La polemichetta su Anastasio

Quest’anno non ho guardato X Factor.
Credo sia il primo anno da quando pago Sky, quindi dal lontano 2012, in cui non seguo il Sanremo della mia generazione. Fa strano perchè il mio abbonamento Sky ormai comprende solamente il pacchetto base, tenuto proprio per poter seguire gli show principali del canale satellitare: Masterchef e, appunto, X Factor.
Il primo lo abbiamo abbandonato l’anno scorso, il secondo quest’anno. Potrei quasi disdire il servizio, ma non divaghiamo.
Quest’anno non ho seguito X Factor essenzialmente per due motivi:
1) trovo ormai il format di una noia ciclopica, sia per le cento puntate che impiega ad arrivare ai live, sia per la struttura dei live stessi.
2) dopo aver visto la prima puntata non ho trovato nessuno dei concorrenti degno del mio tempo, che preciso valere davvero molto poco.
Come capita per Sanremo però, è impossibile vivere il mese della kermesse senza sapere cosa ci stia capitando dentro, quindi pur non avendoli sentiti suonare sono arrivato a ieri ampiamente a conoscenza di chi fossero i vari Anastasio, Naomi, Luna e compagnia cantante (ihihih). Normale amministrazione per chi vive in una società e non necessita di essere convertito da indomiti missionari.

Il banco me l’ha fatto saltare ieri Noisey, pubblicando un’incredibile inchiesta  (!!!) riguardo Anastasio, poche ore prima della sua incoronazione (SPOILER! Va scritto prima?). I temi centrali dell’articolo sono essenzialmente due: le simpatie del ragazzo per gente poco raccomandabile come Salvini, Trump e Casa Pound e quanto queste rendano possibile/plausibile il PERCORSO dello stesso sulla via del RAP. Uso il caps lock per certe parole perchè me lo ha insegnato AMARGINE.
In merito al primo argomento credo ci sia poco da dire. Non ho stima per quei personaggi, non ho stima per chi li segue o li supporta, nè per chi li vota. Diciamo che mi fa proprio schifo tutto quello che sta intorno a quel mondo lì. Che è merda senza appello nè possibilità di redenzione. Chiaro, spero.
Il secondo argomento invece è un po’ più sfaccettato, a mio avviso. Cito dal pezzo di Noisey:

[…]una serie di preferenze politiche piuttosto singolari per qualcuno che da grande vorrebbe essere un rapper.
[…]sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fino alla chiusa che, a a costo di sembrare troppo malizioso, suona come “magari non fatelo/facciamolo vincere”.

Io non lo so se un rapper non possa essere di destra/fascista.
Non ho ascoltato più di tanto rap nella mia vita, ultimamente forse qualcosa in più, ma certamente non abbastanza da parlarne in termini generali. Ho ascoltato, anche mio malgrado, un bel po’ del rap italiano però e, onestamente, non mi sono mai posto la domanda di cosa votassero Gue Pequeno, Marracash, Fabri Fibra o anche solo J-Ax ai tempi degli Articolo 31.
I testi non sono un parametro utilizzabile per farsi questo tipo di idea, ho imparato. Ci ho messo un po’ perchè nel mondo musicale da cui vengo io dei testi mi sono spesso curato pochissimo, ma quando proprio volevano avere una dimensione di denuncia sociale, tendevano a prendere una posizione piuttosto netta.
Col rap non è così, mi dicono. I testi del rap italiano hanno una portata diversa perchè spesso il rapper è un personaggio distinto dalla persona che vive fuori dai palchi e molte volte quello che finisce dentro al racconto è l’immagine cruda della società, descritta per quello che è senza necessariamente ci sia in chi la descrive una sorta di “approvazione” ai comportamenti di cui si parla. Una variante del concetto di “retweet is not endorsment”, se vogliamo. E’ contorto, lo so, però è una chiave di lettura che esiste a prescindere dalla mia capacità di comprenderla. Lo sbaglio di noi vecchi è cercare o peggio trovare messaggi dove non ce ne sono, in estrema sintesi.

Se non posso basarmi sui testi, non ho molto altro per farmi un’idea sulle preferenze politiche di un rapper, quindi a meno di voler pensare che nessuno dei cento miliardi di rappusi (cit.) che infestano il nostro Paese voti a destra, direi che c’è ampio margine per credere che si possa tranquillamente fare rap votando Salvini, Berlusconi, Casa Pound e pure Hitler, fosse ancora eleggibile.
Certo, come dice Salmo “qualcosa non torna”, ma Salmo è lo stesso che come primo punto della sua agenda politica ha la pace fiscale, quindi qualcosa non torna manco a me. Disco di Salmo clamoroso, by the way.
Conclusione 1: fare il rapper avendo simpatie di destra non è impossibile e non credo manco tanto singolare, checché ne dica Noisey.

La seconda parte del pezzo sarebbe dovuta essere sui parametri che secondo Noisey una persona dovrebbe valutare prima di ascoltare della musica o supportare un’artista. Siccome non credo di essermi mai annoiato così tanto a scrivere un pezzo come questa volta (non lo cestino solo perchè temo di non scriverne altri a dicembre e quindi di finire per bucare il mese), la faccio brevissima.
Se Anastasio sceglie di rendere pubblica la sua ideologia politica è giusto che chi ritiene quel parametro importante nella definizione del proprio gusto musicale agisca di conseguenza. Mi chiedo se queste persone si accertino delle preferenze politiche di ciascun cantante che ascoltano o se la regola sia “fino a che non me lo sbatti in faccia ti do il beneficio del dubbio”. In questo secondo caso, se lo chiedete a me, c’è un elefante nella stanza.

