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#表意文字

Siamo stati in Giappone due settimane con i bambini.
E’ stato un viaggio molto bello e molto impegnativo, tra tifoni e allarmi anti-missile alle 4 del mattino, probabilmente il più estremo mai fatto con i figli.
Abbiamo vissuto una cultura diversissima dalla nostra, nel bene e nel male, tornando certamente arricchiti da un’esperienza molto difficile da ripetere altrove e con ancora negli occhi lo splendore dei templi e l’atmosfera mistica che li avvolge.
Come sempre ho pensato di raccontare nel dettaglio quello che abbiamo fatto, quest’anno inserendo un bel po’ di informazioni relative anche alle difficoltà affrontate, così da essere utile a chi magari volesse fare la stessa cosa e si fidasse un po’ troppo delle indicazioni di Marco Togni. Trovate il report qui.
L’hashtag di quest’anno, che dà il titolo al post, è ideogrammi scritto in ideogrammi. O almeno così garantisce google translate.

Ti mansplaino Barbie

Al di là del titolo clickbait wannabe, direi di partire da una doverosa premessa: sono un maschio bianco etero cis, quindi se ritieni che questo mi escluda dalla possibilità di trattare nel merito un film come Barbie, fermati serenamente qui. Davvero. Non mi interessa che tu legga quanto segue e, se potessi, te lo impedirei io stesso.

Ieri sera sono andato a vedere il film di Barbie mosso da un certo hype. Ero convinto infatti che l’unico motivo per poter uscire in sala con un film sulla Barbie nel 2023 fosse averci messo dentro qualcosa di interessante e/o controverso, quindi ho deciso scientemente di ignorare qualsiasi fonte ne parlasse prima di averlo visto e tenermi così la sorpresa per la visione. La cura che di solito si mette nell’evitare spoiler, io l’ho messa nell’evitare le opinioni, che sono effettivamente l’unico spoiler possibile, nel caso specifico.
La prima reazione a caldo post visione è stata che non ci fosse in realtà molto da dire, perchè l’ho trovato davvero urlatissimo nella metafora e di solito quel genere di mancanza di sfumature non si presta poi molto all’analisi. Poi però ho scambiato i primi commenti con due o tre amici e mi sono reso conto che quella che per me era davvero l’unica possibilità di intendere il film, fosse in realtà tutt’altro che univoca e che quel che ci ho visto io, forse, ce l’avevo visto solo io.
Allora la situazione cambia e scriverci su può avere un senso, anche se mentre lo faccio mi sembra di indossare la tutina di Capitan Ovvio.

Il film ci presenta un mondo in cui il potere dominante è nelle mani delle Barbie e Ken è solo un accessorio. In questa sottilissima e velatissima metafora, quindi, Barbieland è il patriarcato e Ken sono le donne. Ken non ha un ruolo sociale oltre lo stare intorno a Barbie, ma ha anche come unica aspirazione quella di essere amato/considerato. Il Ken di Gosling prende coscienza della propria condizione e si ribella. Quindi Ryan Gosling interpreta il femminismo.
Bene, vediamo allora cosa succede a Ken nel corso del film. Parte con la migliore intenzione di rivendicare una propria identità, poi vira ad un bersaglio più grande cercando di rovesciare gli squilibri di potere invece di annullarli e finisce col perdersi malamente. Non solo. Si perde perchè le Barbie sono troppo furbe e compatte, tanto da riuscire a convincere Ken che il problema non sono più loro, ma gli altri Ken. Così la rivoluzione di Ken fallisce in uno scontro fratricida e Barbieland torna come prima, con la differenza che le Barbie hanno capito di dover concedere qualcosina ai Ken per tenerli al loro posto. Cito a memoria:

Barbie: “Ora sono di nuovo Presidente!”
Ken: “E noi potremo far parte della corte Suprema!”
Barbie: “Beh no, quello mi sembra eccessivo…”
Ken: “Potremo almeno fare i giudici?
Barbie: “…”
Ken: “Potremo almeno indossare la toga?”
Barbie: “Quello sì.”
Ken: “EVVAI!”

Alla fine Ryan Gosling è felice perchè ha perso la guerra, ma può indossare la maglietta con lo slogan “I am Kenough” che poteva tranquillamente essere “Pensati libero“.
Questa è l’ossatura principale del film, che è poi stata appesantita di una quantità eccessiva di ulteriori orpelli ridondanti e pesantissimi, a partire dal siluro finale sparato in faccia allo spettatore come una sorta di cura Ludovico, ma che comunque prova a sottolineare un concetto già scritto a caratteri cubitali in rosso.
L’unico spunto carino, forse, è quello del CDA Mattel composto da soli uomini come creatore dell’universo Barbieland, a ribadire (ancora) come il sintomo più grave del patriarcato sia l’incapacità di vedere un modo paritetico, non tanto l’avere sempre e solo l’uomo al vertice della piramide. 
Di massima comunque rimane un filmetto divertente, in cui ho più volte riso (probabilmente per i motivi sbagliati), ma che si lascia apprezzare al massimo per uno spiccato cinismo di cui, onestamente, io non sentivo tutto questo bisogno. 
Adesso però vado a recuperare un po’ di articoli in giro, perchè voglio provare a capire cosa ci sia di tanto chiacchierato/chiacchierabile dietro alla faccenda.

Ah, dimenticavo! Nel film c’è anche Allan, che non è nè Ken nè Barbie.
Non importa se il potere ce l’avrà Barbie o Ken, la costante sarà comunque che di Allan non fregherà mai un cazzo a nessuno. 


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Occupy Extended Play

Tra le cose per cui internet e i social si sono fatti volere bene nella mia vita è l’avermi fatto conoscere alcune belle persone. Una di queste è Felson, blogger musicale di lungo corso che da qualche tempo ha deciso di fondare una webzine chiamata Extended Play. L’obbiettivo della rivista è parlare di musica in maniera approfondita, prendendosi i propri tempi e cercando di dare al lettore materiale in controtendenza rispetto a tanti dei media attuali, soprattutto online.
Cito dal loro disclaimer:

Extended Play è una webzine indipendente nata nel 2021. Raccontiamo la musica da una prospettiva diversa, senza banner pubblicitari, clickbait e sensazionalismi.
EP è rivolta ai curiosi, a chi ha voglia di approfondire, a chi sa che per comprendere un tema non ci si può fermare al titolo, agli ascoltatori appassionati.
EP non è rivolta a chi chiude la pagina se l’articolo è lungo, ai professionisti delle polemiche prive di argomentazioni, a chi pensa che la musica sia solo un sottofondo o un passatempo.

