Prossimi concerti: una chiacchierata con Valeria

Oggi, 10 Ottobre 2021 per chi leggesse in differita, è il giorno della riapertura dei concerti. Sono passati infatti ormai quasi due anni da quando il Covid19 ha ribaltato le vite e la società in cui viviamo e una delle vittime più martoriate è stata la musica dal vivo.
Da qualche settimana rimugino sull’argomento in vari modi, ma alla fine ho pensato che il prodotto della mia tastiera sarebbe al più potuta essere una spataffiata livorosa e inutile che avrebbe tirato in mezzo gli stadi e i comizi di Conte, ma che di fatto avrebbe aggiunto zero al dibattito poichè farina del sacco di uno che ai concerti, al massimo, ci va quando riesce a piazzare i figli da qualche parte. Ho quindi pensato fosse più interessante fare qualche domanda a chi coi concerti ci lavora e nella musica dal vivo ci sbatte tutto il proprio sangue, così ho scritto alla Vale facendole un paio di domande.
Valeria, per chi non la conoscesse, lavora per il Bloom e scrive per Bossy e per Awand. Da sempre dentro al mondo di chi mette la musica su un palco con delle persone davanti, ora è una delle teste dietro a Tutto il nostro sangue, una roba bellissima che dovreste supportare tutti e che mi ha permesso qualche riga fa di fare quella gag oscena.
Come sempre su questo blog, io faccio domande farcite di illazioni e chi mi risponde mi spiega con pazienza come stiano davvero le cose, resistendo alla necessità di mandarmi a cagare.
Nello specifico, la parte interessante è quella in cui lei risponde in corsivo.
Buona lettura.

Iniziamo dalla fine, dall’ultimo concerto. Il mio è stato nel 2019 e a memoria potresti averlo organizzato tu. In questi quasi due anni ho pagato per vedere roba in streaming, ma non sono riuscito più a vedere qualcuno su un palco, prima perchè non mi ci sentivo al sicuro e ora perchè i concerti seduti vanno oltre la mia comprensione. A marzo 2020 invece c’è stato l’#UltimoConcerto, quello con l’hashtag, l’iniziativa messa insieme da un numero consistente di addetti ai lavori e che si poneva lo scopo di dare un segnale a tutti riguardo al momento terribile che la musica live sta(va) passando nel nostro Paese. L’iniziativa fu recepita in modo divisivo e io stesso non ero del tutto convinto si fosse scelta la strada giusta, sempre che una strada giusta esista. Sto solo facendo un mini riassunto, non voglio tornare sulla polemica che ne era scaturita, ma se vuoi commentare quella fai pure. Quello da cui mi interessa partire è che dopo quell’#UltimoConcerto si è parlato del #ProssimoConcerto, con interpellanze parlamentari, DDL mirati e comunicati ministeriali che sembravano indicare qualcosa si fosse mosso davvero, che con quell’iniziativa aveste in qualche modo dato una spallata alla questione. Sei mesi dopo, la prima domanda non può che essere: come procede? Si è davvero mosso qualcosa, diradato il polverone di marzo?

Dietro a quella che è stata un’iniziativa plateale, vista, seguita, giudicata, c’è una macchina che anche a camere spente si è mossa e ha continuato a muoversi perché le cose cambiassero, e cambino, non solo nell’ambito pandemia, ma più in generale perché il settore spettacolo trovi un riconoscimento e una tutela fino ad oggi mancanti.
Ultimo concerto non era una festa, non era pensato per esserlo e già il titolo dell’iniziativa a mio avviso parla da sé. Mi sconcerta il livore che ha scatenato, come non sia affatto chiaro cosa ci sia dietro ai ‘’nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”, e di come le provocazioni, le rotture e le proteste le capiamo e abbracciamo solo quando ci piacciono (o ci fa comodo?). Comunque ha centrato l’obiettivo, smuovere.
Come mi sconcerta chi non vuole suonare davanti alle persone sedute o non vuole andare ai concerti con le sedie. Tutto condivisibile, per carità, ma ci sta un punto: se non si supportano i posti che sono in ginocchio e se sono sopravvissuti hanno perseguito la loro missione di centro culturale rispettando le regole e stando alle capienze imposte, questi posti poi chiudono, non stanno in piedi.

Se i primi a non supportare, a non turarsi il naso per le modalità non proprio entusiasmanti (in primis per gli organizzatori, neh) in cui si sono potuti realizzare i concerti sono quelli che hanno per mesi hanno hashtaggato #mimanchicomeunconcerto, di cosa stiamo parlando?
Da lunedì si torna capienza 100%, non sembra vero, dopo tutto questo tempo, ma lo è.

Il discorso che fai ci sta tutto, supportare è la base ed è normale sensibilizzare tutti a fare la propria parte. Ho però l’impressione che da dentro si viva la musica e il mondo che le gira intorno con una consapevolezza ed un’etica che spesso è ingenuo attribuire anche al “consumatore”. Probabilmente, in tantissimi casi, chi va ad un concerto non ha idea di quel che ci sia dietro e non sono convinto stia lì il problema di fondo. Un po’ come posso sensibilizzare al consumo equo e solidale, ma nei fatti la politica che determina le condizioni del lavoro vola ad un’altezza diversa rispetto alla superficialità di chi compra il caffè senza stare troppo a ragionare se il prezzo dello scaffale permetta o meno a chi lo coltiva una condizione lavorativa umana. Un conto è far passare la consapevolezza al consumatore, un conto e dargli dello stronzo.
Ad ogni modo, la bella notizia è che si torni a capienza piena ed è davvero una vittoria a questo punto.
La domanda che ti faccio quindi è: quanto è compromessa la situazione? L’impressione che mi sono fatto da fuori è che le vittime sono state tante e che anche il futuro sarà complicato, con tanti tour internazionali che salteranno l’Italia forse (dimmelo tu) anche a causa dell’averci messo troppo a dare garanzie su quel che si potrà fare qui da noi questo autunno e nel prossimo anno. Tu come lo vedi il prossimo futuro dei concerti in Italia?

