Olivia

Alla domanda “Tu li vuoi dei figli?” io ho sempre risposto con un sì convinto. Faceva parte del progetto di vita che mi sentivo di costruire, a cui tendevo.
Mettere su famiglia.
Son quelle cose di cui magari non tutte le coppie discutono prima, molti se la vivono per come viene, ma io la mania del controllo e della pianificazione ce l’ho sempre avuta e fortunatamente mi son trovato una moglie con lo stesso disturbo. Entrambi volevamo dei figli ed entrambi ne volevamo due. E’ un po’ la risposta standard, no? Se parli di volere o meno dei figli prima di averne, di solito 2 è il magic number che viene fuori.
Il primo è nato due anni e mezzo fa, si chiama Giorgio e oggi è la prima cosa che mi viene in mente se penso ai motivi per cui dovrei alzarmi dal letto e vivere la mia vita. Mentre aspettavo che nascesse ero convinto che diventare papà sarebbe stata la più grande rivoluzione nella mia vita, ma non in chissà quale senso filosofico e astratto, io pensavo proprio alla mia vita di tutti i giorni. Basta uscire, basta viaggiare, basta dormire. Rinunce a cui ero disposto perchè fare un figlio era ciò che volevo di più.
Rinunce che però non ho mai fatto.
E’ ovvio i miei ritmi siano cambiati, anche se credo in questo pesi di più l’andare per i quaranta che non avere un figlio a casa, ma la realtà è che nonostante i presagi di sventura che mi ero disegnato in testa essere papà ha solo arricchito la mia vita. Ho continuato a dormire (ok, quello è culo), uscire e viaggiare.

All’inizio di questo 2017 Paola mi ha detto che poteva essere un buon momento per provare a fare un secondo figlio e io le ho detto sì. Il timing per la gestione dei due bimbi sarebbe stato ok e averli non troppo distanti di età era un’idea sensata.
Il giorno del mio compleanno Paola ha fatto il test ed era positivo.
Siamo in bagno e mi fa: “Sono incinta.”.
Io la guardo e rispondo: “Che cazzo dici?”.

Ho panicato.
Ho iniziato a pensare che tutto sommato in tre ce la stavamo cavando egregiamente e che perturbare la comfort zone che avevamo creato era a conti fatti un’idea del cazzo.
Ok, economicamente salvo disgrazie il secondo figlio non avrebbe impattato in maniera drastica, ma l’idea di dover rinunciare anche solo a qualcosina mi é parsa di botto inaccettabile.
Poi c’é Giorgio, che é un amore. E se la nascita di una sorellina lo sconvolge? Se me lo rovina?
Oltretutto io non posso non dormire. Dopo anni d’insonnia non ce la farei a tornare indietro. Giorgio non mi ha fatto perdere una notte, potrà mai andare così bene di nuovo?
Mi sono sentito come uno che ha vinto la lotteria e ha buttato via il biglietto fortunato.
Nove mesi di panico e agitazione covati sotto pelle, in silenzio.

Poi questa notte alla 1:17 è successo questo.

Ciao Olivia.
Tuo padre è un coglione, tocca che ci fai l’abitudine. Non è cattivo, ma tende a fare di cazzate problemi insormontabili e ci si rode dentro fino a che si rivelano, guarda un po’, delle cazzate. Si fa dei film assurdi il ragazzo, ma era sicuro che l’unico modo per superare il panico e le paure sarebbe stato vederti e abbracciarti.
E così è stato.

Da questa mattina, come per magia, ho due motivi per alzarmi dal letto.
Ed è bellissimo.

Once upon a time #2

Il 5 settembre 1999 una televisione nazionale mandava in onda la registrazione integrale di un festival alternativo alla sua prima edizione.
Il concerto, registrato il giorno prima dall’Arena Parco Nord di Bologna, vedeva alternarsi sul palco Tre Allegri Ragazzi Morti, Verdena, Punkreas, Lit, Hepcat, Silverchair, Joe Strummer e Offspring, che però furono gli unici a non concedere i diritti per la ritrasmissione del concerto in TV.
Per quanto tutta la replica televisiva sia rilevante ai fini di questa rubrica, il culmine furono certamente i 40 minuti del video qui sotto.

Il canale si chiamava TMC2 e il concerto era l’Independent Days Festival. L’esperimento non fu mai più ripetuto.

Once upon a time nasce come rubrica di manq.it che racconta momenti che hanno fatto la storia della musica. O forse la storia in generale.
L’uscita di Once upon a time #3 è da considerarsi altamente improbabile.

The Place spiegato bene

Se porti a casa un successo di critica e pubblico come quello di Perfetti Sconosciuti probabilmente hai la chance di fare il tuo prossimo film esattamente come pare a te. Senza compromessi.
Per Paolo Genovese questo vuol dire fare un film ambientato al tavolino di un bar e dove in 105 minuti non si ride mai. E’ talmente convinto a giocarsi questa opportunità fino in fondo che non ci incolla nemmeno due battutine da usare nel trailer, di quelle che con l’adeguata musichetta in sottofondo portano al cinema le persone*. Zero.
The Place, l’ultimo film scritto e diretto da Paolo Genovese, è una roba ambiziosa, drittissima e priva di mezze misure.
L’ho visto domenica sera e per me è probabilmente il suo film più bello.
Metto qui il trailer, così chi non sa di cosa sto parlando si fa un’idea e magari va a vederselo, mentre chi lo sa ha comunque una barriera che lo separi dai miei commenti sul finale, ovvero GLI SPOILER.

