Apologia di un disco

Questo post inizia da Pavel Nedved.
In trentacinque anni credo di non aver mai odiato un calciatore avversario quanto ho odiato Pavel Nedved, personificazione se ce n’è una del tristemente noto “Stile Juve” nella sua unica accezione possibile: quella negativa. Tutelato dagli arbitri qualunque porcheria facesse, simulatore come pochi altri nella storia del giuoco, il ceco è stato per anni un catalizzatore fulgido del mio disprezzo. Riusciva a farmi odiare la Juve anche più di quanto già la odiassi e, davvero, è come spingere qualcosa a superare la velocità della luce.
Chiunque capisca di calcio non può negare Nedved sia stato un grande giocatore, magari non tra i primi della storia, ma innegabilmente un ottimo calciatore. Nel 2003 ha vinto anche il pallone d’oro, in un’epoca in cui il premio non era necessariamente assegnato al più forte di tutti, ma al più determinante o incisivo nella stagione. Gli addetti ai lavori ne parlano anche come un grande professionista dentro e fuori dal campo.
Se lo chiedete a me però, Nedved è e sarà sempre una merda prima come uomo e poi come sportivo, irredimibile, e non c’è nulla che abbia fatto nella sua carriera in grado di farmi cambiare idea. E’ una posizione sincera e rispettabile, ma chiaramente poco obbiettiva.

Gli Aiden sono tante cose. Una band lo sono stati per poco, ben presto si sono trasformati in una sorta di emanazione dell’ego del loro frontman, all’anagrafe William Roy “wiL” Francis, uno di quelli che ad un certo punto della vita, in genere troppo presto, decide di essere il più grande e controverso artista di ogni epoca. A volerli descrivere, parliamo di cinque ragazzi cresciuti ascoltando grossomodo quello che ascolto io che nei primi anni 2000, poco più che ventenni, hanno pensato fosse una buona idea cavalcare l’onda nascente della poseraggine tutta polsini, frangette, tatuaggi e mito dell’oscurità. Sono gli anni del nu-emocore e di twilight, per dare dei riferimenti. A vent’anni cazzate ne abbiamo fatte tutti, ma visto il baratro in cui la scena è piombata in seguito a questo fenomeno, diventa complesso non farne una colpa a chi ha contribuito attivamente alla caduta e gli Aiden sono certamente tra i primi ad aver preso la pala ed iniziato le operazioni di scavo.
E’ quindi più che lecito trovarli detestabili per ciò che rappresentano, un’idea di musica basata sull’apparenza e unicamente figlia della ricerca spasmodica di visibilità che la moda del momento può dare. Non che sia un fenomeno innovativo o peculiare all’interno della storia della musica, dalle boy-band all’indie rock, passando per il pop-punk anni novanta o lo pseudo rap di Fedez oggi, fare musica per moda è un concetto ricorrente. L’aggravante per gli Aiden credo sia soprattutto nel fatto che il trend scelto da loro sia indiscutibilmente il più osceno e rivoltante di tutti i tempi, cosa che non sono certo qui a negare. Li prenderei a sprangate anche solo per i pantaloni skinny e gli shorts sopra il ginocchio.
Quindi chiariamoci: capisco il disprezzo che la comunità riserva loro.
I can feel it.

Cosa rende diversi gli Aiden da Pavel Nedved?
Nedved era un individuo ben riconoscibile, lo juventino tra gli juventini, il simbolo. Gli Aiden al contrario si perdono all’interno di un marasma di band esteticamente identiche, un’ondata di merda oceanica che l’avvento della musica libera online ha trasformato in tsunami e riversato nelle nostre orecchie. L’attaco dei cloni. Centinaia di band sovrapponibili e prive di identità a godere simultaneamente della stessa identica (sovra)esposizione mediatica. Indistinguibili. Un terreno quantomai fertile per l’effetto sineddoche, in cui dici Aiden per dire “la scena fake-emo-punk-dark primi anni zero”, quindi ti accanisci con loro per accanirti con ciò che rappresentano. L’esatto opposto di Nedved.

Il perderli dentro una scena fluida di gruppi privi di qual si voglia peculiarità è certamente discorso soprattutto estetico, ma può avere basi anche musicali se si pensa a roba tipo “Conviction”. Quello che mi preme tirare fuori con questo post però è che a quella roba lì arriva da un percorso abbastanza peculiare e se vogliamo “più onesto” rispetto alla massa e, anche se questo non li redime come band, può redimere un disco.
Questo disco.

Dicevamo di ragazzini di poco più di vent’anni con la fissa di un certo punk-rock anni novanta incline ad un certo tipo di estetica, che parte dai Misfits e si completa negli Afi. Spirito di emulazione che sfocia in carnevalata, certamente, ma che ancora non ha i tratti della caricatura. E’ evidente non ci sia malafede, ancora. Ad esserci, invece, sono i pezzi.
Adesso dobbiamo guardarci in faccia, seriamente, e chiederci cosa cerchiamo da un disco pop-punk uscito nel 2005. Ovviamente posso rispondere per me, ma ci sono cose che a mio avviso sfiorano l’oggettività assoluta. Pensare che un disco come questo possa essere originale nel genere che propone è come pensare che il movimento 5 stelle possa svincolare l’italia dalla politica economica globale smettendo di trattare con le banche. Rispetto il credo di chiunque, ma resto agnostico.
Io cerco pezzi carichi, melodie solide, refrain che ti si incollano in testa, cori da cantare e, se proprio mi sento in vena di esagerare, un uso minimamente conscio degli strumenti a disposizione (nella fattispecie, le due chitarre). Niente che mi faccia andare in estasi, ma che si faccia ascoltare e possibilmente non dimenticare un minuto dopo. Questi ingredienti per me ci sono tutti. In quella parentesi temporale in cui i ragazzini partivano dal post-HC di Thrice e Thursday o dal pop-punk dei Good Charlotte (!!!) per “riscoprire” un’estetica dark e farne moda, gli Aiden si sono trovati sul cavallo vincente senza neanche accorgersi di stare giocando lo stesso sport, arruolati per meriti extra-musicali. Un jolly che si sono giocati nel modo peggiore, ma che non hanno per forza di cose cercato.
Gli è più che altro capitato in mano.

Se gli Aiden vi causano l’effetto Pavel Nedved lo capisco e non giudico.
Potendo andare oltre però si dovrebbe poter riconoscere in Nightmare Anatomy un disco che, ripulito da tutto ciò che non sono le tracce che contiene, è una discreta bombazza.

