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Fottuti pirati

Proviamo a pubblicare: ep. 5

Sono arrivati i giudizi del concorso IoScrittore e, come promesso, sono qui per condividerli.
Che dire? Pensavo peggio. Certo, c’è il rammarico per chi ha evidentemente preso il concorso per sfogare frustrazione, ma in generale oggi sono un po’ meno insicuro del mio operato.
Paradossale uscire così da una bocciatura, forse quel che mi manca è adesione alla realtà.

Giudizio 1:
Il romanzo narra le vicende di un gruppo di pirati, partendo, originalmente, dall’assalto visto dalla parte dell’assalito, per poi concentrarsi sulle vicende, umane e avventurose, degli assalitori. La scrittura è piacevole, accattivante e scorrevole, i personaggi, ad eccezione della donna di cui parlerò dopo, sono ben delineati, si sentono e sono tendenzialmente credibili. Il prologo, l’assalto vissuto dalla sventurata goletta presa di mira, è avvincente, cruento e pieno di colpi di scena; dopo l’inaspettato sterminio dell’intero equipaggio, fatta eccezione per il carpentiere catturato dai pirati, il racconto passa dalla prospettiva dei pirati, narrando le vicissitudini rocambolesche che hanno condotto all’assalto della malcapitata imbarcazione, facendo emergere le motivazioni ciniche che hanno portato alla strage, le dinamiche interne alla ciurma, la necessità di compiere atti efferati per evitare delle crudeltà maggiori; il racconto fornisce uno spaccato credibile di quella che è stata la vita dei pirati del mare nell’antichità La nota stonata l’ho trovata nella a figura della donna piratessa, Rose Callahan che mi è parsa poco credibile ogni volta che è entratain scena; l’ho percepita poco vera, non si sentiva e personalmente l’ho trovata una forzatura, un elemento di originalità (una piratessa donna che non ti aspetti) infilato dentro la narrazione, ma poco armonizzato e poco credibile; il linguaggio della donna negli scambi in cui l’autore/trice la fa parlare in prima persona sono posticci, enfaticamente volgari. Resta comunque la voglia di andare avanti, la curiosità di leggere quali saranno le prossime peripezie del gruppo di pirati.
Commento: il giudizio mi pare tutto sommato positivo. Mi interessa il commento sul personaggio femminile perché è stato davvero l’elemento più complesso da raccontare, per me, nel tentativo di riportarlo vero, non banale e credibile pur nascendo dalla testa di un uomo. Non so se ci sono riuscito, credo che nell’incipit che è stato valutato molto di questo sforzo non fosse ancora percepibile. Ci sta potesse nascere il dubbio.

Giudizio 2:
Buona scrittura, competente, a sprazzi ironica, talvolta con elementi inutili, “Rose lo aveva raggiunto a prua. I due non si erano più parlati dall’assalto alla Sea Venture, ma non perché ci fosse acredine o risentimento. Probabilmente entrambi avevano necessità di metabolizzare tutta quella storia, ognuno a suo modo.” Nessun lettore avrebbe pensato a risentimento e acredine tra i due per cui perché inserire quella frase che risulta quindi inutile? In molte situazioni tutto ciò che è superfluo è dannoso. In genere in più occasioni c’è un eccesso di parole per spiegare situazioni già comprensibili, battute sufficienti senza ulteriori commenti. In barca a vela si dice “asciugare” per raccogliere la cima e ordinarla evitando d’inciampare; forse bisognerebbe asciugare il testo, l’editor di Carver tagliava il testo del 50% e ne fece un autore-mito. E non era l’unico. Più di metà degli incipit, anche quest’anno, sono romanzi storici che scandagliano epoche e situazioni già ampiamente scandagliate, quindi senza aggiungere nulla nonostante una scrittura efficace (se asciugata) e una competenza degli aspetti tecnici. Cosa rimane dopo la lettura? Nulla, a parte la constatazione di una certa abilità oltre che di scrittura, di narrazione. Un usa e getta di qualcosa che non dispiace, ma appena hai chiuso la pagina lo dimentichi perché si confonde con altri mille simili.Qualcuno sostiene che la creatività sia cambiare un 5% a quanto già scritto da altri. L’IA lo fa già meglio e tra breve lo farà benissimo, perché utilizza quanto già scritto e lo ricombina secondo le indicazioni, come Google Maps che ti indica degli itinerari ma ti propone anche delle alternative che puoi scegliere per personalizzare il tragitto. Se non si propone qualcosa di nuovo scrivendo si è autori in via di estinzione, e qui qualcosa di nuovo non appare né nell’incipit né nella sinossi. Peccato avere qualche abilità e sprecarla per cose già viste, e non una volta. Auguri.
P.S.: Mi sono sempre chiesto perché tanto amore e fascino per i pirati e non verso gli zingari che come loro sono nomadi, anarchici, e fino a un paio di generazioni fa, spesso artisti? Certo depredavano navi spagnole e inglesi, i colonizzatori delle nuove terre che depredavano i nativi, ma in una logica non migliore, arricchirsi e dominare. Il fascino verso i pirati è solo ingenuità?
Commento: qui la faccenda è complessa. Lasciando da parte lo sproloquio finale sulla situazione generale degli incipit, su Google Maps e sul perché non ho scritto di zingari, mi tengo due aspetti. Scrittura piacevole e scorrevole (bene), tendenza a troppe spiegazioni e necessità di asciugare. Posso dire? È probabilmente vero.