Scherzavo.
Ho passato un’oretta nel tentativo di buttare giù una sorta di spiega, ma alla fine ho realizzato che non è per nulla necessaria.
E’ tutto chiarissimo, dovete solo andare a vederlo.

* Il trailer di Perfetti Sconosciuti, per esempio, barava.

Cose che non succederanno

I gironi.
Gli accoppiamenti.
Tanto usciamo subito.
L’Italia va in finale ogni 12 anni: 1970, 1982, 1994, 2006 e 2018.
Controllare gli orari delle partite.
Prendere permessi al lavoro.
Speriamo porti Balotelli.
Speriamo non porti Balotelli.
Come cazzo si fa a non capire che il modulo perfetto è il 433?
In Italia siamo tutti allenatori.
Dell’Inter non gioca nessuno perchè ha solo stranieri.
Ci voleva Lippi.
E’ la nazionale più scarsa di sempre.
Non seguo i mondiali perchè il calcio è per gli idioti.
Boicotto i mondiali perchè Putin.
La maglia più bella comunque è quella del Brasile.
Messi vince solo nel Barcellona.
Messi è sopravvalutato.
Quest’anno lo vince l’Olanda.
E’ l’anno del calcio africano.
Io tifo Inghilterra perchè l’Italia è un paese ridicolo e voto 5 stelle.
Dove la vediamo?
Beh prima della partita grigliatina.
Robi viene? Boh, forse passa per il secondo tempo.
Il caldo tremendo.
I bambini che piangono.
I bambini che ridono.
L’inno.
Noi siamo gli azzurri o i bianchi?
I vaffanculo alle morose, alle mogli, alle amiche.
Zero a zero con l’Azerbaijan.
Si ma non li fa i cambi?
Ci vogliono giocatori con esperienza internazionale, mica questi qui.
Siamo una squadra vecchia.
Doveva portare Cutrone.
La classifica avulsa.
Se noi vinciamo due a uno e il Portogallo pareggia con reti passiamo per secondi.
I gol.
Le esultanze.
I clacson.
Conti nuovo Grosso.
Verratti meglio di Pirlo.
Cento milioni per Belotti e poi la vince Gabbiadini.
Il passaggio del turno.
Gli scontri diretti.
La Russia è favorita perchè gioca in casa.
Speriamo di non beccare la Francia.
Speriamo di non beccare la Spagna.
Speriamo di non beccare la Germania.
Tanto con la Germania passiamo sempre noi.
Il fischio di inizio.
Esci Gigi, cazzo!
Giochiamo male.
Giochiamo bene.
Avanti così prima o poi segniamo.
Gol sbagliato, gol subito.
Non era fuorigioco?
Non era fuorigioco!
Giocano bene solo quelli della Juve.
I supplementari.
C’è ancora il golden gol?
Altri vaffanculo.
Son finiti i minuti regolamentari.
Son finite le birre.
I rigori.
Buffon non ne ha mai parato mezzo.
Metti Donnarumma.
PARATO!
Buffon pallone d’oro.
Speriamo Insigne non faccia il cucchiaio.
ALTO!
Le bestemmie.
Le lacrime.
Gli abbracci.

Mancano sette mesi all’estate del 2018 e fa già pesantemente schifo.

Same ginepraio, more cazzimma

Giorni fa, a seguito della faccenda Weinstein ho scritto un post. Ci ho messo tanto perchè volevo essere sicuro di non dire cose fraintendibili o che potessero in qualche modo prestare il fianco ad accuse di maschilismo o misoginia.
Ne è uscita una roba di cui ovviamente condivido anche le virgole, ma che glissava  (o forse non si soffermava a sufficienza) su certi aspetti che reputo comunque chiave nella questione.
Lo scandalo però non si è fermato ed ha coinvolto altri personaggi. Uno è Louis CK, un altro è Jesse Lacey. Sul secondo la mia lucidità è andata completamente affanculo, quindi ecco una sorta di remix del post precedente.

Partiamo da Louis CK.
Dopo le accuse, il comico ha pubblicato una dichiarazione in cui conferma la veridicità delle testimonianze e si assume le responsabilità delle sue azioni. Una parte di questa dichiarazione secondo me è piuttosto interessante. Cito:

At the time, I said to myself that what I did was O.K. because I never showed a woman my dick without asking first, which is also true. But what I learned later in life, too late, is that when you have power over another person, asking them to look at your dick isn’t a question. It’s a predicament for them. The power I had over these women is that they admired me. And I wielded that power irresponsibly.

