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Il women-only moshpit

Diocristo.
NO! Fermi tutti, qui non è lo spazio per le battute tranchant che indispongono le persone migliori (di me), qui vorrei provare a fare un ragionamento.
Partiamo quindi col dare un contesto: qualche giorno fa ad un concerto dei Sex Pistols è stato chiamato dal palco un ladies moshpit, ovvero un momento in cui solo le ragazze potessero buttarsi nel pogo. Poi è successo che un tipo ci si è infilato in mezzo comunque e Frank Carter (che è il cantante dei Sex Pistols, a differenza di quanto potrebbe pensare Johnny Rotten) se l’è sbranato vivo (ref.).
Andiamo per gradi. E’ un problema per me che ai concerti ci sia un momento dedicato alle ragazze in cui si cede loro il centro della scena? Ovviamente no.
E’ piuttosto superficiale e comodo però fermarsi lì e sostenere che il punto sia quello.
Il moshpit, o pogo se siete anziani come me, è un modo di vivere i concerti in cui ci si butta gli uni contro gli altri in maniera “violenta”*. A vent’anni per me era l’unico modo di vivere il concerto, ma poi ho facilmente realizzato che non è così e oggi che ne ho 45 io di finire nel pogo non ne ho mezza e i concerti me li guardo bello fermo fuori dal pit. Fino a che ci sono stato dentro però, ho sempre convissuto con le regole base della situazione, che sono:
1) Niente gomiti alti o atteggiamenti volti a fare intenzionalmente male.
2) Se qualcuno cade o è in difficoltà, lo si aiuta.
In virtù di queste regole non scritte, ma largamente applicate, nei pit che ho frequentato io le ragazze che avevano voglia di pogare ci sono sempre state. Forse, anzi sicuramente, dipende anche dal fatto che ho sempre frequentato una scena particolarmente inclusiva nei fatti, più che a parole. Probabilmente ai concerti metal per giovani fascisti la situazione era diversa, ma dubito questo nuovo trend possa risolvere il problema ai concerti metal per giovani fascisti, quindi starei in topic. La mia premessa indica che TUTTE le ragazze che volevano pogare, effettivamente pogassero? No. C’era chi provava e trovava la cosa troppo estrema per lei, chi neanche provava perchè aveva paura (visto da fuori il pogo fa legittimamente paura anche ai maschi, all’inizio. A me sicuramente.). Pogare o meno è sempre stata una scelta, non c’è mai stato gatekeeping o selezione all’ingresso.
Aggiungo che, sempre nella mia esperienza, non ho mai visto nascere dal basso situazioni che andassero nella direzione proposta da Frank Carter. A qualsiasi concerto oltre al pit fronte palco nascono situazioni di piccoli pit satellite. Non lo so, nella mia testa se le ragazze volessero uno spazio per pogare tra loro, avrebbero provato a crearselo. E magari lo hanno fatto e lo fanno tutt’ora, senza bisogno che qualcuno dal palco gli dica come e quando.
Perchè se si va un po’ più in profondità di questa cosa siamo sempre dalle parti di un uomo che dice alle ragazze quando e se possono pogare. Non mi sembra una grande conquista. Se deve esserci “libertà totale” delle ragazze ai concerti, potranno anche scegliere su quale pezzo dare di matto o glielo dobbiamo dire noi? Come la gestiamo? L’unico VERO passo che vedo in una direzione di accessibilità vera del diritto di moshpit (diocristo) sono concerti ladies only. Se mi parlate di quello posso starci, nel senso che vedo la logica, altrimenti per me è una buffonata fatta solo per darsi la posa da paladino dei diritti a costo e impatto zero.
Il moshpit ladies only è un ghetto, non è inclusione. E questo è il primo concetto che volevo passasse con il mio pezzo.

Adesso apro ancora un po’ il tiro del discorso. Quando tratto questi argomenti, si finisce subito a tirare fuori il concetto di privilegio, che però è un concetto che spesso si trova proprio sul confine tra il cherry picking e il benaltrismo. Spiego. Io sono un maschio, bianco, etero. Ok. L’elemento che di solito manca dal quadro di definizione è ricco. E manca non perchè ci sia una qualche remora nel definire privilegiati i ricchi, ma perchè collocarci a livello economico ci forza a prendere in esame la questione “contesto”. Su scala globale, il mio privilegio è perfettamente sovrapponibile a quello di una qualsiasi donna bianca etero. Nel contesto italiano ovviamente no, ma guardando dentro questo sottoinsieme una donna bianca etero ricca ha sicuramente più privilegi di quanti ne abbia io che sono maschio, ma faccio parte della working class. Tutto questo preambolo non è per dire che, quindi, il privilegio non esista. E’ per dire che il fatto che le donne in Italia abbiano un indiscutibile gap rispetto agli uomini non implica che questo gap sia presente e rivendicabile in ogni contesto, come ad esempio all’interno dei concerti punk. Anzi, l’idea di base di dover pretendere parificazione di trattamento in ogni contesto a prescindere da quali siano le ragioni della disparità rischia di assumere le connotazioni del capriccio. Che, paradossalmente o forse no, è il comportamento che hanno gli esseri umani privilegiati per definizione: i bambini. Persone che godono di talmente tanti benefici, da pensare che tutto sia loro dovuto al punto di fare scenate quando qualcosa viene loro negato. Senza fermarsi a riflettere su quando quell’impedimento sia effettivamente legato alla volontà di qualcuno e non, semplicemente, ad un limite contestuale.
Per questo il women-only mosh pit non è manco per il cazzo accomunabile alle quote rosa della politica.
Il meccanismo è il medesimo, ma nel secondo caso serve a forzare un sistema scientemente iniquo e disparitario, nel primo no. Il pogo per sole donne è molto più simile ad un campionato di basket per persone sotto il metro e sessanta. Nessuno vieta a quelli bassi di giocare a basket, ma nessuno andrebbe al campetto a lamentarsi o pretendere che quelli alti gli lascino spazio. Perchè, mi sembra lunare doverlo precisare, avere accesso alla rappresentanza politica ha un peso completamente diverso dal poter pogare con la certezza di non essere più gracili degli altri.
Respiro, che mi sto innervosendo.

