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Fottuti pirati

Proviamo a pubblicare: ep. 2

Eccomi qui con qualche aggiornamento sulla mia Road to Bookshelf, so che non vedevate l’ora.
Scusa, ma con chi parli?
Shh. Dicevamo.
Prima di parlare dei miei tentativi di irruzione nel mondo dell’editoria, mi preme registrare la seconda anima pia dopo il Po’ che si è effettivamente letta il libro in anteprima: Manowar, aka Davide, che oggi oltretutto compie gli anni. Mi ha detto che gli è piaciuto, mi ha fatto piacere.

Andando al tema centrale di questa rubrichetta, gli ultimi sviluppi vedono il mio romanzo wannabe nelle caselle di posta di TRENTACINQUE case editrici. Una metà buona le ho incontrate passando al Book Pride 2026 di Milano, presentandomi agli stand e chiedendo se potessero essere interessati ad una roba come quella che ho scritto io. E’ stata un’esperienza strana. In generale positiva, ma strana.
Mi ha fatto ritornare a quando cercavo lavoro, riportando a galla tutto il disprezzo provato per un certo modo di fare recruiting con cui, fortunatamente, non avevo più a che fare da tanto.
– Sono un autore emergente, volevo chiedere informazioni sulla vostra casa editrice e sulla possibilità che accettiate di valutare opere prime etc. etc.
– Conosci la nostra casa editrice?

– Onestamente no, sono qui proprio per fare un giro, approfondire, prendere contat…
– Se non ci conosci non dovresti venire da noi. Se davvero ti interessa pubblicare con noi, dovresti prima studiare il nostro catalogo, comprendere la nostra linea, bla bla bla.
Esattamente come le aziende convinte che il candidato applichi per un lavoro perchè davvero crede in quell’azienda e non perchè gli serve uno stipendio e sta provando a mandare il CV a qualsiasi entità iscritta in camera di commercio. Boh, anche meno. Davvero.
Fortunatamente si è trattato di una piccolissima minoranza di situazioni eccezionali, la prassi erano persone normali e disponibilissime che mi hanno risposto “prova” oppure “no, da noi non c’è spazio per quella roba lì”, ma sempre concludendo con un apprezzatissimo “in bocca al lupo”.

Dicevamo, trentacinque invii, ma qualcuno ha anche risposto in questo primo mese?
Sì.
La prima è stata Adelphi (ahahahaha) che mi ha risposto con un cordialissimo “Grazie, ma no”. Ho apprezzato molto mi abbiano comunque dato un riscontro, la trovo una scelta professionale, ma non mi sono nemmeno preso più di tanto male. Erano passati circa quindici giorni dal mio invio, quindi mi sono convinto abbiano cassato sulla base del tipo di opera o della sinossi, certamente non per averla letta tutta e trovata terribile. Forse. Spero.
Il secondo e, al momento, ultimo no l’ho ricevuto da Ianieri, sulla base del fatto che in questo momento non sono aperti a ricevere opere da valutare. Era scritto anche sul sito, ma ho mandato lo stesso perchè allo stand mi avevano detto di fare così. Dubito fossero in malafede, forse la persona non sapeva che c’è un sistema di risposte automatiche che cestina a prescindere. Amen.

Poi ci sono state le risposte positive, ma che al momento non mi interessano. Come dicevo la volta scorsa, non sono intenzionato a pagare per pubblicare perchè mi sembra un modo che mi priverebbe dell’unico riscontro che vorrei avere, ovvero se il libro può risultare interessante ad un editore. Nessuna delle case editrici a cui l’ho mandato si presenta ufficialmente come “editore a pagamento”, ma a conti fatti poi le formule proposte sono un po’ in quella direzione.
Una mi ha chiesto un contributo per la valutazione dell’opera. “Se vuoi che impieghiamo del tempo per valutare il tuo libro, quel tempo lo devi pagare.” In tutta onestà non mi sembra una posizione di per sè sbagliata, ma apre ad implicazioni che non mi fanno impazzire. Apprezzo però l’essere chiari dal principio.
Un secondo editore mi ha proposto una formula essenzialmente crowdfunding: firmo e ho 150 giorni per trovare 150 pre-ordini del libro. A quel punto, se riesco, mi pubblicano. Non fa per me. Già ho vissuto malissimo il fatto che gli amici a cui ho chiesto di leggerlo in molti casi non l’abbiano fatto, figuriamoci se l’uscita del mio libro dovesse passare dalla mia capacità di pietire con parenti e conoscenti. Anche no.
Last, but not least, una casa editrice mi ha scritto dicendo che sono molto intenzionati a pubblicarmi e che il mio libro gli è piaciuto molto. Certo, vogliono un contributo di 600 euro per farlo, ma poi pensano a tutto loro. La cosa che mi è piaciuta di più sono i commenti dell’editore all’opera, che ho trovato davvero molto simili a quelli che mi aveva restituito ChatGPT quando glieli avevo chiesti.
Insomma, al momento non sta andando benissimo, ma mi consolo con l’idea sia ancora molto presto.