La terza parte del pezzo avrebbe dovuto fondere questa storia con la questione di Sfera Ebbasta e del dibattito che è scaturito dalla tragedia di Corinaldo. Anche qui, la faccio breve: una volta un tizio mi diceva che tanta musica ti spinge ad accendere il cervello anche solo per capire che ti vuoi dissociare da quel che stai sentendo. Ed è una roba importantissima.
Come è importante trovare nella musica una valvola di sfogo per il malessere che tutti vivono in adolescenza. Da vecchio quale sono posso solo sperare che i miei figli ascoltino roba che non capisco, roba violenta,  irrispettosa, truce, radicale, ignorante e vivadio BRUTTA IN CULO. Il momento di preoccuparsi è quando tuo figlio sembra vivere nella pubblicità dei biscotti, perchè quella roba lì non è che non c’è, è solo che non la vedi.

Pezzo più brutto e inutile del 2018? Direi di sì.

Una cosa divertente (che non farò mai più)

Intorno alla metà di Luglio @bidizeta ha scritto il tweet qui sotto:

A me è sembrata una bella idea, forse anche perchè ho immediatamente pensato al momento che avrei avuto voglia di raccontare, così ho iniziato a scrivere in giro e chiedere se qualcuno fosse interessato a fare, davvero, questa cosa. Molti “sì” e qualche “forse” nei mesi si sono trasformati in molti “forse” e altrettanti “no”, ma alla fine della fiera qualcuno che ce l’ha fatta a mandarmi un raccontino c’è stato e così li ho messi insieme in una raccolta .pdf di una sessantina di pagine.
Non sono un editore, non ho mai lavorato nell’ambito nemmeno di striscio, quindi probabilmente ho commesso una serie infinita di errori nel definire le scadenze e nel modo in cui ho provato a farle rispettare. E’ possibile che, se fossi andato avanti ad aspettare, avrei raccolto qualche pagina in più, ma mi sembrava poco rispettoso nei confronti di quelle persone che invece per arrivare entro i termini ci si sono sbattute. Si tratta di una cosa fatta unicamente per divertimento, quindi immaginavo dal principio che qualcuno alla fine non ce l’avrebbe fatta a starci dentro, spero solo nessuno se la sia presa per la mia decisione di non aspettare oltre. 

La raccolta contiene dodici raccontini più l’immagine di copertina, che è un’ulteriore storia che abbiamo provato a raccontare.
Hanno partecipato, in rigoroso ordine di apparizione: Gozer Vision, Steven Senegal, Roberto Gennari, Isidoro Meli, Michele Borgogni, Andrea Giunchi, Enzo Baruffaldi, Nanni Cobretti, vali, Luca Doldi, Claudia e Pietro “Pier” Lofrano.
Li ringrazio tutti per l’ennesima volta.

Tra i raccontini ce n’è ovviamente anche uno mio, racconta un avvenimento di cui avevo già scritto qui sopra a caldo, ma credo messo giù meglio.
Non sono tante le volte in cui sono soddisfatto di quello che scrivo, soprattutto perchè non sono tante le volte in cui mi prendo il tempo di scrivere con calma, senza pubblicazione immediata, potendo rileggere e rivedere il testo diverse volte, modificandolo in più riprese.
L’ho fatto leggere in anteprima a tre persone, prima di definirlo “finito”, e tutte e tre me lo hanno mezzo stroncato, con motivazioni diverse e a volte divergenti. Questo anche per dare un metro del mio essere soddisfatto di me.

Cliccando sulla copertina qui sotto vi scaricate la raccolta.

Gay bride

Da qualche tempo seguo Giuditta Pini su FB.
In quel marasma che è l’attuale PD, tra il voto favorevole in Senato per la legittima difesa e il ritorno sotto falso nome di un’iniziativa vecchia di almeno tre anni e comunque fallimentare (giusto a citare le ultime due cazzate che ho letto a tema Partito Democratico), mi sembra una ragazza con qualcosa da dire. Non sono sempre allineato, come ovvio che sia, ma la seguo volentieri. 
Oggi sul suo profilo spingeva questo evento.

Io non capisco.
In cosa dovrebbe essere diverso un matrimonio gay da un matrimonio etero, se non per i gusti sessuali della coppia coinvolta? Non mi risulta i gay necessitino di fornitori specializzati in termini di abiti, non mi risulta esistano servano catering specializzati in cibo omosessuale, non credo i gay necessitino di servizi dedicati per la scelta della location dove sposarsi o degli addobbi da utilizzare.*
Perchè una coppia gay non dovrebbe andare al canonicissimo salone wedding? Ha davvero bisogno che tutti i presenti siano gay o che gli espositori sappiano che stanno trattando con dei gay?
Sono sincero eh, chiedo perchè magari una spiegazione sensata esiste e sono solo io che non la vedo.