Credo di aver concluso la parte di mansplaining, ora mi dedico al punksplaining (termine di cui rivendico la paternità in tempi non sospetti e che di massima riassume tutti quegli atteggiamenti che altrimenti ci troveremmo a definire come “Manuel Agnelli”).
Sul finire degli anni novanta mi piaceva andare ai concerti delle Pornoriviste. Con il mio amico Max ancora ridiamo pensando ad una scena successa al Rainbow di Milano, quando durante il pezzo “Cosa Facciamo?“** il gruppo si era incazzato per le persone che salivano sul palco. Ok.
Il tipo che durante il women-only moshpit si è infilato in mezzo è con ogni probabilità un coglione, ma possiamo dire che se c’è un concetto punk è la disobbedienza? Essere punk non vuole necessariamente dire comportarsi da stronzi, ma io ci vorrei parlare prima di decidere che è un cretino solo perchè dal palco la figura più di potere dentro la stanza si è sentita di umiliarlo. Sulla base del fatto che non si è uniformato obbedendo ai suoi ordini, oltretutto. E’ un coglione, ma perchè  è entrato comunque nel pogo?
Perchè odia le donne e voleva dimostrarlo? Ok, è un cretino.
Perchè voleva toccare qualche culo? Sempre cretino.
Perchè ha pensato esattamente tutte le cose che ho scritto sopra e deciso di non allinearsi? Ancora cretino se volete, no problem, ma dove cazzo deve sentirsi in diritto di manifestare dissenso se non è più tollerabile manco ai concerti dei cazzo di Sex Pistols?
Io, per il carattere che ho, probabilmente non lo avrei mai fatto. Me ne sarei stato per i cazzi miei e, al massimo, sarei venuto a casa a blaterare sul mio blog. Perchè io sono quello che si incazza e non dorme, ma poi tutte le storture che vede nel mondo e che la società gli chiede di accettare le affronta abbassando la testa, provando a schivare e cercando di fare il meglio per se stesso. Io non sono punk, ecco. Ma se ne dovessi indicare uno tra Frank Carter e il coglione di cui sopra, forse indicherei il secondo.
Ultimo blocco, giuro.

C’è un tema che vedo sempre più spesso affiorare trasversalmente da diversi ambiti ed è quello dell’inclusione. E’ una roba che avrò scritto diverse volte, quindi magari mi sto ripetendo (scusate), ma una società inclusiva non è un posto dove tutti hanno accesso a tutto, indiscriminatamente. Quella è utopia e, volendo, se proprio dobbiamo sognare ce ne sarebbero di più radicali da scegliere. Una società inclusiva è un posto dove tutti possono fare tutto, ma non necessariamente insieme, simultaneamente o in barba alle differenze individuali che esistono e non si possono/devono cancellare.
Se un ristorante sceglie di non accettare i bambini, gli animali o i neri in una via con altri 10 ristoranti in cui queste categorie possono entrare e mangiare senza problemi non c’è un problema di discriminazione. C’è una scelta di mercato e selezione della clientela che può non piacerci, ma che abbiamo facoltà di osteggiare andando altrove. E’ lo stesso principio del ristorante che mette una carbonara a 40 euro, tra l’altro. Non sta apertamente dicendo “i poveri non possono entrare”, ma quello è e nessuno di noi si sognerebbe di trovare la cosa discriminatoria. Anzi, siamo alla follia per cui è diventato un plus, ma non voglio divagare più di quanto stia già facendo.
La discriminazione c’è quando lo Stato legifera che nessun ristorante deve accettare bambini, animali o neri.
Dobbiamo fare pace con questa differenza sostanziale, a mio avviso.

* Se mai Il Post volesse altri contenuti spiegati bene, può scrivermi.
** Se non aprite il link e non conoscete il pezzo devo spiegare: il ritornello urla “Noi facciamo quel cazzo che vogliamo!”.

EDIT: il tipo dei Pistols è Frank Carter, non Turner. Mi sono sconfuso.


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Proviamo a pubblicare: ep. 8

Mi sono reso conto che non aggiorno questa rubrichetta ormai da luglio e che questo possa portare chi la segue ad avere una visione distorta della situazione in cui mi trovo con la pubblicazione dei miei fottuti pirati. Che è una situazione positiva, al momento, solo non positiva quanto mi sarei aspettato potesse diventare in questo lungo lasso di tempo. Così ho continuato a rimandare questi update dicendomi: “Non voglio scrivere oggi una roba per poi magari doverla smentire/correggere/aggiornare tra una settimana. Aspetto.”
Così è passato agosto, poi settembre e ora che siamo ad ottobre mi sembra di essere rimasto fermo al palo da una vita.
Non è così.
L’ultima volta vi dicevo che una casa editrice piccola e indipendente mi aveva scritto perchè il romanzo aveva superato una prima selezione interna e che sarebbe stato rivalutato per procedere con una seconda valutazione più approfondita, volta a valutare la possibilità di offrirmi un contratto di pubblicazione.
Le cose lì sono andate avanti.
Anche la seconda selezione sembrerebbe aver portato ad un esito positivo e ho avuto un contatto con chi gestisce la CE per parlare di come procedere con la pubblicazione. Abbiamo perfino fatto una prima prova di editing del romanzo: in pratica mi hanno mandato una proposta di revisione del prologo per mostrarmi come piacerebbe loro mettere mano al testo e aiutarlo/mi a venir fuori migliore.
Era un aspetto che mi terrorizzava, quello dell’editing. Avevo il forte timore di ritrovarmi un testo stravolto, completamente rimasticato e di cui potessi faticare a percepire la paternità. L’ho anche detto a M. durante il nostro primo colloquio telefonico, in maniera trasparente, e lui si è mostrato disponibilissimo ad andare per gradi.

“Ti mando una proposta per mostrarti come lavoro. Se ti piace proseguiamo, altrimenti amici come prima.”

