Cose di cui ho pieni i coglioni

L’idea era di stilare una lista piuttosto lunga di robe per giustificare un post in cui mi lamento essenzialmente della merda di vita a cui ti costringe il precariato. E non per un discorso di soldi, diritti sociali, prospettive, certezze e tutte quelle altre robe di cui si sente e si legge di continuo.
Cioè, non solo per quello o quantomeno non principalmente.
La rottura di cazzo è trovarti, ciclicamente, a dover ricominciare da capo.
Anche se ti confermano, anche se ti rinnovano, è solo l’inizio di una nuova telenovela.
Che sì è stimolante, adrenalinico e potenzialmente fighissimo, non fosse che solitamente lo definisce tale chi non vive la questione se non per scelta sua. E allora grazie al cazzo. Anche io, in quelle condizioni, sarei facilmente della stessa opinione.
E parlo chiaramente al condizionale perchè non ne ho mezza idea di come ragionerei fuori dal precariato, non essendoci mai stato.
Ad ogni modo avrei voluto scrivere una lunga lista per camuffare questo sfogo all’interno di mille e più cose fastidiose, ma di getto l’unico altro punto che mi è venuto in mente oltre alla questione di cui sopra sono le donne che guidano i SUV.
Che comunque mi stanno molto meno in culo della mia attuale situazione lavorativa.
Cosa che dovrebbe dare una misura al tutto.

Gravity

NOTA: l’articolo sottostante come sempre potrebbe contenere SPOILER. Per una volta, tuttavia, non esiste rivelazione in grado di impattare sulla resa del film stesso. Manco se copiaincollassi qui sotto l’intero script. Io, comunque, allerto.

Gravity è un film con dei personaggi osceni e questo è un fatto. Voglio dire, sono due e non so quale sia scritto peggio. Clooney interpreta un veterano dello spazio che approccia le disavventure (eufemismo) in corso con la carica emotiva di un cyborg, rendendosi a dir poco implausibile. La Bullock, che comunque tira fuori un’interpretazione inaspettata, veste i panni di una scienziata che per carico di sfiga farebbe passare Pollyanna per Gastone. Come se servisse caricare di drammaticità un personaggio che si trova in orbita e con la merda alle orecchie. Sotto questo aspetto, non vedevo un prodotto fatto peggio da tempo immemore.
La cosa figa è che di tutto questo non me n’è fregato un cazzo di niente.
Sono uscito dalla sala Energia dell’Arcadia di Melzo e l’unica cosa che sono riuscito a dire di Gravity è stata: “MADONNA.DI.DIO.”.
Reiteratamente.
C’è troppa potenza visiva in un film come questo per stare a parlare di inezie come il plot o la caratterizzazione dei protagonisti. Qui si sta definendo il concetto alla base del cinema: la forza sta nell’impatto delle immagini su chi le guarda. Un po’ quel che fa “The tree of life”, ma senza dare l’impressione di stare guardando uno screen saver (cit.). Cuaròn, che per me prima di un’ora fa era un perfetto sconosciuto, genera lunghissimi piani sequenza che non possono che lasciare estasiati. Quando non succede nulla si sta a bocca aperta ammaliati dalla bellezza del paesaggio illustrato, che ha oltretutto l’enorme valore aggiunto di essere completamente reale e quindi cento volte più affascinante delle isole volanti dell’Avatar di Cameron. Quando invece scoppiano i casini, trasportano lo spettatore dentro gli avvenimenti, costruendo una tensione così reale da dare l’impressione che l’ossigeno, oltre che nelle tute degli astronauti, si stia esaurendo anche in sala. Io ho visto tutto in 3D, cosa che tendenzialmente non sopporto, ma se esiste un prodotto per cui valga la pena inforcare gli occhialini, questo è proprio Gravity.
E’ un film che parla dell’uomo (e della donna) in balia degli elementi. Tutti gli elementi, mica che il messaggio non arrivi. E parla anche dell’uomo (e della donna) in balia di se stessi. Riducendo la trama all’osso, tutto già visto e già sentito in almeno centomila occasioni. Se uno ci si approccia aspettandosi qualcosa di rivoluzionario sul piano concettuale, rischia di restare deluso.
Io avevo grandissime aspettative e, in sincerità, non le ho trovate disattese.
Per me film dell’anno.
E ha anche una colonna sonora strepitosa.
“Eh, ma i suoni nello spazio non…”
Mavaffanculo.

