Quinoa or not quinoa?

Da ieri rimbalza per la rete un pezzo intitolato “PERCHÉ NON C’È NULLA DI ETICO NELLA VITA DI UN VEGANO“. Dopo averlo letto l’ho condiviso e ho provato a parlarne con alcune persone vegane che conosco.
Ci sono due livelli di analisi del pezzo di cui sopra.
Il primo è focalizzarsi sui toni, che è la cosa che viene più immediato fare, credo anche nell’intento di chi ha scritto il pezzo. Da quando internet ha reso la figura del giornalista indistinguibile da quella del blogger ci tocca continuamente leggere articoli dai toni “simpa”, con livelli di sarcasmo semplicemente inadeguati e per cui lo sforzo principale diventa arrivare in fondo al primo paragrafo senza spaccare il PC. Il mio riferimento mentale in questi termini è Scanzi, c’è chi (a ragione) cita Travaglio, sono entrambi ottimi esempi di quanto irritante può essere quel tipo di approccio. L’articolo uscito su The Vision è un fulgido caso di sbagliare i toni. D’accordo, ma andrei oltre.
Il secondo livello è focalizzarsi sui contenuti e qui la questione diventa più interessante. A mio modestissimo parere, il senso dell’articolo è nell’ultima frase:

“L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.”

A me pare ovvio l’obbiettivo del pezzo sia mettere in discussione un preciso approccio al veganesimo, che non è quello della maggior parte dei vegani che conosco, ma che è quello della maggior parte dei contenuti Go Vegan che mi arrivano in faccia.
Oggi ho condiviso un secondo pezzo, che punta a rispondere a quello di ieri: “Perché non c’è nulla di etico in quell’articolo sui vegani“. E’ un bell’articolo, scritto bene e ben costruito, che contestualizza i dati in maniera accurata e apre ulteriormente la visione di insieme. Solo che sbaglia mira. Dice, in riferimento al post di Lenardon:

…è un hatchet job dove si isolano informazioni dal loro reale contesto per porle in una narrativa che cerca di rassicurarti che quelli che mangiano piante sono tutti hippies scemi e tu che mangi wurstel sei uno figo e razionale e intelligente.

Non è affatto quello il punto, per me. Discutere chi scrive libri di “cucina etica” promuovendo la quinoa non è discutere chi sceglie di essere vegano.
Anni fa, in seguito ad alcune dichiarazioni omofobe di Guido Barilla, era partita una campagna di boicottaggio al marchio. Scelta legittima e se vogliamo condivisibile, a patto poi si acquisti la pasta da un produttore che sappiamo per certo essere gay friendly, o quantomeno la cui posizione in merito possa essere considerata meno sbagliata. “Compro Rummo perchè, se anche odiano i gay, hanno la decenza di non dirlo in pubblico” è una posizione assolutamente legittima, “Compro Rummo perchè Barilla odia i gay” lo è meno.
In risposta al pezzo originale però ci sono stati anche articoli davvero impresentabili, che tuttavia aiutano ad analizzare il fenomeno a tutto tondo, tipo: “Perchè non c’è nulla di etico nella vita di Matteo Lenardon : una critica sensata (forse)“. Ecco, già il titolo non lascia sperare benissimo (tanto meno il sito su cui è pubblicato), ma andando a leggere viene da pensare che articoli come quello di The Vision tutto sommato male non facciano. Cito:

Magari sarebbe stato più completo cercare di andare alla radice di questo problema, non è di certo colpa del vegano se vengono espropriate terre e ridotti umani alla fame per la produzione di quinoa (che poi, a dirla tutta, quante volte avete mangiato la quinoa?). Magari sarebbe stato più corretto parlare del comportamento aggressivo di ogni multinazionale del cibo, che vedendo aumentare la domanda, si è comportata di conseguenza. Semplice logica di mercato, non c’era nessun pretesto per attaccare il vegano.

La visione è abbastanza miope. Una scelta vegana che si basa sull’impatto ambientale dell’alimentazione carnivora/onnivora non può essere messa di fronte al suo stesso impatto ambientale perchè, ehi, il problema sono le multinazionali e le logiche di mercato, che evidentemente non si applicano al business della carne o non sono in ogni caso sufficienti a redimerlo.

E’ oggettivo ci siano nella scelta del veganesimo una buona fede indiscutibile ed un obbiettivo encomiabile. Il punto è cercare di comprendere se la strategia che si usa per arrivarci sia utile, ininfluente o addirittura controproducente. In un contesto sociale ed economico in cui l’etica sta sui menu dei ristoranti, ma non nelle teste di chi legifera su temi come commercio, agricoltura, allevamento e lavoro, per me è difficile comprendere i reali effetti della mia dieta. Da ignorante sono portato a pensare ci sia un numero X di vegani a cui tendere, sufficiente ad alleggerire l’impatto della produzione di carne, ma non abbastanza alto da diventare reale oggetto di speculazione economica globale e quindi causare danni maggiori rispetto al beneficio.
Un amico via whatsapp mi ha scritto: “Il mondo è come un grande party GdR. Servono tutti: chierici, ladri, maghi, guerrieri,… l’equilibrio che si crea in questa eterogeneità porta grandi benefici. I vegani sono quei paladini un po’ idioti che prendiamo tutti per il culo, ma alla fine in un party numeroso servono anche loro. Un mondo di soli maghi, o guerrieri, o salcazzo non funzionerebbe. Io rispetto la loro scelta, sono sicuro che per molti punti di vista sia migliore della mia. Allo stesso tempo non penso che il mondo sarebbe necessariamente un posto migliore se tutti fossero vegani.”
Ecco.

La cosa buona di tutta questa faccenda è esserci fermati a pensare alla questione, in quest’ottica tutti gli articoli hanno fatto qualcosa di utile.
Tranne questo, ovviamente.

Il punto (ennesimo) su Game of Thrones

Premessa: viene da se che leggere un articolo a tema Game of Thrones senza essere in pari col materiale uscito espone a dei rischi. Pare superfluo dirlo. Quello che non è superfluo, a quanto pare, è precisare che tutto ciò che riguarda possibili leak della sceneggiatura di ciò che ancora deve uscire NON è tema di discussione. Non qui sopra. Quelli sono solo SPOILER inutili che potete trovare ovunque in rete, ormai, ma che io non voglio sapere. Grazie.

Alla fine della settima stagione è tempo di rifare il punto in merito allo show che tanto sta appassionando me e larga parte delle persone che conosco. Con questi sette episodi siamo ormai davvero in dirittura d’arrivo, la storia di tutti i personaggi sta convergendo al tanto atteso gran finale e per gli show runner HBO non è stato più possibile nascondere le carte: ora sappiamo come intendono chiuderla.
Non dico a livello di trama, dove ovviamente c’è ancora più di qualche interrogativo rimasto aperto, ma a livello di approccio. Questi sette episodi ci dicono chiaramente che David Benioff e D.B. Weiss vogliono tirare tutti i fili, chiudere tutte le linee narrative che hanno aperto, con metodo e dedizione. Nessuno, credo e spero, si aspettava da loro un possibile approccio stile Lost. Lasciando da parte per un momento le opinioni personali su quel tipo di scelta narrativa, mi pare abbastanza ovvio che una risoluzione di quel tipo fosse proprio incompatibile con l’opera in questione.
Che tuttavia ci fosse così tanta attenzione a non lasciare davvero niente in sospeso non era per nulla ovvio e questa, ideologicamente, è una scelta di cui essere felici. Attenzione, io parlo dell’approccio, che è ben diverso da come questo poi viene messo in atto. Su quello, ovviamente, si può discutere.
Parliamo di Zio Benjen.*

La chiusura della storia del ranger di casa Stark credo sia senza mezzi termini il punto più basso mai raggiunto dallo show in termini di scrittura.
All’interno di un episodio già sufficientemente ricco di nonsense, la catena di eventi innescata per chiudere la storia dello zio è il picco dell’assurdo e lascia per forza di cose l’impressione di aver assistito ad una scena che aveva come unico scopo il mettere la spunta su una lista di cose da fare, più che la reale necessità di dare un epilogo al personaggio. Una cosa tipo: “Dai, e con questa anche Zio Benji ce lo siamo tolti dai coglioni”.
Possiamo ipotizzare diverse motivazioni alla base di una così brutta scelta. La prima è certamente la mancanza di tempo. La settima è a conti fatti la prima stagione di GoT in cui il numero di eventi eccede di gran lunga il tempo a disposizione. Questo si traduce in gran ritmo, ma anche in grossi sacrifici narrativi di cui Benjen è chiaro esempio. In altri casi, come quello di Nymeria, ci è andata meglio.
Ritenendo da sempre il detto “do or do not, there is no try” una cagata, continuo sulla linea di chi apprezza il tentativo degli sceneggiatori di chiudere tutto senza dimenticanze, anche quando il risultato non è soddisfacente.