Ribadisco: ero molto spaventato da cosa avrebbe potuto arrivarmi indietro. Sono tornato ai giorni i cui attendevo la correzione di un esame universitario e non è una sensazione di cui sentissi particolarmente la mancanza. Ero convinto sarebbe potuto arrivare un responso durissimo, di quelli che ti fanno capire di esserti illuso di saper fare una cosa che, invece, non sai fare.
Invece no.
Il testo che ho ricevuto aveva in larga parte ottimi spunti, cose che a leggerle ho proprio pensato: “Ma certo, perchè non l’ho scritta io direttamente così?”. Nulla di troppo radicale, nè per la forma nè per la sostanza. E’ stato un sollievo enorme. Certo, c’erano un paio robe (ma davvero due di numero) che secondo me non erano a fuoco, ma penso sia normale. In entrambi i casi si trattava di piccole note di colore che non fittavano particolarmente con l’immagine che io avevo in testa per la scena. Tutti aspetti di cui sono ultra disponibile a discutere.
Quindi ho risposto dicendo: “Ehi, la revisione mi piace. Secondo me possiamo lavorare insieme.” e da quella mia risposta è passato giusto giusto un mese.
Siamo fermi lì.
Ho sentito M. via whatsapp e mi ha detto che da parte loro l’intenzione è ancora lì, che il tempo è quello che è, quindi io resto assolutamente positivo. Non ho fretta di fare nulla. Sono stato 45 anni senza essere uno scrittore, possono resistere fino a 46. Però questo limbo un po’ mi divora dall’interno e quindi ho pensato di sfogarmi un attimo qui sopra.
Se mi avessero mandato una bozza di contratto, se avessimo definito un accordo di qualche tipo, non avrei problemi ad aspettare fino a che per loro ci sia tempo e modo di andare avanti. Ma così, senza sapere se si concretizzerà qualcosa da questo rapporto, non è particolarmente facile per me restare sereno e fiducioso.
Paradossalmente, vivevo meglio quando pensavo che nessuno mi avrebbe mai fatto sapere nulla.
Però oh, come detto al netto delle mie psicosi la situazione resta positiva e nei rari momenti di lucidità in cui riesco a vederla senza il filtro delle mie ansie, credo ancora ci siano più elementi per pensare bene che non per deprimersi. Quindi bella lì.

Per dovere di cronaca, questa mattina mi ha scritto anche un’altra casa editrice. Sempre piccola e sempre indipendente.

Buongiorno,
abbiamo letto e valutato con interesse il tuo manoscritto e saremmo lieti di approfondire la conoscenza in un colloquio con i nostri editori.

Abbiamo fissato un appuntamento telefonico giovedì prossimo (22/10) per conoscerci e vedere se e come si possa avviare un rapporto.
Tutto vorrei tranne che trovarmi a dover essere io a scegliere tra due editori. Già mi agito all’idea. Al netto di eventuali enormi differenze di gestione e/o contrattuali, la mia propensione sarebbe per dare precedenza a chi mi ha dato riscontro prima. Anche solo per una forma di correttezza. Però sto di nuovo parlando del nulla, magari si tratta di un’altra CE che mi chiede dei soldi.
Mi piacerebbe davvero arrivare a novembre con una risposta chiara a tutti ‘sti dubbi.
Non positiva eh.
Chiara.


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I biglietti per gli Oasis

Quando è uscita la notizia della reunion degli Oasis, ormai due anni fa, mi ero deciso ad andare a vederli. Non sono mai stato un mega fan, ho iniziato ad apprezzarli con enorme ritardo pur essendo, di fatto, il gruppo della mia generazione, ma quando ci sono arrivato non nascondo di essermi mangiato abbastanza le mani per aver perso il treno mentre correva.
Questa reunion, di conseguenza, sarebbe potuta essere una bella occasione per rifarsi, come oltretutto mi era già successo in più di un’occasione. Io ho un buonissimo rapporto con le reunion. C’è chi se ne lamenta, ma per me avere l’occasione di veder suonare un gruppo che mi piace anche fuori tempo massimo è sempre e comunque un regalo. Di conseguenza, quando si erano aperte le prevendite mi ero messo da bravo in coda con enorme anticipo e avevo provato la corsa ad una delle date disponibili.

“Fino a 150£ posso starci.”

Probabilmente sarei anche arrivato anche a metterci qualcosina in più, sull’euforia del momento. Non molto, credo, ma ero piuttosto convinto di volerci andare. Ovviamente, non ero riuscito a trovare nulla.
Ricordo la frustrazione di queste code online infinite poi sistematicamente frustrate dal crash del sito in uno qualsiasi dei cento step che separano l’ingresso alla pagina di acquisto dall’effettivo check out. Intanto, intorno a me, era tutto un gente sorteggiata per l’acquisto prioritario di questa o quella data: Dublino, Edimburgo, Manchester, Londra. Credo di aver avuto amici e/o conoscenti in ciascuna delle date del primo reunion tour.
Quanto mi è girato il cazzo? Tantissimo, soprattutto quando poi quelle date ci sono effettivamente state e li ho sentiti tutti tra l’entusiasta e il delirante. Però oh, questa è la vita, amen.

“Se faranno altre date, riproverò.”

Un paio di settimane fa queste vociferatissime e attesissime altre date sono state finalmente annunciate. Una perfino in Italia. Saputa la notizia, mi sono immediatamente messo all’opera per tentare di portare a casa un biglietto. In questo nuovo tour, il meccanismo alla base dell’acquisto sarebbe stato differente: avrei dovuto registrarmi in una sorta di lotteria in cui alcuni fortunati sarebbero stati sorteggiati per poter accedere alle pagine della biglietteria. Una riffa il cui premio è poter spendere una fortuna per comprare il biglietto.
Mi sono iscritto immediatamente.*
Dopo averlo fatto però, ho iniziato a ragionarci sopra. Ho visto i prezzi e mi sono sembrati folli. Non che non lo siano davvero, ma sarebbe falso sostenere siano poi tanto diversi da quelli di due anni fa. E’ più probabile che sia io, quello che è cambiato.
Forse la recente esperienza con i Foo Fighters mi ha fatto ragionare su quanto possa davvero godere di un evento così grande. Forse tutto il dibattito attorno ai prezzi dei concerti e a quello che spinge le persone ad accettare certe condizioni mi ha portato a dubitare ci volessi andare per le ragioni “giuste” (ci torno dopo). Certo, anche la spesa ha avuto il suo peso. Tra concerto, viaggio, hotel e spese accessorie è facile che un live degli Oasis ad una coppia arrivi a costare quasi una millata, optando per i biglietti meno cari del mazzo. Di nuovo, nel 2024 non sarebbe stato diverso, ma in qualche modo la cosa ha smesso di sembrarmi accettabile.

“Ho deciso, non ci vado.”