In ritardo, su Breaking Bad

A una settimana dalla chiusura dello show, mi pare giusto e doveroso scrivere qualcosa su questa serie TV che, come spesso accade al sottoscritto, mi sono ritrovato a recuperare in fretta e furia dopo un abbandono decisamente troppo prematuro. Capitò la stessa cosa con Lost e Fringe, per dire, quindi ormai si potrebbe concludere che il mio bocciare una serie agli esordi sia sinonimo della sua qualità.
Perchè sì, Breaking Bad è veramente un grandissimo show.
Partiamo però dal principio. Io avevo mollato la serie all’episodio 4 della prima stagione essenzialmente per due motivi: 1) la serie mi prendeva veramente molto male. Tutta la parte sul cancro, il dramma di Walt e della sua famiglia, mi risultava poco digeribile per un qualcosa da cui cerco, essenzialmente, intrattenimento 2) avevo trovato alcune scelte di regia e sceneggiatura eccessive, quasi caricaturali, e questa cosa non mi permetteva di godermi lo spettacolo. A differenza di altri casi citati in precedenza, oggi non mi sento di rinnegare queste valutazioni iniziali. Se il primo problema però si riaggiusta quasi subito e l’eccesso di dramma iniziale serva effettivamente a definire dei personaggi credibili per poi procedere nella narrazione dando per assodato o quasi quel concetto, il secondo aspetto negativo invece si trascina a lungo. Fino alla terza stagione, direi. Scene come quella delle visioni di Jesse in preda alla droga e personaggi come quello di Tuco sono cose che, per il mio palato, vanno oltre e sconfinano nel NO. Per questo, non fosse stato per una regia ed una fotografia sublimi e un plot veramente solido, avrei potuto mollare di nuovo anche in questo secondo tentativo di recupero. Fino alla terza stagione la serie mi è piaciucchiata senza eccessi e se ho continuato nella visione è solo per auto imposizione. Volevo avere un quadro completo di qualcosa che a tutti, davvero tutti, piaceva così tanto.
Con la terza stagione però i difetti scompaiono, almeno ai miei occhi, e la trama diventa un vortice da cui è impossibile staccarsi. La regia resta eccellente, ispirata e a tratti clamorosa. La fotografia rimane sublime. I personaggi, già egregiamente delineati, acquisiscono uno spessore enorme e diventano, in sostanza, il punto davvero forte dello show. Mai nessuna serie, a parer mio, ha avuto protagonisti così complessi, sfaccettati e ben caratterizzati. E con protagonisti non intendo solo Jesse e Walt, ma proprio tutti i personaggi ricorrenti nelle cinque stagioni. Skyler, Marie, Hank, Gus, Mike, Saul ma pure gente di contorno come Ted, Jane, gli amici di Jesse e i vari ingranaggi nel meccanismo criminale di Heisenberg risultano assolutamente credibili e mai monodimensionali. La cura per i personaggi vista in Breaking Bad credo sia unica e attualmente inarrivabile per qualsiasi altro show.