Giudizio 3:
La storia di Fottuti pirati si snoda senza intoppi, ma anche senza acuti, dall’inizio alla fine di questo incipit. La vicenda narrata non ha particolari elementi di originalità, ma potrebbe comunque catturare l’attenzione. La narrazione però scorre senza mordente, piuttosto “piatta”, e il linguaggio, pur sostanzialmente corretto, non è sufficientemente studiato, il che non ci avvicina – letterariamente parlando, e quindi con qualsiasi espediente – all’epoca e alle vicende che l’opera racconta. Ad esempio, un certo linguaggio volgare o comunque grossolano, che in parte cerca di recuperare le atmosfere del racconto, non basta e anzi, evidenzia la lacuna: in questo incipit i personaggi parlano – in molti casi – come delle persone di oggi, sebbene in altri (l’autore evidentemente sa farlo) improvvisamente si esprimano in maniera più coerente con il proprio ruolo. Inoltre i personaggi stessi sono ancora abbozzati e agiscono non sempre coerentemente con ciò che hanno fatto o detto poche pagine prima. A mio avviso serve una scrittura più attenta e uno studio più approfondito dei personaggi per rendere credibile e interessante la storia.
Commento:i miei sensi da ragno notano un po’ troppi – per non sentire puzza, ma vediamo di prendere gli spunti. Molte delle cose che non emergono sono vere, ma è il motivo per cui il romanzo finito è 15 volte più lungo della parte che è stata valutata. Io credo e spero emergano dopo. Invece sul discorso lessico/dialoghi lo spunto è interessante. Il registro lessicale che ho dato ai pirati è certamente contemporaneo e “non rigoroso” storicamente. È una licenza che mi sono preso, ci sta possa far storcere il naso.

Giudizio 4:
Scrittura acerba, uso eccessivo di sostantivi già nelle prime pagine, dialoghi non efficaci. Uso improprio della punteggiatura. La scrittura da poco spazio all’immaginazione essendo troppo descrittiva, per cui ne esce penalizzata. Non si sentono suoni, odori, sapori, si leggono solo le parole. Il lettore non riesce ad entrare per far parte di quanto accade. Un incipit così tanto raccontato scoraggia subito il lettore, non fa presa. e questo avrebbe evitato loro di venir presi come prigionieri.( può essere scritto meglio).
I segnali di resa erano stati chiari da parte loro, non c’era dubbio dall’altra parte li avessero visti decidendo deliberatamente di ignorarli e di iniziare comunque a sparare. ( ripetizione a parte può essere scritto meglio)
il pirata colpì il capitano della Sea Venture dietro al ginocchio, facendolo crollare in ginocchio.
Sebbene questi siano errori che si possono correggere con una più attenta rilettura, la loro presenza denota comunque una scarsa cura e una scrittura non ponderata. Ad un certo punto Briggs sentì una voce femminile provenire dalle proprie spalle e impartire alcuni comandi che gli sembrava invitassero a concludere velocemente le operazioni. Cercandola con lo sguardo, vide una donna andare incontro al nero ( perché non trasformi questo passo in scena? Fammi sentire la voce della donna e i comandi.) Mi dispiace ma quello che leggo non riesce ad avere un effetto immersivo.
Commento: questa ha fatto male, sinceramente, perché si vede che proprio non è piaciuto. Ci sta. La parte con gli esempi è un po’ incomprensibile, alcuni non sono neanche nel testo che ho mandato, ma non ci vedo malafede. Semplicemente non sono la sua cup of tea.

Giudizio 5:
Letta la sinossi, devo confessare che ho avviato la lettura dell’incipit con il timore di dovere ingurgitare l’ennesima serie di informazioni minuziose e di descrizioni logorroiche, la cui funzione di riempire le pagine è seconda a quella di consentire all’autore di esibire le sue nozioni e di pavoneggiarsi. Dico ciò per evidenziare l’impatto non positivo avuto con la sinossi, prolissa e contorta, che, a mio parere, l’autore dovrebbe rivedere, per ripresentarla insieme all’intero romanzo quando accederà alla fase finale. Sì, perché, ho letto l’incipit tutto d’un fiato, senza stanchezza e senza noia e, per quanto mi riguarda, merita molto. In Fottuti pirati c’è tutto: una scrittura di qualità; personaggi vivi, protagonisti e non; contesti e ambientazioni. I fatti storici ci sono e sono reali, le navi le vedi. Ma, date e termini tecnici non sono esibizionismo e saccenza. Sono al servizio della narrazione, ti immergono in essa, in un ritmo incalzante, trasformando il contesto storico, seppure lontano e quasi fiabesco, in un’umanità reale e pulsante. L’autore non si limita a descrivere la pirateria, ma la usa come specchio per esplorare dilemmi etici senza tempo: la lealtà, la sopravvivenza, la libertà e il suo prezzo. È un’opera che merita certamente di superare la selezione.
Commento: qui invece tanti cuoricini. Che dire, grazie.

