Politica

Prossimi concerti: una chiacchierata con Valeria

Oggi, 10 Ottobre 2021 per chi leggesse in differita, è il giorno della riapertura dei concerti. Sono passati infatti ormai quasi due anni da quando il Covid19 ha ribaltato le vite e la società in cui viviamo e una delle vittime più martoriate è stata la musica dal vivo.
Da qualche settimana rimugino sull’argomento in vari modi, ma alla fine ho pensato che il prodotto della mia tastiera sarebbe al più potuta essere una spataffiata livorosa e inutile che avrebbe tirato in mezzo gli stadi e i comizi di Conte, ma che di fatto avrebbe aggiunto zero al dibattito poichè farina del sacco di uno che ai concerti, al massimo, ci va quando riesce a piazzare i figli da qualche parte. Ho quindi pensato fosse più interessante fare qualche domanda a chi coi concerti ci lavora e nella musica dal vivo ci sbatte tutto il proprio sangue, così ho scritto alla Vale facendole un paio di domande.
Valeria, per chi non la conoscesse, lavora per il Bloom e scrive per Bossy e per Awand. Da sempre dentro al mondo di chi mette la musica su un palco con delle persone davanti, ora è una delle teste dietro a Tutto il nostro sangue, una roba bellissima che dovreste supportare tutti e che mi ha permesso qualche riga fa di fare quella gag oscena.
Come sempre su questo blog, io faccio domande farcite di illazioni e chi mi risponde mi spiega con pazienza come stiano davvero le cose, resistendo alla necessità di mandarmi a cagare.
Nello specifico, la parte interessante è quella in cui lei risponde in corsivo.
Buona lettura.

Iniziamo dalla fine, dall’ultimo concerto. Il mio è stato nel 2019 e a memoria potresti averlo organizzato tu. In questi quasi due anni ho pagato per vedere roba in streaming, ma non sono riuscito più a vedere qualcuno su un palco, prima perchè non mi ci sentivo al sicuro e ora perchè i concerti seduti vanno oltre la mia comprensione. A marzo 2020 invece c’è stato l’#UltimoConcerto, quello con l’hashtag, l’iniziativa messa insieme da un numero consistente di addetti ai lavori e che si poneva lo scopo di dare un segnale a tutti riguardo al momento terribile che la musica live sta(va) passando nel nostro Paese. L’iniziativa fu recepita in modo divisivo e io stesso non ero del tutto convinto si fosse scelta la strada giusta, sempre che una strada giusta esista. Sto solo facendo un mini riassunto, non voglio tornare sulla polemica che ne era scaturita, ma se vuoi commentare quella fai pure. Quello da cui mi interessa partire è che dopo quell’#UltimoConcerto si è parlato del #ProssimoConcerto, con interpellanze parlamentari, DDL mirati e comunicati ministeriali che sembravano indicare qualcosa si fosse mosso davvero, che con quell’iniziativa aveste in qualche modo dato una spallata alla questione. Sei mesi dopo, la prima domanda non può che essere: come procede? Si è davvero mosso qualcosa, diradato il polverone di marzo?

Dietro a quella che è stata un’iniziativa plateale, vista, seguita, giudicata, c’è una macchina che anche a camere spente si è mossa e ha continuato a muoversi perché le cose cambiassero, e cambino, non solo nell’ambito pandemia, ma più in generale perché il settore spettacolo trovi un riconoscimento e una tutela fino ad oggi mancanti.
Ultimo concerto non era una festa, non era pensato per esserlo e già il titolo dell’iniziativa a mio avviso parla da sé. Mi sconcerta il livore che ha scatenato, come non sia affatto chiaro cosa ci sia dietro ai ‘’nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare”, e di come le provocazioni, le rotture e le proteste le capiamo e abbracciamo solo quando ci piacciono (o ci fa comodo?). Comunque ha centrato l’obiettivo, smuovere.
Come mi sconcerta chi non vuole suonare davanti alle persone sedute o non vuole andare ai concerti con le sedie. Tutto condivisibile, per carità, ma ci sta un punto: se non si supportano i posti che sono in ginocchio e se sono sopravvissuti hanno perseguito la loro missione di centro culturale rispettando le regole e stando alle capienze imposte, questi posti poi chiudono, non stanno in piedi.

Se i primi a non supportare, a non turarsi il naso per le modalità non proprio entusiasmanti (in primis per gli organizzatori, neh) in cui si sono potuti realizzare i concerti sono quelli che hanno per mesi hanno hashtaggato #mimanchicomeunconcerto, di cosa stiamo parlando?
Da lunedì si torna capienza 100%, non sembra vero, dopo tutto questo tempo, ma lo è.

Il discorso che fai ci sta tutto, supportare è la base ed è normale sensibilizzare tutti a fare la propria parte. Ho però l’impressione che da dentro si viva la musica e il mondo che le gira intorno con una consapevolezza ed un’etica che spesso è ingenuo attribuire anche al “consumatore”. Probabilmente, in tantissimi casi, chi va ad un concerto non ha idea di quel che ci sia dietro e non sono convinto stia lì il problema di fondo. Un po’ come posso sensibilizzare al consumo equo e solidale, ma nei fatti la politica che determina le condizioni del lavoro vola ad un’altezza diversa rispetto alla superficialità di chi compra il caffè senza stare troppo a ragionare se il prezzo dello scaffale permetta o meno a chi lo coltiva una condizione lavorativa umana. Un conto è far passare la consapevolezza al consumatore, un conto e dargli dello stronzo.
Ad ogni modo, la bella notizia è che si torni a capienza piena ed è davvero una vittoria a questo punto.
La domanda che ti faccio quindi è: quanto è compromessa la situazione? L’impressione che mi sono fatto da fuori è che le vittime sono state tante e che anche il futuro sarà complicato, con tanti tour internazionali che salteranno l’Italia forse (dimmelo tu) anche a causa dell’averci messo troppo a dare garanzie su quel che si potrà fare qui da noi questo autunno e nel prossimo anno. Tu come lo vedi il prossimo futuro dei concerti in Italia?