Quello che vedo, magari sbagliando, è un’operazione di marketing.
Per carità, niente di male in principio, non fosse che gioca con un concetto che trovo spiacevole: ghettizzare.
Lo so, anzi no, posso immaginare sia difficile dover costantemente combattere per ottenere cose che ad altri sono garantite. Capisco che ad un certo punto sia legittimo pensare “vaffanculo” e crearsi la propria nicchia dove poter essere se stessi senza dover chiedere permesso o scusa. L’obbiettivo però dovrebbe restare il condividere gli spazi senza sentirsi fuori posto, no?
Parlandone su twitter sono venute fuori alcune possibilità che in qualche modo giustificherebbero l’esistenza di questa cosa fuori da un mero concetto di marketing:
1) I gay non possono accedere alle fiere per sposi tradizionali. Mi pare davvero assurda, come ipotesi. Ricordo quando andai a Berlino e mi misi in coda con la mia morosa dell’epoca per entrare in un gay club di cui avevamo letto molto bene in termini di proposta musicale. Ricordo la coda infinita e sto buttafuori che ci si avvicina e ci dice che non possiamo entrare “perchè etero”. I due ragazzi in fila dietro di noi, gay, trovarono la cosa insopportabile. Ricordo che uno dei due chiese se avesse dovuto in qualche modo dimostrare di essere gay per accedere al locale. Follia, appunto. Non ci voglio nemmeno pensare a questa ipotesi, sarebbe davvero una roba ultra violenta, anche per i tempi che corrono.
2) Nelle fiere tradizionali non possono esporre aziende gay oriented. Questo è possibile, nel senso, immagino che qualche associazione cattofascista del cazzo possa aver protestato all’idea che nel CENTRO SPOSI si favorisse il peccato. Di nuovo però, perchè mai dovrebbero esistere aziende espositrici DEDICATE ai matrimoni gay? Un matrimonio è un matrimonio. Quando ho preso l’abito per sposarmi mica mi hanno chiesto se sposavo una donna. 
A meno che mi diciate che le aziende espositrici tradizionali si rifiutano di offrire servizio alle coppie gay. In quel caso servono aziende dedicate. Ora, il mondo è bello perchè è vario**, quindi che possa esistere qualche azienda che si rifiuta di incassare soldi omosessuali unicamente su base ideologica posso anche crederlo. Spero fallisca, ma posso credere esista. Il punto è: possono davvero essere tutte così? Non è legittimo pensare che la stragrande maggioranza delle realtà che offrono servizi ai matrimoni, accettino di guadagnare su qual si voglia coppia?

Non so, davvero, più ci penso e più iniziative così mi sembrano un passo indietro invece che avanti.
Poi magari la risposta è banale: crei situazioni del genere per sbattere in faccia la realtà a chi ancora non la vuol vedere, per gridare al mondo la tua esistenza. Ecco, forse questo potrei capirlo.
Mi resta il dubbio sia questo il caso però. Resta che se togli GAY e ci metti una qualunque altra minoranza, vuoi etnica, vuoi religiosa, l’iniziativa continua a sembrarmi impresentabile.

* se, caro il mio omofobo, stai ridacchiando sotto i baffi perchè immagini un matrimonio gay come una sorta di carnevale di Rio, mi preme provare a farti riflettere sul fatto che i matrimoni etero non sono affatto garanzia di sobrietà ed eleganza. Quindi, anche volendo immaginare che un matrimonio gay debba forzatamente essere esagerato/estremo (cosa che ovviamente non è), non sarebbe nulla di nuovo per chi organizza matrimoni etero. Basta guardare quattro matrimoni.

** è una merda per lo stesso motivo.

L’amatriciana GIUSTA

Ci sono essenzialmente tre motivi per cui mi arrogo il diritto di scrivere la ricetta dell’amatriciana GIUSTA pur non essendo di Amatrice e avendoci anzi messo 2/3 abbondanti della vita a realizzare che non si chiamasse “pasta alla matriciana”:
1) Ho il giusto livello di ODIO verso le rivisitazioni gourmet.
2) Ho fatto un corso dedicato alle paste alla romana.
3) Se Enzo al 29 avesse una tessera frequent eater, la mia sarebbe d’oro.

Perchè l’amatriciana? Perchè dei sughi alla romana è l’unico che sono capace di fare. Pur essendo semplicissimi e composti da un numero minimo di ingredienti, infatti, i primi piatti laziali nascondono una miriade di insidie e realizzarli nel modo GIUSTO è una sfida che non è facile superare.
Prendiamo la carbonara, per esempio. 
In casa mia, da anni, sono abituato a mangiare spaghetti con la frittata. Li faceva mia madre e li fa anche la Polly. Mi piacciono eh, tanto anche. Però non posso non riconoscere siano una variante sbagliata perchè la ricetta esige l’uovo fluido, crudo e cremoso. Questo è addirittura un problema, per me, perchè io l’uovo crudo lo odio e ho sempre il terrore di ordinare una carbonara fuori casa proprio perchè, se viene fatta male, l’uovo crudo mi risulta mille volte meno sopportabile dell’uovo troppo cotto.
Quando però la mangi GIUSTA, capisci realmente cosa sia la carbonara e non puoi più fingere chiamando così anche la versione casalinga.
In giro si trovano ricette super complesse per arrivare al risultato, tipo questa, ma non credo che una carbonara GIUSTA valga tutto quel lavoro, soprattutto se posso farmi la mia pasta con frittata e apprezzarla comunque parecchio. La carbonara GIUSTA quindi io me la mangio al ristorante e morta lì.
Idem Cacio&Pepe. Non ho la minima voglia di impazzire per non far stracciare la cremina di formaggio, quindi quando la faccio a casa scolo la pasta e ci rovescio sopra due quintali di pecorino e pepe nero macinati, senza che faccia creme e generando una roba sbagliatissima, che però ha comunque il suo gusto.
Il messaggio è: la cucina GIUSTA esiste, ma sbagliare non è certo un dramma, basta farlo in modo consapevole.

