Dick pics: una chiacchierata con Mara

Ad inizio giugno ho iniziato una conversazione via email con Mara, autrice ed editrice prima di Serialmente e ora di playermagazine, nonché persona particolarmente attiva nella lotta per i diritti delle donne e per la parità di genere. Mi capita spesso di litigare confrontarmi con lei su twitter, ma in questa occasione cercavo un dialogo libero da limiti di caratteri e lei è stata molto disponibile nel prestarsi a questa chiacchierata, cosa per cui la ringrazio molto.
Io sono quello che scrive in corsivo, che non può capire in quanto uomo ed il cui pensiero è irrilevante.
Lei è quella che scrive in grassetto e che parte per la tangente.
Ne è uscita una sorta di intervista certamente più lunga del previsto, ma a mio avviso interessante.
Ah sì, l’argomento è: le foto del cazzo in chat.

Il punto di partenza per me è questo: la pratica del mandare una foto del proprio cazzo in chat come “door opener” di relazioni che nascono online è diffusa. Tutti sanno che è qualcosa che succede, nel mio intorno digitale se ne parla spesso e anche nella mia vita reale, dove frequento persone che non hanno la mia stessa presenza online, l’argomento è sdoganato. Come a dire: esiste un fenomeno di costume che prevede l’iniziare una conversazione mandando all’interlocutrice la foto del cazzo. Se siamo arrivati a questo livello di diffusione del concetto significa che è davvero qualcosa di molto comune nella vita quotidiana delle persone. La mia logica ha quindi tirato due somme: se tutti conoscono il fenomeno vuol dire che ha attecchito, se ha attecchito vuol dire che funziona. Perché, prova a pensarci, lo scopo finale di questa cosa è scopare, giusto? Non ha altre implicazioni. Non c’è alcun ritorno per chi invia la foto se non il portarsi a casa una scopata. Lo fai una volta perché tuo cugino ti ha detto che è una strategia sicura, magari, ma se dopo tre tentativi non hai risultati o sei davvero orgoglioso oltre misura dell’aspetto del tuo uccello e valuti che continuare a spammarlo in giro valga il non scopare, oppure passi ad altro. Credo. Non so dirti il rate di successo, è probabile sia influenzato da mille variabili, ma di certo se nessuno avesse mai scopato grazie alla foto del cazzo in chat, Manq, utente social maschio che non è tendenzialmente bersaglio di questo tipo di messaggi, non ne saprebbe niente.
La prima domanda quindi, se vuoi anche per metterti a tuo agio, è: hai mai ricevuto cazzi in chat? SCHERZO. Non è una cosa che voglio sapere. 
Per iniziare vorrei chiederti se hai la mia stessa percezione, ovvero di un fenomeno reale e diffuso, o se credi che sia legato 80% ad una certa narrazione maschile che per qualche ragione si bulla di azioni che poi in realtà non compie e 20% a reali disagiati che mandano la foto del cazzo anche se non porta da nessuna parte. Immagino che per una donna lo scenario possa anche essere molto diverso, quindi prima definiamo il campo da gioco se ti va. 

Ecco, nel tweet parlavi di “statistiche” e di un “rate di successo” evidentemente incoraggiante al reitero della pratica, ma a conti fatti non stiamo parlando di numeri rilevati statisticamente ma della tua percezione all’interno della tua bolla che – naturalmente – è ben diversa dalla mia che infatti smentisce la tua di realtà. Prima di addentrarmi nella questione vera e propria, però, anch’io vorrei farti una domanda e chiederti se nella tua esperienza, diretta o indiretta, per un uomo l’arrivo non richiesto di foto esplicite è motivo di orgoglio ed entusiasmo, oppure è causa di disagio: ti è mai capitato di discutere con o di uomini che si sono sentiti offesi, mortificati, o infastiditi dall’arrivo non richiesto di particolari anatomici femminili? E se sei incappato in questa situazione la risposta circostante, soprattutto maschile, è stata di comprensione o dileggio?
Prevedo che per gli uomini non solo non sia un problema ricevere foto hot, seppure non richieste, ma anche motivo di vanto e purtroppo l’universo maschile è portato a prendere sé stesso e le proprie reazioni quale metro di misurazione da applicarsi a chiunque altr*.
Il fatto che esista tutto un mondo di donne che stigmatizza come inopportuno, mortificante, fin anche allarmante, il ritrovarsi email e dm con soggetti non richiesti dovrebbe far capire che è molto più comune che la destinataria blocchi il tipo che invia, piuttosto che gli accordi un appuntamento. Anche ammettendo che ci sia qualcuno a cui sia andata effettivamente bene (il “
success rate” di cui parli) non dice nulla di quante volte la pratica debba essere reiterata per produrre frutti: è verosimile che all’invio delle tue pudenda, prima ancora di un ciao, ci sia subito una risposta positiva? Direi proprio di no, così come avviene per un qualsiasi altro tipo di approccio dal complimento al bar, a quello per strada, alla battuta a una festa [rassegnatevi: non esiste una tecnica infallibile]. Prima di arrivare al punto in cui la domanda si incontra con un’offerta bisogna tentare, quindi un tipo che verosimilmente ti dice di aver avuto di recente tre incontri con questa modalità ha probabilmente inviato un centinaio di foto a un centinaio di donne che in prevalenza si saranno offese, risentite, infastidite, ma in questi casi conta il risultato da esibire e tre donne a cui è andata bene questa modalità di incontro diventano facilmente lo standard a scapito di 97 a cui è stata rovinata la giornata.
Poi, sostenere che se l’invio della dick pick continua a essere pratica diffusa – numeri? – è perché funziona, significa anche dimenticare di quanto e come gli uomini siano abituati a fare quello che vogliono, o peggio continuino nel prodursi in quello che ritengono un esercizio di un loro diritto, nonostante venga loro spiegato che no, non è così. Vedi banalmente l’apprezzamento per strada, da anni viene detto che la catcall è offensiva e irritante ma pare che gli uomini continuino come fosse un loro diritto inalienabile. Ti prevengo: sì ci sono alcune donne a cui l’apprezzamento per strada aumenta l’autostima, questo perché il maschilismo non è genetico ma un costrutto sociale che non risparmia le stesse donne.

