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Vent’anni di stare bene

Ce l’avete un immaginario dello stare bene?
Io sì, ma se ci penso non ha per niente a che fare con me o con la mia vita. Forse è strano o magari capita a tutti, sta di fatto che se chiudo gli occhi e penso ad un posto felice l’immagine che ne esce è fatta di esperienze che non mi appartengono, non in modo diretto quantomeno.
Sono cose che ho visto in TV, su MTV prevalentemente, oppure nelle serie e nei film dell’epoca. Roba che ho sentito nelle canzoni, ma anche (forse soprattutto) idealizzato nella mia testa di adolescente sempre troppo impegnato a sognare quanto sarebbe figo fare delle cose piuttosto che mettersi lì e, tipo, farle davvero.
Quindi se penso allo stare bene e lascio fluire i pensieri senza guidarli è facile finisca ad immaginare feste in piscina, spiagge, gente giovane che si diverte.
Nel mio immaginario dello stare bene c’è sempre il sole e se devo associare un suono a questa sensazione, nove su dieci viene fuori questo riff di chitarra.

A Place in the Sun dei Lit non è un disco da raccontare.
E’ il disco da mettere in macchina a volume alto e poi guidare, senza necessariamente avere una destinazione, ma solo per il piacere di farlo. La prima volta che sono andato in California è stato per lavoro, ben oltre gli anni in cui ho costruito l’immaginario di cui sopra. Avevo un paio di giorni liberi per fare il turista e così, uno di questi, mi son preso una macchina a nolo. Avevo chiesto l’utilitaria più sgrausa per spendere poco, ma è venuto fuori che le uniche auto noleggiabili a San Francisco sono muscle car e pickup giganti, quindi per i 35 dollari pattuiti mi hanno dato in mano Bumblebee. Quel giorno ho guidato quasi 500 km con l’oceano all’orizzonte, il sole in faccia e questo disco a volume da denuncia. Mi son sentito a casa.
Ora, lo capite il disturbo mentale di uno nato e cresciuto nel grigio dell’hinterland milanese che si sente a casa in una situazione del genere? Ecco.
La storia di come sono arrivato a questo disco forse l’ho anche già raccontata, non ricordo, in ogni caso la faccio breve: nel settembre 1999 vado a Bologna per il primo Independent Day festival, quello che qualcuno* pensò potesse essere una buona idea ritrasmettere integralmente il giorno seguente su una TV nazionale. I Lit non sapevo chi fossero, ma il loro set fu incredibile per energia e risposta del pubblico. Mi folgorarono, pur non avendo loro quasi alcun punto di contatto con l’archetipo del gruppo che in quel periodo storico potesse colpire la mia attenzione: non musicalmente, non esteticamente e nemmeno concettualmente. Eppure fu amore a prima vista.
Ora la sparo grossa, ma credo che i Lit di A Place in the Sun siano la cosa più vicina ai Beach Boys uscita dopo i Beach Boys.

Il prossimo 23 febbraio A Place in the Sun compie vent’anni. 
A differenza di altre volte, scriverne qui è anche l’occasione per andarmi a vedere cosa è successo loro negli ultimi vent’anni, visto che da allora non li ho più seguiti. Sapevo che il batterista fosse morto di cancro, ma ricordavo fosse successo ben prima del 2009, quindi sbagliavo. Musicalmente non ho sentito la roba che hanno registrato dopo, a parte un paio di singoli usciti nei primi 2000, ma ho scoperto che nel 2018 hanno buttato fuori un nuovo disco dopo tanti anni. Lo sto ascoltando ora ed è un essenzialmente un disco di Bon Jovi, ma buono. Nulla che riascolterò mai più in futuro, a grandi linee.
E’ il 2019, siamo a Febbraio e a Milano c’è un clima primaverile che non si spiega (beh, quasi). Per voi è certamente una coincidenza, ma vi sbagliate, come probabilmente vi sbagliate quando vi approcciate a questo album qui. Non dovete capirlo, non dovete analizzarlo.
Dovete solo chiudere gli occhi e alzare il volume.


* Quel qualcuno è la persona a cui penso quando mi dite che non tutti i super eroi portano un mantello, anche se in effetti non so chi sia e potrebbe tranquillamente indossare un mantello.

2 commenti su “Vent’anni di stare bene”

  1. Intervengo a gamba tesa: io c’ero a Bologna e il loro set mi è sembrato abbastanza godibile ma nulla più. Insomma, un gruppo da metà pomeriggio.

  2. Vuoi ridere? Sono d’accordo.
    E sai perché? Perché al pomeriggio si suona sotto il sole ed il clima è sempre più festoso. Si torna sempre lì, a place in the sun.

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