Arriviamo quindi all’amatriciana.
Esiste un disciplinare per questo sugo, delle regole ferree per quanto concerne origine e dosaggio degli ingredienti, tipo di pasta e via dicendo. Questa ricetta se ne batte allegramente il cazzo, ma vi farà portare a casa la miglior amatriciana che abbiate mai preparato con le vostre mani. Pronti?

INGREDIENTI:
– Guanciale, una fetta spessa mezzo centimetro. 
– Passata di pomodori datterini Mutti
– Pecorino romano
– Pasta (su quale ci scanniamo dopo)
– Olio, sale e pepe nero macinato
– NON SERVE UN CAZZO D’ALTRO, mettete via quel peperoncino. Dai. Veloci.

PROCEDIMENTO:
Partiamo dal guanciale. Prendete la vostra fetta, pulitela dalla cotenna, e tagliatela a listarelle. Diciamo che dei parallelepipedi 0.5×0.5×2 cm funzionano, ma non dovete mettervi lì col righello. Basta non tritarlo e stare più regolari possibile per cuocerli in modo omogeneo.
Scaldate un bel po’ di olio in una padella e quando è caldo ci buttate il guanciale. “Eh, ma minchia pure l’olio, c’è già il grasso del guanc…” ZITTI. L’olio aiuta a rosolare il guanciale, è fondamentale, ma poi mica finisce nel sugo. Quando il vostro guanciale è super croccante lo togliete dalla padella e buttate tutto il grasso che rimane nella stessa. A questo punto avrete una ciotolina con i vostri pezzettini di guanciale croccanti, che devono avere la consistenza di un cracker e scrocchiare sotto i denti, e una padella senza grassi dentro, ma con quei residui marroncini appiccicati sopra che definiamo “fondo di cottura”. Ok?

Bene, ora è tempo di mettere a bollire l’acqua salata per la pasta. Ma che pasta?
Pare ovvio, i bucatini. E invece no. Non perchè non siano buoni, ma perchè dopo un po’ di tentativi ho realizzato che la pasta migliore per questo sugo, in termini di resa, sono i gran fusilli Voiello. Non prendo soldi eh, non sono marchette le mie. E’ proprio che se li fate con quella pasta lì il rapporto sugo:pasta in bocca è perfetto.

Prepariamo il sugo. 
La pentola è quella di prima, con le sue belle crosticine marroni. La rimettiamo sul fuoco e ci rovesciamo la passata di datterini Mutti. Perchè questa? Perchè è dolce. Il trucco infatti è non salare il sugo e usare una salsa dolce, visto che il pecorino romano è salatissimo. Idem come sopra, non è una marchetta, non sono un influencer. Sono solo goloso.
La salsa, liquida, vi aiuterà a deglassare il fondo del guanciale, basta passare un cucchiaio di legno e staccarlo, per mandarlo ad amalgamarsi al pomodoro. Fiamma bassa, lasciamo sobbollire fino a che la pasta è pronta. Al dente.

Ora abbiamo tutto quel che serve, basta mettere insieme i pezzi.
Scoliamo la pasta e la rovesciamo nella pentola del sugo, che togliamo dal fuoco. Aggiungiamo il guanciale croccante e mantechiamo tutto con il pecorino romano grattugiato, abbondante. Mantecare vuol dire mescolare fuori dal fuoco, ma lo sapete perchè ormai i programmi di cucina in TV occupano il 75% dei palinsesti.

Fine, l’amatriciana è pronta, potete al massimo aggiustarla di pepe se vi piace spinta. Io lo faccio, per dire, ma va a gusti. L’importante è realizzare che non state facendo un’arrabbiata o una puttanesca.
Una volta che capite questa cosa, avete svoltato.


Questo è il millesimo post di questo blog. MILLE.
Per un momento ho pensato che usarlo per la ricetta dell’amatriciana fosse uno spreco mondiale, ma alcuni sedicenti lettori mi hanno suggerito che difficilmente avrei potuto produrre niente di più rilevante e quindi eccoci qui.
A me un po’ di emozione però questa cosa la suscita, scusate, quindi mi prendo una postilla per ringraziare tutti quelli che, almeno una di queste mille volte, si son fermati a leggere quel che avevo da dire.
Grazie a tutti. <3

Sto sul cazzo (anche) a Makkox

La lista delle personalità illustri (?) che non vogliono avere a che fare con me online annovera un nuovo iscritto.
Da un paio di giorni, infatti, ho realizzato di essere stato bloccato su twitter anche da Makkox, quello dei fumetti di satira politica. E’ andata così*:

Giuro, non c’è altro, quindi da qui in poi son solo io che sbrocco, sappiatelo.
La prima cosa che mi fa incazzare è il modo. Io rispondo ad un tweet in maniera direi civile, lui mi fa la paternale lanciandosi in psicoanalisi di stocazzo e quando gli spiego che, molto più semplicemente, non ha capito quel che ha letto si incazza e mi blocca.
Come lo scopro? Così:

Un altro tipo torna sull’argomento e mi rendo conto di non poter leggere nulla del pregresso perchè, appunto, sono stato bloccato.
Senza una spiegazione.
Io lo so che una persona “famosa” ha probabilmente migliaia di hater da bloccare e che non può prendersi la briga di spiegare a ognuno il perchè, tuttavia non sentendomi affatto parte della categoria e avendo questa visione distorta della rete come di un’appendice della vita reale dove valgono le regole della vita reale, trovo questi atteggiamenti isterici davvero insopportabili.
Tipo quando scazzi con una persona e questa invece di dirti che s’è presa male o anche solo mandarti affanculo, smette di parlarti. La trovo la cosa più infantile e ridicola che esista.

