60 euro: ti viene istintivo pensare “che sia un genio?”, ma poi tendenzialmente lo mandi affanculo.
11 – La rappresentante di lista / Amare
Non so chi sia, ma il nome lo adoro. Siamo ad un terzo scarso della scaletta e c’è un sacco di ritmo ed allegria, forse per evitare di pensare che la gente muore o che siamo ben lontani da quello che sarebbe lecito aspettarsi dalla vita. Il pezzo è talmente coinvolgente e memorabile che mentre lo ascolto sto parlando d’altro.
12 – Lo Stato Sociale / Combat Pop (ALBI #1)
L’ho detestata fino al ritornello. Lì ho pensato: “mi hanno inculato di nuovo ‘sti maledetti”. Purtroppo poi è finito il ritornello, la canzone è andata avanti e non è quella che definirei una grande idea.
13 – AIELLO / ORA
Ma solo io ci ho sentito il Vecchioni de “La leggenda di Olaf”? Cmq a parte “sesso & ibuprofene” (Calcutta maledetto) c’è qualcosa che me la rende piacevole. Bella no, ma piacevole. Forse non è strettamente a canone, ma sapete cosa? Canzone di Sanremo™.
14 – Random / Torno a te
La Canzone di Sanremo™  è così, quando non c’è te ne accorgi, ma quando arriva di norma ti penti di averla cercata nei pezzi che non lo erano. Per dire che ecco, sto pezzo fa cagare.
15 – Gio Evan / Arnica
Urca, due Canzone di Sanremo™ di fila. O forse è ripartita quella di prima? No dai, non voglio essere ingiusto, questa è la prima Canzone di Sanremo™ che non prova neanche minimamente a dire “siamo nel 2021” e a suo modo lo apprezzo. E’ orrenda, ma con orgoglio e appartenenza.
16 – Noemi / Glicine
Triple threat! Niente cazzi, nella Canzone di Sanremo™ la voce femminile è un plus notevole e Noemi la voce ce l’ha bella. Se la fai cantare a Gio Evan il giudizio torna quello di Gio Evan.
17 – Max Gazzè / Il farmacista
E’ un pezzo di Max Gazzè. So cosa state pensando, avete anche ragione, ma i fatti dicono che un problema più grande di avere Max Gazzè in gara è che metà abbondante degli altri MAGARI fosse Max Gazzè.
18 – Malika Ayane / Ti piaci così
Non vince mai, probabilmente non è neanche una cosa che può fare il botto in radio, però ha una sua dignità che a suo modo si fa apprezzare.
19 – Fulminacci / Santa Marinella
Canzone inutile che quando mette “deficiente” nel ritornello diventa una canzone stronza.
20 – Ghemon / Mondo perfetto
Oh dai, a me lui non fa impazzire, ma questa ci sta.
21 – Arisa / Potevi fare di più 
Vedi Noemi, ma meglio. 
22 – Bugo / E invece sì
Purtroppo per lui, quella dell’anno scorso era meglio e questo credo apra un’amara riflessione, soprattutto perchè quella dell’anno scorso ce la ricordiamo tutti per i motivi sbagliati e con un testo sbagliato di cui Bugo è vittima.
