Vai al contenuto

Settembre 2025

Parliamo di Charlie Kirk

Oggi è l’11 settembre 2025 e grossomodo tutti sanno chi è Charlie Kirk.
Il 9 settembre 2025 molti di quelli che lo stanno martirizzando non avevano letteralmente idea di chi fosse, ma di questa cosa non ha molto senso parlare. Non è il primo morto strumentalizzato e non sarà l’ultimo.
Per chi, non so bene come, ancora ignorasse chi sia stato Charlie Kirk faccio un recap veloce: un tizio che si è costruito una fama sui social spingendo l’ultraconservatorismo americano (una roba che in confronto la chiesa cattolica è un raduno di hippie) e che ieri è stato ammazzato male durante un comizio.
Io sapevo bene chi fosse anche prima venisse suo malgrado alla ribalta per i fatti di cronaca odierni.
C’è stato un periodo, non molto lontano in verità, in cui sono entrato nel circolo vizioso dei suoi contenuti online, ne ho consumati a decine. Ero in una situazione che potrei descrivere come il mix tra l’innata curiosità morbosa verso tutto ciò che mi è incompressibile e mio nonno che urlava alla televisione quando vedeva Berlusconi.
Forse è necessario che vi spieghi come erano strutturati i suoi contenuti. In pratica il tipo prendeva un tema sensibile, lo affrontava con una posizione ultra radicale difficile da digerire anche per quella che comunemente definiremmo “destra” e fingeva di volerlo dibattere montando le sue argomentazioni in antitesi a quelle di poveri ragazzi e ragazze che, ingenui  e spinti dalla necessità di contrastare un’ideologia così del cazzo, si prestavano inconsciamente al gioco senza avere una anche minima capacità argomentativa. Il risultato era lui che, per usare un termine caro all’internet e tra i primi tre che citerei come indicatore del nostro declino culturale, BLASTAVA dei poveracci.
Ecco, io so benissimo che tra tutti quelli che, apertamente e pubblicamente, decidevano di dibattere con lui, la maggior parte era gente capace di tenergli testa. Voglio dire, le argomentazioni di Kirk erano così assurde che non sarebbe stato complicato controbattere. Lui sceglieva appositamente di montare nei video quei pochi che non riuscivano in questa operazione e finivano “sconfitti” sul piano del dibattito, in modo da costruirsi l’aura di sommo oratore (lo sapete che gli americani considerano il dibattere una competizione, sì?).
Sto divagando, il punto è che io, pur conscio del meccanismo alla base del suo “lavoro”, ero diventato assiduo consumatore dei suoi video e li guardavo solo per lamentarmi. “Ma cazzo, ma rispondigli XYZ dai. E’ ovvio. Digli XYZ e lo metti all’angolo. Argomenta. CAZZO SMONTALO. COME FAI AD ESSERE COSI’ IDIOTA DA NON RIUSCIRE A RIBATTEREEEE…”. Ecco, questa era diventata una sorta di mia routine. Cercavo i suoi video per vedere quali argomentazioni assurde riuscisse a formulare, mi immedesimavo nella controparte trovando sempre la chiave per far cadere il suo castello di carte e mi incazzavo con quei poveracci che venivano mostrati in difficoltà nel farlo. Preciso ulteriormente: non è che io trovassi sempre il suo punto debole perchè sono un genio, è proprio che il suo livello era indecorosamente basso.
Insomma, io sono uno che si è guardato molti dei suoi video e oggi, quando ho saputo che gli avevano sparato, un po’ ci sono rimasto di merda.
Ecco, questo vuole essere l’argomento della mia riflessione.
Da questa mattina ho letto una montagna di post, pensierini, commenti, etc. espressi da gente che conosco e in certi casi stimo, che tenevano a ribadire come non ci fosse troppo da dispiacersi. E ora proverò a dibattere queste argomentazioni.
La prima la riporto testualmente: Insomma, leggendo in giro mi sembra di capire che oggi è la Giornata Internazionale del “Charlie Kirk era un pezzo di merda, ma”.
Come a dire che troppe persone, sbagliando, stessero dicendo che per quanto fosse uno stronzo forse sparargli non era la cosa da fare. Io sono tra quelli fermamente convinti fosse uno stronzo e tra quelli fermamente convinti non fosse il caso di sparargli. Sicuramente è una questione di bolle, ognuno pesa le opinioni che vede intorno a sè sulla base delle persone che ha, in quell’intorno, quindi magari per chi lo ha scritto quella posizione (la mia) è risultata largamente condivisa. Nella mia, di bolla, non è così. Da quel che vedo io, chi ne sta parlando, ne sta parlando come di uno che se l’è cercata e io con il tema del cercarsela ho un rapporto conflittuale. Non voglio entrarci adesso, ma per me non può e non deve essere un’attenuante. Mai.
Mi piace tifare per un mondo in cui non si spara agli stronzi, as simple as that. Sono troppo naive? Sono uno di quelli che vive nel mondo di Lelly Kelly e che crede nel “marketplace of ideas” (sto linkando un pezzo di stand up meraviglioso che, di fatto, sfotte me.)? Possibile.
