28 febbraio, 2010

Google Hit List [Febbraio 2010]

Etichette: Google Hit List

E’ tempo della prima classifica dalla Germania.
Devo riconoscere che gran parte delle ricerche sono divertenti, anche se inizio a farmi delle domande sul perchè il mio blog attiri così tanti decerebrati ed analfabeti.
Ad ogni modo ecco i risultati.
Ah, prima di chiudere, segnalo una chicca assoluta.
Polly, cercando un’estetista a Colonia, ha scovato questo sito (NdM: l’audio vale il 50% della chicca).
Genialità allo stato brado.

1 – canzone degli u2 che inizia one two three four
2 – “borsista a vita”
3 – sono spaesato il mio migliore amico è andato a letto con mia moglie
4 – la classifica degli sfigati di oggi
5 – il lavoro è na merda
6 – arriba arriba bubu ah
7 – c’è sempre qualcuno piu cattivo di tè
8 – scandale a tamarria
9 – ti sei sconnesso senza neanche salutarmi
10 – voglio scrivere il mio loco nella mia macchina

Nota: aggiornata la sezione “musica”.

11:26 pm

25 febbraio, 2010

How much is the fish?

Etichette: Concerti,Musica

Quasi quaranta euro a porzione.
Neanche al Savini.

9:41 pm

23 febbraio, 2010

Sono un immigrato

La questione casa qui inizia a diventare un problema.
Il grosso difetto dell’intimissimo nido in cui io e Polly viviamo ora è che se uno dei due ha intenzione di guardare un film l’altro deve fare altrettanto.
Sentire un cd? Uguale.
Chiamare casa? Idem.
L’unica cosa che si può fare “da soli” è navigare in internet, anche perchè c’è un solo cavo di connessione ed un solo posto per piazzare il PC. Mentre uno naviga l’altro può stare a letto a leggere, oppure a letto a dormire, oppure a letto a fare quello che vuole. L’importante è che stia sul letto e non si alzi, perchè di spazio non ce n’è.
Perfino andare al cesso diventa parte della vita di coppia.
La cosa in settimana non è più di tanto un problema, visto che in casa alla fine ci si sta giusto la sera. Il dramma è tipo la Domenica, quando qui non ci sono aperte neanche le chiese e, col clima che ci si ritrova, le motivazioni per uscire vengono meno. Il Sabato è diverso. In giro si può stare, c’è vita e fare due passi per il centro è piacevole. Oltretutto gran parte del pomeriggio la passiamo nella lavanderia a gettoni, luogo sempre foriero di gioia e gaudio (specie quando parte l’asciugatrice) e quindi veramente il problema qui è unicamente domenicale. Con tutta probabilità non avere neanche le partite da guardare aggrava di non poco la situazione.
Ad ogni modo il problema c’è e va risolto.
Questo è il principale motivo per cui ci stiamo sciroppando visite continue ad appartamenti in affitto, nella speranza di trovare quello che faccia al caso nostro.