Assolutamente, chi non conosce una minima di dinamiche del settore fa fatica a considerare la musica come un lavoro e tutto quanto sta dietro a una band che suona sul palco, e di conseguenza giustamente come funzionano le cose. Però, anche vero, che a tutti i livelli, in questi due anni di pandemia tramite social non sono mancate/i addette/i ai lavori che hanno cercato di spiegare il problema per propria voce o tramite organizzazioni di settore. Lungi da chiunque dare dello stronzo a chi non conosce/non comprende le dinamiche o semplicemente non gliene frega nulla, è una considerazione diversa, più che incattivata, estremamente sconsolata: mesi su mesi di lockdown a leggere #mimanchicomeunconcerto, condivisioni di post nostalgici alla vita di prima, alle cose non si potevano fare, alla musica dal vivo mancante, commiati per i locali che hanno chiuso… e poi, quando si può riprendere, in una condizione preclusiva e penalizzante sia per chi va a vedere, ma anche per chi mette a disposizione il concertame, ci si tira indietro, storcendo il naso. Quindi non è che #mimanchicomeunconcerto, è #mimanchicomeunconcertovistoegodutocomevoglioaltrimentinientedaiaccendonetflixestosedutomasuldivano.
Quello del 10 Ottobre è un piccolo passo, sicuramente bello, ma ribadisco piccolo: tenendo i posti seduti come parrebbe ad oggi (10/10/21), per il settore è ancora tosta, non è un ritorno alla “normalità”. Che il settore musica dal vivo non stesse bene già si sapeva, anche prima del covid-19 che però ha sicuramente inflitto un’ulteriore batosta. E’ anche vero che credo ci si stia proiettando, seppur lentamente, ad un ritorno alle modalità di fruizione della musica dal vivo nelle modalità che conosciamo. La speranza è che si possa nei prossimi mesi tornare a vedere i concerti in piedi e che non saltino più date che già sono a volte al secondo rischedule.

Leggendo la tua risposta deduco si riapra al 100%, ma coi posti a sedere e questa mi pare l’ennesima presa in giro, quindi volevo chiudere con l’ultima domanda. Uscendo dalla questione riaperture, mi pare che le misure di sostegno al settore negli ultimi due anni siano state poche e del tutto insufficienti. Puoi dirmi cosa è stato fatto (se è stato fatto qualcosa) nel concreto per provare a dare una mano al mondo della musica dal vivo da parte delle istituzioni?

Sì, lo Stato qualcosa ha stanziato, non abbastanza, non tutti ne hanno goduto allo stesso modo e altrove – es. in Germania – è stato fatto certamente di meglio.
Parallelamente bisogna ricordare che le venue non sono rimaste con le mani in mano ad aspettare le misure governative, alcune hanno avviato campagne fondi, tante si sono inventate e reinventate per garantirsi il sostentamento e sono state attivate iniziative come scena unita, ideate per rispondere alla situazione emergenziale.
Consiglio vivamente, per informarsi non solo sui numeri specifici dei soldi stanziati e delle misure adottate nel corso del tempo e in modo preciso, ma anche per approfondire tutto quello che è successo in questi ormai due anni in termini di azioni governative e di richieste per la tutela, la ripartenza e la possibilità di garantire per il futuro maggiori riconoscimenti per il settore, di consultare la sezione Iniziative e News | KeepOn Live, il sito dell’associazione di categoria live club e festival italiani.

Canzoni che amo di gruppi che odio

Qui è essenzialmente dove butto mezzo pomeriggio in cui dovrei assolutamente lavorare, incasinandomi con ogni probabilità il weekend, per scrivere un post e fare una playlist.
I dettagli però li vediamo dopo, adesso è necessario vi leggiate questa cosa qui.

La musica nella mia vita è sempre stata l’elemento di autodeterminazione principale, quello attraverso cui tiravo le righe dei confini che via via ho utilizzato per definire me stesso e il resto. A quarant’anni non ne farei proprio una questione di Bene e Male, ma mentirei se dicessi che è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui la musica era questione di appartenenza non tanto ad una scena o a qualche struttura sociale (dieci anni abbondanti ad andare a concerti a cui presenziavano sempre le stesse cento facce, ma senza mai nemmeno provare a parlare con qualcuno non sono decisamente il CV di uno che vive la scena), ma più all’immaginario di quello che avrei voluto essere, o sembrare di. In un processo di questo tipo, l’odio è lo strumento principale che un ragazzino può usare per delimitare i confini, perchè senza un antagonismo sincero verso ciò che sta fuori dal proprio recinto, quel recinto diventa sfumato e si finisce per non avere più idea di chi si è e di chi non si voglia diventare.
Probabilmente la musica non è l’unico strumento che permette questo processo di crescita, ma io non ne ho avuti altri e forse per questo quando sento ragazzini vestiti tutti uguale passare con noncuranza da un pezzo trap ai Maneskin al grido di “mi piace tutta la musica”, mi prende una paura fottuta e sento la necessità di abbracciare i miei figli e dire loro che andrà tutto bene. “Ok boomer” è una possibile risposta a questa mia spataffiata, ma è una risposta sbagliata.
Alla fine però, per quanto solida sia l’armatura che ci siamo incollati addosso, se si è quel tipo di persona che può stare in una macchina mentre gira un disco che non ha scelto lui senza per forza doverlo coprire con le parole o che spaccherebbe il dito dell’amic* che schiaccia skip a metà di un pezzo nonostante il pezzo in questione sia una merda inqualificabile, allora c’è e ci sarà sempre un tallone d’Achille. Un minuscolo spazio indifeso in cui le canzoni belle si insinuano e si fanno spazio fino al cervello, arroccandocisi dentro per non uscirne mai più. Nella mia vita ho odiato tantissimi gruppi, alcuni da subito, alcuni in corso d’opera. Difficilmente ne ho riqualificati dopo averli odiati, magari pensandoci qualcosa in mente mi verrebbe anche, ma diciamo che non farebbe statistica. Il marchio dell’infamia è una strada a senso unico. La maggior parte di questi gruppi ai miei occhi ha prodotto solo merda e, anche se è indubbio che potrei approfondire e verificare se sia vero anche oggi, non mi sento particolarmente in difetto nel dire: “Anche no” e tenermi la mia opinione. Eppure ci sono pochi infamissimi elementi che quel varco l’hanno trovato e sono riusciti ad infilarci un pezzo, maledetti loro.
Questo post e questa playlist parlano di loro.

