Una cosa bella che non c’è più

C’è un album che, ogni volta che mi chiedono di dire i 10 dischi della mia vita, metto sempre dentro. Ce ne saranno forse altri due o tre con lui, più di metà della lista varia a seconda del giorno, dell’anno o di come sto in quel momento. A differenza di tutti gli altri però, inamovibili o meno, di questo non ho mai scritto. Non lo so perchè.
Non mi ricordo come mi fosse passato per le mani, ma lo avevo acquistato appena uscito ed infatti ho la prima ristampa, che è poco più di un demo avvolto in un cartoncino.
La copertina è così bella che ce l’ho appesa in casa a mo’ di quadro.
Il disco si chiama Pneuma ed è il primo lavoro dei Moving Mountains.
Ce n’è un secondo, che ho atteso con un’impazienza incalcolabile e che mi ha ovviamente deluso a mille, tanto da non farmelo ascoltare praticamente mai negli anni successivi, e poi ce n’è un terzo che non è piaciuto praticamente a nessuno e che invece per me è stupendo, tanto che basterebbe da solo a mettere i Moving Mountains tra i miei gruppi preferiti di sempre.
Sono riuscito anche a sentirli suonare al Lo-Fi di Milano e c’erano forse 30 persone. Io avevo l’accredito, di conseguenza dubito qualcuno avesse pagato per esserci. Non fu un concerto indimenticabile, i suoni facevano schifo. Comprai comunque la maglietta, probabilmente perchè mi sentivo in colpa per non aver pagato il biglietto di un evento semideserto, ma la presi troppo grande. Per qualche anno è stata un pigiama, poi non è stata più.

Dei Moving Mountains non è uscito nulla per un lasso di tempo che a scriverlo adesso, facendoci caso, è enorme, ma che prima di ora non percepivo tale. Quasi otto anni. In cuor mio avevo smesso di credere esistessero ancora, ma in qualche modo forse covavo la speranza di venire sorpreso un giorno da un disco nuovo.
Su twitter ho scritto che ormai erano come la nonna malata da tanto tempo. Tu sai che è malata, ma ormai la malattia è diventata una condizione che per te andrà avanti per sempre, immutabile, e se anche non credi sul serio un giorno possa guarire come per magia, non sei mai davvero preparato al momento in cui andrai a trovarla e scoprirai che non c’è più.

Circa un’ora fa, non so bene perchè, sono andato sul sito dei Moving Mountians e ci ho trovato un blog con sette post a tema Herpes (?), prova che probabilmente nonna ci ha lasciati per non tornare e in questo momento sto decisamente peggio di come stavo prima di scoprirlo.
Qui sotto metto la playlist della sessione live che avevano registrato per presentare l’ultimo disco, perchè mi piacerebbe qualcuno riascoltasse quei pezzi oggi e provasse a dirmi in faccia che non sono meravigliosi.
Avrei potuto mettere Pneuma, ma avrei dovuto scriverne e probabilmente non è una cosa che voglio fare.
Penso di sapere perchè non ne ho mai scritto: non credo di esserne capace.

Di Whatsapp, Facebook, annunci pubblicitari e altre ovvietà

Se c’è una roba a cui sono radicalmente contrario sono le armi giocattolo.
Non starò qui a tirare pipponi sul perchè, non credo sia difficile da intuire anche per chi non la pensa come me, prendiamolo come punto di partenza per un discorso diverso.
In casa mia armi giocattolo non ne entrano, i bambini non ne hanno mai chieste, non è qualcosa di cui si parla o che può capitare di cercare su Google o Amazon perchè, ovviamente, non regaliamo neanche agli altri cose a cui siamo contrari.
Durante le feste, in una delle chat Whatsapp che condivido con amici, uno di loro ha girato la foto in cui imbraccia una sorta di mega cannonazzo regalato al figlio.
Qualcuno gli ha risposto pensando fosse una pistola ad acqua, lui ha precisato che no, era una pistola e basta.
Io non sono intervenuto, perchè l’argomento come detto non mi interessa. Non ho commentato, non ho scritto nulla in merito e dopo qualche messaggio si è passati a parlare d’altro, come normale.
Da allora, su Facebook, sono tempestato da annunci come questo:

La prima volta mi è balzato all’occhio proprio perchè qualcosa di davvero molto lontano da me e così ho iniziato a farci caso. Da allora me lo ritrovo ormai in Facebook su base quotidiana e credo sia lo stesso cannone della foto, o comunque una roba molto simile.
Allora mi è sorta una domanda: è una coincidenza che Facebook abbia iniziato a promuovere a me quel tipo di prodotto, una roba che non trovo neanche tra i consigli sul mio profilo Amazon, proprio dopo quella discussione avuta su Whatsapp?
E’ una roba un pochino paranoica, cospirazionista, così ho pensato che probabilmente ci fosse una spiegazione dietro un po’ più semplice e ho chiesto a twitter.