E’ bene precisare che, fino ad ora, tutti facevano al caso nostro. Ad eccezione del primo, che era un incrocio tra una discarica ed un set porno, noi abbiamo sempre concluso la visita con la frase: “siamo molto interessati, vi preghiamo di tenerci presenti al momento della decisione”. Non che si sia particolarmente schizinosi, quindi. Il problema è che evidentemente siamo noi a non fare al caso di chi affitta. Non mi si fraintenda, lungi da me parlare di razzismo (in Germania poi, tzè), ma inizio a pensare che l’essere immigrati non ci aiuti. Alla fine di ogni visita ci viene infatti fatto compilare un foglio su cui l’affittuario in uscita richiede di annotare nomi, età, introito mensile e numero di telefono ed in base a queste informazioni il padrone di casa, che non è mai colui che fa visitare la casa, sceglierà il vincitore. Senza neanche guardarti in faccia, solo sulla base di quelle poche informazioni. Ora, se mi fermo ad analizzare le voci, scopro che:
– solitamente siamo i più anziani sulla lista. Per queste cose dovrebbe essere un pregio visto che l’età è inversamente proporzionale all’attitudine a fare casino o danni.
– solitamente siamo quelli con il reddito più alto. Questo anche perchè non è che stiamo cercando tra le ville, ma tra appartamenti che solitamente vanno a studenti. Anche in questo caso quindi, dovremmo avere la preferenza per noi.
– siamo una coppia. Questo potrebbe non essere indicativo, ma in realtà qui pare conti molto perchè limita, agli occhi degli affittuari, il via vai di gente nonchè il casino che potrebbero fare due ragazzi/ragazze che dividono un appartamento, ma che hanno vite private separate. Anche in questo caso quindi, tutto dovrebbe andare bene.
A questo punto rimangono due scelte: o il nostro numero telefonico suscita parecchie antipatie, oppure forse i nostri nomi suonano meno bene di quelli teutonici nelle orecchie dei padroni di casa. Non avendo prove in merito però, mi limito a pensare che siamo stati unicamente molto sfortunati e che dobbiamo solo insistere. Oggi intanto ci è toccato riconfermare il loculo dove stiamo ora anche per Aprile, visto che l’alternativa al momento è il marciapiede. Attualmente saremmo disposti anche a pagare doppio affitto un mese, se trovassimo qualcosa di più grande da Aprile, ma questo non pare aiutarci.
Vedremo.
Il concetto è che, per il sottoscritto, non è facile vivere non sapendo dove andrà a dormire tra qualche settimana e questo lo spinge ad avere un po’ il Cristo rotante.
Oltretutto pure la Polly inizia ad essere demoralizzata, ma per quel che la riguarda il grande problema è soprattutto non avere un forno. Puntualizzo inoltre che il suo di Cristo è bello stabile e temo tutto questo non basti a cambiare le cose.
In any case la vita prosegue. Sta sera io e la Polly ci spareremo un’altra cena thay, cucina che ormai ci ha conquistato, prima che io me ne vada a tentare di entrare al live dei Fightstar. Lei andrà a vedere l’ennesimo appartamento, per la prima volta senza di me. Che sia la volta buona?
Intanto, usando sempre Pozzetto come metafora della vita, siamo passati dal “Ragazzo di campagna” a “Casa mia, casa mia”.
Chiudo sottolineando come, sebbene fortemente tentato, non etichetterò questo post con “l’Italia è una merda, ma…” perchè non ho affatto la certezza che in Italia per una coppia straniera le cose sarebbero più facili e, anzi, se penso a certi discorsi anche solo del sindaco del mio paese mi girano ancora di più i maroni.