Ci sono tante ragioni per odiare un gruppo e radicalizzare il proprio gusto musicale e nel fare questa playlist credo di aver elencato una dozzina di gruppi che odio per ragioni molto diverse tra loro. La cosa più difficile da ammettere è quanto suoni bene questa oretta di musica.
Fa quasi incazzare.
Ora devo resistere alla tentazione di fare il Nolan delle playlist, quindi chiudo il post senza andare nel didascalico e spiegare le ragioni delle scelte, anche se l’idea che qualcuno possa chiedersi cos’ho mai contro, che cazzo ne so, i Black Eyed Peas mi dilania dentro. Nel caso remoto qualcuno fosse arrivato fin qui a leggere e avesse il dubbio, per favore, me lo dica.

Parliamo di Natura Sì

Partiamo dai fatti: la catena di supermercati Natura Sì ha deciso di pagare i tamponi per i dipendenti non vaccinati che necessiteranno il green pass per lavorare (ref.). 
La decisione ha suscitato reazioni forti in tante persone, che possiamo riassumere usando questo tweet di Burioni.
Questi, appunto, i fatti.
La mia opinione in merito è che Natura Sì ha deciso di colmare a proprie spese un vuoto legislativo, tutelando i propri lavoratori e questa è una cosa bella.
Qual è infatti la situazione attuale nel nostro Paese? Riassumiamola: lo Stato ha deciso di concedere libertà individuale in merito alla vaccinazione anti SARS-CoV-2, ma ha introdotto una serie cospicua di restrizioni a chi non possiede il Green Pass, ottenibile con la vaccinazione oppure sottoponendosi ad un tampone (ref.). Queste limitazioni includono l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro con conseguente sospensione dello stipendio (ref.). Un lavoratore che, nel pieno del proprio diritto, sceglie di non vaccinarsi dovrà quindi decidere se perdere parte dello stipendio rimanendo a casa oppure perderla pagandosi i tamponi. In questo scenario, Natura Sì ha semplicemente deciso di coprire parte di queste spese permettendo ai propri dipendenti non vaccinati di continuare a lavorare. 
Qui faccio una pausa, così chi si è incazzato leggendo questa prima parte può prendersi del tempo per insultarmi e darmi del No Vax prima di leggere le argomentazioni successive (oppure no e tenersi l’opinione che si è fatto, non ci perderò il sonno).

Le ragioni che spingono Natura Sì a fare questa cosa probabilmente sono deprecabili. Non ho la possibilità di sapere con certezza le basi su cui hanno costruito questa decisione, può essere per una ricerca di mercato volta a collocare meglio il brand in una certa fetta di popolazione (chi non si fida di Big Pharma probabilmente è più propenso a comprare bio) o per una mossa di marketing che faccia girare il nome sulle prime pagine dei giornali. Forse il CDA del gruppo è composto da persone con una ferrea e radicata avversione ai vaccini o magari hanno fatto un banale conto della serva per cui spenderanno in tamponi meno di quanto gli costerebbe avere parte dei dipendenti a casa. Potrebbe essere un mix di tutte queste cose come nessuna. Non lo so. 
Quello che so è che nella mia personalissima scala di valori, il lavoro è un diritto e una scelta non è davvero tale se solo una delle opzioni mi consente di arrivare alla fine del mese con il cibo in tavola. Il Green Pass è una manovra ipocrita fatta da una classe dirigente che si rifiuta di fare il proprio lavoro (governare) ogni qual volta ne ha l’occasione, nascondendosi dietro provvedimenti subdoli. La mia posizione sul GP è dal primo istante la stessa espressa da Barbero giorni fa.
Lo Stato inoltre, secondo me, non può e non deve permettersi di sbandierare delle libertà fittizie, mettendo poi nelle mani dei cittadini l’onere di far valere vincoli anche molto severi che le contrastano. Non andava bene quando suggeriva di denunciare i vicini che si trovavano in più di sei in casa l’anno scorso e va ancora meno bene oggi quando chiede agli esercenti o ai datori di lavoro di far valere restrizioni severe che, oltre a mettere i cittadini gli uni contro gli altri, generano oltretutto un evidente conflitto di interessi.
Lo Stato ha tutti gli strumenti per valutare la situazione sanitaria e decidere se la vaccinazione spontanea sia sufficiente a garantire sicurezza. Se non lo è, serve l’obbligo vaccinale. Non è complicato, è lo stesso calcolo alla base dei semafori: lo Stato valuta insufficiente la capacità degli italiani di fermarsi spontaneamente agli incroci per evitare incidenti e quindi ci obbliga a farlo. 
As simple as that.