Detto dei personaggi, della regia e della fotografia, ci sono ancora due aspetti a rendere questa serie di altissimo livello. Il primo è la scelta musicale, cosa che nei tantissimi post/articoli/whatever che si trovano in giro per la rete e che tessono le lodi dello show non viene mai sottolineata a sufficienza. Breaking Bad ha una colonna sonora da paura, ma soprattutto azzecca sempre tutte le scelte. Non basta avere grandi pezzi a disposizione, bisogna saperli collocare e qui non si sbaglia un colpo. Mai. Potrei fare mille esempi, ma ne porto uno su tutti: [SPOILER] la conclusione [/SPOILER]. Per il sottoscritto siamo ai livelli del finale di Fight Club, come resa e impatto emotivo. E per il sottoscritto l’ultima scena di Fight Club è la miglior sequenza finale mai realizzata nella storia del cinema.
Il secondo aspetto di cui ancora è necessario parlare è il plot. Nel farlo potrei inserire qualche SPOILER. Breaking Bad ha una trama solida, ben concatenata, sviluppata dall’inizio alla fine con coerenza e senza buchi, facilonerie e deus ex machina. Anche sotto questo aspetto c’è stata una tale attenzione da parte degli sceneggiatori da dare al tutto una complessità notevole senza lasciare però nulla di intentato. Ogni riferimento è voluto, ogni questione spiegata, ogni linea narrativa portata a compimento con precisione. Poi le scelte possono come sempre piacere o meno, ma tutto torna e fila e questo è IMPORTANTE. Anche qui si potrebbero fare mille esempi, ma ne porto uno completamente ininfluente che però mi ha colpito molto. Gli autori infilano una discussione di minuti tra Jesse e Badger riguardo una pizzeria che sceglie di non tagliare le pizze e lo fanno per giustificare una scena, questa, completamente inutile. Questo è avere cura dei dettagli, siano questi cruciali o marginali. Inoltre, vedendo le cinque stagioni di Breaking Bad, non si ha mai l’impressione non fosse tutto stabilito dal principio. La lunghezza della serie, il numero degli episodi, lo svolgersi degli avvenimenti pare tutto andare come stabilito. Gli autori non danno mai l’impressione di voler allungare il brodo o di non sapere dove andare a parare. Tutto quel che fa parte di queste cinque stagioni è utile e ha un suo senso nella complessità dell’opera.
Ecco, per tutte queste ragioni Breaking Bad è una delle serie meglio pensate, realizzate e mandate in onda di sempre. Poi può piacere più o meno di altre, ma questo esula dal suo valore qualitativo. Io stesso le preferisco altri show, passati e presenti, ma nessuno di questi è fatto meglio. Nessuno.
Chiudo con un’ultima nota. Vedendo i vari episodi e le varie stagioni, credo Breaking Bad sia il prodotto filmico più vicino a Gran Theft Auto mai realizzato. Molte delle trame e delle avventure dei protagonisti potrebbero essere missioni di un qualsiasi episodio del gioco e molti dei personaggi della serie non sfigurerebbero nella saga videoludica della Rockstar. Per me questo è un ulteriore, enorme, valore aggiunto.
Alla fine ho scritto un post su Breaking Bad praticamente senza SPOILER (almeno mi sembra, prima di rileggere), quindi almeno in coda qualcosa la voglio dire. Per me non ci sarebbe potuto essere finale migliore. E’ vero, “Ozymandias” avrebbe potuto chiudere tutto senza che nessuno avesse da ridire e, anzi, resta uno degli episodi più belli di sempre. Più ancora del finale vero e proprio. Però, per come sono fatto io, “Felina” è stato la conclusione perfetta.

