Diario dall’isolamento 3: CANCELLED.

Tra qualche minuto torneremo in zona rossa per uscirne migliori sa dio quando, eppure non ci sarà una terza stagione del Diario dall’isolamento su questo blog.
No.
Quando questa cosa della pandemia è iniziata, un anno fa, era tutto diverso, con buona pace di chi dice che in un anno non è cambiato niente.
Ai tempi c’era la speranza di portare a casa dei risultati dal sacrificio, c’era l’energia fisica e mentale per reggere l’urto e, non meno importante, c’era una paura tangibile che ci teneva uniti, per il bene comune.
Oggi?
L’ottimismo è semplicemente una parola scomparsa dal vocabolario, nessuno crede più ad un domani migliore. Crediamo arriverà, ma sappiamo anche che non sarà davvero domani. Domani sarà semplicemente uguale a oggi, a ieri, a ieri l’altro e al prossimo lunedì. E se così fosse sul serio, ci sarebbe pure da ringraziare. Una ripetizione ormai nauseante di una quotidianità tossica, per tutti, ognuno a suo modo.
Anche la paura se n’è andata, lasciando il posto all’apatia, come se centinaia di morti al giorno siano un bollettino di guerra accettabile in tempi di pace. 100K morti su 3 milioni di contagi non fanno notizia, meglio focalizzarsi su una decina di morti su oltre 2 milioni di vaccinati con AZ, morti oltretutto non correlate al vaccino se non da politici senza palle e giornalisti senza scrupoli. Ci siamo ritrovati apatici nelle mani di questo o quel catalizzatore d’odio, qualcuno/qualcosa che ci dia modo di sfogare emozioni e sentirci vivi. Non sto facendo la paternale, io sono il primo ad esserci dentro fino alle scarpe: l’odio viscerale che provo verso la stampa criminale che sta minando l’unica via di uscita da questa situazione credo di non averlo mai provato in vita mia, ma al di là di quello resto apatico.
Ieri sera gli amici hanno ricominciato coi sabati su Zoom, ma non ce l’ho fatta. Sabato prossimo, magari, ma ieri no. Negli ultimi giorni sono stato poco bene. Niente di catastrofico, quella tendenza che sul momento non preoccupa nessuno per cui tieni gli stessi vestiti dieci giorni, esci di casa conciato come un senzatetto (con tutta l’empatia possibile per la categoria), non ti radi, non trovi un motivo valido per alzarti dal letto la mattina e ti lavi lo stretto necessario per non farti cacciare dalla moglie a dormire sul divano… presente no? Il fenotipo di chi non sta dando tutta ‘sta importanza alla vita ecco.
Ed è vero.
Fortunatamente non ho mai avuto tendenze suicide, sto proprio dall’altra parte della gaussiana, tra quelli con le crisi di panico all’idea di avere una data di scadenza ineluttabile. Il fatto di non voler morire però non rende accettabile vivere in questo modo. Senza uno scopo che non sia tirare avanti.
Alcuni riescono anche a dirti: “Dovresti trovare motivazione nel lavoro” e da un lato vorrei mandarli affanculo, ma dall’altro penso siano conciati addirittura peggio di me se vendere 1/3 della loro giornata per soldi (magari neanche tanti) li motiva, o anche solo gli è sufficiente, in una situazione del genere. Per quanto sia evidente a tutti ormai che il lavoro è l’unica gentile concessione di questa situazione, non farei cambio, anche se servisse a stare meglio oggi, perché razionalmente so che ‘sta merda prima o dopo finirà e sarò ben felice di tornare ad essere uno che gli stimoli li trova uscito dall’ufficio.
È passato un anno ed è cambiato tutto, anche se pensandoci gli ultimi dodici mesi non sono esistiti. Li abbiamo regalati, sperando di averne abbastanza da poterne fare a meno, ma senza la reale possibilità di scegliere se farne a meno. Pensavamo di poter vivere al doppio dell’intensità una volta usciti dall’incubo, qualcuno magari ci crede ancora perché “non apprezzi qualcosa fino a quando non capisci cosa sia perderla”, ma la realtà è che sarà già una vittoria se sapremo scrollarci di dosso i calcinacci per tornare ad essere l’80% di quel che eravamo. Ce la facessimo davvero ci sembrerà sì di vivere al doppio dei giri di prima, la nostra testa funziona così, fortunatamente. Purtroppo però io inizio a pensare che da sotto ‘sti calcinacci non usciremo tutti e se posso accettare di rimanere io tra i soffocati, tra quelli che non se li scrolleranno mai, l’idea possano essere i miei figli mi toglie il fiato.
Ed ecco perché Diario dall’isolamento 3 non si farà, perché davvero scrivere roba così ogni santo giorno è una tortura che non voglio infliggermi.