6:54 pm

19 febbraio, 2010

Esperienza totale

Etichette: Concerti,Musica

Prendete una spiaggia.
Sì, lo so, non ho mai scritto un post rivolgendomi direttamente a chi legge, però questa sera va così quindi non fate i pignoli e fate quel che dico.
Prendete una spiaggia di notte con un bel falò acceso e le stelle che brillano in cielo.
Mettete duecento, trecento amici intorno a quel fuoco. Chissenefrega se non avete abbastanza amici, fate conto di averceli e metteteli tutti intorno al fuoco con una birra in mano. A questo punto prendete tre chitarre e datele a tre di questi vostri amici d’infanzia che, fortuna vuole, sono anche musicisti che in qualche modo hanno segnato la vostra vita e dite loro di suonare i pezzi più significativi della vostra gioventù in modo che tutti si possa cantare insieme.
Ok, riuscite ad immaginare una situazione di questo tipo?
Io sì, perchè l’ho vissuta questa sera.
Niente spiaggia, purtoppo, ma un freddo localino imboscato nel quartiere di Colonia dove vivo. Roba che ci ho messo una buona mezzoretta a trovarlo, il posto, ma alla fine l’ho reputato veramente carino. Prendete uno di quei bar americani con le freccette, il biliardo, il casino e la cappa di fumo. Metteteci poster di band alle pareti ed una porta che da su uno stanzino con un palco in cui possono entrare per l’appunto circa trecento persone. Ecco, l’Underground di Colonia è così. Una roba che a Milano ce la sognamo e non solo per il divieto di fumo nei locali pubblici.
Ad ogni modo in questo piccolo locale questa sera è avvenuto qualcosa di magico perchè, non scherzo, sembrava veramente di essere in mezzo a gente che si conosce da sempre. Sarà che ero da solo e ho conosciuto più gente che in una vita di concerti “single palyer” in Italia, sarà che l’età media era esattamente la mia, sarà che per tutti i presenti andava in scena a grandi linee la colonna sonora della propria vita, ma non mi ero mai sentito così parte di un qualcosa ad un concerto.
Lo so, fa ridere, ma è così.
Mi rendo conto di non aver ancora precisato quale concerto ho visto sta sera.
Si trattava di Jon Snodgrass + Tony Sly + Joey Cape, tutti in versione rigorosamente acustica.
Non sapendo bene come funzionano le cose da queste parti ed essendo io senza biglietto, ho deciso di recarmi in loco con largo anticipo. Arrivato sul posto nel locale non c’è nessuno, tranne i tre showman impegnati nel soundcheck, così entro e mi sento un paio di pezzi in anteprima prima che Joey Cape venga da me a fare due chiacchiere e chiedermi poi dov’è il bagno. Quando realizza che non sono dello staff ride molto. Rido anche io, e ride anche il tipo al mixer che però poi mi chiede di uscire.
Il set vero e proprio inizia dieci minuti dopo le otto e sul palco ci sono tutti e tre gli artisti per suonare insieme i primi tre pezzi, uno dal repertorio di ciascuno. In realtà Joey Cape ne suonerà due perchè durante “Fatal Flu” Jon rompe una corda, la prima di una lunga serie, ma come appare chiaro si tratta di un fuori programma. Anche di questi ultimi sarà costellata la serata. In ogni caso avvio col botto, tra battute e dialoghi col pubblico che definire esilaranti è poco.