Brevi recensioni volanti

E’ un po’ di giorni che ho in ballo di scrivere questo post, ma sono successe essenzialmente due cose: GTA V e il maxi recupero di Breaking Bad. Di conseguenza, trovare un minuto libero per fare questa cosa è stata operazione ardua. Se lo sto facendo adesso è perchè sto avendo qualche difficoltà a reperire “Say my name”, settimo episodio della quinta stagione della serie, e non ho voglia di perdere d’occhio il download distraendomi con cose tipo la playstation. Comunque sia, di fila sparo la mia personalissima, opinabile e non richiesta opinione riguardo qualche disco che sto ascoltando in questi giorni. E’ tutta roba uscita di recente, dove con di recente si intende quest’anno. Ed è tutta roba che a mio avviso merita.

DEFEATER – LETTERS HOME
Un po’ ovunque si legge che sto disco non vale il precedente. Se mi prendo qualche minuto per scriverne a mesi dall’uscita è solo per dire che secondo me non è vero. Qui non c’è una seconda parte acustica e forse la seconda parte acustica era la cosa più figa del disco precedente, ma i pezzi son tutti buoni, con punte clamorose. Tipo “Hopeless again”, o anche “Bled Out”. Se piace il genere secondo me loro sono attualmente una delle realtà migliori insieme a [SPOILER] quelli che recensisco qui sotto [/SPOILER]. Non c’è molto altro da aggiungere. Nel mio completo disinteresse per la cosa, ho leggiucchiato in giro che i loro dischi sono tutti concept che narrano storie di una “working class family” nel post seconda guerra mondiale. Per alcuni credo sia un valore aggiunto, per altri un deterrente. A me, come dicevo, frega poco. Mi piacciono molto i pezzi, ma ho già detto anche questo.

TOUCHE’ AMORE’ – IS SURVIVED BY
Un po’ ovunque si dovrebbe leggere che sto disco non vale il precedente. Se mi prendo qualche minuto per parlarne è perchè ciò nonostante è un disco fighissimo. Menarla perchè non regge il confronto con quello prima è come andare a dire a Maradona che è un fallito perchè non ha più fatto un gol come quello contro l’Inghilterra. “Is survived by” è un disco bellissimo, preso male come pochi dischi possono essere, e pieno di pezzi clamorosi tipo “Harbor”, “Non fiction” e la stessa title track. Pare sia parere comune e abbastanza diffuso che i Touché Amoré siano una band HC per ragazzine o per gente dalla sessualità dubbia. A me piacciono una cifra.

MOVING MOUNTAINS – S/T
La cosa brutta brutta del disco precedente è che, d’improvviso, i Moving Mountains si erano convinti di essere i Thrice di “Vheissu”, ovvero i Thrice nel loro momento più basso in carriera. La sbandata, a quanto pare, sembra passata. Basta grida sguaiate messe a cazzo dentro i pezzi, basta chitarre fragorose. Si torna a mettere al centro le melodie, i suoni puliti e la voglia di poesia. Il disco è quindi di una mollezza incalcolabile, ma questo per quanto mi riguarda non è un male. Non brilla per tecnica, originalità o suoni, ma se piacciono le melodie ce n’è dentro abbastanza da far contento chiunque. Basta ascoltare “Hands” per finirci dentro in pieno. A me è successo.

BALANCE & COMPOSURE – THE THINGS WE THINK WE’RE MISSING
Questo è un disco strano. Mentre lo sento mi piace sempre una botta, ha i suoni classici del disco perfetto per me: le chitarre soprattutto, ma anche la batteria e la voce son proprio come dovrebbero essere. Poi però smetto di sentirlo e non mi ricordo mezzo pezzo. Vuoto totale. Non saprei spiegare il motivo, ma è il più bel disco anonimo che mi sia capitato di sentire ultimamente. E con ultimamente intendo da tanto tempo.

OLD GREY – AN AUTOBIOGRAPHY
Parlare di questo disco è complicato. E’ sicuramente derivativo, ma come già avuto modo di dire, sticazzi. Ci sono una montagna di idee e questo è sempre un bene. Alcune idee sono stupende, altre deprecabili. Questo, invece, non è un bene. A tratti è registrato e prodotto talmente male da far girare il cazzo. In altri passaggi, dire che sia emozionante è riduttivo. Dentro non si contano le voci che gridano disperate, alcune convincono, altre meno. Insomma, è un disco assolutamente altalenante. Ma “I still remember who I was last Summer” è forse la canzone più bella e coinvolgente che abbia sentito quest’anno.

La chiudo qui. Sta sera vado a sentire i DECREW che presentano il disco nuovo, ascoltabile e downloadabile qui. Si intitola “Worse than yesterday, better than tomorrow”. Io l’ho sentito due volte e al momento non condivido la prima parte del titolo.