La seconda cosa che questa stagione ci dice è che la conclusione sarà con ogni probabilità vicina alle aspettative dello spettatore. Non in termini di qualità o soddisfazione, ma proprio in termini di trama. Molti usano il termine “prevedibile” per definire la questione, ma per me la cosa è un po’ più complessa di così. Prima di infervorarmi quindi metto un’immagine che riassume il concetto.

Game of Thrones nasce da una saga di romanzi fantasy e fin qui ci siamo.
In questo tipo di opere è fondamentale un’unico aspetto: la coerenza. Una volta completa, l’opera deve poter filare via liscia e ogni evento deve essere conseguenza plausibile e sensata dell’evento precedente. Nessuno parte a guardare il Signore degli Anelli pensando che Frodo alla fine non riesca a distruggere l’anello, il punto è capire come possa farcela e, soprattutto, non avere mai la percezione dell’esito scontato mentre si guarda/legge. In questo le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sia in versione cartacea che televisiva, hanno saputo portare il senso di sospensione a livelli mai visti, inculcando nella testa dello spettatore la percezione per cui tutto sarebbe potuto succedere, ma è da sempre un bluff. Ben costruito, magistrale in certi punti, ma pur sempre un bluff.
Che l’epilogo avrebbe riguardato Jon e Dany non è mai stato in discussione. Jon è RISORTO, manco la morte può fermarlo. Se ancora pensiamo che non sia scontato il suo arrivo in fondo è perchè siamo stati distratti per anni. La grandezza di quest’opera è stata portarci dove siamo ora, ovvero dove sapevamo saremmo finiti, senza che che ne accorgessimo. Mentre noi prestavamo attenzione ai vari specchietti che ci venivano messi di fronte episodio dopo episodio, loro avanzavano, lenti, ma inesorabili, verso la conclusione.
Ora che ci siamo però, che le strade convergono, è normale che sia più difficile perdere di vista l’arrivo e, di conseguenza, non pensare al fatto che fosse chiaro fin da subito.
Un buon finale non è quindi quello che sorprende, ma quello coerente con quanto visto. Dopo sette anni siamo così dentro la vicenda, abbiamo così tante informazioni, da poter unire da soli i tasselli mancanti seguendo la logica. E’ come un puzzle, meno pezzi mancano alla fine più è facile inserirli. Non dico che sorprendere lo spettatore a questo punto sia impossibile, dico che farlo senza venir meno alla linearità della storia è difficile. Preferisco un epilogo prevedibile, ma sensato, ad uno imprevedibile che però non abbia reali basi in quanto costruito.
Dany sarebbe potuta naufragare con la flotta e non approdare mai a Westeros. Sarebbe stato sorprendente, certo, ma davvero la sorpresa è tutto ciò che abbiamo da chiedere?
Questo è quello che ha fregato Martin nei libri. Non ha accettato che il suo pubblico avesse dedotto la svolta narrativa più importante (Aegon Targaryen) e ha provato a barare, venendo meno alla coerenza fino a lì costruita. Nella serie, almeno da questo punto di vista, sono stati più bravi.
Che Jon e Dany fossero destinati ad essere gli eroi vittoriosi della storia non implica certo che finissero a letto insieme, ovviamente. Moltissimi hanno trovato scontato questo dettaglio che ai fini della storia non dovrebbe essere troppo rilevante** e che quindi sarebbe potuto tranquillamente essere evitato. Questa credo sia questione essenzialmente di gusto: c’è chi aspettava questa love story da sempre e chi sperava di non vederla mai, ci sta tutto. Io non ci vado matto, ma non stride per nulla nè con la storia, nè con la caratterizzazione dei due personaggi. A Roma credo direbbero “stacce”.

A conti fatti quindi questa non è stata certo la miglior stagione di GoT, il picco credo rimarrà la stagione scorsa, però al netto di evidenti problemi di rapporto tra numero di eventi e minuti a disposizione io sono soddisfatto.
Chiudo quindi con alcune note sparse più legate alla sostanza, a ciò che mi è piaciuto e agli interrogativi che mi sono rimasti.
Partiamo da Jaime.

L’unica cosa che ho sempre rimpianto dei libri, in termini di trasposizione on screen, è la caratterizzazione di Jaime.
Il grosso vantaggio della versione cartacea però è la narrazione a POV, che permette di farti vedere il personaggio per lungo tempo solo attraverso gli occhi di chi lo circonda, quindi per come appare, e solo poi attraverso i suoi, ovvero per ciò che è. Questo facilita molto il processo di “redenzione” perchè le ragioni che lo muovono emergono solo in seguito e portano il lettore a cambiare prospettiva. Nella serie, per ovvi motivi, questa operazione non è possibile e quindi il tutto ne esce drasticamente smorzato. Se ci aggiungiamo momenti di buio in cui gli sceneggiatori non sapevano letteralmente cosa fargli fare (ricordate “Jaime e Bronn vanno a Dorne”? Io purtroppo sì.), il timore che finisse sacrificato in toto era più che tangibile ed invece questa stagione ne determina per la prima volta il peso, mostrando Jaime per l’uomo che è e consegnandolo quindi agli spettatori come l’unico Lannister con una reale evoluzione.
La scena di lui che se ne va con la neve che arriva a King’s Landing per me in assoluto tra le migliori scene di sempre.
Una cosa che mi ha deluso, perchè ci riponevo discrete aspettative, è il rientro di Gendry che, salvo smentite future, al momento finisce nel tritacarne delle pedine sacrificate all’altare del “facciamo succedere le cose”. Fin dai tempi in cui ero semplice lettore, io sono stato #TeamBaratheon. Mi piaceva King Robert e sono tutt’ora convinto che morte di Renly sia stata la più grande porcheria della saga, in termini proprio di scrittura. Speravo quindi che il ritorno di Gendry riportasse in alto la mia casata del cuore e, devo dire, alla fine del quinto episodio ero fomentato come un bambino. Peccato la cosa si sia risolta in niente, mi auguro solo non riprendano in mano il personaggio giusto per la battaglia finale.
#MakeBaratheonGreatAgain.
Per chiudere, la morte di Viserion ed il suo arruolamento tra le fila dell’esercito degli zombie per me segna il punto chiave della divergenza tra libri e show televisivo. Se mai l’opera letteraria avrà una conclusione (cosa per nulla scontata), non credo conterrà questa svolta.
La teoria vuole che i Targaryen siano tre: Jon, Dany e Tyrion. Il drago con tre teste, ecc. Martin credo si sia tenuto il terzo in esclusiva per i libri, rendendo quindi “inutile” uno dei tre draghi. La mia speculazione vuole che il ritardo mostruoso nella messa in onda dell’ottava stagione (si parla di 2019***) sia in accordo con lo “scrittore” (virgolettato perchè uno scrittore di norma scrive): gli si da il tempo di uscire con un nuovo libro prima della conclusione della serie TV. Il libro introdurrà queste differenze in modo da tenere vivo l’interesse per la saga letteraria anche dopo la conclusione dello show, che altrimenti credo ne limerebbe non poco le aspettative ed i conseguenti profitti.
E’ un’ipotesi sensata, ma avendo a che fare con Martin può tranquillamente succedere che l’ottava stagione venga posticipata e lui non esca comunque in tempo col libro. Ormai non credo di avere più parole per esprimere il mio disprezzo nei suoi confronti, quindi la cosa mi tocca il giusto.
La serie TV avrà un finale, presto o tardi.
Io sono a posto così.


* Ho iniziato un processo di self training per iniziare ad usare ZIO BENJEN come nuova imprecazione/intercalare.
** La possibilità nasca un erede dall’unione tra Dany e Jon non la considero proprio perchè a mio avviso minerebbe la coerenza della storia. No dai, Zio Benjen, non scherziamo.
*** ZIO BENJEN!

Science fiction

Premi play.