Questa mattina mi sono fatto la barba e la doccia, sono uscito in bici e sono stato all’aria aperta vestito come una persona con dell’amor proprio. Mi è servito parecchio e mi sento meglio, davvero meglio.
Non oso pensare cosa sarebbe potuto essere ‘sto post se lo avessi scritto ieri.

Diario dall’isolamento 2: ghost track

Interno Palazzo Chigi, sera, intorno a metà Novembre.

Il presidente Conte sta lavorando ad alcune carte nel suo ufficio, il viso è stanco, ma sereno. Il Segretario Generale si affaccia alla porta, picchiettando sullo stipite con tre colpetti di nocca dell’indice destro. Giuseppe Conte alza lo sguardo alla porta.

GC: Ciao Robbè, ti serve qualcosa?
RC: No, volevo parlarti di un cosa, ma se ti rompo le palle ne parliamo domani…
GC: Ma no, figurati. Entra, mi prendo una pausa.

Roberto Chieppa entra nell’ufficio e si siede su una delle due sedie fronte scrivania del Premier, che posa la penna e stiracchia le braccia in alto.

GC: Allora, che volevi dirmi?
RC: Ma niente… ero curioso di sapere come stai vivendo la situazione relativa al Natale. Ti eri sbilanciato…
GC: In che senso?
RC: Nel senso che avevi detto lo avresti salvato e la situazione oggi è quella che è. Cadere sul Natale, dopo tutto quel che abbiamo passato, mi farebbe girare i coglioni.
GC: Stai tranquillo. Il 13 Dicembre riapro tutto.
RC: Mi prendi per il culo?

L’illuminazione cambia, la stanza diventa di colpo buia. E’ saltata la corrente. Un tuono, preceduto dal classico lampo, suggerisce che fuori da Palazzo Chigi stia imperversando un brutto temporale. Una lama di luce però taglia la stanza dalla porta di ingresso e illumina malamente il volto del Premier, contratto in quello che sembra un ghigno.
Sulle sue gambe, accovacciato, un gatto nero che non avevamo notato prima. Conte lo accarezza, serafico.

GC: Non mi pare proprio argomento su cui fare dell’ironia.
RC: Ma quindi davvero vuoi mandare tutto a puttane, per salvare il Natale? Già la situazione è quella che è, ma te lo immagini cosa significa se apri per le feste?
GC: Non ho mai parlato di aprire per le feste…

Conte si alza e, mani giunte dietro la schiena, cammina fino alla finestra. Ora il volto ed il corpo del Presidente del Consiglio sono illuminati unicamente dalle luci di Roma e della tempesta.

