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Libri

Proviamo a pubblicare: ep. 3

E’ passato un altro mese e la versione corta è che non è successo nulla.
La versione lunga invece qualche cosina da raccontare ce l’avrebbe, quindi proviamoci. Il mio romanzo inedito continua a restare tale nelle caselle di posta di una trentina di editori. Non ne ho contattati altri un po’ perchè non ne conosco, un po’ perchè forse non è così utile continuare a cercare prima di avere un riscontro di qualche tipo.
Una cosa buffa mi è successa con Argentodorato, che un paio di settimane fa mi ha risposto con una mail molto chiara e diretta in cui dicevano, sintetizzando, “se decideremo di investire su di te e prenderci il rischio di pubblicarti, ci aspettiamo che tu sia disposto ad impegnarti ed aiutarci a promuovere il libro.”. Che è una richiesta direi più che legittima, anzi, mi sembra il minimo. Certo, messa giù come linea generale è un po’ vaga, quindi ho risposto che sì, sono sicuramente disposto a sbattermi, ma cosa comporta questo sbattimento? Devo presenziare a fiere ed eventi? Si può fare. Devo prendermi sei mesi di aspettativa al lavoro per dedicarmi solo a quello? Difficile, visto che io non sono uno scrittore professionista.
Chiarimenti che sono andati perduti come lacrime nella pioggia, visto che non mi hanno mai risposto.
Da un lato forse il fatto di aver detto che ho già un lavoro e che non sono uno scrittore full time può averli portati a pensare che non abbia tempo e voglia sufficienti per star dietro al progetto. Forse preferiscono dare priorità a chi ci sta puntando per la vita, piuttosto che dare spazio ad un dopolavorista qualsiasi. Penso che sarebbe una linea tutto sommato comprensibile. Temo, però, che non lo saprò mai.
Una cosa buffa correlata a questo è che Ale Bu conosce una ragazza che ha pubblicato con loro e mi ha girato il contatto IG così che potessi chiederle qualche info, una dritta. Purtroppo mi ha ghostato anche lei. Dev’essere una linea editoriale.
(Ovviamente scherzo, è del tutto normale venire ignorati e sto vivendo la cosa in modo molto zen. Anche oltre il livello di rilassatezza cui pensavo di poter ambire.)

Come avevo detto negli episodi precedenti, mi sono anche iscritto al concorso Io Scrittore.
La prima fase è in corso e consta nella preselezione delle opere finaliste sulla base di un incipit. Da quanto ho letto, il bacino di candidati dovrebbe essere intorno ai 4000 partecipanti, di cui ne passano alla fase successiva solo 400. Il criterio di selezione è interessante, perchè ogni partecipante ha il compito (pena l’esclusione dalla gara) di leggere e valutare dodici opere altrui. La valutazione è composta da 4 voti numerici per trama, personaggi, originalità e forma, più un giudizio scritto che deve stare tra le 200 e le 2000 battute.
Per quanto avessi tempo fino ad inizio giugno per completare l’assegnazione, ho già ultimato la lettura e la valutazione di tutte le opere che mi hanno assegnato. Devo dire che il livello, almeno per il mio campione, era piuttosto eterogeneo tra testi che ho trovato illeggibili e testi che non hanno nulla da invidiare al mio. Nessuno dei dodici mi ha dato l’impressione di essere fuori scala in positivo, nessun’opera di spicco diciamo, ma nel loro piccolo alcune avevano punti di forza interessanti e non mi stupirei se una o due potessero andare avanti.
La cosa che mi ha fatto un po’ cadere le palle è che, su dodici candidati, tutti fossero noir/gialli. Non solo. Le protagoniste? Quasi tutte donne che devono mostrarsi forti e lottare con le proprie fragilità, in fuga/riscossa da un passato doloroso e non ancora pronte ad abbracciare l’incontro con il love interest che gli piomba addosso nelle prime pagine del libro. Spesso un poliziotto bello e tenebroso.
Come non hanno mancato di dirmi alcuni amici, io non ho propriamente scritto Guerra e Pace, quindi lungi da me fare il critico di stocazzo. Però la statistica, per quanto piccolo fosse il campione, mi ha onestamente sorpreso in negativo. Detto questo, come accennavo, in un paio di casi questa premessa trita non mi ha per niente impedito di finire l’incipit con la curiosità di come potesse proseguire la storia. E, alla fine, credo quella sia sempre la roba che conta.
La cosa positiva è che, alla fine di questa prima fase, riceverò i commenti di chi ha letto il mio incipit e temo quello sarà il primo, vero, scontro con la realtà.
Mi fa molta paura, ma non vedo l’ora.