Non importa che le donne in questione fossero consenzienti, il consenso derivava da un rapporto di potere che le stesse avrebbero percepito come forzatura. Louis CK quindi avrebbe dovuto valutare la cosa e scegliere per loro. “So che per te è ok che io ti mostri il cazzo, ma tu non lo vuoi davvero. Pensi di volerlo e sta a me che sono l’uomo capirlo e decidere al posto tuo che non è il caso.”
Il messaggio da portare a casa da tutta la vicenda quindi è che le donne non sono in grado di prendere decisioni in autonomia. Quella riportata qui sopra, per me,  è la cosa più maschilista di tutta questa faccenda. Accolta come l’ammissione di colpa accettabile per un comportamento inaccettabile, è in realtà una dichiarazione offensiva a giustificazione non necessaria di un comportamento magari non condivisibile, ma certamente non molesto.
Io non c’ero, quindi quello che è successo non lo so. So quel che ho letto, e per me vale la regola che mi ha insegnato mia nonna: “Chiedere è lecito, rispondere è cortesia.”, fatto salvo ovviamente che
1) la richiesta sia reale e non retorica
2) la risposta sia accolta e rispettata, senza conseguenze
Questi episodi invece hanno una montagna di non detti, di implicazioni presunte o potenziali su cui è facile costruire qualsiasi tesi, ma che di fatto non sono buone per nulla che non sia una bufera mediatica sui social. Il motivo per cui Louis CK probabilmente non lavorerà più (o comunque avrà problemi in tal senso), ma non avrà problemi legali. Almeno a quanto ne so.
A me resta sempre difficile pensare che un uomo che decide di fare “avances inappropriate” lo faccia sempre calcolando l’esatto rapporto di forza in essere in quel momento e non, più semplicemente, perchè non riesce ad ossigenare simultaneamente cervello e corpi cavernosi. Non è questione banale. Siamo davvero sicuri Louis CK in quelle circostanze ci abbia provato perchè conscio di giocare la parte del leone e non, più semplicemente, perchè è uno che se vede una bella donna non riesce a fare a meno di volerla portare a letto? Non è che il secondo scenario non sia grave o problematico, ma son davvero due piani  di esistenza completamente diversi. Soprattutto, non è che i due scenari siano mutualmente esclusivi. Il fatto che Weinstein caschi nel primo caso, non vuol dire ci caschino tutti o che il secondo non possa esistere. Facciamo dei distinguo, se è il caso.

Passiamo alla questione Jesse Lacey.
Mi trovo a dover commentare questa cosa partendo dal fatto che nella mia top 3 personale delle canzoni dei Brand New c’è “Me vs. Maradona vs. Elvis” e adesso cliccate sul link e ve la ascoltate leggendo quel cazzo di testo.
Non ha un significato diverso, oggi. E’ lo stesso identico autoritratto crudo e cinico che è sempre voluta essere e chi pensava fosse una sorta di inno al “bomberismo” probabilmente ascoltava i Brand New per i colori delle copertine dei dischi.
In una dichiarazione pubblicata oggi dallo stesso, Jesse ammette di essere stato a lungo in uno stato di dipendenza da sesso, cosa per cui si è già curato e da cui è già uscito. A costo di passare per fanboy miope, ci vedo una montagna di differenza tra chi allo scoppiare dello scandalo decide di andare in rehab (tipo Kevin Spacey) e chi lo ha fatto ben prima di finire sotto accusa.
Ora arriva la parte difficile da scrivere.
La ragazza che lo accusa parla di richieste di foto intime e situazioni avvenute via chat/skype. Non ce la faccio a percepirla come una situazione di cui si può avere paura, non riesco proprio. Quello che vedo e comprendo è il risentimento derivante dalla delusione di chi aveva dei sentimenti e se li è visti calpestare. Non è una cosa da poco, ovviamente, ma non è ammissibile trasformarla nella base per accuse di molestia. Creerebbe un precedente pericolosissimo, in questa dannata società plasmata dai preti. Provo a spiegarmi meglio.
Si parla tanto di “educare” gli uomini alla sessualità e ai rapporti con l’altro sesso. E’ davvero qualcosa di fondamentale, per me. Quel di cui non si parla mai però è di educare le donne, che ne avrebbero altrettanto bisogno.
Cresciamo le donne (non io, se dovessi farlo con mia figlia SPARATEMI) con l’idea che il sesso, anzi, che “darla via” sia una colpa senza appello, attenuata al massimo dal fatto che lui sia il vero amore, quello giusto, il ragazzo perfetto. Che ci si debba pensare bene prima di farlo, che si debba essere sicure. Questo perchè è una cosa di cui dover rendere conto.
Si parla di “pressioni psicologiche” subite dalle ragazze che accettano di andare a letto con un uomo, ma mai della pressione psicologica che le stesse hanno a dover ammettere sia stata anche una loro decisione. Il giudizio costante a cui sono sottoposte. In questo clima, davvero può bastare un “Eh, ma non volevo”  che sa più di giustificazione che di accusa, per mettere alla gogna una persona?
NON STO DICENDO CHE LE MOLESTIE NON ESISTANO.
Sto dicendo che la situazione è complessa e che affrontarla come viene affrontata ora è sbagliato. Non è una caccia alle streghe, quella in atto. E’ un rigurgito di mille situazioni diverse, in cui si deve iniziare a fare distinguo tra caso e caso. Weinstein non è Spacey, Louis CK non è Jesse Lacey e via dicendo. E invece stanno tutti finendo alla gogna nello stesso identico modo.

