One last kiss

Un altro post. Ebbene sì.
Venerdì sera tranquillo. Niente da fare, vado con la Polly a vedere Dragon trainer 2 (MEH) allo spettacolo delle 20:00, poi mangiamo una roba al volo da Rossopomodoro (NO) e alle 23:00 scarse siamo a casa. In serate così è un attimo finire su youtube/spotify a cazzeggiare. Se non si accende casualmente la play, dico.
Solite cose: ascolti un pezzo, che ne chiama un altro e poi un altro ancora. Decidi di fare una playlist che non riascolterai mai più e ci passi diciamo due ore. Inizi per associazione di idee, poi cerchi i pezzi che vuoi metterci, poi pensi ai pezzi che devi metterci per forza e cerchi anche quelli. E poi togli almeno 2/3 dei pezzi che hai scelto perchè non stanno bene con l’ultimo che hai tirato dentro e la tua playlist è diventata un’altra cosa rispetto all’idea originaria, ma ormai sei in ballo e la devi finire. Che vuol dire arrivare ad avere un numero di tracce nell’intorno di 15, in un ordine che ritieni funzionale al messaggio e alla playlist stessa. Come dicevo: le solite cose.
Sta di fatto che ad un certo punto, scartabellando la mia libreria su Media Player mi è capitato in cuffia un pezzo che non sentivo da boh, tantissimo. Il pezzo si chiama “One Last Kiss” e nella mia playlist sta a nome Adventures of Jet. Il disco è Muscle. L’anno d’uscita è il 2003. Prendiamo queste info e mettiamole lì.
Sto pezzo è finito nel mio PC indicativamente tra il 2003 e il 2006. Sono quasi sicuro di averlo letto, nominato da qualcuno, sul forum di Munnezza. Però per una volta non era una roba tipo leggi un commento e ti viene voglia di ascoltare il pezzo in questione. Ricordo che c’era un dibattito legato all’autore. Una di quelle discussioni tipo: “Oh, ma sapete mica di chi è il pezzo che fa così/dice così/che si sente in quel contesto lì?” e d’improvviso tutti lo conoscevano, tutti lo cercavano e nessuno aveva ragguagli in merito. E alla fine uno è arrivato e ha detto: “Ma sì, sono gli Adventures of Jet.” e io mi sono fiondato su internet e l’ho cercato, a lungo, fino a che l’ho trovato e scaricato. Era un pezzo figo, effettivamente. Genuino, con un certo tiro, delle melodie oneste e quell’alone sporco e ruvido che aveva quasi tutta quella roba lì in quegli anni lì. Finisce a schifio, con ognuno che suona per conto suo in un tripudio di ignoranza, ma gasa il giusto. Abbastanza da fare il secondo passo e cercare tutto il disco.
Introvabile.
Ai tempi i dischi introvabili erano più di qualcuno. Se non la ritenevo una causa degna di farsi venire il fegato gonfio, mollavo presto il colpo e mi accontentavo del pezzo che avevo. Per questi Adventures of Jet andò così.
Dieci anni dopo, Dio, per distrarci dal fatto che ancora esistano le zanzare ed il meeting di CL, ci ha donato Spotify e così quando alle 2 di notte mi è finita in cuffia la canzone incriminata, ho azzardato di nuovo il famoso secondo passo e ho deciso di sentirmi il disco per intero. Anche su Spotify trovare il disco o il gruppo non è immediato, però c’è.