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Proviamo a pubblicare: ep. 2

Eccomi qui con qualche aggiornamento sulla mia Road to Bookshelf, so che non vedevate l’ora.
Scusa, ma con chi parli?
Shh. Dicevamo.
Prima di parlare dei miei tentativi di irruzione nel mondo dell’editoria, mi preme registrare la seconda anima pia dopo il Po’ che si è effettivamente letta il libro in anteprima: Manowar, aka Davide, che oggi oltretutto compie gli anni. Mi ha detto che gli è piaciuto, mi ha fatto piacere.

Andando al tema centrale di questa rubrichetta, gli ultimi sviluppi vedono il mio romanzo wannabe nelle caselle di posta di TRENTACINQUE case editrici. Una metà buona le ho incontrate passando al Book Pride 2026 di Milano, presentandomi agli stand e chiedendo se potessero essere interessati ad una roba come quella che ho scritto io. E’ stata un’esperienza strana. In generale positiva, ma strana.
Mi ha fatto ritornare a quando cercavo lavoro, riportando a galla tutto il disprezzo provato per un certo modo di fare recruiting con cui, fortunatamente, non avevo più a che fare da tanto.
– Sono un autore emergente, volevo chiedere informazioni sulla vostra casa editrice e sulla possibilità che accettiate di valutare opere prime etc. etc.
– Conosci la nostra casa editrice?

– Onestamente no, sono qui proprio per fare un giro, approfondire, prendere contat…
– Se non ci conosci non dovresti venire da noi. Se davvero ti interessa pubblicare con noi, dovresti prima studiare il nostro catalogo, comprendere la nostra linea, bla bla bla.
Esattamente come le aziende convinte che il candidato applichi per un lavoro perchè davvero crede in quell’azienda e non perchè gli serve uno stipendio e sta provando a mandare il CV a qualsiasi entità iscritta in camera di commercio. Boh, anche meno. Davvero.
Fortunatamente si è trattato di una piccolissima minoranza di situazioni eccezionali, la prassi erano persone normali e disponibilissime che mi hanno risposto “prova” oppure “no, da noi non c’è spazio per quella roba lì”, ma sempre concludendo con un apprezzatissimo “in bocca al lupo”.

Dicevamo, trentacinque invii, ma qualcuno ha anche risposto in questo primo mese?
Sì.
La prima è stata Adelphi (ahahahaha) che mi ha risposto con un cordialissimo “Grazie, ma no”. Ho apprezzato molto mi abbiano comunque dato un riscontro, la trovo una scelta professionale, ma non mi sono nemmeno preso più di tanto male. Erano passati circa quindici giorni dal mio invio, quindi mi sono convinto abbiano cassato sulla base del tipo di opera o della sinossi, certamente non per averla letta tutta e trovata terribile. Forse. Spero.
Il secondo e, al momento, ultimo no l’ho ricevuto da Ianieri, sulla base del fatto che in questo momento non sono aperti a ricevere opere da valutare. Era scritto anche sul sito, ma ho mandato lo stesso perchè allo stand mi avevano detto di fare così. Dubito fossero in malafede, forse la persona non sapeva che c’è un sistema di risposte automatiche che cestina a prescindere. Amen.

Poi ci sono state le risposte positive, ma che al momento non mi interessano. Come dicevo la volta scorsa, non sono intenzionato a pagare per pubblicare perchè mi sembra un modo che mi priverebbe dell’unico riscontro che vorrei avere, ovvero se il libro può risultare interessante ad un editore. Nessuna delle case editrici a cui l’ho mandato si presenta ufficialmente come “editore a pagamento”, ma a conti fatti poi le formule proposte sono un po’ in quella direzione.
Una mi ha chiesto un contributo per la valutazione dell’opera. “Se vuoi che impieghiamo del tempo per valutare il tuo libro, quel tempo lo devi pagare.” In tutta onestà non mi sembra una posizione di per sè sbagliata, ma apre ad implicazioni che non mi fanno impazzire. Apprezzo però l’essere chiari dal principio.
Un secondo editore mi ha proposto una formula essenzialmente crowdfunding: firmo e ho 150 giorni per trovare 150 pre-ordini del libro. A quel punto, se riesco, mi pubblicano. Non fa per me. Già ho vissuto malissimo il fatto che gli amici a cui ho chiesto di leggerlo in molti casi non l’abbiano fatto, figuriamoci se l’uscita del mio libro dovesse passare dalla mia capacità di pietire con parenti e conoscenti. Anche no.
Last, but not least, una casa editrice mi ha scritto dicendo che sono molto intenzionati a pubblicarmi e che il mio libro gli è piaciuto molto. Certo, vogliono un contributo di 600 euro per farlo, ma poi pensano a tutto loro. La cosa che mi è piaciuta di più sono i commenti dell’editore all’opera, che ho trovato davvero molto simili a quelli che mi aveva restituito ChatGPT quando glieli avevo chiesti.
Insomma, al momento non sta andando benissimo, ma mi consolo con l’idea sia ancora molto presto.