C’è tuttavia un altro fenomeno da analizzare, portato alla luce dalla questione Natura Sì, ed è nuovamente un’amara riflessione su come abbiamo veicolato il valore della vaccinazione. Nelle aziende si parla di “value proposition”, la leva da utilizzare per vendere un prodotto al cliente, ciò che lo rende interessante/appetibile esplicitandone la necessità e, di conseguenza, innescando il processo di acquisto.
Ora, io non sono esattamente la Ferragni e di marketing capisco davvero il minimo necessario a fare il lavoro che faccio, ma la posizione commerciale di un vaccino arrivato dopo 10 mesi di chiusure, vita azzerata e paura collettiva sulla carta sarebbe dovuta essere la più comoda possibile già in partenza, per poi diventare addirittura inaffondabile alla luce del fatto che funziona e la gente ha smesso di morire. Le persone avrebbero dovuto essere ultra felici di vaccinarsi per il loro bene e, onestamente, guardando i numeri della campagna vaccinale è stato largamente così per una vasta maggioranza di cittadini.
Ciò nonostante, siamo riusciti a far passare il vaccino come “sacrificio necessario”, con tutte le implicazioni nefaste che questo comporta se dato in mano ad una popolazione generalmente più impegnata a guardare cosa fa quello della scrivania affianco piuttosto che concentrarsi su quanto debba fare lui. Di conseguenza, a nessuno più interessa il fatto che essersi vaccinati è in prima istanza un bene per noi stessi nè ci interessa che chi non lo ha fatto debba comunque sottoporsi a continui controlli per garantire la propria e la nostra sicurezza. No, dobbiamo accanirci, quindi immaginarceli costretti a non lavorare ci dà quel brivido di vendetta che tanto ci piace.
Non a caso, una delle sostenitrici della linea Burioni è la sempre presente Selvaggia Lucarelli, già da anni prima punta della squadra (ammicco) che mira a colpire i cattivi dove fa più male, ovvero mettendoli nei guai al lavoro. E’ un metodo fascista, non so come altro definirlo, e a me i metodi fascisti fanno tendenzialmente schifo anche quando usati su persone che hanno sbagliato, a prescindere dalla gravità del loro sbaglio. Mi fa quasi strano doverlo ribadire: l’obbiettivo è uno Stato che si occupi in prima persona di dettare le regole, farle rispettare e punire chi non le rispetta, scevro dalla spinta della vendetta o della ritorsione che umanamente muove noi semplici cittadini.

Chiudo con un’ultima nota, già che ho la vena pulsante, e proprio perchè dettata dalla foga del momento concedetemi la sua natura benaltrista.
In un anno e mezzo di emergenza COVID non ci è mai interessato boicottare le aziende che non garantissero la sicurezza sanitaria necessaria sul posto di lavoro, nè ci è interessato che lo Stato se ne occupasse. Non ci è mai interessato boicottare le aziende che si sono opposte al telelavoro pur non avendo esigenza nel riportare i dipendenti in uffici poco sicuri o comunque più proni al generare focolai. Non ci è mai neanche interessato boicottare le aziende che hanno usufruito degli ammortizzatori sociali derivati dal COVID in modo improprio, contribuendo ad impoverire uno Stato che già arranca nel sostegno di chi ha davvero sofferto l’inferno per l’intera pandemia.
In tutti questi casi il nostro sdegno non era necessario.
Che lo diventi ora, innescato da un’azienda che investe il proprio denaro per il benessere dei propri dipendenti senza intaccare in nessun modo la sicurezza dei propri clienti o del proprio personale, secondo me, è davvero un brutto segnale.

Un’altra occasione persa per uscirne migliori.

Le vacanze in Italia

Sono una merda.
No, non è vero. Il problema è più che altro mio, le soffro, per una serie di fattori soggettivi, ma non sempre opinabili. Volendo partire dai dati oggettivi, essere forzati a viaggiare nel nostro Paese ha due limiti enormi, specie per chi come me è vincolato a fare il grosso delle proprie ferie le due settimane centrali di Agosto.
Il primo è di carattere economico.
Ho letto in giro che nella prima estate post-COVID le strutture nazionali hanno tutte implementato un “adeguamento” dei prezzi al rialzo, vuoi per massimizzare gli introiti dopo una stagione disgraziata, vuoi per approfittare della mancanza di alternative per i viaggiatori. Non so se questa cosa sia vera o vada annoverata tra le leggende dell’internet. L’unica struttura italiana che frequento routinariamente da diversi anni non ha alzato i prezzi, ma io ci vado a Giugno e, soprattutto, un singolo esercente non fa statistica. Quel che posso dire di mio invece è che tra l’anno scorso e quest’anno ho adattato le mie vacanze al contesto sanitario facendo viaggetti piccoli in diverse regioni italiane e, di certo, i prezzi in Agosto sono fuori da ogni logica comprensione, semplicemente non competitivi con qual si voglia alternativa estera paragonabile. Questo credo sia un fatto.
Il secondo limite invalicabile delle vacanze in Italia in Agosto è il traffico.
A meno di volersi muovere in aereo, cosa applicabile solo per le grandi isole o il profondo sud, andare in vacanza in Italia implica prendere la macchina e fare ore di coda. Quest’anno ho avuto la malaugurata idea di partire lunedì 9/8 per la riviera e ho impiegato tre ore per arrivare da Gessate a Parma. Volevo morire. Ok, ho preso un caso limite, ma in generale che si tratti di andare al mare in Liguria, in Toscana o in Romagna come di optare per le montagne di Valle d’Aosta o Trentino, toccherà mettersi l’anima in pace e fare almeno un po’ coda. Sempre.
Più dei costi, per me questo è il deterrente maggiore.
Per finire, ci sarebbe una mia tendenza personale al viaggio che è proiettata in tutt’altra direzione.
Per me viaggiare, in questo momento, vuol dire andare lontano. 
E’ una questione psicologica, ma fatico a definire viaggio qualcosa che non implichi studio, organizzazione, pianificazione e dieci fottutissime ore di aereo. Non è che pensi che il nostro Paese non abbia niente da offrire eh, non sono idiota, è che ho questa idea per cui di stare in zona avrò tempo più avanti, che finchè posso e riesco sia meglio provare a spaziare. Per questo, per me, le vacanze in Italia semplicemente non sono vacanze, sono un placebo.
Che, come sicuramente ormai saprete anche voi, a volte fa comunque effetto.
Tipo:

La mia settimana in Val Gardena è stata stupenda.
E’ vero, probabilmente è la valle del Trentino coi prezzi più alti in assoluto e con la maggior affluenza di turisti, ma volendo usare il rasoio di Occam sono portato a pensare che probabilmente siano conseguenze del fatto che è la valle più bella. Il panorama offerto nella foto qui sopra, scattata all’Alpe di Siusi, se la gioca tranquillamente con i migliori parchi naturali americani. Esci dalla cabinovia che ti porta su e rimani letteralmente senza parole. 
In sette giorni abbiamo fatto diverse passeggiate, dalle più semplici alle più difficoltose (più che altro per i bambini), e l’offerta è davvero variegata e capace di soddisfare tutte le esigenze. Senza contare la grande attenzione che hanno per le famiglie ed i bambini. Occhio, non parlo dei faraonici Family Hotel che si possono trovare da quelle parti e che spesso hanno prezzi fuori dalla grazia di Dio, parlo delle piccole cose, del fatto che ogni 500 metri ci sia un parco giochi o che ogni rifugio/malga abbia attività per i piccoli all’aperto, così come del fatto che siano tutti disponibilissimi a venire incontro alle esigenze alimentari dei più piccoli. Insomma, la Val Gardena è un posto che consiglierei a tutti e che vale i (non proprio pochi) soldi spesi per andarci.
Discorso analogo, anche se completamente diverso, vale per la Romagna.
Non ero mai stato in riviera in estate e, in tutta sincerità, mai avrei pensato di andarci, eppure esserci passato due giorni mi ha immediatamente fatto capire perchè sia un posto così frequentato nonostante il limite oggettivo di quel che può offrire in termini “naturalistici”. Le persone sono stupende. Ristoratori, albergatori, negozianti: ognuno di loro ti tratta come se fossi il più prezioso dei clienti o il più affezionato, anche se ti fermi solo per un giorno o due. Le strutture non sono per forza sfarzose (ne esistono di super anche lì, ovviamente, ma se trovo assurdo spendere tantissimo per un posto bello come la Val Gardena, potete immaginare cosa pensi all’idea di spendere 3K euro a settimana per stare a Rimini), ma sanno essere accoglienti ed offrire quel che davvero conta: qualità e cortesia. In due giorni ho mangiato benissimo spendendo cifre con cui a Milano se va bene prendi una pizza. Certo, se si cerca la tranquillità una spiaggia chilometrica dove ogni bagno conta 400 ombrelloni forse non è the place to be, io avevo costantemente paura di perdere i figli in spiaggia per dire, ma credo sia più questione di abitudine. E c’è la questione mare, che non è terribile come immaginavo, ma che è pur sempre noto per essere quel che è. Sapete cosa però? Non è peggio del mare che ho trovato l’anno scorso nella ben più acclamata Toscana.

E infatti oltre alle note positive, ci sono le note tristemente negative.
Dodici mesi fa infatti, cercando di far fronte a tutte le limitazioni vigenti, ma volendo comunque evitare di fare tutto Agosto a Gessate, abbiamo fatto una settimana a Marina di Castagneto Carducci e posso tranquillamente dire che il mare è una merda tanto quanto quello della Riviera, con la differenza del fatto che non te lo aspetti prima di partire (noi, almeno). In più, il trattamento ricevuto lo scorso anno lo definirei ligure e spero sappiate tutti che, per quanto mi riguarda, la Liguria se la dovrebbe prendere il mare.
Tre esempi, conscio del fatto che anche in questo caso una singola esperienza pesi il giusto:
1) Prenoto appartamento da 4 posti letto, precisando le età dei due figli (Olivia aveva 2 anni e mezzo). Arrivo e vedo che Oliva ha un normale letto ad una piazza, da cui sarebbe probabilmente caduta ogni singola notte. Quindi chiedo se al posto di quello si potesse avere una culla. Risposta: “Certo, sono 15 euro a notte.”. Dopo aver provato a spiegare che in quel caso avrei preso un appartamento da tre posti letto con culla aggiunta, risparmiando parecchio, ma che in fase di prenotazione non mi era stato concesso farlo, l’unica cosa che sono riuscito ad ottenere è stata una spondina per il letto in questione.
2) L’appartamento era in un campeggio sul mare, il cui parcheggio stava 2km nell’entroterra. Per muoversi dalla macchina a casa, serviva la navetta. Lo sapevamo e quindi ci eravamo informati perchè ci fosse una tavola calda interna a cui prendere da mangiare. Il problema è che il cibo andava prenotato per forza di cose la mattina, per tutto il giorno. Coi bambini, almeno coi miei, non è mai chiaro quanto mangeranno e quindi, per evitare sprechi, noi stiamo sempre indietro e al limite mangiamo meno io e Paola. Un giorno però, particolarmente affamati, Olivia e Giorgio hanno spazzato tutta la cena, lasciandoci a digiuno. Ho chiamato per chiedere se potessi avere una margherita. Una singola cazzo di pizza margherita del cazzo. Risposta: “Eh no, ormai è tardi”. Erano le 19:30.
3) Un giorno, giovedì per la precisione (quindi neanche weekend) abbiamo pensato potesse essere bello cenare fuori. Ho chiamato 17 ristoranti. DICIASSETTE. Tutti pieni, primi posti liberi due settimane dopo. Per me, un posto dove non posso decidere di uscire a cena l’indomani, non è vacanza.
Non so se sia stata un’esperienza sfortunata o cosa, ma l’impressione generale è che la Toscana si sia un po’ troppo abituata, almeno in estate e nelle località più gettonate, ad infiocinare turisti stranieri che non mancheranno mai, never ever. Quindi perchè sbattersi ad essere accoglienti? 
Per quel che vale, non scommetterei sul mio darle una seconda possibilità.

