Turning Japanese

Viaggiare è una delle mie passioni principali, oggi, e le dedico un sacco di tempo. La maggior parte di questo ovviamente non è speso effettivamente viaggiando (magari), ma pianificando vacanze che forse non farò mai. Ho nel cassetto una tonnellata di itinerari, più o meno realizzabili, ma c’è un posto che non so perché non ho mai davvero considerato: il Giappone.
Non dico non ci andrei, ma di certo ci sono un sacco di altre destinazioni a cui darei la precedenza, avendo la possibilità. Eppure ci sono tantissimi aspetti della cultura nipponica che mi incuriosiscono e appassionano. Il primo, certamente, è la cucina.

Mangiare giapponese, a casa mia, è grossomodo sempre coinciso con l’andare in uno di quei ristoranti ormai comunemente chiamati All You Can Eat e sfondarsi di “sushi”, inteso come accozzaglia varia di pesce crudo e riso in proporzioni variabili. Leggenda vuole che la maggior parte di questi posti sia in realtà gestita da cinesi perchè 1) quando qualcosa è fake tendiamo a dire sia cinese 2) quando qualcuno è giallo tendiamo a dire sia cinese. Il fatto che entrambe queste motivazioni vi sembrino (a ragione) razziste non implica siano false.
Io ho uno splendido rapporto con i ristoranti giapponesi All You Can Eat, secondo solo a quello che ha mia moglie. Paola mangerebbe giapponese AYCE sempre, potendo farlo. Ha anche fatto un corso di cucina per imparare a fare maki e nigiri e devo dire che quando ha tempo di cimentarcisi le riescono esattamente come quelli fatti dai cinesi. 

In questo inizio di 2019 però ho avuto la possibilità di estendere un minimo la mia cultura sulla cucina giapponese, affacciandomi a due realtà che alzano il livello di parecchie spanne.
La prima esperienza è stata a fine gennaio, da Iyo.
Iyo è un ristorante giapponese stellato di Milano e, per i motivi che ho citato sopra, ho pensato potesse essere una buona idea regalare a Paola per Natale una cena da loro. 
Per il teorema del “se fai una roba, falla bene”, associato al comma “già che stai spendendo una fucilata, non stare a guardare il centesimo (pezzente)”, ho optato per il menù degustazione che, se masterchef mi ha insegnato qualcosa, dovrebbe essere il modo migliore per farsi un’idea del concetto di cucina proposto da uno chef. Il menù di Iyo comprendeva nove portate tra carne, pesce e dessert.
E’ stata un’esperienza mistica.
Lo so cosa state pensando: dopo che hai speso una cifra folle per mangiare, psicologicamente sei portato a pensare sia stato tutto buonissimo per quell’istinto che abbiamo tutti e che tende ad evitarci la spiacevole sensazione di sentirci dei coglioni, specie quando si parla di spendere soldi.
E invece no, perchè seppur non sia assiduo frequentatore di certi ristoranti (#graziealcazzo), non era la prima volta che mi capitava di mangiare in un ristorante stellato, ma la terza, e nessuna delle precedenti due mi aveva dato le stesse sensazioni. Anzi.*
Non starò qui a fare una disamina di tutte le portate, mi limiterò alla classifica delle mie tre preferite:
3° Ika somen 
2° Sashimi di Berice
1° Sushi IYO
Quest’ultimo ve lo racconto anche: 5 pezzi di “classico sushi” inteso come boccone di riso con sopra il pesce. Ricciola, capasanta, gambero crudo marinato, ventresca di tonno e anguilla. 5 gusti completamente diversi, ognuno dei quali mi ha fatto dire “OH MIO DIO IL MIGLIOR SUSHI DELLA MIA VITAAAAAHHH”.
Potendolo fare, tornerei a mangiarci ogni altro giorno che Dio manda in terra. 

La seconda esperienza invece l’ho fatta potendo sfruttare un regalo della mia azienda che, per festeggiare i cinque anni insieme, mi ha offerto una cena per due persone da Yazawa
Yazawa è l’unico ristorante d’Europa che permette di mangiare manzo wagyu giapponese cucinato al tavolo con un sistema tradizionale che, da che ho capito, è stato legale giusto in una finestra di mesi che ha permesso al titolare di aprire il locale, garantendogli l’esclusività.
Il giudizio su questa seconda esperienza però non è positivo quanto il precedente, seppur per motivi che esulano dalla soddisfazione che si prova nel mettersi in bocca del wagyu. Quella è incontestabile e mi rende felice di averla potuta sperimentare, soprattutto senza dover pagare di tasca mia.
Non tanto perchè fosse caro (lo era eh, anche se un filo meno di Iyo), ma perchè il prezzo pagato non vale, a mio avviso, la soddisfazione che se ne trae. Lo dico chiaro: sono uscito dal ristorante affamato e non mi capitava davvero a tantissimo tempo. Posso capire che la materia prima costi e che su quella si tenda a lesinare, ma almeno sul corollario potrebbero evitare di farsi venire il braccino. Il mio dessert, un gelato al matcha, stava in un bicchierino da shot che andrebbe stretto ai finger food più striminziti. Ed è gelato, cazzo, mica caviale.
La carne però, lo ribadisco, è davvero una roba che prima di assaggiarla non te la puoi immaginare. Parlandone con il ragazzo che ci ha serviti, gentilissimo, ho appreso che un manzo Wagyu giapponese costa circa 90K euro. Il corrispettivo Australiano, Neozelandese o Tedesco (i tre paesi principali in cui si alleva quella tipologia di bestia) sta intorno ai 6K euro al capo. Una chianina va per i 3.000 euro, mentre un manzo “standard” di solito costa sui 1.500. 
Li vale? Boh, ognuno ai soldi da un valore diverso. Per me, onestamente, non abbastanza da pensare di poter ripetere un’esperienza del genere, a meno di andare in Giappone, ma li lo farei per ragioni che vanno anche oltre il cibo.