Assolutamente, chi non conosce una minima di dinamiche del settore fa fatica a considerare la musica come un lavoro e tutto quanto sta dietro a una band che suona sul palco, e di conseguenza giustamente come funzionano le cose. Però, anche vero, che a tutti i livelli, in questi due anni di pandemia tramite social non sono mancate/i addette/i ai lavori che hanno cercato di spiegare il problema per propria voce o tramite organizzazioni di settore. Lungi da chiunque dare dello stronzo a chi non conosce/non comprende le dinamiche o semplicemente non gliene frega nulla, è una considerazione diversa, più che incattivata, estremamente sconsolata: mesi su mesi di lockdown a leggere #mimanchicomeunconcerto, condivisioni di post nostalgici alla vita di prima, alle cose non si potevano fare, alla musica dal vivo mancante, commiati per i locali che hanno chiuso… e poi, quando si può riprendere, in una condizione preclusiva e penalizzante sia per chi va a vedere, ma anche per chi mette a disposizione il concertame, ci si tira indietro, storcendo il naso. Quindi non è che #mimanchicomeunconcerto, è #mimanchicomeunconcertovistoegodutocomevoglioaltrimentinientedaiaccendonetflixestosedutomasuldivano.
Quello del 10 Ottobre è un piccolo passo, sicuramente bello, ma ribadisco piccolo: tenendo i posti seduti come parrebbe ad oggi (10/10/21), per il settore è ancora tosta, non è un ritorno alla “normalità”. Che il settore musica dal vivo non stesse bene già si sapeva, anche prima del covid-19 che però ha sicuramente inflitto un’ulteriore batosta. E’ anche vero che credo ci si stia proiettando, seppur lentamente, ad un ritorno alle modalità di fruizione della musica dal vivo nelle modalità che conosciamo. La speranza è che si possa nei prossimi mesi tornare a vedere i concerti in piedi e che non saltino più date che già sono a volte al secondo rischedule.

Leggendo la tua risposta deduco si riapra al 100%, ma coi posti a sedere e questa mi pare l’ennesima presa in giro, quindi volevo chiudere con l’ultima domanda. Uscendo dalla questione riaperture, mi pare che le misure di sostegno al settore negli ultimi due anni siano state poche e del tutto insufficienti. Puoi dirmi cosa è stato fatto (se è stato fatto qualcosa) nel concreto per provare a dare una mano al mondo della musica dal vivo da parte delle istituzioni?

Sì, lo Stato qualcosa ha stanziato, non abbastanza, non tutti ne hanno goduto allo stesso modo e altrove – es. in Germania – è stato fatto certamente di meglio.
Parallelamente bisogna ricordare che le venue non sono rimaste con le mani in mano ad aspettare le misure governative, alcune hanno avviato campagne fondi, tante si sono inventate e reinventate per garantirsi il sostentamento e sono state attivate iniziative come scena unita, ideate per rispondere alla situazione emergenziale.
Consiglio vivamente, per informarsi non solo sui numeri specifici dei soldi stanziati e delle misure adottate nel corso del tempo e in modo preciso, ma anche per approfondire tutto quello che è successo in questi ormai due anni in termini di azioni governative e di richieste per la tutela, la ripartenza e la possibilità di garantire per il futuro maggiori riconoscimenti per il settore, di consultare la sezione Iniziative e News | KeepOn Live, il sito dell’associazione di categoria live club e festival italiani.

Parliamo di Natura Sì

Partiamo dai fatti: la catena di supermercati Natura Sì ha deciso di pagare i tamponi per i dipendenti non vaccinati che necessiteranno il green pass per lavorare (ref.). 
La decisione ha suscitato reazioni forti in tante persone, che possiamo riassumere usando questo tweet di Burioni.
Questi, appunto, i fatti.
La mia opinione in merito è che Natura Sì ha deciso di colmare a proprie spese un vuoto legislativo, tutelando i propri lavoratori e questa è una cosa bella.
Qual è infatti la situazione attuale nel nostro Paese? Riassumiamola: lo Stato ha deciso di concedere libertà individuale in merito alla vaccinazione anti SARS-CoV-2, ma ha introdotto una serie cospicua di restrizioni a chi non possiede il Green Pass, ottenibile con la vaccinazione oppure sottoponendosi ad un tampone (ref.). Queste limitazioni includono l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro con conseguente sospensione dello stipendio (ref.). Un lavoratore che, nel pieno del proprio diritto, sceglie di non vaccinarsi dovrà quindi decidere se perdere parte dello stipendio rimanendo a casa oppure perderla pagandosi i tamponi. In questo scenario, Natura Sì ha semplicemente deciso di coprire parte di queste spese permettendo ai propri dipendenti non vaccinati di continuare a lavorare. 
Qui faccio una pausa, così chi si è incazzato leggendo questa prima parte può prendersi del tempo per insultarmi e darmi del No Vax prima di leggere le argomentazioni successive (oppure no e tenersi l’opinione che si è fatto, non ci perderò il sonno).

Le ragioni che spingono Natura Sì a fare questa cosa probabilmente sono deprecabili. Non ho la possibilità di sapere con certezza le basi su cui hanno costruito questa decisione, può essere per una ricerca di mercato volta a collocare meglio il brand in una certa fetta di popolazione (chi non si fida di Big Pharma probabilmente è più propenso a comprare bio) o per una mossa di marketing che faccia girare il nome sulle prime pagine dei giornali. Forse il CDA del gruppo è composto da persone con una ferrea e radicata avversione ai vaccini o magari hanno fatto un banale conto della serva per cui spenderanno in tamponi meno di quanto gli costerebbe avere parte dei dipendenti a casa. Potrebbe essere un mix di tutte queste cose come nessuna. Non lo so. 
Quello che so è che nella mia personalissima scala di valori, il lavoro è un diritto e una scelta non è davvero tale se solo una delle opzioni mi consente di arrivare alla fine del mese con il cibo in tavola. Il Green Pass è una manovra ipocrita fatta da una classe dirigente che si rifiuta di fare il proprio lavoro (governare) ogni qual volta ne ha l’occasione, nascondendosi dietro provvedimenti subdoli. La mia posizione sul GP è dal primo istante la stessa espressa da Barbero giorni fa.
Lo Stato inoltre, secondo me, non può e non deve permettersi di sbandierare delle libertà fittizie, mettendo poi nelle mani dei cittadini l’onere di far valere vincoli anche molto severi che le contrastano. Non andava bene quando suggeriva di denunciare i vicini che si trovavano in più di sei in casa l’anno scorso e va ancora meno bene oggi quando chiede agli esercenti o ai datori di lavoro di far valere restrizioni severe che, oltre a mettere i cittadini gli uni contro gli altri, generano oltretutto un evidente conflitto di interessi.
Lo Stato ha tutti gli strumenti per valutare la situazione sanitaria e decidere se la vaccinazione spontanea sia sufficiente a garantire sicurezza. Se non lo è, serve l’obbligo vaccinale. Non è complicato, è lo stesso calcolo alla base dei semafori: lo Stato valuta insufficiente la capacità degli italiani di fermarsi spontaneamente agli incroci per evitare incidenti e quindi ci obbliga a farlo. 
As simple as that.