Hai messo un bel po’ di carne al fuoco, vediamo se riesco a commentare tutto con un minimo di ordine e senza perdermi nulla.
Dici che la mia realtà è diversa dalla tua, ma poi dici che effettivamente le dick pic sono una cosa reale, che effettivamente arriva, quindi settiamoci su questo dato: non parliamo di una leggenda metropolitana, ma di un fenomeno esistente. Che è la stessa realtà che vivo io, l’ipotesi su cui si fonda il ragionamento. Quel che per te è diversa è la percezione che io (uomo) e tu (donna) abbiamo del fenomeno, ma anche qui mi stai facendo più che altro un processo alle intenzioni. Chiarisco: la mia opinione sulla foto del cazzo come primo step comunicativo è che sia una roba completamente senza senso. Lo sarebbe anche a parti inverse, ovviamente. Se una tipa come prima cosa mi spedisse la foto delle tette la bollerei come una matta. E’ vero, probabilmente io non mi sentirei offeso o molestato dalla cosa perché parto da una posizione sociale ben diversa, ma penso che parte del problema sia proprio lì. Ci arrivo dopo, spero.
Quello che non mi torna è la tua certezza assoluta sul fatto che la maggior parte delle donne blocchi il tipo che gli manda il cazzo in chat e che il rapporto stia effettivamente di 97 cazzi mandati a vuoto contro 3 cazzi a bersaglio. Per me è un discorso illogico: così fosse non credo davvero ne staremmo parlando. E’ più probabile la verità stia in mezzo: quel tipo di approccio paga, in qualche modo, ma è difficile stimare quanto perché:
– una donna non può permettersi di dire “sì guarda, io se ricevo un cazzo in chat sono incuriosita” per evidenti problemi derivati, quelli sì, da secoli di cultura maschilista e repressiva (quindi cattolica).
– è ampiamente possibile il fenomeno sia partito da un portale dedicato a scopare (che so, Tinder) e che lì avesse magari un certo “success rate” che ha convinto i minus habens a sdoganarlo in ogni altro contesto. Perché un cazzo in chat su Tinder non è un cazzo in chat su LinkedIn. E non sto dicendo che su Tinder vada bene, attenzione, sto dicendo che capirei se su Tinder in qualche modo pagasse.
In queste discussioni tendenzialmente finisco a prendermi del maschilista (beh, lo sei, starai pensando. In realtà non credo, ma non sono qui per convincere nessuno.), forse è perché trovo superfluo dover precisare che nessuno dovrebbe sentirsi oggetto di attenzioni manifestate in modi che mettano a disagio. So che non è per niente scontato rendersi conto di quanto la realtà sia diversa da questo presupposto, però penso sempre di non dovermi far carico di tutti i malcostumi del mondo maschile semplicemente perché sono nato uomo. Quindi quando dici che ricevere la foto di un cazzo può mettere a disagio una ragazza io lo capisco, quando dici che gli uomini si arrogano il diritto di tenere atteggiamenti fastidiosi impunemente pure. Il fatto ci possa essere qualche donna, poche o tante non conta, che da quegli atteggiamenti non è turbata non giustifica l’estenderli a tutte? Agree.
Spero sia quindi chiaro che la mia qui non è una sorta di apologia del cazzo in chat, non cerco un contraddittorio di questo tipo. Io voglio capire come ci si possa essere arrivati. Prendo il tuo parallelismo perché me lo ha fatto anche un’altra ragazza su twitter: la catcall. Per me i due fenomeni non sono per nulla accomunabili. 
Fischiare o fare commenti ad una ragazza per strada non è una tecnica di rimorchio. E’ una manifestazione di machismo che l’uomo usa per fare mostra di sé, spesso con altri uomini. E’ questione di branco o comunque di autodeterminazione. Nessun uomo fischia per strada sperando di ingraziarsi la vittima.
Il cazzo in chat è tutto un altro sport. E’ una questione privata, non c’è ritorno. Se stai cercando di scopare, fai le mosse che pensi ti portino a scopare. Se hai 100 donne e mandando il cazzo sai che te ne bruci 97, il cazzo non lo mandi.
Tu credi che oggi una ragazza possa dire: “A me piace ricevere cazzi in chat”?

Cito:
“La mia logica ha quindi tirato due somme” […] Non so dirti il rate di successo […] ma di certo se nessuno avesse mai scopato grazie alla foto del cazzo in chat, Manq, utente social maschio che non è tendenzialmente bersaglio di questo tipo di messaggi, non ne saprebbe niente.”
Ripartiamo da qui. La tua percezione, la tua bolla, la tua realtà di maschio etero. Vedi bene che alla tua base di partenza “io Manq utente medio non se saprei nulla se non fosse vero” potrebbe corrispondere un “Io Mara utente media non ne ho mai sentito parlare come di tecnica efficace” e le due percezioni si annullerebbero senza  numeri, statistiche, ricerche a suffragare la percezione dell’una o l’altra bolla. Dal tuo tweet iniziale dicendo “statisticamente” ti avevo preso alla lettera, pensavo che effettivamente avessi letto di qualche ricerca sull’argomento ma qui siamo nel campo di “la mia esperienza”.
Ma, prima di proseguire, metto prima i puntini sulle i. Sì, sei maschilista e no, non lo dico come offesa, pregiudizio o preveggenza: semplicemente lo siamo tutti, donne incluse, perché siamo stati educati e cresciuti in una cultura maschilista e sessista per liberarsi della quale serve fatica, impegno,  un’attenzione costante e una rinuncia, da parte degli uomini, a privilegi che non sono altro che soprusi socialmente accettati, e mi riferisco anche agli atteggiamenti più banali e scontati. Precisazione non necessariamente rivolta a te: rispettare le donne, riconoscere i loro diritti, essere per il consenso, essere contro la violenza ed essere a favore di un trattamento economico equo, è l’ABC della convivenza civile, nessuna medaglia al valore se credi in tutto questo. Un po’ come un genitore che dice “provvedo ai miei figli e non li picchio mai”: ci mancherebbe altro, è il minimo sindacale per essere genitori.
Quando scrivi “però penso sempre di non dovermi far carico di tutti i malcostumi del mondo maschile semplicemente perché sono nato uomo” confondi la colpa con la responsabilità: non è colpa tua se la situazione è quella che è, ma diventa una tua responsabilità continuare o meno a mettere in atto comportamenti che perpetuino lo status quo perché, come dicevo più su, essere contro la violenza, a favore del consenso ecc, non è sufficiente, bisogna che gli uomini rinuncino a quello che credono sia loro dovuto e cambino sistema di pensiero.
E qui mi ricollego al discorso principale.
Con l’esempio della catcall non ho voluto equiparare una presunta tecnica di rimorchio, l’invio della dick pic, ai fischi e lazzi per strada, ma mi è servito per sottolineare quanto poco agli uomini importi della reazione delle donne: da anni, ormai, agli uomini viene detto e ribadito che quella è una pratica indesiderata, ma loro continuano perché non ci vedono nulla di sbagliato, e se va bene a loro questo è tutto quello che vogliono sapere, e anzi sono convinti che alle donne piaccia anche se fanno finta di no.
Quindi sì, non ho mai negato che ci sia una diffusa pratica di invio di quel tipo di foto ma nego che possa essere una pratica che porta i propri frutti su una scala tale da far diventare il fatto una tecnica efficace per racimolare una serata di sesso. Chiarisco ulteriormente, non sto parlando di due che si messaggiano, si “
piacciono” e da lì si passa al sexting: quando c’è reciprocità non esiste discussione.
Ma visto che parliamo anche di strutture di pensiero diverse e spesso opposte, prova a condurre un piccolo sondaggio tra gli uomini che cercano di portare a casa un paio d’ore di sesso e chiedi loro: se inviando a 100 sconosciute una foto del tuo pene, 97 si risentono, ma 3 sono a colpo sicuro, ti lanceresti? E vedi cosa ti rispondono. Malignamente, per me, per molti la risposta sarebbe “Sono carine queste tre?”. Seppure.
Ma ora parliamo di un po’ di numeri.
L’invio delle dp presuppone che l’uomo in questione sappia cos’è il consenso, e sappia distinguere una molestia da un comportamento considerato sessualmente eccitante. E non è proprio così. Se questa pratica fosse davvero conosciuta e sdoganata questi numeri direbbero qualcos’altro. (Link)

“Women also say they are not asking for these pictures. Only 11 percent of women overall say they have asked to be sent a dick pic. That number increases to 23 percent among millennial women. However, of the 53 percent of millennial women who have received a dick pick, more than three in four (78 percent) say those pictures were unsolicited.”
Ma la parte interessante è questa, la percezione di cui parlavamo prima e di cosa gli uomini pensano che una donna pensi:
“This miscommunication about nude photos also extends to the ways women perceive those pictures and how men think women perceive them. When given a range of adjective most millennial women picked the words “gross” (49 percent), “stupid” (48 percent), and “sad” (24 percent). When millennial men were asked how they think women would describe dick pics, the number one answer was “gross” at 32 percent. However, the second highest adjective chosen was “sexy” at 30 percent. Only 17 percent of millennial women described dick pics as “sexy.” The same was true for just 9 percent of women overall”
Infine:
“Previous research has found young men are less aware about what constitutes sexual assault. A survey by the National Sexual Violence Resource Center found that young men are less likely than women to view things like non-consensual voyeurism, sexual coercion, and verbal harassment as forms of sexual assault. This is especially troubling given the number of young men who are sending dick pics and the even greater number of women who are not asking for them.”
Quindi gli uomini non solo tendono a non sapere cosa è molestia e cosa no, ma pensano che alle donne piaccia e – aggiungo io – semplicemente perché piace a loro.
Quindi in questo contesto desolante mi pare inverosimile che ci siano frotte di ragazzi o uomini che con l’invio del proprio pene rimedino una serata a colpo sicuro.