Giudizio 6:
Noioso e scontato come le bollette. Peccato perché l’autore scrive benino, anche se la sensazione di trovarsi di fronte a una scrittura troppo lineare, qualche dubbio su chi abbia scritto quest’incipit lo fa venire, ma non essendo certo che sia opera dell’I.A. non segnalerò e valuterò come se l’autore fosse umano. I personaggi sono triti e stratriti: i pirati cattivi (ma forse no) tra cui fa bella mostra di sé la bellissima donna che attizza pure l’albero di mezzana. Bella come una principessa delle favole e maleducata come un carrettiere…che poi cosa si può pretendere? È una piratessa…quindi, l’Idea è originale quanto l’acqua calda: non ricordo film sui pirati o i corsari in cui non accada la stessa cosa. Contrasta poi lo scoprire nel lessico del periodo l’aggettivo tanto americano quanto attuale “fottuti”. Lo mette addirittura nel titolo. Mi pare centri quanto un cetriolo sott’aceto nel latte della colazione. Bocciato senza se e senza ma.
Commento: zio, te c’hai un po’ la mamma puttana. questo commento mi ha fatto incazzare. Non per le critiche, ma perché è evidente sia stato dato con l’unico scopo di affossare e senza nulla di costruttivo. Mi fa volare che riesca cmq ad ammettere che ho “scritto benino”. Il discorso AI vale la pena affrontarlo, però. Ho un lavoro e l’unica cosa che sto cercando è un riscontro sul mio operato. Perché dovrebbe importarmi tanto il giudizio altrui, se non ci avessi buttato io il sangue per scriverlo?

Giudizio 7:
Una storia che si iscrive a buon diritto nel filone dei romanzi d’avventura, sulla scia di grandi classici come ‘L’isola del tesoro’ o ‘I pirati della Malesia’, cui spesso rimanda per l’atmosfera e i luoghi narrati. La trama è ben strutturata, azione e suspense non mancano soprattutto nella prima parte. Ho apprezzato in particolare la descrizione particolareggiata delle manovre dei velieri e della tecnica di abbordaggio, il che dimostra una buona conoscenza della navigazione a vela da parte dell’autore. I personaggi sono ben delineati, l’ambientazione accurata. La storia è scritta in un buon italiano, anche se ho riscontrato qualche errore di grammatica e sintassi qua e là. Es. pag. 12 ‘si azzarderebbe’ invece di ‘si sarebbe azzardato’. Il linguaggio di Kofi e Moody a mio parere è un po’ troppo forbito soprattutto se confrontato con quello sboccato e stereotipato dei loro sottoposti. Ho trovato ad esempio la tendenza a non usare la congiunzione ‘che’ prima di una proposizione subordinata nel linguaggio parlato, un vezzo a mio avviso che non si addice a dei rudi pirati. Cfr. pag 15: ‘Non ho mai dubitato ci avrebbe tirati fuori dai guai’. In definitiva questo incipit si lascia leggere volentieri e anche se non brilla per originalità, ha un buon ritmo, a tratti incalzante che cattura l’interesse del lettore.
Commento: ci sta tutto. La cosa del “che” è un mio vezzo, la uso tantissimo e l’ho limata via centinaia di volte in rilettura. Qui e lì però l’ho lasciata perché sono io, è una cosa mia, volevo ci fosse. Niente da eccepire sul discorso originalità in senso assoluto. Credo di averci messo dei tratti distintivi rispetto al filone, ma è e rimane una (delle tante) storie di pirati.

Giudizio 8:
Il testo si apre con una situazione narrativa chiara e funzionale: una nave mercantile viene raggiunta da un brigantino pirata e il capitano Briggs deve decidere come proteggere nave, equipaggio e carico. La scena funziona perché è costruita su una logica concreta. Briggs non si comporta da eroe impulsivo, ma da comandante esperto: valuta il mare, la velocità delle navi, il valore del carico, il numero degli uomini, le probabilità di resistere e le conseguenze di ogni scelta. Questo conferisce credibilità al personaggio e alla situazione.La trama procede con buona progressione: avvistamento, valutazione, resa, tradimento della resa, danneggiamento della nave, arrembaggio, cattura dei superstiti. Ogni passaggio è leggibile e ben concatenato. L’azione navale è descritta con attenzione tecnica sufficiente a risultare credibile, ma senza diventare incomprensibile. Si percepisce il peso del mare, delle vele, degli alberi spezzati, del panico a bordo. Il capitano Briggs è ben tratteggiato nel suo senso del dovere e nella sua lucidità. Interessante anche la comparsa del pirata nero, che introduce una figura potenzialmente forte e capace di spostare la vicenda oltre la semplice scena d’arrembaggio. Per ora, però, alcuni personaggi secondari restano funzionali all’azione e avrebbero bisogno di maggiore caratterizzazione per incidere davvero. La lingua è pulita, diretta e adatta al romanzo d’avventura. Il tono è solido e scorrevole. L’originalità risiede meno nella situazione di partenza, piuttosto classica, e più nella possibilità di sviluppare rapporti di potere, prigionia, sopravvivenza e ambiguità morale dopo l’arrembaggio. Sarebbe utile accentuare fin dall’inizio un elemento distintivo che renda l’opera più memorabile.
Commento: oh, quello che ha letto questa persona è esattamente quel che volevo fare io. Per me è positiva, ‘sta recensione.

Giudizio 9:
Scrittura scorrevole e trama interessante nonostante il contenuto non si possa reputare propriamente originale e richieda un’attenzione particolare per migliorarne lo sviluppo evitando cadute nella banalità e nelle situazioni scontate. Tuttavia buono il colpo di scena del capitano che libera il prigioniero lasciandogli la decisione di accettare o rifiutare la sua “strana” proposta. A questo punto il lettore rimane con la curiosità di scoprire il finale. I dialoghi sono appropriati e alleggeriscono la lettura definendo bene le peculiarità caratteriali di ciascun personaggio. Manca però una descrizione fisica che aiuterebbe il lettore a inserire le figure nel contesto ambientale. Anche i luoghi andrebbero descritti con maggiore cura.
Commento: anche qui, tutto vero. Non sono uno scrittore che definirei “descrittivo” ed è una lacuna che so di avere.