La domanda, spontanea, sarebbe: “Ok, ma te cosa c’entri con un progetto del genere?”
Niente, lo so.
Felson però in un paio di occasioni mi ha chiesto se avessi voglia di mandar loro qualcosa di mio e così, qualche settimana fa, ho pensato che potesse essere un’idea scrivere qualche riga sulla fine che ha fatto l’emo post MTV.
Ho proposto il tema e mi hanno detto di provarci, quindi ci ho provato.

Mi era già capitato in passato di mandare cose scritte da me a siti/pagine altrui, ma si trattava sempre di persone a cui inviavo il materiale in prima stesura e che lo utilizzavano o così com’era, oppure modificandolo loro stessi. Precisiamo: nulla di male con un processo del genere, anzi, però questo giro è stato diverso.
Questa volta ho avuto modo di confrontarmi con un vero e proprio “editore”, che mi ha dato input costanti per rendere il testo più fruibile o scorrevole, così come spunti per approfondire le parti del discorso che risultavano meno accessibili da fuori.
Per me, che il più delle volte butto fuori i post senza nemmeno rileggere, è stata un’esperienza formativa molto interessante, che rifarei volentieri qualora ce ne fosse l’occasione. Perchè è bello avere un posto come questo, dove scrivere quello che mi pare senza porsi troppo il problema di come venga recepito da fuori (salvo poi restarci male quelle tre o quattro volte in cui mi sono preso il tempo per provare a mettere giù approfondimenti veri senza ricevere mezzo riscontro), ma è anche bello trovare qualcuno che ti aiuta a rendere una tua cosa “migliore possibile”.
E niente, qui sotto metto il riferimento al post per chi volesse leggerlo, anche se l’ho ormai spammato ovunque e questo blog è l’antitesi della visibilità, ma il punto centrale di questo post è annotare l’esperienza.


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I Soprano nel 2023

Avere un blog da quasi vent’anni ti dà uno storico abbastanza rilevante da non allarmarti eccessivamente per i periodi in cui non hai niente che valga la pena scrivere. Prima però stavo provando ad argomentare un concetto abbastanza semplice su twitter X (Elon Musk sei un clown) e mi sono presto reso conto che avrebbe necessitato due, tre o magari più tweet, così ho avuto questa illuminazione: “Ehi, ma un posto per elaborare un concetto oltre i 280 caratteri io ce l’ho!”.
Elaboriamo, quindi.

Ho iniziato a guardare I Soprano, la serie HBO uscita a cavallo del nuovo millennio e che un po’ ovunque è considerata uno dei punti più alti raggiunti dalla serialità in TV. Ci avevo già provato un paio di volte in passato, sempre abbondantemente dopo la sua conclusione, ma non ero mai andato oltre il primo episodio. La spiegazione che mi sono dato, prima di riprovarci per la terza volta, è che in quelle circostanze avessi anche molte altre serie a contendersi il mio tempo, cose che stavo già seguendo con una certa “fame” e che finivano sempre più in alto tra le priorità, così da non permettermi di prendere il ritmo con un prodotto nuovo che, come spesso accade, necessita di tempo per ingranare.
Oggi la situazione è diversa perchè non sto più guardando serie TV. Ogni tanto approccio qualcosa di nuovo, mi capita anche di trovare cose interessanti, ma nulla che mi appassioni o che richieda un certo investimento di tempo. Di conseguenza, ho pensato fosse il momento perfetto per riprovare ad approcciare questo cult dedicandogli il tempo che merita, ma cercando di non finire nelle fauci del binge watching, divorando i primi 10 episodi in pochi giorni per poi avere tutto a nausea e mollare di nuovo.
Ho cominciato ad inizio giugno e sono in pratica alla fine della seconda stagione.
Pur essendo evidentemente un prodotto di vent’anni fa, con tutti i limiti del caso, è impossibile non notarne le qualità e, soprattutto, la rilevanza per quanto è arrivato dopo, quindi questa volta credo di riuscire a portare a termine il recupero.

Quello su cui volevo ragionare peró prende solo spunto da I Soprano.
Essendo un prodotto uscito ben prima del processo di sensibilizzazione ed inclusività che ha investito l’industria culturale americana, ne I Soprano si trovano tonnellate di elementi semplicemente improponibili per uno show odierno. E’ tutto, evidentemente, not politically correct (per usare una terminologia che odio, ma trasversale), solo che non è fatto con lo scopo di esserlo. So che sembra banale, ma non lo è per niente. Oggi la scelta di essere o meno aderenti ad una certa linea editoriale di inclusività e correttezza è presa su base commerciale e di ritorno economico (99.3% dei casi) oppure su base politico/ideologica (0.3%). In entrambe le direzioni.
Ne I Soprano la scelta, invece, è unicamente narrativa.
Rappresentare un certo tipo di spaccato sociale madido di razzismo, sessismo e omofobia è impossibile senza mostrare razzismo, sessismo e omofobia, che vengono peró utilizzati solo come elementi atti a conferire veridicità e autenticità alla storia e ai protagonisti. Non c’è nessuna implicazione morale dietro alla rappresentazione, nessun messaggio scritto a pennarello rosso per lo spettatore.
Era un modo migliore di fare televisione? Forse. Il punto è che fermarsi al “bei tempi in cui c’era libertà di espressione, ora non si può più dire nulla” è un modo molto pigro e, secondo me, superficiale di leggere la situazione.
Perché l’altro lato della medaglia è che guardare i Soprano oggi ti butta in faccia un sacco di materiale che, proprio perché stride con i canoni attuali, balza all’occhio, mentre prima sarebbe risultato indifferente. E non certo perché sia cambiata la mia posizione in relazione a certi argomenti. Ovviamente la cosa non mi indigna, né mi porta a pensare che la serie non vada guardata, però mi fa riflettere sul fatto che evidentemente i nuovi registri per l’intrattenimento abbiano portato ad un risultato, perché la sensibilità è cambiata e me ne sono facilmente reso conto anche io, che comunque non sono mai stato refrattario a certe battaglie.
Da un lato quindi mi mancano prodotti che non debbano a tutti i costi raccontare una realtà forzatamente inclusiva, anche quando non se ne sente la necessità narrativa e, anzi, spesso finiscono per essere fin troppo “puliti” per risultare verosimili. Dall’altro però ho avuto modo di realizzare come questa deriva abbia effettivamente portato a più sensibilità ed è certamente una cosa buona.