Temo ci sia tra noi un gap comunicativo, ma forse non ha tanto senso insistere oltre su quel che è percezione e quel che è assodato perché se non sono riuscito a spiegarmi fino ad ora, non credo di poter migliorare.
Mi piace la parte sui dati e ci vorrei tornare sopra, partendo però da quanto scrivi nel paragrafo prima relativo al nostro essere maschilisti come società, cosa su cui hai assolutamente ragione. Il punto che vale la pena forse analizzare è che la società maschilista è composta tanto da uomini, quanto da donne. Togliamo per un secondo l’uomo dall’equazione e concentriamoci sulle donne.
Vivere in una società radicalmente maschilista porta le donne a vivere male aspetti della sessualità che non andrebbero vissuti così. E lo capisco, perché non è facile smarcarsi da un giudizio costante e ossessivo che parte dall’aspetto e arriva agli atteggiamenti. Se me lo chiedi siamo in un momento brutto della storia in cui non vedo muovere grandi passi verso una reale emancipazione della donna, ma proviamo a dimostrare che così non è con battaglie che puntano molto più sul punire l’uomo che non sul mettere la donna nelle condizioni di non essere più vittima. Questa stortura, a mio avviso, genera mostri. Se non lavoriamo per togliere dalla testa delle donne 2000 anni di cultura cattolica in cui il sesso è peccato, vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa di bello SE fatto al momento giusto e con la persona giusta (ad insindacabile parere di terzi) non risolveremo mai il problema, ipoteticamente anche cancellando 2000 anni di cultura machista dalla testa degli uomini. 

Sarò io che over semplifico, ma il mio mondo ideale non è quello dove nessuno manda foto di cazzi, ma quello in cui la foto di un cazzo non è che un selfie. Una parte anatomica che accomuna metà della popolazione del globo, magari non esteticamente splendida, ma certamente nulla che possa turbare, sconvolgere o far sentire una donna molestata. Cerca di capirmi qui, perché è importante: non voglio cambiare le donne per “scagionare” o “depenalizzare” certi atteggiamenti maschili. Credo tuttavia che in un mondo in cui tutti vivessimo con serenità e senza tabù la sessualità, metà degli atteggiamenti che oggi sono molestie (e lo sono, insindacabilmente, perché arrecano danno) non lo sarebbero più. Ripeto: non sto dicendo che mandare la foto del cazzo sia una cosa innocua di cui le donne fanno ingiustamente un problema, sto dicendo che è un problema e come tale va affrontato, ma che lo è anche a causa di un bias culturale che non riguarda chi manda la foto, ma chi la riceve. Spero sia chiaro il punto. La domanda, ora.
E’ possibile che i dati che citi, come l’esperienza diretta che hai parlando con altre donne, siano “fallati” dal fatto che, in merito a certi argomenti, semplicemente le donne non siano nella condizione di essere sincere? Non voglio ridurre tutto alla regola del 3 di American Pie, ma è un buon punto di partenza. Aggiungo, ritornando al discorso culturale, come ti poni rispetto al ragionamento che ho tentato di fare sul peso che una certa cultura ha sulla donna e sul concetto di molestia?

Quando dici “ma proviamo a dimostrare che così non è con battaglie che puntano molto più sul punire l’uomo che non sul mettere la donna nelle condizioni di non essere più vittima” incorri nel primo errore, quello di dividere il problema in due parti separate e caricare la donna dell’onere della prova: non funziona così. Il rapporto tra i generi è strutturato e solidificato in quello che è un rapporto tra oppresso e oppressore, ti sembrerà una esagerazione, ma è esattamente così. Appena fino al 1996 lo stupro in Italia, non nella Repubblica Centroafricana, era un reato contro la morale pubblica: culturalmente siamo andati poco più avanti.
Tutto il mondo è fatto a immagine e somiglianza del maschio bianco etero, incluse le più piccole faccende che riguardano le donne sono pensate e concepite in funzione dell’uomo. In queste condizioni è impossibile che le donne da sole decidano che “il sesso ci piace e non ce ne vergogniamo e vogliamo anche tatuarcelo e portarci a casa ogni sera uno diverso” e tutto è bene quel che finisce bene, perché dall’altra parte deve esserci una maturazione della cultura del consenso, di educazione sessuale che deve innanzi tutto essere educazione all’intimità, e un cambiamento radicale, profondo, epocale della cultura maschile altrimenti il tuo discorso si riduce esattamente a un mero tornaconto, avere una facilità di fare sesso sempre e ovunque e senza che l’uomo si metta in discussione.
Ma l’errore più comune e grave che commetti, tu come tanti altri, è considerare le problematiche femminili a compartimenti stagno: non funziona così, e la liberazione sessuale delle donne è inestricabile da quella economica: finché le donne non avranno diritto a pari trattamento salariale, trattamento equo sul lavoro e durante il lavoro, tutele in caso di maternità, finché le donne non potranno fare carriera in ogni singolo settore, sfondare il famigerato tetto di cristallo, guadagnare quanto gli uomini e avere le stesse identiche opportunità, la liberazione sessuale sarà impossibile perché sesso&potere sono indivisibili. Vuoi le donne sessualmente libere? Rinuncia ai tuoi privilegi, rinuncia alla tua posizione predominante all’interno della società. Altrimenti troppo comodo avere sesso facile e a portata di mano ma con gli uomini ancora in vantaggio anni luce in economia e lavoro. Esemplifico con il commento di un utente maschio trovato su Quora, il titolo di discussione è “Why aren’t women turned on by dick pics?“, intervengono sia uomini che donne e, stringendo, anche per un paio di donne che dicono di gradire, il punto è sempre lo stesso: consenso e contesto. Ma, a proposito di potere
Men are generally much bigger and stronger than women and often have a lot more social power. (…) Consequently, if a woman sends an unsolicited pussy pic to a guy, he doesn’t feel threatened because he knows he can easily dismiss her if he doesn’t want her. When a man sends an unsolicited dick pic to a woman, though, there’s a whole different power dynamic. The woman may feel threatened because she knows this man who keeps violating her by sending her pictures she doesn’t want could easily go a step further and have his way with her against her will if he wants to. (link)
Auspichi le donne libere che possano postare e ricevere allegramente nudi e dick pik senza lo stigma dell’essere una facile? Sii un alleato per le battaglie femministe sul lavoro, non puoi avere l’una senza l’altro. Desideri che tua figlia da grande possa vestirsi come le pare, tornare all’ora che preferisce, potersi scambiare selfie e foto scherzose delle mutandine con i draghi con compagni/e di classe senza essere bullizzata, poter prendere i mezzi pubblici senza che qualcuno le metta le mani addosso, avere 13 anni senza che i 40enni la guardino in spiaggia o all’uscita da scuola pensando “è già una donna…”, ecco battiti affinché da grande abbia le stesse identiche opportunità di lavoro, carriera e salario degli uomini senza che nessuno la faccia sentire in dovere di aderire a un modello estetico, o la giudichi da meno perché le donne sono inadeguate a ricoprire posizioni di comando, sono problematiche, emotive, fanno figli…
Ma tornando alla questione principale. Io ho inteso la tua posizione, tu dici “
se gli uomini continuano a inviare dick pic vuol dire che il riscontro è positivo perché altrimenti non lo farebbero, converrebbe loro più non farlo che farlo“. Il fatto è che, al di fuori di un discorso di percezioni, Io non trovo alcun riscontro alla tua ipotesi, piuttosto articoli che puntano nella direzione opposta.
Ne linko uno in cui la giornalista che si è resa disponibile all’invio di dick pic, successivamente ha intervistato diversi uomini proprio per sapere se l’invio del loro pene sia mai stato determinante per concludere: la risposta è no, funziona solo se è già in atto una “
conoscenza“. La giornalista conclude:
And another thing: of all the people I interviewed, not one had actually slept with a woman after sending an unsolicited dick pic. So there could be something in that for all you straight white men thinking about sending a dick pic. Maybe just don’t.(link)
L’articolo è però datato agosto 2017, due anni sono una piccola era su internet, magari qualcosa è cambiato.
Ho trovato altro materiale, ma tutto quello che c’è a proposito della dick pic come tecnica di rimorchio rimanda a molestie e consenso. Non ho trovato nulla che evidenzi un trend per il quale l’invio dei propri genitali faciliti in prima battuta un uomo. Ci sta che una donna non si senta di ammettere “
sì, mi piace che mi si inviino nudi“, ma a questa donna che non si esprime corrisponde la mitomania da bar degli uomini che da sempre millantano conquiste solo immaginarie.
Per chiudere, una riflessione: facciamo conto che sia vero, inviare una dick pic è un approccio vincente, come concili questa pratica con il fatto che solo due mesi fa è stato votato l’emendamento di Boldrini a tutela delle donne vittime di cyberbullismo (e voglio vedere all’atto pratico se farà differenza)? Come possono tante donne gradire un comportamento dal quale allo stesso tempo non hanno i mezzi per difendersi quando non è richiesto?