Alla lista dei GRAZIE aggiungo anche Lucia, compaesana e scrittrice per ragazzi, che mi ha dato un paio di dritte su come approcciare la questione.

Per il momento direi che non c’è altro da dire, ci risentiamo a Maggio (nel caso).


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Proviamo a pubblicare: ep. 1

Ho pensato di tenere conto, idealmente mese per mese, delle attività fatte nel tentativo di pubblicare il mio libro.
La prima cosa che ho dovuto fare quando ho deciso di iniziare a provarci è stata scrivere una SINOSSI. E’ stato un parto.
Ok, lo so qual è il commento tipico che arriva a ‘sto punto, quindi:

Scrivere una sinossi è complicatissimo se hai la pretesa che il tuo libro abbia qualcosa da dire oltre alla trama, perchè scrivendola ti sembra di appiattire il tutto. E allora cerchi di esplicitare il sottotesto, ma rimane posticcio. E poi viene troppo lunga, ma se la tagli pensi sia troppo sbrigativa. Tu hai in testa il lavoro che hai fatto e stai scrivendo un breve riassunto da cui, in sostanza, dipende se qualcuno deciderà di dargli una possibilità. Magari per tanti è facile, per me è una pressione tremenda. Mi sembra di essere tornato ai tempi della selezione del personale che doveva decidere se farmi un colloquio o meno sulla base del CV.
Ho provato anche a farmi aiutare dall’AI, ma peggio che andar di notte. Non so se avete mai provato a caricare un testo lungo dentro ChatGPT e chiedergli cosa contiene. Fa un sacco di casini. Allora ho lavorato all’opposto, ho scritto la sinossi e mi sono fatto aiutare a risistemarla dicendo cosa volevo che emergesse e quanto volevo fosse lunga. Sicuramente meglio, ma ancora molto distante da un lavoro ben fatto. Ci ho tirato fuori qualche spunto però e adesso ho una sinossi fatta.
Non so quanto buona, ma non lo so neanche del romanzo, quindi direi che è un problema di secondo piano.

Ho anche deciso di iscrivermi comunque al concorso letterario io scrittore. E’ vero, il mio romanzo è più lungo del limite massimo consentito, ma per arrivare alla valutazione del romanzo completo bisogna passare la prima fase, fatta solo su un incipit di due o tre capitoli. Inutile fasciarsi la testa adesso. Far valutare l’inizio è comunque una buona cosa, se poi dovessi passare avanti (cosa su cui nutro più di un dubbio), penseremo a come limare il testo. Questo ed altri consigli arrivano da Fabrizio Coppola, che quando ha saputo della mia “impresa” mi ha scritto e si è offerto di darmi qualche dritta. TVB.

Mentre scrivo, il mio romanzo è nelle caselle spam email di sedici case editrici, da quelle molto grandi ad alcune che ho scoperto esistessero solo quando ho cercato online. Dicono che ci vogliano grossomodo sei mesi prima di deprimersi, per chi mi conosce questa cosa è semplicemente inimmaginabile. Tuttavia, le cose che posso farci sono zero e quindi tocca starci. Questo però vuol dire che per sei mesi la mia testa può navigare idee (del cazzo) su eventuali possibili piani alternativi/paralleli alla pubblicazione. Finirò per ammattire.

Last, but not least. Forse lo sapete tutti, forse no, ci sono tantissime case editrici e agenti letterari che permettono di pubblicare pagando. Non sono qui a tirare un siluro sul meccanismo, che non mi interessa fare la morale a nessuno. Quel che posso dire è che ho un lavoro, non sto puntando a diventare uno scrittore e il libro l’ho scritto per vedere di cosa fossi capace. Pagare per vincere mi lascerebbe con zero riscontri e non ne vedo il senso. Al momento, infatti, non sto considerando nemmeno l’idea di auto pubblicarmelo. Se non trovo nessuno interessato, può stare tranquillamente nel cassetto.


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Ho scritto un libro

Di solito quando qualcuno inizia così un comunicato, un post, ecc. è perchè ha effettivamente pubblicato un libro. Non è questo il caso.
Io ho scritto un libro.
Di pubblicarlo (se mai riuscirò a pubblicarlo) si parlerà eventualmente più avanti. Al momento la cosa importante per me è poter dire di averlo scritto perchè, mentre lo faccio, sono ubriaco della soddisfazione estrema per avercela fatta. Averlo chiuso. Essere riuscito a mettere tutto quel che avevo in testa nero su bianco, dentro un file word.
663K caratteri (spazi inclusi), quello che ho scoperto essere l’equivalente di 368 cartelle editoriali, per raccontare una storia tutta mia.
Ammetto che, dopo aver messo il punto finale, mi sia salita un po’ di commozione.