Quindi?
Boh, non so neanche io cosa pensare. La mia speranza è che la sensibilità, una volta creata, metta radici e non necessiti più di dover essere alimentata forzatamente. Che si possa tornare a raccontare la società nei sui pregi e nei suoi difetti, senza la pretesa di dover insegnare qualcosa a chi guarda o, peggio, con la paura del cattivo esempio. Perché alla fine è un po’ quello: se pensiamo la TV o il Cinema abbiano il dovere di essere inclusivi e polite per dare il buon esempio, non stiamo forse dando ragione a chi negli anni ha cercato di non farceli guardare per paura che ce ne dessero uno sbagliato?
È un dibattito molto più sfaccettato di quanto siamo quotidianamente portati a pensare, credo, e molto meno polarizzante di quanto non lo siano Pio&Amedeo o Biancaneve senza i nani.


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Addio, Silvio Berlusconi

Sono nato nel 1981, quindi l’Italia di Silvio Berlusconi me la sono vissuta tutta, col suo periodo di maggior rilevanza politica che è grossomodo coinciso con il mio periodo di maggior fervore giovanile.
Siccome mi imbarazzano molto le cose che scrivo (a ragione, direte voi) non mi metto a fare una verifica, ma dal 2005 ad oggi credo di aver speso parecchie parole qui sopra parlando di Berlusconi. Probabilmente con tante diverse sfumature di odio e disprezzo.
Non mi pento di nulla e non rinnego niente.
Nel giorno della sua morte però, mi prendo qualche altra riga per due concetti che vorrei lasciare qui sopra a chiudere il discorso.

UNO:
Io lo so che noi millennials tifosi dell’AC MILAN dobbiamo tantissime vittorie meravigliose a Silvio Berlusconi.
Però:
– Celebrarlo per il Milan è, letteralmente, dire: “Ha fatto anche cose buone”
– Il calcio dei ricchi che, spero, fa tanto schifo a tutti lo ha creato lui.
Quindi oggi, secondo me, non dovremmo dire niente. Abbiamo goduto di Van Basten, Sheva e Kakà come tutti i privilegiati che dalle briciole degli interessi personali di SB hanno raccattato il proprio benessere.
Teniamoci stretti i ricordi, ringraziamo la sorte, e finiamola lì.

DUE:
In Game of Thrones, quando muore il Night King, immediatamente tutti gli zombie da lui creati cadono a terra e smettono di essere un problema.
Con la morte del cattivo il male finisce di colpo, come con un colpo di spugna, e la storia cambia. Per quello i buoni festeggiano, per quello lo spettatore esulta. La morte cancella i problemi insieme a colui che li ha creati.
Nella realta, purtroppo, non siamo così fortunati. 

C’è poco da festeggiare.


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Quella cosa dell’ad di Tommy spiegata bene

Succede che sto scrollando il feed di Facebook e mi appare questo ad di Tommy Hilfiger che, come credo nell’intenzione di chi l’ha pensato, mi fa bestemmiare.
Così apro wordpress e inizio a mettere insieme i pensieri al fine di argomentare la mia bestemmia, solo che ad una certa penso: “E se, invece, la buttassi in vacca?”. Mi capita spessissimo di pensarlo, ma direi che da qualche anno a questa parte 9 volte su 10 desisto, inseguendo il miraggio del mio quieto vivere. ‘Sta volta no.
Questa volta chiudo wordpress, apro i social e me ne esco con questa cosa qui:

Detesto essere quello che spiega le barzellette, anche quando non fanno ridere, ma tocca provarci: credo sia evidente il patriarcato sia ancora esattamente dov’era quando Tommy nelle pubblicitá ci metteva Gigi Hadid. Non sono peró neanche qui a darmi il tono di quello che “era un esperimento sociale”, “era solo una provocazione” o, peggio, “mi avete frainteso”.
Sono davvero convinto che la scelta di modellǝ distanti dai canoni comuni di bellezza (e, precisiamolo, non é tanto/solo questione di taglia) sia una stupidata e adesso elencheró le mie ragioni per punti.