Nella mia testa succedono cose, ok?
Non dico che ad altri non capiti, ma se capita non è qualcosa di cui mi parlano e quindi ho la percezione di essere un bambino speciale.
In quel senso lì, esatto.
Vivo costantemente immerso nelle mie fantasie, ci sguazzo. In un disco che in un mondo giusto insegnerebbero a scuola ad un certo punto si dice: “My relationship with reality (yeah), it comes and goes” ed è esattamente la storia della mia vita spiegata meglio di come saprei mai fare io (e questo paragrafo ne è la prova).
Questo per dire che mi ero fatto un film su come sarebbe finita la storia dei Brand New, una volta da loro annunciato lo scioglimento nel 2018.
Nella mia testa avrebbero fatto un ultimo tour e poi ciao a tutti, lasciando come memoria, a sorta di epitaffio, un ultimo disco di inediti.
“Da oggi i Brand New non esistono più, ma questo è il nostro ultimo disco.”
Finale perfetto.
Poi invece capita che in questo Agosto folle che sto vivendo mi saltino le vacanze, Montolivo faccia doppietta a San Siro e dal nulla sbuchino l’annuncio prima e il leak poi del nuovo (e ultimo) disco dei Brand New.
Quello che sta qui sopra.
Vi risparmio le pippe da bimbominkia tipo ODDIOH LO ASCOLTO O NO? COME FACCIO? E SE FA SCHIFO? con cui tanto vi ho già ammorbati sui social, fatto sta che me lo sono ascoltato in cuffia in questa stanza d’albergo.
Una volta sola.
Il punto non è tanto se abbia o meno soddisfatto le aspettative (no), troppo alte per qualunque disco (eh, peró Mene e I am a nightmare sono stupende…). Il punto è che mi è rimasta la fissa che questo non sia l’ultimo disco dei Brand New.
Non so se sia il titolo, il suo essere molto sconnesso nei suoni e nel tono dei diversi pezzi, la sua durata, il fatto che verrà stampato in tiratura ultra limitata, o chissá che altro.
Per me questo è tipo un FightOffYourDemons parte due. Una raccolta di materiale scritto in questi anni (tempo per scrivere robe ce n’é stato) che però non è il loro ultimo disco.
Quello uscirà a fine tour, dopo l’annuncio ufficiale dello scioglimento, nel 2018.

Due pezzi comunque mi hanno accartocciato il cuore.

Emo Trump

Qualche genio indiscusso si é messo a creare clip in cui dichiarazioni e tweet di Donald Trump diventano pezzi emo stile primi anni 2000.
Il primo l’avevo visto tempo fa, ma ho scoperto che ne sono usciti altri e che qualcuno ci ha fatto una playlist.
La metto qui sotto, sperando ne escano ancora tantissimi.

A mani basse, la miglior cosa di questo 2017.

Definisci: TRAP

Mi ricordo quel giorno come se fosse ieri
(Forse era ieri)

Ho beccato sto video su Facebook e all’inizio ho pubblicato il post così, senza scriverci nulla sotto a parte lo stralcio di strofa qui in alto.
Mi sembrava abbastanza self-explanatory, o almeno a me era arrivato con un unico significato di base: una riflessione velatamente critica sul fenomeno TRAP che ci sta investendo ultimamente, analizzata a 360° in termini di suono, contenuti e immaginario correlato.
Grasse risate quindi.
Non sono la persona più adatta per parlare di questa cosa della TRAP, conosco effettivamente solo ciò che mi arriva in faccia mio malgrado, tipo la Dark Polo Gang, e ci sono ampie possibilità perchè non sia proprio la crema del fenomeno. Recentemente ho letto cose a tema che condivido (nel senso che qui c’è il link alla più significativa), ma non ho le basi per farci un discorso mio sopra.

La roba che mi interessa scrivere invece riguarda tutta un’altra lettura, a cui sono arrivato una volta smesso di ridere del video delle focaccine ed aver iniziato a leggere in giro roba che lo riguarda.
La prima nota interessante è che sta cosa sta in cima, o comunque è messa gran bene, nelle classifiche di ascolto di Spotify. Magari sbaglio, ma questo esce un po’ dal mio concetto di “parodia”. Non tanto che sia ascoltata eh, ma proprio che esista su Spotify, che sia stata pensata come canzone e non come un video divertente per pigliare per il culo un fenomeno. Non è una roba tipo Jackal con Depsacito, per dire.
Della DPG si dice spesso sia un fenomeno di quelli nati “per il LOL”, definizione internettiana che accomuna tutte quelle cose fatte un po’ per ridere, ma di cui non è mai dato sapere quanto sia reale la portata goliardica, o in che percentuale sia parte del progetto. Tempo fa si è parlato per giorni dello scontro tra Bello Figo e la Mussolini, investendo il primo di una qualche portata politica ed indicandolo come portatore di un messaggio che poi, boh, guardando Pasta con Tonno io fatico a comprendere. E’ probabile io sia troppo vecchio per queste stronzate (cit.), e certamente il fenomeno non è il primo ad esulare dalla mia comprensione, però nello specifico ho l’impressione si cerchi in tutti i modi di infilare a forza una dignità in qualcosa che non è detto ce l’abbia, o ancor peggio, voglia averla. Per me la DPG sta allo stesso livello semantico.
Se non inciampo nella lettura quindi, i livelli sono questi: esiste la musica, poi esiste la DPG che ha come obbiettivo il riderne (il come non è ora il centro della questione) e poi c’è Mr. Focaccina che immagino voglia ridere di chi ride della musica. Tre livelli.
Però la DPG sta in classifica, anche messa piuttosto bene, quindi di fatto è musica, con un pubblico di ascoltatori e tutto il resto. A questo punto OEL (il tipo che ha fatto il pezzo qui sopra) si porrebbe l’obbiettivo di ridere di questo nuovo trend musicale e quindi i livelli diventano due.
Anche “Le Focaccine dell’esselunga” però sta in classifica e di conseguenza tutto si appiattisce ad un unico livello.
Non si capisce più se ci sia volontà di prendere delle distanze, di dire qualcosa, oppure se sia tutto semplicemente uno stesso calderone, dove il piattume è talmente sconvolgente da necessitare livelli estremi di assurdo per uscire dal mare magnum di prodotti disponibili e farsi in qualche modo notare.
Sono confuso.
Nell’ultimo periodo ho seguito davvero marginalmente la questione Liberato e quella di Cambogia (linko 2 pezzi a caso senza leggerli, giusto per darvi qualche info che non ho voglia di scrivere io), ma il succo è che della musica, a conti fatti, non fotte più nulla a nessuno. E’ un corollario ad operazioni di marketing, studi sociologici, video sul tubo. Non dico sia una novità, con il web negli anni 70 probabilmente in classifica ci sarebbero stati i jingle del carosello, però a me è una cosa che stranisce.
Leggo che non si capisce bene nemmeno se Esselunga sia coinvolta nella cosa. Magari sì, magari no. Forse è saltata sul carro una volta visti i numeri, magari è una pensata dei loro media manager fin dal giorno uno. Difficile non ne sappiano un cazzo.
Il punto è che io dovrei in qualche modo spendere del tempo per togliermi il dubbio e capire se sto ascoltando un tipo che vuol fare musica dicendo delle cose, se è solo uno che percula una moda fastidiosa o se è una cazzo di trovata pubblicitaria.

Boh, magari per voi è una cosa normale, ma a me lascia un po’ perplesso.

13 cose su 13

13 é una serie Netflix il cui titolo originale, evidentemente intraducibile, é “13 reasons why”. Parla di una ragazza del liceo che si ammazza, ma prima di farlo lascia alcune audiocassette con le ragioni per cui l’ha fatto. Ognuna di queste ragioni è riconducibile ad uno dei suoi compagni di scuola, che lo scoprirà solo dopo il fattaccio proprio ascoltando queste cassette, secondo un piano escogitato dalla morta. Non la sto banalizzando o rendendo più scema di quel che è, la sinossi è esattamente questa, ma un plot assurdo non implica necessariamente il prodotto che ne esce faccia cagare.

Volendone parlare, quale modo migliore se non stilare una lista di 13 commenti?
Probabilmente molti, tutti più originali, ma tant’è, quindi ecco la mia lista.

1) In questo pezzo ci saranno degli SPOILER, tutti ben indicati. Questa, a ben pensarci, è una cosa piuttosto assurda perchè la storia è nota dal primo minuto. La serie però è scritta in modo furbo, cercando di portare lo spettatore a chiedersi, passo dopo passo, chi avrà fatto cosa. Dovendo prendere una rincorsa infinita di 13 episodi e volendo dare al tutto un effetto climax per cui in ogni cassetta c’è un misfatto peggiore del precedente, il risultato è che per i primi 4/5 episodi la cosa stenta davvero ad ingranare. Superato il pilota, infatti, ci si trova di fronte ad una prima parte di stagione in cui sai che la tipa s’è uccisa, ma i problemi che ti presenta ti risultano troppo difficili da prendere sul serio e questo contrasto è davvero tosto da ignorare. Sembra un Pretty Little Liars, ma senza la vena demenziale e quindi senza un senso. Poi però l’intreccio si fa via via più pesante e l’attenzione aumenta, anche e soprattutto perchè vuoi sapere il ruolo nella storia di Clay.