GC: Il 13 Dicembre riapriamo tutto così la gente può fare i regali di Natale e salviamo l’economia…
RC: Giusè, la gente non ha una lira…
GC: ZITTO! Mentre parlo io tu stai zitto, che forse impari qualcosa. La gente si lamenta sempre, ma i soldi ce li ha e noi glieli faremo spendere. Facciamo il CASHBACK, Roberto. Lo sai cos’è il cashback?
RC: No, Presidente.
GC: In pratica diciamo agli italiani che restituiamo loro il 10% delle cifre spese con pagamento elettronico, ma non online, se fanno almeno 10 transazioni entro il 31 Dicembre, fino ad un massimo di 150 euro. In pratica devono andare nei negozi a fare i regali di Natale che non hanno fatto prima perchè pensavano di non poterlo festeggiare e noi gli ridiamo il 10% di quello che spendono.
RC: Ma quando parte ‘sta cosa? Come funziona?
GC: Facciamo un app. 
RC: E se finisce come per Immuni?
GC: Ma sei cretino? Ti sto dicendo che è un app che ti fa guadagnare 150 euro. La lanciamo intorno al 10 Dicembre. E il 13 apriamo tutto.
RC: Quindi la strategia è regalare soldi agli italiani? Ok, funziona sempre, ma non ho ancora capito come pensi di gestire il Natale…
GC: Non hai capito perchè sei scemo. Immagina le persone chiuse in casa da un mese e con lo spettro di un Natale isolati, immaginatele ricevere la notizia che invece a Natale si potrà festeggiare e, soprattutto, che verranno rimborsate se andranno nei negozi a fare shopping. Ora immagina vie e piazze il 13 Dicembre…
RC: Sarà un delirio…
GC: ESATTO! La gente si riverserà per le strade e sai cosa succede in questi casi?
RC: Aumentano i morti?
GC: Mmhhh no. Non subito. Quello che succede subito è che i giornali si riempiono di foto e video dei centri pedonali stipati di persone, con titoli tipo: “Shopping e aperitivi, folla ovunque” e l’opinione pubblica, che in questi momenti si ricorda del numero dei morti, sbrocca. Ed è lì che arriviamo noi.
RC: …
GC: Il 13 Dicembre riapriamo, perchè abbiamo salvato il Natale, ma sempre il 13 Dicembre richiudiamo, perchè loro non si sanno comportare. Non sarà colpa nostra, Roberto. Noi abbiamo mantenuto la promessa. La colpa è LORO.
RC: Ma loro chi, Presidente?
GC: VOI.

A questo punto Giuseppe Conte scoppia in una fragorosa e sinistra risata, mentre il povero Roberto Chieppa si alza dalla sedia e, impaurito, lascia la stanza cercando di non farsi notare.
Conte però nemmeno si gira, non è con lui che stava parlando.
Nell’angolo più buio della stanza, il gatto ha degli spasmi fortissimi ed il suo corpo inizia a modificarsi in maniera raccapricciante. In pochi secondi quel gatto non esiste più e al suo posto c’è Rocco Casalino.

RC: Li abbiamo fottuti tutti. Di nuovo.
GC: Sì.


Nota: questo racconto è ovviamente opera di pura fantasia, ma la precisazione vera è relativa alla figura di Roberto Chieppa che, fino al momento prima di buttare giù ‘sto pezzo, non avevo minima idea di chi fosse e che qui esce rappresentato in maniera terribile unicamente a fini narrativi. 
In questi casi chi è bravo scrive: “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale“, quindi lo faccio pure io.

Diario dall’isolamento 2: day 37

E così oggi dovrebbe essersi concluso il secondo isolamento di questo 2020, durato 37 giorni. Da domani la Lombardia torna zona gialla e questo vuol dire riprendere a circolare e vedere persone, se necessario.
Non credo cambierà molto nell’immediato, l’idea è cercare di essere cauti e tirare Natale senza esporsi a rischi, in modo da essere pronti qualora ci fosse luce verde e lo si possa festeggiare coi parenti stretti.
37 giorni, dicevamo, che sommati ai 57 del giro primaverile ci portano ad un totale di 94 giorni di isolamento.
Tre mesi.
A pensarci mi sembrano molti di più, un po’come i gradi percepiti in Agosto.
Il 2020 per me è stato grossomodo come aver fatto il militare: un anno buttato lontano dagli affetti e impiegato quasi esclusivamente a fare cose che nel migliore dei casi ti segnano per sempre e nel peggiore ti rendono una persona peggiore. Mi ero scampato la naja, ho dato col COVID. Se per voi va bene, io farei pari e patta e col 2021 si ricomincia a vivere.
L’importante è che non ci sia un terzo giro di lockdown, perché questa seconda stagione del diario giornaliero mi ha davvero fatto sudare sangue.

