La mia ricetta per risollevare l’Italia.

In questi giorni un po’ tutti si stanno prendendo la briga di dire cosa secondo loro andrebbe fatto per risollevare il paese in un momento come questo. Viene da sè infatti che, salvo chi ancora non vuol propiro utilizzare un minimo di raziocinio, tutti possono facilmente comprendere che non sarà festeggiando il 25 Aprile il 23 che si potranno risollevare i conti.
Bene, in questo marasma generale ritengo di poter benissimo dire la mia anche io, formulando una proposta semiseria su quale potrebbe essere il mio programma se volessi, domani, presentarmi come alternativa alla gestione politica del paese.
Dico semiseria perchè per gran parte delle questioni non sono preparato a sufficienza per poter trovare rimedi reali da solo, quindi accennerò solo le linee di principio sulle quali proverei a costruire un progetto. Per le analisi dettagliate dei singoli ambiti necessito infatti di un team di persone preparate e degne di fiducia con cui poter sviluppare i concetti.
Partiamo quindi con l’enunciare il mio programma.
Innanzi tutto io presenterei una candidatura ad orologeria. Il primo punto del mio programma sarebbe infatti restare in carica unicamente per un tempo limitato, necessario per dare al paese le basi legislative su cui ripartire. Ipotiziamo un anno. Questo punto verrebbe attuato firmando una lettera post-datata di dimissioni. Alla compilazione delle liste elettorali del partito, ogni iscritto firmerà la sopracitata lettera, impegnandosi a lasciare il suo posto nei termini stabiliti.
Questo primo punto avrebbe essenzialmente due risvolti: il primo sarebbe la necessità di lavorare bene e sodo per riuscire ad attuare il programma di governo in un tempo limitato. Il secondo che, sia che ce la si faccia sia che si fallisca, l’Italia non dovrebbe preoccuparsi di noi per più di quel preciso e limitato periodo di tempo. Alla peggio quindi, il paese resterà fermo per 12 mesi. Calcolando che è fermo dagli anni novanta è un rischio che potremmo anche permetterci.
Il secondo punto del programma, diretta conseguenza del primo, è che ogni iscritto alle liste firmerà il consenso al pagamento di una penale salata qualora non presenzi con costanza all’attività di governo. Il che significa calcolare il numero esatto di ferie annuali che ha un qualisasi lavoratore dipendente e concedersi quelle e quelle soltanto. Per riformare un paese serve tempo, la burocrazia è lenta già di suo e quindi bisogna lavorare duro e con impegno. Pare assurdo doverlo mettere per iscritto, ma vista la situazione meglio non dare nulla per scontanto.
Questi primi due punti dovrebbero già di per loro portare alla partecipazione di gente motivata e che non miri ad una poltrona, ma davvero a fare il bene del Paese.
A questo punto spiego anche un paio di criteri con i quali verrebbe effettuata la selezione degli iscritti alle liste. Saranno ben accette candidature di persone tra i 25 e i 45 anni, laureate e disposte a prendersi un anno di aspettativa per poter fare politica al 100% senza distrazioni. Calcolando la quantità di precari qualificati che ci sono in Italia non credo sarà difficile trovare gente in gamba che rispetti questi requisiti. Sia l’età che il titolo di studio saranno altamente vincolanti. Inoltre, non si accetteranno candidature di persone laureate in scienze politiche o discipline non strettamente utili a comprendere i problemi del paese e tentare di risolverli. Definiamola una lista di “tecnici”, intendendo come tali persone che come unica qualifica non abbiano quella di saper andare a Porta a Porta o Ballarò ad imbonire gli Italiani.
Formata la squadra, resterebbe unicamente da gestire la questione del programma vero e proprio, ovvero di quali riforme occuparci.
L’unico programma del mio governo sarà riformare la politica, ovvero legiferare in modo che dopo di noi la classe dirigente sia selezionata in base alla competenza, restituendo il paese agli elettori per una nuova tornata elettorale che possa far ripartire la nazione con alla guida gente capace e motivata.
Quindi, in soldoni, si tratterebbe di:
– Riformare la legge elettorale. Sono convinto che chi prende più voti debba poter governare in santa pace per una legislatura e avere il tempo di fare o non fare quanto progettato. Senza scuse, senza alibi. Di conseguenza mi pare giusto che chi ottiene maggioranza relativa abbia il 55% dei seggi (esattamente come credo sia ora). Non si può certo aspettare che per governare un paese il 55% dei diritti al voto esprima la stessa preferenza. Tuttavia introdurrei: limite di 60 anni per l’eleggibilità, laurea come requisito indispensabile, limite massimo inderogabile di due legislature, eleggibilità in base ai voti raccolti e non alle graduatorie di partito e impossibilità a presentarsi per cariche diverse, in liste diverse o eventualmente anche a nuove elezioni senza aver prima dato le dimissioni dalla posizione politica attualmente ricoperta. Spiego meglio: sei deputato e vuoi presentarti alle europee? Prima ti dimetti. Sei sindaco e vuoi presentarti alla camera? Prima ti dimetti. Sei il presidente del consiglio? Non puoi essere capolista alle regionali se prima non ti dimetti. Mi pare chiaro.
Inoltre, l’elettore sarà tenuto (pena l’invalidamento della scheda) ad esprimere una preferenza non solo per il partito, ma anche per un candidato. Votare è una cosa seria e va fatto seriamente. L’idea è impedire che persone occupino cariche pubbliche senza il consenso popolare, così da responsabilizzarne le azioni. Chiamerei l’insieme di queste riforme “anti-Scilipoti”.
– Ridurre i costi della politica per davvero. Stipendi dei politici proporzionali al PIL pro capite, riduzione drastica non solo del numero dei politici, ma dei benefit agli stessi, comprese pensioni e rimborsi vari. Trasformerei il lavoro del politico in un lavoro ben pagato (perchè trovo giusto lo sia, trattandosi di posti di responsabilità), ma non più sinonimo di privilegi. Una volta ho sentito Zaia in televisione dire che i politici vanno pagati perchè “si deve avere un guadagno nel fare politica, altrimenti uno resterebbe a fare l’imprenditore”. Ecco, per me chi ragiona così è bene faccia altro. Lasciamo la politica a chi ce l’ha a cuore, perchè di gente così ce n’è tanta e di tutti i colori e le ideologie.
Il problema dell’Italia adesso non è la crisi, non sono i bilanci, non è il lavoro nè la sanità nè l’istruzione.
Il problema è una classe politica che di queste cose non è capace di occuparsi e, soprattutto, che se ne frega del fatto di non saperlo fare forte del suo essere intoccabile.
Di conseguenza quindi, è su quest’ultima che bisogna agire.

