Una cosa divertente (che non farò mai più)

Intorno alla metà di Luglio @bidizeta ha scritto il tweet qui sotto:

A me è sembrata una bella idea, forse anche perchè ho immediatamente pensato al momento che avrei avuto voglia di raccontare, così ho iniziato a scrivere in giro e chiedere se qualcuno fosse interessato a fare, davvero, questa cosa. Molti “sì” e qualche “forse” nei mesi si sono trasformati in molti “forse” e altrettanti “no”, ma alla fine della fiera qualcuno che ce l’ha fatta a mandarmi un raccontino c’è stato e così li ho messi insieme in una raccolta .pdf di una sessantina di pagine.
Non sono un editore, non ho mai lavorato nell’ambito nemmeno di striscio, quindi probabilmente ho commesso una serie infinita di errori nel definire le scadenze e nel modo in cui ho provato a farle rispettare. E’ possibile che, se fossi andato avanti ad aspettare, avrei raccolto qualche pagina in più, ma mi sembrava poco rispettoso nei confronti di quelle persone che invece per arrivare entro i termini ci si sono sbattute. Si tratta di una cosa fatta unicamente per divertimento, quindi immaginavo dal principio che qualcuno alla fine non ce l’avrebbe fatta a starci dentro, spero solo nessuno se la sia presa per la mia decisione di non aspettare oltre. 

La raccolta contiene dodici raccontini più l’immagine di copertina, che è un’ulteriore storia che abbiamo provato a raccontare.
Hanno partecipato, in rigoroso ordine di apparizione: Gozer Vision, Steven Senegal, Roberto Gennari, Isidoro Meli, Michele Borgogni, Andrea Giunchi, Enzo Baruffaldi, Nanni Cobretti, vali, Luca Doldi, Claudia e Pietro “Pier” Lofrano.
Li ringrazio tutti per l’ennesima volta.

Tra i raccontini ce n’è ovviamente anche uno mio, racconta un avvenimento di cui avevo già scritto qui sopra a caldo, ma credo messo giù meglio.
Non sono tante le volte in cui sono soddisfatto di quello che scrivo, soprattutto perchè non sono tante le volte in cui mi prendo il tempo di scrivere con calma, senza pubblicazione immediata, potendo rileggere e rivedere il testo diverse volte, modificandolo in più riprese.
L’ho fatto leggere in anteprima a tre persone, prima di definirlo “finito”, e tutte e tre me lo hanno mezzo stroncato, con motivazioni diverse e a volte divergenti. Questo anche per dare un metro del mio essere soddisfatto di me.

Cliccando sulla copertina qui sotto vi scaricate la raccolta.

Il punto (ennesimo) su Game of Thrones

Premessa: viene da se che leggere un articolo a tema Game of Thrones senza essere in pari col materiale uscito espone a dei rischi. Pare superfluo dirlo. Quello che non è superfluo, a quanto pare, è precisare che tutto ciò che riguarda possibili leak della sceneggiatura di ciò che ancora deve uscire NON è tema di discussione. Non qui sopra. Quelli sono solo SPOILER inutili che potete trovare ovunque in rete, ormai, ma che io non voglio sapere. Grazie.

Alla fine della settima stagione è tempo di rifare il punto in merito allo show che tanto sta appassionando me e larga parte delle persone che conosco. Con questi sette episodi siamo ormai davvero in dirittura d’arrivo, la storia di tutti i personaggi sta convergendo al tanto atteso gran finale e per gli show runner HBO non è stato più possibile nascondere le carte: ora sappiamo come intendono chiuderla.
Non dico a livello di trama, dove ovviamente c’è ancora più di qualche interrogativo rimasto aperto, ma a livello di approccio. Questi sette episodi ci dicono chiaramente che David Benioff e D.B. Weiss vogliono tirare tutti i fili, chiudere tutte le linee narrative che hanno aperto, con metodo e dedizione. Nessuno, credo e spero, si aspettava da loro un possibile approccio stile Lost. Lasciando da parte per un momento le opinioni personali su quel tipo di scelta narrativa, mi pare abbastanza ovvio che una risoluzione di quel tipo fosse proprio incompatibile con l’opera in questione.
Che tuttavia ci fosse così tanta attenzione a non lasciare davvero niente in sospeso non era per nulla ovvio e questa, ideologicamente, è una scelta di cui essere felici. Attenzione, io parlo dell’approccio, che è ben diverso da come questo poi viene messo in atto. Su quello, ovviamente, si può discutere.
Parliamo di Zio Benjen.*

La chiusura della storia del ranger di casa Stark credo sia senza mezzi termini il punto più basso mai raggiunto dallo show in termini di scrittura.
All’interno di un episodio già sufficientemente ricco di nonsense, la catena di eventi innescata per chiudere la storia dello zio è il picco dell’assurdo e lascia per forza di cose l’impressione di aver assistito ad una scena che aveva come unico scopo il mettere la spunta su una lista di cose da fare, più che la reale necessità di dare un epilogo al personaggio. Una cosa tipo: “Dai, e con questa anche Zio Benji ce lo siamo tolti dai coglioni”.
Possiamo ipotizzare diverse motivazioni alla base di una così brutta scelta. La prima è certamente la mancanza di tempo. La settima è a conti fatti la prima stagione di GoT in cui il numero di eventi eccede di gran lunga il tempo a disposizione. Questo si traduce in gran ritmo, ma anche in grossi sacrifici narrativi di cui Benjen è chiaro esempio. In altri casi, come quello di Nymeria, ci è andata meglio.
Ritenendo da sempre il detto “do or do not, there is no try” una cagata, continuo sulla linea di chi apprezza il tentativo degli sceneggiatori di chiudere tutto senza dimenticanze, anche quando il risultato non è soddisfacente.

La seconda cosa che questa stagione ci dice è che la conclusione sarà con ogni probabilità vicina alle aspettative dello spettatore. Non in termini di qualità o soddisfazione, ma proprio in termini di trama. Molti usano il termine “prevedibile” per definire la questione, ma per me la cosa è un po’ più complessa di così. Prima di infervorarmi quindi metto un’immagine che riassume il concetto.