2) Clay è il co-protagonista della vicenda, ovvero il tizio che si sta sentendo le cassette e attraverso cui riviviamo le vicende di Hannah. Il fatto che stia sentendo i nastri implica che sia una delle 13 ragioni e, per come viene presentato nel corso degli episodi, non è facile immaginare come mai possa esserlo. Da lì la curiosità che spinge a proseguire, episodio dopo episodio. In questo aspetto la serie ha, credo, il suo più grande difetto strutturale, perchè dopo undici dei tredici episodi… arriva uno SPOILER… è evidente che Clay nella lista semplicemente non ci dovrebbe stare. Siamo di fronte ad una delle più grandi prese per il culo ai danni dello spettatore dai tempi degli orsi polari di Lost e, come in Lost, funziona benissimo perchè quando il velo cade e capisci che sei stato preso in giro, ormai sei talmente dentro la vicenda da passarci sopra. Il trucco paga, quindi, ma sempre un trucco resta.

3) 13 è uno show che si propone, principalmente, di sensibilizzare i teenagers verso tematiche serie come il bullismo, la violenza sessuale ed il suicidio. Un altro sbaglio che fa, a mio avviso, è quello di tratteggiare in maniera troppo fine e discontinua il confine tra giustizia e vendetta. Io non ho problemi quando una serie o un film parlano di vendetta, anzi, ci sguazzo in quel tipo di narrativa. La vendetta però non può avere spazio in un contesto pedagogico/formativo. Se la serie vuole lanciare un messaggio e sensibilizzare, allora è alla giustizia che deve tendere. In 13 invece c’è un po’ troppa sindrome da Selvaggia Lucarelli, quel meccanismo che ti parla alla pancia e crea fomento, rabbia e voglia di “veder pagare i colpevoli”. Siamo nella società americana, i ragazzini hanno accesso alle armi e questo viene mostrato anche nello show. Se il bullismo diventa qualcosa di cui vendicarsi, il rischio è di chiudere un buco ed aprire una voragine.

4) In termini di sensibilizzazione però 13 fa una cosa molto bene: mostra. La scena del suicidio di Hannah è cruda, diretta, sconvolgente. Nel finale di stagione la sofferenza viene davvero fuori tutta, senza filtri, e questo è quel che serve se si vuole generare una reazione nello spettatore. Sono finiti i tempi delle moraline spicce da 7th Heaven, o dei drammi acqua e sapone. L’obbiettivo non è suggerirti idee distanti di malessere ipotetico, ma è darti una sberla e farti aprire gli occhi. Il mondo che viene raccontato è esattamente quello che circonda anche te.

5) Ultimamente Netflix punta molto sull’effetto vintage. Parlandone con un amico abbiamo convenuto come questo sia un barbatrucco per garantirsi l’audience anche da parte di chi teenager non lo è da tempo, ma che invece costituisce la grande maggioranza dell’utenza del canale: i trentenni. Tutta la storia delle cassette, intese come formato, non ha una reale utilità narrativa se non dare al prodotto l’ormai fortunatissima patina anni ottanta, che su di me ancora funziona, ma che, a lungo andare, temo finirà per andarmi in noia. Il lato positivo però è che…

6)… la colonna sonora è una mina, indubbiamente tra le cose migliori della serie. Se del revival estetico faccio fatica a capire il senso e anzi in certe situazioni addirittura mi disturba, non potrò mai, MAI, lamentarmi di serie che usano Elliott Smith al posto di Ed Sheeran.

7) A differenza di Brian Yorkey, l’ideatore della serie, inizio a pensare siano troppi 13 motivi per parlare di 13. Quindi, come Brian… SPOILER… ne uso uno due volte. La colonna sonora è molto molto ben curata e pensata. Nonostante Selena Gomez.

8) Al di fuori della storia principale, è stato fatto un certo lavoro sulla costruzione dei personaggi collaterali. Non sempre buono, ovviamente. I compagni di Hannah ballano infatti spesso sul confine tra cliché e macchietta (la ragazza con due papà che si scopre lesbica è probabilmente il punto più basso in tal senso). Il meglio viene fuori, a mio avviso, nella descrizione delle famiglie. Da quella di Clay, ai genitori della defunta, fino anche a situazioni più collaterali come la famiglia di Alex. Lo stereotipo è spesso dietro l’angolo, ma tutto sommato non disturba troppo e fa il paio col fatto che in diversi casi anche la morale che lo show lancia tende ad essere tagliata con la scure. Il mio avere bisogno di sfumature però non è target per lo show, che come detto punta a sensibilizzare e in tal senso, volendo parlare a gente di un’età per cui tutto è bianco o nero, colora tutto di bianco o nero. Credo sia una scelta giusta e che alla fine abbia pagato.

9) Il cast di ragazzini funziona piuttosto bene. Fa sempre un po’ specie notare come il livello di interpretazione medio sia alto in prodotti come questo, anche quando coinvolgono ragazzi molto giovani. Per essere una storia di drammi adolescenziali, direi che il rischio più grande è sempre quello dell’overacting, l’esagerazione, e qui, a memoria, non succede mai. Sono bravi, misurati e credibili in tutte le situazioni. Questo, ovviamente, aiuta molto.

10) Momento pippone, lo dico prima così eventualmente si può saltare il paragrafo. Ad un certo punto, nell’ultimo episodio, si susseguono le deposizioni dei ragazzi di fronte alle parti legali che seguono il caso. Una di queste coinvolge Kat, unica vera amica di Hannah che lascia la città ad inizio stagione e che non ha un reale ruolo nella vicenda. Proprio perchè non coinvolta direttamente nel plot, le viene affidata dagli sceneggiatori una delle dichiarazioni più a fuoco ed interessanti. L’analisi riguarda il sistema scolastico americano, ma per una volta la chiave di lettura non è legata alle diversità economiche, quindi a fattori esterni che entrano nella scuola e ne condizionano la vita, ma alla stratificazione sociale che si crea dentro la scuola in relazione allo sport. La cultura sportiva americana, che parte dai licei e che spesso viene largamente indicata come esempio positivo (non a torto, va detto), qui viene mostrata attraverso il suo lato più crudo e duro. La scuola che come primo obbiettivo ha la formazione di future star dello sport, che ne determinano il prestigio e a cui tutto diventa dovuto. Formazione sportiva, ma non dello sportivo in quanto uomo. Non è un tema nuovo, ma credo sia affrontato particolarmente bene.

11) Il finale resta aperto. Lo scopo non è mostrare una risoluzione “giuridica” delle vicende, la risoluzione cercata è solo nella vita dei protagonisti, tra chi supera la tragedia e chi ci rimane invischiato dentro. Le cicatrici restano su tutti e tutti hanno, alla fine, dovuto venire a patti non tanto con quanto avevano fatto, ma con la persona che hanno realizzato di essere. L’ho trovata una gran bella soluzione, che spero resti tale a fronte del fatto che…

12) La serie è stata confermata per una seconda stagione. Evito appositamente di cercare in rete come sarà strutturata e di cosa parlerà, proprio perchè resto convinto che le vicende del Liberty High abbiano già avuto degna conclusione. Non so quanto possa essere fattibile un nuovo “caso” da svelare attraverso un susseguirsi di ragioni/indizi. La prima stagione si lascia aperta quella porta… SPOILERONE… con Alex, ma salvo assurdi salti mortali in fase di scrittura, dubito ci sia davvero qualcosa di più che abbia senso raccontare in merito. Lo show potrebbe quindi continuare a mostrarci le storie di Clay e compagnia, diventando con ogni probabilità un’altra cosa completamente sconnessa dalla stagione precedente e dal suo stesso titolo. Come se Dexter fosse morto alla fine della prima stagione e si fosse andati avanti con protagonista la polizia di Miami, ma senza il serial killer, reale tratto distintivo che oltretutto presta il nome al prodotto. Non che sia vietato eh, però ho davvero tanti dubbi.

13) Giudizio finale: a conti fatti per me è un sì. Non ho l’età per farne la mia serie preferita, ovviamente, e non credo nemmeno sia così buona come se ne legge o sente in giro, però dal momento in cui ingrana porta a casa il risultato con soddisfazione, sia questo intrattenere un adulto o far ragionare un ragazzino. C’è da turarsi un po’ il naso qua e la, quando il teen drama viene fuori più prepotente e porta l’anima thriller in secondo piano, ma sono cose che si superano.
Poi oh, io non ho nulla contro i teen drama, Dawson’s creek resta una delle mie serie della vita, però ecco, l’ho vista che avevo 17 anni. Non 36.

Ce l’ho fatta, ho scritto 13 commenti su 13*.
Ora spero di riuscire a scrivere anche qualcosa che non tratti di serie TV.
Prima o poi.

* in realtà no, mentre scrivo questa chiusa ne ho messi insieme solo 10 e mi son già giocato la ripetizione. Ma credo molto in me.