Ho iniziato a lavorarci circa un anno fa. Non ricordo la data esatta in cui mi sono effettivamente messo davanti allo schermo per iniziare fisicamente a scrivere. Certamente quel momento è stato preceduto da un numero imprecisato di nottate insonni spese a rigirarmi nel letto pensando all’idea che avevo avuto, a come avrei potuto svilupparla, a quanto sarebbe potuta risultare interessante. O originale. O sviluppabile. Fino a che ho iniziato davvero a darle una forma.
So che può sembrare un cliché, ma ero fermamente convinto non sarei arrivato in fondo. Che avrei mollato. Invece è stato un po’ come quando, due anni fa, ho deciso di impegnarmi per iniziare a correre. Ho trovato una mia costanza, ci ho messo tutta la dedizione di cui sono capace e alla fine sono arrivato al traguardo. Pazzesco.
Ancora non so quanto quel che ho prodotto possa essere interessante o originale, ma punterò a scoprirlo.

Ok, ma di cosa parla questo fantomatico libro?
E’ un romanzo di avventura ambientato tra il 1690 e il 1720 nei caraibi, quindi parla di pirati. Non dei pirati che ci hanno raccontato con Johnny Depp, nè di quelli di Stevenson o di Monkey Island. Tutta roba che mi piace, intendiamoci, ma io ero interessato a scrivere una storia diversa. Sporca e cruda come poteva essere la vita ai tempi, ma che preservasse quell’aura colorata e, tra mille virgolette, goliardica che nella mia testa i pirati devono emanare. Da lì ad esserci riuscito ne passa, ma questa resta la dichiarazione di intenti. Forse l’opera che posso definire più “vicina” alla mia idea è la serie Black Sails, anche se lì c’erano comunque riferimenti importanti al mondo di Stevenson e, soprattutto, mancava un certo rigore storico.
Ecco, su questa cosa ho davvero sputato il sangue.
Io sono di massima un biotecnologo, formazione scientifica e nemmeno d’eccellenza, che nella vita è finito a fare marketing di settore. Fuori da questo blog la mia esperienza con la scrittura è nulla, ma ho letto e visto tante storie e, anche non arrivando a dire di avere una qualche competenza, sentivo di poterci perlomeno provare. Di Storia, invece, non ho la minima base. Zero.
Però volevo essere accurato. Nella costruzione del mondo, nella definizione dei personaggi e nelle possibilità che questi ultimi potessero effettivamente avere all’epoca. Inizialmente. Poi mi sono fatto inghiottire da un vortice sempre più potente, in cui sentivo il dovere morale di verificare tutto. Anni, personaggi realmente esistiti, avvenimenti storici, politica dell’epoca. Fino ad arrivare allo studio dei tempi di percorrenza nautici, delle possibili rotte, della terminologia in uso e della legislazione.
Magari leggendo il testo questo lavoro neanche traspare, magari è stato ampiamente inutile farlo, ma mi è costato una fatica immensa e ne sono, comunque sia, orgoglioso.

E adesso?
Adesso mi prendo almeno una settimana di pausa da questa storia, che sono esausto. Poi, proverò a muovermi per vedere se a qualcuno interessi pubblicarla. Non ho agganci nel settore dell’editoria, ma ho qualche conoscenza che ci gravita intorno. Partirò da lì. Simultaneamente, proverò a contattare qualche casa editrice piccola che possa avere interesse in un possibile esordio letterario.
Avevo trovato un bellissimo concorso a cui speravo di iscrivermi, ma il regolamento limita forzatamente i testi alle 600K battute. Non ho la presunzione di ritenere il mio libro “immodificabile”, magari verrà fuori che è assai più prolisso di quanto dovrebbe, ma al momento non me la sento di tagliarne un 10% solamente per farlo stare dentro il recinto di un concorso. Magari, da qui ad un anno, le cose saranno diverse.

Arrivato in fondo, mi sembra il momento buono per chiedere un aiuto. Se chiunque fosse arrivato fino a qui a leggere volesse/sapesse darmi una mano, sarei davvero riconoscente.
Senza voler tirare ulteriori siluri, ho passato una vita a supportare amici e conoscenti nelle loro avventure (soprattutto musicali). Non perchè sapevo sarei arrivato al punto di dover chiedere qualcosa indietro, ma perchè è una delle robe in cui credo di più. Spero, per una volta, di non uscirne disilluso.

Ah, dimenticavo.
Al momento il mio libro si intitola “Fottuti pirati” perchè è quello di cui parla ed è così che ho chiamato il progetto dentro il mio One Drive. Dopo mesi a sbatterci la testa, quel titolo per me adesso è l’unico immaginabile, ma non sono per nulla sicuro rimarrà tale.