Tirando due somme quindi, l’Italia è il Paese che amo, dove ho le mie radici etc. e sa offrire tantissimo ad ogni livello. Non so se sia davvero il Paese più bello del mondo, ma ce n’è tantissimi più brutti di sicuro, così come non so se sia dove si mangi meglio in assoluto, ma di certo in almeno mezzo mondo si mangia peggio. 
Io però spero davvero di poter tornare a fare le vacanze che mi piace fare, presto. 
Magari già da questo inverno.
Ammicco ammicco.

 

Grazie di tutto Gino

Ogni tanto vengono al mondo persone straordinarie.
Gino Strada era una di queste persone. Inutile stare qui a scrivere di quel che ha fatto, di quanto sia stata importante la sua figura ed il suo messaggio per tutti noi che lo abbiamo vissuto. Non servo io per celebrare il personaggio.
Io posso solo piangere la sua perdita, prendendo atto di quanto il mondo avesse bisogno di uno come lui e di quanto l’umanità si sia impoverita con la sua morte.
Sei stato una persona straordinaria, una di quelle che vengono al mondo ogni tanto, ma che purtroppo come tutte le altre ad un certo punto sono costrette ad andarsene.
Solo che tu lasci un vuoto enorme.

Il mio MVP

Questo post non vuole togliere nulla alla grandissima prestazione di Giannis e dei Bucks, il loro è un titolo ultra meritato coronato da una prestazione dominante del greco.
Niente da dire, bravi.
Per una stagione però io ho visto il mio giocatore preferito di sempre inserirsi per l’ennesima volta nel contesto in cui lo hanno messo, senza un piagnisteo. L’ho visto prendere un gruppo promettente e farne una squadra vera, portandola fino a 2 vittorie dall’anello che insegue da tutta la carriera. L’ho visto giocare un basket pazzesco contro la sua età e contro il suo fisico.
Purtroppo l’ho anche visto perdere.
Qualcuno dice che il gruppo è giovane e che possono riprovarci il prossimo anno, ma secondo me quello appena perso è un treno che passa una volta sola. 
Ci sono tantissimi se nella carriera di Chris Paul, ma credo ce ne siano altrettanti nelle carriere degli altri e trovo quasi offensivo nei suoi confronti fermarsi lì. Il fatto che non sia il titolo a definire un campione spesso è retorica da perdenti, ma per quel che vale per me sarebbe stato impossibile amarlo più di quanto lo ami già, anche avesse vinto l’anello.
Solo cuori per te, Chris.
Ricordo le nottate della primavera 2008. Vivevo da solo da pochi mesi e passavo le notti sveglio a cercare siti pirata per vederti giocare quei playoff senza senso, quelli in cui hai portato i maledetti Spurs a gara 7. Da allora, ogni volta che stai sul parquet, per me è la stessa cosa e nella testa c’è un solo grido: “MVP! MVP!”

A(nother) Twitter story

Esatto, è ancora quel momento dell’anno in cui mi lamento di una roba capitatami su twitter, ma a questo giro di giostra il finale è più triste del solito quindi mi scuso da subito per eventuali derive lagna che il post potrebbe prendere.

Partiamo dai fatti.
In serata ricevo un messaggio privato (DM) da un account che non conosco. Twitter mi chiede se voglio accettarlo, così verifico di chi si tratta e noto che ha follower in comune alla mia bolla. La cosa mi è sufficiente a dare luce verde.
È una tipa (ipotizzo dal contesto) che mi chiede se posso girarle la risposta ad un suo stesso tweet, perché lei non riesce a visualizzarla. Dice di aver chiesto il mio aiuto perché quella risposta misteriosa dovrebbe arrivare da un account che io seguo e che quindi dovrei poter vedere.
Mi pare una roba innocua, così vado a controllare il tweet e, notando fosse palesemente formulato per arrivare a destinazione, lo inoltro alla tizia (sempre via DM).
Per aiutarmi nella cronaca, inizio ad allegare gli screen della discussione, ovviamente tutelando l’identità di tutti i coinvolti.

A posto, penso.
Invece la tipa mi butta lì un commento che io fraintendo. Mi dice: “una roba da denuncia” e io penso si riferisca al fatto che le ho girato un contenuto che forse l’autore non voleva le arrivasse, quindi smorzo. Le spiego che secondo me è tutto ok, anche se effettivamente inizio a pensare che avrei dovuto evitare e a come scusarmi con l’altro utente coinvolto per questa ingenuità che sarebbe meglio definire minchiata.