1) Mi dá profondamente fastidio l’ipocrisia di base. Non dei brand peró, delle persone. Di quelli che se Volkswagen pubblicizza ormai solo modelli ibridi o elettrici é greenwashing, mentre Tommy fuckin’ Hilfiger che piazza una ragazza selezionata appositamente per non risultare bella a nessuno (perché se non é trasversale, la campagna non funziona) sia da applaudire. O cavalcare certe lotte per ritorno commerciale é sbagliato sempre, o non é sbagliato mai. Solo i Sith vivono di assoluti, ma Yoda diceva: “do or do not, there is no try” quindi mollatemi, che anche in questo caso mi pare si stiano usando due pesi e due misure sulla base del tifo.
Dei brand che si appropriano di valori non necessariamente loro per vendere avevo parlato qui tempo fa, quindi non sto a ripetermi e vado avanti.
2) Smantellare i canoni di bellezza é una chimera del cazzo. Mi sembra assurdo doverlo stare a dire, ma in una societá in cui siamo costantemente esposti a dei modelli, chi sceglie questi modelli ci plasma sulla base del costruire in noi delle aspirazioni a cui omologarci, possibilmente acquistando ció che serve. Nel momento in cui ci andiamo tutti meravigliosamente bene cosí come siamo, finisce che non ci serve piú niente e, da dove la sto guardando io (AD 2023) non siamo destinati, come specie, all’assenza di necessitá.
Appurato questo, io credo che il problema non sia mai nel tipo di modello a cui ci chiedono di tendere, ma nella nostra capacitá di accettare il nostro esserne distanti, ma qui andiamo a dove bestemmio piú forte, ovvero il punto
3) L’EDUCAZIONE NON LA FA LA PUBBLICITA’. Non é e non sará mai il suo ruolo e, anzi, sarebbe dannosissimo delegarle quella funzione. Ci servono gli strumenti per comprendere il ruolo della pubblicitá e per costruirci la self confidence necessaria a guardare un poster con Cristiano Ronaldo o Jennifer Lawrence senza sentirci dei falliti. E lo strumento non é convincersi che su quel poster potremmo/dovremmo starci anche noi. Perché?
4) Perché ci saranno sempre ambiti in cui ognuno di noi funziona meglio o peggio. Stare in mutande su un cartellone ha un’unica valenza ed é estetica. Non c’é merito nell’avere quella dote come non c’é merito nell’essere alti due metri o avere una mente piú brillante della media. Sono fortune, che volendo richiedono anche un certo impegno/sacrificio per non essere vanificate, ma che di fatto apriranno alcune porte con piú facilitá. Di nuovo, lo scopo dovrebbe essere avere porte per tutti ed essere capaci di scegliere le proprie, non pretendere di passare tutti dalle stesse.
5) Dovremmo anche smetterla di raccontarci che la bellezza abbia qualcosa a che vedere con il patriarcato. Il patriarcato ha a che vedere solo col potere.
Questa cosa la spiega benissimo il porno, che é (anche giustamente) accusato di essere uno dei fattori che contribuiscono a radicare un certo tipo di mentalitá negli uomini. Nel porno ci sono categorie di ogni tipo, per fantasie di ogni tipo. Il porno é maschilista perché fallocentrico e costruito attorno al piacere maschile, quando lo si accusa perché “alimenta fantasie verso standard di bellezza stereotipati” si manca clamorosamente il bersaglio. Anche fosse, peró…
6) Dovremmo assolutamente smetterla di criminalizzare la fantasia o, peggio, costruire una societá che per evitare delusioni ci forzi a sognare in piccolo. Vaffanculo. La fantasia é un paradiso che esiste davvero, a comando, per compensare qui ed ora un’esistenza non sempre all’altezza di essere l’unica che avremo a disposizione. 

Per questi motivi, quando vedo quel tipo di ad, mi monta il nervoso. Sono tutti punti ampiamente dibattibili e non condivisibili, ci mancherebbe. Senza togliere che l’uscita con cui ho provato a esplicitare il dissenso possa essere considerata “infelice”. La cosa che, come sempre, mi fa un po’ sbarellare é la reazione social a questo tipo di uscite.
Su FB, dove di massima conosco le persone che vedono quel che scrivo, c’é un po’ piú di propensione al dubbio e meno tendenza al giudizio tranchant. In tanti avranno letto quel post pensando “che cazzata”, ma se qualcuno pensa che io sia un coglione non lo pensa (solo) per via di questo post cosí come non sará un post a fargli cambiare idea domani. Conoscendomi, qualcuno di quelli che ha pensato fosse una cazzata si é premurato di dirmelo, anche solo per incasellarla nell’idea che ha di me.
Su twitter la cosa é ovviamente diversa, ma io sono un cretino e penso che non lo sia.
Penso che chi mi segue un po’ mi conosca e che quindi non mi giudichi ogni volta da zero, ad ogni tweet, sfanculandomi alla prima uscita “non conforme all’atteso”, eppure so benissimo che non é cosí che funziona da quelle parti. Mi ostino a cercare in quel posto interazioni/relazioni che non sono nella natura del contesto (salvo eccezioni che peró rientrano nel tipo di persone simili al profilo che ho descritto per FB).
E quindi finisco sempre nello stesso loop, a ragionare di come si possa avere aspettative cosí alte nei confronti di chi ci sta intorno, responsabile di dover dire sempre e solo cose condivisibili.
Boh, io non ce la faccio.


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Chi perde, spiega

E quindi eccoci qui.
Durante la semifinale di andata sono stato coinvolto in un meeting aziendale, quindi l’ho vissuta un po’ come Fantozzi quando, nei primi dieci minuti di partita, arrivavano via whatsapp notizie incredibili di doppio vantaggio nerazzurro e infortunio di Bennacer. Solo che, purtroppo, era tutto vero. 
Ieri è stato pure peggio, perchè mi è toccato seguirla. Ho dovuto sedermi davanti alla tv per constatare al minuto 3 di avere più voglia io di chi stava in campo. E non è questione di crederci, perchè non c’era nessuna ragione per crederci. E’ più quell’orgoglio misto disperazione che dovrebbe portare a giocare una partita come quella di ieri con il sangue agli occhi. Una di quelle partite in cui la frustrazione ad una certa affiora e così, quando finisce in rissa, da casa devi soffocare l’istinto becero che ti porta a sperare di menare un avversario che non sei riuscito a battere.
Se ieri fosse finita in rissa invece, onestamente, le sberle avrei voluto che i nostri le prendessero, più che darle.
Siamo scesi in campo con l’atteggiamento di chi punta prima di tutto a limitare i danni, a non prendere imbarcate, con l’unico obbiettivo di poter andare in conferenza stampa alla fine e sproloquiare di testa alta. Solo che non esiste limitare i danni in un derby semifinale di Champions League. Esiste vincere o perdere. Sarebbe potuta finire 0-0 come 3-0 e oggi i discorsi da fare sarebbero stati gli stessi, perchè l’inter ci è stata superiore in tutto e torniamo a casa senza nemmeno la possibilità di rimuginare sulla sfiga o l’arbitraggio. Solo con l’immagine del giro palla finale e i loro olè di merda nelle orecchie. 
Una bruttissima pagina di Milan con cui dovremo convivere.