Il che ci porta alla seconda argomentazione che ho letto: male male sparare al tipo, ma se da domani questi avvelenatori di pozzi pezzi di merda avranno un briciolo in più di paura nel fare quel che fanno, forse è bene sia così.
Non lo è (imho). Intendiamoci, capisco BENISSIMO da dove viene quel tipo di reazione e sarei falso se non dicessi di averla provata anche io, di aver pensato anche io di esserne convinto, sul principio. Però no. La paura come deterrente non funziona mai.
MAI.
M-A-I.
La paura spinge le persone a nascondere la polvere sotto il tappeto, a celare quel che causa ritorsioni a prescindere dall’idea che hanno di quella cosa. “Non lo faccio perchè non si fa” non funziona neanche coi bambini. L’educazione è la chiave con cui si combattono certi atteggiamenti tossici, tra cui il pensare di poter e dover dire tutto ciò che si vuole. L’educazione crea le basi per razionalizzare quel che si vuole dire, farsi delle domande, ragionare sul concetto di rispetto e mettersi dei limiti. Da soli. La paura non porta a nulla di tutto questo. La paura ottiene magari un risultato migliore, sul principio, ma non otterrà mai persone che si limitano per scelta propria, sarà sempre e solo un’imposizione. E quando quell’imposizione cade, si torna al punto di partenza.
Porto due esempi, che mi hanno illuminato quando vivevo a Colonia. In Germania c’erano due limiti: no fuochi d’artificio tranne capodanno, no espressioni di fiero nazionalismo tranne durante i mondiali.
In 2 anni e mezzo mai visto succedere nulla di strano tranne:
– A capodanno, dove la città diventava Baghdad e la gente puntava le finestre coi bengala uso ridere.
– Durante i mondiali, dove tutti avevano la bandiera tedesca alla finestra, sugli specchietti e sul cofano dell’auto, addosso. Molti le facevano anche il saluto (giuro).
Lì ho maturato l’idea che un popolo che si comporta bene perchè deve, non perchè vuole, non è un orizzonte a cui tendere. Per quanto in quel posto ti possa sembrare che le cose funzionino, non è il posto in cui vorresti vivere. Parlo per esperienza personale.
Quindi, per chiudere questo paragrafo, anche se la paura generata da questo evento di cronaca, come dal gesto di Luigi Mangione, può portare anche a cose buone (semicit.), resta un metodo del cazzo che per me dovrebbe sparire ieri, a prescindere da chi lo usa.
Il che ci porta al terzo ed ultimo aspetto della vicenda, l’unico che fa un po’ sorridere.
A meno di 24 ore dall’omicidio il governo USA ha materiale video sul killer e ha già trovato prove sull’arma e sui bossoli che riconducono evidentemente ed innegabilmente al fatto che chi ha sparato fosse un estremista di sinistra (leggi: antifa, pro transgender, etc.). Lasciamo un attimo da parte il fatto che ancora non sanno chi ha sparato a Kennedy, che sembra di fare ironia, il mio punto è diverso.
Io non ho alcun problema a credere che chi l’ha fatto sia uno che condivide la mia stessa opinione su Kirk. Questa autoconvinzione che i matti/spostati/ritardati/terroristi/violenti/estremisti siano sempre gli altri è idiota. Non saprei come altro definirla. Partendo dal fatto che nel mondo ci siano N persone problematiche che possono decidere di sparare ad un altro essere umano sulla base del credo politico, pensare che nessuna di queste sia dal nostro lato dell’ideologia è come credere che la terra sia piatta. Negli stati uniti hanno la cultura del risolvere i problemi sparando, non è una cosa correlata all’essere repubblicani o democratici, è un livello sopra, più trasversale. E’ perfettamente plausibile che chi ha sparato a Kirk, come chi ha sparato a Trump, sia un estremista di sinistra con evidenti limiti cognitivi. Se usi l’attentato per costruire una retorica volta a screditare quella parte politica fai schifo, ma devo darti il beneficio del dubbio. Se immediatamente dopo un evento del genere te ne esci dicendo di avere le prove che chi ha commesso il fatto è sicuramente uno di quella parte politica che tanto tieni a contrastare, allora spingi anche uno come me, che lo riteneva plausibile dal principio, a pensare tu stia mentendo e che chi ha tirato il grilletto non sia per niente chi mi dici che sia. Da lì, il complottismo. Su questo, però, probabilmente sbaglio io.
Cmq il mio punto, non si fosse capito, è che dovremmo smetterla di ammazzarci tra noi.
Quale che sia la ragione, quali che siano le colpe (oggettive o soggettive) di chi si prende il proiettile. Citando un film: I just wanna say I think killin’ is wrong, no matter who does it, whether it’s me or y’all or your government.