Alla lista dei GRAZIE aggiungo anche Lucia, compaesana e scrittrice per ragazzi, che mi ha dato un paio di dritte su come approcciare la questione.

Per il momento direi che non c’è altro da dire, ci risentiamo a Maggio (nel caso).


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Proviamo a pubblicare: ep. 1

Ho pensato di tenere conto, idealmente mese per mese, delle attività fatte nel tentativo di pubblicare il mio libro.
La prima cosa che ho dovuto fare quando ho deciso di iniziare a provarci è stata scrivere una SINOSSI. E’ stato un parto.
Ok, lo so qual è il commento tipico che arriva a ‘sto punto, quindi:

Scrivere una sinossi è complicatissimo se hai la pretesa che il tuo libro abbia qualcosa da dire oltre alla trama, perchè scrivendola ti sembra di appiattire il tutto. E allora cerchi di esplicitare il sottotesto, ma rimane posticcio. E poi viene troppo lunga, ma se la tagli pensi sia troppo sbrigativa. Tu hai in testa il lavoro che hai fatto e stai scrivendo un breve riassunto da cui, in sostanza, dipende se qualcuno deciderà di dargli una possibilità. Magari per tanti è facile, per me è una pressione tremenda. Mi sembra di essere tornato ai tempi della selezione del personale che doveva decidere se farmi un colloquio o meno sulla base del CV.
Ho provato anche a farmi aiutare dall’AI, ma peggio che andar di notte. Non so se avete mai provato a caricare un testo lungo dentro ChatGPT e chiedergli cosa contiene. Fa un sacco di casini. Allora ho lavorato all’opposto, ho scritto la sinossi e mi sono fatto aiutare a risistemarla dicendo cosa volevo che emergesse e quanto volevo fosse lunga. Sicuramente meglio, ma ancora molto distante da un lavoro ben fatto. Ci ho tirato fuori qualche spunto però e adesso ho una sinossi fatta.
Non so quanto buona, ma non lo so neanche del romanzo, quindi direi che è un problema di secondo piano.

Ho anche deciso di iscrivermi comunque al concorso letterario io scrittore. E’ vero, il mio romanzo è più lungo del limite massimo consentito, ma per arrivare alla valutazione del romanzo completo bisogna passare la prima fase, fatta solo su un incipit di due o tre capitoli. Inutile fasciarsi la testa adesso. Far valutare l’inizio è comunque una buona cosa, se poi dovessi passare avanti (cosa su cui nutro più di un dubbio), penseremo a come limare il testo. Questo ed altri consigli arrivano da Fabrizio Coppola, che quando ha saputo della mia “impresa” mi ha scritto e si è offerto di darmi qualche dritta. TVB.

Mentre scrivo, il mio romanzo è nelle caselle spam email di sedici case editrici, da quelle molto grandi ad alcune che ho scoperto esistessero solo quando ho cercato online. Dicono che ci vogliano grossomodo sei mesi prima di deprimersi, per chi mi conosce questa cosa è semplicemente inimmaginabile. Tuttavia, le cose che posso farci sono zero e quindi tocca starci. Questo però vuol dire che per sei mesi la mia testa può navigare idee (del cazzo) su eventuali possibili piani alternativi/paralleli alla pubblicazione. Finirò per ammattire.

Last, but not least. Forse lo sapete tutti, forse no, ci sono tantissime case editrici e agenti letterari che permettono di pubblicare pagando. Non sono qui a tirare un siluro sul meccanismo, che non mi interessa fare la morale a nessuno. Quel che posso dire è che ho un lavoro, non sto puntando a diventare uno scrittore e il libro l’ho scritto per vedere di cosa fossi capace. Pagare per vincere mi lascerebbe con zero riscontri e non ne vedo il senso. Al momento, infatti, non sto considerando nemmeno l’idea di auto pubblicarmelo. Se non trovo nessuno interessato, può stare tranquillamente nel cassetto.


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Ho scritto un libro

Di solito quando qualcuno inizia così un comunicato, un post, ecc. è perchè ha effettivamente pubblicato un libro. Non è questo il caso.
Io ho scritto un libro.
Di pubblicarlo (se mai riuscirò a pubblicarlo) si parlerà eventualmente più avanti. Al momento la cosa importante per me è poter dire di averlo scritto perchè, mentre lo faccio, sono ubriaco della soddisfazione estrema per avercela fatta. Averlo chiuso. Essere riuscito a mettere tutto quel che avevo in testa nero su bianco, dentro un file word.
663K caratteri (spazi inclusi), quello che ho scoperto essere l’equivalente di 368 cartelle editoriali, per raccontare una storia tutta mia.
Ammetto che, dopo aver messo il punto finale, mi sia salita un po’ di commozione.