Lo faccio partire. La prima traccia è fatta di rumoreggiare e tastierine. Pare una roba simpa per iniziare il disco, suona un po’ troppo pulita, ma potrebbe anche starci. La seconda traccia fa nascere il dubbio. Ancora tastiere, ancora suoni pettinati. La terza però è lei, di nome e di fatto. Mh. Andiamo avanti. Dalla quarta in poi, di nuovo in linea con l’inizio del disco. E’ evidente che la traccia di mio interesse sia inserita a cazzo in un disco che non c’entra niente. Va beh, non muore nessuno. Però io resto con la voglia di ascoltare il disco e, alle due passate di notte, ne so meno di quando mi ci sono messo.
Usiamo google. Cerco “Adventures of Jet”, ancora con l’idea che fossero sbagliate tutte le altre tracce. Occam a casa mia è un barbiere. Trovo qualcosa. Pochissimo. Ma con pazienza tiro insieme i pezzi e finisco sulla pagina dei Bobgoblin. Mi faccio una veloce cultura leggendo la bio e poi passo alla sezione musica, dove in fondo trovo anche le release a nome Adventures of Jet. Muscle è lì in bella mostra e si può ascoltare in streaming. Figata. Lo faccio partire e scopro che le tracce erano tutte giuste anche su Spotify, tranne “One Last Kiss” che, ovviamente, è un altro pezzo completamente in linea con il contesto.
Maddai.
Così riprendo in mano la traccia di cui voglio scoprire l’origine e memorizzo la prima strofa. “Down and lost again, intetions through the door”. Inizio a scriverla su Google per vedere se dal testo riesco a risalire al pezzo e all’autore. Scrivo “Down and lost again” e il browser autocompleta la citazione. Mi sento uno stronzo. In primis. Poi penso che magari è una cover di un pezzo famosissimo, tipo dei Beatles, e che se così fosse di risalirci dal testo non se ne parla. Ho già in canna due o tre Madonne, quindi, ma ci provo uguale e premo invio. Con mia somma sorpresa esce un sito di lyrics che riporta la citazione a nome Jerry Can. Dai che forse. Torno su Spotify e cerco. Niente. Cerco meglio. Trovo.

E’ la opener di un disco targato 2010. E’ impossibile che questo pezzo sia uscito nel 2010. Faccio partire il disco. Questa volta ci può stare. I pezzi sono abbastanza distanti tra loro e dalla traccia iniziale, ma la voce mi pare sia quella e i suoni sono sufficientemente approssimativi da risultare simili. Si va da roba tipo Lagwagon a roba tipo Good Riddance. Molta pattumiera, qualche cosa di decente. Mi faccio l’idea sia una raccolta uscita nel 2010 di pezzi da demo di varia origine e natura. E’ una spiega che può bastarmi, alle 3 del mattino.
Ci scrivo prima su due righe su FB, poi mi ricordo che ho un blog e butto giù un post.
Oh, “We had it all” è figa.
It was totally worth it.

The universe window

Tempo fa avevo scritto del mio tentativo di approccio a Fringe fatto, sostanzialmente, della visione dell’intera prima stagione. Avevo anche scritto che quella mi era bastata per decidere di mollare tutto e dedicarmi ad altro.
Son passati anni e vuoi per il continuo sentire più o meno da tutti che avevo mollato troppo prematuramente, vuoi per l’hype generato dalla messa in onda del season finale, io e la Polly abbiamo deciso di imbarcarci di nuovo nell’impresa e ci siamo recuperati, in una ventina di giorni, tutti i restanti episodi della serie.
Oggi, dopo la visione dell’ultimo atto, non posso che sedermi, tirare le somme, e ringraziare chi mi ha spinto ad andare avanti. Fringe è una serie bellissima, che nei momenti più alti forse risulta addirittura inarrivabile e che, pur non priva di moltissimi difetti, si fa apprezzare anche per la volontà di chiudere tutto.
E qui, il parallelo non può che essere con Lost.
Andiamo però con ordine. La prima stagione mi aveva fatto schifo essenzialmente per due ragioni. Uno: l’andamento era troppo procedurale a scapito di una trama orizzontale potenzialmente interessante, ma eccessivamente diluita credo anche a causa del fatto che gli autori stessi non sapessero dove andare a parare (vedi Massive Dynamics che, al principio, sembrava davvero dover’essere la causa di tutti i mali). Due: ci ho visto un atteggiamento “stronzo” nei confronti della fantascienza e della scienza in generale, fatto spesso di espedienti spicci e giustificazioni sommarie che io proprio non riesco a digerire. In questo la serie è migliorata tanto con l’andare delle stagioni (non sto a fare noiosi esempi), dimostrandosi più accurata nelle basi su cui fondare le proprie teorie fantascientifiche e quindi più gradevole per chi la guarda con il mio approccio. Dal punto di vista ideologico resta comunque difficile sorvolare sulla demonizzazione costante di scienza e scienziati, immortalati nel corso delle stagioni in tutte le loro possibili derive malvagie fino a diventare, nella stagione conclusiva, addirittura artefici di una dittatura. Come per altri telefilm (o film, musica, ecc…) tuttavia, un messaggio di base del tutto non condivisibile non pregiudica il mio apprezzamento al prodotto e quindi non mi ha impedito di amare ciò che alla prima stagione è seguito.
Il momento migliore di Fringe, se di momento si può parlare, per il sottoscritto va dall’episodio finale della season one a circa metà/tre quarti della terza. In questo arco di tempo viene fuori davvero il meglio del prodotto, sia in termini di personaggi, che di archi narrativi. L’antagonismo tra universo blu ed universo rosso, la caratterizzazione di tutti gli alter-characters, la magistrale prospettiva data allo spettatore che si immedesima nell’abitante dell’universo blu e percepisce come “nemico” l’universo rosso, seppure a conti fatti quest’ultimo non abbia mai fatto nulla di ostile nei confronti del primo e, anzi, stia collassando proprio a causa di quelli che questo taglio sublime ci porta ad identificare come i buoni.
Tutto molto bello.
Con la fine della terza stagione però arrivano i primi guai, intesi come momenti non proprio altissimi. Il finale della season three è credo il punto più basso toccato dallo show, tra incongruenze evidenti (o perlomeno percepite come tali) e personaggi alla Sam Wise messi lì unicamente a giustificare svolte narrative inspiegabili. Tutto confuso, tutto tirato assieme in malo modo. E’ un po’ uno spartiacque visto che da lì in avanti lo show si concederà diverse infrazioni alla sacrosanta regola dell’acquario (cit. Darth Von Trier), che riporto di seguito:

Da appassionato di fantascienza ho sempre notato che una costante dei buoni lavori del genere, vuoi letterari e fumettistici o cinematografici, è la coerenza deterministica degli assunti dell’opera, per tutta l’opera e indipendentemente da quanto possano essere assurdi: se stabilisci delle regole quelle sono e rimangono per tutta la durata della faccenda. Un po’ come in un acquario, in cui l’ecosistema è chiuso e perfettamente auto-sufficiente, a prescindere da quanto siano strane le cose che ci stanno dentro, palombari di plastica e casse del tesoro compresi. Un buon acquario, oltre ad essere bello, deve anche avere la sua coerenza interna, altrimenti i pesci muoiono. Allo stesso modo in un buon progetto di fantascienza, nel mondo inventato di sana pianta che racconti, non devono esserci falle di ragionamento o sospesi non desiderati, sennò sei Lindelof.

Appunto.
Con la questione viaggi nel tempo, le timeline gestite a volte come veri e propri universi paralleli e a volte no e mischiando a piacimento le due più accreditate teorie sul viaggio nel tempo (Terminator e Ritorno al futuro, per intenderci), quello che ne esce è spesso un mezzo pastrocchio. Come fu per Lost quindi, la fortuna dello show è che questo casino succede a serie inoltrata, quando le storie dei personaggi son già molto radicate nel cuore di chi guarda e quindi con un po’ di puntate di assestamento e qualche taglia e cuci privo di apparente logica, il plot può essere rimesso sui binari senza troppi danni e senza smantellare la passione di chi sta seguendo. Così dopo i primi episodi della quarta stagione, il tutto riprende quota e pur non arrivando ai picchi precedenti, si assesta comunque su livelli assolutamente discreti. Ad onor del vero ho apprezzato moltissimo anche il drastico cambio di rotta per la stagione finale, che sposta tutto da un piano più investigativo, ad uno più action. Non sembrerebbe quasi nemmeno la stessa serie, le dinamiche vengono completamente stravolte, ma l’effetto per me è stato comunque molto interessante e piacevole.
La cosa però che più di tutto va riconosciuta a Fringe è il tentativo di chiudere i cerchi. Bene o male che fosse, con scelte condivisibili o meno, io ho visto un grande sforzo degli autori nel tentare di non lasciare nulla in sospeso, di tirare i fili della continuity e chiudere quindi senza che lo spettatore avesse voglia di mettere loro le mani in faccia.
Tutto quello che è mancato a Lost, insomma.
Quindi niente “Chissenefrega delle spiegazioni, l’importante sono i personaggi”, ma invece una gestione del tutto più attenta, volta a dare all’intera opera e non solo alle parti più easy da manipolare una chiusura dignitosa. Poi le scelte possono piacere o meno, sia chiaro, perchè il punto non è lì. Non lo è mai stato.
Per chiudere, quindi, Fringe è una serie bellissima con tanti difetti e chiunque dovrebbe guardarsela tutta.
Soprattutto “White tulip“.