L’idea adesso è provare a capire come ci siamo arrivati, mentre ci lecchiamo ferite su cui, simultaneamente, stiamo gettando del sale.
Ho passato un anno a sentire minchiate relative ad uno scudetto “fortunato” o “regalato” relativamente ad una stagione dove, senza dietrologia o complottismi, il Milan ha chiuso con meno punti di quanti avrebbe dovuto avere a differenza di chi inseguiva. Il Milan ha vinto MERITATAMENTE lo scudetto.
Diverso sarebbe sostenere che il Milan 21-22 avesse la rosa più forte della serie A. Non è così. Avevamo una rosa compatta, ma cortissima, che uscendo da tutte le competizioni praticamente subito ha potuto focalizzarsi sul campionato e tenere botta in una stagione dove le avversarie, ognuna a suo modo, avevano lasciato spazio e punti per strada. Cosa che quest’anno il Napoli invece non ha fatto. Ad ogni modo, ci siamo ritrovati a maggio con la rosa compatta e vincente e un pezzo importante, ma non così fondamentale come piace raccontare, in uscita. 
Non ero nella stanza dei bottoni, ma secondo me il ragionamento societario è stato questo: “Lo scudetto non cambia la priorità, che è continuare a giocare la CL arrivando nei primi 4. Quel che si può fare, concretamente, è aggiungerci un cammino più lungo in coppa continuando a lavorare programmaticamente sul futuro.”
In quest’ottica, il tanto vituperato mercato estivo io tendo quasi a salvarlo. Perchè per quell’obbiettivo, ragionevolmente, allungare la panchina con dei rincalzi e investire su un giovane di prospettiva per il ruolo più scoperto negli 11 titolari (quello di Kessie/Krunic) era un’idea valida. Ovviamente qualcosa di diverso andava fatto, non sono qui a nascondermi. Oltre a tante giovani scommesse qualche giocatore sicuramente pronto andava inserito, se l’obbiettivo era portare a casa qualche partita di campionato in più con le seconde linee senza accendere ceri alla madonna, ma di massima hanno preso un vice Giroud (Origi), hanno rimpolpato il centrocampo con Adli, Pobega e Vranckx e puntellato in difesa con Thiaw e Dest in aggiunta al rientro a regime di Kjaer. E poi sono andati all-in per l’unico che sarebbe dovuto diventare titolare: Charles De Ketelaere.
Cosa è successo, allora?
Non è facile dirlo, però quello che è arrivato a me che le guardavo dal divano è che nessuno di questi nomi si sia rivelato in grado di giocare a pallone in Serie A, restituendoci a questo punto una rosa ancora più corta di quella dell’anno prima, costretta ad affrontare tutti gli impegni di una stagione lunghissima e con la grande variabile del Mondiale in mezzo. E’ successo che per il secondo anno di fila il tuo portiere si è fatto male senza che tu avessi provveduto ad un rimpiazzo presentabile (sfiga) e che due dei tuoi giocatori chiave, dopo essere stati spremuti da te, si sono anche dovuti sparare un cammino mondiale impegnativissimo conclusosi con la botta psicologica della finale persa. A fine Dicembre tutto questo era evidente e sotto gli occhi di tutti ed è qui che c’è stato il vero, gigantesco errore: non fare nulla. Per tutto Gennaio, col mercato aperto e la squadra che prendeva 3 gol nei primi 20′ contro letteralmente chiunque, la società non ha mosso un dito per tentare di aggiustare una situazione che, se anche figlia di decisioni giustificabili e ponderate, di fatto urlava per la necessità di interventi.
Lì è andato tutto, come si suol dire, affanculo.
Corti, stanchi e (si vocifera) non più compatti come l’anno precedente: quella che anche sulla carta sarebbe stata una salita è diventata una parete da arrampicata. Col senno del Poi sembra facile dirlo, ma se una tra il Tottenham in crisi ed il Napoli sbruffone avesse fatto il favore di eliminarci, oggi saremmo probabilmente messi meglio in campionato e parleremmo di questa stagione con toni decisamente diversi. Non è andata così, ma non è detto sia necessariamente un male.

Quindi, adesso, che si fa?
Questo terzo paragrafo ci porta obbligatoriamente ad interrogarci sul futuro e, secondo me, il vero nodo da chiarire è quello relativo all’allenatore. Io vorrò sempre bene a Stefano Pioli e resto convinto che nessun coach al mondo, nessuno, con questo Milan avrebbe fatto meglio di quel che Pioli ha fatto tra il 2020 e il 2022. Fino a prima di questo derby tremendo la mia posizione quindi era che, senza i dovuti investimenti sulla rosa, nessun allenatore sarebbe potuto arrivare a portare un valore aggiunto. Oggi la penso diversamente. La mia sensazione è che un cambio in panchina sia necessario perchè qualcosa, nello spogliatoio, si è rotto e di solito queste rotture non si possono aggiustare. Chi arriva ha il compito di (ri)portarci a vincere con Cremonese e Spezia e cementare la nostra presenza di diritto tra le prime quattro teste di serie del campionato italiano. La stessa condizione del 2022, ma senza la forza di essere Campioni e senza la stabilità di un gruppo vincente.
Evitando di entrare nei meandri dei discorsi economici e di bilancio che mi danno il voltastomaco e di cui parlano ormai tutti i tifosi, la scelta di cambiare allenatore porta con se un bivio:
1) Prendere un allenatore “più forte” e alzare l’asticella delle ambizioni.
2) Prendere un allenatore “scommessa” e, implicitamente, ridimensionarci.
Contro intuitivamente partiamo dall’opzione 2. Forse è il mio essere tifoso a farmela sembrare meno percorribile di quanto sia in realtà, ma non ci credo. Certo, permetterebbe di continuare senza stravolgere la rosa o investire massivamente e oggi, con il quarto posto a fortissimo rischio, sono variabili non di poco conto. Un nuovo allenatore con aspettative modeste potrebbe magari recuperare qualcuno dei cento ragazzini smarriti di Milanello e, col supporto della dirigenza, traghettarci ad una stagione 24/25 più profondi e competitivi di oggi. Il rischio di fallimento però è davvero altissimo e non credo il Milan abbia un altro anno bonus per riprovarci. 
L’opzione 1 è certamente suggestiva, ma porta con sé una certa mole di implicazioni poco probabili. Un allenatore di grido chiama investimenti, per lui e per la rosa. Potendo fare il fantamercato dei sogni ci sono tanti ruoli in cui il Milan ha bisogno di innesti, troppi per credere si possa davvero fare senza smantellare l’ossatura attuale, che vuol dire vendere qualche pezzo dei pochi che hanno un mercato. Uno su tutti: Leao. Io non sono per forza di cose contrario a cedere il portoghese, ora che il rinnovo ci porta a poter fissare noi la cifra, ma non ho garanzia alcuna questo produca automaticamente l’irrobustimento della rosa auspicato. Tocca avere fiducia in chi tira i fili, ma il passato recentissimo un po’ di scetticismo addosso me lo ha buttato.
Tocca navigare a vista in un futuro con più nebbia di quanto fosse legittimo aspettarsi 12 mesi fa.