Cinecomics: una chiacchierata con Nanni Cobretti

Per un certo periodo di tempo i blog sono stati una cosa bella. Sia quelli personali, che soprattutto quelli tematici. In questa sorta di “età dell’oro” io avevo identificato essenzialmente tre siti che, quotidianamente o quasi, mi offrivano spunti di riflessione interessanti a tema musica, cinema e serie TV. Non era sempre quello di cui scrivevano, la chiave, spesso era (ed è) come lo scrivevano. Tempo fa ho deciso di provare a fare una chiacchierata virtuale col fondatore del primo di questi tre siti ed andò bene. Un paio di anni dopo dopo fu la volta del secondo e anche in quel caso ne uscì una cosa carina. Da quel momento ho cercato uno spunto per poter chiudere il cerchio e fare la stessa cosa anche con Nanni Cobretti, fondatore e capo supremo de I 400 Calci. Qualche settimana fa, dopo aver visto Logan e Suicide Squad in rapida successione, ho pensato che parlare di Cinecomics con lui potesse essere interessante e così è nato il pezzo qui sotto.
Come sempre non è una vera e propria intervista perchè le mie più che domande sono pipponi faziosi, ma ormai dovreste saperlo. Diciamo che io faccio delle affermazioni più o meno comprensibili a tema e Nanni, con pazienza, cerca di spiegarmi come stanno le cose in realtà.
Chiudo con una nota: prima di conoscere i 400 calci avevo letto dei pezzi su siti che non esistono più e per me furono una vera e propria folgorazione. Ne ricordo uno su un live di Andrew WK, per esempio, così come uno sull’aver visto Twilight al cinema. La firma in calce era un’altra, ma anni dopo scoprii che si trattava sempre di Mr. Cobretti. Grazie quindi a Nanni per aver partecipato a questa cosa, per me è un punto di riferimento e chiudere questa sorta di trilogia con lui è davvero una soddisfazione grossissima.

NOTA: Manq parla e chiede in corsivo,
Nanni risponde giustamente in grassetto.

Io non sono mai stato un lettore di fumetti coi supereroi, neanche da ragazzino, di conseguenza ad entrare nel vortice dei cinecomics ci ho messo un po’ di tempo. Non mi sono mai filato Superman, per dire, e dei vari Batman pre-Nolan ricordo giusto quello di Tim Burton dell’89, mentre tutti gli altri li ho infilati in quell’angolo del cervello in cui stanno film che guardi con gli amici per non stare a casa da solo. Anche gli Spiderman di Raimi li ho visti tranquillamente in home video molto dopo, apprezzandoli il giusto.
Ad un certo punto però è arrivata la Marvel e le cose sono cambiate. Io il click credo di averlo fatto con il primo Avengers. Da lì sono entrato in una sorta di fase completista che mi ha fatto recuperare tantissima roba uscita prima. Per un paio di anni buoni sono stato in fottissima, mi piaceva tutto e non smettevo di volerne ancora. E’ ovvio che le cose non potessero durare ed ora sono nella mia terza fase: la stanca. Guardo ancora tutto ciò che esce al cinema, ho lasciato perdere le derive seriali, ma lo faccio quasi per dovere, non restando mai (o quasi) completamente insoddisfatto, ma uscendo sempre meno volte dalla sala con la sensazione di aver investito bene il mio tempo.
Ora parliamo di mia moglie, che oltre a non avere mai avuto una passione per i fumetti non è nemmeno una fanatica del grande schermo (eufemismo) e quando le capita di dover scegliere un film da un qualsiasi servizio on demand, parte da categorie tipo “cinema in famiglia” o “commedia romantica”. Ecco, lei ha fatto il mio stesso percorso e, ad oggi, non manca in sala un appuntamento che sia uno.
Per arrivare a fidelizzare persone prive delle basi culturali che stimavo necessarie a poter apprezzare questo specifico prodotto deve essere successo qualcosa. Molti dicono che i cinecomics (o forse i Marvel cinecomics) abbiano cambiato il cinema, dieci anni fa. Sei d’accordo? Riconosci al “genere” un merito nella storia del cinema recente? La prendo larghissima, per iniziare.

Partiamo da un dato più grosso: i film Marvel, tendenzialmente, a livello mega-blockbuster, mettono d’accordo pubblico e critica come non succedeva forse dagli anni ’80. Lo fanno a tal punto, e con tale regolarità, che abbiamo ricominciato ad avere delle pretese e persino che non associamo più automaticamente la parola “sequel” all’inevitabilità di un prodotto inferiore, quelle cose che una volta davi talmente per scontato che ti sentivi in dovere di citare Il padrino e Terminator come eccezioni, un po’ come oggi scatta ogni volta identico il mantra “i remake fanno tutti schifo” “e però La Cosa e La Mosca”. Questo alla facciaccia di chi magari è ancora convinto che non diventeranno classici.
La formuletta pare chiara: si scommette tutto sulla sceneggiatura, su personaggi sufficientemente elaborati e umanizzati da far scattare l’empatia, si appiattisce il contorno visivo in modo da renderlo intercambiabile e dare l’idea di questa lunga saga incrociata di cui devi vedere anche gli episodi meno “intriganti” per seguire (quanti hanno visto Ant-Man solo per fiducia e completezza?). Il resto è roba da catena di montaggio: le scene action non puntano più a essere “la cosa più spettacolare che vedrete quest’anno” (formula obbligatoria per i blockbuster post-Independence Day e pre-Avengers) ma vengono addirittura storyboardate dal comparto tecnico prima ancora che venga scelto un regista. Il quale viene spesso pescato tra gente che viene dalle commedie leggere appunto per curare il lato narrativo/umano.
E così incroci tutti, crei un prodotto più solido e universale, e spendi pure meno.
Come formula alla lunga personalmente mi annoia, ma solo un pazzo furioso non ne vede meriti (proprio meriti, non semplice influenza) nella storia del cinema recente.

La formula annoia te e inizia ad annoiare me, eppure il fenomeno sembrerebbe tutt’altro che in fase calante se guardiamo alla quantità di roba in uscita/produzione. E’ una cosa ben oltre il cinema, ormai, ma anche a voler restare focalizzati sui prodotti destinati alla sala tutto sembra tranne che ce ne libereremo a breve. Qualcosa però sta inevitabilmente cambiando.
Leggendo la recensione di Logan sui calci, Jackie affronta il tema del cambiamento parlando di un percorso che sta portando a raccontare la figura dell’eroe in un modo diverso, non più esaltando la sua superumanità (?) ed i suoi poteri, ma focalizzandosi sul peso che queste due componenti hanno sulla parte umana dell’eroe stesso, impegnato soprattutto a non rimanerci schiacciato sotto. Commentando il pezzo non mi sentivo molto allineato, nel senso che io questo percorso non lo vedo per nulla e trovo il tema sviluppato sì in Logan, ma in maniera estemporanea.
Quello che vedo, invece, è un cambiamento del ruolo del supereroe non tanto nello script, quanto nella struttura vera e propria del film. Vediamo se riesco a spiegarmi. Se in principio i supereroi erano ciò che si voleva raccontare, ora sono lo strumento attraverso cui raccontare o addirittura la scusa per poter raccontare qualcosa prendendosi qualche rischio in meno sul botteghino. Guardo Logan e mi trovo a pensare che l’unico ruolo di Wolverine nel film sia portare la gente al cinema a vedere un western cupo, violento e disilluso che, con un protagonista diverso e senza questo richiamo in locandina, avrebbe fatto un centesimo degli incassi. Non c’è la minima continuità con il personaggio nè con l’ambientazione, più che una storia di Wolverine è una storia con Wolverine. Ho questa impressione magari sbagliatissima per cui “Il nuovo film di Capitan America” sarà presto come dire “Il nuovo film di Di Caprio”. I Guardiani della Galassia è un cinecomics perchè tratto da un fumetto, ma è un film di fantascienza/fantasy come potrebbe essere Star Wars. Il secondo Capitan America è uno Spy Movie imbottito di steroidi. Anche Lo Chiamavano Jeeg Robot (su cui mi piacerebbe tornare dopo in maniera più specifica) a conti fatti è grossomodo un episodio di Romanzo Criminale. Forse una roba molto più convenzionale di quel che in realtà si dica di loro sono i Batman di Nolan.
Da un lato non è poi sta grande epifania, perchè dire “tratto da un fumetto” è come dire “tratto da un libro”, eppure per me “tratto da un fumetto” ha sempre avuto un significato chiaro ed identificabile, che solo ultimamente scricchiola.
Tu cosa ne pensi? C’è davvero una volontà crescente di raccontare altro usando i supereroi o è solo un modo per mantenere viva l’attenzione?
Ah, Ant-Man per me filmone.