Piccole novità post ferie

Rientrato ieri dalla Turchia, non ho perso tempo e mi son messo subito a lavorare a quelli che di solito sono gli appuntamenti fissi post ferie.
Il primo è la classica mini guida che redigo ogni volta che faccio una vacanza itinerante. Il link è questo, ma la si può trovare come al solito nella sezione “itinerari” del sito.
La seconda cosa è l’annesso album con le foto migliori del viaggio. Anche in questo caso, il link è qui, ma ci si può arrivare tanto dalla sezione foto del menu qui a destra, quanto dalla previa citata miniguida.
Già che ero in ballo ad aggiornare e ricaricare parti di questo sito, ho deciso di mettere mano anche alla sezione musica che era priva di aggiornamenti da più di un anno (chi se ne fosse accorto vince la mia simpatia). Al momento quella parte del menu è quindi stata rimossa e verrà reintrodotta presto (indicativamente) all’interno di quel progetto sulle monografie di cui ho tanto parlato, ma che non ho ancora iniziato.
Il progetto però c’è, non si scappa.
Ecco, queste le novità principali.
Per il resto io ho passato delle ottime, seppur brevi, vacanze e sono rientrato abbastanza riposato.
Di tutto quel che ho fatto in queste due settimane però, vorrei scrivere solo del secondo libro di Josh Bazell, “A tuo rischio e pericolo”, perchè è semplicemente un capolavoro. Gli dedicherò un post in questa settimana. Vi basti sapere che è un libro su un mostro lacustre che cita “Science” e il “New England Journal” come referenze qua e la, e che alla fine ha una bibliografia chilometrica. Ah, e che fa letteralmente morire dal ridere.
Nient’altro da dire.
Domani sera probabilmente andrò a vedere “The Expandables 2”, con ben due giorni di ritardo. Se tutto va bene, scriverò anche di quello.
Si preannuncia una settimana ricchissima di aggiornamenti.

Il CD delle vacanze

Il countdown da vacanza è iniziato.
Tra quattro giorni, più o meno a quest’ora, sarò in quel di Istambul pronto ad iniziare il mio tour attraverso le mi si dice meravigliose terre turche e devo riconoscere che poche volte ho avuto una voglia così spasmodica di partire.
Ho voglia di vacanze.
Roba che oggi ho preso un “Mojito Soda” alle macchinette del lavoro, scoprendolo una lemonsoda con concentrazioni omeopatiche di aroma di menta. Una merda, a voler essere sintetici. Insomma, il clima è quello, e dover tirare ancora quattro giorni non aiuterà a smorzare i toni.
Prima di partire, gli obbiettivi da me prefissati erano essenzialmente due:
Il primo consisteva nell’acquisto di una montagna di canotte. Questa sarà l’estate della canotta, fatevene una ragione. Tank summer. Io, di certo, di farmi trovare impreparato proprio non avevo voglia, così mi son dato agli acquisti.

Eccole. Tutte belle, tutte incapaci di starmi bene. Però vaffanculo, almeno per una volta non tornerò con l’abbronzatura di chi è stato sui ponteggi per due settimane, evitando l’odiosa riga a mezzo bicipite tipica del t-shirt guy.
Il secondo punto invece stava nel mettere insieme il classicissimo CD della vacanza. La modalità scelta è quella dell’ultima volta, con 10 tracce per partecipante sapientemente accostate, equalizzate e masterizzate dal sottoscritto.
Rispetto la volta precedente, sto giro si parte in quattro quindi i CD saranno solo due, di venti tracce ciascuno. Li sto risentendo in questo momento e, sinceramente, sono una roba che va ampiamente al di là del bene e del male.