Forza Milan.


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Il film di D&D

È uscito Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri e ieri l’ho visto al cinema.
Per me la miglior trasposizione possibile di una sessione di D&D che giocherei con gli amici, quindi adesso facciamo che metto qui il trailer e chiudo la parte spoiler-free, poi sotto al video ne parlo in dettaglio.
Andate a vederlo al cinema, vi prego, perché voglio ne escano almeno altri dieci.

Se fai un trailer in stile honest trailer è già abbastanza chiaro il livello di strizzatina d’occhio a cui aspiri, quindi da un lato mi compri subito, ma dall’altro mi si attivano tutti i sistemi d’allarme possibili. Mi piace mi si faccia l’occhiolino, ma dipende sempre da chi me lo stia facendo e quanto riesca a non rendersi ridicolo nel farlo.
Secondo me, quindi, un buon modo per iniziare a parlare di questo film é valutare il livello di fan service che ci hanno messo dentro.
Quanto ce n’è?
Tanto.
Dá in qualche modo fastidio?
No.
Certo, dipende dal tipo di approccio che si ha con il materiale di partenza.
Dungeons & Dragons è un gioco vecchio e reso popolare da una generazione di nerd che non hanno minimamente a che fare con l’accezione attuale del termine. Non vorrei fare una digressione troppo ampia, ma il termine nerd ha un percorso uguale ed inverso a quello del termine emo. Entrambi hanno stravolto il loro significato nel processo di sdoganamento verso l’uso comune, solo che “Nerd” è passato dall’essere un insulto destinato ad una cerchia di persone con evidenti problemi di relazione al mondo esterno, ad una sorta di etichetta spesso auto-assegnata che in qualche modo certifichi la figaggine e l’alternativismo di chi se la sente addosso. Ad “Emo” è successo l’esatto opposto.
C’erano quindi due rischi da scongiurare facendo questo film. Il primo era di fare qualcosa che usasse D&D solamente come marchio per portare in sala i rimastoni come me, ma che puntasse in realtà a chi pensa di essere un nerd perché ha visto Stranger Things. Un film in cui due o tre “sottili citazioni” (che non chiamerò easter egg per evitare di indisporre il Governo) vengono annacquate in una poltiglia hypster e anonimissima, priva della reale intenzione di trasporre lo spirito del gioco e volta solo a monetizzare cavalcando una moda che tiene fino a che resta superficiale.
Il secondo era quello di puntare forte sul target originale, prendendosi drammaticamente sul serio e cercando di trasporre tutti i must dei veri fanatici del gioco. Fare una sorta di Bohemian Rhapsody, per dare un riferimento. Occhio che questo non vuol dire per forza fare un film cupo, drammatico o traboccante di epica per metallari puzzolenti. Nessuno produrrebbe un film così, oggi. Quel che invece si fa di continuo è scrivere storie seriosissime, con personaggi (super)eroici, e farcirle di spalle comiche e gag da barzelletta del cucciolone che sembrano incollate a forza nel contesto. Ecco, il film di D&D non fa questo errore.
L’Onore dei Ladri sceglie un tono e lo tiene per tutto il tempo, con una coerenza rara. Il tono è quello del cazzeggio e, santo Dio, è il tono che ogni sessione di D&D divertente dovrebbe avere. Hanno trasposto il gioco nella sua giocositá e lo hanno fatto tramite gag che ogni giocatore di D&D ha vissuto con gli amici, ma che sono sempre abbastanza ricercate da non risultare stucchevoli perché trite e ormai abusate. Per fare degli esempi: non c’è il nano che litiga con l’elfo, c’è parlare coi morti; il personaggio del barbaro non è stupido, è diretto e quindi a volte fuori luogo. Cose così.
Se poi parliamo delle scelte che legano più fortemente il film al gioco e alla sua community, per me sono stati perfino raffinati. Le classi dei personaggi sono ben rappresentate, stereotipate il giusto da farle arrivare anche a chi non mastica, ma senza eccedere nel caricaturale; la magia, elemento difficilissimo da bilanciare in scrittura, trova il giusto spazio e riesce anche a trasferire quel senso di “uso creativo degli incantesimi” tipico di chi gioca a D&D; con il personaggio dello stregone sono anche riusciti a farmi percepire la crescita di potere che in gioco si ottiene al passare dei livelli.
E poi i mostri.
Tanti e usati spesso anche solo per dare colore al mondo. Alcune creature come il mimic o il cubo gelatinoso sono evidente fan service ai giocatori di vecchia data, altre come la belva distorcente provano a dare quel tocco di ricercatezza che ogni giocatore vorrebbe dal proprio master (la frase “Hai un cazzo di manuale da centinaia di mostri, possibile si debbano incontrare sempre i soliti quattro???” l’abbiamo pensata tutti almeno una volta). Pure il drago viene proposto in maniera perfetta perché è simultaneamente demitizzato, ma senza ledere al suo essere comunque una delle creature più temibili del mazzo.
L’orsogufo invece mi piace pensare l’abbiano messo proprio per me. Mostro preferito di sempre.
Niente, più ci ripenso per scriverne e più mi convinco abbiano fatto esattamente il film che volevo e speravo facessero. Sui canali social del gioco lo stanno presentando alludendo ad un D&D Cinematic Universe e, non so che dire, io ci spero fortissimo.