18 commenti su “La mia ricetta per risollevare l’Italia.”

  1. vorrei aggiungere una postilla..
    tu parli di laurea, la laurea da competenze in un campo ben stabilito..io puntualizzerei che se hai quelle competenze lavori per quelle..
    non che se sei ministro dell’agricoltura un giorno ti scopri appassionato di beni culturali e cambi cattedra, solo perchè è un ministero più ambito..
    appoggio fermamente l’esclusione di scienziati politici e taglierei ance i troppi economisti che fanno della politica e dello stato un fatto di guadagni e non di investimenti.

  2. in questo caso posso propormi come ministro dei beni culturali? meglio di galan lo sarei e forse anche di bondi e rutelli..daaiiii!

  3. Chiaramente laurea vincolante e legata alla mansione.
    “Scienze politiche” è un ossimoro. Gli economisti invece servono, ma basta sapere dove prenderli e il problema lo si dovrebbe risolvere.

  4. il fatto che io non sia laureato probabilmente vizia quello che sto per dire, ma è per questo che l’ho puntualizzato subito:
    non vedo nessun valore aggiunto nell’avere laureati al governo.
    E’ solo un metodo di scelta classista. Uno puo’ non essere laureato e esser meglio di uno che lo è.
    Che cazzo di metodo di selezione è? dove sta il merito?
    Magari uno la laurea non ha potuto permettersela, o il papa’ non gliel’ha pagata come ha fatto al suo vicino di casa…

    bah.

    Saluti

    M.