CD1:
01 – Gabri Ponte Ft. Dorotea Mele – Lovely on my hands (Simo)
02 – Foo Fighters – Walk (Polly)
03 – Florence and the machine – Shake it out (Giudi)
04 – Cancer – I Felt Hope (Manq)
05 – Shakira Feat. Pitbull – Rabiosa (Simo)
06 – Baustelle – Charlie Fa Surf (Polly)
07 – The Ting Tings – Hands (Giudi)
08 – Finch – Without You Here (Manq)
09 – Scissor Sisters – Only The Horses (Simo)
10 – Max Pezzali Ft. J-Ax – Sempre noi (Polly)
11 – M.I.A. – Bad Girls (Giudi)
12 – Lit – Zip-lock (Manq)
13 – Pitbull Ft. Chris Brown – International Love (Simo)
14 – Coldplay – Speed of Sound (Polly)
15 – Rebecca Ferguson – Glitter & Gold (Giudi)
16 – Derozer – Mururoa (Manq)
17 – Avicii – Levels (Simo)
18 – Jimmy Eat World – The Middle (Polly)
19 – Planet Funk – These Boots Are Made For Walking (Giudi)
20 – Defeater – I Don’t Mind (Manq)

CD2:
01 – Biffy Clyro – Mountains (Polly)
02 – Arisa – L’Amore È Un’Altra Cosa (Giudi)
03 – Justin Bieber Vs. Slipknot – Psychosocial Baby (Manq)
04 – Jennifer Lopez Ft. Pitbull – Dance again (Simo)
05 – Linkin Park – Burn It Down (Polly)
06 – FloRida – Whistle (Giudi)
07 – MxPx – Wrecking Hotel Rooms (Manq)
08 – Tacabrò – Tacatà (Simo)
09 – Foo Fighters – These Days (Polly)
10 – Le Tigre – I’m So Excited (Giudi)
11 – The All-American Rejects – Move Along (Manq)
12 – Guru Josh – Infinity 2012 (Simo)
13 – Minnie’s – Se Arriva Il Temporale (Polly)
14 – Lana Del Rey – Blue Jeans (Giudi)
15 – Blink 182 – Wasting Time (Manq)
16 – DJ Antoine – Ma Cherie (Simo)
17 – James Blunt – Carry you home (Polly)
18 – Coldplay Ft. Rhianna – Princess of China (Giudi)
19 – Vs.Rome – It’s Home Where I Am Not (Manq)
20 – Bob Sinclar ft. Pitbull – Rock The Boat (Simo)

Come detto, roba per stomaci forti. Dovendo giustificare le mie scelte, volevo roba estiva, roba che non desse troppo fastidio agli altri, ma neanche che fosse completamente digeribile viste le innumerevoli tracce di Pitbull che mi son state recapitate tra capo e collo. E poi ho messo cose che, per motivi vari che vanno dal compilare liste improbabili dei pezzi degli ultimi due decenni al vedere concerti che pensavo facessero schifo e che invece no, sto ascoltando parecchio.
Bon, questo post da aria di vacanza può considerarsi concluso.
Vado a farmi una doccia.