Personalmente non conoscevo Jon Snodgrass, nè gli Armchair Martian nè tantomeno i Drag the River (ok, shame on me). Tuttavia il suo set è fantastico. I pezzi voce e chitarra emozionano davvero e lui è un personaggio geniale, ma geniale sul serio. Esegue praticamente solo canzoni a richiesta, almeno finchè le richieste arrivano, ed alla fine cede il posto a Tony Sly. Non che se ne vada, smette semplicemente di suonare per dedicarsi a fare filmati con la sua compatta digitale. La gente apprezza e anche Tony Sly: “Jon is always great. In his set and even in mine.”
La scaletta del leader dei No Use for a Name non la commento neanche, perchè si parla di uno che ha nel plettro più singoli di Vasco e che quindi da dove pesca pesca sicuro. Il clima è fantastico, roba che ad un certo punto TS chiede ad uno del pubblico di aprirgli una birra, per capirci. Esegue anche tre di pezzi dall’album in uscita, quello da solista in acustico che è in giro a presentare. Il primo è molto simile a qualcosa dell’ultimo album NUFAN, il secondo è bellissimo ed il terzo serve a richiamare sul palco Joey Cape che nel disco canta metà della canzone. Questa sera però JC pare proprio non ricordare di cosa si tratti e così, dope due tentativi a vuoto tra le risate generali, Tony Sly lascia il palco.
A differenza del predecessore, il frontman di Lagwagon e Bad Astronaut decide di proporre diversi pezzi della sua carriera da solista, molti dei quali dedicati all’amico scomparso Derrik Plourde. L’atmosfera è carica di emozione e porta Joey ariflettere su come non sia facile essere allegri quando la maggior parte dei propri pezzi parla di suicidio. Per ri-alleggerire l’ambiente decide così di suonare “Beard of shame”, fermandosi nel ponte strumentale per ammettere di non avere mai avuto la necessità di imparare a suonare quella parte. Ormai il tutto procede da due ore abbondanti ed è quindi il caso di portare al termine la serata.
Sul palco tornano i due colleghi per suonare gli ultimi pezzi, ancora una volta pescandone uno per ognuno. La conclusione del tutto è affidata alla cover di “Linoleum” ed è l’apice di una serata spettacolare.
Almeno, vivendolo credevo fosse l’apice.
Poi è successo che i tre se ne sono andati e che la folla li ha osannati per diversi minuti buoni, fino a farli rientrare per un bis che sembrava del tutto imprevisto.
Scelgono un’altra cover: “Boxcar” dei Jawbreaker.
Jon vorrebbe suonare, ma anche filmare con la sua compattina e quindi chiede a uno del pubblico se può riprendere al posto suo. Questo accetta ed il pezzo parte a coronare il reale apice della serata.
Probabilmente questo racconto è orfano di diversi aneddoti che varrebbe la pena ricordare, ma ora sono un po’ stanco e quindi va bene così.
Esperienza totale.
Senza scherzi, credo sia stato il più bel concerto della mia vita.