E’ probabilmente vero che il comportamento e l’educazione femminile non può essere analizzata a compartimenti stagni e che sulla libertà sessuale pesa, in primo luogo, la mancata emancipazione economica della donna. Nella prima parte del tuo commento però fatico un po’ a seguirti, non perchè quel che dici sia sbagliato o non condivisibile, ma perchè mi sembra tu voglia un po’ troppo aprire il campo da gioco e non lo faccia sempre in modo “attinente“.
Commento la seconda parte quindi, provando a rispondere alla tua riflessione. Premessa: hai citato degli articoli che in pratica sostengono mandare dick pics sia inutile, ai fini di cui discutevamo. Per me la cosa non ha senso, ma non ha senso nemmeno mandare dick pics, quindi ecco, ci sta il mio presupposto fosse basato sul un metro di giudizio che evidentemente non è largamente condiviso nel mondo maschile (etero?). Siamo venuti a capo della domanda principale, quantomeno. 
Ora, come possono le donne gradire qualcosa da cui però non possono difendersi? Qui per me torniamo al problema centrale: perchè dovrebbero “difendersi” dalla foto di un cazzo? Nell’articolo che citavi si dice:
“The woman may feel threatened because she knows this man who keeps violating her by sending her pictures she doesn’t want could easily go a step further”.
Io capisco il ragionamento e non mi permetto di dire sia infondato, ma ci sono dei dati a supporto di questa “
paura“? Una correlazione tra foto di cazzi non gradite e effettivi “step further“? Perchè quel che cerco di dire dal principio (probabilmente male) è che una narrazione che sovraccarica comportamenti che abbiamo assodato essere fastidiosi e irrispettosi, di implicazioni violente a mio avviso non fa bene alla causa. E’ sacrosanto diritto della donna non ricevere foto non gradite di cazzi, ma non penso faccia bene averne paura. Non se non c’è un reale motivo per averne. 
In altre parole, estremizzando giusto un po’ per darti l’appiglio a non seguire il discorso e partire per la tangente (
I’m joking), non credi il tuo discorso sugli uomini come macro categoria assomigli ad un certo tipo di discorsi fatti sugli immigrati o i rom, come macro categorie? 

Io vorrei essere stringata e rimanere sul punto della domanda, il problema è che è impossibile, ma non per le mie scarse doti di sintesi, semplicemente perché hai preso in esame un argomento che è interconnesso con un problema risultante da una cultura sociale, politica ed economica che dalla notte dei tempi opprime la donna: il patriarcato.
Tu dici:

“[..]comportamenti che abbiamo assodato essere fastidiosi e irrispettosi, di implicazioni violente a mio avviso non fa bene alla causa. E’ sacrosanto diritto della donna non ricevere foto non gradite di cazzi, ma non penso faccia bene averne paura.”
Ecco, quello che pensi tu è irrilevante, e quello che davvero non fa bene alla causa è che tanti uomini pensino di essere in diritto di avere un’opinione sul cosa e come una donna dovrebbe sentirsi in una posizione disagiata in cui è stata messa. La persona del commento di cui sopra ha intuito giusto: la donna atavicamente è stata delegittimata e privata di potere e nel momento in cui è oggetto di una molestia, oltre alla sgradevolezza dell’atto, c’è anche l’impotenza che deriva proprio dal sapere di non avere alcun potere, e di non avere i mezzi per rispondere adeguatamente, per esempio con una denuncia, se ritiene il caso. Se una donna sente la propria incolumità in pericolo, non conosco la sua storia, le sue esperienze, la sua situazione, e quindi di sicuro non mi sento di derubricare una paura a esagerazione: penso non dovrebbe farlo nessuno.
Ma se vuoi l’estrema sintesi: la liberazione sessuale delle donne è inscindibile dal potere economico, finché la donna non avrà pari opportunità di guadagnare, fare carriera, ricoprire incarichi di potere tanto quanto gli uomini, gli uomini vedranno sempre nelle donne un oggetto sessuale a disposizione, in ogni caso, una persona di rango inferiore.

“Non credi il tuo discorso sugli uomini come macro categoria assomigli ad un certo tipo di discorsi fatti sugli immigrati o i rom, come macro categorie?”
Non saprei, tu ritieni forse che gli afroamericani quando parlano di razzismo trattino i bianchi come macro categoria tipo i discorsi sugli immigrati o i rom? Bisognerebbe essere un afroamericano per saperlo.
Chiudo con un consiglio: Nanette di Hannah Gadsby, disponibile su Netflix, illuminante per la questione femminile.

 

La polemichetta su Anastasio

Quest’anno non ho guardato X Factor.
Credo sia il primo anno da quando pago Sky, quindi dal lontano 2012, in cui non seguo il Sanremo della mia generazione. Fa strano perchè il mio abbonamento Sky ormai comprende solamente il pacchetto base, tenuto proprio per poter seguire gli show principali del canale satellitare: Masterchef e, appunto, X Factor.
Il primo lo abbiamo abbandonato l’anno scorso, il secondo quest’anno. Potrei quasi disdire il servizio, ma non divaghiamo.
Quest’anno non ho seguito X Factor essenzialmente per due motivi:
1) trovo ormai il format di una noia ciclopica, sia per le cento puntate che impiega ad arrivare ai live, sia per la struttura dei live stessi.
2) dopo aver visto la prima puntata non ho trovato nessuno dei concorrenti degno del mio tempo, che preciso valere davvero molto poco.
Come capita per Sanremo però, è impossibile vivere il mese della kermesse senza sapere cosa ci stia capitando dentro, quindi pur non avendoli sentiti suonare sono arrivato a ieri ampiamente a conoscenza di chi fossero i vari Anastasio, Naomi, Luna e compagnia cantante (ihihih). Normale amministrazione per chi vive in una società e non necessita di essere convertito da indomiti missionari.

Il banco me l’ha fatto saltare ieri Noisey, pubblicando un’incredibile inchiesta  (!!!) riguardo Anastasio, poche ore prima della sua incoronazione (SPOILER! Va scritto prima?). I temi centrali dell’articolo sono essenzialmente due: le simpatie del ragazzo per gente poco raccomandabile come Salvini, Trump e Casa Pound e quanto queste rendano possibile/plausibile il PERCORSO dello stesso sulla via del RAP. Uso il caps lock per certe parole perchè me lo ha insegnato AMARGINE.
In merito al primo argomento credo ci sia poco da dire. Non ho stima per quei personaggi, non ho stima per chi li segue o li supporta, nè per chi li vota. Diciamo che mi fa proprio schifo tutto quello che sta intorno a quel mondo lì. Che è merda senza appello nè possibilità di redenzione. Chiaro, spero.
Il secondo argomento invece è un po’ più sfaccettato, a mio avviso. Cito dal pezzo di Noisey:

[…]una serie di preferenze politiche piuttosto singolari per qualcuno che da grande vorrebbe essere un rapper.
[…]sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fino alla chiusa che, a a costo di sembrare troppo malizioso, suona come “magari non fatelo/facciamolo vincere”.