A questo punto mi ringrazia, ma attacca a dirmi robe nel merito della faccenda a cui quei due tweet fanno riferimento. Lo fa alzando i toni, facendo accuse anche gravi. Non sono il più smaliziato tra gli esseri umani e anzi tendo ad essere naive nel mio approccio: “ma sì aiutiamo una sconosciuta, che può mai andare storto?”, eppure a questo punto mi è chiaro si stia scivolando in questioni che non solo non mi riguardano, ma in cui non voglio proprio finire. Di conseguenza cerco di sganciarmi.
La tipa però decide che sono automaticamente un complice di non so bene cosa, perché sono un maschio.
Pare superfluo dirlo, ma non sto omettendo nulla eh, la sequenza dei messaggi è integrale.

Qui è dove mi incazzo. Non sto a giustificarmi, è evidente che ho over reagito, ma sono attacchi per cui tendo ad avere il nervo scoperto. Quindi bestemmio e le faccio presente che il mio unico ruolo nella vicenda, al massimo, è aver aiutato lei (donna) e che quindi quell’insinuazione sul cameratismo maschile se la sarebbe potuta tranquillamente risparmiare.
Lei insiste.
Io recupero la calma e con un secondo gruppo di messaggi, questa volta educatamente, le spiego meglio perché mi sono incazzato.

A questo punto lei mi blocca.
Ci sta (nel senso, me lo aspetto) e faccio altrettanto, per quella legge non scritta secondo cui non blocco mai nessuno per primo, ma trovo legittimo tutelarmi quando qualcuno blocca me impedendogli da lì in poi di farsi i fatti miei.
Tutto finito, pensavo.
Nulla di che.

#Einvece.
Qui comincia la parte davvero noiosa e brutta della faccenda.
Oltre a bloccarmi la tipa chiude il suo account rendendolo visibile solo ai suoi follower e inizia a postare roba su di me. Mi accorgo che qualcosa non va perché vedo che un mio tweet inizia a fare numeri di interazioni fuori scala per i miei (bassi) standard. Vedo che qualcuno sta retwittando roba mia, ma senza che io possa leggere i commenti che mi vengono tirati addosso.
Capito la magia?
Twitter tutela la privacy di chi mi sta insultando, non fosse che lo sta facendo per una platea di quasi sette mila utenti e senza che io possa non dico intervenire, ma anche solo esserne consapevole. Lo scopro perché fortunatamente nella mia bolla ci sono persone che hanno il buon cuore di mettermi a conoscenza della situazione.
Ti starai chiedendo: scusa, non l’avevi bloccata?
Esatto, ma a differenza sua il mio account è (ormai era) pubblico. Di conseguenza gli utenti che ho bloccato possono vedere i miei tweet, se accedono con un altro account o senza fare login, e una volta copiati gli url possono usarli per darmi addosso senza vincoli di sorta e, ribadisco, senza che io abbia modo di saperlo se non in via ultra indiretta e per intercessione di qualche buon’anima.
Ed è quello che ha fatto ‘sta tipa.
Di tutta la conversazione avuta ha postato il solo messaggio in cui bestemmio e mi incazzo, con a corredo un mio tweet che non la cita, ma che viene usato strumentalmente per costruire una narrazione e darmi in pasto ai suoi.
Che figata, vero?

Veniamo all’epilogo. Per fermare quest’onda di merda sono stato costretto a rendere privato il mio account Twitter. Ora, non ho mai avuto la pretesa di twittare roba che avesse rilevanza, ma lo scopo principale che mi teneva su quel social era poter interagire potenzialmente con chiunque, cosa che ora non posso più fare perché chi non mi segue non può leggere ciò che scrivo. Di fatto, per me è una perdita grossa, mi è stato tolto un pezzetto di vita a cui tengo e per questo sono parecchio incazzato.
Ho segnalato la cosa a chi di competenza, ma non ho grosse speranze di ottenere qualcosa.
Il nervoso mi porterebbe ad allungare questo post di altre mille battute tra cose che non penso davvero e argomenti che non sarei in grado di esporre lucidamente, ritrovandomi a spostare un focus che mai come questa volta vorrei fosse chiaro.
Possiamo discutere su quanto grave sia quello che mi è successo, non ho la pretesa che la percezione da fuori possa collimare con la mia, ma credo non ci sia da discutere sul fatto che sia un abuso.

EDIT: dopo dodici ore di delirio, i tweet che mi hanno portato a chiudere il profilo sono spariti. Non so se per via della mia segnalazione o per decisione dell’autrice, ma preferisco pensare sia il secondo scenario. L’importante è che credo di poter riaprire il profilo, che è l’unica roba che mi interessi davvero fare.

Insistimooos

Battere la Spagna non è come battere la Francia, tantomeno la Germania, eppure c’è una ragione cristallina per gioire di questo risultato.
Più della loro superiorita autoreferenziale, più del guardiolismo, del tiki-taka e del falso nueve, persino più dei tormentoni estivi e degli annessi bailamos e, vi giuro, più della casa di carta.
La ragione giusta per esultare come un forsennato quando Jorginho ha tirato quel rigore pornografico alle spalle del loro portiere è una sola.
Gli Ska-p. 

Una donna promettente

Quasi una settimana fa sono tornato al cinema dopo il lunghissimo stop imposto dalla pandemia e l’ho fatto per andare a vedere Promising Young Woman, vincitore dell’oscar per la miglior sceneggiatura nonchè primo film di Emerald Fennell.
Mi è piaciuto molto ed è circa una settimana che cerco di trovare il tempo per buttare giù un paio di righe in merito, proprio perchè credo ne valga la pena. Nel farlo potrei usare degli spoiler, ma cercherò di segnalarli tramite la gigantesca scritta SPOILER.
Prima di leggere io fossi in voi me lo guarderei, in ogni caso.
Ora metto qui il trailer e poi via alle riflessioni.

