Cose belle oltre oceano

Ci sono un paio di robe di cui ho voglia di scrivere. Una riguarda quello che mi piace degli Stati Uniti, l’altra l’ennesima testimonianza del perché TIM si meriti le peggio disgrazie.
Forse scriverò di entrambe, ma sta sera sono preso bene e preferisco dare spazio al tema numero 1.

Quando penso agli Stati Uniti di solito mi vengono in mente solo robe brutte.
Non so se capiti a tutti, ma per me è così. Dalla ridente Gessate mi trovo spessissimo a pontificare su quanto gli USA siano un posto terribile per una serie piuttosto lunga e dettagliata di motivazioni. Le armi, il business delle assicurazioni sanitarie, il razzismo, i teocon, le armi, il sistema scolastico, il capitalismo estremo, le armi, quell’idea di essere responsabili e di conseguenza padroni delle sorti del mondo e, se ancora non l’ho scritto, le armi. Tutte cose orrende eh, innegabile. Quello che tendo a dimenticare è che gli States sono anche altro e ogni volta che ci vengo (nel 2016 è la terza volta) mi rendo conto che quest’altro è composto di cose che mi fanno stare davvero un sacco bene.
Tipo.
Io amo guidare attraverso gli Stati Uniti. Che si tratti di attraversare l’Illinois o la California, che sia una visita di piacere o di lavoro, ogni volta che mi trovo al volante da queste parti io sono in pace con me stesso. È, credo, per via di un insieme di fattori. Da un lato c’è il relax di strade dove, ad andar bene, si incrociano altre automobili una volta ogni cento km, dall’altro ci sono questi paesaggi bellissimi capaci di iniettarmi nel cuore un senso di pace e serenità che difficilmente provo in altre circostanze. Non deve essere necessariamente un posto bello o emozionante. A me bastano anche 100 km tra le fattorie del Wisconsin per entrare in questo mood di totale appagamento. Un buon disco nello stereo, il paesaggio attorno e la strada deserta che scorre sotto le ruote.
Forse non saprei fare un elenco delle dieci cose che mi fanno stare meglio, ma certamente questa sarebbe una di loro.

L’altra cosa che adoro di questo Paese sono i bar. Noi non ce l’abbiamo più questo concetto di bar come luogo in cui stare, anche da soli. Sulle prime questa cosa del sedersi al bancone da solo fa molto alcolizzato, da noi la tradizione vuole che, fatta eccezione per ladri e spie, a bere si debba andare in compagnia. Ma non si tratta solo di bere. Ci si può sedere al bancone da soli anche per mangiare un boccone, il punto è che negli Stati Uniti non si è mai realmente soli. Entri, ti siedi e ordini le tue cose. Poi inizi ad interagire con chi ti è seduto affianco o, alla peggio, con chi sta dietro il bancone. È una cosa molto social: si parla con sconosciuti di argomenti non per forza banali. Pare assurdo doverla spiegare, ai tempi di Facebook, eppure è qualcosa che da noi non esiste nella vita reale.
Mi capita spesso di innervosirmi leggendo i classici messaggi volti a mollare i propri smartphone per agevolare le relazioni umane. Il nostro non essere capaci di socializzare non deriva da internet, internet ci ha solo riempito uno spazio che prima era dedicato a silenzi imbarazzati. Qui l’interazione tra sconosciuti è praticata, nonostante, sono abbastanza sicuro, anche loro abbiano internet sui cellulari (nota: ricordati che il pezzo di insulti a TIM non è questo. Non partire per la tangente.).
È un altra cosa che mi fa stare bene. Vai al bar, chiacchieri di cose spesso interessanti, bevi la tua cosa e poi lasci la mancia. Tornando a casa o nella tua camera d’albergo hai sempre la sensazione di essere più ricco di quando sei entrato al bar. Ed è bello.
Insomma, ogni volta che penso agli States penso alle tante cose che non tollero eppure a conti fatti sono uno dei posti dove preferisco stare.

Volevo chiudere il pezzo col video di “Tip your bartender” dei Glassjaw, ma dal telefono non riesco a tirar fuori il codice per l’embed. Cercatevelo su youtube e fate conto di averlo visto qui.

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