Io non lo so se un rapper non possa essere di destra/fascista.
Non ho ascoltato più di tanto rap nella mia vita, ultimamente forse qualcosa in più, ma certamente non abbastanza da parlarne in termini generali. Ho ascoltato, anche mio malgrado, un bel po’ del rap italiano però e, onestamente, non mi sono mai posto la domanda di cosa votassero Gue Pequeno, Marracash, Fabri Fibra o anche solo J-Ax ai tempi degli Articolo 31.
I testi non sono un parametro utilizzabile per farsi questo tipo di idea, ho imparato. Ci ho messo un po’ perchè nel mondo musicale da cui vengo io dei testi mi sono spesso curato pochissimo, ma quando proprio volevano avere una dimensione di denuncia sociale, tendevano a prendere una posizione piuttosto netta.
Col rap non è così, mi dicono. I testi del rap italiano hanno una portata diversa perchè spesso il rapper è un personaggio distinto dalla persona che vive fuori dai palchi e molte volte quello che finisce dentro al racconto è l’immagine cruda della società, descritta per quello che è senza necessariamente ci sia in chi la descrive una sorta di “approvazione” ai comportamenti di cui si parla. Una variante del concetto di “retweet is not endorsment”, se vogliamo. E’ contorto, lo so, però è una chiave di lettura che esiste a prescindere dalla mia capacità di comprenderla. Lo sbaglio di noi vecchi è cercare o peggio trovare messaggi dove non ce ne sono, in estrema sintesi.

Se non posso basarmi sui testi, non ho molto altro per farmi un’idea sulle preferenze politiche di un rapper, quindi a meno di voler pensare che nessuno dei cento miliardi di rappusi (cit.) che infestano il nostro Paese voti a destra, direi che c’è ampio margine per credere che si possa tranquillamente fare rap votando Salvini, Berlusconi, Casa Pound e pure Hitler, fosse ancora eleggibile.
Certo, come dice Salmo “qualcosa non torna”, ma Salmo è lo stesso che come primo punto della sua agenda politica ha la pace fiscale, quindi qualcosa non torna manco a me. Disco di Salmo clamoroso, by the way.
Conclusione 1: fare il rapper avendo simpatie di destra non è impossibile e non credo manco tanto singolare, checché ne dica Noisey.

La seconda parte del pezzo sarebbe dovuta essere sui parametri che secondo Noisey una persona dovrebbe valutare prima di ascoltare della musica o supportare un’artista. Siccome non credo di essermi mai annoiato così tanto a scrivere un pezzo come questa volta (non lo cestino solo perchè temo di non scriverne altri a dicembre e quindi di finire per bucare il mese), la faccio brevissima.
Se Anastasio sceglie di rendere pubblica la sua ideologia politica è giusto che chi ritiene quel parametro importante nella definizione del proprio gusto musicale agisca di conseguenza. Mi chiedo se queste persone si accertino delle preferenze politiche di ciascun cantante che ascoltano o se la regola sia “fino a che non me lo sbatti in faccia ti do il beneficio del dubbio”. In questo secondo caso, se lo chiedete a me, c’è un elefante nella stanza.

La terza parte del pezzo avrebbe dovuto fondere questa storia con la questione di Sfera Ebbasta e del dibattito che è scaturito dalla tragedia di Corinaldo. Anche qui, la faccio breve: una volta un tizio mi diceva che tanta musica ti spinge ad accendere il cervello anche solo per capire che ti vuoi dissociare da quel che stai sentendo. Ed è una roba importantissima.
Come è importante trovare nella musica una valvola di sfogo per il malessere che tutti vivono in adolescenza. Da vecchio quale sono posso solo sperare che i miei figli ascoltino roba che non capisco, roba violenta,  irrispettosa, truce, radicale, ignorante e vivadio BRUTTA IN CULO. Il momento di preoccuparsi è quando tuo figlio sembra vivere nella pubblicità dei biscotti, perchè quella roba lì non è che non c’è, è solo che non la vedi.

Pezzo più brutto e inutile del 2018? Direi di sì.

Gay bride

Da qualche tempo seguo Giuditta Pini su FB.
In quel marasma che è l’attuale PD, tra il voto favorevole in Senato per la legittima difesa e il ritorno sotto falso nome di un’iniziativa vecchia di almeno tre anni e comunque fallimentare (giusto a citare le ultime due cazzate che ho letto a tema Partito Democratico), mi sembra una ragazza con qualcosa da dire. Non sono sempre allineato, come ovvio che sia, ma la seguo volentieri. 
Oggi sul suo profilo spingeva questo evento.

Io non capisco.
In cosa dovrebbe essere diverso un matrimonio gay da un matrimonio etero, se non per i gusti sessuali della coppia coinvolta? Non mi risulta i gay necessitino di fornitori specializzati in termini di abiti, non mi risulta esistano servano catering specializzati in cibo omosessuale, non credo i gay necessitino di servizi dedicati per la scelta della location dove sposarsi o degli addobbi da utilizzare.*
Perchè una coppia gay non dovrebbe andare al canonicissimo salone wedding? Ha davvero bisogno che tutti i presenti siano gay o che gli espositori sappiano che stanno trattando con dei gay?
Sono sincero eh, chiedo perchè magari una spiegazione sensata esiste e sono solo io che non la vedo.

Quello che vedo, magari sbagliando, è un’operazione di marketing.
Per carità, niente di male in principio, non fosse che gioca con un concetto che trovo spiacevole: ghettizzare.
Lo so, anzi no, posso immaginare sia difficile dover costantemente combattere per ottenere cose che ad altri sono garantite. Capisco che ad un certo punto sia legittimo pensare “vaffanculo” e crearsi la propria nicchia dove poter essere se stessi senza dover chiedere permesso o scusa. L’obbiettivo però dovrebbe restare il condividere gli spazi senza sentirsi fuori posto, no?
Parlandone su twitter sono venute fuori alcune possibilità che in qualche modo giustificherebbero l’esistenza di questa cosa fuori da un mero concetto di marketing:
1) I gay non possono accedere alle fiere per sposi tradizionali. Mi pare davvero assurda, come ipotesi. Ricordo quando andai a Berlino e mi misi in coda con la mia morosa dell’epoca per entrare in un gay club di cui avevamo letto molto bene in termini di proposta musicale. Ricordo la coda infinita e sto buttafuori che ci si avvicina e ci dice che non possiamo entrare “perchè etero”. I due ragazzi in fila dietro di noi, gay, trovarono la cosa insopportabile. Ricordo che uno dei due chiese se avesse dovuto in qualche modo dimostrare di essere gay per accedere al locale. Follia, appunto. Non ci voglio nemmeno pensare a questa ipotesi, sarebbe davvero una roba ultra violenta, anche per i tempi che corrono.
2) Nelle fiere tradizionali non possono esporre aziende gay oriented. Questo è possibile, nel senso, immagino che qualche associazione cattofascista del cazzo possa aver protestato all’idea che nel CENTRO SPOSI si favorisse il peccato. Di nuovo però, perchè mai dovrebbero esistere aziende espositrici DEDICATE ai matrimoni gay? Un matrimonio è un matrimonio. Quando ho preso l’abito per sposarmi mica mi hanno chiesto se sposavo una donna. 
A meno che mi diciate che le aziende espositrici tradizionali si rifiutano di offrire servizio alle coppie gay. In quel caso servono aziende dedicate. Ora, il mondo è bello perchè è vario**, quindi che possa esistere qualche azienda che si rifiuta di incassare soldi omosessuali unicamente su base ideologica posso anche crederlo. Spero fallisca, ma posso credere esista. Il punto è: possono davvero essere tutte così? Non è legittimo pensare che la stragrande maggioranza delle realtà che offrono servizi ai matrimoni, accettino di guadagnare su qual si voglia coppia?