Questo post è dedicato a quelli del fragolone e ad Andrea Orio.

Modern Baseball

Non lo so bene quando è cominciata.
E’ una roba successa negli ultimi vent’anni, lentamente ed inesorabilmente, e ora sono al punto in cui quando mi metto a pensare ai concerti l’associazione mentale è lo sbattimento. La dichiarazione ufficiale ad uso stampa solitamente è un mischiotto di parole tipo famiglia, impegni e vecchiaia, ma come ogni dichiarazione ufficiale basterebbe una minima di fact checking per trovare crepe nel ragionamento.
E’ il 2011, vivo al quarto piano di un palazzo in centro a Colonia. Una sera suonano i Get Up Kids nel locale quattro piani sotto casa mia. Torno dal lavoro e vedo la coda fuori dal posto. Fa freddo. Salgo in casa pensando che al massimo posso scendere più tardi. Entro, tolgo la giacca, forse faccio la doccia e sicuramente mangio qualcosa. Guardo fuori: il buio, il freddo. Guardo l’orologio, mancano tipo due ore all’inizio del concerto. La Polly mi propone di guardare un episodio di qualche serie TV. Mi siedo sul divano, forse sul letto. Mollo il colpo.
Per lo stesso gruppo due anni prima avevo guidato 400 km.
Non dico sia per tutti così, ma per me lo è. Leggo di un concerto interessante in zona e penso immediatamente al doverci andare da solo, al parcheggio, agli orari*. Quando proprio voglio esagerare ci metto anche il carico della disponibilità biglietti, con conseguente idiosincrasia per la prevendita e Ticket One. Questa palude di fastidi in cui mi impantano ha col tempo minato qualsiasi euforia associabile al discorso concerti, riducendoli ad eventi che scrivo in agenda nella remota possibilità in cui, quando il fatidico giorno arriva, io sia nel mood di farmi, appunto, lo sbattimento.

Ieri sera sono andato a vedere i Modern Baseball ed è stato così:

Una cazzo di festa.
Che poi non è nulla più di ciò che dovrebbe essere un concerto: gente che sta insieme e si diverte insieme. Facile, semplice e bellissimo, come tutte le cose facili e semplici. E no, per una volta non era pronosticabile perchè le pessime premesse ‘sto giro non riguardavano solo me e il mio atteggiamento da orso, ma anche (anzi, soprattutto) la band.
Il 25 gennaio Brendan (il tizio che canta nel video qui sopra) scrive sulla pagina del gruppo:

I have some unexpected news. I will not be joining Modern Baseball on the upcoming Europe / UK tour. I am okay — but I need this time at home to focus on my mental and physical health. The band will continue on with the tour thanks to help from mega friends Thins Lips, Superweaks and all the MOBO crew. This was an incredibly hard decision for me, and it was even harder confronting myself and the band about how I am feeling. Still, I know this is what I need right now. I can never thank MOBO and our crew enough for taking on the roles they have to support me.
I love y’all very much.
Mental illness is very serious and should never be taken lightly. It’s a long journey to understanding and coping with your illness but I have so much faith in y’all, and myself. If you or a friend ever feels lonely, depressed, sad, confused, whatever here are some crisis hotlines you can call. Again, I love y’all very much — talk soon <3

Non proprio una cosina da ridere, insomma.
L’impatto principale di questa brutta storia sul tour è che un tizio del loro staff deve sopperire alla mancanza sul palco, suonando la chitarra. Si è imparato un po’ di pezzi, ma non tutti, quindi lo show viene diviso in tre atti: il primo, full band, in cui James canta i suoi pezzi, il secondo con James in acustico per le canzoni che il sostituto ancora non ha imparato a suonare, ed un terzo di nuovo full band per i pezzi di Brenden. Che però non c’è.
La decisione della band è di far cantare al posto suo chiunque ne abbia voglia, tra gente del pubblico e ragazzi dei gruppi che girano con loro in tour**. Siccome è una festa, oltre al karaoke sul palco iniziano anche a passarsi gli strumenti e ogni pezzo alla fine viene suonato da persone diverse. E’ una cosa bella.
Non nuova, al più inconsueta ai concerti a cui vado io ultimamente, non strana.
Bella.
Di solito sono i gruppi con cui siamo cresciuti a riportarci indietro. Vai a vedere gente di quaranta e passa anni che suona roba da dischi che potrebbero fare la patente e bere negli Stati Uniti e grossomodo firmi una sorta di tregua col tempo che passa per quei sessanta minuti di show. Tu fai finta di non vedere capelli bianchi della band, la band fa finta di non averli e ci si crogiola tutti insieme in quella sorta di bolla, al più ripensando a quanto era bello.
E’ difficile avere questo tipo di feeling quando a suonare è gente schifosamente giovane tipo i Modern Baseball.
C’è uno rospo gigante da buttare giù nell’accettare che il tuo passato sia il loro presente, che non stiano suonando per ricordarti e ricordarsi quanto fosse figo il 1998, ma per celebrare quanto sia figo il 2017.
Cristo, è una roba che a scriverla qui sopra mi fa l’effetto delle coltellate.
A fine concerto sono andato al banchetto e gli ho comprato una maglietta. Avrei potuto prendere i dischi, pagandoli tipo 1/3 di quanto li pagherò oggi su Amazon, ma avevo in tasca giusto 20 euro e la maglietta per me è la cartina tornasole di quanto un concerto è figo.
Tempo fa mi chiedevo da quanto non mi finisse in mano una band “nuova” capace di spaccarmi il cuore con un disco. Non ricordo quale sia stata l’ultima, certamente non i Modern Baseball.
Di loro mi sono innamorato giusto ieri sera vedendoli suonare di fronte a cento persone in condizioni molto precarie.

* La pagina Facebook dell’evento di ieri indicava l’inizio alle ore 22:00 (EDIT: la pagina facebook ovviamente era una pagina sbagliata, ma a mia discolpa è la prima che esce se si usa il search di facebook. Ticket One riportava comunque 22:00 come inizio.). Io sono arrivato alle 22:03 e mi son sentito il primo pezzo del set dalla biglietteria. Errore mio, ma forse sarebbe ora di allinearsi ad una politica e mantenere quella per tutti gli eventi. Invece è impossibile sapere prima se arrivando giusti si rischi di aspettare ore o di perdere l’inizio del concerto. Non c’è una logica e questa gigante rottura di cazzo non aiuta ad invertire la tendenza di cui scrivo ad inizio post. Manco per il cazzo, direi. A voler scegliere, comunque, firmerei per concerti come quello di ieri che finiscono alle 23:00. Basta saperlo prima.