1:00 am

16 febbraio, 2010

Get a life!

Il mio impatto con il nuovo mondo teutonico è per forza di cose l’argomento principe di queste pagine, ultimamente.
Me ne dispiaccio, perchè mi piaceva avere un blog che parlasse un po’ di tutto, però lo stravolgimento avvenuto nella mia vita negli ultimi quindici giorni è troppo grande ed importante perchè non sia costantemente al centro dei miei pensieri.
Ad essere onesti avrei anche potuto/voluto scrivere un post di musica, ma dei due dischi di cui volevo parlare ho già detto tutto altrove, per la precisione qui e qui, rendendo un post in merito ridondante e, di conseguenza, superfluo.
Così, che piaccia o meno, ho deciso di dare sfogo a una riflessione che ho iniziato a maturare sin dal mio arrivo e che, in questi giorni di “festa”, è tornata di tremenda attualità.
C’è qualcosa di sbagliato nel modo che hanno qui (e nel mondo, a questo punto) di intendere il mio lavoro o sono io che ne ho un’idea scorretta?
Spiego meglio.
Nel laboratorio dove sono ora ospite in attesa che il mio reale posto di lavoro venga pronto, ci sono un sacco di ragazzi provenienti da altrettanti, o quasi, posti differenti. Ci sono australiani, canadesi, greci, indiani e tedeschi di ogni regione. Gente che più o meno orbita in una fascia di età compresa tra i venticinque ed i trenta, miei coetanei insomma, e che ha le più diverse situazioni familiari e personali: sposati con figli, sposati senza figli, sinlge, conviventi ed ancora residenti con i genitori. Insomma, è un ambiente senza dubbio eterogeneo. Ciò che contraddistingue ognuno di loro però, è l’onnipresenza in laboratorio. A qualunque ora io arrivi al mattino, loro sono qui e a qualunque ora io me ne vada, loro ci sono ancora. Tutti i giorni, feriali o festivi che siano. Certo non sono solito fare l’appello e quindi questo discorso potrebbe valere più per alcuni che per altri, ma in generale è così.
Neanche a dirlo, io di vivere in questo modo, non ho la minima idea.
Per quel che mi riguarda gli interessi importanti sono tutti all’esterno dell’ambiente di lavoro e sono già fin troppi rispetto al tempo che avrei a disposizione facendo le mie classiche otto ore al giorno.
La cosa triste è che, scrivendo tutto questo, mi sento in dovere di giustificarmi come se avessi scritto che “non voglio lavorare”. Sono arrivato al punto di sentirmi colpevolizzato nel dire che non vorrei lavorare più di quel che è necessario. Cazzo, è ridicolo. Chi mi conosce sa bene che non sono certo il tipo che parte con il conto alla rovescia delle ore quando inizia al mattino. Faccio quel che devo nel tempo che ci metto e se capita di metterci di più di otto ore, beh, mi fermo e finisco.
Io però non programmo in partenza la mia giornata su dodici ore nè la mia settimana su sette giorni, come vedo fare a tantissimi qui.
Se una cosa posso farla Lunedì non la programmo per Sabato ed uso il week end per lavorare solo se è estremamente necessario. Non mi pare di dire nulla di insensato, eppure posso garantire che qui nessuno la vede così.
Il problema è che con questo contorno è un attimo passare per quello che cazzeggia, visto che la mole di quanto produco io con le mie tempistiche normali non sarà mai pari a quella prodotta da chi, ridendo e scherzando, lavora il 50% del tempo in più.
Riflettendoci mi seccherebbe dover mollare un lavoro che mi piace solo perchè non ho intenzione di dedicargli TUTTA la mia vita, almeno fino a che qualcuno mi dimostrerà che ne avrò altre a disposizione da dedicare al resto dei miei interessi.
Discorso analogo vale per la facilità che ha questa gente nel saltare da un posto all’altro. Per quello che mi riguarda quest’anno sarà un’esperienza da mettere a curriculum ed un esperienza di vita, non lo standard da qui ai prossimi trent’anni. Non sono disposto a continuare a ricostruirmi una vita ogni tre, quattro anni saltando di laboratorio in laboratorio per ottenere una carriera sfavillante da cui, a conti fatti, già ora sento non trarrò nulla se non rimpianti su quanto mi è costata.
Io ho degli amici, delle persone con cui mi piace stare con cui ho condiviso tanto e spero di condividere ancora di più. Non ci penso nemmeno a passare un’esistenza fatta di conoscenze che vanno e vengono, per quanto simpatiche possano essere. Idem per quel che riguarda i miei genitori. Se fare carriera nella scienza vuol dire rinunciare a tutto questo, senza nemmeno pensarci su rispondo: “No, grazie” e vado a fare altro.
Io lavoro per vivere, non vivo per lavorare.
Magari tutte queste riflessioni sono solo frutto di una prima, erronea impressione, ma non credo. Inizio a pensare che quest’anno sarà l’ultimo in cui potrò fare questo lavoro se non vorrò scendere a questi compromessi.
Vabbè, ora vado a finire l’esperimento che sto facendo.
Sì ho scritto dal lavoro.
Sì forse sono un fancazzista.
Oggi, ieri e Venerdì qui però è stata festa nazionale.
Ed io sono stato in laboratorio.