Qui tocca fare un piccolo inciso.
Il 90% delle risposte che mi sono arrivate era una rielaborazione del concetto: “beh ma ovvio zio”. Siccome chi mi risponde è gente che mi segue da un po’, l’essere trattato come un coglione probabilmente dice più di me di quanto dica di chi mi ha risposto, oltretutto visto che hanno risposto in diversi.

La prima ondata di interazioni arrivatami sottolineava che Whatsapp e Facebook fossero parte dello stesso gruppo/azienda. Questa cosa (che incredibilmente sapevo anche io che vivo a Gessate) per alcuni è sufficiente a giustificare che una conversazione privata tra amici venga letta da un algoritmo, profilata ed utilizzata per scopi commerciali e di marketing.
Una parte del mio lavoro è legata all’utilizzo di dati utente e quindi ho dovuto  (e devo tutt’ora) occuparmi di GDPR. In azienda abbiamo un consulente, ovviamente, perchè non ho le competenze per capire le cose da me, ma mi rifaccio a quello che mi è stato spiegato e se c’è una cosa chiara è che i DATI PERSONALI non possono essere utilizzati o condivisi* senza richiesta di consenso, che deve essere chiaro, esplicito e preciso (tipo una richiesta specifica per ogni utilizzo). Non mi interessa entrare in quel dettaglio, il dubbio però è che il contenuto delle conversazioni non è quello che io associo al concetto di “dati personali”. I dati sono quelli anagrafici, di posizione, eventuali foto profilo ecc…, ma quello che scrivo nelle mie conversazioni private deve essere e restare privato.
O almeno credo.
Chiarito il fatto che non sia formalmente sufficiente che due aziende appartengano allo stesso gruppo perchè si scambino i miei dati come pare a loro, sono iniziate ad arrivare le mie risposte preferite:
“Sarà probabilmente scritto nella policy che nessuno legge”.
Oh, è vero, sono il primo a non averla letta eh.
Però se faccio una domanda a cui non è evidentemente obbligatorio rispondere, o hai letto la policy e mi dici “E’ scritto lì” e allora stai fornendo elementi utili alla discussione, oppure CHE CAZZO SERVE?
Posso ipotizzare da me che ci sia scritto nella policy che lo fanno, se lo fanno.
Lì ho un filo sbroccato.

In ogni caso, anche solo per rispondere stizzito a chi mi scriveva sta cosa (vi amo tutti, non abbiatene a male <3) sono andato a leggermela io quella cazzo di policy e recita quanto segue:

Quindi NO, se Whatsapp e Facebook scansionano le mie discussioni private per profilarmi a livello commerciale, lo stanno facendo senza dirlo apertamente.

Ma lo stanno davvero facendo?
Probabilmente no. E’ vero che la potenza di questi colossi è tale da poter piegare spesso le regole (o ignorarle proprio), ma è anche vero che su questo tema specifico probabilmente avrebbero più da perdere che da guadagnare facendo una cosa così apertamente contraria alle normative. Inoltre credo che ci siano persone ben più sgamate di me (eufemismo), in ambito informatico oltretutto, che uno “scandalo” di questo tipo probabilmente l’avrebbero già portato a galla, magari facendoci sopra dei bei soldi.
Mentre sbroccavo su questo post e rispondevo su twitter come fossi su un forum nel 2003, fortunatamente qualcuno ha capito cosa andassi cercando e mi ha fornito una spiegazione plausibile, che per la legge tanto cara ad Occam probabilmente è anche quella più vicina alla verità:

Bingo!
Il mio profilo utente, quello sì cannibalizzato apertamente da qualsiasi azienda per i peggio scopi commerciali, probabilmente clusterizza (sì, lo so, ma avete capito) con altri in cui quel tipo di ricerca è comune. Aggiungiamoci il fatto che, appunto, fossimo sotto Natale e quindi che moltissimi padri della mia età cercassero quel tipo di regalo su Amazon ed ecco spiegata la “coincidenza” anche da un punto di vista di timing.
Il motivo per cui Amazon non mi mostra quei suggerimenti quando sto sul loro sito è probabilmente dovuto al fatto che loro hanno dati molto più centrati da usare e possono essere più vicini alle mie reali esigenze. As simple as that.
Certo, la prova provata che sia così non ce l’ho, ma mi sembra una spiegazione migliore di quella che vede multinazionali giganti agire contro la legge, impunite.
Ad essere onesto, in questo momento sono più colpito da quante persone invece diano per scontato di essere al centro di quel tipo di trattamento e lo ritengano addirittura scontato.
A cominciare da me eh, prima di fermarmi a pensare e chiedere aiuto a chi ne sa di più.

*Nota: ero convinto, quello sì, che Facebook e Whatsapp potessero condividere tra loro dati personali senza violare GDPR. E’ anche scritto nella loro policy, se ho letto bene, ma in realtà non è del tutto vero. Quest’altra info utile arriva invece da Ale-Bu e Felson. Thx!