C’è tuttavia un altro fenomeno da analizzare, portato alla luce dalla questione Natura Sì, ed è nuovamente un’amara riflessione su come abbiamo veicolato il valore della vaccinazione. Nelle aziende si parla di “value proposition”, la leva da utilizzare per vendere un prodotto al cliente, ciò che lo rende interessante/appetibile esplicitandone la necessità e, di conseguenza, innescando il processo di acquisto.
Ora, io non sono esattamente la Ferragni e di marketing capisco davvero il minimo necessario a fare il lavoro che faccio, ma la posizione commerciale di un vaccino arrivato dopo 10 mesi di chiusure, vita azzerata e paura collettiva sulla carta sarebbe dovuta essere la più comoda possibile già in partenza, per poi diventare addirittura inaffondabile alla luce del fatto che funziona e la gente ha smesso di morire. Le persone avrebbero dovuto essere ultra felici di vaccinarsi per il loro bene e, onestamente, guardando i numeri della campagna vaccinale è stato largamente così per una vasta maggioranza di cittadini.
Ciò nonostante, siamo riusciti a far passare il vaccino come “sacrificio necessario”, con tutte le implicazioni nefaste che questo comporta se dato in mano ad una popolazione generalmente più impegnata a guardare cosa fa quello della scrivania affianco piuttosto che concentrarsi su quanto debba fare lui. Di conseguenza, a nessuno più interessa il fatto che essersi vaccinati è in prima istanza un bene per noi stessi nè ci interessa che chi non lo ha fatto debba comunque sottoporsi a continui controlli per garantire la propria e la nostra sicurezza. No, dobbiamo accanirci, quindi immaginarceli costretti a non lavorare ci dà quel brivido di vendetta che tanto ci piace.
Non a caso, una delle sostenitrici della linea Burioni è la sempre presente Selvaggia Lucarelli, già da anni prima punta della squadra (ammicco) che mira a colpire i cattivi dove fa più male, ovvero mettendoli nei guai al lavoro. E’ un metodo fascista, non so come altro definirlo, e a me i metodi fascisti fanno tendenzialmente schifo anche quando usati su persone che hanno sbagliato, a prescindere dalla gravità del loro sbaglio. Mi fa quasi strano doverlo ribadire: l’obbiettivo è uno Stato che si occupi in prima persona di dettare le regole, farle rispettare e punire chi non le rispetta, scevro dalla spinta della vendetta o della ritorsione che umanamente muove noi semplici cittadini.

Chiudo con un’ultima nota, già che ho la vena pulsante, e proprio perchè dettata dalla foga del momento concedetemi la sua natura benaltrista.
In un anno e mezzo di emergenza COVID non ci è mai interessato boicottare le aziende che non garantissero la sicurezza sanitaria necessaria sul posto di lavoro, nè ci è interessato che lo Stato se ne occupasse. Non ci è mai interessato boicottare le aziende che si sono opposte al telelavoro pur non avendo esigenza nel riportare i dipendenti in uffici poco sicuri o comunque più proni al generare focolai. Non ci è mai neanche interessato boicottare le aziende che hanno usufruito degli ammortizzatori sociali derivati dal COVID in modo improprio, contribuendo ad impoverire uno Stato che già arranca nel sostegno di chi ha davvero sofferto l’inferno per l’intera pandemia.
In tutti questi casi il nostro sdegno non era necessario.
Che lo diventi ora, innescato da un’azienda che investe il proprio denaro per il benessere dei propri dipendenti senza intaccare in nessun modo la sicurezza dei propri clienti o del proprio personale, secondo me, è davvero un brutto segnale.

Un’altra occasione persa per uscirne migliori.

Grazie di tutto Gino

Ogni tanto vengono al mondo persone straordinarie.
Gino Strada era una di queste persone. Inutile stare qui a scrivere di quel che ha fatto, di quanto sia stata importante la sua figura ed il suo messaggio per tutti noi che lo abbiamo vissuto. Non servo io per celebrare il personaggio.
Io posso solo piangere la sua perdita, prendendo atto di quanto il mondo avesse bisogno di uno come lui e di quanto l’umanità si sia impoverita con la sua morte.
Sei stato una persona straordinaria, una di quelle che vengono al mondo ogni tanto, ma che purtroppo come tutte le altre ad un certo punto sono costrette ad andarsene.
Solo che tu lasci un vuoto enorme.