Lo so, c’è un elefante nella stanza. La ragazza aveva quindici anni e Jesse ventiquattro. Ovviamente è una cosa sbagliata. Moralmente, eticamente. Non c’è dubbio.
Per me la pedofilia però è un’altra cosa e credo ci sia un motivo se personaggi come Ian Watkins la stiano pagando in galera e non su twitter. Magari poi JL finirà sotto processo e verrà condannato. Magari quel che è venuto fuori è solo la punta di un iceberg che comprende fatti ben più gravi. Se così fosse, è giusto venga chiamato a rispondere delle sue azioni come sta succedendo a Steve Klein. Fino ad allora però, facciamo dei benedetti distinguo.

A differenza dell’altro post, questo l’ho scritto abbastanza di getto. Se sia o meno un bene non lo so. Mi piacerebbe che chi leggendo pensasse abbia scritto una montagna di cazzate poi me lo dicesse anche, perchè credo davvero parlare della cosa sia un bene assoluto. Molto del problema è culturale e credo che solo parlandone possa davvero venire a galla cosa c’è di sbagliato in quel che diamo per assodato sia normale.
Boh, magari sto giro succede davvero.

Ginepraio

Quando ho letto della faccenda Weinstein e delle accuse di Asia Argento avrei voluto scrivere due righe sul blog. Non che avessi chissà quale nuova prospettiva da illustrare, più che altro perchè avere un blog è sostanzialmente pubblicare opinioni personali non per forza necessarie e io, in merito, un’opinione ce l’ho. Alla fine invece ho lasciato andare senza dire nulla. Mi ci sono sforzato eh, a non scrivere. Il motivo? Quando si parla di molestie e sessismo si inasprisce ancora di più il meccanismo per cui le opinioni debbano sempre essere nette ed assolute, mentre io probabilmente ho bisogno di sfumature. Queste sfumature in una discussione finiscono sempre per venir stravolte, estrapolate a cazzo e usate per definirti come il peggiore degli stronzi. Dici “Weinstein è una bestia, ma…”* e se ti dice bene ti prendi del femminicida.
Mi succede da anni, quando si va in argomento. Tutto considerato è possibile io sia davvero il peggiore degli stronzi, ma resta il fatto che discutere di questo argomento è muoversi in un ginepraio. Sono alla terza quarta stesura del pezzo e ancora non so come uscirà. Scrivendo alcuni pensieri mi sono reso conto fossero cazzate e questo mi porta a pensare che non scriverne subito sia stato uno sbaglio. Mi conosco e so che mettermi al PC e stendere un post è il modo migliore che ho per riorganizzare le idee, eppure avevo (leggi: ho) davvero fastidio ad espormi.
In questi giorni però è venuta fuori la storia di Kevin Spacey e, mentre scrivo, quella di Dustin Hoffman. A sto punto parliamone, affrontiamo il ginepraio e usciamone nell’unico modo possibile.

Andiamo per punti, va.

  1. Kevin Spacey potrebbe essere un pedofilo, un molestatore seriale o semplicemente uno che una volta, ubriaco, si è trovato un ragazzino in camera e ha ipotizzato che questo ragazzino si fosse messo lì per provarci col grande attore. Ognuno di noi può farsi l’idea che vuole in base a quale racconto preferisca ascoltare, ma chi gli da da lavorare dovrebbe basarsi su qualcosa di più concreto e comprovato prima di rivedere le proprie posizioni. A meno che loro sappiano, ma a quel punto perchè fino a ieri non era un problema?

  2. Molti sottolineano il fatto che lui non neghi, ma quel comunicato a me da più l’idea di essere stato formulato su consiglio di qualche legale/manager che sperava pagasse la politica della “sincerità” con tanto di coming out finale a spostare l’attenzione.
    Così non fosse, il suo dire “non ricordo, ma se è successo mi scuso” presuppone che la situazione descritta da Rapp per Spacey sia plausibile. Il che non gioca a suo favore, ovviamente. Di nuovo, ognuno può farsi l’idea che vuole fino a che tutto resta nell’ambito delle disquisizioni da social.

  3. Il coming out. Ho letto di larga parte della comunità gay risentita perchè “facendo coming out tira in mezzo tutti gli omosessuali nelle sue porcherie”. Mi pare un’analisi incomprensibile.

  4. Si è innescato un domino. Forse è stato scoperchiato il vaso di pandora o forse il momento è così caldo mediaticamente che tutti i giornali e le riviste impieghino tantissime risorse alla ricerca di una nuova storia per cavalcare l’onda. Il fatto che in quell’ambiente non venga fuori nulla di meno recente del 1986, almeno per il momento, è strano, se l’obbiettivo è rompere il silenzio e cambiare le cose per davvero.

  5. Weinstein è una bestia

  6. Ma della vicenda Weinstein alcune cose andrebbero chiarite, alcune domande andrebbero fatte, senza dover passare per forza per quelli che danno addosso alle vittime. Asia Argento lo ha accusato dopo anni di silenzio perchè finalmente ha trovato la forza di parlarne. Brava. Poi fa riferimento ad altri episodi, ben più gravi e con diversi carnefici, ma di questi non fa i nomi. Credo sia legittimo chiedersi perchè. Non sto dicendo non sia vero, ma senza fare i nomi alla fine resta solo il gossip pruriginoso del “ce ne sono anche altri, chissà chi sono…”, buono per le discussioni dal parrucchiere.