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Occupy il basso sfasciato

Il basso sfasciato è un account instagram molto figo, che racconta momenti rilevanti della musica tramite immagini. L’account lo cura Francesco, che è anche il principale responsabile di quel che era BASTONATE, forse il mio posto preferito online per leggere di musica che, nove su dieci, mi fa cagare.
Se vi interessa la musica anche per le storie che le gravitano attorno, dovreste seguire il basso sfasciato. Ci sono racconti pazzeschi scritti benissimo. Di norma.

L’altro giorno cazzeggiavo su facebook come capita sempre più raramente e mi è saltata fuori una pagina che ripostava un vecchio video dei Blink 182. Non saprei dire perchè, ho pensato che la storia dietro quel video potesse essere interessante e forse non conosciutissima, quindi ho scritto a Francesco per chiedergli se gli interessasse raccontarla. Non gli interessava.
Però mi ha chiesto se volessi raccontarla io e ho pensato di accettare, non solo per infilare i Blink in un contesto in cui non sarebbero probabilmente mai finiti, ma anche per provare a fornire un’inquadratura diversa rispetto alla narrazione che è sempre girata intorno al gruppo.
Ne è venuto fuori il post che trovate qui sotto, uscito su Il basso sfasciato 25 anni esatti dopo quella performance televisiva.

La mia personale storia col disco da cui è venuta fuori la canzone del video sta in un post uscito ormai sei anni fa che si chiama I vent’anni del disco dei miei vent’anni e credo sia una delle cose che mi sono uscite meglio da quando butto il tempo a scribacchiare su internet.


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Sanremo 2023

Ormai venire qui e commentare le canzoni in gara al Festival di Sanremo è diventata una piccola tradizione, quindi eccoci.
Io la kermesse non la seguo in TV perchè, come detto nelle puntate precedenti, è uno spettacolo che non mi interessa e non mi piace. Tendo a recuperare le clip significative i giorni successivi, giusto per stare sul pezzo con le polemiche. Quest’anno ad esempio ho scoperto che c’è ancora gente che non riesce a codificare Salmo che va ospite con delle rime contro Sanremo e pensa davvero quello sia un gesto coraggioso/rivoluzionario, o Blanco che smatta sul palco. Ovviamente tutte cose per cui, anche quest’anno, si è tirato in ballo il punk, ormai ospite fisso della manifestazione.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.
Io, però, sono qui per parlare delle canzoni e quindi adesso mi ascolto la playlist di spotify (perchè su Tidal non ce n’è una con tutte e 28 le tracce, o se c’è non l’ho trovata), commentando pezzo per pezzo.
Per chi non avesse familiarità con il mio modo di approcciare la questione, per me Sanremo è La Canzone di Sanremo™ (da qui CdS™), archetipo che non ha senso di esistere mai, ma che in quel contesto trova la sua collocazione naturale. Potrei provare a spiegarvi in cosa consiste, ma sarebbe più noioso delle canzoni stesse, cosa davvero indicativa, quindi mi limito a puntare il dito quando lo riconosco in scaletta.
Vediamo come va.

Due vite – Marco Mengoni
Non so che opinione abbiate di Marco Mengoni, ma secondo me di ben collocati come lui dentro il contesto Sanremo ce ne sono pochi. Qui arriva con una classicissima e ultra didascalica CdS™, ma funziona tutto perfettamente. Non ho ancora sentito nessun altro pezzo, ma ho seri dubbi altri abbiano fatto meglio. Vai Marco, a me sei simpatico, vincila tu e siamo tutti felici.

IL BENE NEL MALE – Madame
L’attacco sembra da CdS™, ma è tutto finto. Un po’ come il certificato vaccinale della tizia che canta. Il pezzo non è brutto, purtroppo, ma tra la vicenda del Green Pass e il capslock di merda nel titolo mi vedo ideologicamente costretto a pensarne tutto il male possibile.

Splash – Colapesce & Dimartino
Io a questi musica leggerissima non l’ho ancora perdonata, ma forse il mio problema vero è più con chi ne ha parlato come di un capolavoro. Questa è pure più noiosa. “Mi tuffo nell’immensità del bluuuu… Splash.”. Ma andate affanculo.

Due – Elodie
Direi pezzo di Elodie piuttosto standard, ma senza il ritornello killer di “tribale” o anche solo di “Bagno a mezzanotte”. Non credo di arrivare a ricordarmela, ma apprezzo l’approccio a cazzo duro tipo: “Sono più grossa di sto carrozzone, quindi non mi piego alla CdS™ e vado dritta col mio sound”. Certo, con un pezzo buono sarebbe stato meglio.

CENERE – Lazza
Questo per qualche strano motivo viene portato avanti come fosse un genio, credo c’entri col fatto che ha fatto il conservatorio. Boh. Classico capslock da giovane, ma sotto sotto è una banalissima CdS™, solo quell’attimo più pretenziosa. Di fatto ha avuto meno palle di Elodie. Anche sto giro, una motivazione concreta allo status che si porta dietro la troviamo la prossima volta.

Furore – Paola & Chiara
Non ce n’era davvero bisogno, dai. Poi io la sto ascoltando senza il video, credo anche quello pesi.

SUPEREROI – Mr.Rain
Ed eccola la CdS™ in capslock del trapper/rapper/Fedez di quest’anno. Il coro coi bambini? Camminerò? Madonna che monnezza.

Duemilaminuti – Mara Sattei
Altra CdS™. Anzi, devo dire la più CdS™ tra le CdS™ fino ad ora e quindi, come giusto, una lagna senza confine che sembra durare davvero “duemila minuti anzi duemila ore”.

TANGO – Tananai
Io a questo voglio bene perchè mi sta simpatico e in certi passaggi mi sembra davvero di sentire Roby Burro, non so se siano i testi o come canta. Credo un mix delle due. Qui però si presenta con una CdS™ inutilissima e, fidatevi, mi spiace davvero doverlo riconoscere. Ma poi perchè anche tu con sto capslock? Dai. Sei meglio di così, Tananai.