Game of Thrones nasce da una saga di romanzi fantasy e fin qui ci siamo.
In questo tipo di opere è fondamentale un’unico aspetto: la coerenza. Una volta completa, l’opera deve poter filare via liscia e ogni evento deve essere conseguenza plausibile e sensata dell’evento precedente. Nessuno parte a guardare il Signore degli Anelli pensando che Frodo alla fine non riesca a distruggere l’anello, il punto è capire come possa farcela e, soprattutto, non avere mai la percezione dell’esito scontato mentre si guarda/legge. In questo le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sia in versione cartacea che televisiva, hanno saputo portare il senso di sospensione a livelli mai visti, inculcando nella testa dello spettatore la percezione per cui tutto sarebbe potuto succedere, ma è da sempre un bluff. Ben costruito, magistrale in certi punti, ma pur sempre un bluff.
Che l’epilogo avrebbe riguardato Jon e Dany non è mai stato in discussione. Jon è RISORTO, manco la morte può fermarlo. Se ancora pensiamo che non sia scontato il suo arrivo in fondo è perchè siamo stati distratti per anni. La grandezza di quest’opera è stata portarci dove siamo ora, ovvero dove sapevamo saremmo finiti, senza che che ne accorgessimo. Mentre noi prestavamo attenzione ai vari specchietti che ci venivano messi di fronte episodio dopo episodio, loro avanzavano, lenti, ma inesorabili, verso la conclusione.
Ora che ci siamo però, che le strade convergono, è normale che sia più difficile perdere di vista l’arrivo e, di conseguenza, non pensare al fatto che fosse chiaro fin da subito.
Un buon finale non è quindi quello che sorprende, ma quello coerente con quanto visto. Dopo sette anni siamo così dentro la vicenda, abbiamo così tante informazioni, da poter unire da soli i tasselli mancanti seguendo la logica. E’ come un puzzle, meno pezzi mancano alla fine più è facile inserirli. Non dico che sorprendere lo spettatore a questo punto sia impossibile, dico che farlo senza venir meno alla linearità della storia è difficile. Preferisco un epilogo prevedibile, ma sensato, ad uno imprevedibile che però non abbia reali basi in quanto costruito.
Dany sarebbe potuta naufragare con la flotta e non approdare mai a Westeros. Sarebbe stato sorprendente, certo, ma davvero la sorpresa è tutto ciò che abbiamo da chiedere?
Questo è quello che ha fregato Martin nei libri. Non ha accettato che il suo pubblico avesse dedotto la svolta narrativa più importante (Aegon Targaryen) e ha provato a barare, venendo meno alla coerenza fino a lì costruita. Nella serie, almeno da questo punto di vista, sono stati più bravi.
Che Jon e Dany fossero destinati ad essere gli eroi vittoriosi della storia non implica certo che finissero a letto insieme, ovviamente. Moltissimi hanno trovato scontato questo dettaglio che ai fini della storia non dovrebbe essere troppo rilevante** e che quindi sarebbe potuto tranquillamente essere evitato. Questa credo sia questione essenzialmente di gusto: c’è chi aspettava questa love story da sempre e chi sperava di non vederla mai, ci sta tutto. Io non ci vado matto, ma non stride per nulla nè con la storia, nè con la caratterizzazione dei due personaggi. A Roma credo direbbero “stacce”.

A conti fatti quindi questa non è stata certo la miglior stagione di GoT, il picco credo rimarrà la stagione scorsa, però al netto di evidenti problemi di rapporto tra numero di eventi e minuti a disposizione io sono soddisfatto.
Chiudo quindi con alcune note sparse più legate alla sostanza, a ciò che mi è piaciuto e agli interrogativi che mi sono rimasti.
Partiamo da Jaime.

L’unica cosa che ho sempre rimpianto dei libri, in termini di trasposizione on screen, è la caratterizzazione di Jaime.
Il grosso vantaggio della versione cartacea però è la narrazione a POV, che permette di farti vedere il personaggio per lungo tempo solo attraverso gli occhi di chi lo circonda, quindi per come appare, e solo poi attraverso i suoi, ovvero per ciò che è. Questo facilita molto il processo di “redenzione” perchè le ragioni che lo muovono emergono solo in seguito e portano il lettore a cambiare prospettiva. Nella serie, per ovvi motivi, questa operazione non è possibile e quindi il tutto ne esce drasticamente smorzato. Se ci aggiungiamo momenti di buio in cui gli sceneggiatori non sapevano letteralmente cosa fargli fare (ricordate “Jaime e Bronn vanno a Dorne”? Io purtroppo sì.), il timore che finisse sacrificato in toto era più che tangibile ed invece questa stagione ne determina per la prima volta il peso, mostrando Jaime per l’uomo che è e consegnandolo quindi agli spettatori come l’unico Lannister con una reale evoluzione.
La scena di lui che se ne va con la neve che arriva a King’s Landing per me in assoluto tra le migliori scene di sempre.
Una cosa che mi ha deluso, perchè ci riponevo discrete aspettative, è il rientro di Gendry che, salvo smentite future, al momento finisce nel tritacarne delle pedine sacrificate all’altare del “facciamo succedere le cose”. Fin dai tempi in cui ero semplice lettore, io sono stato #TeamBaratheon. Mi piaceva King Robert e sono tutt’ora convinto che morte di Renly sia stata la più grande porcheria della saga, in termini proprio di scrittura. Speravo quindi che il ritorno di Gendry riportasse in alto la mia casata del cuore e, devo dire, alla fine del quinto episodio ero fomentato come un bambino. Peccato la cosa si sia risolta in niente, mi auguro solo non riprendano in mano il personaggio giusto per la battaglia finale.
#MakeBaratheonGreatAgain.
Per chiudere, la morte di Viserion ed il suo arruolamento tra le fila dell’esercito degli zombie per me segna il punto chiave della divergenza tra libri e show televisivo. Se mai l’opera letteraria avrà una conclusione (cosa per nulla scontata), non credo conterrà questa svolta.
La teoria vuole che i Targaryen siano tre: Jon, Dany e Tyrion. Il drago con tre teste, ecc. Martin credo si sia tenuto il terzo in esclusiva per i libri, rendendo quindi “inutile” uno dei tre draghi. La mia speculazione vuole che il ritardo mostruoso nella messa in onda dell’ottava stagione (si parla di 2019***) sia in accordo con lo “scrittore” (virgolettato perchè uno scrittore di norma scrive): gli si da il tempo di uscire con un nuovo libro prima della conclusione della serie TV. Il libro introdurrà queste differenze in modo da tenere vivo l’interesse per la saga letteraria anche dopo la conclusione dello show, che altrimenti credo ne limerebbe non poco le aspettative ed i conseguenti profitti.
E’ un’ipotesi sensata, ma avendo a che fare con Martin può tranquillamente succedere che l’ottava stagione venga posticipata e lui non esca comunque in tempo col libro. Ormai non credo di avere più parole per esprimere il mio disprezzo nei suoi confronti, quindi la cosa mi tocca il giusto.
La serie TV avrà un finale, presto o tardi.
Io sono a posto così.