Due cene molto diverse che però hanno contribuito a dare a questo mio 2019 una forte impronta nipponica, che però è andata ben oltre il cibo.
Ad inizio gennaio ho anche scoperto che sul finire del 2018 gli Envy hanno fatto uscire un EP di due pezzi che si chiama Alnair in August.
Il primo dei due lo metto qui sotto perchè è la cosa che ho ascoltato di più nell’ultimo mese, perchè è stupendo e perchè credo chiuda perfettamente questo post.

* per i più pettegoli: la prima volta in cui ho mangiato in un ristorante stellato è stata all’anniversario del primo anno di matrimonio, da Pierino Penati. Talmente a nostro agio nel contesto che Paola quasi sviene vedendo il menù senza prezzi (galanteria riservata alle signore e che lei ha genuinamente tradotto in “qui ci inculano a sangue”). Potrei citare molte scene analoghe, ma la più simpatica resta quella in cui chiedo il conto, il cameriere risponde: “Certamente, glielo porto subito. Gradisce una grappa?” e io penso: “Va che bel gesto, offrire una grappa in un ristorante così chic ad un poveraccio come me.”. Me l’hanno fatta pagare. Otto euro. Mi sale ancora oggi l’odio solo a pensarci. Per me potrebbe chiudere ieri.
La seconda volta invece è stata per l’anniversario dei cinque anni e siamo andati da Innocenti Evasioni. Decisamente meno a disagio della prima volta, fatico però a ricordare un singolo piatto di quella cena e questo credo non sia un bel segnale. Non ero uscito insoddisfatto o scontento, solo indifferente e, visto il prezzo, non è una bella cosa. Ricordo uno dei vini che mi avevano proposto in associazione ad un piatto però, infatti mi capita ancora oggi di ricomprarlo. Online.

L’amatriciana GIUSTA

Ci sono essenzialmente tre motivi per cui mi arrogo il diritto di scrivere la ricetta dell’amatriciana GIUSTA pur non essendo di Amatrice e avendoci anzi messo 2/3 abbondanti della vita a realizzare che non si chiamasse “pasta alla matriciana”:
1) Ho il giusto livello di ODIO verso le rivisitazioni gourmet.
2) Ho fatto un corso dedicato alle paste alla romana.
3) Se Enzo al 29 avesse una tessera frequent eater, la mia sarebbe d’oro.

Perchè l’amatriciana? Perchè dei sughi alla romana è l’unico che sono capace di fare. Pur essendo semplicissimi e composti da un numero minimo di ingredienti, infatti, i primi piatti laziali nascondono una miriade di insidie e realizzarli nel modo GIUSTO è una sfida che non è facile superare.
Prendiamo la carbonara, per esempio. 
In casa mia, da anni, sono abituato a mangiare spaghetti con la frittata. Li faceva mia madre e li fa anche la Polly. Mi piacciono eh, tanto anche. Però non posso non riconoscere siano una variante sbagliata perchè la ricetta esige l’uovo fluido, crudo e cremoso. Questo è addirittura un problema, per me, perchè io l’uovo crudo lo odio e ho sempre il terrore di ordinare una carbonara fuori casa proprio perchè, se viene fatta male, l’uovo crudo mi risulta mille volte meno sopportabile dell’uovo troppo cotto.
Quando però la mangi GIUSTA, capisci realmente cosa sia la carbonara e non puoi più fingere chiamando così anche la versione casalinga.
In giro si trovano ricette super complesse per arrivare al risultato, tipo questa, ma non credo che una carbonara GIUSTA valga tutto quel lavoro, soprattutto se posso farmi la mia pasta con frittata e apprezzarla comunque parecchio. La carbonara GIUSTA quindi io me la mangio al ristorante e morta lì.
Idem Cacio&Pepe. Non ho la minima voglia di impazzire per non far stracciare la cremina di formaggio, quindi quando la faccio a casa scolo la pasta e ci rovescio sopra due quintali di pecorino e pepe nero macinati, senza che faccia creme e generando una roba sbagliatissima, che però ha comunque il suo gusto.
Il messaggio è: la cucina GIUSTA esiste, ma sbagliare non è certo un dramma, basta farlo in modo consapevole.