  5. Uno non laureato può essere più intelligente, furbo, scafato, volenteroso e quant’altro di un non laureato.
    Sacrosanto.
    Però un laureato, nell’ambito della laurea, è più preparato. Punto. Non è un’opinione, è un fatto. Quindi mi spiace che tu la legga come una cosa classista. Mi spiace soprattutto perchè il tuo è il manifesto di una società, quella italiana, in cui si tende talmente tanto al livellamento verso il basso da arrivare a negare l’utilità di un’istruzione superiore (o di un cv migliore, o in generale dei meriti conseguiti che per forza di cose devono essere dovuti a maggiore fortuna o disponibilità, guarda caso mai al merito).
    Il tuo discroso vale sui singoli, ma non sui grandi numeri e un criterio di valutazione per restringere il campo dei possibili eletti secondo me serve. E il titolo di studio, così come il voto di laurea, sono criteri che avvicinano all’oggettività. Questo vuol dire che io, per ipotesi, non verrei selezionato per le mie liste perchè il mio punteggio è solo di 101/110. Probabilmente mi passerebbe davanti anche gente meno capace di me che però ha preso un voto più alto. Possibile. Ma passerebbero sicuramente tante persone preparate quanto o più di me. A quel punto si procederebbe con una seconda scrematura in base chessò al curriculum per scremare ulteriormente, portando così i termini di selezione a tendere in alto e non in basso.
    Nella curva di popolazione, le persone che avrebbero potuto, ma non ce l’hanno fatta ci sono ma sono indubbiamente una minoranza ai margini della gaussiana. Spiace per loro perchè magari non ne hanno colpa, ma non è sulle eccezioni che si può costruire un sistema che valga per tutti.
    Spero tu abbia capito il concetto (che, ripeto, non è un’opinione), per questo non serve la laurea. :D

  6. Concordo con Manowar. Imporre un vincolo come il titolo di studio non ha grande senso. In primis perchè non è poi cosi “oggettivo”, data la vasta differenza di qualità fra lauree diverse e fra università diverse. E poi tu stesso accenni a criteri più soggettivi tipo “guardare il cv”. E allora che sia tutto più libero, ma ovviamente anche più trasparente. Che siano gli elettori a giudicare, con le preferenze per il candidato come tu giustamente proponi.

    Aggiungo un mio grande sogno: un quorum anche per le elezioni politiche. Se non va a votare almeno il 30-40% degli aventi diritto, nessuno viene eletto e tutti i candidati se ne vanno a casa e non possono ripresentarsi alla tornata successiva. Daremmo cosi significato e contenuto al non-voto di protesta, che in questo momento sembra tristemente il minore dei mali possibili, e avremmo uno strumento per “forzare” il ricambio della classe politica.

  7. Scusate ma non posso proprio concordare con la teoria della non oggettività del titolo di studio e mi pare davvero strano non riusciate a comprendere il punto della questione.
    Non ho mai detto che una laurea è sufficiente ad essere eletti. Ho detto che è necessaria ed è un criterio che serve a fare una prima selezione.
    Trovo molto molto improbabile che le persone più preparate in campi come medicina, economia, legge, ingegneria, architettura e via dicendo siano TUTTE misteriosamente geniali senza aver studiato. E mi gira anche un po’ il culo, ad essere onesti, perchè è quello che quotidianamente si cerca di far passare come concetto: studiare è un vezzo inutile di chi non ha voglia di andare a lavorare, che con la reale capacità non ha mai correlazione.
    Scusate eh, ma son stronzate. Ripeto, se non ci si accanisce a rifelttere sugli esempi estremi che non fanno statistica, tipo il genio orfano che non ha mai avuto la possibilità di studiare nonostante fosse una mente geniale, non si può pensare che la conoscenza in ambiti squisitamente tecnici arrivi per imposizione divina.
    In italia questa cultura del “chi ha fatto meglio di me è per forza un raccomandato o uno più fortunato” serve da anni a giustificare i costanti sforzi che si fanno per mandare avanti le persone meno preparate. Questa cosa NON FUNZIONA sui grandi numeri. Tra tutti i laureati in, chessò, Biotecnologie la maggior parte delle persone più brillanti sarà racchiusa nell’insieme di chi si è laureato col massimo dei voti ed ha preso un dottorato nei tempi pubblicando bene. Io mi reputo brillante, ho preso un dottorato nei tempi, ho pubblicato, ma non ho preso il massimo dei voti. Escludendomi l’Italia perde davvero qualcosa? No, perchè per quanto il mio ego sia enorme non reputo certo che nessuno tra le persone con un background migliore del mio possa essere meglio di me. Tra le persone che mi passano avanti c’è qualcuno che è semplicemente stato più fortunato o che ha rubato il titolo? Può essere. Vogliamo dire che sono la maggiorparte? No. non lo sono. Quindi statisticamente con questa selezione ed altre a venire ho più possibilità di pescare una delle menti migliori dell’ambito.
    Davvero, numericamente non posso comprendere come non vi sia chiara la cosa.