* Ho iniziato un processo di self training per iniziare ad usare ZIO BENJEN come nuova imprecazione/intercalare.
** La possibilità nasca un erede dall’unione tra Dany e Jon non la considero proprio perchè a mio avviso minerebbe la coerenza della storia. No dai, Zio Benjen, non scherziamo.
*** ZIO BENJEN!

I am a nightmare

La vita, a quanto pare, è quella cosa che succede tra il release di un pezzo nuovo dei Brand New ed il successivo.
Dall’ultima volta sono successe un po’ di robe, in effetti: ho cambiato casa, ho allargato la famiglia, ho imparato a tagliare il prato, mio figlio ha imparato a camminare, son pure stato promosso al lavoro. Sembra giri bene, per quanto faccia sempre paura dirlo.
Oggi ho ascoltato “I am a nightmare”.
Mi ci son volute le consuete dodici ore per metabolizzare l’idea di cliccare play ed accettare la possibilità di rimanere deluso, ma alla fine ce l’ho fatta. Ed è andata bene. Il nuovo singolo dei Brand New è la cosa che meno ci si potrebbe aspettare dai Brand New, è una canzone che prende bene. Tipo i pezzi di “Your favorite weapon”.
Quindi boh, forse anche a Jesse gira bene ultimamente. Da quel che ho letto in giro sembrerebbe di sì.
Ieri su BASTONATE usciva un articolo che, tra le varie cose, dice che un musicista che sta male produce tendenzialmente musica migliore. Io non sono del tutto allineato, a me piace un botto di roba scritta da gente che tutto sommato si diverte e non ha problemi nel darlo a vedere (anzi, la merda di solito arriva quando se ne va il divertimento), ma se dovessi pensare ad un esempio per corroborare la tesi del pezzo, i Brand New sarebbero la prima immagine a venirmi in mente.
Nel loro caso, anche io temevo che senza malessere sarebbe mancato l’ingrediente principale.
Invece no.
Poi magari il testo di questo nuovo singolo è la roba più disperata di sempre, io mica sono andato a leggerlo. Mi bastano quelle chitarre lì, quel riffettino lì e quel “I am a nightmare and you are a miracle” per prenderlo come un pezzo pieno di sole cose belle. Che poi è il motivo per cui se un quadro astratto mi piace non son così interessato a sapere il messaggio di chi l’ha dipinto. Vedo i colori, le forme e se stanno bene insieme io lo guardo volentieri. Poi magari per l’artista rappresenta la madre morta male, ma quello è a tutti gli effetti un problema suo.
Ha senso?
Per me ne ha.
Si continua a vivere quindi, tra un pezzo dei Brand New ad un altro, e forse è quasi bello che sia così piuttosto che avere un disco da dover affrontare tutto insieme, fatto di emozioni ed immagini diverse che ti arrivano in faccia simultaneamente. Non lo so. E’ probabile abbia scritto una cazzata.
George R.R. Martin, tanto per tornare ad un argomento ormai inflazionato su questo blog, da anni fa uscire qua e là capitoli dei suoi libri (l’ultimo proprio ieri, per chiudere il cerchio. Niente link, non qui sopra. Mai più.) e nel suo caso l’operazione mi manda ai matti. Ma proprio che gli auguro ogni male, mi son pure fatto bannare dalla sua community scrivendogli che il prossimo libro l’avrei pagato un euro alla volta in dieci anni (true story).
Forse il problema è mio e nella scarsa coerenza con cui approccio operazioni simili sulla base di chi le mette in atto, o forse son cose molto diverse che ho accomunato a cazzo io in chiusura di post. Non ho una risposta e temo il pezzo se ne stia andando dove non deve.
Ricapitolo, quindi.
E’ uscito un nuovo pezzo dei Brand New.
E’ bello.
Niente da aggiungere.