Dev’essere stato nel preciso momento in cui ho pensato questa cosa che il sistema mi ha estratto tra i possibili acquirenti.
E’ molto facile decidere di rinunciare a qualcosa che pensi di non poter avere, lo è decisamente meno quando quella stessa cosa te la ritrovi a portata di mano. E così, giovedì scorso, eccomi con in mano un codice valido per le date di Roma, prima delle tre opzioni che avevo indicato al momento della registrazione. Da bravo ipocrita, mi son messo in coda per l’acquisto.
Si può dire il peggio possibile del meccanismo a sorteggio, trovo anche io sia ideologicamente vomitevole, ma dopo essere passato per la via crucis di due anni fa non posso nascondere che l’esperienza costruita in questo modo, senza miliardi di persone a sovraccaricare simultaneamente il server, è stata perfetta. Mi sono messo in fila alle 11:30 e quando il portale ha aperto alle 12:00 avevo poco meno di 4K persone davanti.
Ho visto il counter scendere, pian piano, fino al mio turno e poi SBAM: eccomi pronto alla selezione dei posti.
Non so se sia stato davvero quello il trigger che mi ha rimesso sui binari, ma mi sono trovato di fronte questa scelta:

MA COSA CAZZO

Come si fa a spendere 170 euro per un biglietto a visibilità ridotta o, peggio, ostruita? Come è possibile che ci siano persone disposte ad accettare non solo la cifra, ma che il costo sia uguale a quello di chi, quantomeno, può assistere allo spettacolo?
E’ questo che intendo quando dico che tanta gente a questo genere di eventi ci va per i motivi sbagliati. Non è neanche il prezzo a farmi schifo, ma il fatto che non ci stiano più vendendo il concerto. Ci stanno vendendo la possibilità di esserci. Che sia per la FOMO (brrr) o per la necessità di ostentare non fa differenza, che siano gli Oasis o Ultimo non cambia niente. E’ il prodotto che stiamo acquistando ad essere diverso da quello che ci raccontano. Un prodotto che, io, preferisco boicottare.

“Chiama ****, dille se vuole i biglietti per Roma”.

Ho smesso da fin troppo di aspettarmi che la mia visione del mondo non dico sia quella giusta, ma anche solo collimi con quella degli altri. Per tante persone andare a vederegli Oasis è davvero una roba importante e, visto che alcune le conosco, mi sarei sentito un po’ stronzo nel buttare alle ortiche il privilegio che avevo per le mani. Così ho preso i biglietti per loro. Spero davvero possano divertirsi ed assistere ad un gran concerto.
Per quanto mi riguarda, io sono abbastanza sereno per la decisione presa. Diciamo quasi sempre, o meglio in tutti quei momenti in cui non apro la posta e vedo la mail con scritto CI SEI ANCHE TU!
Lì no.
Lì ancora bestemmio forte.

* Fun fact: sono uno di quelli che prima di rispondere quale disco degli Oasis fosse uscito nel 1995, ha preferito confermare la risposta su google. Non sono mai stato bravo nei quiz a risposta multipla, sempre avuto troppa paura di sbagliare. Poi, voglio dire, non conosco a memoria la data d’uscita di 2/3 dei miei dischi preferiti, figuriamoci quelle dei dischi degli Oasis.**

** L’idea di essere uni di quelli che i VERI FAN non avrebbero voluto si registrasse al sorteggio e, soprattutto, l’idea di essere stato sorteggiato al posto di qualcuno di loro forse è l’unica vera nota positiva di tutta questa storia.


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xChadBallx

Credo di non essere capace di scrivere questo genere di post. Quelli in cui devi parlare di qualcuno che muore.
Ieri ci ha lasciati Chad Gilbert, portato via da un cancro che negli ultimi anni lo aveva messo fin troppe volte al tappeto. Anche l’ultima, giusto il 21 agosto, filtrata attraverso Instagram mi era sembrata l’ennesimo brutto spavento, l’ennesima caduta da cui aveva già iniziato a rialzarsi.
Che cazzo potevo saperne?
E infatti ieri, quando mi è arrivata in faccia la notizia, è riuscita a prendermi in qualche modo di sorpresa. Come fosse una roba impossibile.
Ci sono ricordi che mi legano a Chad, ai New Found Glory e agli Shai Hulud, ma vorrei evitare di usare un morto per parlare di me. Lo faccio già abbastanza di mio senza tirare in ballo i defunti. Metto giusto un video qui sotto perchè questa mattina, mentre venivo al lavoro riascoltando il disco più importante della carriera di Chad, su questo pezzo ho sentito il groppo salire e gli occhi inumidirsi. Non su Sonny, ma su questa canzone qui. Vai te a capire.
Rest in peace, Chad.
Mancherai.
💔

‘Sta roba non ha senso mandarla via newsletter. Non ho niente da comunicare, solo un ricordo (triste) da archiviare.

Quella cosa di avere un blog

Avere un blog dovrebbe implicare lo scriverci, ma facendo due rapidi conti qui sopra non ci passo da tanto tempo. Non lo nascondo, in parte ha pesato il fatto di voler aspettare sviluppi sulla questione “pubblichiamo il romanzo”, ma se c’è una cosa che ho capito è che quel tipo di mondo non va necessariamente alla velocità che vorrebbe chi, come me, prova ad entrarci. Il mantra che ti insegnano nelle aziende è “if you have to fail, do it quickly”, ma non me la sento di recriminare del fatto che questa avventura non abbia affinità con ciò che capita nelle aziende. Quel che deve succedere, succederà. Al momento il mio approccio continua ad essere zen. Se e quando ci saranno novità, verrò qui a scriverle.*
Questo ci porta al fatto che, per tenere vivo questo posto, servano altri contenuti.
Ecco, io non ho qualcosa di cui vorrei scrivere con sufficiente fervore da dedicarci un post intero, ma ci sono alcune robette che sono successe e che mi sono trovato a commentare con riflessioni che non mi dispiace appuntare qui sopra.
Vado in ordine sparso.