23 – Francesco Renga / Quando trovo te
Sto facendo questa cosa alle 2 passate di notte e, lo dico chiaro, quando ho letto Renga ho pensato di chiudere tutto e piantarla lì. L’unica cosa che posso dire quindi è che sono rimasto per senso del dovere e che questa canzone non ha alcun merito, anzi.
24 – Ermal Meta / Un milione di cose da dirti
Ma quante cazzo di canzoni ci sono in gara santa madonna? Almeno una di troppo (che è comunque una Canzone di Sanremo™, chi se la sarebbe aspettata da Ermal Meta?).
25 – Orietta Berti / Quando ti sei innamorato
Volo, sembra un mashup preso da youtube. Magari lo è.
26 – EXTRALISCIO & Davide Toffolo / Bianca luce nera
Sto ancora ascoltando il pezzo di Orietta Berti, quindi inizio a commentare dicendo che è un titolo del cazzo. Parte il pezzo e direi che è in linea col titolo.
27 – Wrongonyou / Lezioni di volo
“Se un giorno dimenticherai” no guarda, togli pure il se.
28 – Folcast / Scopriti
Non mi giudicate, per me sì. Non un sì convintissimo eh, manco troppo duraturo, non è arrivato a fine pezzo per dire. Ma all’inizio ero positivo sul serio, giuro.
29 – Davide Shorty / Regina
Questo me lo ricordo dai tempi di X-Factor e direi che non è lui il problema qui in mezzo. Un suo disco manco se mi strappate le unghie, ma, voglio dire, è un discorso trasversale che non merita decisamente di essere tirato fuori per lui. O forse sì, forse non avere critiche specifiche è un pregio.
30 – Gaudiano / Polvere da sparo
Ma sì dai, buttiamola in vacca, cazzo cene.
31 – Greta Zuccoli / Ogni cosa sa di te
Raffinatissima. Poi che questo per qualcuno sia un complimento, parlando di musica, dice molto più della nostra società che non del pezzo. Non so se sia io ad essere vecchio al punto da percepire citazionismo d’accatto ovunque o il pubblico che ha proprio bisogno gli buttino in faccia le citazioni col secchio.
32 – Dellai / Io sono Luca
Premio simpatia. Non so se esista, ma io lo darei a Dellai sulla base del niente che so di lui a parte la metà del pezzo che ho già sentito mentre scrivo.
33 – AVINCOLA / Goal!
L’equivalente di una serie Netflix sull’estate di ragazzini che a 16 anni compiuti nel 2021 per qualche ragione inspiegabile hanno la fissa per gli anni ’80. La base è carina.
34 – Elena Faggi / Che ne so
Sono arrivato in fondo ed è l’unica cosa positiva che mi sento di scrivere. No dai, la verità è che su questa e quella di prima probabilmente sarei stato più indulgente se non fossero arrivate alla posizione 33 e 34 della scaletta.
Però oh, non credo neanche sia colpa mia ‘sta cosa.