Cose successe in HBO

George R.R. Martin è legato ad una sedia, sudato e stanco. Di fronte a lui, David Benioff e D.B. Weiss lo osservano. L’espressione soddisfatta e compiaciuta sui loro volti lascia presto il posto ad un ghigno. Può sembrare scherno, ma in realtà è solamente sadismo, represso per anni e finalmente lasciato libero di affiorare.
E’ a quel punto che i due iniziano a strappare pagine e pagine dai romanzi dello scrittore che, inerme, è suo malgrado costretto ad assistere a tutta la scena.
“La vedi questa storyline George? ECCO, NON CE NE FREGA UN CAZZO.”
“Vi prego, vi scongiuro lasciate quella part…”
“Quale, QUESTA? – risponde Weiss mentre di scatto sbottona i pantaloni ed inizia a pisciare sulle pagine di uno dei volumi – No, caro. Tutta questa MERDA noi la togliamo. Per noi non è mai esistita!!!”
“Ma… non potete farlo…”
“Oh, certo che possiamo. POSSIAMO ECCOME!”
E’ Benioff ora ad accanirsi sui tomi con una violenza ed una soddisfazione senza eguali, in preda ad una vera e propria estasi.
“Centinaia di pagine… in questi anni ci hai costretti a leggere miliardi di parole INUTILI! Personaggi, storie, colpi di scena DI CUI A NESSUNO PUO’ FREGARE UN CAZZO! Volevamo ribellarci, ma non potevamo. Abbiamo chiesto indipendenza, autonomia, ma l’unica risposta che arrivava erano altre pagine sotto cui soffocare. CI HAI ROTTO I COGLIONI!”
“Non volevo… scusatemi… non è colpa mia. Purtroppo non so più dove andare a parare. Vorrei piantarla lì, ma il mio editore mi sta addosso e anche HBO continuava a chiedere…”
“ZITTO! DEVI STARE ZITTO! – riprende Weiss tirando “A Dance with Dragons” nel camino – Hai venduto i diritti per la TV per fare ancora più soldi, per ampliare il numero di persone TRUFFATE da te e dal tuo editore. Hai promesso una saga che non sai concludere, un finale che non hai nemmeno idea di come tirare insieme. E NOI COSTRETTI A DARTI UNA MANO! Ancora mi sveglio sudato nel cuore della notte, con nelle orecchie le urla di persone che chiedono perchè le costringo a sciropparsi le storie di Daenerys a Meereen…”
“Dio, cosa abbiamo fatto…” bisbiglia Benioff piangendo, con il volto tra le mani.
“Ma adesso basta, caro George. – riprende Weiss – Basta. Vaffanculo Aegon Targaryen, vaffanculo Quentyn Martell…”
“‘FANCULO TUTTI I CAZZO DI MARTELL!!! – Grida Benioff gettando benzina su un espositore Mondadori.
“Già, fanculo a tutti loro! E Fanculo a te George. Non saremo più tuoi complici in questo!”
Martin è sconvolto.
“Voi non sapete quello che state facendo. Siete degli stupidi. Col materiale che vi ho dato avremmo potuto mangiare tutti per anni. Ci potevate fare almeno otto spin-off…”
“Ammazziamolo.”
“No, David. Non merita questa grazia. Noi ora chiuderemo quest’opera e lo faremo il meglio possibile. Con le nostre idee. Abbiamo ancora due stagioni da scrivere. Diamo alla gente quello che merita. Diamo loro un finale. Mettiamo fine alla tirannia di questo grassone di merda…”
“TANTO IO POI SCRIVERO’ UN FINALE DIVERSO PER I MIEI LIBRI E FOTTERO’ DI NUOVO TUTTI! COME HO SEMPRE FATTO! NON POTETE SCONFIGGERMI. IO SONO GEORGE R.R. MARTIN!”
“Può essere. Forse però, se faremo bene il nostro lavoro, qualcuno potremo salvarlo. Per pochi che siano, avremo fatto del bene.”
Weiss e Benioff escono dalla stanza.
Si abbracciano, commossi.
Da dentro giungono ancora grida ferali: “… NON SONO LA VOSTRA PUTTANA…”, ma loro ora hanno raggiunto la pace.
Insieme, costruiranno un mondo migliore.

Niente, ieri ho visto la premiere della sesta stagione di Game of Thrones e ora ho questa immagine bellissima in testa che non riesco proprio a far andare via.

Il conte di Montecristo

[…]
La notte sfavillava di stelle. Erano in cima alla salita di Villejuif, sulla spianata da dove si vede Parigi che, come tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano tutti fosforescenti, più numerosi e mobili di quelli dell’oceano, che non conoscono bonaccia, che si urtano sempre, e sempre s’infrangono, e sempre s’inghiottono fra loro.
Il conte scese e fece qualche passo, solo, e, dopo un cenno della mano, la carrozza si scostò di qualche metro. Allora considerò lungamente, e con le braccia incrociate, quella fornace in cui vengono a fondersi, a torcersi tante di quelle idee che dopo essere fermentate nel magma incandescente, sprizzano per andare ad agitare il mondo. Quindi allorché ebbe ben fissato il suo sguardo possente sopra quella nuova Babilonia:
“Gran città!” mormorò, chinando la testa e congiungendo le mani come pregando.
“Non sono ancora sei mesi che ho oltrepassato le tue porte. Lo spirito della Provvidenza che credevo mi vi avesse condotto, ora me ne allontana trionfante. Il segreto della mia presenza fra le tue mura l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto leggere nel mio cuore, solo sa che mi ritiro senza odio, né orgoglio, ma non senza dispiaceri, solo sa che non ho fatto uso né per me, né per vane cause, del potere di cui mi ha fornito. Oh gran città! Nel tuo seno palpitante ritrovai ciò che cercavo, minatore paziente, ho rimescolato le tue viscere per farne sortire il male, ora la mia opera è compiuta, quella che ho creduto mia missione è terminata, ora tu non puoi più offrirmi né gioie, né dolori: addio, Parigi! addio!”
E volse lo sguardo ancora sulla vasta pianura, come quello di un genio notturno, quindi, passando la mano sulla fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e disparve ben presto dall’altra parte della salita in un nugolo di polvere.
[…]

Semplicemente uno dei libri più belli che abbia mai letto.

Mr. Robot

Quale altro blog vi propone l’analisi di una serie TV dieci giorni dopo la sua conclusione?
Ecco, infatti.
In termini di “internet time” un articolo scritto con dieci giorni di ritardo è come uscisse un’era geologica dopo. Nessuno è più in grado di mantenere vivo il proprio interesse così a lungo, come soffrissimo di una variante autoinflitta di ADD che ci porta a consumare vagonate di informazioni immediate per poi cancellare la cache del cervello* da tutto quel che abbiamo acquisito e presentarla vergine al next big thing.
Per forza di cose quindi mi ritrovo a scrivere riflessioni che potreste aver già letto in altri articoli a tema, ma in fin dei conti, visto il prodotto di cui si parla, questa circostanza rende il mio pezzo terribilmente “meta”.
Mr.Robot é la serie più bella che può capitarvi di vedere in questo 2015, ma in fin dei conti é anche la roba più derivativa e meno originale che si possa immaginare.