L’ultimo giorno di questo secondo isolamento lo abbiamo passato a festeggiare i tre anni di Olly: abbiamo mangiato la torta, abbiamo giocato e lei ha cantato tutto il giorno la OST di Frozen pretendendo che la chiamassimo Elsa.
Tre anni fa, quando è nata, avevo già scritto di come per me fosse stata un’esperienza molto particolare. In questi tre anni il mio rapporto con Olivia si è sviluppato in maniera strana, imprevedibile per un maschio bianco etero figlio unico. L’arrivo della sorellina e la dipendenza di quest’ultima dalla mamma ha cementato il mio rapporto con Giorgio, rendendoci davvero inseparabili. Forse è perché mi sento di dover compensare questa sproporzione di tempo che dedico a lui rispetto a lei, forse è perché lei stessa vuole principalmente la mamma facendomi sentire spesso “snobbato”, il fatto è che il rapporto che ho con mia figlia non l’ho mai avuto con nessuno prima: sono uno zerbino completo, mi fa su come vuole. Il nostro momento privato, prima del covid, era quando la portavo in piscina ed eravamo solo io e lei. Oggi, non potendo farlo, ci siamo ritagliati la nostra privacy settimanale andando al supermercato insieme. Lei si veste di tutto punto e quando arriviamo prende la mascherina dalla sua borsetta e il gettone per sbloccare il carrello. Poi la metto a sedere nel seggiolino ed iniziamo insieme a fare la spesa, scegliendo i prodotti sulla base del colore delle confezioni (che è preferibile sia rosa) e chiacchierando amabilmente tra di noi.
Ridiamo tanto.
Adoro stare con entrambi i miei figli, ma certamente giocare con Giorgio oggi è più divertente che giocare con Olivia.
Eppure il nostro momento spesa è la parte che preferisco della mia settimana.

Diario dall’isolamento 2: day 35

Ieri sono usciti i risultati dell’ERC Consolidator Grants, un finanziamento europeo molto importante destinato ai ricercatori, non solo in ambito scientifico. Metto qui sotto il grafico sulla distribuzione di questi fondi.