Precisazione d’obbligo: nessuno mi ha detto che non lavoro e non sono stato licenziato. Almeno per il momento. Trattasi di riflessioni.

5:17 pm

12 febbraio, 2010

It’s Carnival time!

Etichette: Köln,Lavoro,Polly

Qui a Colonia la gente è matta.
Oggi, primo giorno di Carnevale, ne ho avuto la riprova. Ad essere onesti oggi non è affatto il primo giorno del Carnevale, da queste parti, perchè qui tutto comincia in data 11-11 alle ore 11:11. Non chiedetemi perchè, ma è così. Quel giorno parte ufficialmente la stagione carnevalesca che si protrae, appunto, fino al propriamente detto Carnevale del rito romano, quando il tutto ha la sua conclusione con una maxi celebrazione che parte il Giovedì ed arriva fino al Martedì. Oggi quindi è il primo giorno della fine del Carnevale, per essere chiari e didascalici. Il fatto che qui ci sia un’intera stagione dedicata a questa festa prevede che, durante questo periodo, la gente sia legittimata a girare in maschera. Non deve, ma può. Questo vuol dire che tra Novembre e Febbraio non c’è da scandalizzarsi se si incontra un cowboy al supermarket o un batman in metropolitana. Può sembrare assurdo, ma per uno appena arrivato non è facile stare in coda in banca dietro un pirata pensando non solo che sia normale, ma che anzi non lo si dovrebbe nemmeno considerare bizzarro.
Questo è niente in confronto a quanto accade nella giornata del Giovedì grasso e, presumo, in quelle a seguire fino al Martedì successivo. In questi giorni infatti vestire un costume diventa un dovere da cui non ci si può esimere. Qualunque cosa si faccia. Non ho infatti ancora capito se questi giorni siano ufficialmente di festa o meno, sta di fatto che se si va al lavoro lo si deve fare in maschera. Non farlo sarebbe recarsi nudi in chiesa: tutti ti guarderebbero come fossi pazzo, alcuni si offenderebbero molto e tu finiresti per sentirti a disagio, discriminato e perfino in imbarazzo.
Io di certo così non mi ci volevo sentire, soprattutto in mezzo a persone con cui dovrò passare il prossimo anno.
Per questo, Sabato scorso, io e la Polly ci siamo recati in centro ed abbiamo provveduto ad acquistare due fantastici costumi. Il nostro desiderio era quello di trovare qualcosa “di coppia”, ma non avevamo alcuna idea di base. Almeno fino a quando il sottoscritto non si è innamorato di un costume da lupo, costringendo la Polly ad optare per l’unica cosa che ci si potesse abbinare, ovvero Cappuccetto Rosso. In realtà lei avrebbe potuto anche vestirsi da Dr. House, secondo me, ma sicuramente il legame tra i due costumi sarebbe stato meno evidente, a meno che lei non mi avesse indicato dicendo: “He’s not Lupus”. A quel punto chiunque avrebbe riso dibbrutto.
Questa mattina siamo andati al lavoro come ogni mattina, solo in tenuta carnevalesca. Sapevamo che nell’istituto ci sarebbe stata una colazione in maschera per tutti i ragazzi, quindi volevamo partecipare senza sfigurare. Appena arrivati tuttavia, ci siamo resi conto che prima di tale evento tutti avrebbero lavorato almeno un po’ e così, con il mio bel costumino da lupo, mi sono messo a pesare le poveri per fare le soluzioni. Diapositiva. Finalmente intorno alle 10.30 ci siamo riuniti in una sala comune adeguatamente apparecchiata ed è iniziato l’evento sociale, con tutti i partecipanti agghindati nei costumi più assurdi. Per fare un esempio c’era Casi, il ragazzo che ci fece visita in Italia nel 2008, vestito da cheerleader. E non era il peggio, posso garantire. Come ovvio accada da queste parti sono da subito iniziati a scorrere litri di birra, in modo da mettere a proprio agio anche i più scettici. Per chi non se la sentisse di bere la birra così presto la mattina, perlopiù ragazze, l’organizzazione ha anche pensato ad un’alternativa. Il prosecco. Ed è così che ho capito che ai tedeschi non la si fa, soprattutto quando decidono che si deve bere.
