Un pippone sui concorsi

Diciamo che sei un PI, alias Principal Investigator, e dirigi un tuo gruppo  di ricerca nell’ambito life science (1) in Italia.
Diciamo che sei bravo: lavori in maniera accurata, pubblichi risultati rilevanti su riviste peer reviewed (2)  e porti avanti una linea di ricerca utilizzando grant (3) che con ogni probabilità ti sei dovuto procurare da solo. Per stare ad un buon livello infatti, soprattutto nel nostro Paese, procurarsi fondi non statali da associazioni ed organizzazioni varie è vitale perchè i contributi ministeriali sono pochi e mal distribuiti.
Hai i tuoi soldi, quindi, ma difficilmente lavori nel tuo soggiorno. Spesso sei “ospite” di spazi statali, ospedalieri o universitari, dove puoi usufruire di locali idonei e, se ti va di lusso, di strumentazione comune. Questa cosa ha un prezzo, ovviamente, che spesso comporta tra le altre cose il rimandare all’amministrazione della struttura la gestione dei tuoi fondi. Se interessa (4), questa cosa può essere analizzata da tanti punti di vista, ma quello che credo sia importante alla luce delle tante discussioni di cui leggiamo in questi giorni è il risvolto legato ai contratti dei collaboratori: assegni di ricerca, borse per dottorati e via dicendo.
Torniamo al nostro amico PI.
Per lavorare ai livelli di cui sopra è essenziale che si circondi di un team di persone valide e degne di fiducia che possano aiutarlo. Menti brillanti che portino idee e risultati alla causa, ma anche mani precise che si occupino dell’esecuzione pratica degli esperimenti, lasciando a lui il tempo di scrivere progetti e articoli volti a raccogliere nuovi fondi. Siccome stiamo ragionando per ipotesi, questo PI vuole addirittura pagare i collaboratori (!!!) usando la porzione di finanziamento appositamente allocata per i salari (5).
Ora prendiamo un laureando, costretto ad almeno 12 mesi (6) di lavoro in laboratorio continuativo e non retribuito per costruire la propria tesi sperimentale. Questa tesi, il cui contenuto è deciso ovviamente dal PI, può costituire parte di un progetto già in essere dove un po’ di manovalanza gratuita fa sempre comodo, ma può anche essere usata per generare dati preliminari volti a gettare le basi per la stesura di un progetto più ampio.
Quindi, riassumendo: il laureato lavora gratis in lab per più di un anno producendo i dati necessari a strutturare un progetto ed il PI usa quegli stessi dati per farselo finanziare in termini di materiale consumabile, eventuale strumentazione e personale. E ce la fa, ottiene i soldi.
A questo punto sarebbe facile no? Il PI ha in casa una risorsa che:
– conosce il progetto e ne ha gettate le basi
– è ormai perfettamente integrata nell’ambiente lavorativo
– gode della sua fiducia e si è dimostrata elemento valido
– cerca una borsa come fosse ossigeno per iniziare in qualche modo a pagarsi la vita.
Perfetto, peccato che IL CONCORSO.

Nei dieci anni in cui ho militato nella ricerca accademica, a diversi livelli, sono stato pagato sempre (7) ed in moltissimi modi diversi.
Sono rientrato dalla Germania vincendo il concorso per una borsa ministeriale volta all’inserimento in azienda: due anni di assegno di ricerca pagato dall’università per farmi entrare in azienda e portare avanti un progetto accademico. A win-win-win (8) situation, per dirla in inglese. L’università vince perchè usufruisce della struttura e dei mezzi di un’azienda per un proprio progetto, l’azienda vince perchè ha una persona pagata da altri che all’atto pratico viene fatta lavorare anche (in realtà soprattutto) su progetti propri e il ricercatore vince perchè alla fine dei due anni l’azienda avrebbe grossi sgravi fiscali nell’assumerlo e stabilizzarlo.
Io ho vinto quel concorso in modo ultra trasparente: non conoscevo nè la professoressa che lo ha indetto nè l’azienda in cui sarei finito a lavorare. Gli altri candidati erano per la maggior parte neo-laureati o comunque non avevano un CV che potesse competere.
Avrei comunque potuto perderlo, venire dalla Germania apposta per farmi passare avanti da qualcuno che magari ricalcava il profilo descritto qui in alto. Sarebbe stato giusto? Ovvio che no, ma la mancanza di rispetto sarebbe stata più che altro nel farmi perdere tempo (e nello specifico i soldi del viaggio).
Anche per entrare in dottorato mi sono sparato un maxi concorso (9) e anche in quel caso per me fu tutto regolare, infatti entrai per miracolo.
Concorsi “pilotati” però ne ho visti fare tanti. Tutti, senza eccezione, volti a fare in modo che il PI potesse dare i suoi soldi al collaboratore da lui scelto come fa qualunque capo in qualunque realtà non statale, sempre nell’ottica di fare il meglio per il proprio gruppo e la propria linea di ricerca.
Come per altro funziona in larghissima parte delle altre realtà scientifiche mondiali.