Bello, vero?
Siamo gente in gamba, noi italiani.
Proviamo a commentarlo un secondo, questo doppio grafico che non avrebbe bisogno di commenti.
L’Italia si aggiudica 17 finanziamenti, quanti Israele e metà della Francia. Lontanissime UK e Germania. Il dato non stupisce ed è in linea con quel che si può correlare anche ai mercati delle aziende che operano nel mio settore. Forse il divario con la Spagna è più marcato dell’ipotizzabile (da me), ma son cavilli.
Quello che invece dovrebbe far pensare è il secondo grafico, ovvero la nazionalità dei vincitori a prescindere dal Paese in cui operano. Che tradotto vuol dire che 30 dei 47 grant portati a casa da ricercatori italiani se ne vanno gloriosamente all’estero (semplificando ed assumendo che i 17 finanziamenti arrivati in Italia siano tutti vinti da italiani, altrimenti è anche peggio. Non sto a controllare, comunque, che tanto qui non ci viene nessuno.).
Perchè succede? 
Perchè in Italia fare ricerca non è un lavoro, ma un hobby, come spiegavo tempo fa qui sopra. Non voglio riprendere tutto il discorso nel dettaglio, ma è evidente che in un mondo ultra globalizzato e ormai piccolissimo, andare dove ti pagano bene e ti offrono un futuro non è così complesso (se sei bianco).
Il problema è più che altro per chi resta. Da una parte quelli bravi che non possono o non vogliono lasciare l’Italia, ma che credono in quel che fanno e sono spesso disposti a fare grandi sacrifici (economici e di vita) pur di continuare. Dall’altra quelli che fanno ricerca solamente perchè la selezione naturale libera il posto di chi ha titoli per partire, lasciandolo a disposizione (anche) di chi non li avrebbe. Se offri 1000 euro al mese scarsi ad una persona per lavorare e le dici che se non le sta bene il suo lavoro lo può fare gratis qualche tesista, beh, aspettati che quella persona renda per 1000 euro al mese, per 800 o anche per, appunto, zero. Stai selezionando la tua forza lavoro.
La cosa tragicomica è che, nel campo delle life sciences, in Italia ci sono pochissimi sbocchi anche nel privato. Quasi nulli in ricerca e sviluppo, mancando da noi le aziende. Questo tiene a galla la baracca, sommariamente, evitando che altre persone valide il cui unico freno è espatriare, mollino il colpo e contribuiscano all’emorragia. Così non fosse, il nostro sistema accademico sarebbe gambe all’aria da un pezzo. O forse no, forse sarebbe la sveglia che gli serve per investire e trattenere i ricercahahahahaha ma smettiamola.
Ultima nota: i ricercatori italiani che hanno ottenuto il grant nel 2020 si dividono perfettamente tra uomini e donne. E’ una bella notizia. In parte forse spiega il mio avere un bias notevole nell’approcciare discorsi sulla disparità di genere nel mondo del lavoro. In ricerca, l’ambiente lavorativo che mi ha cresciuto, vale la legge Hartman: vige l’uguaglianza e non conta un cazzo nessuno. Ho sempre avuto capi donna, nella mia vita, nel 100% dei casi (anche oggi).
Questo non vuol dire che il problema della disuguaglianza non esista in generale, o che la ricerca ne sia esente. I ricercatori hanno contratti di merda che rendono grossomodo impossibile pensare ad una gravidanza, per fare l’esempio più classico, ma probabilmente pesa meno che altrove e per diversi aspetti facilita la permanenza alle donne che comunque, fatti alla mano, avrebbero purtroppo meno chances degli uomini di fare carriera fuori dal laboratorio. Questo ginepraio però lo lasciamo per un’analisi futura.
Complimenti a chi si fa il culo e porta a casa questi finanziamenti, in ogni caso. Che sia rimasto o sia partito, ha comunque certamente affrontato scelte non semplici pur di tirare dritto col suo progetto.
Tanto di cappello.

Diario dall’isolamento 2: day 34

Sono usciti i dati relativi alla sperimentazione del vaccino Pfizer. 100 pagine di report che non mi leggo neanche pagato.
Su Lancet invece sono usciti i dati relativi al vaccino Oxford-AstraZeneca.
Insomma, se proprio eravate ansiosi di poter leggere da qualche parte i dati in prima persona in modo da non dovervi fidare di big pharma, FDA, MHRA ed EMA (per menzionare solo le agenzie che ci stanno più vicine), adesso avete un bel po’ di materiale da studiare.
Enjoy.
Alcune cose interessanti da dire e che non sto leggendo in giro però ci sarebbero, sempre che non siate rapiti delle due reazioni allergiche che oggi Repubblica ha sbattuto in prima pagina (per poi scrivere nel pezzo “nulla di grave eh”) o della paura degli italiani verso un acronimo che con ogni probabilità non sanno nemmeno cosa significhi.
La prima cosa è che il grosso della polemica sull’eventuale obbligatorietà del vaccino è come sempre legata ai bambini che nessuno deve toccare, ma con ogni probabilità i bambini non avranno accesso ai primi round vaccinali perchè la sperimentazione è stata fatta solo su adulti e non ci sono dati pediatrici, quindi il vaccino non avrà autorizzazione pediatrica, almeno all’inizio. Chi, parlando del vaccino, tira in mezzo i bambini sta dicendo cazzate, 9/10.
La seconda cosa è che si spinge parecchio sull’assenza di dati di safety sul lungo termine, che è invece una preoccupazione reale essendo il lungo termine impossibile da valutare nel breve (no shit!!). Questa mancanza allarma e certamente capisco il motivo, ma andrebbe nuovamente messa in prospettiva l’esigenza circostanziale: al momento è fondamentale vaccinare persone anziane o con gravi patologie pregresse, quindi persone per cui magari il rischio può essere comunque accettabile. Discorso diverso per il personale sanitario e scolastico, ma a quanto leggo in giro c’è fiducia sulla safety anche a lugno raggio, per quanto non dimostrata. Io non sono nessuno per esprimermi in merito. Mi farei il vaccino domani? Probabilmente sì. Sarebbe una scelta consapevole? Probabilmente no.