Wanna Marchi

Girando qua e la per la rete mi sono imbattuto in un post su Bioetica che rimandava a sua volta ad un altro paio di post apparsi su Blog(0).
In tutte queste pagine si parla di omeopatia, dell’assenza in questa pratica di qualsivoglia fondamento scientifico e del fatto che una multinazionale francese abbia deciso di querelare, o meglio intimidire, un povero blogger reo solamente di aver ribadito ancora una volta questo concetto.
Tempo fa io e la Polly avevamo combattuto una battaglia simile scrivendo una lettera ad Ok Salute in cui chiedevamo cortesemente di smetterla di dare spazio ad articoli sull’omeopatia in cui si lasciava intendere come questa potesse davvero essere considerata come alternativa alla farmacologia classica.
La rivista ci aveva risposto, dicendo che in realtà avevano anche pubblicato articoli che chiarivano il fondamento non scientifico della disciplina omeopatica. Noi quegli articoli non li abbiamo mai trovati, ma almeno la risposta era stata garbata.
Il punto della questione è che chi fa un mestiere come il mio o anche solo ha delle basi di medicina, farmacologia o scienza in generale, non può tollerare un certo tipo di disinformazione, perchè si gioca con la salute della gente.
Partendo dal presupposto secondo cui ognuno è libero di curare il proprio corpo come meglio crede, io non sono contrario al poter trovare in commercio prodotti omeopatici, così come non sono contrario ai viaggi a Lurdes o a Medjugorje. Ognuno è libero di credere quello che vuole e comportarsi di conseguenza.
A darmi fastidio sono le operazioni di marketing che sfruttano l’ignoranza per generare profitti.
Chiariamo quindi la questione anche su queste pagine, nella speranza di poter essere utili a qualcuno. Cercherò di semplificare, sperando di non commettere imprecisioni.
I rimedi omeopatici si basano sul concetto di diluizione. La teoria alla base sostiene che diluendo un principio attivo in maniera estrema non si vada ad inficianre l’effetto curativo, ma anzi, lo si possa addirittura accentuare. Tradotto significa prendere un farmaco e diluirlo all’ennesima potenza (si parla se non erro di centinaia di diluizioni centesimali consecutive) fino ad ottenere, tenetevi forte, acqua. Esemplifico: avete mal di testa? Sciogliete una bustina di nimesulide nella vostra piscina comunale e poi bevete un bicchiere dell’acqua in essa contenuta.
Basterebbe solo utilizzare un minimo di razionalità per comprendere come il meccanismo scricchioli, ma non è così che la farmacologia smentisce le pratiche omeopatiche.
La base su cui la farmacologia si fonda è il controllo in cieco che paragona un farmaco ad una sostanza inerte chiamata placebo.
La regola aurea, in soldoni, è questa: se la sostanza in esame cura più persone del placebo è possibile definirla come farmaco. Altrimenti no. Nel caso dei rimedi omeopatici questa differenza non c’è.
Questo significa che nessuna persona curata con il rimedio omeopatico (o col placebo) guarisce dalla malattia? Assolutamente no. In molti casi si raggiunge comunque la guarigione anche senza essere stati adeguatamente trattati con farmaci. Se si assume un farmaco però le possibilità di guarire crescono.
Esemplifico ancora. Prendiamo trenta malati di influenza. Ne trattiamo dieci con un anti influenzale, dieci con un rimedio omeopatico e dieci con acqua. Alla fine del trattamento, 7 delle persone trattate col farmaco saranno guarite, mentre solo tre delle persone trattate con l’acqua o con il prodotto omeopatico raggiungeranno lo stesso risultato. Ovviamente la questione è numericamente e teoricamente più complessa di così, ma spero l’esempio aiuti a capire.
La cosa sbagliata dell’omeopatia (e di altre pratiche che non menzionerò di nuovo per non far arrabbiare troppe persone con lo stesso post) sta nel fatto che questo principio non viene spiegato.
Per questo motivo, credo e spero, in Italia è addirittura illegale pubblicizzare prodotti omeopatici.
Ok, spero di aver spiegato la faccenda in maniera chiara, precisa ed esaustiva.
Mi prendo le ultime righe essenzialmente per precisare due cose:
1- I rimedi naturali NON sono da considerare omeopatici e non deve essere fatta confusione in merito. Esemplifico: bere una camomilla per calmarsi non è un rimedio omeopatico. La camomilla contiene un principio attivo che, a certe concentrazioni, è scientificamente provato dare l’effetto desiderato. Quindi il concetto è se assumere tot mg di principio attivo sotto forma di bevanda dal sapore piacevole, o in pastiglia. La concentrazione di principio attivo però NON CAMBIA. Differente sarebbe dirvi di mettere una bustina di camomilla nella piscina di cui sopra, berne un bicchiere e dichiararne gli stessi effetti curativi.
2- Io e questo blog supportiamo non solo la causa dell’informazione onesta e completa sui rimedi omeopatici, ma soprattutto i privati cittadini che solo per averne parlato in maniera critica, ma con cognizione di causa, vengono attaccati ed intimoriti da aziende multinazionali.
Il manganello, brandito da avvocati in giacca e cravatta, non è meno pericoloso.