** non ho avuto il piacere di sentirli, perchè a quanto pare l’ora di inizio evento ieri indicava l’ora di inizio del set della band principale, con buona pace del supporting cast che si è trovato sul palco prima dell’inizio effettivo del concerto. Magari mi sarebbero piaciuti. Chi può saperlo?

NBA All Star Game 2017

Come tutti gli anni, anche in questo 2017 è arrivato il momento di votare i miei quintetti ideali per la partita delle stelle NBA.
E’ un’operazione che ha sempre meno senso, se vogliamo, sia perchè non guardo un All-Star Game volentieri da anni, sia perchè si votano giocatori sulla base si una Regular Season che inizia a mostrare un po’ il fianco in termini di rilevanza. Ottantadue partite giocate con cadenze frenetiche in cui l’obbiettivo principale è cercare di non farsi troppo male prima delle partite che contano, possibilmente mettendo su cifre senza senso in quante più voci statistiche possibile.
Al giochino dei voti però non mi sottraggo e quindi ecco qui i miei quintetti.

E’ vero, sono quintetti senza senso, ora però spiego i motivi del voto.
OVEST.
Il mio play di riferimento in questa lega è e rimane il caro e vecchio CP3. Non c’è storia, anche e soprattutto quest’anno dove i Clippers hanno dato a sprazzi l’idea di essere una bella squadra. I numeri sono grossomodo i soliti, i risultati di squadra pure, ma forse per una volta possiamo ambire a non fare figuracce in post season, infortuni permettendo. In una conference dove non ho mezza squadra simpatia è facilissimo tifare per loro. Daje Paul.
Parlando di antipatici, invece, come non citare l’animale col numero zero? Westbrook credo abbia una quantità di motivazioni incalcolabile e le sta traducendo in una pioggia di triple doppie. La squadra è scarsa oltre ogni decenza, ma darei una mano per vederla finire ottava e guardarmi la prima serie di PO contro Golden State.
Finite le guardie, andiamo al reparto lunghi, dove un chiarimento è più che necessario. E’ ovvio che JaVale sia in quintetto per meriti che non hanno a che vedere col basket giocato. Il posto “cuore matto” sarebbe dovuto andare a JR, che al momento ha problemi molto più grossi che non l’All Star Game e quindi mi son trovato con uno slot simpatia da assegnare. McGee è l’unica ragione per cui potrei tollerare un titolo nella baia. Se non lo tagliano. In una votazione più sensata il suo posto l’avrei dato al Gallo perchè, beh, è il Gallo.
Gli altri due per me non hanno nemmeno bisogno di spiegazione: Davis e Towns sono due giocatori destinati a dominare. Il primo lo sta già facendo, il secondo si sta ancora rodando, ma il futuro di questo gioco credo avrà molto a che fare con loro due.
EST.
Non poter infilare il greco impronunciabile tra le guardie mi ha creato non pochi problemi di quintetto e alla fine a farne le spese è stato PG13. Spero non se la prenda. Antetokounmpo finisce a fare l’ala piccola a est quindi, non tanto per i numeri incredibili che sta facendo, quanto perchè ogni volta che vedo una sua foto ho sempre la sensazione gli abbiano allungato le braccia con photoshop. Fa impressione.
A fare l’ala grande ci metto LeBron James perchè è LeBron James. Il prescelto. Il re.
Rimane vacante il posto da centro, che do a Drummond. La prima versione del quintetto aveva LBJ da 5 e George da 4, ma non mi sconfifferava. Drummond è forte, va bene così.
In cabina di regia il primo posto è di Kemba Walker, idolo di noi calabroni. Ho sempre pensato fosse un giocatore troppo altalenante, ma l’anno scorso mi ha piacevolmente smentito e spero continui a farlo quest’anno. Poi oh, quintetti senza Hornets non ne ho mai fatti, sta a vedere che avrei dovuto cominciare quest’anno. Tzè.
Di guardie ne servono due però, e il secondo posto lo do a sorpresa a Thomas, anche se sorpresa è un termine che può valere solo per chi non ha idea di come sia messa Boston in classifica. Io la odio, Boston, ma cazzo.

Questi sono i miei quintetti.
Avendo disdetto Sky Sport non sto praticamente vedendo mezza partita, ho votato sulla base di quel che leggo e sento. Come dicevo all’inizio è ormai una cosa priva di senso, ma tutto sommato mi diverto ancora a farlo.
Quest’anno ho tagliato una quantità di fenomeni senza eguali.

Come ARCADIA, ma con la O.

Se abitate dalle parti di Milano dovreste conoscere il Cinema Arcadia di Melzo e il suo circuito. Il motivo è semplice: la Sala Energia è semplicemente la migliore in zona.
Io vado a Melzo molto di rado, ma l’Arcadia di Bellinzago è proprio dietro casa mia. È un cinema normalissimo, in termini qualitativi, ma ha due grandi plus:
1) è supportato da una app che permette di prenotare i posti e ritirare i biglietti in cassa al pagamento.
2) è possibile acquistare una carta prepagata che permette di pagare gli spettacoli 6,50 euro.
Bello no?
NO.

Come detto, sono utente e cliente Arcadia da tanto tempo e mi sono sempre trovato benissimo fino a quando lo scorso anno, intorno a questo periodo, ho provato a prenotare uno spettacolo via app e questa operazione non era più possibile. Peccato. Ai tempi avevo chiesto in cassa il motivo e mi era stato detto che il circuito aveva deciso di sospendere le prenotazioni online per il periodo Natalizio.
La cosa è abbastanza noiosa perché la app non prevede l’utilizzo della sopracitata CineCard per l’acquisto, né la possibilità di richiedere biglietti ridotti, di conseguenza acquistare i biglietti in anticipo e senza recarsi al cinema implica pagarli prezzo pieno e, soprattutto, non poter usare il credito che ho già pagato e per cui Arcadia ha già incassato i soldi.
Come detto, la cosa è abbastanza noiosa.
Prima dello scorso Natale esistevano già spettacoli che non era possibile prenotare, ma si trattava di proiezioni particolari (ad esempio quelle in 70mm) per cui le riduzioni non sono comunque previste. In quei casi, pagare con la carta di credito poteva e può avere un senso perché il prezzo non cambia, ma qui parliamo di tutti gli spettacoli.
La restrizione, complice probabilmente la release della nuova versione della app, si è protratta ben oltre il periodo natalizio, ma alla fine (in primavera, se ricordo bene) tutto era tornato a funzionare come di consueto, con mia somma delizia.
Fino ad oggi.
Nel pomeriggio ho infatti provato a prenotare due posti per Rogue One e ho constatato che la restrizione era nuovamente attiva.
Non l’ho presa bene, diciamo, e così ho scritto all’account twitter* dei Cinema Arcadia (@arcadiacinema).