Il 2020 di Manq

Brindisi con la tisana, cinque giorni in Trentino, la scoperta dello slittino, la bronchite (before it was cool), Aero Gravity, il corso PADI (che ridere), Kobe, BoJack Horseman, dov’è Bugo?, i voli per le vacanze, il COVID, le scuole chiuse, Elisabetta, le curve, le mascherine che non ci sono, il lockdown, Disney+, Ice Age saga, lo smart working, i DPCM, il diario dall’isolamento, radersi per la prima volta dopo quasi vent’anni, i cori dai balconi, Baldur’s Gate, la mamma di Marco, 39, i primi concerti in streaming, i runners, i risotti della Domenica, lo scandalo della Lombardia, la birra e il vino, le dirette Zoom con gli amici, la 400tv che ritorna, l’ansia, chef in camicia, salta il canguro, 9 anni di noi, 5 anni di Puffo n°1, Silvia Romano, black lives matter, i giri in bicicletta, Cars, si torna a vedere le persone, il dramma degli aperitivers, i test sierologici, il rientro in ufficio, gli abusi delle imprese nelle richieste di CIS, Zanardi, il rimborso dei voli contro ogni previsione, i banchi a rotelle, la notte in tenda, lo skate, i vent’anni dalla maturità, il weekend enogastronomico in Toscana, BBQ River a Trezzo, Burzum, il Trentino (Reprise), la Toscana (Reprise, with shame), Immuni, il negozio Vans che ha chiuso, Ibra, Cobra Kai, la gara di grilling, Revenge Season completed, la vita su Venere, il caso Suarez, il referendum, il primo giorno d’asilo, la seconda ondata, i meme di GoT, le mascherine che ci sono (ma nessuno vuole mettere), la colpa a chi è andato in vacanza, lockdown pt. 2, la cassoeula da asporto, #IllBeSoberWhenItsOver, la cameretta nuova, Biden, l’insonnia, la maestra di Torino, Frozen, Gordon Hayward, Maradona, la patrimoniale, il vaccino, le zone colorate, salvare il Natale, Paolo Rossi, il cashback, 3 anni di Puffa n°2, Natale salvo a metà, di nuovo isolati, la neve, il tampone per tutti e tutti negativi.

Ciao 2020, quella è la porta.

Che pizza!

Mia moglie è in fissa per i lievitati.
Più che cucinare in generale, a lei piace impastare e cimentarsi in tutti quei prodotti che spaziano tra panificazione e pasticceria, con decisa predilezione per pizze e focacce.
In casa nostra si faceva il pane da ben prima del lockdown, per dire, e con l’isolamento ormai ci mancano giusto un paio di animali da pascolo in giardino per autoproclamarci agriturismo.
Per il dottorato, come colleghi, le avevamo regalato la Macchina del Pane, qualche anno dopo io le ho regalato anche la Planetaria. Di suo, lei si spara viaggi assurdi dentro blog di cucina degni del deep web in cui capita che ad Agosto qualcuno chieda indicazioni su come fare un Pandoro (#TrueStory), ma si applica e regala spesso grandissime soddisfazioni.
A Natale quindi ho deciso di fare un ulteriore investimento al fine di stimolare la crescita di questa passione, regalandole un forno da pizza.

Nelle community di BBQ che ultimamente frequento io ha iniziato a circolare questa passione parallela per i fornetti della Ooni e così ho deciso di fare una ricerchina e prenderne uno.
Delle tante versioni disponibili (gas, elettrico, legna e pellet) io ho scelto l’ultima perchè, nella mia testa, il forno da pizza deve essere a legna, ma la legna vera è più sbattimento da gestire e la soluzione a pellet mi intrigava. Oltretutto il pellet pare essere anche l’ultima frontiera in ambito grill, quindi era un modo per avvicinarmi alla questione.
Il nostro nuovo fornetto del cuore si chiama “Fyra“, quindi, e lo abbiamo testato ieri sera.
Prima cosa da dire è che il prodottino è molto curato: materiale che dà l’idea di essere solido e ben pensato per un prezzo* che a me pare abbastanza onesto. Si monta in 30 secondi, ma per procedere alla prima infornata è necessario munirsi di “accessori”.
1) Il pellet. Grazie al cazzo, direte voi, però meglio precisarlo. Un sacco da 3Kg di pellet Ooni costa poco meno di 10 euro all’Agribrianza di Concorezzo, che è tipo il Peck dell’outdoor. Per iniziare io ho preso quello, ma se ne trovano anche di più economici adatti allo scopo, proprio perchè il mondo BBQ ormai è pellet dipendente.
2) Una pala per pizza. In questo caso quelle Ooni sono davvero fuori dalla grazia di Dio in termini di prezzo. Noi ne avevamo in casa una in legno e abbiamo usato quella senza problemi.
3) Un termometro a pistola di quelli ad infrarossi. So che state pensando: “E chi non ce l’ha, nel 2020?”, ma quello che vi serve deve avere un range che arrivi oltre i 500°C, quindi immagino che il Chicco preso per mandare i figli all’asilo non faccia al caso vostro. Se ne trovano comunque online a cifre ultra ragionevoli e se avete speso quasi 300* euro per un fornetto hobby non credo il problema sia il costo del termometro. Io ho preso questo completamente a caso su Amazon.
Ottenute queste tre cose, nulla vi separa più dalla vostra smania da pizzaioli.