  7. Ma assodato che nessuna attrice dovrebbe essere messa nelle condizioni di scegliere tra carriera e dignità personale, una volta che la scelta si pone è giusto che chi ha scelto carriera sia messa di fronte alle proprie responsabilità. Ancora, non si tratta di incolpare le vittime, ma di fare distinguo. Nell’ambito della ricerca da cui vengo io è prassi proporre a gente altamente specializzata ed istruita di lavorare gratis. Chi accetta di farlo, magari sulla base del fatto che se lo può permettere, alimenta un problema pur non essendone la causa.  Deresponsabilizzare in toto queste tipologie di scelta solo perchè “vittime” di un sistema marcio pre-esistente non aiuta a risolvere il problema.
    Attrici che non avendo accettato di farsi scopare da Weinstein non sono finite a ringraziarlo con in mano l’oscar immagino siano d’accordo con me.

  8. Ma credo che avere una posizione di potere in quell’ambiente ti porti ad essere costantemente circondato da donne bellissime che vogliono dartela e, ad una certa, immagino possa succedere di pensare che TUTTE le donne bellissime vogliano dartela, per finire a credere che TUTTE le donne bellissime DEBBANO dartela. Non è una giustificazione, ma credo sia importante capire cosa c’è alla base di un certo comportamento. Ho appena visto la prima stagione di Mindhunter.

  9. La cultura machista di cui la nostra società è pregna è un problema, ma lo sono anche i retaggi che ci portano a vedere il sesso come una cosa turpe, sporca e verso cui siamo completamente a disagio. Perchè posto nessuno dovrebbe permettersi avances inappropriate verso il prossimo, è altrettanto vero che se fossimo a nostro agio daremmo alla cosa un peso ben diverso. Una volta un tipo in discoteca mi ha strizzato il culo e messo le braccia al collo. Ho declinato l’offerta ridendo e lui ridendo se n’è andato. Ovvio che non ne avesse il diritto, ma se questa cosa fosse bastata a turbarmi psicologicamente credo sarebbe stato importante chiedersi perchè e non credo che interrogarsi sulle proprie reazioni implichi in nessun modo negare l’inadeguatezza del gesto subito.

  10. La cosa davvero brutta, è che tutta questa storia finirà in niente. Gente come Weinstein si godrà i miliardi scopando esattamente quanto prima e con le stesse premesse di prima. E noi finiremo a parlare d’altro.


* la storia del “se c’è il ‘ma’ sei un razzista/omofobo/whatever” è una puttanata che va bene FORSE a sedici anni. Cosa c’è dopo il ma fa tutta la differenza del mondo.

Ciao Elia, stammi bene

Sabato sono andato al Circolo Arci Ohibò di Milano per il live dei The Singer Is Dead, che presentavano il disco di cui vi ho parlato qui e che confermo essere gran bello, soprattutto ascoltato live.
Ho scoperto che la tessera ARCI ora scade a fine settembre, quindi l’ho fatta nuova. Il prezzo è ancora variabile da circolo a circolo, da che leggo online, e l’Ohibò la fa pagare 13 euro. Sono 3 euro in più di quanto la fa pagare il Magnolia, locale dove mi capita di andare molto più spesso, ma tutto sommato non è questo gran dramma per una tessera che mi permette di accedere a moltissimi concerti durante l’anno. Perchè ormai davvero tanti concerti medio piccoli passano dai circoli ARCI, quindi volente o nolente la tessera ti tocca farla ogni anno, se vuoi andare a sentir qualcuno suonare dalle mie parti.
Leggendo in giro su diversi siti non sono riuscito a farmi un’idea di dove finiscano i soldi della tessera, se ci sia una gestione centralizzata o se tutte le quote iscrizione restino in mano al locale che le fa sottoscrivere. Da quanto ho capito io si tiene tutto il locale, che si riserva il diritto di scegliere quanto farla pagare.
Oltre alla tessera mi hanno chiesto 5 euro di ingresso.
In tutta onestà la sera in cui fai la tessera l’ingresso potrebbero anche evitare di fartelo pagare, visto che statisticamente ci saranno un tot di persone che si iscrivono in un certo circolo per poi magari non andarci più per tutto l’anno. Paghi la tessera ed entri, la volta dopo paghi l’ingresso. Non mi pare sia una proposta folle, ma vabbè.
In soldoni il concerto mi è costato 18 euro.
Conosco un tizio piuttosto fissato col concetto di pagare la musica e quando scrive di queste cose fa i conti in modo preciso. Io non ne ho voglia, posso solo dire che 18 euro per una serata come quella di sabato sono fuori dalla mia comprensione, seppur riconosca che gran parte della spesa in realtà non è per il concerto in sé, ma per garantirmi la possibilità di andare a dei concerti futuri, se e quando li faranno (che scritta così è raccapricciante in ogni caso).
Ho chiesto a Luca se li hanno pagati per suonare e mi ha risposto di sì, quindi quantomeno spero dietro ci sia una sorta di etica sul retribuire equamente band non professioniste che ti portano introiti.
Al netto di tutto questo, chiedermi 6 euro per una IPA media che faceva oggettivamente schifo al cazzo e servita male in un bicchiere di plastica non ha nessuna giustificazione plausibile.
Uscito dal locale ho provato per 15 minuti a smanettare con Instagram e fare una IGStory come i rapper, dissando il circolo Ohibò e tutta sta storia dei prezzi, ma ho realizzato di non essere manco capace di fare le IGStories.