Di etica, vaccini e paura di volare

Non so se abbia mai scritto qui sopra della mia paura di volare.
Non vertigine, la mia è la classica fobia degli aerei, quella che ti prende allo stomaco quando decolli e per qualche minuto ti paralizza, almeno fino a che riesci a dimenticarti di essere su un affare di metallo a diverse migliaia di metri da terra in totale assenza di controllo sul tuo destino.
Probabilmente la paura sta soprattutto in quest’ultima cosa, l’idea di non poterci fare niente.
È una paura irrazionale, ovviamente, perché l’aereo è forse il mezzo di trasporto più sicuro che esista, eppure ogni volta finisco nel panico e per quei primi minuti post decollo, fino a che non si spegne il segnale delle cinture allacciate*, io sono terrorizzato.
Per cercare di razionalizzare una paura del tutto irrazionale di solito mi baso sui numeri. La statistica. Cerco di pensare a quanti aerei volino ogni giorno (diciamo in era pre-COVID) e all’incidenza degli incidenti. La mia prima reazione quando leggo di un incidente aereo è pensare che per un po’ si vola tranquilli, che la statistica ha già dato.
Capito come? Sto messo così male che a volte mi trovo a fantasticare di come sarebbe una fortuna finire in mezzo ad un guasto di quelli senza conseguenze, più che altro senza vittime ecco, tipo così. Ho questa idea che, se non crepassi di infarto vivendo la situazione, potrei “guarire” dalla mia fobia sulla base della grossomodo certezza di non poterci finire in mezzo due volte. Statisticamente parlando.
Sono un tipo apprensivo.
Uno di quelli che quando nuota e non vede il fondo ha paura di essere attaccato da uno squalo. A Varazze, tipo. Tendenzialmente non mi faccio bloccare da queste paure, anzi, tendo a sfidarle. Pianifico quasi solo viaggi che richiedano dei voli e appena prima del Covid mi ero iscritto per prendere il brevetto PADI, eppure il fatto di non volermi far sconfiggere da queste fobie non mi esime dal finirci oppresso. Avere paura è una sensazione di merda, una roba che annichilisce.
Credo sia chiaro dove sto andando a parare.

Domani (ormai oggi) sono stato convocato per ricevere la prima dose del vaccino AZ contro il COVID, in virtù del fatto che parte del mio lavoro prevede la necessità di recarsi presso strutture ospedaliere.
Non ci giro troppo intorno: che mi venga data questa opportunità prima che ad altri (tipo i miei genitori) è uno schifo, non ci sono altre parole per dirlo.
Da quanto ho potuto sentire direttamente, quindi non dati, ma mera percezione personale e di “bolla”, seppur tutte le regioni abbiano identificato figure professionali “a rischio” da vaccinare in via prioritaria, la Lombardia (regione che andava commissariata almeno otto mesi fa) è l’unica in cui questa priorità sta venendo anteposta ai requisiti di età.
Il mio corrispettivo laziale lo vaccinano dopo gli ottantenni, per dirla chiara, mentre io passerò avanti alla zia ottantaquattrenne di mia moglie, che poverina da un anno è grossomodo priva di contatti sociali e che ha ragione di temere il COVID molto più di me.
Questa cosa, bene ripeterlo, fa schifo.
Da quando Confindustria, tramite la mia azienda, mi ha messo in lista ho riflettuto molto sulle implicazioni etiche della scelta di farmi vaccinare adesso e, a costo di sembrare autoassolutorio, ho trovato due ragioni per cui vaccinarmi è più giusto che rinunciare.
Il primo motivo è che la gestione delle rinunce è ancora più raccapricciante della pianificazione delle priorità.
Anche senza volerci infilare la malafede e ritenere che la cosa sia fatta apposta, risulta abbastanza evidente che non c’è un’organizzazione efficiente in grado di far finire la dose che non farei io nel braccio di qualcuno con priorità più alta o a maggior rischio. Rispondendo no, sarebbe subentrato al posto mio uno Scanzi qualsiasi, imbucati che se possibile ne hanno addirittura meno necessità di me. E allora vaffanculo, anche perché il punto due è che l’obbiettivo comune è avere più vaccinati possibile. Ogni rinuncia se va bene finisce a qualcuno a cui non spetterebbe, ma se va male viene buttata e ogni vaccinato in meno è un possibile morto in più.
Quindi è vero, non c’è ragione che io (come anche Scanzi**) rinunci alla dose che mi hanno proposto. È principalmente un privilegio per me poterla ricevere, ma in questo contesto è davvero la scelta migliore che io possa fare.

Tu che leggi però, con ogni probabilità, hai tutto il diritto di incazzarti.
Puoi incazzarti con me, ovviamente, perché sono appunto un privilegiato, perché dopo tredici mesi di ‘sta merda anche l’invidia è legittima e perché ho sparato un pippotto democristiano e autoindulgente per sentirmi meno sporco.
Ci sta.
Lo farei forse anche io, a parti invertite.
Se posso però, il fulcro del disprezzo dovremmo riservarlo ai responsabili veri di questa gestione ingiusta, clientelare e malsana del piano vaccinale.
Perché anche volendo concedere il beneficio del dubbio a chi sostiene che la totale assenza di efficienza nel piano vaccinale in termini di tutela delle persone più a rischio e di gestione trasparente ed equa delle dosi “di recupero” sia dovuta ad un errore o all’impreparazione degli addetti ai lavori, anche volendo per assurdo tollerare che chi ha amministrato con errori e impreparazione non si cavi dal cazzo a passo di marcia viste le centinaia di morti che ogni giorno ci tocca contare, resta il fatto che sono passati tre mesi, novanta giorni, e dopo tutto questo tempo agli errori e all’impreparazione, di norma, si dovrebbe rimediare. Provarci, almeno.
Il piano vaccinale invece è sempre quello e, al netto di proclami e numeri a casaccio, l’evidenza è che chi non produce e magari ha l’aspettativa di godersi la pensione debba essere relegato in fondo alla fila.
Nonostante rischi più degli altri.

Tra qualche ora andrò a fare la prima dose di vaccino AZ.
Dovrei essere felice di avere questa fortuna e incazzato per il fatto di diventare una prova ambulante della mala gestione del piano vaccinale, ma al momento sono più concentrato sul lasciare a mia moglie le password dei miei profili social.


* Da qualche parte nel mio cervello è sepolta l’informazione per cui il decollo sia la fase più critica del volo, quindi ho arbitrariamente deciso che quella fase finisce con il BING di spegnimento della spia delle cinture allacciate.
Non mi interessa sapere se sia vero o meno, non mi interessano opinioni in merito.
Non ne voglio proprio parlare, ecco.

** Non che sia il cuore del discorso, ma il mio caso e quello di Scanzi hanno davvero poco in comune.

EMA: “Ve lo avevamo detto Lunedì”

L’agenzia Europea per i medicinali (EMA) ha comunicato oggi alle 17:00 che il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro e che i benefici del suo utilizzo surclassano i rischi, esattamente come sostenuto anche prima di questo circo mediatico e politico che con la scienza ha davvero poco a che fare.