La domanda ora è una sola: funziona bene?
La risposta breve che posso dare, dopo un singolo utilizzo, è un sì convinto, ma essendo un blog provo ad argomentarne una più dettagliata.
La caratteristica chiave di questi forni rispetto ad altre soluzioni, da quanto ho capito studiacchiando in giro, è che sono veloci e devo dire che da parte mia è una caratteristica che confermo.
All’acquisto mi parlavano di 15′ per mandare il forno in temperatura e circa 90″ per cuocere una pizza. Noi, orologio alla mano, l’abbiamo portato a 500°C in 25 minuti circa, ma forse ha inciso il fatto che l’ambiente in cui lo stavamo facendo andare preparava la bufera di neve che se siete di Milano state vedendo fuori dalla finestra. Per me comunque anche 20/25 minuti di setup è un tempo accettabile, considerato che tutto quel che devi fare è accendere il pellet e aspettare e farsi una pizza non è proprio una cosa che decidi all’ultimo secondo dovendo preparare impasto e condimenti.
Sul tempo di cottura invece è necessario fare qualche precisazione. La prima pizza è cotta perfettamente in 90″, la seconda pure. Poi il forno ha iniziato a scendere di temperatura e di conseguenza i tempi si sono allungati. Il motivo, secondo noi, è legato al fatto che il forno va a palla quando ha lo sportello chiuso, ma perde potenza abbastanza rapidamente con lo sportello aperto. Il punto è che la cottura va fatta con lo sportello aperto, da indicazioni, e crediamo sia perchè se lo si chiude il forno torna a cannone in un secondo e brucia la pizza.
Di conseguenza, ad una prima prova, l’idea che si siamo fatti è che forse conviene fare dei round di cottura intervallati da periodi di innalzamento temperatura, soprattutto se come noi non siete proprio lestissimi nello sfornare una pizza ed infornare la successiva.
Spannometricamente: se devi fare tre pizze, falle in fila e amen. Se ne vuoi fare sei, io forse le farei due alla volta, intervallando 5 o 10 minuti a porta chiusa. Secondo me è anche una cosa carina per chi fa le pizze, che non deve stare al forno mentre gli altri mangiano, e aumenta la convivialità: metti le prime due in mezzo, ognuno prende una fetta, e mentre si mangia il forno ricarica. Poi magari continuando ad usarlo capiremo come ottimizzare il tutto, ma il punto è che due perfetti neofiti della pizza al forno a legna come me e la Polly ieri sera hanno sfornato 7 pizze in un’ora scarsa, cappellandone irrimediabilmente solo una.
Ottimo risultato.

Ok, ma com’era la pizza?
Pazzesca, da pizzeria. Croccante, ben cotta, non bruciata. Per essere un primo tentativo, ben oltre le aspettative. Ora, Paola probabilmente non è Sorbillo, ma un minimo di lievitati è pratica e se me lo chiedete sulla resa finale penso conti molto più la qualità dell’impasto che non la resa del forno. Per sommi capi: impasto buono salva una cottura del cazzo, una cottura perfetta non credo salvi un impasto del cazzo. Lei ieri ha usato questa formula qui, conoscendola non credo pescando a caso dal mazzo. Ne proveremo probabilmente altre, ma davvero la combo impasto+forno, per essere un pilota, ha dato risultati importanti. Abbiamo provato diverse combo (con e senza pomodoro, con e senza mozzarella, più o meno farcite) e l’unica sbagliatissima è stata quella coi pomodorini crudi, credo però più per via del forno sceso troppo di temperatura.

Altro da aggiungere?
Mah, forse i consumi. Sul manuale dice che con 150g di pellet tiene 15 minuti di cottura, ma di fatto noi ne abbiamo usato circa il doppio. Anche quello credo sia ottimizzabile, ma diciamo che abbiamo cotto 6 pizze con un euro di pellet. Se sia tanto o poco non lo so, ma diciamo che si torna all’idea di spendere 300* euro per farsi la pizza in casa.

Questa è una foto che ho provato a fare nel forno durante una delle cotture. Fa schifo, ma già non sono Toscani di mio, immaginatevi dovendo fotografare dentro ad un coso che sta a 500°C. 

* Ooni Fyra io l’ho pagato 279,00 euro a Settembre nella stessa Agribrianza di cui dicevo sopra (avevo paura del secondo lockdown e ho preso un regalo di Natale a Settembre, sì.).
Sul sito, oggi, lo vedo a 259,00.
Come dicevo prima, per me li vale.