Giudizio 10:
Il testo è generalmente corretto dal pinto di vista ortografoco e morfo-sinattico. Il ritmo narrativo è lento, rindondante ma nello stesso tempo carico di scene e personaggi e questo rende un po’ difficoltosa la lettura. Solo nelle ultime pagine si dipana una trama un po’ più chiara e ordinata e quasi viene voglia di leggere il seguito.
Commento: quasi eh. :D

Giudizio 11:
Il racconto si apre con una scena di arrembaggio di una nave pirata ad un mercantile che porta un carico di scarso valore. Successivamente viene spiegato il motivo dell’attacco dovuto alla necessità di recuperare dei viveri per garantire la sopravvivenza dell’equipaggio aggressore. La scena è resa con efficacia, come pure la spoliazione del bastimento e la violenza nell’esecuzione dei marinai. Le leggi del mare sono quindi infrante per situazioni di necessità, ma qui sorge un problema morale che sembra essere il nocciolo della narrazione. Il tema è interessante e consiglio l’autore/autrice di approfondirlo. La trama è espressa con chiarezza e presumo con competenza nell’uso della terminologia nautica e nei riferimenti geografici. Dopo la scena dell’arrembaggio si perde un po’, salvo riprendersi a mio avviso nel colloquio tra il capitano, Kofi e Rose che anticipa delle divergenze che presumo si tradurranno in scontro aperto. Il linguaggio è chiaro e comprensibile con alcune frasi un po’ involute nella parte iniziale. Buoni i dialoghi. Come già sottolineato punterei sulle problematiche morali relative alla legge sul mare che il testo richiama. Infine non mi piace affatto il titolo e proporrei di modificarlo con uno più efficace. Nel complesso la mia valutazione è nettamente positiva.
Commento: anche qui, tutto ultra legittimo. Per non ripetermi sul resto, una cosa sul titolo: ci sta possa non piacere. Non sono ancora sicuro piaccia nemmeno a me, anche se ormai ci sono tremendamente affezionato.


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Proviamo a pubblicare: ep. 4

Eccoci, è passato del tempo, ma per questo aggiornamento volevo aspettare l’esito della selezione per le finali del concorso IoScrittore.
Long story short: non sono passato.
Più avanti pubblicherò le valutazioni che ho ricevuto e che saranno disponibili tra un paio di giorni, ma volevo dare un commento a caldo prima di averle lette e al netto di quanto tremende possano essere.
Per punti.
1) Partiamo dall’aspetto principale: mentirei se dicessi di non averci sperato. Per quanto piccolo, il campione di incipit che ho valutato non mi sembrava avere una qualità tale da farmi sentire “fuori posto” nel contesto. Non arrivo a dire di averci creduto o di sentirmi derubato, ma la delusione c’è sicuramente stata. Poi certo, non ho letto 399 dei 400 finalisti, quindi che cazzo ne so?
2) Alla comunicazione dei vincitori, un sacco di “trombati” si son messi a polemizzare sulle dinamiche del concorso. Il punto chiave delle rimostranze era: tanti degli incipit letti sono impresentabili, che valenza può avere la valutazione di gente che ha scritto roba del genere?
Io non sono d’accordo.
È vero, molti degli iscritti (e io tra questi) non hanno probabilmente gli strumenti per valutare un testo in maniera competente, ma se lo scopo del contest è trovare opere pubblicabili, allora credo che selezionare quelle piaciute al maggior numero di lettori sia una chiave valida di valutazione. Dopo tutto, le librerie non hanno test di ingresso. Un’opera che piace a tante persone ha un pubblico ed è giusto puntarci, anche qualora quelle persone fossero capre (cosa che, statisticamente, comunque non credo).
3) Certo, il meccanismo da 4 ristoranti in cui i partecipanti valutano gli avversari si presta moltissimo a bias da gioco sporco o strategie. Io ho cercato di essere onesto, ma ci sarà sicuramente chi ha stroncato a tappeto per aumentare le proprie chances. Se dovessi dire oggi, prima di leggere le valutazioni al mio testo, non credo però di essere rimasto fuori per la furbizia degli avversari. Magari leggendo i commenti li troverò ingiusti, subdoli o perfino stronzi, ma se dovessi mettere 2 centesimi sul piatto e scommettere sulle ragioni della mancata selezione, punterei soprattutto sul fatto che il mio romanzo non rientra in filoni particolarmente richiesti dal mercato e, di conseguenza, interessanti per i lettori.
4) Nella scorsa puntata di questa rubrichetta dicevo che nessuno dei testi che ho valutato io mi sembrava così superiore al mio, sia in termini di forma che di originalitá. Oggi rincaro dicendo che l’unico arrivato in finale tra quelli non era certamente tra i pochi che avrei portato avanti io. Anzi, per quanto scritto anche bene, mi era sembrato irricevibile sul piano della verosimiglianza e decisamente forzato. Evidentemente per altri non è stato così. Caso vuole, però, parliamo anche di un testo molto spinto su temi piuttosto cari ad un certo filone culturale contemporaneo. Lo so, è una polemichetta che mi fa suonare come un Pucci qualsiasi e che probabilmente si fonda nel rodimento di culo dell’esser rimasto fuori, però siamo qui ad essere sinceri e quindi vi beccate anche sto risvolto della medaglia.