Arriviamo quindi all’amatriciana.
Esiste un disciplinare per questo sugo, delle regole ferree per quanto concerne origine e dosaggio degli ingredienti, tipo di pasta e via dicendo. Questa ricetta se ne batte allegramente il cazzo, ma vi farà portare a casa la miglior amatriciana che abbiate mai preparato con le vostre mani. Pronti?

INGREDIENTI:
– Guanciale, una fetta spessa mezzo centimetro. 
– Passata di pomodori datterini Mutti
– Pecorino romano
– Pasta (su quale ci scanniamo dopo)
– Olio, sale e pepe nero macinato
– NON SERVE UN CAZZO D’ALTRO, mettete via quel peperoncino. Dai. Veloci.

PROCEDIMENTO:
Partiamo dal guanciale. Prendete la vostra fetta, pulitela dalla cotenna, e tagliatela a listarelle. Diciamo che dei parallelepipedi 0.5×0.5×2 cm funzionano, ma non dovete mettervi lì col righello. Basta non tritarlo e stare più regolari possibile per cuocerli in modo omogeneo.
Scaldate un bel po’ di olio in una padella e quando è caldo ci buttate il guanciale. “Eh, ma minchia pure l’olio, c’è già il grasso del guanc…” ZITTI. L’olio aiuta a rosolare il guanciale, è fondamentale, ma poi mica finisce nel sugo. Quando il vostro guanciale è super croccante lo togliete dalla padella e buttate tutto il grasso che rimane nella stessa. A questo punto avrete una ciotolina con i vostri pezzettini di guanciale croccanti, che devono avere la consistenza di un cracker e scrocchiare sotto i denti, e una padella senza grassi dentro, ma con quei residui marroncini appiccicati sopra che definiamo “fondo di cottura”. Ok?

Bene, ora è tempo di mettere a bollire l’acqua salata per la pasta. Ma che pasta?
Pare ovvio, i bucatini. E invece no. Non perchè non siano buoni, ma perchè dopo un po’ di tentativi ho realizzato che la pasta migliore per questo sugo, in termini di resa, sono i gran fusilli Voiello. Non prendo soldi eh, non sono marchette le mie. E’ proprio che se li fate con quella pasta lì il rapporto sugo:pasta in bocca è perfetto.

Prepariamo il sugo. 
La pentola è quella di prima, con le sue belle crosticine marroni. La rimettiamo sul fuoco e ci rovesciamo la passata di datterini Mutti. Perchè questa? Perchè è dolce. Il trucco infatti è non salare il sugo e usare una salsa dolce, visto che il pecorino romano è salatissimo. Idem come sopra, non è una marchetta, non sono un influencer. Sono solo goloso.
La salsa, liquida, vi aiuterà a deglassare il fondo del guanciale, basta passare un cucchiaio di legno e staccarlo, per mandarlo ad amalgamarsi al pomodoro. Fiamma bassa, lasciamo sobbollire fino a che la pasta è pronta. Al dente.

Ora abbiamo tutto quel che serve, basta mettere insieme i pezzi.
Scoliamo la pasta e la rovesciamo nella pentola del sugo, che togliamo dal fuoco. Aggiungiamo il guanciale croccante e mantechiamo tutto con il pecorino romano grattugiato, abbondante. Mantecare vuol dire mescolare fuori dal fuoco, ma lo sapete perchè ormai i programmi di cucina in TV occupano il 75% dei palinsesti.

Fine, l’amatriciana è pronta, potete al massimo aggiustarla di pepe se vi piace spinta. Io lo faccio, per dire, ma va a gusti. L’importante è realizzare che non state facendo un’arrabbiata o una puttanesca.
Una volta che capite questa cosa, avete svoltato.


Questo è il millesimo post di questo blog. MILLE.
Per un momento ho pensato che usarlo per la ricetta dell’amatriciana fosse uno spreco mondiale, ma alcuni sedicenti lettori mi hanno suggerito che difficilmente avrei potuto produrre niente di più rilevante e quindi eccoci qui.
A me un po’ di emozione però questa cosa la suscita, scusate, quindi mi prendo una postilla per ringraziare tutti quelli che, almeno una di queste mille volte, si son fermati a leggere quel che avevo da dire.
Grazie a tutti. <3