  8. Manq, la cosa è chiarissima e concordo al 100% con te sulla critica alla mentalità diffusa in italia della laurea pezzo di carta, dello studiare non serve a nulla, etc. etc. etc.
    Il mio punto è un altro. I risultati che tu auspichi (selezionare gente effettivamente preparata) sono tranquillamente realizzabili SENZA BISOGNO DI IMPORRE VINCOLI PER LEGGE. Un sistema più flessibile, basato sull’effettiva responsabilità di chi “sceglie i candidati”, porta automaticamente a scegliere i “migliori”, che abbiano o meno il pezzo di carta. Il 99% dei “prescelti” avrà la laurea? Probabile. Ma perchè penalizzare “a priori” quell’1 per cento? Fra l’altro è innegabile che esistano ALCUNE competenze o qualità che possono essere sviluppate indipendentemente da una formazione universitaria/accademica.

  9. Piccola postilla.
    In base al tuo criterio “statistico” si potrebbe pensare a mille altri vincoli, del tipo “gli ingegneri solo dai politecnici di milano e torino, perchè sono i migliori; gli economisti solo se sono laureati in bocconi o in poche altre università e solo se hanno un phd in università top-100”, etc. etc. etc.

  10. Landi il punto è esattamente questo, utilizzare criteri via via più stringenti per arrivare al top. Potrei non escludere a priori quell’1%, vero, ma allungherei i tempi di selezione in maniera spropositata per andare a cercarlo nel mare del 99% di persone non idonee, senza secondo me avere reale valore aggiunto perchè quello che mi può dare l’1% dei non laureati competenti me lo può dare anche il 70% (stiamo larghissimi) dei laureati. Quindi a che pro?
    Riguardo le innegabili competenze che possono essere sviluppate indipendentemente da una formazione accademica di livello, perchè dobbiamo dare per scontato che SOLO quelli che la formazione accademica non ce l’hanno possano svilupparle? Ci sarà anche qualcuno CON la laurea che ha ANCHE capacità che dalla laurea esulano, o no? Quindi pescando tra i laureati restringo semplicemente il cerchio nella ricerca dell’eccellenza.
    Esempio: la ferrari domani ha bisogno di un pilota. Siamo sicuri che facendo un provino a tutti gli italiani non se ne trovi uno con talento necessario a vincere un mondiale? No che non lo siamo, anzi, con ogni probabilità la fuori è pieno di Alonso potenziali che non hanno semplicemente avuto i mezzi o le possibilità per diventare piloti. Bene. Vale la pena fare una ricerca di quel tipo quando si può pescare dalla categoria piloti e impiegare nella selezione un centesimo del tempo?
    Secondo me NO.
    E aggiungo: per quanto talento possa avere l’italiano X, quante probabilità ci sono che ne abbia di più di uno che, partendo è vero dalla possibilità di poterlo fare, è comunque riuscito ad affermarsi o comunque a lavorare come pilota?

  11. Manq, hai inventato il politico precario. Comunque, io sottoscrivo tutto quello dici. Chi non ha voglia di studiare non ha voglia di applicarsi pedissequemente a comprendere un problema, quindi a risolverlo. Questo vale nei grandi numeri ovvio, e l’Italia è un problema di 60 milioni di cittadini. E’ assurdo che oggi l’infermiera debba avere una laurea per farmi un clistere mentre il trota possa proporre disegni di legge. Livellamento verso l’alto perbacco!

    Aggiungo legna al fuoco. Io introdurrei un sistema ponderale nei voti tale percui il valore di un voto sia proporzionale all’età (esperienza), al grado di istruzione e alla fedina civile e penale.