La seconda cosa che mi fa incazzare è il pulpito.
Makkox è uno che di lavoro prende per il culo la gente. Fa satira politica (molto buona, va detto), esprime dissenso. Non è Gasparri, mannaggia i preti, è uno che ti immagini sia aperto alle opinioni altrui. Ma come cazzo devi stare a vivere di satira e non tollerare chi dissente da quel che dici? Che cazzo di disturbi della personalità puoi mai avere se hai bisogno di mettere a tacere, bloccare, silenziare chi ti contraddice quando di lavoro contraddici gli altri?
Solo a me pare ridicola la cosa?
Magari sì eh, ma GIURO che se qualcuno venisse a dirmi che quel che ho scritto non ha il minimo senso tutto farei fuorché metterlo forzatamente a tacere, fingendo che non esista. Tutto per continuare a campare nel mio piccolo ambientino creato ad hoc, in cui tutti mi fanno i pompini per quanto sono bravo e intelligente e acuto, tutti la pensano uguale e poi il 5 marzo si interrogano all’unisono su come abbia fatto il M5S a vincere le elezioni quando il WEB era tutto dalla parte opposta. 

La terza cosa che mi scogliona, probabilmente quella che mi infastidisce di più, è la presunzione.
Come dico spesso, la roba figa di twitter o dei social in generale è l’essere orizzontali. Si può interagire con chiunque e dire la propria su tutto** avendo la certezza che il messaggio arrivi a chi di dovere. Magari non verrà letto, magari non verrà commentato o non si riceverà risposta, ma se si ha il bisogno di far arrivare un concetto, con i social si può almeno fare un tentativo. E’ una bella rivoluzione. 
A differenza di quanto può pensare un grillino, questo non vuol per niente dire che “uno vale uno”, perchè sui social vigono esattamente le stesse regole di potere che regolano la vita reale. Io non sono nessuno, online come IRL, ho un seguito che vola intorno alle 300 persone, 200 delle quali sono probabilmente amici e BOT. Se di follower ne avessi avuti, che ne so, 300K, quello che è successo qui sopra avrebbe avuto un esito diverso perchè, banalmente, 300K persone si sarebbero poi sciroppate la mia versione dei fatti, ovvero un pippone su quanto Makkox sia puerile e presuntuoso, e lo avrebbero ricondiviso ad altre X mila persone. Questo non vuol dire che lo scambio di opinioni non ci sarebbe stato, avremmo comunque avuto idee diverse, ma non sarei stato liquidato come un coglione fastidioso da mettere a tacere. 
Invece è facile cancellare me dai radar, fare finta io non esista, perchè effettivamente non esisto. Ho scritto di sta storia su twitter e ho alzato una decina di like e forse un RT (che è poi quel che conta davvero, coi like che ci faccio?). Ora ci butto giù un post non tanto perchè penso possa avere esito diverso, ma perchè ho il cazzo girato e mi va di sfogarmi. Certo, lo condividerò, ma non succederà un bel niente.

Chiudo con una postilla. 
I peggio non sono i VIP che si offendono come i bambini o che rispondono piccati senza porsi il dubbio dell’aver capito quel che era stato detto loro. Per quanto illustri sono persone e fanno gli stessi errori che fanno tutti, io per primo (e spessissimo, oltretutto).
I peggiori sono quelli che in uno scambio di opinioni stanno a prescindere dalla parte del più forte, quelli che mettono il like senza porsi nemmeno il dubbio che il loro beniamino possa aver scritto una cazzata o non aver capito il punto. Gente priva di spirito critico, disabituata ad usare il cervello, che si ammassa dove c’è più consenso, ingigantendo la piaga e nutrendo ego già ipertrofici di loro.

Internet è l’apocalisse Zombi.
Fateci caso. 

* riesco a risalire agli screen delle conversazioni anche dopo essere stato bloccato perchè in realtà sono un hacker potentissimo. Don’t try this at home.