Quindi? Che si fa ora?
Su due piedi direi: niente. Il manoscritto continua ad essere nelle caselle mail di diversi editori. Non è piaciuto (abbastanza? Del tutto? Vedremo) ad un audience di scrittori più o meno wannabe, non è ancora detto non possa piacere a qualche addetto ai lavori.
Ovviamente, ci credo/spero molto meno oggi di quanto ci credessi ieri, ma immagino sia fisiologico.
Il punto, forse, è che io non sono convinto di me stesso. Manco un po’. L’idea che mi sono fatto è che in ambito artistico (ma non solo) ci sono sicuramente i fuoriclasse, i talenti cristallini il cui operato è insidacabilmente valido. Quelli che ce la fanno perché sono bravi. Io ho/avevo la speranza di poter essere uno di questi, ma senza la convinzione. Quello di cui sono certo, invece, è che non sono e non sarò probabilmente mai uno di quelli che ce la fanno perché ci credono. Di quelli che insistono, che non mollano. Ed è pieno di quel tipo di successo, lo invidio moltissimo. Perché è evidente che il numero di occasioni sia più piccolo del numero di persone che se le meriterebbero e che quindi, senza lottare, farcela diventi molto difficile. Solo che a me sembra di umiliarmi, di voler solo arrivare alla dimostrazione ultima e senza appello di quanto faccio schifo. Di quanto questa cosa non faccia per me. E mi spaventa troppo come prospettiva. Credo, in cuor mio, che tenere aperto l’alibi del “non aver insistito abbastanza” come giustificazione al fallimento mi sia preferibile all’incubo di una sconfitta senza attenuanti.
Questo concorso era la strada facile per l’autoindulgenza. Avessi passato il turno mi sarei detto “Vedi? Hai scritto una cosa valida. Ora se non trovi qualcuno che te la pubblica è solo questione di mercato e/o sfiga.” Sarebbe stata la mia vittoria, mi sarei accontentato anche solo di quello.
Non è andata così.
Magari domani mi scriverá Bompiani offrendomi un contratto da milioni di copie stampate in sedici lingue, ma oggi in cuor mio all’orizzonte vedo solo la rassegnazione al fatto di aver scritto una cosa buona solo per il sottoscritto. Perché la cosa brutta, davvero brutta, è che ‘sta bocciatura non mi ha messo nell’ottica di dire: “Vedi? Non funziona.”. O meglio, che non abbia funzionato è evidente, ma io ancora oggi vedo il mio romanzo esattamente come avrei voluto che fosse.

Ultima nota, per completismo. Nell’ultimo mese altre due persone hanno letto il romanzo. Ad una delle due (Giacomo) è piaciuto. L’altra è mia moglie.
Il suo commento, edulcorato, è stato: “La seconda e la terza parte sono belle, ma la prima è una rottura di cazzo tremenda. Non fosse stato tuo, col cazzo l’avrei finito. Poi però migliora tanto.”
Io questa differenza tra le tre parti non la vedo, ma c’è da dire che se fosse così avrei partecipato al concorso facendomi valutare per quel che mi è venuto peggio.
Altro alibi dai, per oggi sto.


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Proviamo a pubblicare: ep. 3

E’ passato un altro mese e la versione corta è che non è successo nulla.
La versione lunga invece qualche cosina da raccontare ce l’avrebbe, quindi proviamoci. Il mio romanzo inedito continua a restare tale nelle caselle di posta di una trentina di editori. Non ne ho contattati altri un po’ perchè non ne conosco, un po’ perchè forse non è così utile continuare a cercare prima di avere un riscontro di qualche tipo.
Una cosa buffa mi è successa con Argentodorato, che un paio di settimane fa mi ha risposto con una mail molto chiara e diretta in cui dicevano, sintetizzando, “se decideremo di investire su di te e prenderci il rischio di pubblicarti, ci aspettiamo che tu sia disposto ad impegnarti ed aiutarci a promuovere il libro.”. Che è una richiesta direi più che legittima, anzi, mi sembra il minimo. Certo, messa giù come linea generale è un po’ vaga, quindi ho risposto che sì, sono sicuramente disposto a sbattermi, ma cosa comporta questo sbattimento? Devo presenziare a fiere ed eventi? Si può fare. Devo prendermi sei mesi di aspettativa al lavoro per dedicarmi solo a quello? Difficile, visto che io non sono uno scrittore professionista.
Chiarimenti che sono andati perduti come lacrime nella pioggia, visto che non mi hanno mai risposto.
Da un lato forse il fatto di aver detto che ho già un lavoro e che non sono uno scrittore full time può averli portati a pensare che non abbia tempo e voglia sufficienti per star dietro al progetto. Forse preferiscono dare priorità a chi ci sta puntando per la vita, piuttosto che dare spazio ad un dopolavorista qualsiasi. Penso che sarebbe una linea tutto sommato comprensibile. Temo, però, che non lo saprò mai.
Una cosa buffa correlata a questo è che Ale Bu conosce una ragazza che ha pubblicato con loro e mi ha girato il contatto IG così che potessi chiederle qualche info, una dritta. Purtroppo mi ha ghostato anche lei. Dev’essere una linea editoriale.
(Ovviamente scherzo, è del tutto normale venire ignorati e sto vivendo la cosa in modo molto zen. Anche oltre il livello di rilassatezza cui pensavo di poter ambire.)