1) Macklemore silurato dal tour con Ed Sheeran per la presa di posizione pro Palestina.
Sulla faccenda non c’è davvero nulla da aggiungere più di quanto abbia già detto l’interessato, forse vale più la pena discutere del contorno. Ovvero la massiccia ondata di merda che ha investito Ed Sheeran per non essersi schierato dalla parte del silurato. Legittima? Mah, non sono sicuro. E’ ovvio che, a pelle, l’idea che uno con quello status non abbia preso le parti del collega più debole non possa che fare schifo (quantomeno a me), ma è vero anche che esporsi su questioni come il conflitto israelo-palestinese non è propriamente necessario per fare il cantante e non si capisce perchè un artista debba essere forzato a farlo in seguito alla decisione di altri. Io sono anti-sionista senza nessun tipo di remora, ma esserlo non è che abbia particolari risvolti negativi nella mia vita. Mi piace pensare che lo sarei anche con qualcosa da perdere, ma chi si mostra sicuro a formulare certe ipotesi, di base, mente. Forse Ed Sheeran è anti-sionista, ma non se la sente di sostenere tutte le conseguenze del dichiararlo. Magari non lo è per niente e gli gira il cazzo passare per esserlo. Perchè se anche domani dicesse: “Io credo FERMAMENTE che Israele stia facendo ciò che è giusto, ma ciò nonostante mi sembra assolutamente sbagliato che chi non la pensa come me debba smettere di lavorare con me”, passerebbe comunque come uno che accampa scuse per nascondere il suo anti-sionismo. Perchè siamo così, semplifichiamo tutto, ma soprattutto pretendiamo dai cantanti una rettitudine morale che non ci interessa minimamente abbiano non dico le classi dirigenti, ma banalmente i nostri amici, familiari o magari datori di lavoro.
Di base fa comunque sempre ridere l’ipocrisia di fondo con cui vengono approcciate queste situazioni. Macklemore non ha mai nascosto la sua posizione, che era certamente nota a tutti i coinvolti quando il tour è stato organizzato. Questa caduta dal pero isterica che ci propinano ogni volta è veramente la cosa più disgustosa di tutto il pacchetto. Ci trattano da idioti e, viste le reazioni, forse forse non sbagliano la mira poi così tanto.

2) Ho visto il film Coyote vs. ACME. E’ stupendo, dovreste vederlo. In pratica parla di un uomo mediocre e intristito dalla routine che incontra un personaggio immaginario e grazie a lui trova la forza di ribellarsi al capitalismo e combattere le multinazionali, supportato da un esercito di derelitti che la società ha relegato all’ultimo posto della catena alimentare. Sì, in pratica è Fight Club, solo che sul finale c’è I fought the law invece di Where’s my mind.
Ve l’ho detto, dovreste vederlo.

3) Il tipo che ha aperto il ristorante vietato ai bambini. Non vi linko la notizia che cercandola in google escono solo pagine che non voglio spingere, ma immagino abbiate letto. Non credo serva specificare di non essere uno di quegli invasati del family day, ma ultimamente mi pare che ci sia una bella ventata di sentimento “anti-famiglia” che circola in giro. Un po’ perchè, comprensibilmente, ormai il concetto lo abbiamo lasciato cannibalizzare alle destre e quindi ci siamo ritrovati in qualche modo costretti a doverlo rifiutare (sempre per la storia che semplifichiamo ogni cosa e che siamo tutto sommato idioti), un po’ perchè avere una famiglia oggi continua ad essere complicato come un tempo, solo che ci siamo convinti che fare il sacrificio non valga la pena. Scelta ultra legittima, forse anche lungimirante visto il futuro che ci sta arrivando in faccia, ma che di fatto porta poi a fare un po’ discorsi da volpe e uva. Potete dirmi che questa cosa è solo nella mia testa eh, ma poi dovreste spiegarmi come potrebbe funzionare altrimenti il farsi la promo sul fatto di tener fuori i bambini dal proprio ristorante.
Quanto a me, non me ne frega un cazzo se un tipo gestisce la sua attività selezionando la propria clientela. Io sono sempre per una società in cui tutti sono bene accetti e hanno propri spazi. Il che non implica ovviamente “tutti simultaneamente nello stesso posto”.

4) Sto recuperando tutte le robe che ha fatto Guy Ritchie nell’ultimo periodo e ho scoperto che sono un botto, tra film e serie TV. Oltretutto lavorando sia con Prime che con Netflix, cosa che me lo ha reso se vogliamo anche più simpatico di quanto già non fosse. Mi sono fatto il film abbia evitato di darsi il tono di quello che “crede nel progetto/azienda/visione” per giustificare i soldi che prende. Li prende e basta. Per qualche motivo distorto questa cosa a quei livelli mi diventa un plus, ma non sto qui a spiegare che davvero è delirante.
Ad ogni modo: In the gray bello, The Ministry of Ungentlemanly Warfare carino, stagione 2 di The Gentlemen clamorosa. Mi rimangono da recuperare Operation Fortune e Fountain of Youth. No, anche Wife & Dog che google mi dice in uscita quest’anno. Guy, cazzo, rallenta per favore.

5) Senza più twitter e FB sul telefono, mi rendo conto che ogni tanto mi trovo a sfogare frustrazione commentando su Instagram e Youtube contenuti che l’algoritmo profila apposta per il mio rage bait. Mi capita più di quanto voglia, ma comunque meno di quanto potrei visto che almeno 4 commenti su 5 li cancello immediatamente dopo averli postati o appena prima di premere invio. Devo lavorare su me stesso, lo so. Ogni tanto provo a fare pause dall’alcol per testare se ho una dipendenza e ci riesco senza problemi e mi rassereno del fatto di esserne capace senza sforzi. Magari potessi fare lo stesso coi social.
Questo preambolo per dire che l’altro giorno mi son trovato a dover lasciare un commento sotto uno dei deliri di Marattin, che continua a comparirmi nel feed Instagram nonostante abbia chiesto almeno cento volte a Meta di non farmelo più vedere. Questa cosa mi ha portato a realizzare che in Italia, oggi, ci sono almeno cinque forze di “centro” che orbitano intorno allo zerovirgola: Partito Liberal Democratico, Ora, Italia Viva, Azione e +Europa. Magari ne dimentico pure qualcuna.
Forse si dovrebbe fare una riflessione su come stia messo un Paese che ha cinque forze moderate “incapaci” di mediare tra loro (che dovrebbe essere la chiave distintiva tra moderati ed estremisti). Una riflessione sull’utilità di queste realtà politiche minuscole che lavorano costantemente per restare piccole, non dover governare mai manco per sbaglio e al massimo tenere per le palle una maggioranza di qualunque colore che avesse la sfiga di dover far conto sulle loro due o tre poltrone decisive.
Io però oggi non me la sento e mi fermo qui.