Teaser

Giusto perchè il video del mio viaggio di nozze sarà il “Chinese Democracy” dei video amatoriali e giusto perchè non si dica che non ci ho nemmeno provato, ecco una piccola anticipazione di quel che sto facendo.
Lo so, qui di video non c’è nulla, son solo foto, ma questa cosa mi serviva per familiarizzare un po’ coi vari After Effects e Premiere. Il difficile, ovviamente, arriverà adesso.
Ovviamente va visto in HD.

The time I was in Mexico and Guatemala

Tre settimane sono sono passate e io sono tornato a casa, ma quello che si è appena chiuso è stato sicuramente uno dei migliori viaggi della mia vita.
Ci sarebbero molti modi per raccontarlo. Uno è mostrare delle foto, ma sono tante e prima che le sistemerò per bene e ne sceglierò un numero ragionevole per il consueto album fotografico passerà un po’ di tempo. Un altro è scrivrere la classica miniguida, ma anche per quello credo ci vorrà un po’ causa piccoli problemi logistici che sto incontrando misurandomi con google maps e la sua scarsa propensione a segnalare le strade guatemalteche. Un altro ancora potrebbe essere mostrare un bel filmino che riassuma i momenti migliori del viaggio, ma anche in questo caso credo servirà ulteriore tempo al sottoscritto per montare insieme i 30 giga di filmati che ha sull’hd (e poi, detto tra noi, essendo la prima volta che mi cimento in riprese di una vacanza, alcuni dei momenti salienti me li sono persi).
Insomma, ci sarebbero un sacco di maniere per poter raccontare questo viaggio come si deve, ma al momento per motivi diversi l’unica che posso permettermi è scriverne. Sono state tre settimane intense, in cui si è girato tantissimo e si è visto ancora di più. Il Messico, terra promessa da tempo immemore per il sottoscritto, è veramente bellissimo in tutti i suoi aspetti, dai paesaggi, alla storia, al mare, alla cucina, alla tequila alla gente locale e via dicendo. Il Guatemala, per quel che ho visto, non è asolutamente da meno. Anzi, meriterebbe sicuramente visite più approfondite. Fino a pochi giorni dal rientro, quando siamo giunti nello Yucatan, le zone attraversate erano quasi del tutto incontaminate, prive di turisti e di relativo caos. Meraviglioso. Chiaramente poi sul mare la situazione è cambiata, ma un po’ di relax ci voleva anche ad essere onesti.
Sicuramente un viaggio che resterà per sempre nel mio cuore.

* Uno dei posti più belli che io abbia mai visto.

Stati d’animo

Ogni volta che si parte per un viaggio, specie se si va lontano, c’è quell’ansia mista ad eccitazione che ti stringe lo stomaco.
Anche sta sera, a più o meno dodici ore dalla partenza, la sensazione è quella lì.
Che poi oh, non so se è solo una roba mia, o per tutti è la stessa cosa.
Io la vivo così.
La valigia è fatta. Mel è nello zaino con la fotocamera, mentre la camera mask è nel bagaglio imbarcato.
Sta sera, mentre con la Polly si preparavano i bagagli, ho fatto due riprese che dovrebbero fare da prologo al filmino del viaggio che ho la pretesa di provare a realizzare. Vedremo cosa ne uscirà e soprattutto se non mi romperò le balle di filmare dopo pochi giorni o magari poche ore.
Per la prima volta dopo diversi anni non ho un CD della vacanza. Questo perchè non saremo in macchina e non dovrò guidare.
Vacanza strana, sotto tutti i punti di vista.
Forse perchè non è una vacanza.
Chi l’ha mai fatta una vacanza a Giugno?
Vado a stendermi e guardare un po’ di episodi di Prison Break, che devo adattarmi al fuso.
Ho già detto che sono un po’ in ansia?