AMSTERDAM. Alle 17:00 Central European Time, la direttrice esecutiva dell’EMA Emer Cooke ha tenuto una conferenza stampa in diretta streaming per esporre le conclusioni del comitato di sicurezza dell’agenzia (PRAC) in merito al vaccino AstraZeneca e alla correlazione con possibili eventi avversi riportati nell’ultimo periodo in Norvegia, forse Danimarca e Germania. Eventi che hanno portato molti enti politici e regolatori nazionali a sospendere l’utilizzo del vaccino.
Il comunicato si può sintetizzare in tre punti principali:
1) Il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro; i benefici derivanti dal suo utilizzo surclassano i rischi. Che è esattamente quello che hanno sempre detto. 
2) L’utilizzo del vaccino non correla con un aumento di casi di eventi trombotici, che vuol dire che se prendi X persone vaccinate e X persone non vaccinate il numero di eventi di questo tipo è lo stesso nelle due popolazioni. Vi faccio un esempio: ogni anno ci sono un certo numero di bambini che muoiono in culla, alcuni dei quali qualche giorno dopo essere stati battezzati. La battesimovigilanza, se esistesse, dimostrerebbe che questi terribili casi non sono più frequenti tra i bambini battezzati e che quindi non c’è correlazione tra il battesimo ed un aumento della casistica di questa terribile fatalità.
3) Con tutti i dati a disposizione, che sono stati raccolti per tutto il tempo dell’utilizzo del vaccino e certamente non negli ultimi tre giorni, e nonostante un riesame approfondito di tutti questi rarissimi casi di eventi avversi, non è stato possibile escludere in via definitiva e categorica una possibile correlazione. Che non vuol dire che la correlazione sia stata trovata, razza di capre a pedali, vuol dire che nonostante non sia stato trovato nelle autopsie e nell’analisi dei casi alcun possibile legame tra le due cose (zero, nada, niet: “Non abbiamo trovato un cazzo, signore!“), la scienza e la medicina contemporanee non ci permettono di escludere in via assoluta e definitiva che qualcosa ci sia. E grazie al cazzo, perchè la scienza e la medicina non funzionano così. Quelli con le certezze dogmatiche sono i preti. Presente no? Sono anche loro vestiti strani e parlano anche loro un linguaggio semi incomprensibile, ma fanno un mestiere diverso dagli scienziati e dai medici e NON vanno confusi, nonostante ci siano tra medici e scienziati personaggi che si comportano come fossero dei preti.
A conclusione di tutto questo, è quindi stato deciso di scrivere sul bugiardino che questo rischio, per quanto infinitesimale e indimostrabile, potrebbe esistere e quindi che si rende necessario prestare attenzione ad eventuali sintomi correlabili agli eventi avversi di cui sopra. Simultaneamente l’unica cosa che potessero fare per dare un segnale di intervento e l’unico possibile freno al fatto che domani qualche Paese o ente nazionale torni sulla questione e si ricominci da capo. Perchè, come forse avrete intuito, in questi tre giorni non è cambiato nulla: si è cercato qualcosa senza trovarlo e senza poter escludere al 100% ci sia, il che potrebbe portare altri a dire “cercate di nuovo” o “cercate meglio”, se avvalliamo la logica utilizzata questa settimana da chi ha deciso di fermare tutto.
La speranza però è che finalmente si sia capito che i numeri non mentono: i rischi sono drammaticamente inferiori al beneficio di una campagna vaccinale efficiente e, soprattutto, il tempo che buttiamo appresso a paure prive di fondamento uccide le persone causa COVID19, che tra le altre cose ha un’incidenza di eventi trombotici incredibilmente più alta di quella imputata, ma non comprovata, ai vaccini.
Ora però lasciamo la parola agli approfondimenti da studio.

GESSATE. Per commentare il comunicato di EMA nella sua più totale prevedibilità abbiamo deciso di contattare Manq, perfetto signor nessuno e fervido combattente della guerra alla disinformazione scientifica, battaglione Twitter. Gli abbiamo quindi rivolto qualche domanda.

E’ soddisfatto di questa decisione?
Quale decisione?

Quella di… in effetti non è stato deciso nulla da EMA.
Eh, no.

Grazie. Arrivederci.
Si figuri, arrivederci a lei.

#UltimoConcerto

C’è stato #UltimoConcerto.
Tantissimi artisti e live club italiani si sono messi insieme per organizzare un evento volto a sensibilizzare tutti verso la crisi del settore della musica dal vivo, di fatto fermo da un anno.
L’idea è stata di promuovere un concerto che non c’è stato, sostituito da un silenzio il cui scopo era far prendere coscienza che la situazione è grave e non è sostenibile.
Qui il messaggio.

Sul messaggio non c’è da discutere.
Per il momento sorvolerei anche sul fatto che della questione principale si sia parlato si e no 10 minuti, per poi finire alla classica attribuzione di patentini da parte di questa o quell’autorità competente nel campo del saper vivere. Patentini che non mi interessava avere quando ci si poteva scopare, immaginiamoci ora. Dico per il momento perchè sono livoroso e potrei tornarci su dopo, anche se vorrei provare a stare sul pezzo dell’iniziativa e del tiro che le hanno dato.
Il settore musica dal vivo è fermo da un anno e a farne le spese sono soprattutto le realtà più piccole: artisti che campano di canzoni senza esserci diventati ricchi, maestranze, locali.
Un settore che per la maggior parte dell’opinione pubblica non esiste, un settore che la politica sta deliberatamente ignorando e che, nel bene e nel male, può contare del supporto di una piccola parte di popolazione che con #UltimoConcerto era stata chiamata a contribuire. Alcuni, dopo averlo fatto, hanno ritenuto l’iniziativa mal riuscita/formulata.
Le questioni a questo punto sono due.
1) Davvero chi ha deciso di partecipare a questa iniziativa aveva bisogno di realizzare che da un anno i concerti sono fermi? Non stiamo parlando di Sanremo, il cui pubblico è composto anche da tantissime persone che con la musica entrano in contatto giusto una settimana l’anno perchè se la ritrovano su Rai1. Quello sì che può essere un pubblico inconsapevole, da sensibilizzare, non quello che si è connesso ‘sta sera per supportare il Bloom di Mezzago o i Gazebo Penguins. Per questo sono tra le persone che reputano l’iniziativa fuori fuoco, ma posso tranquillamente sbagliarmi, il che ci porta diretti al punto
2) Giusto o sbagliato che sia il punto di vista di chi ha partecipato e si è preso male, siamo sicuri sia stata una bella mossa tirarsi contro una parte della già esigua porzione di popolazione a cui fregava qualcosa del discorso iniziale?
Magari questa operazione farà il botto e darà la sveglia a chi di dovere, risolvendo il problema (non ci credo manco un po’, ma sarei felicissimo di sbagliarmi), ma ipotizziamo non sia così. Immaginiamo sia necessario continuare a parlare del problema, tenere viva la questione e fare sempre più rumore.
Alla prossima convocazione ci sarà più o meno gente? 