DISCLAIMER: Non credo si possa anche solo ipotizzare che qualcuno mi dia dei soldi per parlare di prodotti, ma lo specifico in ogni caso: tutto quello che ho scritto è solo per iniziativa personale.
Detto questo, se voleste pagarmi per farlo, sono qui.

The Great Dismal

Ieri ho pubblicato la classifica dei dischi del 2020 e, come ovvio accadesse, dopo undici mesi e tre quarti a non trovare niente di rilevante in quello che ascoltavo, oggi mi è saltato fuori questo disco qui su FB.
Mentre scrivo sono immerso nel primo ascolto e mi sembra un disco superlativo, quindi ho deciso di farci sopra un minipost perchè, oltretutto, aggiungendo questo disco alla mia Top 5 porto in equilibrio simbolico i dischi con le chitarre e quelli senza, che è una roba importante.
Un disco shoegaze sul mio blog, 2020 at its finest.

I dischi del 2020

Il 2020 é stato un anno orrendo, non lo ribadiremo mai abbastanza, musicalmente poteva forse redimersi?
Magari sì eh, solo non per chi scrive.
Un fatto insindacabile è che quest’anno ho avuto zero tempo per sentirla, la musica. Forse lo scrivevo qui sopra tempo fa, forse no (non ho cazzi di controllare), ma non sono il tipo che mette su la musica quando c’è altra gente intorno. Crescere ascoltando roba che non piace mai a nessuno che frequenti ha scolpito in me un certo pudore e ho sempre l’impressione, che poi impressione non è, di rompere i coglioni.
Anche in casa se devo mettere un disco deve essere roba che piace ai bambini o che piace a mia moglie, il che chiude il cerchio ad una decina di dischi e un paio di playlist censurabili.
La musica io me la ascolto in cuffia la notte o in macchina da solo e ‘sto lockdown ha eliminato la seconda e ben più sfruttata circostanza, creandomi un bel collo di bottiglia.
Sarebbe facile quindi dire: “Annata di merda perché non ho ascoltato dischi”, ma di fatto ho comunque ascoltato abbastanza roba per fare una Top 10, solo che non sono riuscito a tirarci fuori più di cinque lavori che mi sembri sensato citare. Tipo: il nuovo dei Touché Amoré è un brutto disco? No, a tratti addirittura “Cazzo, no!“, eppure mentirei se dicessi che lo reputo un disco rilevante. Biffy Clyro? Sentito una volta, mai provato l’esigenza di rimetterlo su una seconda. Magari lo faccio adesso, ma di metterlo in classifica non se ne parla, direi.
Cazzo tengo fuori pure l’ultimo Envy, che voglio dire è comunque una roba con molte cosine al posto giusto, eppure non credo possa mai capitarmi di dire a qualcuno “Dovresti ascoltarti ‘sto disco” e questa mi pare davvero una conditio sine qua non per accedere alla classifica dei migliori dischi dell’anno.
La verità è che 2/3 piuttosto che far partire uno di questi dischi mettevo qualcosa di vecchio. Non vecchio nel senso di qualcosa che sta tra i miei ascolti routinari, categoria con cui è sempre ingiusto fare paragoni, ma semplicemente qualcosa a cui mi approcciavo per la prima volta nonostante fosse uscita tempo prima.
Ci sono poi tutti quei dischi di cui si chiacchiera tantissimo e che si leggono ovunque in classifiche di questo tipo, ma che io lascio volentieri ascoltare ad altri, non per alternativismo, ma proprio perché non sono la mia cosa. Tre nomi per tutti: Idles, Fountains DC e Phoebe Bridgers.
Quindi?
Quindi i cinque dischi che per me vale la pena segnalare di questo dannatissimo 2020 sono questi:

L’ordine è casuale, son tutti belli per motivi diversi e nessuno è davvero in grado di staccarsi dagli altri, in positivo o in negativo.
Dargen ha fatto un disco molto disomogeneo, con episodi che mi irritano come mai prima (Jacopo, per dire) e picchi che stanno probabilmente ai vertici della sua produzione. I secondi sono più dei primi, quindi posto in classifica meritato.
Gli Elephant Brain li ho approcciati perché conosco uno dei ragazzi che ci suona, ma è forse il disco a cui ho dato più ascolti nel 2020. Ne ho già scritto, non ripeto.
Nella mia vita credo di aver ascoltato fino alla fine un numero di dischi di Hip Hop USA che si conta sulle dita della mano di una tartaruga ninja, uno di questi è RTJ4, che è riuscito addirittura a diventare un ascolto ricorrente e qualcosa vorrà pur dire. Un disco clamoroso uscito mentre da quelle parti, letteralmente, si sparava per strada e questo vuol sicuramente dire qualcosa.
Melee dei Dogleg è il disco con le chitarre di questo 2020 (demmerda), quello che più di tutti avrei voluto veder suonare live. Non è un disco con chissà cosa dentro, a parte i pezzi, ma sono ancora uno di quelli per cui i pezzi contano e quindi eccolo lì.
L’ultimo è il disco di Speranza, che ho ascoltato unicamente perché leggevo solo cose bellissime in merito e volevo verificare come facessero a sbagliarsi in così tanti. Invece, SPOILER, ero prevenuto io. Rap Italiano + Caserta me la immaginavo combo ideale per il classico omaggio a Gomorra che non è mai dato sapere quanto sia fake e quanto in malafede (no, non ho sbagliato a scrivere), invece mi ha ribaltato. In primis perché il ragazzo ha un tiro pazzesco, ma poi perché riesce a raccontare la sua realtà con appartenenza, ma senza venderla per forza come una figata o un mondo a cui tendere. È proprio una roba onesta e cruda, che va controcorrente rispetto alla scena in cui si inserisce e che anche quando spinge pesa sui problemi del proprio contesto lo fa come punto di partenza per sviluppare argomenti, non come punto di arrivo su cui parlarsi addosso. Boh, disco pazzesco senza troppi cazzi questo qui, inutile che mi ci metta io a spiegarlo.