Alba – Ultimo
Spotify mi mette la pubblicità prima di iniziare, dandomi tempo per precisare quanta sfiga mi trasmetta Ultimo da quando l’ho visto fare i live con la maglietta con scritto Ultimo sopra. Ecco il pezzo. Altra cosa che trasuda sfiga di Ultimo è che ha appracciato la CdS™ anche fuori dal contesto sanremese. Cioè lui davvero pensa che le lagne che attaccano col pianofortino moscio e poi crescono in un groviglio di urlati raccapriccianti siano un format dignitoso. Poi oh, riempie gli stadi eh, quindi chi sono io per dire che la sua roba è concime per piante a cui non vuoi neanche troppo bene?

MARE DI GUAI – Ariete
Inizio a pensare che il capslock sia una sorta di codice implicito per segnalare allo spettatore del Festival che non ha il minimo interesse per la musica, ma che lo segue unicamente come evento televisivo/culturale, quali siano gli artisti “giovani”. Va beh, andiamo sul pezzo. CdS™ anche per Ariete, che evidentemente pensa davvero che essere giovani faccia schifo e quindi si presenta con una canzone che ha almeno 65 anni.

L’ADDIO – Coma_Cose
I Coma_Cose hanno fatto anche cose buone. Non in questo caso.

Vivo – Levante
Lei è insopportabile, ma il pezzo non mi dispiace. O forse è che ho il cazzo pieno delle lagne arrivate fino ad ora e questa la apprezzo anche solo per la voglia di metterci un po’ di ritmo. Il ritornello è irricevibile sotto ogni punto di vista, roba da programmazione di Radio Italia alle tre di notte del mercoledì.

parole dette male – Giorgia
Grandissima con solo le minuscole, dammi una gioia anche col pezzo dai! No? No. CdS™, lo scrivo solo a fine statistico. Milioni di canzoni orribili che parlano di canzoni belle, per una volta mi piacerebbe una canzone bella che parla di canzoni orribili.

MADE IN ITALY – Rosa Chemical e Bdope
Porcheria indifendibile. Cristo. Ma come cazzo fa certa roba ad esistere? Cioè qualcuno ha sentito ‘sto pezzo e ha pensato: “funziona”. Impazzisco.

Cause Perse – Sethu e Jiz
Questi non ho idea di chi siano, quindi mi aspetto la qualsiasi mentre attendo finisca quella merda di MADE IN ITALY. Eccoci. Not my cup of tea (eufemismo), ma penso sia roba che può starci nel 2023, cioè immagino che nel suo essere uguale a sessantamila altri pezzi sotto ogni possibile punto di vista possa funzionare per chi quei sessantamila pezzi se li ascolta volentieri.

MOSTRO – gIANMARIA
Qui siamo al level up per il capslock, con al minuscola iniziale. Forse se tutto lo sforzo usato per cercare nuovi mirabolanti modi per scrivere il nome dei cantanti o i titoli delle canzoni venisse usato per scrivere i pezzi ascolteremmo roba più interessante. Poi ok, lui secondo me è pure bravino ed il pezzo certamente non tra i peggiori fino a qui, ma è davvero un merito molto poco meritevole.

Polvere – Olly
Una sorta di Nintendocore in versione Sanremo. Capisco il senso di averla in scaletta e non è che dia necessariamente fastidio, ma non credo ne sentiremo più parlare. Anche perchè è un pezzo che dovrebbe puntare sul ritornello e invece il ritornello, se possibile, depotenzia.

Lettera 22 – Cugini di campagna
Sappiamo tutti che l’unico commento da fare, a prescindere dal pezzo, sarebbe “a parità di vestiti, sono meglio dei Maneskin”. Io non ho davvero mai avuto contatti con la musica dei Cugini di Campagna, quindi non so se sta roba sia standard per loro o meno. E’ una CdS™ collocabile a cavallo tra i ’90 e i ’00, quindi puzza di vecchio tantissimo, ma magari per loro è futurismo.

Quando ti manca il fiato – Gianluca Grignani
Mi spiace dire male di un pezzo del genere, onestamente. Quindi su Grignani dirò solo che il suo commento al caso Blanco è il migliore di tutti. Ah, calma, in chiusura il pezzo, musicalmente, è figo. Che questo si noti solo quando lui smette di cantare però credo non deponga troppissimo a suo favore.

UN BEL VIAGGIO – Articolo 31
Mi vergogno un po’ a dirlo, ma io sugli Articolo 31 avevo delle aspettative. Lo so, lo scemo sono io. CdS™ brutta in culo, con anche il titolo in capslock per non farci mancare nulla del peggio. Gli scretch incollati a caso ciliegina sulla merda.

Se poi domani – LDA
Non ho tredici anni, non credo di poterne parlare. Però spero di avere la forza di comprare la droga ai miei figli se dovessi scoprirli dentro a roba del genere.

Stupido – Will
Leggi sopra.

Terzo cuore – Leo Gassmann
Non so se questa persona abbia effettivamente una carriera da musicista fuori da questa settimana, ma in questa settimana per me può tranquillamente starci. Il ritornello mi pare un mezzo ripoff dei Pinguini Tattici Nucleari e visto che i PTN non sono esattamente Beatles, forse c’è un problema a monte.

Non mi va – Colla zio
Questi sono amici della figlia di una mia collega. Spiace più che altro per lei.

Egoista – Shari
Ma il pezzo di Madame non l’avevo già sentito? Si scherza dai. A me il cantato femminile biascicato fa cagare, ma quando inizia a svolazzare con la voce su quei vorrei finali si rimpiange tantissimo il momento biascicato.

Lasciami – Modà
Occrishto ma non ce li eravamo tolti dal cazzo questi? Ma ridatemi le Vibrazioni piuttosto. Che poi vaffanculo la melodia non sarebbe neanche così orrenda, è solo sbagliatissimo tutto il resto, cantante in primis.

Sali (Canto dell’anima) – Anna Oxa
E andiamo! Urla belluine come non ci fosse un domani e senza la minima giustificazione. Non mi sarei potuto aspettare nulla di meglio dalla Oxa e direi che è un modo degnissimo di chiudere sta playlist, con la sofferenza estrema. Sua e mia.


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