** vabbeh, la cosa bella IN LINEA TEORICA.

#AiBimbiServeIodio

Anche quest’anno le vacanze sono finite e anche quest’anno sono state l’occasione per fare un bel viaggio insieme alla famiglia.
Come nel 2016, un viaggio grosso, impegnativo, ma soprattutto psicologico: per me era importante certificare che l’arrivo di Olivia non ci avrebbe fermati e che, con tutte le limitazioni e le accortezze del caso, dal 12 dicembre scorso viaggiare sarebbe stato ancora possibile. Nell’organizzarlo, ora posso dirlo, ho avuto paura di aver fatto il passo più lungo della gamba e per quanto attento e preciso sia stato in tutta la gestione organizzativa, ci sono arrivato con un livello di ansia impareggiabile. Ancora adesso non me la sento di dire che è andato tutto benissimo troppo ad alta voce, eppure è stato così.
Ci siamo divertiti un sacco, tutti e quattro, ed è un ricordo che mi rimarrà per tutta la vita. Il nostro primo viaggio in quattro.
“I bimbi però non ricorderanno nulla, è un peccato.”
Me l’hanno detto in tantissimi. E’ vero. Per me però la cosa è andare in posti in cui loro possano stare bene e divertirsi, vivere bene il momento. Spero che la vita dia a loro le possibilità che sto avendo io, quindi se vorranno torneranno in posti che hanno visto con noi in modo più consapevole, da adulti. Io devo costruire le mie memorie, non le loro, pur avendo sempre presente al cento per cento che loro ci sono e che hanno esigenze diverse dalle mie. Poi magari viaggiare non sarà una loro passione, non è affatto detto che lo sia perchè viaggiare piace a tutti solo quando se ne parla a cena tra amici (l’ho spiegato qui). Della loro vita decideranno loro. Io intanto mi vivo la mia, che ora li vede certamente al centro, ma che pur sempre mia rimane.
Come di consueto ho raccolto i dettagli dell’esperienza in una guida, ma sto giro sono stato credo ancora più dettagliato e meticoloso del solito. Mi son preso gli appunti mentre ero lì, per dire. Ho pensato infatti che tutto lo sbattimento che mi sono fatto in fase organizzativa potesse tornare utile a qualche altra persona. 
Poi oh, magari qualcuno decide che ho un futuro come travel bloggher. Sai mai. Dubito però, perchè ancora una volta le foto che ho fatto non rendono sufficiente giustizia al posto. Sto giro almeno ho evitato di stare in ballo con la mia macchina fotografica ingombrante e complicata, male per male ho preferito scattare con il cellulare. Ho portato giusto la GoPro per le situazioni umide. Scattare con la mia GoPro (una vecchissima Hero3) è un po’ tornare ai tempi della pellicola perchè non ha il display, quindi fotografi alla cieca e speri ne esca qualcosa di decente, conscio del fatto che lo scoprirai comunque troppo tardi. E’ a suo modo un’esperienza anche quella.

L’hashtag di queste vacanze è #AiBimbiServeIodio, con le maiuscole ad inizio parola in modo che fosse leggibile per tutti. Credevo. Invece per molti ai miei figli servirebbe l’odio e forse, dopo aver dovuto spiegare cento volte questa cosa, inizio a pensare che gli serva sul serio.

Fast Times At Drop-Out High

Sto riorganizzando foto e appunti per il report delle vacanze, ho Spotify in cuffia. Su amazon c’era in offertissima a 4,98 euro “The young and the hopeless” dei Good Charlotte e l’ho comprato, quindi me lo sono rimesso su per vedere che effetto facesse tipo sedici anni dopo (SPOILER: ottimo effetto, anche se scrivere sedici anni dopo mi ha incrinato il cervello).
Va beh, dicevamo, son qui che lavoro e quando il disco finisce ne ascolto un altro, poi un altro, poi un altro. Arrivo al punto che di lavorare alla pagina non ho più cazzi, ma mi va ancora di ascoltare roba e così passo sul tubo. In quel momento avevo in cuffia gli Ataris quindi riparto da lì e arrivo ad un video che mi ricorda come mai, per una certa parte della mia vita, gli Ataris siano stati una roba imprescindibile.
Il mio gruppo preferito.

Il video lo metto qui sotto, la canzone sta tra i miei personalissimi pezzi della vita.


Arcade Boyz vs. Tormento

Ognuno di noi ha un passatempo inspiegabile, un’attività che apparentemente non c’entra niente con i propri interessi e che pure occupa una porzione significativa del proprio tempo libero.
Il mio è seguire le storie del rap italiano.
Ho iniziato come un voyeur qualsiasi, solo che invece di cercare in TV qualche programma trash in cui la gente si scanna senza alcuna ragione comprensibile/plausibile io scanalavo su youtube alla ricerca di qualche video di dissing tra rapper. Non ho bene idea di come sia partita perchè io il rap non lo seguo, come suono mi fa generalmente cagare e racconta spesso cose tremendamente lontane dal mio immaginario e dal mio vissuto.
I dissing all’inizio li cercavo nei pezzi, che spesso scoprivo essere gli unici ad interessarmi all’interno della produzione di molti rapper (Evidence#1), ma poi sono passato ai video in cui i pischelli montano insieme le instagram stories dei vari rapper, ricostruendo polemiche sterili in cui gente che spesso non ho idea di chi sia si scanna su questioni che non capisco (Evidence#2). 
Mi ci appassiono a bestia. 
Non giudicatemi.

Non è difficile capire come questa mia perversa passione mi abbia portato presto al canale degli Arcade Boyz. Non che loro si occupino di dissing, anche se star qui a fare distinguo ha un senso relativo, loro fanno video in cui commentano pezzi e videoclip della scena. A modo loro, ovvero in maniera provocatoria, eccessiva e volutamente “violenta”, se mi passate il termine. Non è il linguaggio che mi appassiona, ho vissuto trent’anni in una compagnia scurrile e blasfema quindi sentire gente che bestemmia sul tubo non ha quel fascino esotico o proibito che può avere sui ragazzini. A tirarmi dentro è il loro modo di andare dritti e provare a tirar fuori dei concetti, da cui magari diverse volte sento di essere ultra distante, ma che mi portano sempre a fare il clic col cervello e pensare a quel che stanno dicendo.
Il loro modo crudo e diretto di relazionarsi al pubblico porta a riflettere sul contenuto e quindi ho iniziato a seguirli più per quello che non per il loro concetto di intrattenimento. A volte rido eh, non ho una scopa in culo, però ecco non metto mai un loro video con l’idea di sganasciarmi.