Ehi, vuoi ricevere i post di questo blog direttamente via mail e senza dover venire qui a leggerli?
Iscriviti alla newsletter!

Black Sails

Qualche mese fa avevo vaneggiato qui sopra di un progetto a cui mi stavo dedicando e di cui non mi sentivo di dare i dettagli per evitare di renderlo reale al punto di mal digerirne un eventuale fallimento. A distanza di tempo, ho deciso che non sia più il caso di fare i misteriosi.
Sto scrivendo un romanzo.
Al punto in cui sono ora(1), la parola fallimento ha assunto diverse sfumature, ma il significato che le avevo dato inizialmente era di buttarmi nell’opera e non riuscire ad arrivare in fondo. Siccome oggi mi sento di escludere questa possibilità, pur essendo ben lontano dal finire il lavoro, posso anche uscire allo scoperto qui sopra. Anche perchè, voglio dire, non è che questo sia propriamente un articolo del NY Times.
Veniamo al tema del post. Siccome il mio ipotetico romanzo parla di pirati, concluso il primo troncone di scrittura mi sono rivisto tutte le quattro stagioni di Black Sails per un “reality check” e mi sono innamorato di nuovo dell’opera. Se con quello che sto provando a fare (e che mi sta costando una quantità di ore e di sonno incalcolabili) riuscissi a trasferire anche solo un decimo dell’atmosfera che è riuscita a ricreare questa serie, mi riterrei ben più che soddisfatto.
Black Sails racconta le vicende del Capitano Flint e del pirata John Silver, poi Long John Silver, intrecciandone le origini con figure storiche dell’epoca. Un mix di fantasia e storia che, fin dal primo istante in cui ho pensato di cimentarmi nella stesura di un romanzo, è stato l’obiettivo a cui tendere anche per il sottoscritto. Essendomi messo a studiare parecchio l’epoca della pirateria, ho capito in fretta che sul piano della veridicità storica la serie TV non ha mai voluto essere davvero verosimile, si è limitata ad incollare nomi di figure realmente esistite dentro una storia completamente di fantasia e di difficile collocazione temporale. Questo però non è un difetto. Guardandola la prima volta non me ne ero assolutamente accorto e, probabilmente, è una buona indicazione del fatto che l’attenzione alla veridicità/verosimiglianza che sto provando a mettere io, con tutti i limiti del non essere uno storico, risulterà largamente superflua. Amen.
Tornando a parlare della serie, invece, quella spolverata di personaggi storici non fanno che supportare il lavoro magistrale fatto a livello visivo per trasferire allo spettatore un’ambientazione estremamente suggestiva, in cui chi ama quel tipo di periodo storico non può che venire risucchiato fin dai primi minuti grazie ad una fotografia superlativa. A livello di trama, poi, le prime due stagioni sono di un livello stellare. C’è un colpo di scena, nel penultimo episodio della seconda stagione, che per scrittura e realizzazione è senza dubbio il più sorprendente e potente che mi sia mai capitato di vedere. Non dico debba esserlo per tutti, ma per me lo è sicuramente stato. Non l’ho visto arrivare e mi ha colpito con una velocità e un’impatto irripetibili. Le due stagioni successive mantengono inalterata la qualità di resa dell’atmosfera, ma calano parecchio a livello di storia, anche se nel finale c’è una bella ripresa.
Quello che non cala mai, invece, è la grandezza dei personaggi raccontati. Ognuno di loro è perfetto, nel tratteggio e nel percorso, anche quelli che possono sembrare più caricaturali o stereotipati. Li ho amati tutti, senza esclusioni, e ho fatto il tifo per ognuno di loro in almeno un’occasione.

Quindi niente, il succo del discorso è che in un mese mi sono riguardato trentotto episodi di Black Sails e ne vorrei almeno altrettanti. Da amante dei pirati, credo siano il prodotto perfetto. Io sono un fan enorme di Monkey Island, ho adorato alla follia il primo Pirati dei Caraibi e ho letto un po’ di letteratura a tema, ma non credo di aver trovato mai nulla che fosse così affine alla mia idea e al mio gusto.
Ho chiesto di leggere la prima parte del mio romanzo wannabe ad una manciata di amici. Un paio lo hanno fatto davvero, mia moglie ci sta litigando, gli altri probabilmente sono troppo gentili per dirmi “lascia perdere”. Diciamo che dai primi feedback non ho l’impressione di avere per le mani un best seller, ma non ho intenzione di mollare.
L’illusione a cui mi aggrappo è che anche che Black Sails non è piaciuta a nessuno.

(1) circa 200 pagine scritte, circa metà della strada, circa metà del secondo dei tre tronconi di cui dovrebbe essere idealmente composto.


Ehi, vuoi ricevere i post di questo blog direttamente via mail e senza dover venire qui a leggerli?
Iscriviti alla newsletter!