Non so, davvero, più ci penso e più iniziative così mi sembrano un passo indietro invece che avanti.
Poi magari la risposta è banale: crei situazioni del genere per sbattere in faccia la realtà a chi ancora non la vuol vedere, per gridare al mondo la tua esistenza. Ecco, forse questo potrei capirlo.
Mi resta il dubbio sia questo il caso però. Resta che se togli GAY e ci metti una qualunque altra minoranza, vuoi etnica, vuoi religiosa, l’iniziativa continua a sembrarmi impresentabile.

* se, caro il mio omofobo, stai ridacchiando sotto i baffi perchè immagini un matrimonio gay come una sorta di carnevale di Rio, mi preme provare a farti riflettere sul fatto che i matrimoni etero non sono affatto garanzia di sobrietà ed eleganza. Quindi, anche volendo immaginare che un matrimonio gay debba forzatamente essere esagerato/estremo (cosa che ovviamente non è), non sarebbe nulla di nuovo per chi organizza matrimoni etero. Basta guardare quattro matrimoni.

** è una merda per lo stesso motivo.

Che fatica la vita su twitter nel 2018

Forse è il caldo, forse la noia, ma sento l’esigenza di parlare di una questione fondamentale.
Questa:

La Francia ha vinto i mondiali.
E’ una catastrofe, ma ci possiamo fare poco (avremmo potuto provare ad impedirglielo, che ne so, qualificandoci alle fasi finali, ma non vorrei tornare sul fatto che questa sia l’estate più triste della mia vita.).
Han vinto, dicevamo. Bravi.
Va beh, non hanno incontrato mezza avversaria decente e in finale vincevano 2-1 senza aver mai fatto non dico un tiro, ma un’azione d’attacco, ma OK. VA BENE. Lo accetto.
La Francia è campione del mondo.
E’ giusto festeggino. Solo che il social media manager del Louvre non ha trovato nulla di più francese della Gioconda per celebrare la sua nazione e questo a me pare un bel fail. Senza mi pare, anzi, è un fail clamoroso. Questi chiamano il DNA “ADN” e il computer “ordinateur” per non usare parole altrui e poi per auto incensarsi postano la Gioconda?
Son dei babbi, dai. 
Cosa che, tra l’altro, non scopriamo certo oggi.
Siccome però viviamo dei tempi davvero difficili, da questa cosa è scoppiato fuori un putiferio.
Da una parte sono ovviamente scattati subito tutti quei disagiati social che ultimamente a quanto pare costituiscono l’opinione pubblica italiana. Quelli che si esprimono come Salvini, quelli che “LA GIOCONDA E’ NOSTRA CE LAVETE RUBBATA!1!”. Va beh. Che in Italia ci sia una fetta importante della popolazione con la sabbia nella scatola cranica non credo sia una scoperta sensazionale. Si sono giustamente fatti blastare dallo stesso social media manager di cui sopra e questo fa un po’ da riferimento, avendo noi appena accertato non si parli di una faina.
Dall’altra parte sono invece insorti tutti quelli che ogni scusa è buona per buttare la questione in politica da bar. Non fossero bastati due giorni di dilemma senza senso tra il tifare Croazia “eh, ma così sto con Bargiggia e Casa Pound” o Francia “che però Macron lascia le donne incinte sui treni e ci fa la predica sull’accoglienza”, mettiamoci anche il carico con centinaia di inutili tweet a cavallo tra la storia dell’arte e il social shaming della propria nazione ignorante.
Non so quale delle due posizioni mi dia più i nervi, dovendo scegliere, ma il peggio è che sia impossibile provare a mettersi in mezzo, a definire una posizione diversa.
O stai coi derelitti che usano la gioconda per ricordare che la Francia in realtà è piena di africani, o stai con quelli che vedono nell’odio sportivo verso i transalpini una vena forzatamente legata ad un rigurgito nazionalista e sovranista.
Me lo spiegate come si tira fuori il nazionalismo da una competizione tra squadre nazionali, per la carità del vostro Dio?
E’ ovvio ci sia, ma è un nazionalismo sportivo. E’ sano? Va bene? Non lo so. Forse è un concetto che nel 2018 dovrebbe risultare anacronistico, forse invece è bene che ogni due anni i paesi europei sfoghino le loro rivalità secolari su un campo da calcio invece che invadendosi a vicenda. Però non si parlava di quello, santa madonna.
Si parlava di un tweet sbagliato fatto dal social media manager del Louvre per celebrare il proprio Paese. Non è complicato, basterebbe leggere le argomentazioni e rispondere a quelle, invece di continuare a sfogare la propria convinzione ideologica quale che sia l’interlocutore.
Poi se volete venirmi a dire che quel tweet non fosse un tentativo di innalzare i colori francesi dopo la vittoria mondiale, ma una più o meno velata operazione di perculaggio ai danni di noi italiani gufi e perdenti allora va bene. Non ci credo manco per un minuto, ma posso concedere il beneficio del dubbio (non si fa processo alle intenzioni).
Come presa per il culo è sicuramente efficacissima.
Permettetemi però di dire che se nel momento della massima vittoria il loro primo pensiero è sfottere un avversario che manco era in competizione, beh, è legittimo gli si imputi una mentalità perdente.
E forse è vero che da quel 2006 si devono ancora riprendere.

POOOOO-PO-PO-PO-PO-POOOO-POOOOOOO.

Di Maio ha un problema / Di Maio è un problema.

Il 27 maggio, in seguito all’ormai celebre discorso di Mattarella, Di Maio sbrocca e inizia a vaneggiare di impeachment e traditori della patria prendendosi del buffone perfino da Scanzi.

Il 28 maggio, ignaro o non curante dell’esistenza di quel che i tecnici definiscono “verbali”, Di Maio accusa pubblicamente la prima carica dello Stato di aver mentito sulla proposta di alternative del M5S per l’economia, facendo reiterare l’accusa anche da Di Battista.

Il 30 maggio, Di Maio torna a far visita al Colle per chiedere la possibilità di fare un passo indietro su Savona e provare a mettere finalmente in piedi sto benedetto Governo del Cambiamento®.

Tralasciando per un attimo come in tutto questo bailamme il giornalismo italiano abbia vissuto uno dei momenti più bui della sua storia, tra comizi trasmessi ovunque senza il minimo contraddittorio e fake news, io vorrei proprio parlare di Di Maio.

In questi ultimi tempi si è fatto un gran parlare di “competenza” come chiave per discriminare chi può dirigere il Paese e chi no. Per molti il tutto si è fermato alla questione laurea/non laurea, diventando presto argomento da meme piuttosto che da analisi politiche.
Non starò qui a dire per la milionesima volta che anche per il sottoscritto la mancata laurea di Di Maio abbia un peso, quel che mi preme analizzare adesso è come negli ultimi tre giorni sia emerso il vero nocciolo della questione: fare politica è una cosa difficile e bisogna saperla fare. Bisogna sapere, ad esempio, che non è ambito in cui essere impulsivi e rilasciare la prima dichiarazione che passa per la testa, magari in preda alla rabbia. Oppure bisogna saper comprendere quando gli “alleati” ti stanno mettendo nel taschino e tirando una sola. Se non per evitarlo, per essere pronti a reagire senza fare danni ancora più grossi di quello subito.
Questo intendevamo quando parlavamo di un Di Maio inadeguato, impreparato, non competente. Non si parlava solo della sua formazione, ma delle reali capacità, di cui in questi giorni abbiamo avuto dimostrazione.