Eccoci quindi alla parte in cui mi bloccano su twitter, ormai un classico della mia vita (la parte sul farsi delle domande sto giro la evitiamo, magari, che tanto é evidente sia inutile.).
Il racconto della diatriba questa volta non può beneficiare di screenshot o documentazione diversa dalla mia versione dei fatti, perché le risposte che ho ricevuto sono state cancellate prontamente dal gestore dell’account in questione, che con sfoggio di signorilità ha preferito eliminare tutti i suoi twitt sull’argomento. I miei ci sono ancora, ma si capisce poco leggendo solo quelli.
In estrema sintesi, i social media guru del gruppo Arcadia prima mi hanno propinato una balla, dicendomi che da SEMPRE non è possibile prenotare via web sotto Natale. Poi hanno rigirato la storia, dicendo che la policy della CineCard non ha mai previsto l’uso online, cosa che però esula dalla mia lamentela: pagare in cassa al ritiro dei biglietti non è mai stato un problema, potendo prenotare questi ultimi. Il disservizio subentra se, come unica via per ricevere biglietti che ho già pagato quando ho acquistato/ricaricato la tessera, sono costretto a recarmi al cinema, fare la coda e magari trovare i posti esauriti.
Tutto questo prima cercando di fare i simpatici come un account Ceres qualsiasi (fallendo, a differenza di un account Ceres qualsiasi) e poi sbarellando in un minuto di follia composto da una risposta acida, il blocco del mio account e la successiva cancellazione di tutte le balle con cui hanno cercato di condirmi via. Questo perché, a detta loro, chiedere chiarimenti su un servizio non ritenuto sufficiente dal cliente è “combattere una crociata senza senso” e “polemizzare inutilmente”.
A stretto giro poi capita anche che una delle persone che mi seguono su twitter mi chieda chiarimenti sulla diatriba, finendo per venire bloccato anche lui a titolo cautelativo o forse in base al fatto che “il follower del mio nemico è mio nemico”.
Va beh, ci faremo passare anche questa. Intanto cresce la leggenda dei social media manager, esperti di comunicazione che poi magari non sanno gestire una banale discussione con un cliente scontento. Bravi loro e chi gli da lavoro.
Il succo della storia è che io continuerò ad andare all’Arcadia, perché rimane il cinema dietro casa e perché con la CineCard pago ancora meno che altrove. Potrei boicottarli, ma il risultato sarebbe semplicemente peggiorare la mia vita senza impattare sulla loro, quindi a che pro?
La storia però la racconto, magari ad altri può interessare sapere come funzioni la app del Cinema Arcadia, quali inconvenienti comporti avere una CineCard prepagata e quanto siano spassosi e competenti i responsabili dei canali social del gruppo.
Magari tra gli interessati c’è anche qualcuno che abita meno vicino di me e che ha altri cinema a cui eventualmente afferire.

* ok, ok… per completezza i tweet erano due:

La Spada

Chi mi conosce sa della mia passione per i giochi di ruolo, che in realtà è una passione per Dungeons & Dragons visto che nella mia vita ho giocato poco altro. Non che faccia davvero la differenza, a voler essere pignoli: per come l’ho sempre vissuta io, il GdR è tutta questione di costruirsi mondi e avventure fantastiche nella testa e poco importa il sistema di regole che si utilizza per farlo. Il target di questo post però sono i NERD e Dio solo sa quanto questi ultimi sappiano spaccare il cazzo con precisazioni inutili e fastidiosamente puntigliose, di conseguenza meglio essere rigorosi fin da subito. Anche perché, pur essendo lampante come un pistolotto introduttivo del genere dissuada chiunque dal proseguire la lettura, questo resta un post che parla di giochi di ruolo nel 2016 e quindi non c’è davvero pericolo che qualcuno stia effettivamente leggendo.
Va beh, torniamo al sodo.
All’inizio dell’anno mi sono deciso a buttare giù questa avventura, la cui idea di base mi gira in testa da tipo quindici anni. Per una serie di ragioni che non starò ad elencare non mi ero mai messo a darle una forma vera, scritta, con l’impegno necessario a chiuderne il plot per bene, eppure ciclicamente mi tornava fuori questa voglia di lavorarci su. A differenza delle N volte precedenti, questo giro ho fatto il grande passo ed ho iniziato effettivamente a riversare le idee su carta. Siccome più andavo avanti e più la cosa mi dava gusto, a crescere è stata anche la voglia di fare le cose per bene.
Il risultato dei miei sforzi è questa cosa qui.

Di cosa parla?
Parla di divinità malvagie, artefatti potentissimi ed eroi che provano a sconfiggere le prime e recuperare i secondi. Nulla di particolarmente innovativo, eppure penso di aver messo giù il concetto in modo personale, costruendo non solo un’ambientazione mia in cui svolgere il tutto, ma anche dei personaggi abbastanza profondi da rendere interessante l’interpretazione e l’interazione tra i giocatori.
Come è costruita?
È un’avventura per 5 giocatori (4 PG e un DM) basata sull’edizione 3.5 di D&D. I personaggi sono pre-costruiti sia per caratteristiche che per background, in modo da inserirsi perfettamente nella storia. È un’avventura piuttosto classica nello svolgimento: si interagisce, si combatte, si esplorano aree e si può anche investigare un po’.
Non è il classico fantasy colorato e “cafone”, piuttosto un medioevo cupo e darkeggiante, con qualche pennellata di magia che si mescola ad ettolitri di superstizione.
Quanto dura?
Non saprei dire, dipende molto dallo stile di gioco e dal Master. In linea di massima 6 ore di gaming dovrebbero bastare, poi possono essere 4 come 8.
Cosa c’è nel file?
Tutto quel che serve: avventura, schede PG, allegati da fornire ai giocatori. Tutti i file grafici sono in alta definizione ed in versione stampabile e questo è il motivo per cui il download è piuttosto pesante (circa 80 mega).
La si scarica cliccando sull’immagine della copertina, oppure qui.
E’ gratis?
Sì, però il file è protetto e per sbloccarlo serve una password. Il motivo è che mi piacerebbe sapere chi la vuole giocare e, sopratutto, nel possibile vorrei evitare qualcuno la spacciasse come propria. Chi è interessato può scrivermi nei commenti e avrà la password.
Si può usare per un eventuale torneo?
Sì, è pensata proprio per quello e in fondo c’è anche una sezione per il conteggio dei punti. Se interessa, basta chiedere e se ne parla.
La parte grafica l’hai curata tu?
No. Ho preso immagini dal web, sperando nessuno si offenda. Alcune le ho modificate per necessità, ma in generale è tutta roba fatta da altri, che ringrazio. Mi rendo conto ora che potrei citare gli autori, ma ho cercato tutto tramite google immagini e non mi sono annotato i siti di provenienza. My fault. Non avendo alcuna velleità commerciale, spero la mia buona fede risulti credibile.