Ad ogni modo, la cosa bella di tutta questa storia (e il reale motivo per cui mi son messo a scrivere questo post) è che dopo i The Singer is Dead hanno suonato i Malkovic e mi sono piaciuti una cifra.
Soprattutto un pezzo, che mi ha proprio preso benissimo.
Dopo il concerto sono andato al banchetto e ho comprato l’EP di 4 tracce che avevano lì e che è l’unica cosa che hanno registrato fino ad ora.
Manco a dirlo, il pezzo che mi ha conquistato sull’EP non c’è.
Ho comunque fatto due chiacchiere con il cantante al banchetto e poi via messaggio su Facebook e ho scoperto che la canzone che cercavo si chiama “Colossus” e uscirà nel 2018 insieme ad un video e forse un disco.
Forse perchè la situazione al momento è che quello di sabato è stato l’ultimo concerto di Elia, il loro batterista, e adesso dovranno cercare un sostituto.
Grazie, Elia.

Nel dischetto dei Malkovic ci sono quattro tracce. Su youtube si trova il video di Carlo e quello di Ufo, che dal vivo mi è piaciuta tanto tanto.
Il mio pezzo preferito però è questo qui e si chiama Tre.

Un pippone sui concorsi

Diciamo che sei un PI, alias Principal Investigator, e dirigi un tuo gruppo  di ricerca nell’ambito life science (1) in Italia.
Diciamo che sei bravo: lavori in maniera accurata, pubblichi risultati rilevanti su riviste peer reviewed (2)  e porti avanti una linea di ricerca utilizzando grant (3) che con ogni probabilità ti sei dovuto procurare da solo. Per stare ad un buon livello infatti, soprattutto nel nostro Paese, procurarsi fondi non statali da associazioni ed organizzazioni varie è vitale perchè i contributi ministeriali sono pochi e mal distribuiti.
Hai i tuoi soldi, quindi, ma difficilmente lavori nel tuo soggiorno. Spesso sei “ospite” di spazi statali, ospedalieri o universitari, dove puoi usufruire di locali idonei e, se ti va di lusso, di strumentazione comune. Questa cosa ha un prezzo, ovviamente, che spesso comporta tra le altre cose il rimandare all’amministrazione della struttura la gestione dei tuoi fondi. Se interessa (4), questa cosa può essere analizzata da tanti punti di vista, ma quello che credo sia importante alla luce delle tante discussioni di cui leggiamo in questi giorni è il risvolto legato ai contratti dei collaboratori: assegni di ricerca, borse per dottorati e via dicendo.
Torniamo al nostro amico PI.
Per lavorare ai livelli di cui sopra è essenziale che si circondi di un team di persone valide e degne di fiducia che possano aiutarlo. Menti brillanti che portino idee e risultati alla causa, ma anche mani precise che si occupino dell’esecuzione pratica degli esperimenti, lasciando a lui il tempo di scrivere progetti e articoli volti a raccogliere nuovi fondi. Siccome stiamo ragionando per ipotesi, questo PI vuole addirittura pagare i collaboratori (!!!) usando la porzione di finanziamento appositamente allocata per i salari (5).
Ora prendiamo un laureando, costretto ad almeno 12 mesi (6) di lavoro in laboratorio continuativo e non retribuito per costruire la propria tesi sperimentale. Questa tesi, il cui contenuto è deciso ovviamente dal PI, può costituire parte di un progetto già in essere dove un po’ di manovalanza gratuita fa sempre comodo, ma può anche essere usata per generare dati preliminari volti a gettare le basi per la stesura di un progetto più ampio.
Quindi, riassumendo: il laureato lavora gratis in lab per più di un anno producendo i dati necessari a strutturare un progetto ed il PI usa quegli stessi dati per farselo finanziare in termini di materiale consumabile, eventuale strumentazione e personale. E ce la fa, ottiene i soldi.
A questo punto sarebbe facile no? Il PI ha in casa una risorsa che:
– conosce il progetto e ne ha gettate le basi
– è ormai perfettamente integrata nell’ambiente lavorativo
– gode della sua fiducia e si è dimostrata elemento valido
– cerca una borsa come fosse ossigeno per iniziare in qualche modo a pagarsi la vita.
Perfetto, peccato che IL CONCORSO.