Niente, questo è quanto. Leggendo in giro ci sono un botto di classifiche più complete o prestigiose della mia, fate affidamento su quelle senza pensarci un secondo. Oggi però guardavo ad esempio quella di Kerrang! e pensavo che se non è stato un anno terribile per la musica, deve esserlo stato quantomeno per la redazione di Kerrang.

Diario dall’isolamento 2: ghost track

Interno Palazzo Chigi, sera, intorno a metà Novembre.

Il presidente Conte sta lavorando ad alcune carte nel suo ufficio, il viso è stanco, ma sereno. Il Segretario Generale si affaccia alla porta, picchiettando sullo stipite con tre colpetti di nocca dell’indice destro. Giuseppe Conte alza lo sguardo alla porta.

GC: Ciao Robbè, ti serve qualcosa?
RC: No, volevo parlarti di un cosa, ma se ti rompo le palle ne parliamo domani…
GC: Ma no, figurati. Entra, mi prendo una pausa.

Roberto Chieppa entra nell’ufficio e si siede su una delle due sedie fronte scrivania del Premier, che posa la penna e stiracchia le braccia in alto.

GC: Allora, che volevi dirmi?
RC: Ma niente… ero curioso di sapere come stai vivendo la situazione relativa al Natale. Ti eri sbilanciato…
GC: In che senso?
RC: Nel senso che avevi detto lo avresti salvato e la situazione oggi è quella che è. Cadere sul Natale, dopo tutto quel che abbiamo passato, mi farebbe girare i coglioni.
GC: Stai tranquillo. Il 13 Dicembre riapro tutto.
RC: Mi prendi per il culo?

L’illuminazione cambia, la stanza diventa di colpo buia. E’ saltata la corrente. Un tuono, preceduto dal classico lampo, suggerisce che fuori da Palazzo Chigi stia imperversando un brutto temporale. Una lama di luce però taglia la stanza dalla porta di ingresso e illumina malamente il volto del Premier, contratto in quello che sembra un ghigno.
Sulle sue gambe, accovacciato, un gatto nero che non avevamo notato prima. Conte lo accarezza, serafico.

GC: Non mi pare proprio argomento su cui fare dell’ironia.
RC: Ma quindi davvero vuoi mandare tutto a puttane, per salvare il Natale? Già la situazione è quella che è, ma te lo immagini cosa significa se apri per le feste?
GC: Non ho mai parlato di aprire per le feste…

Conte si alza e, mani giunte dietro la schiena, cammina fino alla finestra. Ora il volto ed il corpo del Presidente del Consiglio sono illuminati unicamente dalle luci di Roma e della tempesta.

GC: Il 13 Dicembre riapriamo tutto così la gente può fare i regali di Natale e salviamo l’economia…
RC: Giusè, la gente non ha una lira…
GC: ZITTO! Mentre parlo io tu stai zitto, che forse impari qualcosa. La gente si lamenta sempre, ma i soldi ce li ha e noi glieli faremo spendere. Facciamo il CASHBACK, Roberto. Lo sai cos’è il cashback?
RC: No, Presidente.
GC: In pratica diciamo agli italiani che restituiamo loro il 10% delle cifre spese con pagamento elettronico, ma non online, se fanno almeno 10 transazioni entro il 31 Dicembre, fino ad un massimo di 150 euro. In pratica devono andare nei negozi a fare i regali di Natale che non hanno fatto prima perchè pensavano di non poterlo festeggiare e noi gli ridiamo il 10% di quello che spendono.
RC: Ma quando parte ‘sta cosa? Come funziona?
GC: Facciamo un app. 
RC: E se finisce come per Immuni?
GC: Ma sei cretino? Ti sto dicendo che è un app che ti fa guadagnare 150 euro. La lanciamo intorno al 10 Dicembre. E il 13 apriamo tutto.
RC: Quindi la strategia è regalare soldi agli italiani? Ok, funziona sempre, ma non ho ancora capito come pensi di gestire il Natale…
GC: Non hai capito perchè sei scemo. Immagina le persone chiuse in casa da un mese e con lo spettro di un Natale isolati, immaginatele ricevere la notizia che invece a Natale si potrà festeggiare e, soprattutto, che verranno rimborsate se andranno nei negozi a fare shopping. Ora immagina vie e piazze il 13 Dicembre…
RC: Sarà un delirio…
GC: ESATTO! La gente si riverserà per le strade e sai cosa succede in questi casi?
RC: Aumentano i morti?
GC: Mmhhh no. Non subito. Quello che succede subito è che i giornali si riempiono di foto e video dei centri pedonali stipati di persone, con titoli tipo: “Shopping e aperitivi, folla ovunque” e l’opinione pubblica, che in questi momenti si ricorda del numero dei morti, sbrocca. Ed è lì che arriviamo noi.
RC: …
GC: Il 13 Dicembre riapriamo, perchè abbiamo salvato il Natale, ma sempre il 13 Dicembre richiudiamo, perchè loro non si sanno comportare. Non sarà colpa nostra, Roberto. Noi abbiamo mantenuto la promessa. La colpa è LORO.
RC: Ma loro chi, Presidente?
GC: VOI.