Logan è un caso isolato a Hollywood per certi versi paragonabile a Mad Max Fury Road. Entrambi, per motivi diversi, hanno goduto di una libertà artistica che normalmente non viene concessa: Mad Max è stato afflitto da una produzione lunghissima e funestata di incidenti che dall’altro lato hanno permesso a Miller di giocare con calma con più idee e approfondire e limare tutto fino al minimo dettaglio; Logan dall’altra parte non ha vantaggi temporali ma nasce come ultimo capitolo dichiarato, e quindi come tributo a Hugh Jackman, come specie di medaglia al servizio. Le regole a Hollywood sono semplici: se vuoi che un film incassi molto devi farlo sembrare interessante, ma fondamentalmente è solo se poi vuoi farne un altro che ti devi anche preoccupare che piaccia. Logan si vendeva da solo (è un film di Wolverine) e non aveva esigenze di sequel: Jackman e Mangold – che comunque hanno contenuto i costi raccontando una storia abbastanza piccola – hanno potuto fare più o meno quello che volevano. Questo per dire: ci andrei piano a prenderlo come simbolico di tendenze, se non “involontariamente” per via del fatto che, pur non avendo giocato affatto sul sicuro, è piaciuto e ha incassato molto. A me interessa di più osservare se il genere supereroistico, oltre a omaggiare il western, ne rifletterà davvero le fortune: il western ha avuto il suo periodo d’oro quando portava al cinema le persone cresciute con quel tipo di storie, che è quello che accade ora coi supereroi. Sono curioso di vedere se subirà lo stesso tipo di contaminazioni e lo stesso tipo di parabola.

Non lo so.
I cinecomics portano al cinema persone cresciute con quel tipo di storie quanto F&F porta al cinema la gente in fissa con le macchine. Certamente si è partiti da lì, ma a mio avviso la fortuna è arrivata scollinando, come dicevo all’inizio. C’è un monte di gente in giro per il mondo che gioca a World of Warcraft, ma per limiti di scrittura e/o di estetica eccessivamente “cafona” il film non ha fatto lo stesso salto ed ha incassato solo in cina (ho questa ipotesi per cui il giocatore medio di WoW abbia pagato un cinese per andare al cinema al posto suo).
Non ho i numeri alla mano e non ho le basi per definire quanti/quali cinecomics abbiano floppato al botteghino, ma da quanto ho letto in giro la parola “fallimento” in Marvel non è pervenuta e la DC è riuscita a portare a casa incassi onestissimi anche per prodotti insalvabili come Batman vs. Superman e Suicide Squad, il cui “sequel” uscirà comunque e ha tutta l’aria di non voler alzare il livello. Probabilmente mi manca qualche pezzo, ma penso di non seguire il discorso. Logan è un prodotto conclusivo, certamente, ma non è l’ultimo X-Men che faranno. Davvero essere la conclusione di un capitolo in un libro ancora in scrittura conferisce così tanta libertà? Non voglio rifarti la domanda di prima solo perchè non ho capito, quindi provo ad ampliare il discorso. Come dicevamo all’inizio, l’impressione è che ci sia ormai un mare magnum di cinecomics che la gente va al cinema a vedere a priori, eppure la DC sceglie di non osare nemmeno con un prodotto concepito per essere eccessivo come appunto Suicide Squad. Per motivi diversi e con modi diversi Deadpool e Logan dimostrano che lo spazio per calcare la mano ci sarebbe e non si rivelano, soprattutto il secondo, quel passo falso che si ha forse paura di fare non volendo associare nella testa del pubblico generalista la parola cinecomics alla parola violenza. Eppure tu stesso sottolinei non possano che essere eventi sporadici.
Tirando le somme: Mamma Marvel i toni li cambia bene tra i diversi prodotti, ma resta pur sempre Disney e ci sono direzioni che credo le siano precluse. Quello spazio potrebbe essere riempito, nell’ottica di diversificare, raccontare qualcos’altro e provare a crearsi un’identità, da Fox e DC. La prima ha sondato il terreno solo con prodotti sulla carta senza prospettive e non mi pare intenzionata a tornarci su seriamente nonostante le sia andata tutto sommato gran bene (in questo senso sono piuttosto curioso di vedere che roba sarà il secondo Deadpool). La seconda… boh, non ho ancora capito dove voglia andare a parare.
Ci deve essere una logica in tutto questo, anche se io non la vedo, quindi mi piacerebbe se la spiegassi provando a valutare le mosse dei tre player e dando un quadro d’insieme.

Ma i cinecomics sono ormai un intero genere a parte, con le sue regolette, convenzioni e luoghi comuni. F&F è solo un franchise, WoW solo un brand. Unbreakable di Shyamalan è un film nel suo complesso semi-orribile, ma è un dramma che – con anticipo clamoroso – rielabora il genere supereroistico proprio come oggi qualcuno rielabora i western nella forma di qualcos’altro. Il campo è quello, e sono curioso di vedere quali altri similitudini persisteranno, se lo faranno. Un giorno magari saranno i cinevideogames a essere la norma, e qualcuno dirà (sparo a caso) “oi, avete notato che la trama di Trevor, lo spin-off di GTA, è un cinecomic moderno?”. Nel frattempo gli X-Men saranno andati avanti un altro po’ con un Wolverine diverso (ma chissa’ quando avranno davvero il coraggio di eleggerlo).
Detto questo, se le sperimentazioni funzionano si proseguono, e la Sony ha appena annunciato Venom versione fanta-horror Rated R ispirato a La Cosa di Carpenter.
Il futuro non e’ facilissimo da decifrare, pero’ la distinzione piu’ ovvia da tenere a mente e’ che la Marvel ha creato al proprio interno i Marvel Studios con il preciso scopo di dare a Kevin Feige un’intera area esclusiva dedicata alle produzioni cinematografiche e televisive, mentre la DC non ha nulla di simile e per ora sta solo affiancando Geoff Johns a un trio semi-improvvisato composto da Christopher Nolan, David Goyer e Zack Snyder (che comunque hanno gia’ compiuto una serie di scelte precise e vincenti sul lato principalmente estetico), e dall’altra parte Fox e Sony sono rimaste abbandonate a loro stesse a proseguire sostanzialmente tra inerzia e botte di culo.
I film Rated R aumenteranno perche’ hanno funzionato e incassato bene, ma credo che rimarranno una via percorribile solo da brand che hanno un target preciso in quel senso (Deadpool, o Lobo che probabilmente sta aspettando gli incassi di Deadpool 2 per avere il green light) o in generale da film che possono permettersi di rischiare. Di certo non da quelli che costano $200 milioni.

Ci sta.
L’ultima domanda mi piacerebbe dedicarla alla situazione di casa nostra. “Lo chiamavano Jeeg Robot” è stato decisamente il caso cinematografico dello scorso anno: ha riscosso consensi trasversali da pubblico e critica e, soprattutto, si è imposto agli ultimi Sylvester in tutte le categorie che contano. Io andai a vederlo al cinema fomentato proprio dalle belle parole spese dai calci e ci rimasi un po’ così. Le parti decisamente italiane del film, quelle che raccontano la malavita del nostro Paese come da Romanzo Crimimale in poi sappiamo fare gran bene, per forza di cose risultavano un po’ eccessive e caricaturali. Ci sta, nell’ottica “fumetto”, il calcare i tratti caratteristici dei personaggi, però sul napoletano che mangia le mozzarelle (forse erano babbá, non ricordo) io ho accusato il colpo, per fare un esempio. Dall’altro lato, le parti fracassone in cui il lato fumetto sarebbe dovuto arrivare prepotente, mi son sembrate un bel po’ loffie. Risultato: un mix di due registri che per essere coerenti tra loro ne sono usciti gambizzati entrambi, nonostante sia indiscutibile gli attori principali fossero tutti in grande spolvero.
Non ti chiedo un parere sul film, a meno che tu non voglia illustrare quanto sia sbagliata la mia analisi, ma guardo più che altro alla situazione del cinema italiano in questo nuovo “genere” supereroistico. È palese i mezzi del nostro cinema non arrivino a quelli di Hollywood, quindi perché correre in quella categoria? Non sono un esperto ma credo la nostra cultura fumettistica possa offrire materiale assai più semplice da trasporre anche con mezzi limitati, senza andare ad infilarsi in storie di super poteri e città demolite che soffriranno sempre un po’ il paragone.
In fin dei conti in un film di supereroi l’impatto visivo avrà sempre un lato importante e per quanta qualità di scrittura ed interpretazione ci si metta, da sole rischiano di non bastare. Da quel lato, per esempio, film come Smetto quando voglio mostrano molto meno il fianco e finiscono per risultare (a me) pensati meglio.
No?