Di Maio è un dilettante a capo di un gruppo di dilettanti.
Quanto è successo con Mattarella è grave, ma ancora gestibile. Se davvero si metterà alla guida del Paese non è detto ci sia sempre spazio per recuperare alle cazzate che fa quando si trova suo malgrado in situazioni impreviste o che scoprirà in corsa di non saper gestire.

Per dirla semplice: butta malino.

Quella volta che ho creato un account di meme

Se seguite questo blog sapete che ogni tanto faccio meme che non fanno ridere (ref.). Ovviamente intendo che non fanno ridere gli altri. Io mi ci spacco. 
Ad ogni modo, giorni fa uno dei miei contatti twitter se ne esce con l’idea di un meme di Di Maio con una frase presa da un pezzo dei Tiny Moving Part. L’associazione in se non mi aveva spostato più di tanto, però hanno iniziato ad apparirmi in testa immagini di politica con didascalie prese da pezzi emo. E boh, mi sembrava una cosa divertente.

Così ho aperto un account twitter che si chiama @emocrazia e ci ho messo dentro un po’ di queste creazioni. Pensavo sarebbe passato via inosservato… e infatti è passato via inosservato, salvo per un breve momento di gloria che mi ha portato a raccimolare una settantina di follower (#ChiaraFerragniScansati), che amo tutti come fossero figli miei.
L’immagine che ha raccolto maggior successo (e me lo aspettavo) è quella dei Pixies, ma per quel che mi riguarda, la più bella è quella con la Boschi e i Taking Back Sunday che sta in copertina alla gallery qui sotto. 
Non so quanto andrò avanti, sull’onda dell’entusiasmo ne ho creati una decina immediatamente e altrettanti il giorno dopo, postandoli poi via via nella settimana. Ora li ho finiti, magari settimana prossima mi ci rimetto, magari no, ma in ogni caso continuo a trovarla una cosa divertente.

Taking Back Sunday - You're So Last Summer

 

 

Sovranità popolare

Oggi a Udine è successa una tragedia. Un ragazzo di 31 anni non si è svegliato, lasciando orfana una bimba di due. Il ragazzo si chiama Davide Astori ed era il capitano della Fiorentina.
Le chiamano “morti bianche”, pare non ci siano ragioni mediche chiare alla loro base e sono probabilmente la mia paranoia più grande per distacco. Nel senso che spesso non ci dormo, per sta cosa, o magari ho attacchi di panico, per sta cosa.
Insomma, la classica notizia che lascia scossi.

Navigando mi sono imbattuto in questo tweet:

Chi lo scrive è fiorentino e tifoso viola, oltre ad essere stato sindaco di Firenze.
Ora vi riporto alcune delle risposte che trovate sotto questo tweet, senza indicare gli autori perchè non sono Selvaggia Lucarelli, ma chiarendo che alcuni li ho segnalati. Sono tantissime, ne prendo solo alcune, ma il tono è abbastanza omogeneo.
– La campagna elettorale dovrebbe essere finita!!!
– Non può parlare. Punto. Ma meschino com’è mercanteggia anche sulla morte. Maledetto.
– Non riesci proprio a stare zitto: a urne aperte strumentalizzi pure i morti.Omuncolo senza DIGNITÀ.
– Se dovessi piangere per tutte le famiglie italiane che hai rovinato, dovresti reincarnarti per una ventina di generazioni, e non basterebbe
– Ma non ti vergogni ipocrita? Ad urne aperte approfitti di una tragedia per farti bello! Sei proprio odioso arrogante ed incapace!
– SEI E RESTERAI UN PICCOLO UOMO DI MERDA CON LE URNE APERTE STRUMENTALIZZI UNA MORTE PERCHE NON LO FAI ANCHE PER UNA PERSONA QUALUNQUE SEI SOLO RIDICOLO PEZZO DI M……. IO NON HO NIENTE CONTRO ASTORI ANZI A ME PUO DISPIACERE MA NON ATE MERDA CHE SEI VEDI COME HAI RIDOTTO ITALIA
– Almeno le hai fatte le condoglianze PRIVATE alla famiglia? #viscido
– Le tue lacrime da 🐊 sono in realtà, quelle da Sciacallo.
– Ma vaffanculo non hai pianto per tutto il popolo italiano a cui morivano migliaia. Di figli figuriamoci X un solo uomo, tu oggi da intelligente non dovresti nemmeno intervenire xche questo è anche colpa tua e della tua indifferenza
– Vergognati sciacallo

E avanti così, per lunghissime pagine di commenti.
Oggi in Italia si vota per formare un nuovo Parlamento, espressione della volontà popolare. Che, in parte, è rappresentata qui sopra.
Resta da capire in che percentuale.

Dalla parte giusta del populismo

Io ho lavorato nella ricerca scientifica dal settembre 2005 al gennaio 2014. Ho fatto gran parte del percorso accademico: tesi sperimentale, borsa di studio, dottorato di ricerca, post-doc; quasi nove anni di cui sette nel nostro amatissimo Paese.

Ancora oggi, quando parlo con alcuni colleghi, mi dicono frasi tipo: “Beh, io non sono rimasto in università. Io ho iniziato a lavorare subito.” e sul momento vengo sempre avvolto da quell’insana voglia di farmi esplodere in ufficio. Non è un discorso relativo solo alla mia azienda, ma generalmente diffuso nell’ambito extra-accademico quando si parla di “lavoro di ricerca”.
Io non sono mai stato Stachanov, ho sempre avuto la grossissima fortuna di avere interesse nella mia vita fuori dal lavoro e, soprattutto, non sono mai stato affascinato dal poserismo da straordinario che prende moltissimi giovani ricercatori.
– Sai, io lavoro fino alle dieci di sera.
– Ah, non me lo dire, ieri notte ho dovuto correre un esperimento che finisce giusto giusto sabato pomeriggio. Poi domenica analizzo i dati.
Tutte seghe.
La mia esperienza personale rispetto a chi fa turni di 12-15 ore in laboratorio sette giorni su sette è che sia spinto da un mix di, appunto, autocompiacimento e disorganizzazione. Lavorare libero da orari permette di impiegare 12 ore a fare una cosa che si farebbe in 8 solo perchè nessuno ti fucila se stai la notte al bancone, che tanto sei fuori casa/città/Paese, conosci poche persone e non hai una beneamata minchia da fare. Fermarsi fino a tardi può capitare in tutti i lavori. Se ti capita sempre, il problema sei tu. Fact.
Detto questo, io mi sono sempre fatto un discreto mazzo al lavoro e credo per una volta i risultati siano lì a disposizione degli scettici. Ho sempre vissuto in realtà produttive, dove pubblicare i risultati era importante, dove produrre dati era importante, quindi sentirmi costantemente associato all’idea piuttosto stereotipata del laboratorio come luogo di fancazzismo, lontano anni luce dal concetto di lavoro, mi irrita anche ad anni di distanza.

Il mio “nuovo” lavoro tuttavia mi mette a contatto con tutte le realtà italiane che si occupano di ricerca scientifica: da quelle dove si lavora tanto e bene a quelle dove, oggettivamente, vengono buttati via soldi pubblici.
Di nuovo, non ne faccio una questione di orario di lavoro. Posto che lavorare a progetto abbia l’indiscusso vantaggio di lasciare grandissima flessibilità nella gestione del tempo, io non mi incazzo con i ricercatori borsisti che lavorano sistematicamente dalle 10 alle 16. Prendono uno stipendio da fame con contratti rinnovati ogni sei mesi tra mille patemi d’animo ed imprevisti quindi, sapete cosa, fanno bene. Il problema è se in quelle sei ore (colazione, caffè, sigarette e pausa pranzo comprese) non si è professionali.
Mi capita di prendere aerei o treni per presentarmi ad appuntamenti fissati in largo anticipo e, arrivato sul posto, sentirmi dire “No, oggi non posso / La dr.ssa non c’è / Avevamo un appuntamento?”. Da questa situazione ho capito una cosa: non è un problema di educazione. Non solo, almeno.
Chi da un valore al proprio tempo, chi sa cosa significhi lavorare, impara immediatamente a non sprecarlo e diventa, contestualmente, sensibile al non voler sprecare neanche quello altrui. Chi al contrario non contempla ci sia un investimento di risorse dietro al lavoro degli altri è solo chi  in primis non valuta prezioso il proprio tempo. Quindi chi ne ha da perdere.
E’ una statistica che non teme smentite, fatta su un campione molto vasto. Al netto dell’inconveniente che capita a tutti e dello stronzo che lo fa apposta perchè in qualche modo si sente in diritto di mancarti di rispetto, il resto rientra nella casistica dei nullafacenti col camice. E sono tanti, troppi per un Paese che di fondi ne ha così pochi.