A questo punto Giuseppe Conte scoppia in una fragorosa e sinistra risata, mentre il povero Roberto Chieppa si alza dalla sedia e, impaurito, lascia la stanza cercando di non farsi notare.
Conte però nemmeno si gira, non è con lui che stava parlando.
Nell’angolo più buio della stanza, il gatto ha degli spasmi fortissimi ed il suo corpo inizia a modificarsi in maniera raccapricciante. In pochi secondi quel gatto non esiste più e al suo posto c’è Rocco Casalino.

RC: Li abbiamo fottuti tutti. Di nuovo.
GC: Sì.


Nota: questo racconto è ovviamente opera di pura fantasia, ma la precisazione vera è relativa alla figura di Roberto Chieppa che, fino al momento prima di buttare giù ‘sto pezzo, non avevo minima idea di chi fosse e che qui esce rappresentato in maniera terribile unicamente a fini narrativi. 
In questi casi chi è bravo scrive: “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale“, quindi lo faccio pure io.

Diario dall’isolamento 2: day 37

E così oggi dovrebbe essersi concluso il secondo isolamento di questo 2020, durato 37 giorni. Da domani la Lombardia torna zona gialla e questo vuol dire riprendere a circolare e vedere persone, se necessario.
Non credo cambierà molto nell’immediato, l’idea è cercare di essere cauti e tirare Natale senza esporsi a rischi, in modo da essere pronti qualora ci fosse luce verde e lo si possa festeggiare coi parenti stretti.
37 giorni, dicevamo, che sommati ai 57 del giro primaverile ci portano ad un totale di 94 giorni di isolamento.
Tre mesi.
A pensarci mi sembrano molti di più, un po’come i gradi percepiti in Agosto.
Il 2020 per me è stato grossomodo come aver fatto il militare: un anno buttato lontano dagli affetti e impiegato quasi esclusivamente a fare cose che nel migliore dei casi ti segnano per sempre e nel peggiore ti rendono una persona peggiore. Mi ero scampato la naja, ho dato col COVID. Se per voi va bene, io farei pari e patta e col 2021 si ricomincia a vivere.
L’importante è che non ci sia un terzo giro di lockdown, perché questa seconda stagione del diario giornaliero mi ha davvero fatto sudare sangue.

L’ultimo giorno di questo secondo isolamento lo abbiamo passato a festeggiare i tre anni di Olly: abbiamo mangiato la torta, abbiamo giocato e lei ha cantato tutto il giorno la OST di Frozen pretendendo che la chiamassimo Elsa.
Tre anni fa, quando è nata, avevo già scritto di come per me fosse stata un’esperienza molto particolare. In questi tre anni il mio rapporto con Olivia si è sviluppato in maniera strana, imprevedibile per un maschio bianco etero figlio unico. L’arrivo della sorellina e la dipendenza di quest’ultima dalla mamma ha cementato il mio rapporto con Giorgio, rendendoci davvero inseparabili. Forse è perché mi sento di dover compensare questa sproporzione di tempo che dedico a lui rispetto a lei, forse è perché lei stessa vuole principalmente la mamma facendomi sentire spesso “snobbato”, il fatto è che il rapporto che ho con mia figlia non l’ho mai avuto con nessuno prima: sono uno zerbino completo, mi fa su come vuole. Il nostro momento privato, prima del covid, era quando la portavo in piscina ed eravamo solo io e lei. Oggi, non potendo farlo, ci siamo ritagliati la nostra privacy settimanale andando al supermercato insieme. Lei si veste di tutto punto e quando arriviamo prende la mascherina dalla sua borsetta e il gettone per sbloccare il carrello. Poi la metto a sedere nel seggiolino ed iniziamo insieme a fare la spesa, scegliendo i prodotti sulla base del colore delle confezioni (che è preferibile sia rosa) e chiacchierando amabilmente tra di noi.
Ridiamo tanto.
Adoro stare con entrambi i miei figli, ma certamente giocare con Giorgio oggi è più divertente che giocare con Olivia.
Eppure il nostro momento spesa è la parte che preferisco della mia settimana.