#AiBimbiServeIodio

Anche quest’anno le vacanze sono finite e anche quest’anno sono state l’occasione per fare un bel viaggio insieme alla famiglia.
Come nel 2016, un viaggio grosso, impegnativo, ma soprattutto psicologico: per me era importante certificare che l’arrivo di Olivia non ci avrebbe fermati e che, con tutte le limitazioni e le accortezze del caso, dal 12 dicembre scorso viaggiare sarebbe stato ancora possibile. Nell’organizzarlo, ora posso dirlo, ho avuto paura di aver fatto il passo più lungo della gamba e per quanto attento e preciso sia stato in tutta la gestione organizzativa, ci sono arrivato con un livello di ansia impareggiabile. Ancora adesso non me la sento di dire che è andato tutto benissimo troppo ad alta voce, eppure è stato così.
Ci siamo divertiti un sacco, tutti e quattro, ed è un ricordo che mi rimarrà per tutta la vita. Il nostro primo viaggio in quattro.
“I bimbi però non ricorderanno nulla, è un peccato.”
Me l’hanno detto in tantissimi. E’ vero. Per me però la cosa è andare in posti in cui loro possano stare bene e divertirsi, vivere bene il momento. Spero che la vita dia a loro le possibilità che sto avendo io, quindi se vorranno torneranno in posti che hanno visto con noi in modo più consapevole, da adulti. Io devo costruire le mie memorie, non le loro, pur avendo sempre presente al cento per cento che loro ci sono e che hanno esigenze diverse dalle mie. Poi magari viaggiare non sarà una loro passione, non è affatto detto che lo sia perchè viaggiare piace a tutti solo quando se ne parla a cena tra amici (l’ho spiegato qui). Della loro vita decideranno loro. Io intanto mi vivo la mia, che ora li vede certamente al centro, ma che pur sempre mia rimane.
Come di consueto ho raccolto i dettagli dell’esperienza in una guida, ma sto giro sono stato credo ancora più dettagliato e meticoloso del solito. Mi son preso gli appunti mentre ero lì, per dire. Ho pensato infatti che tutto lo sbattimento che mi sono fatto in fase organizzativa potesse tornare utile a qualche altra persona. 
Poi oh, magari qualcuno decide che ho un futuro come travel bloggher. Sai mai. Dubito però, perchè ancora una volta le foto che ho fatto non rendono sufficiente giustizia al posto. Sto giro almeno ho evitato di stare in ballo con la mia macchina fotografica ingombrante e complicata, male per male ho preferito scattare con il cellulare. Ho portato giusto la GoPro per le situazioni umide. Scattare con la mia GoPro (una vecchissima Hero3) è un po’ tornare ai tempi della pellicola perchè non ha il display, quindi fotografi alla cieca e speri ne esca qualcosa di decente, conscio del fatto che lo scoprirai comunque troppo tardi. E’ a suo modo un’esperienza anche quella.

L’hashtag di queste vacanze è #AiBimbiServeIodio, con le maiuscole ad inizio parola in modo che fosse leggibile per tutti. Credevo. Invece per molti ai miei figli servirebbe l’odio e forse, dopo aver dovuto spiegare cento volte questa cosa, inizio a pensare che gli serva sul serio.

Olivia

Alla domanda “Tu li vuoi dei figli?” io ho sempre risposto con un sì convinto. Faceva parte del progetto di vita che mi sentivo di costruire, a cui tendevo.
Mettere su famiglia.
Son quelle cose di cui magari non tutte le coppie discutono prima, molti se la vivono per come viene, ma io la mania del controllo e della pianificazione ce l’ho sempre avuta e fortunatamente mi son trovato una moglie con lo stesso disturbo. Entrambi volevamo dei figli ed entrambi ne volevamo due. E’ un po’ la risposta standard, no? Se parli di volere o meno dei figli prima di averne, di solito 2 è il magic number che viene fuori.
Il primo è nato due anni e mezzo fa, si chiama Giorgio e oggi è la prima cosa che mi viene in mente se penso ai motivi per cui dovrei alzarmi dal letto e vivere la mia vita. Mentre aspettavo che nascesse ero convinto che diventare papà sarebbe stata la più grande rivoluzione nella mia vita, ma non in chissà quale senso filosofico e astratto, io pensavo proprio alla mia vita di tutti i giorni. Basta uscire, basta viaggiare, basta dormire. Rinunce a cui ero disposto perchè fare un figlio era ciò che volevo di più.
Rinunce che però non ho mai fatto.
E’ ovvio i miei ritmi siano cambiati, anche se credo in questo pesi di più l’andare per i quaranta che non avere un figlio a casa, ma la realtà è che nonostante i presagi di sventura che mi ero disegnato in testa essere papà ha solo arricchito la mia vita. Ho continuato a dormire (ok, quello è culo), uscire e viaggiare.

All’inizio di questo 2017 Paola mi ha detto che poteva essere un buon momento per provare a fare un secondo figlio e io le ho detto sì. Il timing per la gestione dei due bimbi sarebbe stato ok e averli non troppo distanti di età era un’idea sensata.
Il giorno del mio compleanno Paola ha fatto il test ed era positivo.
Siamo in bagno e mi fa: “Sono incinta.”.
Io la guardo e rispondo: “Che cazzo dici?”.