Qui è dove di solito vi metto in guardia dagli SPOILER che potrebbero seguire, ma essendo passati dieci giorni ed essendo voi arrivati fino a qui nella lettura, desumo non abbiate nulla da temere: o siete sul pezzo e quindi immuni alle sorprese, o non sapete di che si parla e di conseguenza anche la più cruciale rivelazione, letta nella completa ignoranza e fuori contesto, dovrebbe lasciarvi indifferenti e con ogni probabilità non fissarsi nella vostra memoria a sufficienza da guastare un’eventuale visione futura.
[SPOILER] Questa cosa potrebbe non essere vera. [/SPOILER]
Dicevamo, Mr.Robot. Il riferimento più ovvio che viene in mente già dal primo episodio è senza dubbio il “Project Mayhem” di Fight Club: la spinta anarchica ad una riorganizzazione del mondo basata sulla cancellazione del debito e di conseguenza della società come la intendiamo noi. In un’epoca in cui il denaro è perlopiù virtuale, un’ipotetica legione di hacker adeguatamente preparata e motivata potrebbe gettare un colpo di spugna sulla realtà. Non proprio lo script più innovativo ogni tempo, direi, ma è pur sempre roba che tendenzialmente su di me ha buona presa.
Noi viviamo le vicende dalla testa di Elliot**, sociopatico anaffettivo con chiari disturbi mentali che di notte hackera i cattivi e di giorno lavora in una società che offre sicurezza informatica. In sostanza il Dexter Morgan dei computer e, per essere sicuri che non vi possa sfuggire l’analogia con il serial killer dei serial killer, Elliot colleziona cd-r su cui salva i dati dei cattivi che hackera, esattamente come Dexter collezionava i suoi vetrini.
Non vi basta? La chicca é certamente la Fsociety, ovvero Anonymous/Occupy Wall Street. Siamo al cospetto di un fumetto da cui viene tratto un film, a cui si ispira apertamente un movimento politico REALE, che viene a questo punto inserito in una fiction costituendone però non più la parte fantastica, ma il rimando alla realtà. Se avete capito cosa intendo, é un loop straordinario.
Proseguiamo con la dissezione e troviamo Tyrell, assetato di potere e sposato con una bellissima e algida donna che lo asseconda e lo supporta nel suo arrivismo estremo salvo poi scaricarlo quando si presenta all’orizzonte l’ipotesi dell’insuccesso. Come a dire: ma House of Cards non ce lo mettiamo? Come no!
Prendete tutto questo e aggiungeteci una buona dose di complotto: avete chiesto i poteri forti, la minoranza che governa il mondo, l’elite così marcatamente e schifosamente cattiva e senza scrupoli da incarnare il male assoluto? Check.
Mr.Robot é come quando da piccolo prendevi tutti i tuoi giocattoli preferiti e li mettevi insieme in una mega avventura in cui He-Man e i pirati del Lego lottavano per sconfiggere l’esercito dei peluches. Più importante, Mr.Robot é la dimostrazione (ennesima) che usare bene le idee altrui e riproporre quanto già fatto da altri può comunque portare ad un risultato di altissimo livello. Gli autori sono così convinti di questa cosa che ne fanno proprio un elemento d’orgoglio: chi guarda deve capire a cosa si sono riferiti, quali siano le ispirazioni, a costo di fermarsi ed esplicitarle. Giro una scena UGUALE a quella di un altro film? Io ci metto pure la stessa colonna sonora. E vinco tutto.
Davvero, mr.Robot vince tutto e lo fa mettendoci pure una confezione perfetta fatta di regia, fotografia e musica sempre a fuoco.
Per me davvero un gioiellino.

“So this is what a revolution looks like, people in expensive clothing running around.”

Eh, a quanto pare si.

* Ho parlato di cache del cervello in un pezzo su mr.Robot come fossi uno che sa il fatto suo, ma in realtà è una frase che mi è uscita per caso e di cui ho notato il collegamento col tema del pezzo solo a posteriori. Hashtag stimarsi.

** SPOILER: lo spettatore in effetti è una persona immaginaria che solo Eliott vede e che per il resto del mondo non esiste QUINDI lo spettatore é Mr.Robot e siccome Mr.Robot é Eliott, tu che guardi sei Eliott. Tu che guardi puoi cambiare il mondo e rivoluzionare la società. Non è una metafora sottilissima, ma onestamente é figa dai…

Il Martini-Vodka col dry fa abbastanza cagare

Tra i sedici ed i diciotto anni non è che leggessi tantissimo. Qualche libro d’estate, tipo Wilbur Smith o i gialli di mia madre, ma niente di più. Il motivo era essenzialmente legato al fatto che i libri che mi assegnavano da leggere i proff. del liceo li snobbavo a prescindere sulla scia di un paio di tentativi fatti in buona fede e finiti nella mestizia. Non leggevo nemmeno riviste. In casa mia non ne giravano e a scuola l’unica che circolava (o quantomeno l’unica che vedevo circolare) era Metal Hammer, materiale con cui ero sicuro di non voler entrare in contatto. Leggevo PK e Topolino, a volte qualche articolo sull’inserto del Corriere che compravano i miei, ma era roba estemporanea. Di solito la pubblicazione in questione mi finiva in mano sul cesso e la prima passata era sempre volta ad individuare servizi fotografici di vallette in cerca di visibilità. L’analisi dei contenuti arrivava solo in assenza di servizi dedicati alla strappona di turno e, quindi, abbastanza di rado. L’argomento lettura non era nemmeno fonte di dialogo con gli amici o i compagni di classe. Ci si passava dischi e videogiochi, a volte videocassette, ma non riesco a ricordare una discussione del tipo “oh, devi troppo leggere questo libro perché è fighissimo” fatta in quegli anni.
E infatti, al libro probabilmente più importante della mia adolescenza, ci sono arrivato perché un pomeriggio con gli amici siamo andati al cinema. C’era questo film con protagonista uno sconosciuto Stefano Accorsi ed una sconosciuta Violante Placido. Niente di che, il film, ma il fatto che parlasse (anche) di un gruppo di liceali punk-rocker wannabe era stato sufficiente a tenere viva l’attenzione e parlarne poi a scuola, il lunedì. Così viene fuori che qualcuno ha addirittura letto il libro da cui era tratto, questo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, e gira persino voce sia (cito a memoria): “tutto diverso dal film perché, alla fine, nel libro Alex mica se la scopa, Aidi!”. C’è curiosità, così passo in biblioteca, ne ritiro una copia e me la leggo.
SBAM.
Libro della vita.
Non ha molto senso che io stia qui a snocciolare i motivi per cui, intorno ai sedici anni, un libro come quello potesse colpire al cuore uno come me. Sono piuttosto ovvi, in verità. Quel che mi andava di scrivere è che da quel momento io quel libro non l’ho più ripreso in mano, essenzialmente per paura. Una cosa che hai letto a sedici anni e ha contribuito in maniera sensibile a cambiarti la vita non è facile da riaffrontare una volta cresciuti perchè, insomma, c’è da mettere in conto la possibilità di essersi fatti formare da un libro stupido, infantile o, peggio di tutto, brutto. Essere disposti a verificare una cosa del genere non è facile come scriverlo. Io, infatti, ho deciso di prendermi il rischio ben oltre i trenta, con una moglie ed un figlio a referto e quindi solo una volta raggiunto il centro pulsante della mia comfort zone.
Ho riletto “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” e, signori, resta un gran libro.
Non è come ascoltare un pezzo degli Ska-P e sentirsi completamente idioti perchè una volta addirittura si pagava per andare a vederli dal vivo. In un ipotetico incontro tra il me di oggi ed il me del 1996, il primo darebbe al secondo una pacca sulla spalla e gli direbbe qualcosa come: “Bravo, ne sai.”, magari formulata meglio, ma forse nemmeno troppo.
C’è chi dice sia un libro derivativo, ma come mi accade quando si parla di musica è una critica che non capisco. Per me è come andare da Bolt e dirgli: “Sì ok, bravo, però l’ Homo Erectus…”. Una volta parlavo di Brizzi e mi rispondevano subito “…ma l’hai letto Salinger?” e io sucavo perchè no, non l’avevo letto, quindi non mi potevo permettere di far presente fosse un ragionamento del cazzo sminuire un’opera semplicemente sulla base del fatto che ce ne fosse una simile antecedente. D’altra parte è pieno di gente che reputa inammissibile mi piacciano i Finch, ma non i Deftones.
Long story short: ho riletto Brizzi a 34 anni, mi è piaciuto ancora un botto e continuo a ritenerlo il romanzo della mia generazione. L’ho pure comprato, perchè una copia fisica in casa non ce l’ho mai avuta. Un domani potrei farlo leggere a mio figlio, non perchè lui debba ritrovarcisi (spero di no, anzi, che si viva il suo di tempo), ma perchè mi piacerebbe sapesse come sono cresciuto e cosa avessi in testa quando ero adolescente. Perchè quel libro parla essenzialmente di quello.
Il titolo del post deriva dal fatto che nel film il vecchio Alex e Martino ad un certo punto ordinano due Martini-Vodka, chiedendoli espressamente: “col dry”. Una volta l’ho fatto anche io e credo sia la cosa più disgustosa mi sia capitato di bere, il che nel mio caso è statisticamente rilevante. Pensandoci, il Martini-Vodka col dry è la versione primordiale, punk e drammaticamente fallimentare del recente e fortunato “Se vuoi fare il figo, usa lo scalogno”.