* Non mentirò, ho scritto questo post sperando faccia l’effetto di quando aspetti il pullman da una vita e allora decidi di accendere una sigaretta. Un po’ perchè hai voglia di fumare, ma un po’ perchè sai che appena accesa arriverà il pullman.


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#PandaLand

Quest’anno in vacanza siamo andati in Cina.
E’ stato molto bello, intenso e stancante, ma ho coronato un sogno che avevo da tantissimi anni. Come sempre ho scritto una lunghissima “guida” in cui racconto tutto quello che abbiamo fatto, ma soprattutto quello che c’è secondo me da sapere se si vuole andare in quei posti.
Perchè la Cina è stupenda e si sta certamente occidentalizzando tantissimo, ma rimane una destinazione per cui le cose da sapere prima per evitare problemi sono diverse.
Come ormai tradizione, il titolo del post è l’hashtag con cui abbiamo commentato la nostra vacanza.


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Proviamo a pubblicare: ep. 7

So che questa rubrichetta da qualche tempo ha preso i toni della tragedia, ma per una volta vorrei abbandonarmi all’entusiasmo.
Ieri ho ricevuto questa email:

Buonasera Giuseppe,
Di nuovo grazie per averci inviato il tuo romanzo. Siamo lieti di informarti che ha superato la prima selezione! Ci è piaciuto molto il tuo stile di scrittura e riteniamo che la trama abbia grandi qualità.
Attualmente, il tuo lavoro è in fase di valutazione con alcuni dei nostri collaboratori per passare alla seconda e ultima selezione. Ti faremo sapere il risultato tendenzialmente a fine agosto o inizio settembre.
Grazie ancora per la tua pazienza.

Ora, io lo so che è tutto mega prematuro e ci sono ancora tutti i presupposti per finire rimbalzato anche stavolta, ma quando ho aperto la casella di posta e letto le righe qui sopra mi sono sentito felice come non mi capitava da nemmeno so quanto.
E non è ancora successo un cazzo, figuriamoci se la cosa dovesse finire bene.
Ad ogni modo, per pura scaramanzia non metto i dettagli della casa editrice che mi ha risposto. Posso dire che è piccola e indipendente, ma credo nessuno a questo punto potesse credere fosse Mondadori.
Adesso vediamo come va avanti (se, va avanti).


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L’Odissea di Nolan

Partiti i titoli di coda, mentre qualcuno in sala timidamente provava ad applaudire, l’unica cosa che mi sono sentito di fare è stata scattare in piedi e dire a mia moglie: “Usciamo, mica che parte l’Eneide.”
Questo per dire essenzialmente due cose:
1- Il film non mi è piaciuto
2- Il mio senso dell’umorismo non è necessariamente qualcosa che dovrei condividere.
Può valere la pena, invece, condividere le motivazioni dietro al fatto che non mi sia piaciuto. Anche perchè sia all’interno del gruppo con cui l’ho visto, sia leggendo in giro, il mio giudizio non sembra per niente trasversale.

La ragione principale per cui non ho apprezzato questa Odissea è che mi sono annoiato, grossomodo tutto il tempo. Tre ore di film che mi sono sembrate dieci, non ne potevo letteralmente più. E non solo per le parti inutilmente verbose, ma soprattutto per le sequenze che vorrebbero essere adrenaliniche e fornire allo spettatore qualcosa di visivamente potente e coinvolgente. Ciclope, i lestrigoni (che manco ricordavo), Scilla & Cariddi, l’incantesimo di Circe. Nessuna di questi tronconi ha avuto l’impatto “casca mascella” che avrei voluto. Anche perchè costruire tensione attorno ad una storia che sai già come finisce non è un gioco da ragazzi, devi riuscire a far dimenticare allo spettatore quello che conosce e rapirlo completamente, se vuoi che funzioni.
Con me Nolan non ci è riuscito.
Se levi quell’aspetto, la suggestione per le immagini che passano sullo schermo, quel che rimane di questo film è un polpettone politico con tanta retorica e poca finezza che ha anche l’aggravante di risultare presuntuoso. Questa, probabilmente, è l’opinione che necessita di essere argomentata maggiormente.
Sul fatto che Odissea sia un film politico credo non ci sia molto da discutere. Lo è nella scelta dell’opera e del relativo messaggio, lo è nel modo in cui l’autore sceglie di trasporre il tutto sullo schermo e lo è perfino nel casting. Il problema è, come sempre, nei modi in cui il messaggio politico viene trattato.
Partiamo dal casting, che come sempre ha la capacita si sollevare polemichette uso social. Le due scelte “controverse” sono Elliot Page che fa Sinone e Lupita Nyong’o che fa Elena. Il primo per me è perfetto, sia per la prova che offre, sia per il significato metacinematografico che il regista ha voluto dare al personaggio. Non esagero, forse la cosa migliore di tutto il film insieme a Matt Damon (davvero gigantesco). La seconda invece è palesemente una scelta fatta da Nolan con l’unico scopo di fare rage baiting. Io ho 45 anni, ero adolescente ai tempi di Naomi Campbell, non ce la fai a farmi sentire razzista se trovo Lupita Nyong’o inadatta ad interpretare una donna talmente bella da giustificare una guerra di dieci anni*.
Ecco, il tiro politico di questo film è tutto su questo piano di raffinatezza. Ho letto che nella VO agli attori che interpretano i greci è stato chiesto di recitare con accento marcatamente americano per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio il senso della metafora. Manca completamente il senso della misura. Altro esempio: c’è questa scena molto forte in cui Circe trasforma i soldati in maiali. Come dicevo sopra, non è una rappresentazione che ho apprezzato, ma è innegabile abbia non solo una sua potenza, ma la capacità di parlare per immagini. Invece no, tocca poi sorbirsi lo spiegone della metafora da parte della stessa Circe ad Ulisse. E così via. Al punto che, quando alla fine arriva l’unico monologo che avrebbe davvero senso di stare nel film, si è completamente sopraffatti dalla noia.
Forse quello che dovremmo chiederci è a cosa serva un film politico. O meglio, che ruolo abbia il messaggio politico dentro un film.
Può essere un secondo layer di lettura, che dia maggiore spessore alla componente visiva e artistica dell’opera. Sono i casi che preferisco e hanno tutti in comune il fatto che l’opera, se anche senza messaggio, sta benissimo in piedi lo stesso perchè la metafora non è urlata e lascia a chi guarda lo sforzo di unire i puntini.
Mi sta anche bene, però, che invece il messaggio sia il core dell’opera. Quello attorno a cui ruota tutto il resto come in questo caso. Se si sceglie questa strada però, secondo me la cosa più importante è concentrarsi sulla parte comunicativa, sulla volontà di essere trasversali e arrivare a parlare a chi non era già d’accordo (o consapevole) prima di entrare in sala. Fare un film accessibile, traversale, che non parta con l’idea di polarizzare gli spettatori.
Io credo che questa Odissea non faccia nessuna delle due cose.
Se dovessi definirla con una parola che detesto, direi che è “radical-chic” e, più ci penso, più fatico a trovare qualcosa di cui avessi meno bisogno.