Ho panicato.
Ho iniziato a pensare che tutto sommato in tre ce la stavamo cavando egregiamente e che perturbare la comfort zone che avevamo creato era a conti fatti un’idea del cazzo.
Ok, economicamente salvo disgrazie il secondo figlio non avrebbe impattato in maniera drastica, ma l’idea di dover rinunciare anche solo a qualcosina mi é parsa di botto inaccettabile.
Poi c’é Giorgio, che é un amore. E se la nascita di una sorellina lo sconvolge? Se me lo rovina?
Oltretutto io non posso non dormire. Dopo anni d’insonnia non ce la farei a tornare indietro. Giorgio non mi ha fatto perdere una notte, potrà mai andare così bene di nuovo?
Mi sono sentito come uno che ha vinto la lotteria e ha buttato via il biglietto fortunato.
Nove mesi di panico e agitazione covati sotto pelle, in silenzio.

Poi questa notte alla 1:17 è successo questo.

Ciao Olivia.
Tuo padre è un coglione, tocca che ci fai l’abitudine. Non è cattivo, ma tende a fare di cazzate problemi insormontabili e ci si rode dentro fino a che si rivelano, guarda un po’, delle cazzate. Si fa dei film assurdi il ragazzo, ma era sicuro che l’unico modo per superare il panico e le paure sarebbe stato vederti e abbracciarti.
E così è stato.

Da questa mattina, come per magia, ho due motivi per alzarmi dal letto.
Ed è bellissimo.

Viaggi che prima o poi

Quando smetti di scrivere dei viaggi che hai fatto ed inizi a scrivere di quelli che vorresti fare, significa che butta male. Ci sono delle ragioni per cui, se penso al mio prossimo viaggio, non riesco a collocarlo nel tempo nonostante fare itinerari, preventivi e fogli excel* ultra dettagliati sia uno dei miei passatempi preferiti.
Se mi chiedete il modo più giusto per spendere i soldi, viaggiare è la risposta. Vedere posti nuovi, provare ad assaporarne la cultura e a viverla per quanto possibile è l’unica cosa per cui non ho mai sentito di aver buttato via un solo euro.
Questa estate le mie vacanze saranno molto più tradizionali del solito (che non vuol dire brutte) e così mi sono ritrovato a fantasticare dei viaggi che mi piacerebbe fare in futuro. Diciamo i primi 5 della mia personale e ben più lunga lista di desideri.
Come ogni lista, è soggetta ai mutamenti nel tempo, ma per il momento questa è ed è su questa che si lavora.
In rigoroso ordine decrescente di preferenza.

CINA

Ad oggi la destinazione che mi affascina di più, sotto moltissimi punti di vista.
Ci sono le città, la natura, tantissima storia, una cultura completamente diversa, cibo super caratteristico: mi incuriosisce a 360°. Certo, dire “la Cina” non è che abbia molto senso, si tratta di un territorio vastissimo ed impossibile da visitare tutto, certamente non in un solo viaggio. Però credo che si possano fare degli itinerari “umani” che permettano di vedere molto di quello che mi attrae. Spulciando in rete ho trovato dei tour operator locali a cui, nel caso, mi appoggerei.
A differenza di molti, non ho particolare interesse per la regione Tibetana (che pure deve essere un bello spettacolo), io mi concentrerei maggiormente sulle grandi città e sulla regione sud/orientale. Diciamo che un tour che mi piacerebbe fare è questo, a cui andrebbe integrata solamente Hong Kong per essere grossomodo perfetto.
Ci sono però un po’ di fattori che rendono questo sogno non proprio prossimo alla realizzazione. Il primo è ovviamente il prezzo, che non è assolutamente proibitivo, ma nemmeno qualcosa che puoi fare senza pensarci. Poi c’è la questione bambini, sia per quanto riguarda il cibo che per eventuali esigenze sanitarie. Anche qui, non che sia infattibile, ma muoversi in un Paese in cui non capisci nulla della lingua (nemmeno quella scritta, cosa da non sottovalutare) e in cui farsi capire potrebbe essere altrettanto complesso rende tutto molto molto più difficile da organizzare. Il terzo fattore limitante è che alla Polly non interessa per niente e questo è chiaramente lo scoglio più grande da superare, visto e considerato che si tratterebbe di spenderci un bel po’ di soldi.
So essere snervante però, quindi nulla è perduto.

ARGENTINA

Dei cinque viaggi, con ogni probabilità questo è quello che non farò mai. Prima di tutto il costo: volendo fare le cose per bene è davvero proibitivo e purtroppo ho già usufruito del bonus “viaggio di nozze”. Poi c’è la questione logistica: troppe cose da vedere, che vuol dire molti giorni, e necessità di andarci quando qui è inverno, cosa che di solito si sposa poco bene con le esigenze lavorative.
Butta male insomma.
Talmente male che non ho mai nemmeno preso in considerazione l’idea di andarci, è l’unico dei viaggi su questa lista per cui non ho mai messo giù un’idea di preventivo, un draft di itinerario. Nulla. E’ la prima opzione a cui penso quando fantastico di vincere la lotteria però, quindi è giusto sia in lista.
Che dire sul posto? Basterebbe usare Google, cercando Patagonia o Terra del Fuoco per restare a bocca aperta. E poi c’è Buenos Aires, la Bombonera, le cascate dell’Iguazú… la carne alla griglia.
Mai dire mai.