Nota: questa è tipo la terza volta che riscrivo da capo questo post. Non è una cosa comune, almeno per me, perché di solito se un post non mi esce di getto come lo vorrei lo cancello e finisce lì. Ho insistito perchè è una cosa a cui tengo e, come sempre accade, quando ho delle aspettative su un pezzo non mi esce MAI come l’avrei voluto.

Game of Thrones è meglio dei libri

In questo pezzo si parla di Game of Thrones e dei libri da cui è tratto dando per scontati tutti gli avvenimenti pubblicati/trasmessi fino ad ora. Prima di dare dettagli della trama scriverò in ogni caso SPOILER, ma se siete in pari andate tranquilli.

Ho appena finito di vedere il season finale della quinta stagione di Game of Thrones. Da un po’ volevo mettermi lì a dire due parole su questo quinto capitolo dello show, ma mi ero imposto di aspettare la conclusione per poterne parlare in modo completo.
Per una volta, il mio potrebbe essere un punto di vista piuttosto atipico e, voglio spingermi tantissimo, addirittura interessante. Statistica vuole che il pubblico di questa opera si divida in due macro tronconi:
1) chi ha letto i libri. Nerd della prima ora o ultimi arrivati, la differenza è nulla quando si tratta snocciolare tutti i fantastiliardi di motivi per cui “sono meglio i libri”, eufemismo che apre quasi subito all’elenco dei supposti danni fatti in fase di sceneggiatura dal team di HBO.
2) chi guarda solo la serie e la apprezza in quanto tale. Gente a posto che, suo malgrado, si trova a dover odiare la categoria 1 in quanto saccente, foriera di SPOILER e, soprattutto, cagacazzo.
Io mi colloco in mezzo tra i due gruppi. Sono un lettore da ben prima nascesse lo show televisivo e sono stato per anni un fan hardcore del Martin delle Cronache, ma posso dire senza alcun dubbio che la serie, ormai, per quanto mi riguarda è tra le due l’opera che merita maggiore attenzione, l’unica che mi prema seguire assiduamente e di cui ormai mi interessi davvero conoscere la conclusione.
Segue quindi l’opinione non comune di un lettore per cui “è meglio la serie TV”.
tuun-tun-turutun-tun-turutuuun (turutuntun-turutuntun)
Manq, non è che dici così perché ti sei rotto il cazzo di aspettare che Martin pubblichi i suoi dannatissimi libri?
No. È innegabile che se i libri fossero usciti tutti in un lasso di tempo ragionevole e la saga letteraria fosse già conclusa forse ne avrei una percezione differente, ma così non è. Cosa offrono quindi i libri in più, rispetto alla serie? Certamente un livello spaventosamente maggiore di dettaglio: più personaggi, più trame, più avvenimenti. Vero, ma è davvero possibile apprezzare queste cose quando in 10 anni esce un solo libro? Certamente è pieno il web di gente che conosce l’opera a memoria e che ogni tot mesi la rilegge da capo per stare sul pezzo e avere tutto l’affresco sempre chiaro in mente. Io però un lavoro già ce l’ho e quindi uso le vicende di Westeros per intrattenermi. Ho letto i libri quando sono usciti e, onestamente, di tutto il materiale non tradotto on screen ricordo davvero poco. Potrei addirittura faticare a seguirne gli sviluppi cartacei futuri, perdendo moltissimo del coinvolgimento semplicemente perché non so più a che punto stiamo le cose.
Non bastasse, è opinione largamente condivisa che Martin con la sua scrittura sia in fase calante. Non entrerò nel merito delle speculazioni sul perché di questa involuzione letteraria, fatto sta che gli ultimi due volumi (5 nella versione italiana, perché noi non vogliamo i matrimoni gay, ma evidentemente amiamo prenderlo in culo) succedono solo cose di cui non frega niente a nessuno, colpi di scena telefonati e bluff evidenti a cui, onestamente, nessun lettore dovrebbe più abboccare.
Da tutto questo la serie ha tratto enorme giovamento, perché ha potuto tagliare il marcio e l’inutile e tenere solo il buono (reale o potenziale).
Quindi la serie è meglio perché è un riassunto?
No. Escludendo la prima stagione, dove il materiale letterario è stato trasposto egregiamente senza necessità di tagli o reimpasti, fino alla copertura dei primi tre volumi lo show ha molto sofferto in confronto ai romanzi ed il motivo era proprio il tentativo degli sceneggiatori di riassumere tutto senza tralasciare nulla. La ragione per cui la serie oggi è meglio dei libri è che ha finalmente deciso di smettere di riassumere facendo delle scelte e prendendosi delle licenze. Tagliando e riscrivendo. In alcuni casi i risultati sono stati egregi (Sansa a Grande Inverno), in altri discutibili (Dorne), ma questa nuova attitudine ha certamente migliorato un prodotto ormai da troppo tempo vittima della sindrome “dove cazzo vado a parare?” di cui Martin è preda.
Ma George R.R. Martin sa da sempre come finiran…