In questo momento, da tifoso della cinematografia italiana nel senso ampio e “industriale” del termine, mille volte un film imperfetto che sblocca la situazione di uno perfetto che rimane nella nicchia da dove proviene. Smetto quando voglio è impeccabile ma è ancora superficialmente vendibile come commedia classica e bisogna guardarlo per accorgersi che osa ben di più (e non ho visto il sequel che mi si dice alzi ancora di più la scommessa). Jeeg Robot è più arrogante e non può nascondersi, e il suo pregio maggiore è proprio quello di avere azzeccato almeno gli ingredienti base per “localizzare” il film di supereroi in un modo che fa convivere entrambi gli aspetti – il film saldamente piantato nella cultura italiana e il cinecomic – senza farli stonare e senza vergognarsi né dell’uno né dell’altro. E azzecca diverse cose incredibili anche a livello assoluto, basti vedere ad esempio quant’è impietoso il confronto tra il Joker di Jared Leto e lo Zingaro di Marinelli. Sono anche il primo ad ammettere che non ero convinto avrebbe funzionato col grande pubblico, un po’ perché il personaggio della Pastorelli è delicatissssimo e temevo respingesse, un po’ perché effettivamente il finale spaccone suda visibilmente a cercare il miglior compromesso fra teoria, risorse e resa. Però sono felicissimo che abbia fatto bella figura e abbia effettivamente ispirato non solo il pubblico ma tutta l’industria, e che stia gradualmente passando la paura di proporre film “di genere”. Il sottobosco italiano è imballato di gente che non vede l’ora di girare horror, action o sci-fi, e sarebbe ora di tornare ad ammettere che ci mancano solo il coraggio e la lungimiranza.

Apologia di un disco

Questo post inizia da Pavel Nedved.
In trentacinque anni credo di non aver mai odiato un calciatore avversario quanto ho odiato Pavel Nedved, personificazione se ce n’è una del tristemente noto “Stile Juve” nella sua unica accezione possibile: quella negativa. Tutelato dagli arbitri qualunque porcheria facesse, simulatore come pochi altri nella storia del giuoco, il ceco è stato per anni un catalizzatore fulgido del mio disprezzo. Riusciva a farmi odiare la Juve anche più di quanto già la odiassi e, davvero, è come spingere qualcosa a superare la velocità della luce.
Chiunque capisca di calcio non può negare Nedved sia stato un grande giocatore, magari non tra i primi della storia, ma innegabilmente un ottimo calciatore. Nel 2003 ha vinto anche il pallone d’oro, in un’epoca in cui il premio non era necessariamente assegnato al più forte di tutti, ma al più determinante o incisivo nella stagione. Gli addetti ai lavori ne parlano anche come un grande professionista dentro e fuori dal campo.
Se lo chiedete a me però, Nedved è e sarà sempre una merda prima come uomo e poi come sportivo, irredimibile, e non c’è nulla che abbia fatto nella sua carriera in grado di farmi cambiare idea. E’ una posizione sincera e rispettabile, ma chiaramente poco obbiettiva.

Gli Aiden sono tante cose. Una band lo sono stati per poco, ben presto si sono trasformati in una sorta di emanazione dell’ego del loro frontman, all’anagrafe William Roy “wiL” Francis, uno di quelli che ad un certo punto della vita, in genere troppo presto, decide di essere il più grande e controverso artista di ogni epoca. A volerli descrivere, parliamo di cinque ragazzi cresciuti ascoltando grossomodo quello che ascolto io che nei primi anni 2000, poco più che ventenni, hanno pensato fosse una buona idea cavalcare l’onda nascente della poseraggine tutta polsini, frangette, tatuaggi e mito dell’oscurità. Sono gli anni del nu-emocore e di twilight, per dare dei riferimenti. A vent’anni cazzate ne abbiamo fatte tutti, ma visto il baratro in cui la scena è piombata in seguito a questo fenomeno, diventa complesso non farne una colpa a chi ha contribuito attivamente alla caduta e gli Aiden sono certamente tra i primi ad aver preso la pala ed iniziato le operazioni di scavo.
E’ quindi più che lecito trovarli detestabili per ciò che rappresentano, un’idea di musica basata sull’apparenza e unicamente figlia della ricerca spasmodica di visibilità che la moda del momento può dare. Non che sia un fenomeno innovativo o peculiare all’interno della storia della musica, dalle boy-band all’indie rock, passando per il pop-punk anni novanta o lo pseudo rap di Fedez oggi, fare musica per moda è un concetto ricorrente. L’aggravante per gli Aiden credo sia soprattutto nel fatto che il trend scelto da loro sia indiscutibilmente il più osceno e rivoltante di tutti i tempi, cosa che non sono certo qui a negare. Li prenderei a sprangate anche solo per i pantaloni skinny e gli shorts sopra il ginocchio.
Quindi chiariamoci: capisco il disprezzo che la comunità riserva loro.
I can feel it.

Cosa rende diversi gli Aiden da Pavel Nedved?
Nedved era un individuo ben riconoscibile, lo juventino tra gli juventini, il simbolo. Gli Aiden al contrario si perdono all’interno di un marasma di band esteticamente identiche, un’ondata di merda oceanica che l’avvento della musica libera online ha trasformato in tsunami e riversato nelle nostre orecchie. L’attaco dei cloni. Centinaia di band sovrapponibili e prive di identità a godere simultaneamente della stessa identica (sovra)esposizione mediatica. Indistinguibili. Un terreno quantomai fertile per l’effetto sineddoche, in cui dici Aiden per dire “la scena fake-emo-punk-dark primi anni zero”, quindi ti accanisci con loro per accanirti con ciò che rappresentano. L’esatto opposto di Nedved.

Il perderli dentro una scena fluida di gruppi privi di qual si voglia peculiarità è certamente discorso soprattutto estetico, ma può avere basi anche musicali se si pensa a roba tipo “Conviction”. Quello che mi preme tirare fuori con questo post però è che a quella roba lì arriva da un percorso abbastanza peculiare e se vogliamo “più onesto” rispetto alla massa e, anche se questo non li redime come band, può redimere un disco.
Questo disco.

Dicevamo di ragazzini di poco più di vent’anni con la fissa di un certo punk-rock anni novanta incline ad un certo tipo di estetica, che parte dai Misfits e si completa negli Afi. Spirito di emulazione che sfocia in carnevalata, certamente, ma che ancora non ha i tratti della caricatura. E’ evidente non ci sia malafede, ancora. Ad esserci, invece, sono i pezzi.
Adesso dobbiamo guardarci in faccia, seriamente, e chiederci cosa cerchiamo da un disco pop-punk uscito nel 2005. Ovviamente posso rispondere per me, ma ci sono cose che a mio avviso sfiorano l’oggettività assoluta. Pensare che un disco come questo possa essere originale nel genere che propone è come pensare che il movimento 5 stelle possa svincolare l’italia dalla politica economica globale smettendo di trattare con le banche. Rispetto il credo di chiunque, ma resto agnostico.
Io cerco pezzi carichi, melodie solide, refrain che ti si incollano in testa, cori da cantare e, se proprio mi sento in vena di esagerare, un uso minimamente conscio degli strumenti a disposizione (nella fattispecie, le due chitarre). Niente che mi faccia andare in estasi, ma che si faccia ascoltare e possibilmente non dimenticare un minuto dopo. Questi ingredienti per me ci sono tutti. In quella parentesi temporale in cui i ragazzini partivano dal post-HC di Thrice e Thursday o dal pop-punk dei Good Charlotte (!!!) per “riscoprire” un’estetica dark e farne moda, gli Aiden si sono trovati sul cavallo vincente senza neanche accorgersi di stare giocando lo stesso sport, arruolati per meriti extra-musicali. Un jolly che si sono giocati nel modo peggiore, ma che non hanno per forza di cose cercato.
Gli è più che altro capitato in mano.

Se gli Aiden vi causano l’effetto Pavel Nedved lo capisco e non giudico.
Potendo andare oltre però si dovrebbe poter riconoscere in Nightmare Anatomy un disco che, ripulito da tutto ciò che non sono le tracce che contiene, è una discreta bombazza.

Questo post è dedicato a quelli del fragolone e ad Andrea Orio.

NBA All Star Game 2017

Come tutti gli anni, anche in questo 2017 è arrivato il momento di votare i miei quintetti ideali per la partita delle stelle NBA.
E’ un’operazione che ha sempre meno senso, se vogliamo, sia perchè non guardo un All-Star Game volentieri da anni, sia perchè si votano giocatori sulla base si una Regular Season che inizia a mostrare un po’ il fianco in termini di rilevanza. Ottantadue partite giocate con cadenze frenetiche in cui l’obbiettivo principale è cercare di non farsi troppo male prima delle partite che contano, possibilmente mettendo su cifre senza senso in quante più voci statistiche possibile.
Al giochino dei voti però non mi sottraggo e quindi ecco qui i miei quintetti.