OCEANO INDIANO

Qui il titolo è troppo vago, alla fine intendo un’opzione tra Seychelles, Maldive e Mauritius.
Io nell’oceano indiano non ci sono mai stato e prima o poi in uno di quei paradisi vorrei proprio passarci del tempo. Tra le tre opzioni le Seychelles sono la mia preferita, perchè offrono spiagge paradisiache e possibilità di girare un pochino, tra le isole e all’interno della stessa. Guardando un po’ in giro è anche possibile sistemarsi in b&b a prezzi non proibitivi, evitando così di farsi spennare da un resort. Le Maldive questa opportunità non la danno, per esempio, e gli atolli sono spesso un po’ troppo piccoli per essere sicuri di non annoiarcisi a breve. Mauritius offre invece moltissimo in tema “versatilità”, ma come mare resta sotto entrambe le altre possibilità e quindi, essendo di vacanza di mare che si parla, finisce anche all’ultimo posto in classifica. Poi certo, come cadi cadi in piedi, ma già che siamo qui a sognare facciamo tutti i distinguo possibili.
Le difficoltà nel mettere in piedi questo viaggio sono unicamente di tipo economico. I voli aerei tendono a costare tantissimo, specie nei periodi buoni, e anche vitto e alloggio costituiscono una spesa non indifferente. Escludendo quei pacchetti che cercano di propinarti in viaggio di nozze e accettando l’idea di spendere per una settimana di mare quello che spenderesti per fare altri viaggi ben più corposi, il tutto però è abbastanza fattibile. Volendo uno ci potrebbe aggiungere una notte a Dubai e togliersi lo sfizio di vedere pure quel circo lì.
Opzione overwater? Beh, ovvio. Tanto siamo qui a sognare, che mi frega. Togliermi lo sfizio di farci anche solo una notte sarebbe tanta roba.

ISLANDA

L’islanda doveva essere il viaggio del 2014, ma alla fine era saltato tutto per mille motivi che non sto qui a spiegare. Da allora, la voglia di andarci non è scesa di un millimetro.
Certo, bisogna essere disposti ad alcuni compromessi come per esempio accettare il fatto che possa piovere, che non faccia per forza caldo o che alla fine della fiera si tratta di una vacanza all’insegna del trekking, ma sono ultra convinto che paesaggisticamente l’isola ripaghi di tutto con larghi interessi.
Logisticamente ed economicamente tra le cinque è una delle più semplici da organizzare: non è una meta economica, quando mai, però può essere visitata in meno giorni senza troppe rinunce (io ai tempi ne avevo messi in conto una decina) ed il costo dei voli è significativamente inferiore a quello delle destinazioni concorrenti. Non vedo particolari problematiche legate all’andarci con bambini piccoli, oltretutto, il che rende la possibilità meno fumosa.
Quali sono i problemi, allora? Beh, la stagione. Ci sono due cose che mi piacerebbe assolutamente fare se andassi in Islanda: vedere l’aurora boreale e vedere le balene. Entrambe queste attività non sono fattibili in agosto, o per lo meno l’estate non è il periodo migliore per farle. Come rinunce non sono sufficienti a squalificare il viaggio, ma certo tolgono un po’ del suo appeal per quanto mi riguarda.
Dovessi scommettere oggi, comunque, questo è tra i cinque il più prossimo alla possibilità di concretizzarsi.

PERU

Va beh, il Perù è in lista per il Machu Picchu.
Vedere quelle rovine in quota è una cosa da fare, prima o poi, nella vita. Ho però l’impressione ci sia grande probabilità di un nuovo “effetto Guatemala”. Quando ho organizzato il mio viaggio in Messico, per me il Guatemala era solo Tikal. Poi però mi sono documentato e più leggevo, più tempo in Guatemala volevo passare, anche a costo di limare qualcosa del tour messicano. Alla fine estesi il viaggio di una settimana pur di non rinunciare a nulla e la decisione resterà una delle migliori della mia vita.
Per il Perù vale lo stesso discorso: più leggo in giro più cose vorrei vedere. Lima, il Lago Titicaca, le linee di Nazca, il canyon del Colca e tanto altro che ancora magari nemmeno conosco.
In questo caso i problemi organizzativi sono di tipo economico, considerato che anche questo viaggio tende ad essere piuttosto costoso sulla carta. Inoltre, viste le tante escursioni a piedi da mettere in conto, non è luogo consigliabile per bimbi piccoli e quindi non ipotizzabile nel prossimo futuro.


Insomma, queste sono le cinque destinazioni in cima ai miei desideri, ma la lista è ovviamente ben più lunga ed in continuo sviluppo (leggi: si allunga). Dieci anni fa in cima a questa lista c’erano probabilmente Messico, Hawaii e California quindi sono fiducioso di poterla limare ancora, con tempo, impegno e qualche sacrificio.

* i viaggi si pianificano su excel. Sempre.