Oggi, mentre rientravo dal lavoro, ho beccato la registrazione di una loro diretta in cui fanno una specie di intervista a Tormento, prendendo spunto da una polemica recente uscita proprio su instagram e ripubblicata sul tubo dagli immancabili gossippari del rap, che dio li benedica (Evidence#3).
Ne è venuta fuori un’ora di discussione che a mio avviso ha molte più cose da dire rispetto alla gran parte del materiale a tema musica con cui quotidianamente entro in contatto, quindi non solo in ambito rap.
E non me lo sarei mai aspettato.
Non è tutto buono, non sono 64 minuti di Verità, ma ci sono una tonnellata di spunti di riflessione, tante questioni analizzate da diverse prospettive e qualche sberlone in faccia a chi ascolta, atto a svegliarlo dal torpore in cui ormai si vive. Quindi adesso la linko qui sotto così ve la guardate/ascoltate.

Tormento, se me lo chiedete, ne esce abbastanza da gigante.

Alla fine, non è questo che dovremmo chiedere a internet? 
Comunicazione non convenzionale, approcci trasversali a questioni ormai trattate sempre e solo con lo stesso format, libertà di espressione e contenuti che ci aiutino a aprire il nostro campo visivo.
Invece usiamo internet e i social con lo scopo esattamente opposto: circondarci di gente che la pensa come noi e selezionare solo contenuti che ci diano conferme. Abbiamo lo strumento per costruire un pensiero critico e lo approcciamo come mia nonna approcciava il vangelo. Lo faccio pure io eh.

Gira voce che gli Arcade Boyz siano vicini agli ambienti di destra, alcuni dicono estrema. C’è un botto di gente in giro che sostiene, non senza motivazioni comprensibili, che in questo momento storico con la destra non ci si debba parlare. Che sia il momento di mettere dei limiti e dei paletti alla tolleranza.
Da parte mia, conosco talmente tanta gente che ragiona come si ragiona a destra professandosi di sinistra (e votando a sinistra) che le appartenenze politiche hanno assunto un peso piuttosto relativo, specie se si parla di questioni che con la politica convenzionale c’entrano molto marginalmente. Preferisco ascoltare quel che si dice e valutarlo in relazione a quel che penso io e, se non ho una posizione sull’argomento, cercare di capire se sia o meno il caso di farsene una. 
Che poi, andando a guardare, ci sono poche cose più Politiche in musica del rap italiano, ma spero si capisca cosa intendo quando distinguo politica e Politica. Nell’intervista c’è tutta una parte relativa alla droga nel rap ed è una delle cose a cui mi riferisco. 

Non vorrei chiudere con uno di quei pensierini che trovate su instagram sotto le foto dei culi, magari attribuiti a illustri defunti che non li hanno mai pensati manco per sbaglio, però sento il bisogno impellente di spararne uno grosso.
Lo scopo della vita è farsi delle domande, non darsi delle risposte. 

(L’ho scritto davvero? Madonna.) 

Una per BASTONATE che chiude

Srivere un blog è una delle tante cose che ho iniziato a fare senza sapere cosa fosse. Era un pomeriggio del 2005 e mi ci sono infilato convintissimo avrei poi mollato entro breve e senza rimpianti. Vai tu a sapere mi avrebbe preso così bene scrivere.
Son passati davvero tanti anni da quel pomeriggio e questa cosa dei blog sta sempre più diventando l’equivalente dei giapponesi nella foresta alla fine della seconda guerra mondiale. Eppure per un certo periodo se internet ha avuto senso è stato per via dei blog.

Ho iniziato a leggere BASTONATE quasi da subito. Non ho idea di come ci fossi arrivato, dovessi metterci due centesimi direi da Junkiepop (rip.), probabilmente per la cosa della classifica delle copertine più fighe dei dischi usciti tra il 2000 e il 2009. Forse addirittura prima, ma conta poco.
Quello che conta è che non me ne sono mai andato. Mi son letto tutti i pezzi, anche quelli scritti dagli autori che non mi piacevano (qualcuno), anche quelli che parlavano di roba che non mi piace (la larga maggioranza). Per Francesco è una roba normale appassionare qualcuno parlandogli di musica che non gli piace, per me non lo è mai stato, eppure ero sempre lì.
In nove anni ho mandato a BASTONATE tre “pezzi”, spinto da quella insana voglia di far parte di qualcosa che ti piace no matter what. Il primo è passato, ma non c’era scritto niente. Era solo il link a un video con un titolo. Uscì senza il titolo.
Il secondo aveva addirittura un contenuto, una micro recensione di tre righe all’album di Natale dei Bad Religion. Uscì esattamente come l’avevo inviato. Anni dopo in un altro pezzo Francesco dimostrò di averlo completamente rimosso dalla memoria, come capita coi traumi.
Il terzo era una roba entusiasta sulla reunion dei Mineral che non solo fu cassato, ma suscitò addirittura un contro-post volto a bastonare la reunion stessa. Va beh, anche BASTONATE ogni tanto cappellava male, chi non?