Sto descrivendo scenari, non sto ad entrare troppo nel dettaglio o a discutere obbiezioni idiote tipo: “Se il candidato è tanto bravo perchè non vince il concorso?”, la questione è complessa ed il pezzo già abbastanza noioso.
Il punto è che un capo dovrebbe poter scegliere i suoi collaboratori come meglio crede, soprattutto se i soldi con cui intende pagarli sono “suoi”. Forse è proprio questa la questione su cui riflettere: perchè un capo laboratorio dovrebbe mai infilare un raccomandato, magari incapace, nel suo team?
Non sto dicendo che non succeda, ben inteso, sto dicendo che il problema è da spostare a monte del concorso e delle assegnazioni, sta piuttosto nel fatto che per molti professori italiani essere competitivi scientificamente, pubblicare e perpetrare il modello virtuoso di cui ho scritto, non è necessario.
Una delle prime cose da fare quindi sarebbe chiedersi: “Come mai?”.
E rimediare.


(1Avrei potuto scrivere Capo Laboratorio e Scienze della Vita, ma tradurre forzatamente termini tecnici che nell’ambito sono di comune utilizzo non ha senso, quindi ti becchi le note e alla peggio impari qualcosa.
(2Si tratta di riviste scientifiche a cui si spedisce il proprio lavoro e questo viene valutato da un organo di revisione esterno, composto da altri scienziati estremamente competenti nel campo in cui il lavoro si colloca e provenienti da tutto il mondo. Chi manda il lavoro non sa da chi verrà valutato, ma le opinioni del comitato saranno poi inviate all’autore a corredo della decisione di pubblicazione o non pubblicazione dell’articolo presa dall’editore. Se ci sono i presupposti, l’autore può rispondere ai dubbi sollevati dal comitato fornendo ulteriori dati e portare quindi l’editore a rivedere un’eventuale risposta negativa. Non è un sistema infallibile ed esente da problematiche, ma diciamo che è più facile far peggio che meglio.
(3Qui potevo tranquillamente scrivere fondi, mi son fatto prendere la mano.
(4LOL
(5Quando si scrive un progetto e lo si presenta perchè venga finanziato si chiedono fondi per il personale che sono distinti da quelli per l’acquisto del materiale o della strumentazione. Per quello spesso ricercatori pagati con fondi privati o esteri che non passano per la gestione statale possono avere salari più alti.
(6Di solito sono ben più di 12 mesi, io ad esempio ne ho fatti 17.
(7Non è merito mio ed è una roba piuttosto peculiare nell’ambito. In ricerca non pagare chi lavora è pratica talmente diffusa che nessuno si mette nemmeno a trovare giustificazioni idiote tipo “pago in visibilità”.
(8Lo so, di solito si dice win-win situation e probabilmente c’è una ragione reale perchè anche in quel caso finì per essere una win-win situation, ma non sto a spoilerare quale dei tre win venne meno. Col senno di poi, una delle migliori cose che mi siano successe è stato vedersi negare quel win.
(9) La storia l’ho raccontata qui e qui dieci anni fa. #FeelOldNow

2 commenti su “Un pippone sui concorsi”

  1. Un’altro punto in cui vedo un malfunzionamento è che le posizioni di inizio carriera (dottorandi, borsisti, post-doc) siano gestiti alla stessa maniera di quelle successive (RTD, fino ai posti da professore). In tutti i casi, grandi concorsoni pubblici con grandi e trasparenti (all’apparenza) graduatorie, che poi vengono adeguatamente manipolati.
    Riterrei necessaria una distinzione tra le due situazioni, lasciando maggiore libertà di assunzione per il primo caso (a maggior ragione quando si tratta di fondi del PI e non pubblici), e introducendo maggiori controlli per il secondo caso.

  2. Ciao Matteo, grazie della visita.
    Hai probabilmente ragione, servirebbero processi diversi per posizioni diverse.
    Probabilmente l’università andrebbe presa e rivoltata come un calzino, ma non c’è la volontà di farlo.

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