Questo è quanto.
Come detto, i giochi di ruolo sono da sempre una passione e mi piace scriverci cose sopra. Sto anche scrivendo le cronache della campagna in cui gioco con gli amici, sotto forma di blog. Riassumo ogni sessione raccontandola col POV di uno o più personaggi giocanti. Siamo fermi da un annetto, ma a gennaio riprenderemo. Il link al blog lo metto qui. Mi ci sbatto non poco, insomma.
Son cose.

Si stava meglio quando si stava peggio

I fatti: questo referendum costituzionale trattava una riforma imperfetta, capace di generare tanto supporto quanto antagonismo sulla base di posizioni perfettamente legittime e condivisibili.
Se suona strano è solo perchè non se ne è quasi mai parlato nel merito. Cosa che di certo non farò io adesso.
La premessa però mi serviva per analizzare la mia situazione personale: ho preso malissimo l’esito di una chiamata alle urne in cui, paradossalmente, le ragioni di merito della fazione opposta alla mia erano per una volta comprensibili. E’ strano.
Forse è solo che mi sono stancato di perdere, di essere sempre e comunque minoranza. Per quanto tutto sommato io mi ci senta, minoranza, e non manchi giorno dall’apprezzare di esserlo, in prossimità delle chiamate elettorali per magia dimentico 35 anni di esperienze e mi cullo nel limbo di una possibile svolta in cui la società, per incanto, si svegli a mia immagine.
Sono la band che fa dell’essere indie un vanto e che poi rosica perchè non vende milioni di copie.
Cristodio sono Manuel Agnelli.
Va beh.
Io volevo rendere omaggio ai Vincitori, quelli con la V maiuscola.
Sono contento per Civati e quelli di Possibile. Immagino queste ore di fibrillazione in attesa di sapere chi sarà il prossimo a cui fare opposizione dura e coerente.
Sono contento per chi, votando con la penna portata da casa, ha salvato la nostra Costituzione dai brogli delle matite cancellabili che, inspiegabilmente, non hanno limato 20 punti percentuali di distacco.
Sono contento per tutti quelli che hanno usato il referendum costituzionale per mandare a casa un Presidente del Consiglio non eletto dai cittadini. E che non ricapiti più!
Sono contento per Berlusconi e D’Alema che rientrano dalla porta principale nello scenario politico nazionale. Mancavano.
Sono contento per tutti quelli che, chiamati alle urne, hanno impedito la deriva autoritaria del Paese e la dittatura imminente. Meno male che da noi i dittatori chiedono il permesso.
Sono contento per chi ha sconfitto la P2 dando i natali ad una nuova Italia lobby free e governata dal basso.
Sono contento per chi ha salvato la costituzione più bella del mondo, anche solo per la sbatta che deve essersi fatto nel leggerle tutte e fare i paragoni.
Sono contento per quelli che “ora che abbiamo bocciato questa riforma possiamo farne una migliore!”. Tanta tenerezza.
Sono contento per il M5S che adesso, se riuscirà a scongiurare una nuova cospirazione che vuole una legge elettorale fatta apposta per non farli governare, potrà finalmente prendere in mano il Paese e gestirlo come si deve. Tipo Roma.
Sono contento per Salvini nuovo leader del centrodestra.
Sono contento per quelli che “Il sì al Referendum rende i bambini autistici”. Di questi non ne conosco, ma vuoi non ce ne siano?

Con tutti gli altri invece, indipendentemente da cosa abbiano votato, non posso che condividere il rammarico.
Il motivo è semplice: credo che la situazione politica di oggi sia peggiore di quella di ieri e, in sostanza, non mi pare ci siano i presupposti perchè domani migliori.
Si andrà a votare, probabilmente. Ma con quale legge elettorale?
E una volta votato, chi governerà? I numeri di ieri mostrano un Paese spaccato in cui difficilmente un partito o un movimento singoli potranno avere maggioranza e, se ancora non fosse chiaro, non siamo proprio il popolo delle larghe intese. Quindi?
Quindi.
Renzi si è messo in discussione, ha perso e si è dimesso.
Può non essere il cambiamento che l’Italia cerca, ma negare sia un cambiamento è dura.
Ora vediamo cosa ci offriranno le alternative.
Sono tutto un fremito.

Sto sul cazzo ad Andrea Pezzi.

Andra Pezzi (@andreapezzi) mi ha bloccato su twitter.
Al di là di farsene una ragione, obbiettivo su cui sto lavorando*, mi prendo uno spazietto sul mio blog per illustrare la dinamica della cosa.
Ieri sera qualcuno tra le persone che seguo ha retwittato una metafora nautica dell’ex-VJ volta ad illustrare il perché egli voti SI convinto al referendum del 4 dicembre. La mia reazione alla cosa è stata tipo: “Ehi, Andrea Pezzi è ancora vivo! Chissà che fine ha fatto!” e così sono andato a leggermi un po’ di tweet sul suo account. Ai tempi di MTV a me Pezzi piaceva, devo dire, ma poi l’avevo perso di vista nella sua deriva da intellettuale di destra, un po’ perché è sparito dai media con cui mi relaziono io, un po’ perché l’interesse per l’intellettuale di destra Andrea Pezzi era sotto la soglia necessaria a seguirne le gesta in modo proattivo. Parecchio sotto.
Twitter però è un posto magnifico, così sono andato sul suo profilo e mi sono messo a leggere un po’ di contenuti nel tentativo di farmi un’idea dello stato dell’arte a tema “Andrea Pezzi intellettuale di destra nel 2016”. Non è che twitti tantissimo, il nostro, quindi in pochi minuti sono finito a questo pensierino qui, vecchio di circa un mese:

Un mix simpaticissimo di sessismo e sicumera che, per come poi sono andate le cose, mi ha strappato un (amarissimo) sorrisone.
A questo punto, siccome twitter è un sistema orizzontale di comunicazione, ho pensato di retwittare il contenuto aggiungendo un mio commento altrettanto simpatico:

M’ero perso l’oracolo.