  12. Va beh, lascio stare il discorso della laurea che in fondo non mi sembra cosi rilevante.

    Carina la ponderazione, però forse un po’ troppo complessa. Io molto più semplicemente toglierei il diritto di voto (come anche la patente) oltre i 75 anni. D’altronde come già penalizziamo 16enni e 17enni abbastanza maturi per votare e guidare (ma i benefici dell’escludere gli irresponsabili sono superiori ai costi), credo valga la pena penalizzare gli ultra75enni “lucidi” a scapito di quelli che “lucidi” non sono più tanto

  13. @Pagnino: introdurre restrizioni agli aventi diritti al voto la ritengo anche io una cosa sensata, ma ad oggi pur pensandoci non mi è venuto ancora in mente un metodo che possa funzionare. In questo caso io non metterei vincoli a priori, utopisticamente la cosa migliore sarebbe selezionare le persone in grado di votare valutando semplicemente se sanno cosa stanno facendo. Una sorta di test attitudinale per avere diritto al voto. Tipo la patente, per esemplificare all’ennesima potenza. Non mi pare corretto che la gente vada a votare senza sapere cosa fa o come funziona la cosa e questa è un altra delle armi che la classe politica attuale ha usato per diventare ciò che è. Ripeto però che organizzare una cosa di questo tipo, a mio avviso, diventa troppo complesso o quantomeno non di facile risoluzione così su due piedi.
    Quello che però farei è tagliare in alto ed in basso le soglie d’età per gli aventi diritti al voto. Nel mio Paese ideale darei diritto al voto dai 25 anni ai 65/70, ovvero alla fascia di persone che in quel momento storico tiene in vita il paese. Prima dei 25 anni secondo me ci sono troppe variabili che possono influenzare il voto impedendo all’elettore di esercitare una scelta cosciente. Dopo i 65/70 invece secondo me è il momento di consegnare le redini del paese alla generazione successiva. Penso che 40 anni di attivo esercizio del proprio diritto di voto siano più che sufficienti.

  14. il concetto del “chi non ha voglia di studiare non ha voglia applicarsi” è il motivo per cui non mi farei governare da un laureato…

    :D

    ovviamente scherzo, volevo solo sottolineare l’imbecillità razzista dell’affermazione! (peace & love)

    rimango dell’idea che non sia un metodo “necessario”, non contribuisce a migliorare il risultato, allora facciamo un test attitudinale e facciamo prima. Almeno è meritocratico. Comunque metodo del cazzo per metodo del cazzo… meglio quello che altri. Quindi se volete fare fate pure.
    Io poi scendo in piazza :P

    ciaooooo

    M.

  15. @MNWR: Beh, secondo me è altrettanto offensivo sostenere che non ci sia merito nel conseguire una laurea, ma il fulcro della questione non è personale. Non si sta parlando di me e di te. Si parla di grandi numeri. Ti giuro che mi rifiuto di credere tu non abbia compreso il punto perchè è davvero lampante e incontrovertibile. Tu dici facciamo un test attitudinale e io ti rispondo: l’università che cazzo è se non una serie infinita di test attitudinali? Poi vogliamo dire che andrebbe pensata una scuola ed un università che dia possibilità a tutti di partire e solo ai migliori di arrivare, limando di moltissimo lo spettro dei laureati NON qualificati? Ok, sfondi una porta apertissima. Ma non si può negare che parte dei laureati, la più grande, sia qualificata e più meritevole della maggior parte di coloro che non lo sono. Soprattutto per quanto riguarda una generazione come la mia dove più del 90% dei giovani ha di fatto avuto la possibilità di studiare e di scegliere se farlo o meno.

  16. @MNWR: è vero, potrei averla scritta meglio. «Chi non ha voglia di applicarsi *alla risoluzione di un problema* raramente riuscirà a laurearsi» è forse meno imbecille, il succo è che (sui grandi numeri) la laurea potrebbe essere un buon passaporto che permetta a Manq di selezionare rapidamente una squadra di tecnici necessari per risollevare la fanta-italia. Che poi oggigiorno uno non possa permettersi la laurea, mi sembra veramente raro, e finora le persone che ho conosciuto vantare questo handicap se ne andavano in giro con Audi A3 o Mazda comprate nuove, con quella cifra avrebbero pagato senza problemi cinque anni di tasse universitarie. Sul fatto che poi ANCHE l’università vada riformata, mi trovo d’accordissimo.

    Le manifestazioni di piazza saranno concesse solo ai laureati :P

  17. beh, immagino che ci sarà una laurea da conseguire PER manifestare! :)
    D’altronde, nell’Italia dei tecnici, va formato anche il manifestante…

    :P

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