Selfie

Stavo rientrando in box, questa sera. La Polly seduta affianco, Giorgio nel seggiolino dietro che diceva cose tipo “Oggi ho giocato tanto”.
Ero lì che guidavo e d’improvviso ho avuto la percezione che quello che sto vivendo sia il periodo più bello della mia vita.
Non so quanto durerà, io del futuro ho sempre e solo paura.
Sarebbe fantastico essere qui a pensare la stessa cosa, avere la stessa percezione della propria esistenza, tra moltissimi anni. Non è quello però il punto.
Domani non è importante, come non lo è ieri.
Il concetto di vivere il presente è qualcosa di ultra comune, quasi retorico, ma tra il predicarlo e il saperlo/poterlo fare c’é tutta la differenza del mondo.
Oggi, nel box, questa consapevolezza mi si è accesa nel cervello e mi ha sconvolto. Tante volte mi è capitato di rivalutare a posteriori porzioni della mia vita, quella sensazione agrodolce di malinconia verso momenti che “allora sì che si stava bene”.
Rendersi conto di stare bene oggi è tutta un’altra questione, ha tutta un’altra potenza.
È una roba speciale che non credo mi fosse mai successa prima.
La nebbia fittissima che avvolge il futuro continua a spaventarmi, oggi più che mai, ma per una volta non è bastata a scatenare le mie ansie.
Sono sdraiato al sole.
Potrebbe piovere? Certo, ma ora non c’é che qualche nuvola lontana quindi me ne resto sdraiato qui e, vaffanculo, me la godo.

Questo spazio negli anni è stato tante cose, ma per me era, é e sarà sempre soprattutto un posto dove mettere in ordine, scrivendo, i “casini” che ho in testa.
Farlo in internet può sembrare senza senso e forse lo è, ma con me ha funzionato e, devo dire, funziona ancora oggi dopo tanto, tanto tempo.

#GiorgioGoesToHollywood

Alla fine ci siamo davvero andati, a Hollywood.
Siamo stati anche in un sacco di altri posti, macinando una roba come 4200 km in due settimane. Come sempre ho messo online la classica paginetta coi dettagli del viaggio e un album con le solite foto brutte (sto giro ancora più brutte perchè credo la mia macchina abbia un problema di autofocus).
Quello che mi andava di scrivere qui sopra però riguarda più il fatto che la California è grossomodo da vent’anni la mia personale Terra Promessa. Ci sono cresciuto io, idealizzando la west coast. Tutto ciò a cui tendevo, l’immaginario con cui ho vissuto la mia adolescenza e post adolescenza arriva da lì e poterci finalmente andare, seppur con colpevolissimo ritardo, per me è stata una roba importante e ovviamente carichissima di aspettative.
La cosa che più mi spaventava era che finirci a 35 anni da padre di famiglia mi facesse sentire vecchissimo o comunque fuori contesto.
L’ultimo giorno me ne stavo in bici sul lungomare che collega Venice a Santa Monica, Giorgio nel seggiolino dietro di me. Il sole, le palme, l’oceano. Ad un certo punto arrivo ad uno skate park, così mi fermo. In rampa tra gli altri c’è un ragazzino che stimo sui sei anni. Ovviamente alterna salti assurdi a cadute clamorose e un po’ tutti lì intorno tifano durissimo per lui, soprattutto due signori sulla quarantina. Un uomo e una donna che gli danno il cinque e gli scattano tonnellate di foto.
Vedo questa scena e non posso che pensare la California sia una figata anche quando hai quarant’anni e dei figli.
E’ stupido vero?
Temo di sì, ma penso anche chissenefrega.
Ho visto posti bellissimi, ma alla fine il cuore l’ho lasciato a San Diego, che non saprei descrivere se non come la città dello stare bene. E a me piace stare bene.
Mi piace da morire.

Ci sono persone che ci hanno seguiti durante il viaggio grazie all’hashtag del titolo. Tantissimi cuori per voi.
Ancora più cuori ai Galmotz per il supporto tecnico e logistico impagabile.
Record di cuori alla Polly che mi ha permesso di realizzare il sogno di una vita.

“…living in the perfect weather, spending time inside together
Hey, here’s to you, California…”