Il punto cruciale è che finalmente le cose paiono muoversi nella direzione giusta e in tempi che un mese fa mai avrei creduto possibili.
È presto per esultare, ma se dovessi usare una metafora calcistica, ha appena segnato Tomasson.

Diario dall’isolamento 2: day 33

La nostra tradizione di famiglia per l’8 Dicembre non è particolarmente complessa né originale.
Andiamo in centro a Milano ad ammirare l’albero, ci facciamo un giro per le vie addobbate scrutando vetrine di roba costosissima che non ci interessa e poi ci mangiamo un bel panzerotto da Luini.
Easy.
Niente, vorrei tantissimo il mio panzerotto.

Diario dall’isolamento 2: day 32

Oggi abbiamo fatto l’albero e tendenzialmente è stata una bella giornata, ma in casa siamo un po’ tutti tirati e basta niente per avere crolli emotivi.
Forse invece di un bonus monopattino servirebbe davvero un bonus psicologo.
Forse aiuterebbe a sopportare meglio una situazione che ci opprime e di cui continuano a riversarci addosso ogni responsabilità. Fare i salti mortali per tenere insieme famiglia e lavoro, rinunciando letteralmente a tutto il resto, per poi avere addosso il peso dei morti per quella volta negli ultimi dieci mesi in cui abbiamo provato a rifiatare. È un discorso trito, lo so, ma oggi leggevo la stima di Galli* relativa ai morti causati delle vacanze e mi pare davvero un modo stronzo fuorviante di leggere i dati.
Posso capire l’idea alla base sia responsabilizzare la popolazione in vista delle prossime festività, però ho paura l’effetto sia solo quello di buttare un’altra croce addosso alle persone che responsabilizzate in qualche modo lo sono già, o quantomeno ci si sentono. Perché dubito la sparata di Galli serva a far desistere qualcuno di quelli che ha già deciso di sbattersene i coglioni e fare il Natale come nulla fosse.
Boh.
Io sono davvero stremato.
Non è possibile parlare già di terza ondata, quando stiamo letteralmente surfando la seconda.
Non è possibile chiedere alla gente non solo di lavorare, ma di consumare e spendere (vedi riapertura dei negozi) senza darle una prospettiva o una ragione per farlo. “Fate i regali, comprate nei negozi”, ma poi picchiatevi i pacchi su per il culo che non potete vedere nessuno dei destinatari.
Non ho mai preteso il liberi tutti.
Non ho mai pensato si potesse salvare il Natale.
Forse però qualcosa di meglio di “tutto chiuso senza se e senza ma” ce lo saremmo meritati. Perché la verità è che non ci stiamo affatto comportando male, come popolazione, quindi forse più che questo o quell’incentivo largamente ininlfuente sarebbe bello ricevere per una volta il riconoscimento dello sforzo fatto. E se non è bastato ok, chiedetene uno più grande. Magari qualcuno vi manderà affanculo, probabilmente molti di quelli che vi ci avrebbero mandato in ogni caso, ma altri terranno botta.
Io, forse, avrei tenuto botta.
Invece siete come quella rincoglionita della mia prof. di inglese del liceo, con la sua “stragia” di ignorare qualsiasi sforzo o progresso e frustrarli sotto il peso della mancata perfezione. Un approccio che non ha mai pagato.
Mai.

*20.000 casi su 60.000 totali da inizio pandemia legati alle ferie? Davvero? Un terzo del totale? E perché la curva è iniziata a risalire a Ottobre, se le persone si sono contagiate a Luglio e Agosto?
Qualcuno provi a spiegarmelo.