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E’ un po’ che non ci si sente

Non ho davvero qualcosa da scrivere qui sopra, lo dico subito.
E’ il 30 novembre e non scrivo sul blog dal 21 ottobre. Chi conosce questo spazio sa che bucare un mese è sempre stato lo stigma massimo da cui ho lottato per tenermi lontano e in vent’anni ce l’ho (quasi sempre) fatta. Di conseguenza sono qui per riempire una paginetta uso “guarda maestra ho fatto i compiti”.
Lo farò dando un po’ di aggiornamenti random dalla mia vita.

– Il progetto segreto che chiameremo col nome in codice di “romanzo” è entrato nella sua fase conclusiva. Mancano undici capitoli. Se procedo al ritmo avuto fino a qui, dovrei chiuderlo entro il mio compleanno. Considerando che ormai si tratta di chiudere il cerchio e che la maggior parte di quel che devo raccontare è deciso, forse potrei farcela un filo prima. Il materiale che ho messo giù fino ad ora si aggira intorno alle 76K parole, quindi a spanne si parla di un’opera finita che sta sulle 100K. Tante? Poche? Boh. Per me tantissime, davvero un lavoro che non pensavo di riuscire a portare fino a questo punto. Ho chiesto ad un po’ di amici se gli andasse di leggere quanto già fatto e darmi dei feedback, qualcuno ha accettato. Hanno tutti esordito dicendo “i pirati a me fanno cagare”, ma qualcuno lo ha trovato godibile ciò nonostante. Qualcun altro no. Direi perfettamente normale per un malloppazzo scritto da un improvvisato alla prima esperienza. Se proprio devo brontolare di qualcosa, mi aspettavo forse un po’ più di “supporto” da parte delle persone a cui ho chiesto. Nei libri di solito alla fine si trovano i ringraziamenti a tutti quelli che hanno aiutato l’autore a portarla a casa e nel mio caso al momento farei fatica a riempirci tre righe scritte grosse. Non è una bella sensazione, specie per uno che (senza voler fare Gandhi), nel suo piccolo ha sempre provato a dare una mano a chi si trovava in questa situazione e chiedeva un aiuto. Amen. L’idea continua ad essere arrivare in fondo, il resto è contorno.

– Un paio di weekend fa sono andato a Manchester a vedere i Brand New. E’ stato l’ennesimo concerto bellissimo di questo 2025 fatto, al momento, solo di concerti belli. Un bel passo avanti rispetto al 2024, dove a memoria mi avevano fatto quasi tutti schifo. Non credo scriverò un post sui concerti dell’anno, non ho più voglia di farlo o forse non ho altra forza da usare per scrivere anche qui (questo post sta diventando un calvario), ma è un peccato perchè sono stati tutti concerti da raccontare.

– Nell’ultimo periodo ci sono stati un po’ di argomenti su cui avrei avuto voglia di litigare. Per citare gli ultimi che mi sovvengono a memoria: la polemica sul fatto che se togli 2 punti percentuali alla tassazione sui redditi che vanno dai 25 ai 50 mila euro, chi guadagna di più ne beneficia di più (un vero scoop) e l’ennesima polemica attorno al concetto di consenso. Special guest: la famiglia nel bosco. In questi casi di solito parto aprendo il blog, poi mi persuado sia tempo perso e allora apro instagram. Perchè una mia story ha il medesimo impatto che un mio post (ZERO), ma almeno non ci metto troppo tempo a buttarla giù. In molti casi sono finito a chiudere anche instagram perchè tanto “chissenefrega”.
Mi sono parecchio imbruttito, devo dire, ultimamente.

Chiudo qui, mese portato a casa e auto-psicanalisi spiccia pure.
A dicembre metterò fuori quantomeno la lista dei dischi che ho ascoltato, quindi al massimo il problema di dover scrivere il blog si ripresenterà nel 2026.
Segnatevelo eh.

Un appunto

Ho appena chiuso un capitolo di 4598 parole.
E’ il diciottesimo di quello che, forse, un giorno sarà un romanzo finito.
Non so dire se arrivato in fondo sarà il mio capitolo preferito o quello che mi sarà costato più fatica.
Forse lo rileggerò domani e sentirò di doverlo riscrivere da capo.
Eppure in questo momento sono un po’ felice.
Soddisfatto.
Certamente spossato, prosciugato da un’attività che mi assorbe una quantità di energia fuori scala, ma con in faccia uno di quei pochi sorrisi che non sono costretto a fare.
Mi sembrava giusto appuntarmi qui la sensazione.
Alla fine era un po’ questo lo scopo del posto, all’inizio.