Tempo un paio di minuti ed è arrivato il blocco.
Ok, ok, la mia poteva sembrare una trollata inutile.
Cioè, più che altro lo era.
Un tweet come quello che ho scritto non aveva lo scopo di intavolare una discussione o di interagire in qualsiasi modo col personaggio. L’intento alla base era diffondere quella cazzata. Attenzione, non è che Andrea Pezzi sia l’unico al mondo ad aver cappellato il pronostico sulle presidenziali USA e, a conti fatti, il suo errore in ambito pesa certamente meno di quello di chi le presidenziali USA le conosce bene e le segue per lavoro (poi oh, magari Andrea Pezzi è il massimo conoscitore mondiale di politica statunitense eh, ma se così fosse diciamo che è molto bravo nel non darlo a vedere). Il punto è che se ti poni con quel tono e quell’arroganza e poi sbagli, ti esponi a prenderla in saccoccia. Si dovrà pur dar conto di quanto si dice, specie se si è personaggi pubblici, no? Altrimenti vale tutto.
Questa credo sia la cosa di Twitter che mi piace di più.
Mi è capitato diverse volte di interagire con personalità “illustri” in maniera più o meno elegante o costruttiva. A volte qualcuno mi risponde, a volte no. Può succedere anche che il personaggio in questione mi blocchi: l’hanno fatto Gasparri, Selvaggia Lucarelli e ora Andrea Pezzi (queste almeno le volte in cui me ne sono accorto). Ci sta tutto, ovviamente.
Capisco che la regola aurea di internet sia “never feed the troll”, anche se fatico sempre un po’ a vedermi come tale**, però come dicevo ci sono tanti modi di porsi e il blocco è un esercizio di potere veramente povero di stile in questo contesto. Non ci si può aspettare una reazione alla Mentana da tutti, anche perché bisogna esserne capaci e avere dalla propria degli argomenti per poterlo fare, però è innegabile che il vedersi bloccare sia la risposta più snob e altezzosa si possa ricevere. Specie alla prima manifestazione di dissenso, come è capitato a me in tutte e tre le occasioni. Anche io arriverei a bloccare qualcuno che mi rompe sistematicamente i coglioni. Credo però sia un’opzione nata per tutelare le vittime di stalking o di cyberbullismo, non per dare uno scudo virtuale a chi si crogiola quotidianamente negli apprezzamenti del proprio stuolo di seguaci senza però saper accettare la minima critica o opposizione. Andrea pezzi però la pensa diversamente***:

Il mio ego non può che pensare stia parlando di me.
La biografia di Andrea Pezzi su twitter recita: “Cancello dai miei follower gli stupidi e i maleducati. La mia sensibilità è il solo criterio di giudizio.”.
Io la trovo una cosa triste.
Nel mondo gli stupidi e i maleducati esistono, non si possono eliminare. Non è obbligatorio volerci avere a che fare, ma fare finta che non esistano è una roba da bambini viziati. Oltretutto bloccare una persona prima di etichettarla come sub-umano e miserabile è davvero molto elegante.
Quindi niente, il gruppo delle persone che non mi sopportano su twitter ha un membro in più.
Visti gli iscritti, non dubito ci sarà presto una corsa a farne parte.

EDIT: il nostro eroe ha eliminato il tweet sulle quote rosa da cui è partita tutta questa storia. Perché il mondo è pieno di sub-umani, ma forse alcuni di questi riescono a cogliere la sua natura di scemo ed è meglio evitare capiti di nuovo. Quanta poesia.

* Vorrei dire che non mi interessa, ma questo stesso post è l’evidenza che non è così. Poi ecco, si vive bene uguale.

** Definizione di TROLL da wikipedia: un troll, nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. Ecco, io non ho mai questo scopo e anche quando rispondo in maniera aggressiva è perchè, in qualche modo, mi sento insultato.

*** Mi hanno segnalato questo tweet uscito poco dopo essere stato bloccato. Lavorando alla NASA sono riuscito a recuperarlo.

Due robe su Trump

Questa è tipo la terza bozza che apro nel tentativo di scrivere qualche riflessione a tema Trump dopo il commento a caldo fatto il giorno della sua vittoria. Le precedenti sono finite nel cestino e non c’è al momento molta speranza che questa faccia una fine diversa. Piuttosto che parlare del nuovo Presidente degli Stati Uniti, però, questa volta provo a partire da una prospettiva nuova:

Una montagna di persone che conosco, tra cui anche qualcuna che stimo, sta condividendo questo video di Jonathan Pie come espressione più lucida e centrata delle ragioni alla base della vittoria di Trump e io, onestamente, non mi trovo del tutto allineato.
Cosa dice il tipo del video? Essenzialmente tre cose:
1- Hilary Clinton era un pessimo candidato.
2- Non è corretto pensare che tutti coloro che hanno votato Trump siano razzisti e sessisti quanto lui.
3- La sinistra (sì, parla di sinistra) dovrebbe smetterla di autocompiacersi della propria supposta superiorità etica e intellettuale e tornare a parlare con le persone.
Come dicevo, non è che sia proprio una posizione peregrina quella esposta, eppure è riuscita ad andarmi di traverso. Lasciando stare il punto 1, la cui evidenza era nota anche prima del 9-11-2016, vorrei soffermarmi sul fatto che votare Trump non implicherebbe essere sessisti o razzisti.
Questa a mio avviso è una cazzata.
È ovvio che votare un rappresentante non coincida mai con l’esprimere completa aderenza al suo programma o alla sua idea. Ci sono da fare dei compromessi. Chi vota responsabilmente però a questi compromessi ci deve arrivare dopo una riflessione, una tara di quanto le idee non condivise pesino sul totale e, perché no, sulla propria coscienza etica.
Trump è un razzista e sessista manifesto. Non lo nasconde e, anzi, radica in questi principi le sue proposte. Ignorare lo sia è impossibile per l’elettore, quindi per dargli comunque il voto restano solo due vie. La prima, facile, è essere razzisti e sessisti quanto lui. La seconda è pensare di non esserlo, ma valutare questi aspetti meno rilevanti nella scelta del proprio Presidente e votarlo comunque.
Qui è dove io mi incazzo.
Il razzismo o si sposa o si condanna, non c’è una terza strada. Se si pensa di poterlo ignorare, se non lo si reputa sufficiente a squalificare una persona che mira a rappresentare una nazione, beh, lo si sta sposando. Chi non ha problemi a farsi rappresentare da un razzista è razzista. Può non ostentarlo nella sua vita di tutti i giorni, può addirittura essere convinto di non esserlo, ma lo è. Con ogni probabilità parliamo di quelle persone che dopo “Non sono razzista” sentono il bisogno impellente della congiunzione avversativa.
La maggioranza degli americani quindi è razzista e maschilista. Non credo questo Election Day ci abbia detto nulla di nuovo o sorprendente. Il punto che viene sollevato nel video è che ci dovrebbe essere modo di dibattere con una parte di questa maggioranza e portarla a votare in maniera differente, solo che la strada suggerita è sbagliata.
La battaglia è culturale, prima che elettorale.
Bisogna portare questa maggioranza a comprendere che il razzismo e il maschilismo non sono tollerabili e sono concetti da cui prendere distacco. Bisogna continuare a sostenere, con forza, che le opinioni non sono tutte legittime e le idee non tutte rispettabili. Non me ne fotte un cazzo se questo risulti snob o offensivo, razzismo e maschilismo sono espressioni di arretratezza culturale e chi li supporta o li accetta è culturalmente indietro.
L’obbiettivo è superare questi retaggi del cazzo.
Quindi, se il livello è “Con te nemmeno ci parlo perchè sei un razzista di merda”, ovviamente possiamo e dobbiamo fare meglio (lo so, è difficile, ma è un dovere provarci.), non dovremo però mai scendere a compromessi sul fatto che queste persone hanno torto marcio. Mai.
Non è pensabile che almeno 20 milioni di donne* (VENTI MILIONI) votino per uno come Trump senza che ci sia un problema culturale dietro. Idem se si pensa ai numeri relativi alle minoranze etniche, specie in un Paese dove essere di colore sta in alto nella classifica delle cause di decesso. La scusa non può essere “La Clinton non era un candidato accettabile”. Quello è un problema, certo, ma stiamo pur sempre parlando di un popolo in cui un buon 40% degli aventi diritto a votare manco ci va, in cui il partito astensionista prende la maggioranza netta ad ogni tornata. Chi ha votato Trump ha voluto votare Trump.
Ci sarebbero davvero molte altre cose da dire, ma non riesco a metterle giù come vorrei. Negli anni pensavo di aver smussato non poco la mia intransigenza politica e probabilmente è anche vero, ma non arriverò mai ad accettare come legittime posizioni che la storia ha dimostrato sbagliate solo per il gusto di poter essere politicamente corretto o, peggio ancora, di non sembrare arrogante.
Alla fine, il “mea culpa” del video qui sopra mi risulta più che altro un’immensa posa, quella sì figlia di un tentativo costante di dimostrarsi migliori anche nella sconfitta.

* la stima non si basa sui sondaggi, ancora una volta inattendibili**, ma sul fatto che Trump ha preso 60 milioni di voti. Dire che almeno 1/3 siano donne non credo vada tanto lontano dalla realtà.

** Le persone si vergognano di ammettere quel che votano. Può certamente essere perchè la propaganda di sinistra ha ormai instaurato un complesso di inferiorità in chiunque non si allinei, come dice il tipo nel video, ma forse è più probabile che molti elettori sappiano in cuor loro di stare facendo qualcosa di cui, semplicemente, sono i primi a non essere fieri.

La cassoeula GIUSTA

Alla fine è successo.
Ho bucato un mese sul blog. In quest’ultimo ottobre non ho mai messo mano al mio diario per scrivere una paginetta. Mancanza di tempo? Sarebbe bello poter dire di sì, invece è più che altro mancanza di cose da dire. Trenta giorni senza mai percepire la necessità di dire la mia su qualcosa. Ha del patologico, conoscendomi.
Comunque sia, sta mattina preso dai sensi di colpa ho pensato a cosa potesse valer la pena condividere e l’unica risposta che ho saputo darmi (anche imbeccato, ad onor del vero) è che potrei illuminare il mondo con la ricetta per la cassoeula GIUSTA.
Io faccio la miglior cassoeula possibile.
Davvero.
Non sono un fenomeno ai fornelli, ma su questa cosa non temo confronti. Mi mangio le vostre nonne, mando a scuola le vostre madri, umilio eventuali suocere e mogli. Potreste mangiare la mia cassoeula e quella di Cracco in parallelo e alzarvi dal tavolo con la voglia di prendere lo chef a schiaffoni. Questo lo so perchè la ricetta di Cracco sta nel suo libro e l’ho letta. Sarebbe una sfida anche più semplice di quella a mamme, nonne e suocere in realtà.
Se sono divantato un pro però, è anche perchè ho saputo negli anni intrecciare diverse tradizioni e fondere filoni paralleli in un blend definitivo, che unito a minime conoscenze di lavoro ai fornelli post medioevo ha elevato il piatto al sopra citato livello di GIUSTEZZA, che poi è l’unico aggettivo da usare quando si parla di alimenti, ma questo ve l’avevo credo già spiegato.
Veniamo quindi a noi e partiamo con la ricetta della cassoeula GIUSTA. Cosa sia la cassoeula non sto a spiegarvelo, metto giusto il link a wikipedia per eventuali meridionali giunti a questa pagina fiutando il profumo delle verze.
La ricetta per la cassoeula GIUSTA è per 8 persone, perchè la cassoeula si mangia in compagnia degli amici.

Ingredienti:

  • 4kg di verze possibilmente gelate (segue spiegazione)
  • 20 pezzetti di puntina di maiale
  • 10 verzini (segue spiegazione)
  • 8-10 quadratini di cotica di maiale
  • 1l di vino rosso
  • 1 scatola di pelati
  • 2 carote
  • 2 coste di sedano
  • 1 cipolla
  • 1 scalogno piccolo
  • 1 dado per brodo vegetale
  • Olio, burro, sale e pepe

Preparazione:
Per prima cosa sposatevi, oppure andate a convivere. Alla mal parata restate a casa con mamma, l’importante è avere qualcuno che vi possa aiutare a “mondare” le verze, ovvero lavarle, pulirle e asciugarne le foglie. Questo per due motivi:
1) E’ un lavoro tremendo
2) Se le pulite da soli va a finire che le pulite male o non le pulite proprio.
ATTENZIONE: questo blog suggerisce solo di richiedere collaborazione alla propria controparte femminile, non di sfruttarla per i lavori noiosi, umili e degradanti. Questo blog non si prende nemmeno la responsabilità di eventuali divorzi conseguenti richieste mal formulate in termini di aiuto/collaborazione.
Negli ingredienti segnalo che la verza deve essere “gelata”, ovvero colta dopo che le temperature notturne sono scese sotto lo zero. Così almeno vuole la tradizione. Causa global warming io non uso verze gelate praticamente mai, anche perchè comprandole al supermercato sa Dio da dove arrivino e a che temperature siano state sottoposte. La regola fa riferimento all’epoca degli orti. C’è chi oggi ovvia passando la verza in freezer una notte prima di pulirla, ma ho idea sia una mezza cazzata e di solito non lo faccio. Anche perchè, nel mio freezer, non ci entrano certo 4kg di cavoli. Una volta pulita e asciugata la verza, mettetela da parte.