Diario dall’isolamento 2: day 36

Mi sono abbioccato alle 20:30.
Ci sentiamo domani vah.

EDIT:
ormai sono sveglio, vaffanculo. Mi guardo il nuovo di Sibilia uscito per Netflix.
Se non mi riaddormento più urlo.

EDIT 2:
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!!!!!!
(Il film secondo me è figo)

Diario dall’isolamento 2: day 35

Ieri sono usciti i risultati dell’ERC Consolidator Grants, un finanziamento europeo molto importante destinato ai ricercatori, non solo in ambito scientifico. Metto qui sotto il grafico sulla distribuzione di questi fondi.

Bello, vero?
Siamo gente in gamba, noi italiani.
Proviamo a commentarlo un secondo, questo doppio grafico che non avrebbe bisogno di commenti.
L’Italia si aggiudica 17 finanziamenti, quanti Israele e metà della Francia. Lontanissime UK e Germania. Il dato non stupisce ed è in linea con quel che si può correlare anche ai mercati delle aziende che operano nel mio settore. Forse il divario con la Spagna è più marcato dell’ipotizzabile (da me), ma son cavilli.
Quello che invece dovrebbe far pensare è il secondo grafico, ovvero la nazionalità dei vincitori a prescindere dal Paese in cui operano. Che tradotto vuol dire che 30 dei 47 grant portati a casa da ricercatori italiani se ne vanno gloriosamente all’estero (semplificando ed assumendo che i 17 finanziamenti arrivati in Italia siano tutti vinti da italiani, altrimenti è anche peggio. Non sto a controllare, comunque, che tanto qui non ci viene nessuno.).
Perchè succede? 
Perchè in Italia fare ricerca non è un lavoro, ma un hobby, come spiegavo tempo fa qui sopra. Non voglio riprendere tutto il discorso nel dettaglio, ma è evidente che in un mondo ultra globalizzato e ormai piccolissimo, andare dove ti pagano bene e ti offrono un futuro non è così complesso (se sei bianco).
Il problema è più che altro per chi resta. Da una parte quelli bravi che non possono o non vogliono lasciare l’Italia, ma che credono in quel che fanno e sono spesso disposti a fare grandi sacrifici (economici e di vita) pur di continuare. Dall’altra quelli che fanno ricerca solamente perchè la selezione naturale libera il posto di chi ha titoli per partire, lasciandolo a disposizione (anche) di chi non li avrebbe. Se offri 1000 euro al mese scarsi ad una persona per lavorare e le dici che se non le sta bene il suo lavoro lo può fare gratis qualche tesista, beh, aspettati che quella persona renda per 1000 euro al mese, per 800 o anche per, appunto, zero. Stai selezionando la tua forza lavoro.
La cosa tragicomica è che, nel campo delle life sciences, in Italia ci sono pochissimi sbocchi anche nel privato. Quasi nulli in ricerca e sviluppo, mancando da noi le aziende. Questo tiene a galla la baracca, sommariamente, evitando che altre persone valide il cui unico freno è espatriare, mollino il colpo e contribuiscano all’emorragia. Così non fosse, il nostro sistema accademico sarebbe gambe all’aria da un pezzo. O forse no, forse sarebbe la sveglia che gli serve per investire e trattenere i ricercahahahahaha ma smettiamola.
Ultima nota: i ricercatori italiani che hanno ottenuto il grant nel 2020 si dividono perfettamente tra uomini e donne. E’ una bella notizia. In parte forse spiega il mio avere un bias notevole nell’approcciare discorsi sulla disparità di genere nel mondo del lavoro. In ricerca, l’ambiente lavorativo che mi ha cresciuto, vale la legge Hartman: vige l’uguaglianza e non conta un cazzo nessuno. Ho sempre avuto capi donna, nella mia vita, nel 100% dei casi (anche oggi).
Questo non vuol dire che il problema della disuguaglianza non esista in generale, o che la ricerca ne sia esente. I ricercatori hanno contratti di merda che rendono grossomodo impossibile pensare ad una gravidanza, per fare l’esempio più classico, ma probabilmente pesa meno che altrove e per diversi aspetti facilita la permanenza alle donne che comunque, fatti alla mano, avrebbero purtroppo meno chances degli uomini di fare carriera fuori dal laboratorio. Questo ginepraio però lo lasciamo per un’analisi futura.
Complimenti a chi si fa il culo e porta a casa questi finanziamenti, in ogni caso. Che sia rimasto o sia partito, ha comunque certamente affrontato scelte non semplici pur di tirare dritto col suo progetto.
Tanto di cappello.