Ho iniziato a lavorarci circa un anno fa. Non ricordo la data esatta in cui mi sono effettivamente messo davanti allo schermo per iniziare fisicamente a scrivere. Certamente quel momento è stato preceduto da un numero imprecisato di nottate insonni spese a rigirarmi nel letto pensando all’idea che avevo avuto, a come avrei potuto svilupparla, a quanto sarebbe potuta risultare interessante. O originale. O sviluppabile. Fino a che ho iniziato davvero a darle una forma.
So che può sembrare un cliché, ma ero fermamente convinto non sarei arrivato in fondo. Che avrei mollato. Invece è stato un po’ come quando, due anni fa, ho deciso di impegnarmi per iniziare a correre. Ho trovato una mia costanza, ci ho messo tutta la dedizione di cui sono capace e alla fine sono arrivato al traguardo. Pazzesco.
Ancora non so quanto quel che ho prodotto possa essere interessante o originale, ma punterò a scoprirlo.

Ok, ma di cosa parla questo fantomatico libro?
E’ un romanzo di avventura ambientato tra il 1690 e il 1720 nei caraibi, quindi parla di pirati. Non dei pirati che ci hanno raccontato con Johnny Depp, nè di quelli di Stevenson o di Monkey Island. Tutta roba che mi piace, intendiamoci, ma io ero interessato a scrivere una storia diversa. Sporca e cruda come poteva essere la vita ai tempi, ma che preservasse quell’aura colorata e, tra mille virgolette, goliardica che nella mia testa i pirati devono emanare. Da lì ad esserci riuscito ne passa, ma questa resta la dichiarazione di intenti. Forse l’opera che posso definire più “vicina” alla mia idea è la serie Black Sails, anche se lì c’erano comunque riferimenti importanti al mondo di Stevenson e, soprattutto, mancava un certo rigore storico.
Ecco, su questa cosa ho davvero sputato il sangue.
Io sono di massima un biotecnologo, formazione scientifica e nemmeno d’eccellenza, che nella vita è finito a fare marketing di settore. Fuori da questo blog la mia esperienza con la scrittura è nulla, ma ho letto e visto tante storie e, anche non arrivando a dire di avere una qualche competenza, sentivo di poterci perlomeno provare. Di Storia, invece, non ho la minima base. Zero.
Però volevo essere accurato. Nella costruzione del mondo, nella definizione dei personaggi e nelle possibilità che questi ultimi potessero effettivamente avere all’epoca. Inizialmente. Poi mi sono fatto inghiottire da un vortice sempre più potente, in cui sentivo il dovere morale di verificare tutto. Anni, personaggi realmente esistiti, avvenimenti storici, politica dell’epoca. Fino ad arrivare allo studio dei tempi di percorrenza nautici, delle possibili rotte, della terminologia in uso e della legislazione.
Magari leggendo il testo questo lavoro neanche traspare, magari è stato ampiamente inutile farlo, ma mi è costato una fatica immensa e ne sono, comunque sia, orgoglioso.

E adesso?
Adesso mi prendo almeno una settimana di pausa da questa storia, che sono esausto. Poi, proverò a muovermi per vedere se a qualcuno interessi pubblicarla. Non ho agganci nel settore dell’editoria, ma ho qualche conoscenza che ci gravita intorno. Partirò da lì. Simultaneamente, proverò a contattare qualche casa editrice piccola che possa avere interesse in un possibile esordio letterario.
Avevo trovato un bellissimo concorso a cui speravo di iscrivermi, ma il regolamento limita forzatamente i testi alle 600K battute. Non ho la presunzione di ritenere il mio libro “immodificabile”, magari verrà fuori che è assai più prolisso di quanto dovrebbe, ma al momento non me la sento di tagliarne un 10% solamente per farlo stare dentro il recinto di un concorso. Magari, da qui ad un anno, le cose saranno diverse.

Arrivato in fondo, mi sembra il momento buono per chiedere un aiuto. Se chiunque fosse arrivato fino a qui a leggere volesse/sapesse darmi una mano, sarei davvero riconoscente.
Senza voler tirare ulteriori siluri, ho passato una vita a supportare amici e conoscenti nelle loro avventure (soprattutto musicali). Non perchè sapevo sarei arrivato al punto di dover chiedere qualcosa indietro, ma perchè è una delle robe in cui credo di più. Spero, per una volta, di non uscirne disilluso.

Ah, dimenticavo.
Al momento il mio libro si intitola “Fottuti pirati” perchè è quello di cui parla ed è così che ho chiamato il progetto dentro il mio One Drive. Dopo mesi a sbatterci la testa, quel titolo per me adesso è l’unico immaginabile, ma non sono per nulla sicuro rimarrà tale.


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