Ma smettila. Martin aveva certamente un’idea, ma l’ha stravolta e cambiata Dio solo sa quante volte negli anni. È evidente leggendo i suoi libri e se non è sfuggito a me che li ho letti una volta sola, non può certo esserselo perso chi li studia come fossero sacre scritture. Un esempio che provi questa mia ultima frase utilizzando uno SPOILER gigante da “A Dance with Dragons”?
Aegon Targaryen. La storia del bambino che era morto ed invece morto non è, figlio di Raeghar, erede al trono legittimo e bla bla bla? Tutta roba uscita dal nulla, è più che evidente. FINE SPOILER.
Dicevo che ormai Martin è perso nella sua stessa trama e più si muove per uscirne, più tende a fare cazzate. La serie ha quindi avuto la grossa occasione per fare il salto e staccarsi del tutto, buttando nuova linfa creativa nell’opera. E ci ha provato in questa stagione, anche con ottimi risultati. Una semplificazione mai frettolosa, un lavoro egregio di selezione delle vicende da narrare e qualche passo nei territori inesplorati dell’inedito. Tutto davvero molto bello, almeno fino a questo finale di stagione.
Non ti è piaciuto?
No, e il motivo è proprio il ritorno a seguire pedissequamente i libri, anche nelle scelte che per tanti motivi non funzionano. Faccio qualche esempio (intendo SPOILER). La scena del quasi affogamento di Tyrion, nella serie, è stata resa benissimo perché privata di quella connotazione “cliffanger” che invece gli si voleva conferire nel libro. Nessuno, a quel punto e in quel modo, può credere che il nano sia annegato eppure Martin ci prova a far spaventare il lettore, incrementando quell’effetto di “al lupo al lupo” che ormai chi ha letto i libri ha abbondantemente in noia. Questo tipo di accortezza per me gli showrunner avrebbero dovuto dedicarla anche alla fine di Stannis, che invece torna ad essere gestita come farebbe George, con un bluff a cui difficilmente si può abboccare. Stannis è vivo e lotta insieme a noi, per quanto mi riguarda. FINE SPOILER.
Questo apre forzatamente ad un’analisi della questione “morti”, che nella mia personale scala di valori conta moltissimo nell’attribuzione della preferenza alla serie piuttosto che ai romanzi. Martin mi ha conquistato ammazzando i protagonisti come mosche. La trovavo una scelta coraggiosa, ma soprattutto un buon espediente per mantenere viva la suspance: nessuno è intoccabile e tutto può succedere. A conti fatti, invece, un’analisi lucida dimostra che Martin ha avuto un briciolo di palle solo in due circostanze, mentre in moltissime altre ha semplicemente barato. Ancora qualche SPOILER (ma cazzo, mettetevi in pari). Prendiamo la lista delle morti illustri di cui frega qualcosa al lettore e che non generano semplicemente esultanza (hey Joffrey, guess who?). Catelyn? Risorta. Brienne? Falso allarme. Davos? Falso allarme. Due volte. Il mastino? Falso allarme. Theon? Falso allarme. Mance Ryder? Falso allarme. Probabilmente scordo pure qualcuno. E ora, alla fine dell’ultimo libro, vuole farmi credere la morte di Stannis e Jon? Dubitarne è quantomeno legittimo. I miei due centesimi li punto su Stannis sopravvissuto e Jon riportato in vita da Melisandre, ma non divaghiamo.
La serie, al contrario, ha dimostrato di avere più fegato (leggi anche meno propensione a sbracare). Cat pare sia morta e resti tale, un tot di comprimari importanti sono stati sacrificati senza battere ciglio in nome della semplificazione, pure il mastino non sembrerebbe avere altro ruolo dal cibo per i vermi, almeno stando a quanto visto. Gli sceneggiatori non hanno ancora millantato decessi fasulli. Per questo temo che questo finale sia preoccupante, perché credo questa scelta sia destinata a cambiare. E ci può stare farlo una volta dopo 5 stagioni con il personaggio più amato dal grande pubblico, ovvero Jon, ma usare la stessa scelta anche per Stannis farebbe traboccare il vaso. FINE SPOILER.
Hanno avuto tutti i mezzi per migliorare i libri e per larga parte sembravano davvero intenzionati a mantenere la promessa, ma questo finale mi spaventa un po’. Ciò nonostante, eliminando supposizioni e congetture, la serie al momento è un prodotto largamente meglio strutturato dell’opera a cui si ispira.
Hai finito con ste cazzate?
Quasi. Chiudo con l’ultima analisi. Con la fine di questa stagione televisiva siamo arrivati ad uno snodo interessante: serie e libri sono in pari e non c’è più materiale a cui attingere. È ormai legittimo pensare che la prossima stagione uscirà prima del prossimo libro e che le trame da ora in avanti divergeranno largamente. E se Martin volesse regolare nuovamente il suo progetto in relazione a come verranno accolti i futuri sviluppi della questione Jon nello show? Assurdo? C’è chi sostiene l’abbia già fatto in passato quando tra i lettori si è diffusa la teoria sulle origini dello stesso Jon Snow…