* Lo so, poi Nolan ci fa dire da Ulisse che Elena è solo una scusa per giustificare i reali interessi commerciali dietro la guerra. Però è un mezzo autogol, se ci si pensa un attimo. Una scusa, per reggere, deve essere credibile.


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Proviamo a pubblicare: ep. 6

Aggiornamento mensile di questa road to publish diventata ormai una road to failure. L’aggiornamento più rilevante è aver incassato il secondo NO ufficiale da uno degli editori a cui ho mandato il manoscritto. Nua Edizioni mi ha infatti comunicato che non è loro intenzione propormi un contratto. Il messaggio non diceva altro, ma lo avevano messo in chiaro fin dal principio:

“La valutazione è ad uso esclusivamente interno. Pertanto, in caso di esito negativo, la nostra comunicazione non conterrà motivazioni dettagliate o schede di valutazione.”

Tutto chiaro, tutto legittimo.
Certo, visto che ormai lo hai letto e valutato, non capisco quale sia il principio di non condividere un feedback all’autore, ma calcolando che parliamo di uno dei pochi editori che quantomeno risponde non mi pare proprio il caso di lamentarmi.
E’ andata così, prendiamo atto.

Dopo l’eliminazione dal concorso IoScrittore sono entrato per qualche settimana in un gruppo Telegram insieme ad altri esclusi. Una via di mezzo tra un gruppo di sostegno e un laboratorio di condivisione e confronto. Il risultato di questa operazione sono altri cinque feedback al mio incipit, tutti largamente positivi. Non mi pare il caso di trascriverli qui come quelli del concorso. Un po’ perchè mi sento cretino a continuare a condividere giudizi buoni a fronte dell’evidente fallimento in cui sto sprofondando, un po’ perchè ho il timore che in quel gruppo ci fosse soprattutto la necessità di incoraggiarsi a vicenda. Se c’è una cosa di cui non ho bisogno, per il carattere che ho, è trovare appigli che mi tentino verso la spirale della sindrome persecutoria.
Perchè in questi giorni io il mio romanzo me lo sono riletto tutto e continuo a pensare funzioni. O meglio, continuo a pensare sia venuto fuori come lo volevo. Affiancare continui giudizi positivi alla totale assenza di interesse da parte dell’editoria mi fa malissimo. Mi illude di avere ancora delle possibilità.
Negli episodi precedenti dicevo di essere uno che non crede nella sua opera. E’ vero. Probabilmente non ci credo abbastanza da farmi davvero in quattro per provare a farla uscire, ma ci credo più di quanto mi permetterebbe di chiudere la faccenda con un serafico: “si vede che non ne sono capace”. Sono in quel limbo per cui mi rode il culo e basta.
Non sono uno che può enumerare chissà quanti successi nella vita, ma mentre scrivo non credo ci sia nessun altro ambito in cui ho messo così tanto impegno raccogliendo così poco.
E, insomma, non è meravigliosa come sensazione.

Come sempre, aggiorno anche sulla situazione relativa a chi mi circonda e in un modo o nell’altro prova a farmi sentire la sua vicinanza. Quindi ringrazio Davide, che dopo aver letto il libro mi ha anche messo in contatto con un editore che conosce, Luca che mi ha girato un contatto in Add Editore, Bruno, Antonio e Marco che mi hanno chiesto di leggere i miei Fottuti Pirati.
VVB.