Nei dieci anni in cui ho militato nella ricerca accademica, a diversi livelli, sono stato pagato sempre (7) ed in moltissimi modi diversi.
Sono rientrato dalla Germania vincendo il concorso per una borsa ministeriale volta all’inserimento in azienda: due anni di assegno di ricerca pagato dall’università per farmi entrare in azienda e portare avanti un progetto accademico. A win-win-win (8) situation, per dirla in inglese. L’università vince perchè usufruisce della struttura e dei mezzi di un’azienda per un proprio progetto, l’azienda vince perchè ha una persona pagata da altri che all’atto pratico viene fatta lavorare anche (in realtà soprattutto) su progetti propri e il ricercatore vince perchè alla fine dei due anni l’azienda avrebbe grossi sgravi fiscali nell’assumerlo e stabilizzarlo.
Io ho vinto quel concorso in modo ultra trasparente: non conoscevo nè la professoressa che lo ha indetto nè l’azienda in cui sarei finito a lavorare. Gli altri candidati erano per la maggior parte neo-laureati o comunque non avevano un CV che potesse competere.
Avrei comunque potuto perderlo, venire dalla Germania apposta per farmi passare avanti da qualcuno che magari ricalcava il profilo descritto qui in alto. Sarebbe stato giusto? Ovvio che no, ma la mancanza di rispetto sarebbe stata più che altro nel farmi perdere tempo (e nello specifico i soldi del viaggio).
Anche per entrare in dottorato mi sono sparato un maxi concorso (9) e anche in quel caso per me fu tutto regolare, infatti entrai per miracolo.
Concorsi “pilotati” però ne ho visti fare tanti. Tutti, senza eccezione, volti a fare in modo che il PI potesse dare i suoi soldi al collaboratore da lui scelto come fa qualunque capo in qualunque realtà non statale, sempre nell’ottica di fare il meglio per il proprio gruppo e la propria linea di ricerca.
Come per altro funziona in larghissima parte delle altre realtà scientifiche mondiali.

Sto descrivendo scenari, non sto ad entrare troppo nel dettaglio o a discutere obbiezioni idiote tipo: “Se il candidato è tanto bravo perchè non vince il concorso?”, la questione è complessa ed il pezzo già abbastanza noioso.
Il punto è che un capo dovrebbe poter scegliere i suoi collaboratori come meglio crede, soprattutto se i soldi con cui intende pagarli sono “suoi”. Forse è proprio questa la questione su cui riflettere: perchè un capo laboratorio dovrebbe mai infilare un raccomandato, magari incapace, nel suo team?
Non sto dicendo che non succeda, ben inteso, sto dicendo che il problema è da spostare a monte del concorso e delle assegnazioni, sta piuttosto nel fatto che per molti professori italiani essere competitivi scientificamente, pubblicare e perpetrare il modello virtuoso di cui ho scritto, non è necessario.
Una delle prime cose da fare quindi sarebbe chiedersi: “Come mai?”.
E rimediare.


(1Avrei potuto scrivere Capo Laboratorio e Scienze della Vita, ma tradurre forzatamente termini tecnici che nell’ambito sono di comune utilizzo non ha senso, quindi ti becchi le note e alla peggio impari qualcosa.
(2Si tratta di riviste scientifiche a cui si spedisce il proprio lavoro e questo viene valutato da un organo di revisione esterno, composto da altri scienziati estremamente competenti nel campo in cui il lavoro si colloca e provenienti da tutto il mondo. Chi manda il lavoro non sa da chi verrà valutato, ma le opinioni del comitato saranno poi inviate all’autore a corredo della decisione di pubblicazione o non pubblicazione dell’articolo presa dall’editore. Se ci sono i presupposti, l’autore può rispondere ai dubbi sollevati dal comitato fornendo ulteriori dati e portare quindi l’editore a rivedere un’eventuale risposta negativa. Non è un sistema infallibile ed esente da problematiche, ma diciamo che è più facile far peggio che meglio.
(3Qui potevo tranquillamente scrivere fondi, mi son fatto prendere la mano.
(4LOL
(5Quando si scrive un progetto e lo si presenta perchè venga finanziato si chiedono fondi per il personale che sono distinti da quelli per l’acquisto del materiale o della strumentazione. Per quello spesso ricercatori pagati con fondi privati o esteri che non passano per la gestione statale possono avere salari più alti.
(6Di solito sono ben più di 12 mesi, io ad esempio ne ho fatti 17.
(7Non è merito mio ed è una roba piuttosto peculiare nell’ambito. In ricerca non pagare chi lavora è pratica talmente diffusa che nessuno si mette nemmeno a trovare giustificazioni idiote tipo “pago in visibilità”.
(8Lo so, di solito si dice win-win situation e probabilmente c’è una ragione reale perchè anche in quel caso finì per essere una win-win situation, ma non sto a spoilerare quale dei tre win venne meno. Col senno di poi, una delle migliori cose che mi siano successe è stato vedersi negare quel win.
(9) La storia l’ho raccontata qui e qui dieci anni fa. #FeelOldNow

Quinoa or not quinoa?

