Bohemian Rhapsody

Ieri, davvero contro ogni previsione, sono andato a vedermi il film sui Queen.
Non credevo che alla fine lo avrei visto, certamente non al cinema: la storia dei Queen non mi sembrava avesse davvero nulla che valesse la pena raccontare e dal punto di vista musicale ho smesso di ritenere i Queen rilevanti grossomodo in terza media.
Come capita a volte però ho iniziato a chiacchierarne con alcuni amici su whatsapp, tra cui un fan piuttosto hardcore che se lo era già sparato due volte e che avrebbe fatto volentieri tripletta qualora mi fosse servito un accompagnatore, e mi sono fatto tirare in mezzo. Esistono cose peggiori di andare al cinema a vedere un film che non ti interessa, persino dell’andare a spararsi un film brutto.
L’unica curiosità vera che avevo nei confronti di questo Bohemian Rhapsody stava nel livello di adorazione per il Grande Artista che ci avrei trovato dentro.

Qui serve una nota che normalmente avrei messo in fondo usando un asterisco, ma che invece è necessario inserire subito a spaccare il discorso.
E’ il  2005, sono con lo stesso amico di cui sopra in un negozio di board game a Romano di Lombardia per acquistare i premi per i vincitori di un torneo di giochi di ruolo che avevamo messo in piedi. Nello stesso negozio c’è sto bergamasco che pare uscito da una gara di sosia di Freddie Mercury: stessi abiti, stessi baffi, stessi ray-ban a specchio. Non siamo ad un concerto dei Queen o di una cover band, non è carnevale, non è Halloween. E’ un cazzo di sabato mattina  qualsiasi di settembre e sto tizio è agghindato come Freddie Mercury in un negozio di giochi da tavolo. Il mio amico inizia a parlarci dei Queen, come se non fossimo al cospetto di un individuo di cui avere paura, e nel discorso il cantante è sempre e solo nominato con l’appellativo di Grande Artista.
Lo ricordo come fosse successo ieri.

I fan dei Queen sono una setta religiosa. Come in tutte le religioni ci sono delle sfumature nel credo di ciascuno, il fondamentalismo non è prassi, però a tutti gli adepti è comune l’approccio per cui l’argomento vada trattato con rigore, rispetto e senza mai mettere in discussione nemmeno per sbaglio il monoteismo su cui si radica. Non sono tantissimi i gruppi musicali che “godono” di una fanbase di questo tipo. I Queen sono la band del nerdismo musicale, dando a nerdismo l’accezione più dispregiativa possibile. Arrivando dai GdR so quello di cui parlo, non a caso moltissimi nerd hanno la fissa dei Queen.
Era quindi tutto sommato scontato trovarsi di fronte ad un’opera evangelica in cui il Grande Artista magari non moltiplica pani e pesci, ma scrive l’intro al piano di Bohemian Rhapsody di getto, in una posizione in cui pure Beethoven avrebbe qualche difficoltà e in piena euforia post coito.
Il mio amico non ha notato questa cosa, ma si è accorto che nel film mostrano il processo di scrittura di We Will Rock You con Freddie Mercury che ha i baffi, quando tutti sanno che i baffi sarebbero arrivati dopo. Voglio bene al mio amico eh, ma è sempre per darvi il quadro.
La verità però è che tutto sommato il livello di devozione e riverenza messo in campo non infastidisce più di tanto e permette al film di andare avanti tranquillo sui binari di qualsiasi altra favola del cinema, con lo stesso ritmo, gli stessi cambi di tono tra gli atti e le stesse dinamiche tra i personaggi. Che, se vogliamo, per un film sui Queen è una scelta quasi meta.
L’unico obbiettivo del film è portarti sul palco del Live Aid e farti montare la pelle d’oca quando attacca Hammer to Fall.
Ce la fa?
Sì, mannaggia al cazzo, ce la fa eccome.

Se sei nato negli anni ’80 credo sia illegale non aver avuto un passato in qualche modo segnato dai Queen. Io ce l’ho avuto alle medie, quando il Greatest Hits II era il mio disco del cuore insieme a Fronte del Palco di Vasco e Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. 
I miei pezzi preferiti erano quelli più caciaroni: I Want It All, Invisible Man, One Vision, Hammer to Fall, Breakthru, le chitarre di Innuendo. Forse ci si poteva vedere già una certa propensione alla merda che avrei amato negli anni a seguire, non so. Killer Queen mi ha sempre e solo spaccato i coglioni, forse uno dei casi più eclatanti di titolo fuorviante della storia della musica.
Crescendo ho imparato ad allontanarmi dalla devozione che chi ascolta i Queen ha per i Queen e, tolta quella, non mi è rimasto poi molto tra le ragioni per andare avanti a metterli in cuffia, così l’ho piantata lì.
Questa mattina ho deciso di provare a riascoltare il Live @ Wembley dell’86 e, come pronosticabile, ho avuto seri problemi ad arrivare in fondo. L’accoppiata A Kind of Magic / Under Pressure non la tolleravo nemmeno a 10 anni, così come non ho mai sopportato il pubblico che canta drammaticamente fuori tempo Another One Bites the Dust. Dio, che fastidio. A Brighton Rock Solo ho spento tutto.
Non basta un film di propaganda ben fatto per farmeli rivalutare, ecco.

Forse però, se non avete due ore e passa da dedicare ad un gruppo di cosplayer che promuove il Verbo sul grande schermo, avete venticinque minuti per riguardarvi la loro performance al Live Aid del 1985.
Credo che, tutto sommato, ci siano modi peggiori anche di impiegare 25 minuti.

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