L’evento è andato avanti per un paio d’ore in cui la gente s’è ingurgitata di tutto, dal dolce al salato, in quantità inimmaginabili. Solo dopo sarei arrivato a definire lungimirante quella scelta, da me per altro sottoscritta nell’ignoranza, perchè da quel momento in poi nessuno avrebbe più ingerito nulla che non fosse liquido ed alcholico.
A qualche minuto da mezzogiorno era chiaro a tutti, capo compreso, che di lavorare oggi non ci sarebbe stato verso e così l’allegra combriccola si è riversata dapprima per strada e poi in un simpatico ed angusto locale della Colonia downtown. Se quanto stava accadendo in istituto era peculiare, quello che ho visto per le strade rasenta l’incredibile. Masse inverosimili di persone dai costumi più assurdi ballavano lungo le vie della città al ritmo della musica sparata qua e la da qualche locale, ma soprattutto al ritmo della tradizionale birra Kolsh spillata da sapienti baristi travestiti da amici. C’era di tutto, dai bambini agli anziani, dagli studenti, ai lavoratori, ai pensionati. Nessuno era al lavoro e la città era un’enorme spettacolare festa in maschera.
Siamo arrivati nel pub che sarà stata si e no la una, ma una volta dentro si aveva tutti la sensazione di essere ad un late night party. Gente ammassata, dancefloor con canzoni tipiche del posto in heavy rotation ed allegria collettiva e contagiosa. Siamo stati lì dentro fino alle cinque passate, senza la possibilità di mangiare nulla o di smettere di bere birra che ci veniva continuamente offerta da chiunque capitasse a tiro. Il meccanismo è facile: ognuno, quando prende la birra per se, la offre a chi gli sta vicino e nessuno tiene il conto di chi ha pagato o chi deve ancora farlo. Sembra assurdo, ma funziona, credo anche grazie al fatto che una birra qui costa due euro. Usciti dal locale alla centesima ripetizione dell’intramontabile hit “Viva Colonia” la situazione per la strada era già visibilmente degenerata. La festa continuava, ma già le prime teen agers iniziavano a cadere al suolo, letteralmente, sotto i colpi della birra. Particolare attenzione ha suscitato in me la biondina che si è sdraiata sulle rotaie del tram inciampando nello scendere dal marciapiede e che nessuno s’è guardato anche lontanamente dall’aiutare ad alzarsi. Sembrava carina.
Rientrati in laboratorio io e la Polly abbiamo deciso di preparare parte del lavoro da fare domani, vista e considerata la partenza in serata e gli orari tirati. Gli altri ovviamente si sarebbero invece riversati in qualche altro locale per finire la giornata in grande stile. Alle otto passate però, quando io e Paola siamo usciti per fare rotta verso casa, molti di loro erano ancora in istituto suscitando in me una riflessione che già avevo avuto modo di fare giorni fa e di cui prima o poi credo scriverò.
Non oggi però, perchè oggi è festa.
Concludendo posso dire che, pur non essendo stato a Rio, il delirio che pervade Colonia durante il Carnevale non teme rivali e rende questa festa uno dei main events dell’anno. Di conseguenza, sono molto lieto di averlo vissuto.
Fine.
Ah, quasi dimenticavo, ho prenotato il rientro per Pasqua e di conseguenza urge che venga organizzata una gita di Pasquetta coi controcazzi. Chi ha orecchie per intendere, ha orecchie per intendere.