Oggi BASTONATE chiude i battenti dopo nove anni in cui, tra le tantissime robe fatte, dette e promosse, si son tolti pure la soddisfazione di un paio di premi come miglior sito musicale italiano, in faccia a gente che non era propriamente allo stesso livello in termini di mezzi e “impegno” (leggi: gente che lo fa di mestiere). Credo sia una cosa bella, ma soprattutto giusta, in un mondo dove se si pensa a una penna per dirigere Rolling Stones viene in mente Selvaggia Lucarelli.
A differenza di tanti, troppi blog che ho seguito con passione e che se ne sono andati senza manco salutare, BASTONATE lascia un post di addio a sancire ancora una volta quel gradino di stile che li ha sempre tenuti più in alto degli altri nella mia classifica personale dell’internet (nota anche come la Esticazzi? Chart). La cosa buffa è che nel post citano addirittura una band che mi piace, cosa che in nove anni sarà successa in una manciata scarsa di altre circostanze. Nel senso, mi ha fatto sorridere, cosa che visto il contesto non era pronosticabile.

Tutto questo per dire che, bon, BASTONATE mancherà abbastanza anche se ormai pubblicava pochissimo, perché saperlo lì era un piccolo stimolo ad andare avanti nell’ignorare che i blog hanno rotto il cazzo. Nella foresta di cui sopra inizio a sentire l’eco dei tasti del mio pc mentre scrivo e forse dovrei riflettere su cosa vuol dire.
Forse invece mi sta bene sia cosí, la recente discussione a tema Primo Maggio ha già sancito il mio comfort nel collocarmi tra i vecchi tromboni e credo che non ci sia nulla di male nel vivere le cose del proprio tempo anche oltre la fine della loro rilevanza. Può farlo il vinile, magari capiterà anche ai blog.
Di mio voglio solo ringraziare per tutto Francesco e gli altri. Per celebrare questo avvenimento c’era solo un alternativa a scrivere ste righe ed era sentirsi un disco dei Fugazi, cosa che anche no.
I Fugazi sono quel gruppo che se dici che ti fan cagare prendi scoppole da chiunque, ma mi pare il momento giusto di fare outing. Anche solo per suscitare disappunto e quindi chiudere con una gag che per tutto il post mi sono pregato di evitare.
Il titolo del post vorrebbe essere un omaggio, ma probabilmente è sbagliato.

La Scena

Ieri sono andato in Santeria alla presentazione del documentario LA SCENA, ovvero la storia del punk-rock italiano anni 90 raccontata dalla viva voce di chi c’era.
A me è piaciuto tanto.
Mi è piaciuto non fosse un documentario a tesi, ma solo una raccolta di testimonianze. Leggi il titolo e pensi sia un’operazione nostalgia che punta a dire quanto fosse figo quel momento lì, invece è un’operazione nostalgia (su questo torno dopo) che prova a capire cosa sia successo in quel momento lì. Senti le testimonianze e non è neanche vero per tutti esistesse, questa benedetta SCENA. 
Si racconta il periodo e ne viene fuori un’immagine abbastanza centrata agli occhi di uno che non c’è mai stato dentro davvero in termini di amicizie e relazioni, ma che ci ha vissuto dentro almeno cinque anni pieni della sua vita.
Ho st’immagine in testa in cui siamo al forum al concerto degli Offspring post Americana, ’99 direi, e al banchetto del merch incrociamo il trombettista rasta biondo degli Shandon, che aprivano il live. Ci guarda e ci fa: “Oh raga, ma anche qui siete venuti?”. Non ci avevamo mai parlato con quel tipo. 
Questo per dare un riferimento di cosa intendo con viverci dentro.

Per il resto sì, è un’operazione nostalgia che gioca molto sul ricordo di un momento preciso fatto di suoni, contesti e persone precise. Non ha la pretesa di essere omnicomprensivo o esaustivo, non credo almeno, ne tanto meno di aggiungere chissà quale profondità di dettaglio storico al racconto. Potremmo stare qui a dirci sia fatto per raccontare a chi non c’era cosa è successo, ma non so quanto sarebbe onesto. Credo che l’interesse per questo bel lavoro arrivi quasi totalmente da dentro e per me va bene sia così. Voglio pensare non esistano nati nel 2000 oggi in fissa coi Punkreas o coi Derozer. Sarebbe triste, in un certo senso.
Alla fine quindi questo documentario è esattamente quello che ti aspetti possa essere prima di vederlo, nella stessa misura in cui sai come suonerà un disco punk-rock prima di ascoltarlo. Proprio come in un disco punk-rock ci sono i pezzi che ti spostano, anche in questo LA SCENA ci sono due o tre perle. Commenti centrati, spunti di riflessione, testimonianze che ti lasciano attaccato qualcosa e che arricchiscono, o magari semplicemente tolgono la polvere a concetti rimasti in angoli reconditi della memoria un po’ troppo tempo.

Tutto quello che ci succede è influenzato da come lo viviamo, dal nostro stato d’animo nel momento. Ieri io compivo 37 anni e stavo vivendo la cosa con l’ormai classico mix di sbattimento e ansia. 
Finire a guardare un documentario su quando ero ragazzino poteva prendermi malissimo, invece è stato bello e credo sia soprattutto merito di come il documentario è stato fatto.
Metto qui sotto il trailer, andate a vederlo.