Da ieri rimbalza per la rete un pezzo intitolato “PERCHÉ NON C’È NULLA DI ETICO NELLA VITA DI UN VEGANO“. Dopo averlo letto l’ho condiviso e ho provato a parlarne con alcune persone vegane che conosco.
Ci sono due livelli di analisi del pezzo di cui sopra.
Il primo è focalizzarsi sui toni, che è la cosa che viene più immediato fare, credo anche nell’intento di chi ha scritto il pezzo. Da quando internet ha reso la figura del giornalista indistinguibile da quella del blogger ci tocca continuamente leggere articoli dai toni “simpa”, con livelli di sarcasmo semplicemente inadeguati e per cui lo sforzo principale diventa arrivare in fondo al primo paragrafo senza spaccare il PC. Il mio riferimento mentale in questi termini è Scanzi, c’è chi (a ragione) cita Travaglio, sono entrambi ottimi esempi di quanto irritante può essere quel tipo di approccio. L’articolo uscito su The Vision è un fulgido caso di sbagliare i toni. D’accordo, ma andrei oltre.
Il secondo livello è focalizzarsi sui contenuti e qui la questione diventa più interessante. A mio modestissimo parere, il senso dell’articolo è nell’ultima frase:

“L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.”

A me pare ovvio l’obbiettivo del pezzo sia mettere in discussione un preciso approccio al veganesimo, che non è quello della maggior parte dei vegani che conosco, ma che è quello della maggior parte dei contenuti Go Vegan che mi arrivano in faccia.
Oggi ho condiviso un secondo pezzo, che punta a rispondere a quello di ieri: “Perché non c’è nulla di etico in quell’articolo sui vegani“. E’ un bell’articolo, scritto bene e ben costruito, che contestualizza i dati in maniera accurata e apre ulteriormente la visione di insieme. Solo che sbaglia mira. Dice, in riferimento al post di Lenardon:

…è un hatchet job dove si isolano informazioni dal loro reale contesto per porle in una narrativa che cerca di rassicurarti che quelli che mangiano piante sono tutti hippies scemi e tu che mangi wurstel sei uno figo e razionale e intelligente.

Non è affatto quello il punto, per me. Discutere chi scrive libri di “cucina etica” promuovendo la quinoa non è discutere chi sceglie di essere vegano.
Anni fa, in seguito ad alcune dichiarazioni omofobe di Guido Barilla, era partita una campagna di boicottaggio al marchio. Scelta legittima e se vogliamo condivisibile, a patto poi si acquisti la pasta da un produttore che sappiamo per certo essere gay friendly, o quantomeno la cui posizione in merito possa essere considerata meno sbagliata. “Compro Rummo perchè, se anche odiano i gay, hanno la decenza di non dirlo in pubblico” è una posizione assolutamente legittima, “Compro Rummo perchè Barilla odia i gay” lo è meno.
In risposta al pezzo originale però ci sono stati anche articoli davvero impresentabili, che tuttavia aiutano ad analizzare il fenomeno a tutto tondo, tipo: “Perchè non c’è nulla di etico nella vita di Matteo Lenardon : una critica sensata (forse)“. Ecco, già il titolo non lascia sperare benissimo (tanto meno il sito su cui è pubblicato), ma andando a leggere viene da pensare che articoli come quello di The Vision tutto sommato male non facciano. Cito:

Magari sarebbe stato più completo cercare di andare alla radice di questo problema, non è di certo colpa del vegano se vengono espropriate terre e ridotti umani alla fame per la produzione di quinoa (che poi, a dirla tutta, quante volte avete mangiato la quinoa?). Magari sarebbe stato più corretto parlare del comportamento aggressivo di ogni multinazionale del cibo, che vedendo aumentare la domanda, si è comportata di conseguenza. Semplice logica di mercato, non c’era nessun pretesto per attaccare il vegano.

La visione è abbastanza miope. Una scelta vegana che si basa sull’impatto ambientale dell’alimentazione carnivora/onnivora non può essere messa di fronte al suo stesso impatto ambientale perchè, ehi, il problema sono le multinazionali e le logiche di mercato, che evidentemente non si applicano al business della carne o non sono in ogni caso sufficienti a redimerlo.

E’ oggettivo ci siano nella scelta del veganesimo una buona fede indiscutibile ed un obbiettivo encomiabile. Il punto è cercare di comprendere se la strategia che si usa per arrivarci sia utile, ininfluente o addirittura controproducente. In un contesto sociale ed economico in cui l’etica sta sui menu dei ristoranti, ma non nelle teste di chi legifera su temi come commercio, agricoltura, allevamento e lavoro, per me è difficile comprendere i reali effetti della mia dieta. Da ignorante sono portato a pensare ci sia un numero X di vegani a cui tendere, sufficiente ad alleggerire l’impatto della produzione di carne, ma non abbastanza alto da diventare reale oggetto di speculazione economica globale e quindi causare danni maggiori rispetto al beneficio.
Un amico via whatsapp mi ha scritto: “Il mondo è come un grande party GdR. Servono tutti: chierici, ladri, maghi, guerrieri,… l’equilibrio che si crea in questa eterogeneità porta grandi benefici. I vegani sono quei paladini un po’ idioti che prendiamo tutti per il culo, ma alla fine in un party numeroso servono anche loro. Un mondo di soli maghi, o guerrieri, o salcazzo non funzionerebbe. Io rispetto la loro scelta, sono sicuro che per molti punti di vista sia migliore della mia. Allo stesso tempo non penso che il mondo sarebbe necessariamente un posto migliore se tutti fossero vegani.”
Ecco.

La cosa buona di tutta questa faccenda è esserci fermati a pensare alla questione, in quest’ottica tutti gli articoli hanno fatto qualcosa di utile.
Tranne questo, ovviamente.