Questo film secondo me ha tre punti di forza.
Il primo è ovviamente la scrittura, ma non tanto per la storia che il film racconta, quanto per la prospettiva da cui ce la mostra. C’è un evidente dissonanza infatti tra il vivere le vicende con gli occhi della protagonista e la loro rappresentazione con taglio tremendamente “maschilista”. E’ complesso da spiegare quindi mi aiuto con qualche SPOILER. La storia racconta di una ragazza, Cassie, che ha perso un’amica a causa di un trauma che non ha mai superato, ovvero l’aver subito un episodio di violenza durante una festa. L’equivalente di quello per cui è indagato il figlio di Grillo, per intenderci. Una vicenda che non solo ha spezzato la vita della sua amica, ma che ha anche sconvolto la sua, portandola a mollare una promettente carriera in medicina. Di contro, i colpevoli non hanno avuto alcuna ripercussione e sono andati avanti per la loro strada. I maschi, ovviamente, ma anche le donne che hanno finto di non vedere, piegandosi a quella situazione (non fatemi scrivere ancelle del patriarcato, ma quello è). A Cassie tutto questo non va giù e così decide di vendicarsi nei confronti dei responsabili, ma anche di combattere in prima linea la cultura degli abusi sulle donne.
Perchè dico che tutto viene presentato con taglio maschilista? Perchè il film è costruito con il linguaggio del thriller per tutto il tempo e anche se quasi subito scopriamo che la vendetta di Cassie, per quanto efficace, non sia nulla di criminale o illecito, il tono è sempre quello che nei film normali si usa per descrivere le gesta degli psicopatici. Tu sai che Cassie non è una pazza maniaca, ma ad ogni successiva svolta pensi possa fare qualcosa di pazzo/violento/truce perchè il film ti porta a pensarlo. Perchè una donna che si ribella è una pazza.
Lo so, scriverlo è come spiegare una barzelletta, però l’effetto cinematografico di questa scelta di scrittura ha un impatto pazzesco. Soprattutto, altro GRANDE SPOILER, nel finale, dove la musica e il montaggio sono quelli tipici di un happy ending e a te sembra una vittoria il fatto che una tizia sia stata ammazzata male per provare qualcosa che già avrebbero dovuto sapere tutti.

Il secondo punto di forza del film è la protagonista, personaggio solidissimo e veramente ben caratterizzato, interpretato in maniera superlativa da Carey Mulligan. Tempo fa avevo visto un pezzo di stand up di Daniele Fabbri (qui il link, ma avviso che contiene una bestemmia) che punta proprio sul fatto che le donne non dovrebbero avere paura degli uomini. E’ un pensiero che ho sempre condiviso. Non perchè gli uomini non siano pericolosi, ma perchè ritenevo la narrazione del pericolo che una donna corre nell’uscire di casa sovradimensionata rispetto al pericolo reale. Discorso spinoso che non ha senso dibattere qui, ma in generale quello su cui il personaggio di Cassie mi ha fatto pensare è che la donna forte, che non ha paura degli uomini e che anzi tiene testa ai loro abusi, probabilmente 9 volte su 10 si risparmia grandi spaventi e trasforma potenziali molestie in umiliazioni del proprio carnefice wannabe, ma in quel caso su 10 in cui di fronte si trova un uomo davvero pericoloso, purtroppo, si espone a cose che altrimenti avrebbe evitato. E’ un discorso orribile da fare, razionalmente, ma di cui è impossibile negare l’attendibilità. Un discorso che questo film ti butta in faccia senza pietà. Cassie è disposta a correre quel rischio per provare una tesi, ma posto sia una decisione che in un mondo giusto nessuna donna dovrebbe prendere, quante donne sono consapevoli di essere costrette a doverla affrontare su base quotidiana? Cassie non è solo un modello, Cassie è anche la fotografia di quello che implica essere un modello, nel bene e nel male, senza filtri.

Il terzo punto di forza del film è la confezione. Ho adorato la regia, la fotografia, le musiche e tutto quello che riguarda la messa in scena di questa storia. E’ un gioiellino che non ti distrae mai dal contenuto, ma che sa prendersi i suoi spazi quando la storia respira e puoi fermarti a prestare attenzione. Per me davvero un bellissimo film, audiovisivamente parlando, da cui cito su tutte la scena dell’arrivo al cottage di Cassie versione infermiera stripper, sulle note di una versione pazzesca e dissonante di Toxic che è trasposizione perfetta in musica di tutto quello che questo film vuole essere.

Ed ora, dopo i tre punti di forza, chiudo con l’unico difetto che ho trovato al film, che è la rappresentazione degli uomini. Tutti i personaggi maschili del film sono negativi e ci sta, è proprio parte centrale del discorso scardinare il #NotAllMen autoassolutorio quindi capisco il tiro, ma da uomo secondo me si è calcata troppo la mano ottenendo forse l’effetto opposto, ovvero il rischio che lo spettatore maschio non ci si identifichi e sia facilitato a derubricare la rappresentazione a “va beh, quelli sono stronzi, mentre io no.”, che è proprio la base su cui si costruisce quel tipo di risposta. Se vuoi mostrare che tutti gli uomini sono co-responsabili e farli sentire tali mentre li prendi a sberle col tuo film, devi secondo me essere meno tranchant nella rappresentazione così da accendere qualche lampadina in più nella testa di chi guarda. Parere ovviamente personale.

Il punto cruciale però resta questo: Promising young woman è davvero un bel film e dovreste guardarlo tutti.

PS: c’è stata tantissimo dibattito attorno al doppiaggio italiano per Laverne Cox, ma a costo di sembrare Capitan Ovvio, vederla sullo schermo doppiata da una voce femminile fa tutta la differenza del mondo ed è un altra bella sveglia sul tema, più forte di mille articoli di giornale.