Come avevo detto negli episodi precedenti, mi sono anche iscritto al concorso Io Scrittore.
La prima fase è in corso e consta nella preselezione delle opere finaliste sulla base di un incipit. Da quanto ho letto, il bacino di candidati dovrebbe essere intorno ai 4000 partecipanti, di cui ne passano alla fase successiva solo 400. Il criterio di selezione è interessante, perchè ogni partecipante ha il compito (pena l’esclusione dalla gara) di leggere e valutare dodici opere altrui. La valutazione è composta da 4 voti numerici per trama, personaggi, originalità e forma, più un giudizio scritto che deve stare tra le 200 e le 2000 battute.
Per quanto avessi tempo fino ad inizio giugno per completare l’assegnazione, ho già ultimato la lettura e la valutazione di tutte le opere che mi hanno assegnato. Devo dire che il livello, almeno per il mio campione, era piuttosto eterogeneo tra testi che ho trovato illeggibili e testi che non hanno nulla da invidiare al mio. Nessuno dei dodici mi ha dato l’impressione di essere fuori scala in positivo, nessun’opera di spicco diciamo, ma nel loro piccolo alcune avevano punti di forza interessanti e non mi stupirei se una o due potessero andare avanti.
La cosa che mi ha fatto un po’ cadere le palle è che, su dodici candidati, tutti fossero noir/gialli. Non solo. Le protagoniste? Quasi tutte donne che devono mostrarsi forti e lottare con le proprie fragilità, in fuga/riscossa da un passato doloroso e non ancora pronte ad abbracciare l’incontro con il love interest che gli piomba addosso nelle prime pagine del libro. Spesso un poliziotto bello e tenebroso.
Come non hanno mancato di dirmi alcuni amici, io non ho propriamente scritto Guerra e Pace, quindi lungi da me fare il critico di stocazzo. Però la statistica, per quanto piccolo fosse il campione, mi ha onestamente sorpreso in negativo. Detto questo, come accennavo, in un paio di casi questa premessa trita non mi ha per niente impedito di finire l’incipit con la curiosità di come potesse proseguire la storia. E, alla fine, credo quella sia sempre la roba che conta.
La cosa positiva è che, alla fine di questa prima fase, riceverò i commenti di chi ha letto il mio incipit e temo quello sarà il primo, vero, scontro con la realtà.
Mi fa molta paura, ma non vedo l’ora.


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Proviamo a pubblicare: ep. 2

Eccomi qui con qualche aggiornamento sulla mia Road to Bookshelf, so che non vedevate l’ora.
Scusa, ma con chi parli?
Shh. Dicevamo.
Prima di parlare dei miei tentativi di irruzione nel mondo dell’editoria, mi preme registrare la seconda anima pia dopo il Po’ che si è effettivamente letta il libro in anteprima: Manowar, aka Davide, che oggi oltretutto compie gli anni. Mi ha detto che gli è piaciuto, mi ha fatto piacere.

Andando al tema centrale di questa rubrichetta, gli ultimi sviluppi vedono il mio romanzo wannabe nelle caselle di posta di TRENTACINQUE case editrici. Una metà buona le ho incontrate passando al Book Pride 2026 di Milano, presentandomi agli stand e chiedendo se potessero essere interessati ad una roba come quella che ho scritto io. E’ stata un’esperienza strana. In generale positiva, ma strana.
Mi ha fatto ritornare a quando cercavo lavoro, riportando a galla tutto il disprezzo provato per un certo modo di fare recruiting con cui, fortunatamente, non avevo più a che fare da tanto.
– Sono un autore emergente, volevo chiedere informazioni sulla vostra casa editrice e sulla possibilità che accettiate di valutare opere prime etc. etc.
– Conosci la nostra casa editrice?

– Onestamente no, sono qui proprio per fare un giro, approfondire, prendere contat…
– Se non ci conosci non dovresti venire da noi. Se davvero ti interessa pubblicare con noi, dovresti prima studiare il nostro catalogo, comprendere la nostra linea, bla bla bla.
Esattamente come le aziende convinte che il candidato applichi per un lavoro perchè davvero crede in quell’azienda e non perchè gli serve uno stipendio e sta provando a mandare il CV a qualsiasi entità iscritta in camera di commercio. Boh, anche meno. Davvero.
Fortunatamente si è trattato di una piccolissima minoranza di situazioni eccezionali, la prassi erano persone normali e disponibilissime che mi hanno risposto “prova” oppure “no, da noi non c’è spazio per quella roba lì”, ma sempre concludendo con un apprezzatissimo “in bocca al lupo”.

Dicevamo, trentacinque invii, ma qualcuno ha anche risposto in questo primo mese?
Sì.
La prima è stata Adelphi (ahahahaha) che mi ha risposto con un cordialissimo “Grazie, ma no”. Ho apprezzato molto mi abbiano comunque dato un riscontro, la trovo una scelta professionale, ma non mi sono nemmeno preso più di tanto male. Erano passati circa quindici giorni dal mio invio, quindi mi sono convinto abbiano cassato sulla base del tipo di opera o della sinossi, certamente non per averla letta tutta e trovata terribile. Forse. Spero.
Il secondo e, al momento, ultimo no l’ho ricevuto da Ianieri, sulla base del fatto che in questo momento non sono aperti a ricevere opere da valutare. Era scritto anche sul sito, ma ho mandato lo stesso perchè allo stand mi avevano detto di fare così. Dubito fossero in malafede, forse la persona non sapeva che c’è un sistema di risposte automatiche che cestina a prescindere. Amen.