Nota: aggiornata la sezione “letture”.

12:38 am

7 febbraio, 2010

Il simbolo perduto

Etichette: Libri

[...]
Dalle crociate all’inquisizione, fino alla politica americana, il nome di Gesù era stato strumentalizzato per lotte di potere di ogni tipo. Fin dall’inizio dei tempi, gli ignoranti avevano sempre fatto la voce grossa, trascinando le masse ingenue e piegandole alla propria volontà. Difendevano i desideri terreni citando Scritture che non capivano, andavano fieri della loro intolleranza. A poco a poco, l’umanità era riuscita a erodere completamente tutta la bellezza che avvolgeva la figura di Gesù.
[...]

NdM: sia chiaro, sto libro è una cagata.

5:42 pm

3 febbraio, 2010

Der Anfang – l’inizio

Il primo approccio con la vita da emigrante non è stato più di tanto traumatico. Inutile nascondersi dietro ad un dito, l’essere in due ha sicuramente aiutato moltissimo il primo processo di adattamento e non è certo mia intenzione negarlo. La cosa che però vorrei sottolineare è che ormai il mondo sia veramente piccolissimo. A meno di quarantotto ore dal mio arrivo qui a Colonia gran parte delle mie abitudini è già ripresa, non solo grazie al lavoro, ma anche grazie al fatto che ho già la possibilità di connettermi ad internet nella mia piccola, ma funzionale casina*. Questo mi ha permesso non solo di contattare più o meno tutti coloro che ho lasciato in Italia, ma anche di dedicarmi ai miei interessi esattamente come non mi fossi mai spostato di 900 km verso nord.
In questo clima di “quotidianità illesa” mi sono quindi semplicemente dovuto inoltrare nei meandri della burocrazia locale, scoprendo che in realtà “tutto il mondo è paese”. Oggi infatti mi sono recato all’ufficio immigrazione per richiedere il famigerato Anmeldung, ovvero l’iscrizione ai registri di Colonia come domiciliato in loco. Inutile dire che all’ufficio immigrazione parlassero tutti solo ed esclusivamente tedesco. E’ stato divertente. Uscito di lì vittorioso ho deciso di provare a sfidare anche l’ufficio trasporti, dove ho comprato un abbonamento mensile alla modica cifra di 72 euri. In questo ha giocato un ruolo determinante la presenza della Polly, visto che qui in Germania i controllori non esistono e che l’Italiano, si sa, tende a non pagare. Anche ai trasporti trovare uno sportellista che parlasse inglese non è stata roba da poco, ma alla fine lì una signora che almeno lo capiva e lo parlucchiava c’era e quindi tutto si è risolto con estrema facilità. Ora resta da aprire un conto in banca, cosa per cui ho preso appuntamento Venerdì mattina. Anche in banca però nessuno (!) parla inglese e ci dovrò andare con Casi, uno dei ragazzi tedeschi che conosco, da usare come traduttore. Non so come la prenderà il garante della privacy tedesco, se ne hanno uno. A questo punto mi chiedo perchè quando mi è capitato di chiedere informazioni in giro da queste parti tutti sapessero sempre almeno capire l’inglese, mentre dietro ad uno sportello non ci sia mai nessuno in grado di fare altrettanto. Forse non sapere l’inglese da punti in più per l’assunzione in posti a contatto con il prossimo. Mi documenterò.
Forte di questa mia prima esperienza e dei miei innumerevoli e, credo, inevitabili parallelismi “Italia-Germania” ho deciso di creare due nuove categorie per questo Blog. Trattasi de “L’Italia è una merda.”, che si spiega da sola, e de “L’Italia è una merda, ma…” che in fin dei conti fa altrettanto.
In questi due giorni ho già fatto alcune scoperte sugli usi e costumi locali. So, ad esempio, che in qualunque panino imbottito i tedeschi mettono burro spalmato e maionese a meno che tu li convinca che le tue coronarie ne farebbero volentieri a meno, operazione per altro non facile. Ho scoperto che lo stipendio viene pagato in anticipo ad inizio mese e non alla fine, come logico se si pensa che il lavoratore l’affitto, il mutuo o anche semplicemente il pranzo non se lo può pagare il 27. Ho imparato che anche in Germania l’ufficio tecnico di un istituto di ricerca pubblico tende, se lasciato agire indisturbato, a fare le cose un po’ a cazzo di cane, ma va riconosciuto che qui almeno c’è chi prova a non lasciarlo agire indisturbato. Insomma, in soli due giorni ho già colto diversi aspetti di quella che sarà la mia vita futura e questo è un bene visto che, fino a prova contraria, mi toccherà integrarmi.
L’ultima cosa di cui voglio scrivere è la mia prontissima capacità di costruire progetti e situazioni anche disinserito dal mio abituale territorio d’azione.
Essere a Köln potrebbe risultare ottimo alla luce di quanto segue:

- In poco più di tre ore e con circa 29 euro posso recarmi a Parigi in treno. Con 19 euro e meno di 2 ore a Bruxelles. In un’ora soltanto a Bruges. Opportunità queste, che intendo sfruttare al 100% fin da Marzo quando credo/spero farò un paio di giorni nella capitale francese.
– Da Giovedì prossimo per 6 giorni interi tutta la città sarà in preda al carnevale più chiassoso, etilico e promisquo della terra. Sì, della terra, che se ne facciano una ragione i brasiliani.
– Il 18 Febbraio, appena finito il carnevale, potrò avere il mio primo contatto con la musica live locale andando a sentire il set acustico di Joey Cape e Tony Sly.
– L’11 Marzo potrei coronare il sogno di una vita andando a sentire Scooter. Harder, Faster, Scooter. Delirio.
Il 17 Aprile, se troverò i biglietti (cosa che mi dicono non facile), alle 15.30 potrò assistere alla sfida tra F.C. Köln e la mia squadra del cuore tedesca, ovvero il VFL Bochum. Ideale sarebbe farlo nel settore ospiti, tra i ragazzi, ma sarà dura.

A conti fatti ce la sto mettendo tutta per trarre il meglio da questa esperienza.
Certo i momenti duri devono ancora venire.
Venerdì ad esempio non sarà facile accettare di non poter sorseggiare un’ottima Bulldog al Tirna.

*Si prega di non tenere ricevimenti o feste da ballo.

10:44 pm


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