Come si è arrivati a questo?
Io non ho una risposta che giustifichi la totalità del fenomeno, ma ho certamente una spiegazione a parte del problema. In Italia fare ricerca è diventato un hobby.
Torniamo al sottoscritto. Io sono rimasto in laboratorio fino a 33 anni. Ero già sposato, quando ho mollato. Avevo già un mutuo (sebbene più piccolo di quello attuale), quando ho mollato.
Non avrei potuto farlo se non avessi alle spalle una famiglia che mi ha permesso di arrivare a quel punto, aiutandomi economicamente ad emanciparmi. Sono stato fortunato quindi, ma comunque non avrei potuto permettermi di restare in laboratorio ancora, certamente non oggi che ho due figli. Anche perchè in casa eravamo in due a fare ricerca.
Una prima selezione quindi la fa la possibilità economica di continuare ad investire ad oltranza in un sogno privo di prospettive tangibili.
La seconda selezione la fa il merito, ma in negativo. Siamo uno dei Paesi in cui il lavoro di ricerca è pagato meno, ma viviamo in un contesto globale in cui i propri dati ed il proprio CV sono disponibili ovunque nel mondo. Chi vale e riesce a dimostrarlo con i risultati ha mercato e, ovunque provi ad andare, trova gratificazioni economiche che in Italia non avrebbe. Quindi, 7 volte su 10, parte.
Non starò a fare pipponi sulla fuga di cervelli, ma questa è la situazione. La ricerca Italiana seleziona chi può permettersi di campare con 1000 euro al mese  (se va bene) e simultaneamente non ha la possibilità di andarsene via, per scelta di vita o perchè non è bravo abbastanza.
Non è un problema unicamente di fondi, è un problema di risorse umane che certamente ha avuto origine dalla mancanza di fondi, ma che ora è parte integrante del degrado. Gente che da vent’anni sta i laboratorio senza una minima spinta produttiva o professionale, che ha scelto questa carriera perchè offre orari comodi per andare a prendere i figli a scuola (non sono necessariamente donne, pare stupido precisarlo, ma ecco.). Non ho nulla contro queste persone, contro la loro scelta di vita e nemmeno contro il loro concetto di lavoro, se questo non fosse in un ambito finanziato coi soldi di tutti e, soprattutto, in costante mancanza di risorse economiche.

Per questo spesso dico che io non voglio che la ricerca nel nostro Paese riceva più fondi. Io voglio che venga riformata. Gli stessi soldi, distribuiti meglio e in base al reale merito invece che poco a tutti, farebbero già fare un salto di qualità al sistema.
Il dramma vero è che la ricerca ed i suoi finanziamenti, così come temo la scuola (realtà che trovo assimilabile pur non conoscendola da dentro) sono diventati unicamente un simbolo da brandire ai comizi, vuoto, un po’ come “prima gli italiani” o “basta tasse”. Fatichiamo ad accorgercene perchè a gridarlo siamo spesso noi che quegli slogan li critichiamo.
Noi che siamo dalla parte giusta del populismo.

Ciao Elia, stammi bene

Sabato sono andato al Circolo Arci Ohibò di Milano per il live dei The Singer Is Dead, che presentavano il disco di cui vi ho parlato qui e che confermo essere gran bello, soprattutto ascoltato live.
Ho scoperto che la tessera ARCI ora scade a fine settembre, quindi l’ho fatta nuova. Il prezzo è ancora variabile da circolo a circolo, da che leggo online, e l’Ohibò la fa pagare 13 euro. Sono 3 euro in più di quanto la fa pagare il Magnolia, locale dove mi capita di andare molto più spesso, ma tutto sommato non è questo gran dramma per una tessera che mi permette di accedere a moltissimi concerti durante l’anno. Perchè ormai davvero tanti concerti medio piccoli passano dai circoli ARCI, quindi volente o nolente la tessera ti tocca farla ogni anno, se vuoi andare a sentir qualcuno suonare dalle mie parti.
Leggendo in giro su diversi siti non sono riuscito a farmi un’idea di dove finiscano i soldi della tessera, se ci sia una gestione centralizzata o se tutte le quote iscrizione restino in mano al locale che le fa sottoscrivere. Da quanto ho capito io si tiene tutto il locale, che si riserva il diritto di scegliere quanto farla pagare.
Oltre alla tessera mi hanno chiesto 5 euro di ingresso.
In tutta onestà la sera in cui fai la tessera l’ingresso potrebbero anche evitare di fartelo pagare, visto che statisticamente ci saranno un tot di persone che si iscrivono in un certo circolo per poi magari non andarci più per tutto l’anno. Paghi la tessera ed entri, la volta dopo paghi l’ingresso. Non mi pare sia una proposta folle, ma vabbè.
In soldoni il concerto mi è costato 18 euro.
Conosco un tizio piuttosto fissato col concetto di pagare la musica e quando scrive di queste cose fa i conti in modo preciso. Io non ne ho voglia, posso solo dire che 18 euro per una serata come quella di sabato sono fuori dalla mia comprensione, seppur riconosca che gran parte della spesa in realtà non è per il concerto in sé, ma per garantirmi la possibilità di andare a dei concerti futuri, se e quando li faranno (che scritta così è raccapricciante in ogni caso).
Ho chiesto a Luca se li hanno pagati per suonare e mi ha risposto di sì, quindi quantomeno spero dietro ci sia una sorta di etica sul retribuire equamente band non professioniste che ti portano introiti.
Al netto di tutto questo, chiedermi 6 euro per una IPA media che faceva oggettivamente schifo al cazzo e servita male in un bicchiere di plastica non ha nessuna giustificazione plausibile.
Uscito dal locale ho provato per 15 minuti a smanettare con Instagram e fare una IGStory come i rapper, dissando il circolo Ohibò e tutta sta storia dei prezzi, ma ho realizzato di non essere manco capace di fare le IGStories.

Ad ogni modo, la cosa bella di tutta questa storia (e il reale motivo per cui mi son messo a scrivere questo post) è che dopo i The Singer is Dead hanno suonato i Malkovic e mi sono piaciuti una cifra.
Soprattutto un pezzo, che mi ha proprio preso benissimo.
Dopo il concerto sono andato al banchetto e ho comprato l’EP di 4 tracce che avevano lì e che è l’unica cosa che hanno registrato fino ad ora.
Manco a dirlo, il pezzo che mi ha conquistato sull’EP non c’è.
Ho comunque fatto due chiacchiere con il cantante al banchetto e poi via messaggio su Facebook e ho scoperto che la canzone che cercavo si chiama “Colossus” e uscirà nel 2018 insieme ad un video e forse un disco.
Forse perchè la situazione al momento è che quello di sabato è stato l’ultimo concerto di Elia, il loro batterista, e adesso dovranno cercare un sostituto.
Grazie, Elia.

Nel dischetto dei Malkovic ci sono quattro tracce. Su youtube si trova il video di Carlo e quello di Ufo, che dal vivo mi è piaciuta tanto tanto.
Il mio pezzo preferito però è questo qui e si chiama Tre.