La famiglia

Il 31 luglio del 2012 Tony Sly aveva suonato da qualche parte in Europa prima di rientrare in hotel e non svegliarsi mai più. Io non lo conoscevo, ma questa cosa su di me ha avuto un certo impatto. Da quando celebrare il lutto è diventata una pratica social, ogni volta che qualche personaggio pubblico lascia questa terra io mi ritrovo con metà dei miei contatti intenti a celebrarne la scomparsa e l’altra metà a postare, ciclicamente, la stessa tavola di Zerocalcare. Io non me la sento di dire quale delle due fazioni sia nel giusto, non lo so, ma posso certamente dire che di Tony Sly a me importava più di quanto mi importi di metà abbondante dei miei amici su Facebook e questo è un fatto. Ha influenzato la mia vita, ne ha fatto parte. Potremmo raccontarci che questo tipo di relazione sia unidirezionale, visto che solo uno dei due protagonisti della storia conosce effettivamente l’altro, ma non è così. Ogni volta che Tony Sly ha preso in mano una chitarra per dire qualcosa, l’obbiettivo era dirla a me. Non sapeva chi fossi, ma era certo (o forse si augurava soltanto) che da qualche parte ci fossi io pronto ad ascoltarlo. Ero la ragione che lo spingeva a fare quello che amava fare. Non so come funzioni per voi, ma nella mia vita le persone che mi spingono a fare ciò che faccio hanno una certa importanza. Quindi ecco, se lo chiedete a me, sentire il peso per quella scomparsa è del tutto normale. Sacrosanto, anzi.
Ad un anno dalla morte di Tony Sly è uscito un disco. E’ una raccolta di suoi pezzi, suonati da diverse persone della scena di cui ha fatto parte. E’ l’unico disco che io abbia mai pre-ordinato in vita mia. Quando mi è arrivato l’ho messo in macchina e l’ho ascoltato. L’ultima traccia è “International you day”, la suonano Joey Cape e gli Scorpios e si chiude con la dissolvenza del pubblico che grida “Tony”. Sentirla quel giorno mi ha annodato di nuovo la gola e inumidito gli occhi. Di quel disco oggi mi rimangono l’adesivo “Never forget Tony Sly” attaccato sullo stereo di casa e il ricordo di quel groppo in gola. Ditemi voi che senso potrebbe mai avere mettersi qui a scrivere del fatto che sia o meno un buon disco.

Poco fa sono uscito dal cinema dopo aver visto Fast & Furious 7. Domani ci saranno sicuramente un sacco di siti e blog che ve ne parleranno in maniera critica, analizzandolo da un punto di vista cinematografico. Sulle pagine che di solito leggo io immagino qualcuno ne parlerà bene perchè tutto sommato il ritmo è sempre alto, ci sono tante scene di combattimento e la ricerca dell’eccesso introdotta da Lin nella serie trova una certa continuità in questo settimo episodio. Credo ci sarà anche gente che ne parlerà male, sottolineando uno script talmente lacunoso da risultare offensivo, un uso della CGI completamente illegittimo e una totale mancanza di cura nella regia dei tanti combattimenti, inquadrati sempre da troppo vicino. Alcuni potrebbero spingersi in un’analisi sulla presenza o meno delle auto, che ormai a conti fatti sono il fulcro della saga solo per alcuni aficionados. Forse ci sarà anche chi proverà a collegare i limiti del film al peso che la scomparsa di uno dei protagonisti ha avuto sulla lavorazione dello stesso. Tutto giusto.
Come ogni volta che vado al cinema, anche questa sera ho pagato il biglietto in cerca di qualcosa. A spingermi è stato lo stesso bisogno che mi ha portato a pre-ordinare il disco di cui sopra. Sentivo il bisogno di un’ultima corsa con Brian O’Conner. Il primo Fast & Furious io l’ho visto quando è uscito, Arcadia di Melzo in Sala Energia. Ci ero andato insieme agli amici con cui, a casa, consumavo i joypad in sfide a Tokio Xtreme Racers ed eravamo ovviamente in sala per le macchine. Quando mi sono ritrovato di fronte un tizio in vans e pantaloni corti a fare il protagonista la folgorazione è stata immediata. A vent’anni non saprei dire se fosse più una cosa tipo: “Lui è uno come me” oppure “Voglio dannatamente essere come lui”, ma da quel momento per il sottoscritto Fast & Furious è sempre stato Brian. E le macchine. Guidavo (e guido tutt’ora) una Yaris, ma il sabato pomeriggio mi capitava di andare con gli amici in negozi specializzati in tuning. Compravo qualche cazzata tra le poche che potevo permettermi da studente e la montavo in macchina. Era una cosa giusta perchè il tuning non era pratica da zarri tipo elaborare il motorino. Brian aveva definito inequivocabilmente che era roba per gente a posto. In inglese dicono “role model”.
Questa sera ero all’Arcadia in Sala Energia. Con me c’erano gli stessi amici del 2001 tranne uno, impegnato a casa con il figlio di tre giorni. In più questo giro c’erano mogli e compagne, perchè la vita va avanti, continua e ci ha portati tutti a diventare adulti, nostro malgrado. Negli ultimi minuti sullo schermo è passato l’omaggio che tutti sapevamo ci sarebbe stato. Sento il groppo, mi si inumidiscono gli occhi. Dentro di me penso di passare per coglione a commuovermi per Fast & Furious. Guardo più volte la Polly come punto di riferimento perchè, cazzo, lei piange ogni volta che sullo schermo passa qualcosa di anche solo vagamente toccante, ma ovviamente questa volta niente e così io mi sento ancora di più fuori luogo. Dentro di me però so benissimo di essere andato al cinema per quello e, di conseguenza, sono contento.
Non so se usciranno altri Fast & Furious. Non so se li guarderò. Se lo farò sarà per vedere un film, quindi poi magari in seguito ne parlerò come si parla dei film, belli o brutti.
Oggi ero al cinema per omaggiare il tipo con le vans.
Ed è quello che ho fatto.

Mancherai tanto.