In due pentole sbollentate i pezzi di cotenna e fate bollire i verzini. I verzini sono piccoli salamini che qualsiasi macellaio lombardo saprà prepararvi su specifica richiesta. Sono fatti apposta per la cassoeula. Non fatemi bestemmiare usando le salamelle o qualche altra strana salsiccia creativa. Queste due parti di maiale vanno precotte per sgrassarle e rendere la cassoeula più digeribile. Se lavorerete come si deve il sapore non ne risentirà e potrete mangiarne il doppio, alla fine. Il verzino, in particolare, va fatto bollire per almeno venti minuti e poi fatto raffreddare nella sua acqua.

Ora pulite le carote, il sedano, la cipolla e lo scalogno e preparate un trito grossolano. Non fate una roba finissima, perchè i pezzettoni devono rimanere visibili a fine cottura. A chi vi dice che il trito grossolano non cuoce in maniera uniforme date una sberla e ditegli che è la sberla di Manq (cit.), tanto è probabile sia Cracco o un suo emissario.
In una padella di alluminio aggiungete olio e burro in modo che il grasso presente sia sufficiente a coprire l’intera superficie in modo abbondante. Non lesinate, tanto poi il grasso si butta. E’ importante che la padella sia di alluminio, o di ferro, o di rame e non di acciaio, perchè l’acciaio scalda male e rosola peggio. Rosolate le verdure e quando sono dorate rimuovetele dalla padella.

Nella stessa padella ora rosolateci i pezzetti di puntina, da ambo i lati, fino a che acquistino una bella crosticina. Se non ci stanno tutti sul fondo della pentola, come probabile, rosolateli in più riprese. L’importante è che siano tutti belli dorati. A quel punto toglieteli. Vi rimarrà una padella con un bel fondo abbrustolito e del grasso (olio e burro) in eccesso. Rimuovete questa parte grassa e usate un bicchiere abbondante di vino per deglassare il fondo di cottura a fuoco vivo, aiutandovi con un cucchiaio di legno. Il gusto del maiale è in quello che rimane attaccato alla pentola, non nel burro e nell’olio. Quindi rimuovere il grasso, ancora una volta, non toglie gusto al piatto.

Ok, ora avete il trito grossolano ben rosolato in un recipiente, il maiale ben rosolato in un secondo recipiente e un fondo di cottura al vino rosso che sfrigola in padella. Bene. Ributtate nella stessa sia i pezzetti di puntina che il trito di verdure, quindi salate e pepate. Ora bisogna iniziare ad aggiungere le verze. Il metodo è semplice: mettete verze fino all’orlo della pentola, aggiungete un bicchiere di vino rosso e un pizzico di sale grosso. Chiudete il coperchio e aspettate una decina di minuti. Il sale e il calore faranno perdere acqua alle verze, che ridurranno il volume creando spazio per altre verze. Ripetete l’operazione fino ad esaurimento. Se avete usato una pentola di proporzioni corrette (quindi bella grossa) in circa quattro giri avrete aggiunto tutte le verze e tutto il vino. Non spaventatevi all’idea di usare il sale grosso, la verza è dolce e perde un sacco d’acqua, quindi dovrete salare ancora prima della fine. Promesso.
Una volta aggiunte tutte le verze e lasciato anche le ultime appassire per 10 minuti, riaprite il coperchio e date una bella mescolata. E’ tempo di aggiungere i pelati (senza risciacquare la latta eh, non vogliamo aggiungere più liquido del necessario) e il dado (non il brodo, per lo stesso motivo di prima. Se qualcuno ha da ridire sul dado trattatelo alla stregua di chi critica il trito grossolano.). Il tutto va fatto cuocere per 2 ore e mezza da questo istante.

Quando manca un’ora e mezza alla fine, quindi un’ora dopo l’aggiunta dei pelati, aggiungete i verzini e le cotenne adeguatamente scolati e richiudete per l’ultimo round di cottura.

Prima di servire, aggiustate nuovamente di pepe e sale. Lo so, sembra incredibile, ma se avrete fatto tutto come indicato qui, potrebbe servire ancora un pizzico sale.

Se seguirete questa ricetta vi garantisco preparerete la miglior cassoeula della vostra vita, che potrà essere completata SOLO dall’aggiunta di un po’ di polenta. Su quest’ultima non sono ferratissimo, ma ecco alcune indicazioni di massima:
– NO alla polenta istantanea
– NO alla polenta di grano saraceno
– NO ai formaggi nella polenta
– NO alla polenta liquida/molle.
Se la volete fare buona usate un bel paiolo di rame e dal momento in cui avete finito di aggiungere la farina NON GIRATELA PIU’. Si formerà una crosticina sopra che permetterà la cottura perfetta sotto. Io non ne so molto di polenta, ma la Polly è super skillata e mi dice si faccia così. Serve una polenta un po’ consistente perchè deve fare da pane per il sugo (la pucia) della cassoeula. Il discorso formaggi invece è complicato. Nessun pranzo a base di cassoeula è completo senza una bella fetta di zola o taleggio da accompagnare alla polenta rimasta, perchè “la buca l’è minga straca se la sa no da vaca”, ma un conto è mangiare polenta e formaggio DOPO la cassoeula, un conto è accompagnare quest’ultima ad una polenta adizionata di formaggio. Fidatevi, non ci sta.

A me ora resta solo la fissa del fatto che a ottobre non ho pubblicato niente e questa cosa mi manda a male. Facendo due conti però, io la cassoeula l’ho fatta ieri, 1° novembre, perchè tutti sanno che va mangiata ai morti. E’ altresì noto che la cassoeula migliore è quella cucinata il giorno prima e poi riscaldata prima di servirla, il che ci porterebbe al 31 ottobre. Giusto?
Sì, quindi io retrodato sto post e vaffanculo.