Diario dall’isolamento 2: day 31

Da venerdì sto ascoltando in continuazione il nuovo di Dargen D’Amico e probabilmente è il suo disco migliore dai tempi di D’io.
È un disco grosso, con tantissime cose dentro e non tutte sono esattamente il mio. Jacopo, per dire, l’ho detestata fin dall’uscita come singolo, mentre Non sono più innamorato al momento fatico a tirarla fino in fondo. Dall’altra parte però credo ci siano anche dentro tracce davvero stupende, picchi che appunto non trovavo dai tempi di D’io, vuoi perché non Variazioni è un disco particolare e imparagonabile al resto o perché ONDAGRANDA fa cagare. Pezzi come Danza Samba, Dalla parte della Legge, Boulevard Verona e la conclusiva Internet è un Virus le sto macinando a ripetizione da quando è uscito il disco, ma anche i singoli buttati fuori in primavera tengono ancora botta senza problemi.
In particolare Abbastanza, che penso senza problemi sia il miglior pezzo del disco e un buon esempio di cosa sia Dargen D’Amico per me: basi incredibili, flow particolarissimo e un senso per le liriche che porta tutti a scuola.

Se cerchi Dio nel mondo
Lo trovi in ogni spazio.

Tutti. A. Scuola.

Diario dall’isolamento 2: day 30

Oggi ci abbiamo dato giù pesantissimo coi Lego, quindi mi prendo qualche riga per farvi la recensione di un set Lego Star Wars che abbiamo montato oggi.
Il Lego Star Wars è una merda.
Argomentiamo.
Il bello del Lego, da sempre, è ricostruire strutture reali o immaginarie coniugando semplicità ed efficiacia visiva. Vedi il set di un galeone e sembra un galeone in tutto e per tutto, ma è ipersemplificato per rendere godibile la realizzazione al target di riferimento, ovvero i bambini. Ci sono i dettagli, ma non vuole essere un modellino. La maestria dei progettisti Lego è in quello: elaboare modelli suggestivi, facili da costruire e con cui puoi giocare.
Ovviamente questa cosa con Guerre Stellari non puoi farla, perché il pubblico medio a cui punti è composto da nerd ritardati che comprano un set di costruzioni da 7+ anni, ma si aspettano e pretendono il dettaglio perfetto, la riproduzione in scala. Il risultato sono modelli ultracomplessi, composti da almeno il triplo dei pezzi che servirebbero per un set analogo non brandizzato SW, e incompatibili non solo con il gioco, ma soprattutto con l’idea di poterli ricostruire in un secondo momento, magari non partendo da sacchettini numerati e porzionati.
Qui serve un inciso.
Chi scrive non è una persona normale. Ho dei disturbi, evidenti. Una prova è che in casa nostra i Lego sono organizzati in box trasparenti e divisi per colore, in modo che sia più facile trovare i pezzi. Ci si può giocare, si possono ovviamente mischiare (lo scrivo per eventuali assistenti sociali interessati alla tutela dei minori), ma quando si smonta qualcosa i pezzi vanno rimessi via come si deve. Così se qualche volta ci viene voglia di seguire le istruzioni invece di volare con la fantasia, possiamo farlo senza diventare matti.
Ieri con questo metodo abbiamo ricostruito due modelli dei set realizzati in collaborazione con la NASA (stupendi entrambi), impiegandoci tutto sommato poco e quindi potendolo fare senza che Giorgio impazzisse di noia nella ricerca di pezzettini minuscoli utili a dettagliare un modello oltre la sua capacità di apprezzamento.
Oggi fare quella cazzo di navetta è stato un fottuto calvario, per lui e per me, nonostante costruire coi lego sia forse una delle attività più rilassanti che conosco.
Quindi boh, se avete il concetto di Lego di Lord Business forse questi set dedicati a Star Wars fanno al caso vostro, ma mi piace pensare siate dei nerd fastidiosi che col Lego non dovrebbero avere nulla a che spartire.