Black Sails

Qualche mese fa avevo vaneggiato qui sopra di un progetto a cui mi stavo dedicando e di cui non mi sentivo di dare i dettagli per evitare di renderlo reale al punto di mal digerirne un eventuale fallimento. A distanza di tempo, ho deciso che non sia più il caso di fare i misteriosi.
Sto scrivendo un romanzo.
Al punto in cui sono ora(1), la parola fallimento ha assunto diverse sfumature, ma il significato che le avevo dato inizialmente era di buttarmi nell’opera e non riuscire ad arrivare in fondo. Siccome oggi mi sento di escludere questa possibilità, pur essendo ben lontano dal finire il lavoro, posso anche uscire allo scoperto qui sopra. Anche perchè, voglio dire, non è che questo sia propriamente un articolo del NY Times.
Veniamo al tema del post. Siccome il mio ipotetico romanzo parla di pirati, concluso il primo troncone di scrittura mi sono rivisto tutte le quattro stagioni di Black Sails per un “reality check” e mi sono innamorato di nuovo dell’opera. Se con quello che sto provando a fare (e che mi sta costando una quantità di ore e di sonno incalcolabili) riuscissi a trasferire anche solo un decimo dell’atmosfera che è riuscita a ricreare questa serie, mi riterrei ben più che soddisfatto.
Black Sails racconta le vicende del Capitano Flint e del pirata John Silver, poi Long John Silver, intrecciandone le origini con figure storiche dell’epoca. Un mix di fantasia e storia che, fin dal primo istante in cui ho pensato di cimentarmi nella stesura di un romanzo, è stato l’obiettivo a cui tendere anche per il sottoscritto. Essendomi messo a studiare parecchio l’epoca della pirateria, ho capito in fretta che sul piano della veridicità storica la serie TV non ha mai voluto essere davvero verosimile, si è limitata ad incollare nomi di figure realmente esistite dentro una storia completamente di fantasia e di difficile collocazione temporale. Questo però non è un difetto. Guardandola la prima volta non me ne ero assolutamente accorto e, probabilmente, è una buona indicazione del fatto che l’attenzione alla veridicità/verosimiglianza che sto provando a mettere io, con tutti i limiti del non essere uno storico, risulterà largamente superflua. Amen.
Tornando a parlare della serie, invece, quella spolverata di personaggi storici non fanno che supportare il lavoro magistrale fatto a livello visivo per trasferire allo spettatore un’ambientazione estremamente suggestiva, in cui chi ama quel tipo di periodo storico non può che venire risucchiato fin dai primi minuti grazie ad una fotografia superlativa. A livello di trama, poi, le prime due stagioni sono di un livello stellare. C’è un colpo di scena, nel penultimo episodio della seconda stagione, che per scrittura e realizzazione è senza dubbio il più sorprendente e potente che mi sia mai capitato di vedere. Non dico debba esserlo per tutti, ma per me lo è sicuramente stato. Non l’ho visto arrivare e mi ha colpito con una velocità e un’impatto irripetibili. Le due stagioni successive mantengono inalterata la qualità di resa dell’atmosfera, ma calano parecchio a livello di storia, anche se nel finale c’è una bella ripresa.
Quello che non cala mai, invece, è la grandezza dei personaggi raccontati. Ognuno di loro è perfetto, nel tratteggio e nel percorso, anche quelli che possono sembrare più caricaturali o stereotipati. Li ho amati tutti, senza esclusioni, e ho fatto il tifo per ognuno di loro in almeno un’occasione.

Quindi niente, il succo del discorso è che in un mese mi sono riguardato trentotto episodi di Black Sails e ne vorrei almeno altrettanti. Da amante dei pirati, credo siano il prodotto perfetto. Io sono un fan enorme di Monkey Island, ho adorato alla follia il primo Pirati dei Caraibi e ho letto un po’ di letteratura a tema, ma non credo di aver trovato mai nulla che fosse così affine alla mia idea e al mio gusto.
Ho chiesto di leggere la prima parte del mio romanzo wannabe ad una manciata di amici. Un paio lo hanno fatto davvero, mia moglie ci sta litigando, gli altri probabilmente sono troppo gentili per dirmi “lascia perdere”. Diciamo che dai primi feedback non ho l’impressione di avere per le mani un best seller, ma non ho intenzione di mollare.
L’illusione a cui mi aggrappo è che anche che Black Sails non è piaciuta a nessuno.

(1) circa 200 pagine scritte, circa metà della strada, circa metà del secondo dei tre tronconi di cui dovrebbe essere idealmente composto.