La vita immortale di Henrietta Lacks

Ho letto un libro.
Si intitola “La vita immortale di Henrietta Lacks” e l’ha scritto Rebecca Skloot. Contrariamente a quanto starete pensando, non è l’ennesimo thriller scandinavo, ma una ricerca accurata e appassionata in merito ad una vicenda che, negli anni ’50, ha cambiato radicalmente la scienza aprendo a milioni di possibilità e simultaneamente a tantissime questioni etiche di cui, ovviamente, non avete manco una vaga idea.
È un libro che dovreste leggere tutti.
La storia ve la posso anticipare, perché conoscerla non impatta sulla portata del libro, anzi credo aiuti. In estrema sintesi: negli anni ’50 una donna di colore di nome Henrietta Lacks si è ammalata di una forma molto aggressiva di cancro e ci è morta poco tempo dopo. Tra i due eventi, non poi così eccezionali, è successo che un medico riuscisse a prelevare dal tumore alcune cellule che furono messe in coltura e, grazie a caratteristiche estremamente peculiari, resistono tutt’oggi vive, vegete ed in perfetta espansione.
Questo è il nucleo della questione, il libro mette in fila i dettagli fornendo un quadro non solo di quanto è accaduto ad Henrietta, ma anche di cosa è successo alla scienza da un lato ed alla famiglia della donna dall’altro in seguito a quella vicenda.
È scritto come un romanzo perché l’autrice tiene a raccontare il percorso tortuoso che le è servito a mettere insieme tutti i pezzi e, soprattutto, ad instaurare una relazione con la famiglia Lacks, non proprio composta da persone facili. Questo da un lato aiuta lo scorrere della lettura anche di chi non è ferrato in biologia, ma dall’altro ovviamente allunga un po’ il brodo con vicende interessanti fino ad un certo punto. Quello che conta è che gli snodi scientifici ed etici cruciali ci sono tutti e sono spiegati in maniera chiara e dettagliata, con tanto di ampissima sezione bibliografica a corredo per chi volesse approfondire.
E ora veniamo alle ragioni per cui dovreste leggerlo.
Il motivo principale è che vi vedo costantemente impegnati sul fronte di battaglie etico/cospirazioniste dal vago retrogusto di scienza. Dalle scie chimiche alla salvaguardia della nutria, è palese che la bioetica vi stuzzichi, solo che non capendone un cazzo vi buttate sulla prima cagata che vi capita sotto mano e ci costruite sopra crociate assurde esponendovi al ridicolo.
In questo libro si parla, tra le altre cose, di esperimenti scientifici su persone non consapevoli, di brevetti su materiale biologico ottenuto magari senza consenso, di commercializzazione di tessuti altrui senza che il donatore ci ricavi nulla. Problematiche nate nel 1950, alcune pure prima, ma oggi tutt’altro che risolte. Ci sono più spunti di riflessione nelle note di questo libro che in qualunque cazzo di blog utilizziate per “””informarvi”””.
Lo so. Darvi in mano una roba del genere è rischioso visto l’approccio cospirazionista e sensazionalista con cui affrontate qualsiasi argomento, ma io un po’ ci voglio credere comunque. Questo libro può davvero farvi capire come ci si rapporti ad un dilemma etico. Il dibattito viene riportato per intero, fornendo entrambe le posizioni (non è INCREDIBILE???) e contrapponendo le diverse argomentazioni punto per punto. Alla fine propendere per una delle due parti è possibile, ma non è più così facile, specie se si prende atto di un contesto sociale ed economico che poco ha a che fare con questi interrogativi, ma che non può non condizionarli. Cito un passaggio, in esempio:

The debate over the commercialization of human biological materials always comes back to one fundamental point: like it or not, we live in a market-driven society, and science is part of that market. Baruch Blumberg, the Nobel Prize-winning researcher who used Ted Slavin’s antibodies for hepatitis B research, told me, “Whether you think the commercialization of medical research is good or bad depends on how into capitalism you are.” On the whole, Blumberg said, commercialization is good; how else would we get the drugs and diagnostic tests we need? Still, he sees a downside. “I think it’s fair to say it’s interfered with science,” he said. “It’s changed the spirit.” Now there are patents and proprietary information where there once was free information flow. “Researchers have become entrepreneurs. That’s boomed our economy and created incentives to do research. But it’s also brought problems, like secrecy and arguments over who owns what.”
Slavin and Blumberg never used consent forms or ownership-transfer agreements; Slavin just held up his arm and gave samples. “We lived in a different ethical and commercial age,” Blumberg said. He imagines patients might be less likely to donate now: “They probably want to maximize their commercial possibilities just like everyone else.”

Vi avviso, potrebbe essere una lettura destabilizzante, quindi se avete bisogno di certezze non è materiale per voi. Per le verità incontestabili ci sono i siti anti vivisezione, o alla peggio potete andare in chiesa.
Immagino che il tono con cui è scritto questo post vi stia dando sui nervi. Lo capisco, darebbe sui nervi anche a me perchè vi sto trattando non solo da ignoranti, ma anche da persone non particolarmente sveglie. Capita. Ora avete tre possibilità:
1) Ignorate questo post, i suoi riferimenti, chi l’ha scritto e continuate ad occuparvi di bioetica condividendo post scritti da chissà chi su Facebook. Bravi voi. Però ecco, se non doveste tornare sul mio blog a me sta benissimo.
2) Usate le quattro nozioni in croce che ho infilato in questa pagina, magari incrociandole con una veloce ricerca in google (se sovrastimo la vostra intraprendenza scusatemi) per fare gli spessi con gente che sta ancora più indietro di voi e che, purtroppo, esiste. Buona scelta anche questa, però se proprio volete percorrerla vi chiederei di NON citarmi come possibile fonte.
3) Vi leggete questo libro. A quel punto avrete probabilmente voglia di saperne qualcosa in più e leggerete altri libri o articoli. Magari avrete solo la tentazione di venire qui a dirmi che di questo libro io non ho capito niente, che è scritto in modo sbagliato o che affronta la questione in modo sbagliato, oppure non vedrete l’ora di parlarne, ma non con me. Sarebbe bello comunque.
Se me lo chiedete, non saprei dire quante persone conosco che sceglierebbero l’opzione 3.
Per quanto mi riguarda, mi piace pensare che il blog di uno qualsiasi possa essere lo stimolo ad approfondire un argomento. Nulla di più.