Poi ci sono state le risposte positive, ma che al momento non mi interessano. Come dicevo la volta scorsa, non sono intenzionato a pagare per pubblicare perchè mi sembra un modo che mi priverebbe dell’unico riscontro che vorrei avere, ovvero se il libro può risultare interessante ad un editore. Nessuna delle case editrici a cui l’ho mandato si presenta ufficialmente come “editore a pagamento”, ma a conti fatti poi le formule proposte sono un po’ in quella direzione.
Una mi ha chiesto un contributo per la valutazione dell’opera. “Se vuoi che impieghiamo del tempo per valutare il tuo libro, quel tempo lo devi pagare.” In tutta onestà non mi sembra una posizione di per sè sbagliata, ma apre ad implicazioni che non mi fanno impazzire. Apprezzo però l’essere chiari dal principio.
Un secondo editore mi ha proposto una formula essenzialmente crowdfunding: firmo e ho 150 giorni per trovare 150 pre-ordini del libro. A quel punto, se riesco, mi pubblicano. Non fa per me. Già ho vissuto malissimo il fatto che gli amici a cui ho chiesto di leggerlo in molti casi non l’abbiano fatto, figuriamoci se l’uscita del mio libro dovesse passare dalla mia capacità di pietire con parenti e conoscenti. Anche no.
Last, but not least, una casa editrice mi ha scritto dicendo che sono molto intenzionati a pubblicarmi e che il mio libro gli è piaciuto molto. Certo, vogliono un contributo di 600 euro per farlo, ma poi pensano a tutto loro. La cosa che mi è piaciuta di più sono i commenti dell’editore all’opera, che ho trovato davvero molto simili a quelli che mi aveva restituito ChatGPT quando glieli avevo chiesti.
Insomma, al momento non sta andando benissimo, ma mi consolo con l’idea sia ancora molto presto.

Alla lista dei GRAZIE aggiungo anche Lucia, compaesana e scrittrice per ragazzi, che mi ha dato un paio di dritte su come approcciare la questione.

Per il momento direi che non c’è altro da dire, ci risentiamo a Maggio (nel caso).


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Proviamo a pubblicare: ep. 1

Ho pensato di tenere conto, idealmente mese per mese, delle attività fatte nel tentativo di pubblicare il mio libro.
La prima cosa che ho dovuto fare quando ho deciso di iniziare a provarci è stata scrivere una SINOSSI. E’ stato un parto.
Ok, lo so qual è il commento tipico che arriva a ‘sto punto, quindi:

Scrivere una sinossi è complicatissimo se hai la pretesa che il tuo libro abbia qualcosa da dire oltre alla trama, perchè scrivendola ti sembra di appiattire il tutto. E allora cerchi di esplicitare il sottotesto, ma rimane posticcio. E poi viene troppo lunga, ma se la tagli pensi sia troppo sbrigativa. Tu hai in testa il lavoro che hai fatto e stai scrivendo un breve riassunto da cui, in sostanza, dipende se qualcuno deciderà di dargli una possibilità. Magari per tanti è facile, per me è una pressione tremenda. Mi sembra di essere tornato ai tempi della selezione del personale che doveva decidere se farmi un colloquio o meno sulla base del CV.
Ho provato anche a farmi aiutare dall’AI, ma peggio che andar di notte. Non so se avete mai provato a caricare un testo lungo dentro ChatGPT e chiedergli cosa contiene. Fa un sacco di casini. Allora ho lavorato all’opposto, ho scritto la sinossi e mi sono fatto aiutare a risistemarla dicendo cosa volevo che emergesse e quanto volevo fosse lunga. Sicuramente meglio, ma ancora molto distante da un lavoro ben fatto. Ci ho tirato fuori qualche spunto però e adesso ho una sinossi fatta.
Non so quanto buona, ma non lo so neanche del romanzo, quindi direi che è un problema di secondo piano.

Ho anche deciso di iscrivermi comunque al concorso letterario io scrittore. E’ vero, il mio romanzo è più lungo del limite massimo consentito, ma per arrivare alla valutazione del romanzo completo bisogna passare la prima fase, fatta solo su un incipit di due o tre capitoli. Inutile fasciarsi la testa adesso. Far valutare l’inizio è comunque una buona cosa, se poi dovessi passare avanti (cosa su cui nutro più di un dubbio), penseremo a come limare il testo. Questo ed altri consigli arrivano da Fabrizio Coppola, che quando ha saputo della mia “impresa” mi ha scritto e si è offerto di darmi qualche dritta. TVB.

Mentre scrivo, il mio romanzo è nelle caselle spam email di sedici case editrici, da quelle molto grandi ad alcune che ho scoperto esistessero solo quando ho cercato online. Dicono che ci vogliano grossomodo sei mesi prima di deprimersi, per chi mi conosce questa cosa è semplicemente inimmaginabile. Tuttavia, le cose che posso farci sono zero e quindi tocca starci. Questo però vuol dire che per sei mesi la mia testa può navigare idee (del cazzo) su eventuali possibili piani alternativi/paralleli alla pubblicazione. Finirò per ammattire.

Last, but not least. Forse lo sapete tutti, forse no, ci sono tantissime case editrici e agenti letterari che permettono di pubblicare pagando. Non sono qui a tirare un siluro sul meccanismo, che non mi interessa fare la morale a nessuno. Quel che posso dire è che ho un lavoro, non sto puntando a diventare uno scrittore e il libro l’ho scritto per vedere di cosa fossi capace. Pagare per vincere mi lascerebbe con zero riscontri e non ne vedo il senso. Al momento, infatti, non sto considerando nemmeno l’idea di auto pubblicarmelo. Se non trovo nessuno interessato, può stare tranquillamente nel cassetto.