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Ex post

È la 1:34 del primo giugno 2025.
Da due giorni mi ripeto di dover scrivere qualcosa sul blog perché altrimenti questo maggio appena concluso sarebbe diventato il primo mese in vent’anni senza un post.
Avevo anche trovato un paio di argomenti su cui attorcigliarmi con uno dei miei consueti siluri audienceless, ma poi non c’è stato modo, tempo o sbatti per mettermi a scriverci sopra davvero.
Alle 19 di ieri sono uscito per andare a cena da amici con l’idea che l’Inter potesse perdere la finale di Champions League e darmi almeno lo spiraglio per portare a casa quattro righe di sfottó, ma dopo un 5 a 0 sul groppone infierire scollinerebbe anche l’etica del tifo contro.
Quindi niente, il danno è fatto e ci troviamo con un mese vuoto. Mentre sto per andare a letto però, sto cercando di vendermi il concetto che formalmente la mia giornata non sia ancora chiusa e che questo post, per quanto fine a se stesso, debba considerarsi ancora parte del mio 31 maggio.
Alla fine, credo di essere riuscito a convincermi.
Per il resto, nessuna news rilevante dalla mia vita. Il progetto di cui vi avevo accennato è difficile e forse non vedrá mai la luce, ma al momento procede e mi succhia larga parte del tempo libero. Spero davvero di poterlo portare in fondo. Con la corsa si continua, anche se la motivazione è un po’ venuta meno sia perché non sto più perdendo un grammo, sia perché ho deciso di smettere con l’incremento delle distanze e/o l’abbassamento dei tempi. Sarà la cosa più ovvia del mondo, ma senza un traguardo, un obiettivo, della corsa rimangono solo noia e stanchezza. Non proprio due incentivi. Però si tira dritto, abbracciati ad una forza di volontà che mai mi sarei attribuito.
Tutto qui, per questo maggio senza niente da dichiarare. Magari in giugno troverò qualcosa di interessante da scrivere.
Baci baci.

Due

[…]
Ne consegue che egli sa perfettamente come andranno le cose fra Aidi e il sottoscritto. Potrebbe, cortesemente, farlo presente anche a me?
Sorride alla domanda, poi mette su una strana aria fra l’esausto e l’innocente. “Quando un uomo ha passato la linea d’ombra, di tanto in tanto si trova di fronte al se stesso ragazzo” mi fa correre un brivido lungo il filo della schiena. “In occasione di quegli incontri, il giovane prende la parola per primo e rivolge all’altro sempre la stessa domanda.”
“Quale?” balbetto, indifferente alle trombette, agli stravizi e ai propositi di spostarsi in piazza per dar fuoco a quel porco dell’anno vecchio.
Il Manuel lascia andare un sospiro, poi mi guarda dritto in volto e svela: “Valgono ancora le regole che ti eri dato da ragazzo, quando nessuno poteva ricattarti? Sei rimasto fedele a quello che ti faceva sentire libero come l’aria?“.
Il mistero delle sue parole mi ha lasciato addosso un’inquietudine nuova, capace di sopravvivere al rogo in piazza e alla festicciola destroy a casa della Megghi.
[…]

Quando Brizzi ha comunicato di essere prossimo alla pubblicazione di un sequel di Jack Frusciante è uscito dal gruppo io, come spesso in queste circostanze, l’ho vissuta bene il giusto. Non curante di quel che questa cosa potrebbe lasciare intendere di me, sono qui a ribadire che il primo capitolo della storia tra il vecchio Alex e Aidi è stato il libro più importante della mia vita, per una serie di fattori che hanno a che fare con l’autodeterminazione. Il goffo, ma tenace tentativo che tra i quindici e i vent’anni si fa per tracciare il perimetro della persona che si vorrebbe almeno provare ad essere. Non sto esagerando. Ero così convinto di dovere tantissimo a quel romanzo, da non averlo voluto rileggere per anni. Ho dovuto aspettare di percepire le mie spalle sufficientemente grandi da tollerare l’eventualità di aver usato come bussola un libro del cazzo. Nel 2015, preso il coraggio a due mani e con ormai piuttosto chiaro in testa la persona che ero effettivamente diventato, me lo sono riletto. Fortunatamente non sono rimasto deluso, ma se vi dicessi che ero sereno nel farlo, mentirei.
Eh, l’ho detto che non esageravo.

Tornare sopra a quella faccenda lì non deve essere stata una roba facile neanche per Brizzi, però, perchè per scrivere il sequel di anni ce ne ha messi addirittura trenta. Un  po’ lo capisco: cosa c’era ancora da raccontare, di quella storia? Come intercetti l’interesse di un pubblico per cui quei trent’anni sono passati? Io per primo ho approcciato la lettura con il forte dubbio che non avesse nulla da darmi/dirmi.
Mi sbagliavo, ovviamente.
Perchè a Brizzi non è solo riuscito il trick di catapultarmi in una vita che ricordo ancora in toni vividi, ma a cui penso per forza di cose troppo raramente, ma anche di farmela vedere con gli occhi di adesso. Se la storia continua formalmente dal punto in cui si era interrotta, la lente con cui ci viene mostrata tiene molto conto del tempo che è passato. E allora non ci vuole un secondo a capire che l’anno raccontato nel libro sia di fatto la rappresentazione dei trenta che abbiamo vissuto noi, tra cambi di prospettive, amicizie, relazioni e obbiettivi. Trent’anni semplificati e velocizzati perchè tutto, a diciotto anni, è più semplice e veloce. Di conseguenza il tema non è la relazione tra due adolescenti dopo un anno di vita a distanza, il tema diventa fare i conti col percorso che si è fatto, tra le scelte prese e quelle che ci sono state imposte, e capire se sia ancora il caso di voler bene a noi stessi.