Giorni fa quando ho iniziato a sentir parlare di questa cosa dell’ultimo concerto ho provato ad informarmi su twitter.
La prima domanda è stata: “Ok, come posso supportare? Posso pagare un biglietto?” e questo perchè mi è sembrato naturale pensare che per fare qualcosa che desse una mano, una buona idea fosse anche contribuire economicamente.
Forse è anche per quello che mi è venuta la bestemmite a leggere tutti i pistolotti rivolti a chi si lamentava perchè “Eh, pensavi di vederti il tuo bel concertino gratuito e invece suchi perchè la musica si paga e qui c’è gente che non sta lavorando etc…”. Per carità, è ovvio che interessata ci fosse anche gente del genere, ma mi pare un po’ paraculo scegliere di fare questa cosa gratuitamente per poi rigirare il fatto che fosse gratuita come argomentazione trasversale contro chiunque si stesse lamentando.
A sto punto fallo comunque a pagamento, cazzo.
Ognuno degli iscritti versa il contributo al locale/gruppo che vuole supportare via paypal. Offerta libera, così non ti perdi il volume delle persone che hanno partecipato solo perchè era gratis.
Alla fine fai la stessa identica cosa, ma dici anche: “Ehi, se vuoi il rimborso chiedilo, ma se vuoi dare una mano e hai capito il senso di tutto questo, lasciaci i soldi”. Non lo so, almeno sarebbe servito a qualcosa oltre il far scannare tra loro persone che, magari in modi diversi, hanno fatto sì che servisse una pandemia per far chiudere i locali di musica dal vivo e non l’assenza di mercato.
Fare qualcosa di concreto, di utile.
Felson l’ha spiegato molto meglio di me in questo tweet.

Bon, questo è.
L’altro giorno leggevo una bella intervista di Kappa che tra i problemi lamentava anche la mancata coesione all’interno di quel mondo in crisi, che ha portato come sempre accade ad una riduzione del potere di farsi ascoltare. Lo stesso Kappa, neanche due settimane dopo, è tra quelli che da dentro #UltimoConcerto ha risposto in maniera più violenta alle lamentele di chi, in ogni caso, invece di guardarsi la Juve o attaccarsi a Netflix aveva pensato di supportare un’iniziativa pro settore musica.
E allora boh, capisco che quando le cose buttano male saltino i nervi, capisco che alla fine se tutti ti ignorano e devi sfogare la frustrazione, finisci ad accanirti con chi ti stava dando retta, ma non nel modo in cui avresti voluto.
Capisco tutto e tutti.
Però, per me, così non se ne esce.
Non dico migliori, intendo proprio in piedi e respiranti.

Lavorare da casa

No, questo non vuole essere un altro articolo che spiega perchè lavorare da casa non dovrebbe essere definito smart working (anche se credo nel proseguo lo farà comunque), il mio è più un tentativo di rispondere ad una semplice domanda:

Il lavoro da casa è la soluzione a cui dovremmo tendere?