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Ho scritto un libro

Di solito quando qualcuno inizia così un comunicato, un post, ecc. è perchè ha effettivamente pubblicato un libro. Non è questo il caso.
Io ho scritto un libro.
Di pubblicarlo (se mai riuscirò a pubblicarlo) si parlerà eventualmente più avanti. Al momento la cosa importante per me è poter dire di averlo scritto perchè, mentre lo faccio, sono ubriaco della soddisfazione estrema per avercela fatta. Averlo chiuso. Essere riuscito a mettere tutto quel che avevo in testa nero su bianco, dentro un file word.
663K caratteri (spazi inclusi), quello che ho scoperto essere l’equivalente di 368 cartelle editoriali, per raccontare una storia tutta mia.
Ammetto che, dopo aver messo il punto finale, mi sia salita un po’ di commozione.

Ho iniziato a lavorarci circa un anno fa. Non ricordo la data esatta in cui mi sono effettivamente messo davanti allo schermo per iniziare fisicamente a scrivere. Certamente quel momento è stato preceduto da un numero imprecisato di nottate insonni spese a rigirarmi nel letto pensando all’idea che avevo avuto, a come avrei potuto svilupparla, a quanto sarebbe potuta risultare interessante. O originale. O sviluppabile. Fino a che ho iniziato davvero a darle una forma.
So che può sembrare un cliché, ma ero fermamente convinto non sarei arrivato in fondo. Che avrei mollato. Invece è stato un po’ come quando, due anni fa, ho deciso di impegnarmi per iniziare a correre. Ho trovato una mia costanza, ci ho messo tutta la dedizione di cui sono capace e alla fine sono arrivato al traguardo. Pazzesco.
Ancora non so quanto quel che ho prodotto possa essere interessante o originale, ma punterò a scoprirlo.

Ok, ma di cosa parla questo fantomatico libro?
E’ un romanzo di avventura ambientato tra il 1690 e il 1720 nei caraibi, quindi parla di pirati. Non dei pirati che ci hanno raccontato con Johnny Depp, nè di quelli di Stevenson o di Monkey Island. Tutta roba che mi piace, intendiamoci, ma io ero interessato a scrivere una storia diversa. Sporca e cruda come poteva essere la vita ai tempi, ma che preservasse quell’aura colorata e, tra mille virgolette, goliardica che nella mia testa i pirati devono emanare. Da lì ad esserci riuscito ne passa, ma questa resta la dichiarazione di intenti. Forse l’opera che posso definire più “vicina” alla mia idea è la serie Black Sails, anche se lì c’erano comunque riferimenti importanti al mondo di Stevenson e, soprattutto, mancava un certo rigore storico.
Ecco, su questa cosa ho davvero sputato il sangue.
Io sono di massima un biotecnologo, formazione scientifica e nemmeno d’eccellenza, che nella vita è finito a fare marketing di settore. Fuori da questo blog la mia esperienza con la scrittura è nulla, ma ho letto e visto tante storie e, anche non arrivando a dire di avere una qualche competenza, sentivo di poterci perlomeno provare. Di Storia, invece, non ho la minima base. Zero.
Però volevo essere accurato. Nella costruzione del mondo, nella definizione dei personaggi e nelle possibilità che questi ultimi potessero effettivamente avere all’epoca. Inizialmente. Poi mi sono fatto inghiottire da un vortice sempre più potente, in cui sentivo il dovere morale di verificare tutto. Anni, personaggi realmente esistiti, avvenimenti storici, politica dell’epoca. Fino ad arrivare allo studio dei tempi di percorrenza nautici, delle possibili rotte, della terminologia in uso e della legislazione.
Magari leggendo il testo questo lavoro neanche traspare, magari è stato ampiamente inutile farlo, ma mi è costato una fatica immensa e ne sono, comunque sia, orgoglioso.

E adesso?
Adesso mi prendo almeno una settimana di pausa da questa storia, che sono esausto. Poi, proverò a muovermi per vedere se a qualcuno interessi pubblicarla. Non ho agganci nel settore dell’editoria, ma ho qualche conoscenza che ci gravita intorno. Partirò da lì. Simultaneamente, proverò a contattare qualche casa editrice piccola che possa avere interesse in un possibile esordio letterario.
Avevo trovato un bellissimo concorso a cui speravo di iscrivermi, ma il regolamento limita forzatamente i testi alle 600K battute. Non ho la presunzione di ritenere il mio libro “immodificabile”, magari verrà fuori che è assai più prolisso di quanto dovrebbe, ma al momento non me la sento di tagliarne un 10% solamente per farlo stare dentro il recinto di un concorso. Magari, da qui ad un anno, le cose saranno diverse.

Arrivato in fondo, mi sembra il momento buono per chiedere un aiuto. Se chiunque fosse arrivato fino a qui a leggere volesse/sapesse darmi una mano, sarei davvero riconoscente.
Senza voler tirare ulteriori siluri, ho passato una vita a supportare amici e conoscenti nelle loro avventure (soprattutto musicali). Non perchè sapevo sarei arrivato al punto di dover chiedere qualcosa indietro, ma perchè è una delle robe in cui credo di più. Spero, per una volta, di non uscirne disilluso.

Ah, dimenticavo.
Al momento il mio libro si intitola “Fottuti pirati” perchè è quello di cui parla ed è così che ho chiamato il progetto dentro il mio One Drive. Dopo mesi a sbatterci la testa, quel titolo per me adesso è l’unico immaginabile, ma non sono per nulla sicuro rimarrà tale.


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