A scrivere questo post ci ho messo parecchio, rivoltandolo più volte.
Il paragrafo che ho riportato ad inizio post, quella domanda in grassetto, è uno schiaffo che mi ha colpito dove già avevo male. L’idea iniziale era di provare a rispondere, ma ne sarebbe venuto fuori un testo simile a quello che ho scritto qualche mese fa per spento, probabilmente anche più brutto (l’ho appena riletto e, per una volta, non mi sono vergognato). Il punto quindi non è tanto rispondere, ma continuare a farsi la domanda. Perchè è vero che oggi la vita può ricattarci e portarci ad infrangere le regole che ci eravamo dati, ma quelle regole non cessano di esistere. Possiamo averle cambiate, riviste, aggiornate, ma sulla base del non ritenerle più giuste, non del non riuscire più a rispettarle.
Altrimenti è barare.


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Complotto!

[…]
Immaginate che apra una nuova banca in una nuova nazione, e che produca una valuta che chiameremo scellini. Ora immaginate che questa banca attiri dieci clienti, ognuno dei quali desidera prendere in prestito dieci scellini. La banca mette gli interessi al 10 percento, in modo che ognuno dei clienti debba restituirle undici scellini. Ma come fanno queste dieci persone a restituire undici scellini se non solo non li hanno, ma non esistono nemmeno scellini a sufficienza? I debitori saranno costretti a trovare un modo di ottenere gli scellini extra l’uno dall’altro. Pertanto si rende subito necessaria una competizione. Se uno dei debitori dovesse ritrovarsi senza più uno scellino, allora gli altri nove avrebbero tutti gli undici scellini da rendere alla banca, mentre allo sfortunato decimo debitore non resterebbe che chiedere in prestito altri soldi. Ecco allora che viene creato del nuovo denaro e l’economia cresce.
Ma non è sempre stato così. Per gran parte della nostra storia sistemi del genere sono stati categoricamente proibiti. La parola “usura” viene oggi utilizzata per descrivere tassi d’interesse eccessivi nella restituzione di un debito, ma nell’uso originario la parola si riferiva a qualunque interesse richiesto su una somma prestata. La scrittura si è sviluppata dopo il denaro, perciò non ci è dato sapere a quale epoca remota risalga il tabù, o perché i nostri antenati dell’Età del Bronzo fossero così contrari all’idea.
Ciò che sappiamo è che le leggi antiche a cui possiamo risalire proibivano esplicitamente l’usura. Nel Nuovo Testamento, quando Gesù ribaltò i tavoli al tempio, la sua rabbia derivava dal fatto che i creditori di denaro praticassero l’usura.
Gesù è conosciuto come un tipo generalmente non violento, perciò se facciamo caso al fatto che tutti gli altri peccati, la crudeltà e le ingiustizie del mondo non gli facessero mai perdere le staffe, possiamo farci un’idea di quanto l’usura fosse considerata scandalosa all’epoca. Altri che denunciarono l’usura furono Platone, Mosè, il profeta Maometto, Aristotele e Buddha. Se una schiera di personaggi del genere è tutta d’accordo sulla questione, forse sarebbe il caso di ripensare al perché noi la accettiamo in maniera tanto supina.
Perché lucrare sui prestiti era tanto inaccettabile nel mondo antico? La questione è aperta all’interpretazione, ma una possibilità è che sembrasse contrario all’ordine naturale delle cose. Il lavoro creava ricchezza, perciò la ricchezza accumulata senza lavoro era innaturale. Era vista come una forma di tirannia, o di furto. L’usura era una forma di corruzione morale, un cancro finanziario che poteva sbilanciare le economie fino a farle crollare.
[…]

L’estratto di cui sopra è tratto da “Complotto! Caos, Magia e Musica House. Storia dei KLF, il Gruppo che Diede Fuoco a un Milione di Sterline“.
E’ un libro da leggere per la capacità che ha di raccontare in maniera lucida la follia del mondo in cui viviamo, filtrandola attraverso gli occhi di un gruppo musicale considerato completamente matto.
A volerci pensare, stimola una presa di coscienza del fatto che nella massima: “se pensi che tutti siano pazzi, il pazzo sei tu.” il concetto di pazzia andrebbe (ri)definito.


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