Risposta breve: no.
Se avete voglia, ora vi potete ciucciare la risposta lunga.
Premessa d’obbligo: il ragionamento esula dalla contingenza specifica in cui il COVID esiste e ci costringe ad un certo tipo di riflessioni. Il mio punto di partenza è provare a ragionare sul domani, quando in un sistema pandemia-free si dovrà decidere come ristrutturare la normalità lavorativa e pare che la discussione al momento sia polarizzata su due uniche possibilità: tornare al lavoro esattamente come prima, oppure rendere definitivo il passaggio al lavoro da casa per tutti coloro che possono farlo.
Come scenario mi pare povero di fantasia, sinceramente, ma se non credo servano articoli di approfondimento per sancire come un ritorno al lavoro pre-COVID sia un’idiozia sotto tantissimi punti di vista, è meno facile far passare il concetto che anche cristallizzare l’home working come panacea per un domani felice sia un discorso come minimo superficiale, che può andare giusto bene per bestemmiare addosso a Sala su twitter. 
Il primo motivo per cui per me lavorare ognuno nel proprio guscio domestico non è una soluzione sostenibile su larga scala è di tipo sociale. Se c’è qualcosa che ho imparato dal mondo in cui viviamo è che meno contatti ci sono con l’esterno, più diventiamo stronzi. Tutto ciò che non ci tange, letteralmente, diventa nel migliore dei casi trascurabile e nel peggiore fonte di paura, con le facili conseguenze che è inutile stare ad elencare. Ci sarà sempre chi è più empatico e chi meno, chi è più incline a guardare oltre al suo naso e chi meno, ma di base chiudersi nella propria realtà è il modo più semplice per nascondere sotto il tappeto le realtà altrui. E ne facciamo le spese tutti, perchè tolti gli estremi della campana, ognuno di noi ha qualcuno che sta peggio da cui vuole tutelare il proprio privilegio e qualcuno che sta meglio a cui spera di fottere il posto.
Chi più chi meno, ovviamente, ma sui grandi numeri la razza umana funziona così.
Senza rapporti diretti che lo rendano un individuo, il prossimo diventa unicamente un fastidio che limita in qualche modo la nostra esistenza. La frase “non ce l’ho coi gay, ho tanti amici gay” come giustificazione all’omofobia è una minchiata in primis perchè è falsa: se hai tanti amici gay davvero, è impossibile tu ce l’abbia coi gay. Puoi avercela coi gay solo se per te diventano una categoria estranea, astratta ed incomprensibile, di cui l’assenza di riscontri oggettivi rende possibile credere qualsiasi cosa. L’ignoto che fa paura. Questo è anche il motivo per cui l’omofobia nel tempo andrà a sparire, perchè sempre più persone entreranno in contatto diretto con l’omosessualità e capiranno che [SPOILER] non c’è nulla di cui avere paura.
E’ questo il valore di una società, l’interazione che porta integrazione.
In una società dove ormai si può compartimentare la vita privata  (reale ed online) creando vere e proprie bolle, dove grossomodo qualsiasi servizio è domiciliabile e larga parte delle attività non necessità più di coinvolgere il prossimo, il lavoro resta uno dei pochi ambiti in cui non è possibile scegliere con chi ci si dovrà relazionare. Se ci si pensa, questa cosa non è più vera neppure per la scuola, dove l’avvento dell’istruzione privata ha permesso di infilare i figli in contesti “elitari”, che con la scusa di un’istruzione migliore di fatto forniscono a genitori (idioti) la pia illusione di avere i propri eredi al riparo dalle brutture del mondo. Il primo motivo per cui, secondo me, l’istruzione dovrebbe essere forzatamente pubblica, ma sto divagando. Il succo del mio discorso sta nel vecchio detto per cui parenti e colleghi non te li puoi scegliere, con l’aggravante che i parenti puoi decidere di non frequentarli, mentre i colleghi no. Ed è una roba da salvaguardare. 
Oltre a questo aspetto, l’annullamento di confini tangibili tra la vita privata e la vita lavorativa, prima definiti ad esempio dagli spostamenti, rendono molto più sfumati i limiti dell’orario di lavoro e possono comportare difficoltà nell’esercizio del “diritto alla disconnessione”, specie quando sul piatto della bilancia per lo sdoganamento del telelavoro si continua a parlare dell’importanza di lavorare per obbiettivi, in contrapposizione al concetto vecchio stile di “orario lavorativo”. Intendiamoci, l’idea di base per cui chiudere un progetto sia più importane che lavorare 8 ore la condivido anche io, ma spesso si fa finta di non sapere che gli obbiettivi di massima il lavoratore dipendente li subisce, non li definisce e in un contesto in cui lavorare da casa diventa argomento di trattativa, il ritorno che l’altra parte esige per sacrificare la propria smania di controllo è difficile non impatti sulle richieste proprio in termini di obbiettivi. Se il presupposto sarà: “Ok lavorare da casa, ma devi dimostrare di essere efficiente”, per me l’orizzonte diventa un baratro.
Chiudo col discorso produttività, su cui spero sia inutile soffermarsi: chi non ha voglia di lavorare difficilmente lavora, a casa quanto in ufficio. Per tutti gli altri credo il bilancio vada a zero e per ogni persona che riduce un po’ la propria produttività tra le mura domestiche ce n’è probabilmente una che la incrementa. Parlando unicamente della mia esperienza personale, quando lavoravo in ufficio e avevo possibilità di farmi un giorno di lavoro da casa, quel giorno ero iper produttivo. Ora che la routine è lavorare da casa, non credo di essere più efficiente di quando ero in ufficio perchè parte del mio lavoro dipende da altre persone, con cui interagire da remoto è di fatto più complesso, e questo genera alcuni limiti nel circolare delle informazioni. Non dipende da nessuno ed è qualcosa che probabilmente si risolverà nel medio periodo, ma di fatto è uno dei motivi per cui trovo peggiorata la qualità del mio lavoro, da quando sono a casa in pianta stabile.

Quindi dobbiamo tutti tornare in ufficio come prima?

Risposta breve: no.
È ovvio ci siano evidenti limiti al sistema che abbiamo considerato normale nell’era pre-COVID, limiti che non solo tendono a rendere insostenibile quel meccanismo nel prossimo futuro, ma che alla luce di quanto sperimentato in questo 2020 non ha senso rimettere in atto senza trarre il minimo insegnamento. 
Se prima dicevo che i tempi di trasferimento sono un modo per scandire lo stacco tra lavoro e vita privata, il fatto che per molti questi tempi fossero di ore, in situazioni molto poco confortevoli e/o ad impatto ambientale drammatico è qualcosa che non può e non deve passare inosservato ora che abbiamo potuto dimostrare non si tratti di una necessità inderogabile.

Quindi?

Io non ho una soluzione certificabile, ma se devo pensare ad uno scenario che credo possa essere in ogni caso meglio dei due estremi di cui si discute, su cui scommetterei come investimento per il futuro, questo prevede spazi di lavoro condivisi in ogni centro abitato, in proporzione al numero di abitanti.
Luoghi dove si può andare a piedi o in bicicletta, vicino casa, magari sulla strada da e per la scuola dei figli. Luoghi dove si può interagire con altre persone, pranzare e bere il caffè con altre persone, che fanno lavori diversi e hanno stipendi diversi. Luoghi che potrebbero rendere vivi centri abitati che di fatto sono dormitori per lavoratori che poi migrano in città dalle 7 alle 20, congestionandola. Luoghi che potrebbero creare esigenza di attività corollario di ogni tipo: tutto ciò che facciamo in posti comodi perchè “vicini all’ufficio” potremmo farlo in posti comodi vicino a casa. Lavoro che genera altro lavoro.
Magari questa idea ha seimila risvolti negativi che la rendono utopica o più semplicemente stupida, non lo so, fortunatamente il futuro della locazione dei posti di lavoro non dipende da questo blog. Resto tuttavia convinto che una società senza interscambio tra persone sia destinata a gravissimi problemi e, purtroppo, l’interscambio va spinto perchè la tendenza dell’uomo è alla segregazione.
E a me la segregazione fa schifo.

Il caso Suarez

Questa mattina mi sono divertito a scribacchiare questa cazzata sul caso Suarez e l’ho messa sui social. Poi mi sono ricordato di avere un blog e quindi mi pare giusto metterla anche qui. E’ una cosa davvero fatta solo per ridere, quella di Suarez è una vicenda che non mi interessa e non mi sposta, il calcio è ormai una delle mie ultime preoccupazioni e quello che penso della Juve l’avevo già scritto qui e vale oggi come allora.