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Parliamo dell’I-days

Ieri sono stato all’ippodromo di Milano per il concerto dei Foo Fighters e sebbene siano anni che non scrivo dettagliatamente dei concerti a cui vado, forse in questa occasione due righe di opinione possono essere interessanti.
Io la parabola degli I-Days l’ho vissuta in maniera ampia, fin dagli albori nel millennio scorso (lo so, fa male detta così). Non ci sono stato tutti gli anni, dio me ne scampi, ma ne ho visti abbastanza. Dal primo, appunto, nel 1999 a Bologna, fino all’ultimo del 2017 a Monza (ref.). Ultimo prima di ieri, ovviamente.
Non è tanto questione di venire qui a dire che si stava meglio quando si stava peggio, però è evidente a chiunque ci sia stato in passato che la godibilità dell’evento abbia avuto un’involuzione tangibile, purtroppo inversamente proporzionale al prezzo dei biglietti. Proviamo a vedere le cose che non funzionano.
La prima cosa, a mio avviso davvero l’unica a non poter funzionare mai a prescindere da quanto buona possa essere l’organizzazione dell’evento, è l’impennata nelle dimensioni di questi maxi concerti. Leggo che ieri sera all’ippodromo c’erano 65K persone. Mia moglie, che mi ha regalato i biglietti, non è riuscita a trovarli “Front Stage” (su questo torniamo dopo), quindi ha dovuto ripiegare sulla seconda fascia. Senza volersi spingere fino alle transenne, ma andando comunque piuttosto avanti, ci siamo sistemati ad una distanza dal palco da cui era impossibile distinguere cosa ci stesse succedendo sopra. Per quanto mi riguarda, perchè mia moglie poverina non riusciva manco a vederlo, il palco. La prima riflessione quindi riguarda il pubblico ed è una sincera curiosità: che cosa ha a che fare un’esperienza del genere col concetto di “concerto”? Perchè è evidente che il limite di comprensione sia tutto mio. Ok, c’è il senso di festa e comunità dello stare insieme ad una marea di persone felici di sentire le stesse canzoni, ma oltre a quello? Possibile che a nessuno interessi di veder suonare il gruppo? Negli ultimi dieci anni sono stato esposto ad una serie di fenomeni che per me non avrebbero il minimo senso di esistere. Ci sono stati i concerti al cinema, i concerti di morti/ritirati riproposti sotto forma di ologramma, i concerti con l’artista che invece di suonare mette una playlist e chissà cos’altro arriverà con l’AI. Senza contare quel totem di sfiga di Ultimo e il suo record da egomaniaco.
Nella mia “bolla” anche solo l’esistenza di eventi di questo tipo è inconcepibile, eppure sembra che alle persone non interessi. Sono convinto che se domani Taylor Swift decidesse che la sua presenza ai suoi concerti non è più fondamentale, riempirebbe comunque gli stadi di tutto il mondo. Boh, non capisco.
Senza divagare sulla distopia della musica live di oggi e domani però, torniamo al punto. I concerti GROSSI, con tante persone, ci sono sempre stati. Discusso ampiamente il motivo per cui li trovo impossibili da apprezzare a prescindere, ci sono certamente elementi che possono migliorare o peggiorare la situazione. La suddivisione in aree diverse del medesimo terreno, con lo scopo di spennare i fan, certamente non è tra quelli che la migliorano. Non voglio dire che funzionasse meglio quando le persone si dovevano accampare fuori con le tende per essere sicure di stare davanti. Però, voglio dire, almeno la priorità la dava la passione/malattia e non il portafoglio. Poi certo, mi si vende il fatto che suddividere il parterre in aree sia questione di SICUREZZA, come se la storia non contasse i morti da concerto e servisse assolutamente fare qualcosa per ovviare al problema. A me pare solo l’ennesimo modo di fare profitto.
Idem il sistema dei token, di cui ho già detto peste e corna in più di un’occasione. Ieri c’era un caldo indicibile, ma l’idea di prendere qualcosa da bere non mi ha neanche attraversato il cervello. Non tanto per il costo in sè, quanto perchè nel 2026 ci sono settemiliardi di metodi di pagamento cashless. Sostenere la necessità di un gettone a prezzo fisso da convertire in acquisti è proprio voler fottere le persone. E, se me lo chiedete, per me chi ragiona così deve fallire ieri.
Un paio di note conclusive e positive sulla location però mi sento di darle. In primis, io ieri ho sentito tutto molto bene. Davvero bene. Ho avuto l’impressione abbiano abbassato i volumi intorno alle 22:30, ma può essere un’idea mia. Fino a quel momento però arrivava tutto potente, alto, definito e coinvolgente, anche a noi che non eravamo prettamente sotto il palco. In secondo luogo, devo dire che le operazioni di ingresso e uscita mi sono risultate decisamente fluide, anche per una massa così enorme di persone. Vero che io e la Polly abbiamo evacuato l’area nell’istante esatto in cui è finita Everlong, ma essendo noi tra gli svantaggiati del settore povery ci siamo comunque ritrovati nel pieno dell’esodo dei settori avanti. Ciò nonostante, siamo riusciti a raggiungere la metro in scioltezza.

Ora mi sembra il caso di spendere due parole sui Foo Fighters.
Io nella mia vita li ho visti solo due volte: ieri e il 2 Dicembre del 1997 al Propaganda. Questa cosa la dico un po’ per flexare, ma anche perchè in entrambi i casi ci sono andato privo di aspettative. Mi piacciono i Foo Fighters, ma non mi definirei un fan. Non sento i loro dischi regolarmente ad eccezione forse di The Colour and the Shape che può finirmi in cuffia una volta all’anno. Ventinove anni fa (lo so, fa male detta così) mi avevano completamente sconvolto per la capacità di tenere un palco, di coinvolgere la gente e di suonare forte. Tuttavia, ero un ragazzino con una manciata di concerti alle spalle. Pur avendo ancora oggi presente la meraviglia che avevo provato, ero un po’ convinto che potesse derivare dall’inesperienza di allora e dal contesto intimo che avevano saputo trasformare in una bolgia. Avevo un po’ paura di rimanere deluso, quindi. Ecco, mi hanno smentito. Saranno anche passati trent’anni, ma ieri gli ho visto buttare addosso alla gente una quantità di energia da fare invidia a moltissime band più giovani. Certo, Ilan Rubin aiuta moltissimo, ma se c’è una cosa che definisce le band che sanno stare su un palco, una sorta di ingrediente magico e segreto, ai Foo Fighters va riconosciuta in abbondanza.
Non mi sento di valutare la scaletta, soggettivamente sarebbero bastati l’omaggio a Tony Sly e ai Sunny Days Real Estate per rendere il concerto degno di essere visto, ma la mia impressione da non cultore è che abbiano suonato solo pezzi belli. Ecco, due ore e mezza secondo me sono un filo troppe. Lo sarebbero anche se si parlasse del mio gruppo preferito.
E’ un altra cosa di questi mega eventi che non fa per me, l’idea che siccome pago tanto devono suonare tanto. Boh, no. So che sanno suonare, non ho bisogno di venti minuti di assoli a cazzo in coda a metà dei pezzi. Non è la mia cosa. In quello, probabilmente, trent’anni fa erano meglio. Più asciutti. Però se 2/3 del pubblico non vede il palco, forse quelle pugnette lì sono la discriminante tra l’andare al concerto e sentirsi il disco. Non lo so. Mezz’ora in meno di seghe e il concerto avrebbe contenuto gli stessi pezzi, ma smaronandomi decisamente meno. Va comunque riconosciuto che non sono una band che cazzeggia. Niente “Ehhh-Ohhh” alla Green Day post 2000 o altre perdite di tempo. Al netto degli orpelli sui pezzi, la scaletta è stata bella serrata.

Quindi?
Quindi è stato un bel concerto, anche per un contesto che ha tutti gli elementi per farsi detestare dal sottoscritto. Non so se tornerò a vederli in futuro e non so se tornerò ad un altro I-days.
Spero davvero di no e questo lo scrivo solo ed esclusivamente perchè chi ci suona l’anno prossimo non ha la minima possibilità di farsi apprezzare in quelle condizioni.
Spero davvero di non fare la cazzata di cascarci.
Figurati se non ci casco.
Va beh, al momento lo danno sold out. Speriamo sia vero.


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