#UltimoConcerto

C’è stato #UltimoConcerto.
Tantissimi artisti e live club italiani si sono messi insieme per organizzare un evento volto a sensibilizzare tutti verso la crisi del settore della musica dal vivo, di fatto fermo da un anno.
L’idea è stata di promuovere un concerto che non c’è stato, sostituito da un silenzio il cui scopo era far prendere coscienza che la situazione è grave e non è sostenibile.
Qui il messaggio.

Sul messaggio non c’è da discutere.
Per il momento sorvolerei anche sul fatto che della questione principale si sia parlato si e no 10 minuti, per poi finire alla classica attribuzione di patentini da parte di questa o quell’autorità competente nel campo del saper vivere. Patentini che non mi interessava avere quando ci si poteva scopare, immaginiamoci ora. Dico per il momento perchè sono livoroso e potrei tornarci su dopo, anche se vorrei provare a stare sul pezzo dell’iniziativa e del tiro che le hanno dato.
Il settore musica dal vivo è fermo da un anno e a farne le spese sono soprattutto le realtà più piccole: artisti che campano di canzoni senza esserci diventati ricchi, maestranze, locali.
Un settore che per la maggior parte dell’opinione pubblica non esiste, un settore che la politica sta deliberatamente ignorando e che, nel bene e nel male, può contare del supporto di una piccola parte di popolazione che con #UltimoConcerto era stata chiamata a contribuire. Alcuni, dopo averlo fatto, hanno ritenuto l’iniziativa mal riuscita/formulata.
Le questioni a questo punto sono due.
1) Davvero chi ha deciso di partecipare a questa iniziativa aveva bisogno di realizzare che da un anno i concerti sono fermi? Non stiamo parlando di Sanremo, il cui pubblico è composto anche da tantissime persone che con la musica entrano in contatto giusto una settimana l’anno perchè se la ritrovano su Rai1. Quello sì che può essere un pubblico inconsapevole, da sensibilizzare, non quello che si è connesso ‘sta sera per supportare il Bloom di Mezzago o i Gazebo Penguins. Per questo sono tra le persone che reputano l’iniziativa fuori fuoco, ma posso tranquillamente sbagliarmi, il che ci porta diretti al punto
2) Giusto o sbagliato che sia il punto di vista di chi ha partecipato e si è preso male, siamo sicuri sia stata una bella mossa tirarsi contro una parte della già esigua porzione di popolazione a cui fregava qualcosa del discorso iniziale?
Magari questa operazione farà il botto e darà la sveglia a chi di dovere, risolvendo il problema (non ci credo manco un po’, ma sarei felicissimo di sbagliarmi), ma ipotizziamo non sia così. Immaginiamo sia necessario continuare a parlare del problema, tenere viva la questione e fare sempre più rumore.
Alla prossima convocazione ci sarà più o meno gente? 

Giorni fa quando ho iniziato a sentir parlare di questa cosa dell’ultimo concerto ho provato ad informarmi su twitter.
La prima domanda è stata: “Ok, come posso supportare? Posso pagare un biglietto?” e questo perchè mi è sembrato naturale pensare che per fare qualcosa che desse una mano, una buona idea fosse anche contribuire economicamente.
Forse è anche per quello che mi è venuta la bestemmite a leggere tutti i pistolotti rivolti a chi si lamentava perchè “Eh, pensavi di vederti il tuo bel concertino gratuito e invece suchi perchè la musica si paga e qui c’è gente che non sta lavorando etc…”. Per carità, è ovvio che interessata ci fosse anche gente del genere, ma mi pare un po’ paraculo scegliere di fare questa cosa gratuitamente per poi rigirare il fatto che fosse gratuita come argomentazione trasversale contro chiunque si stesse lamentando.
A sto punto fallo comunque a pagamento, cazzo.
Ognuno degli iscritti versa il contributo al locale/gruppo che vuole supportare via paypal. Offerta libera, così non ti perdi il volume delle persone che hanno partecipato solo perchè era gratis.
Alla fine fai la stessa identica cosa, ma dici anche: “Ehi, se vuoi il rimborso chiedilo, ma se vuoi dare una mano e hai capito il senso di tutto questo, lasciaci i soldi”. Non lo so, almeno sarebbe servito a qualcosa oltre il far scannare tra loro persone che, magari in modi diversi, hanno fatto sì che servisse una pandemia per far chiudere i locali di musica dal vivo e non l’assenza di mercato.
Fare qualcosa di concreto, di utile.
Felson l’ha spiegato molto meglio di me in questo tweet.

Bon, questo è.
L’altro giorno leggevo una bella intervista di Kappa che tra i problemi lamentava anche la mancata coesione all’interno di quel mondo in crisi, che ha portato come sempre accade ad una riduzione del potere di farsi ascoltare. Lo stesso Kappa, neanche due settimane dopo, è tra quelli che da dentro #UltimoConcerto ha risposto in maniera più violenta alle lamentele di chi, in ogni caso, invece di guardarsi la Juve o attaccarsi a Netflix aveva pensato di supportare un’iniziativa pro settore musica.
E allora boh, capisco che quando le cose buttano male saltino i nervi, capisco che alla fine se tutti ti ignorano e devi sfogare la frustrazione, finisci ad accanirti con chi ti stava dando retta, ma non nel modo in cui avresti voluto.
Capisco tutto e tutti.
Però, per me, così non se ne esce.
Non dico migliori, intendo proprio in piedi e respiranti.