Il caso Suarez
a fiction movie by Manq (da un’idea di Stefano Accorsi).

Prologo:
Il caso scoppia esattamente 12 ore dopo che la Juve molla il giocatore per firmare a sorpresa letteralmente il primo che passa.
Per la stampa: coincidenza incredibile.
Capitolo 1:
Si evince immediatamente che siamo di fronte ad una porcheria enorme che può essere pensata solo da qualcuno molto stupido o che si sente davvero intoccabile.
Per la stampa: tutto nasce da Suarez, colto improvvisamente dall’Italian Dream. Juve parte lesa.
Capitolo 2:
E’ palesemente tutta farina dell’Università di Perugia e del giocatore e sarebbe meglio smettere di fare domande ed indagare, ma ormai non si può e tocca andare a fondo.
Per la stampa: Juve tranquilla.
Capitolo 3:
Escono le prime intercettazioni (ma che cazzo), saltano fuori nomi del tutto impronosticabili. Per lo sconcerto di tutti, quelle che sembravano solo fortuite coincidenze si dimostrano invece nessi causali.
Per la stampa: bisogna indagare, ma GARANTISMO.
Capitolo 4 (da qui SPOILER):
Diventa impossibile non vedere il mandante della faccenda, la Juve, che per quanto mossa da ovvie motivazioni encomiabili ha superficialmente fatto un illecito.
Per la stampa: la burocrazia che blocca lo sport italiano – a case study.
Capitolo 5:
Niente, son colpevoli e non si può fare a meno di punirli in qualche modo. Ci si prova eh, grandi discussioni e giri di valzer, ma alla fine tocca cedere.
PENALIZZAZIONE DI X PUNTI IN CLASSIFICA.
Per la stampa: La Juve paga per tutti, giustizia ad orologeria.
Capitolo 6:
L’armata del Maestro Pirlo, che in campionato ha forse una sola rivale credibile, macina punti e vittorie senza fatica mentre le avversarie fanno un percorso normale e perdono qualche punto.
Per la stampa: Juve più forte di tutto.
Capitolo 7:
Negli scontri diretti la Juve vince. C’è qualche caso da moviola dubbio, ma ehi, smettiamola di dare addosso alla Juve che già è penalizzata. L’inter viene derubata con Parma, Spezia e Crotone. La Juve è avanti.
Per la stampa: MIRACOLO BIANCONERO.
Gran finale:
La Juve vince il decimo scudetto consecutivo SUL CAMPO. Tifosi in delirio. Più forti di tutto e tutti. Campioni nonostante le vostre macchinazioni meschine. Guido Rossi. Maalox.
Per la stampa: lo scudetto EPICO contro le avversità. Il più bello di tutti.

The Sadist Nation

One Nation under the gun
Where forward thinking is shunned
A morbid tradition
Of archaic value systems
Where violence justified
Is just another pride
Under the surface lies
A holy plastic empire
With guarded golden fences
Where misfortune
Shelters decisions
A pain wrought from blood flowing green
The myth of protection
Is a sick fascination
A culture of violence is what you are feeding
Fear is an heirloom
And hate is contagious
A Nation of sadists is what you are breeding
It’s everywhere
It’s everywhere that you see
But who decides
If you watch or turn the other cheek
And only in your mind
Is it your given right to be armed to the teeth
It’s a common disease
The only immunity is to disarm
This holy plastic empire disease

Burzum

Non so bene perchè, ma ad una certa Burzum è diventato un fenomeno pop, credo in maniera piuttosto analoga a quanto è successo al logo dei Black Flag, anche se nel caso di Burzum non mi risultano ruoli attivi da parte di Fergie.
Burzum, che di nome fa Varg Vikernes, è stato uno dei musicisti cardine del movimento black metal scandinavo, oltre ad uno con come minimo qualche problema di testa e di sicuro qualche problema con la giustizia. Non mi ha mai interessato più di tanto approfondire il personaggio, la sua storia, e tracciare limiti più definiti tra le cose che ha fatto, quelle che si dice abbia fatto e quelle che lui sostiene di aver fatto. Potrebbero tranquillamente essere tre insiemi privi di intersezioni, per quanto ne so. In fin dei conti parliamo di uno che fa musica che ho speso larga parte della mia vita a disprezzare ed osteggiare.
Perchè ne parlo, allora?
Facile, perchè oggi il tizio se n’è uscito con questo tweet:

In pratica Burzum se ne sta a fare quello che immagino faccia di solito, ovvero dissertare di supremazia, elitarismo e cultura della razza, solo che si trova al cospetto di tanti, a suo giudizio troppi, nazisti della domenica che non hanno capito nulla della questione. Capitelo: parliamo di un misantropo sociopatico che sta bene a suo agio unicamente nei boschi che si trova costantemente assediato da situazionisti impuri che pensano di essere dalla sua parte quando è evidente non solo che non ci dovrebbero stare, ma che lui non ce li vuole.
E’ normale inizi a mettere i puntini sulle svastiche.
Prima facendo notare come l’italiano tipo, che Burzum ha identificato in Aranzulla probabilmente dopo un crosscheck tra numero di follower e info su wikipedia*, non abbia connotati prettamente europei, poi gettando il cuore oltre l’ostacolo e tirando in mezzo addirittura Salvini, trovandolo effettivamente poco credibile nella sua veste sovranista.
I risvolti poetici di tutta questa faccenda mi sembrano evidenti, ma si può ridere ancora di più andando a leggere tutti i vari tweet collegati alla vicenda, tra cui il mio preferito in assoluto è probabilmente questo:

So che non sarebbe il caso di ridere di gente del genere, ma io resto convinto che quello di Burzum sia un grandissimo messaggio: “smettetela di fare i suprematisti, inferiori di merda.”
Per qualcuno questa roba non dovrebbe stare su twitter e forse ha anche ragione, però da persona adulta a me fa sempre piacere quando i nazisti lo sono apertamente e dichiaratamente, tipo sti due idioti. Mi fanno molta più paura (e trovo molto più pericolosi) quelli che non lo danno a vedere.
Un saggio diceva che non dovremmo permettere ai nazisti di togliersi l’uniforme e fingere di non esserlo.
Onestamente non mi sento di dargli torto.

* gag.