E’ vero, sono quintetti senza senso, ora però spiego i motivi del voto.
OVEST.
Il mio play di riferimento in questa lega è e rimane il caro e vecchio CP3. Non c’è storia, anche e soprattutto quest’anno dove i Clippers hanno dato a sprazzi l’idea di essere una bella squadra. I numeri sono grossomodo i soliti, i risultati di squadra pure, ma forse per una volta possiamo ambire a non fare figuracce in post season, infortuni permettendo. In una conference dove non ho mezza squadra simpatia è facilissimo tifare per loro. Daje Paul.
Parlando di antipatici, invece, come non citare l’animale col numero zero? Westbrook credo abbia una quantità di motivazioni incalcolabile e le sta traducendo in una pioggia di triple doppie. La squadra è scarsa oltre ogni decenza, ma darei una mano per vederla finire ottava e guardarmi la prima serie di PO contro Golden State.
Finite le guardie, andiamo al reparto lunghi, dove un chiarimento è più che necessario. E’ ovvio che JaVale sia in quintetto per meriti che non hanno a che vedere col basket giocato. Il posto “cuore matto” sarebbe dovuto andare a JR, che al momento ha problemi molto più grossi che non l’All Star Game e quindi mi son trovato con uno slot simpatia da assegnare. McGee è l’unica ragione per cui potrei tollerare un titolo nella baia. Se non lo tagliano. In una votazione più sensata il suo posto l’avrei dato al Gallo perchè, beh, è il Gallo.
Gli altri due per me non hanno nemmeno bisogno di spiegazione: Davis e Towns sono due giocatori destinati a dominare. Il primo lo sta già facendo, il secondo si sta ancora rodando, ma il futuro di questo gioco credo avrà molto a che fare con loro due.
EST.
Non poter infilare il greco impronunciabile tra le guardie mi ha creato non pochi problemi di quintetto e alla fine a farne le spese è stato PG13. Spero non se la prenda. Antetokounmpo finisce a fare l’ala piccola a est quindi, non tanto per i numeri incredibili che sta facendo, quanto perchè ogni volta che vedo una sua foto ho sempre la sensazione gli abbiano allungato le braccia con photoshop. Fa impressione.
A fare l’ala grande ci metto LeBron James perchè è LeBron James. Il prescelto. Il re.
Rimane vacante il posto da centro, che do a Drummond. La prima versione del quintetto aveva LBJ da 5 e George da 4, ma non mi sconfifferava. Drummond è forte, va bene così.
In cabina di regia il primo posto è di Kemba Walker, idolo di noi calabroni. Ho sempre pensato fosse un giocatore troppo altalenante, ma l’anno scorso mi ha piacevolmente smentito e spero continui a farlo quest’anno. Poi oh, quintetti senza Hornets non ne ho mai fatti, sta a vedere che avrei dovuto cominciare quest’anno. Tzè.
Di guardie ne servono due però, e il secondo posto lo do a sorpresa a Thomas, anche se sorpresa è un termine che può valere solo per chi non ha idea di come sia messa Boston in classifica. Io la odio, Boston, ma cazzo.

Questi sono i miei quintetti.
Avendo disdetto Sky Sport non sto praticamente vedendo mezza partita, ho votato sulla base di quel che leggo e sento. Come dicevo all’inizio è ormai una cosa priva di senso, ma tutto sommato mi diverto ancora a farlo.
Quest’anno ho tagliato una quantità di fenomeni senza eguali.

Come ARCADIA, ma con la O.

Se abitate dalle parti di Milano dovreste conoscere il Cinema Arcadia di Melzo e il suo circuito. Il motivo è semplice: la Sala Energia è semplicemente la migliore in zona.
Io vado a Melzo molto di rado, ma l’Arcadia di Bellinzago è proprio dietro casa mia. È un cinema normalissimo, in termini qualitativi, ma ha due grandi plus:
1) è supportato da una app che permette di prenotare i posti e ritirare i biglietti in cassa al pagamento.
2) è possibile acquistare una carta prepagata che permette di pagare gli spettacoli 6,50 euro.
Bello no?
NO.

Come detto, sono utente e cliente Arcadia da tanto tempo e mi sono sempre trovato benissimo fino a quando lo scorso anno, intorno a questo periodo, ho provato a prenotare uno spettacolo via app e questa operazione non era più possibile. Peccato. Ai tempi avevo chiesto in cassa il motivo e mi era stato detto che il circuito aveva deciso di sospendere le prenotazioni online per il periodo Natalizio.
La cosa è abbastanza noiosa perché la app non prevede l’utilizzo della sopracitata CineCard per l’acquisto, né la possibilità di richiedere biglietti ridotti, di conseguenza acquistare i biglietti in anticipo e senza recarsi al cinema implica pagarli prezzo pieno e, soprattutto, non poter usare il credito che ho già pagato e per cui Arcadia ha già incassato i soldi.
Come detto, la cosa è abbastanza noiosa.
Prima dello scorso Natale esistevano già spettacoli che non era possibile prenotare, ma si trattava di proiezioni particolari (ad esempio quelle in 70mm) per cui le riduzioni non sono comunque previste. In quei casi, pagare con la carta di credito poteva e può avere un senso perché il prezzo non cambia, ma qui parliamo di tutti gli spettacoli.
La restrizione, complice probabilmente la release della nuova versione della app, si è protratta ben oltre il periodo natalizio, ma alla fine (in primavera, se ricordo bene) tutto era tornato a funzionare come di consueto, con mia somma delizia.
Fino ad oggi.
Nel pomeriggio ho infatti provato a prenotare due posti per Rogue One e ho constatato che la restrizione era nuovamente attiva.
Non l’ho presa bene, diciamo, e così ho scritto all’account twitter* dei Cinema Arcadia (@arcadiacinema).

Eccoci quindi alla parte in cui mi bloccano su twitter, ormai un classico della mia vita (la parte sul farsi delle domande sto giro la evitiamo, magari, che tanto é evidente sia inutile.).
Il racconto della diatriba questa volta non può beneficiare di screenshot o documentazione diversa dalla mia versione dei fatti, perché le risposte che ho ricevuto sono state cancellate prontamente dal gestore dell’account in questione, che con sfoggio di signorilità ha preferito eliminare tutti i suoi twitt sull’argomento. I miei ci sono ancora, ma si capisce poco leggendo solo quelli.
In estrema sintesi, i social media guru del gruppo Arcadia prima mi hanno propinato una balla, dicendomi che da SEMPRE non è possibile prenotare via web sotto Natale. Poi hanno rigirato la storia, dicendo che la policy della CineCard non ha mai previsto l’uso online, cosa che però esula dalla mia lamentela: pagare in cassa al ritiro dei biglietti non è mai stato un problema, potendo prenotare questi ultimi. Il disservizio subentra se, come unica via per ricevere biglietti che ho già pagato quando ho acquistato/ricaricato la tessera, sono costretto a recarmi al cinema, fare la coda e magari trovare i posti esauriti.
Tutto questo prima cercando di fare i simpatici come un account Ceres qualsiasi (fallendo, a differenza di un account Ceres qualsiasi) e poi sbarellando in un minuto di follia composto da una risposta acida, il blocco del mio account e la successiva cancellazione di tutte le balle con cui hanno cercato di condirmi via. Questo perché, a detta loro, chiedere chiarimenti su un servizio non ritenuto sufficiente dal cliente è “combattere una crociata senza senso” e “polemizzare inutilmente”.
A stretto giro poi capita anche che una delle persone che mi seguono su twitter mi chieda chiarimenti sulla diatriba, finendo per venire bloccato anche lui a titolo cautelativo o forse in base al fatto che “il follower del mio nemico è mio nemico”.
Va beh, ci faremo passare anche questa. Intanto cresce la leggenda dei social media manager, esperti di comunicazione che poi magari non sanno gestire una banale discussione con un cliente scontento. Bravi loro e chi gli da lavoro.
Il succo della storia è che io continuerò ad andare all’Arcadia, perché rimane il cinema dietro casa e perché con la CineCard pago ancora meno che altrove. Potrei boicottarli, ma il risultato sarebbe semplicemente peggiorare la mia vita senza impattare sulla loro, quindi a che pro?
La storia però la racconto, magari ad altri può interessare sapere come funzioni la app del Cinema Arcadia, quali inconvenienti comporti avere una CineCard prepagata e quanto siano spassosi e competenti i responsabili dei canali social del gruppo.
Magari tra gli interessati c’è anche qualcuno che abita meno vicino di me e che ha altri cinema a cui eventualmente afferire.

* ok, ok… per completezza i tweet erano due: