Verticale di cotechini

Ogni tanto mi piace mettere qui sopra delle ricette. Di solito lo faccio quando, dopo innumerevoli tentativi, definisco il protocollo migliore per il piatto in questione e lo cristallizzo. A quel punto la ricetta diventa GIUSTA e mi piace metterla a disposizione di chi fosse interessato.
Ad oggi credo di averlo fatto quattro volte in quindici anni, quindi il mio non è propriamente il blog di Benedetta Parodi, però dai feedback che ho tirato insieme le ricette sono state apprezzate e questo mi fa piacere.

Oggi tuttavia non posterò una ricetta GIUSTA, ma il frutto di un esperimento volto a definire il miglior modo di cuocere un cotechino, che ha dato certamente qualche risposta, ma che non ha ancora definitivamente chiuso la questione.
Se sei tra quelli che pensano che il cotechino si debba fare unicamente bollito, forse continuare a leggere qui sotto può aprirti un mondo.
Ah, precisazione stupida, ma forse necessaria: qui si parla di cotechini crudi, non di quelle porcate precotte da scaldare che trovate nei cesti da 0,99 euro.
Non fatemi bestemmiare.

VERSIONE 1: El Clásico
Bollire il cotechino non è l’unica via, ma è certamente la più comune e tradizionale, anche perchè parte di uno dei pilastri della nostra cucina: il bollito misto. Ciò nonostante è incredibile quante persone non siano in grado di farlo.
Per cucinare il cotechino bollito bisogna avere una gran pazienza.
Si prende il cotechino, lo si buca con uno stuzzicadenti in più punti, lo si immerge in acqua fredda non salata e poi lo si mette sul fuoco. Quando l’acqua sobbolle, si abbassa la fiamma al minimo e lo si lascia andare per circa due ore e mezza.
A quel punto, si spegne il fuoco e lo si fa raffreddare nella sua stessa acqua di cottura fino ad una temperatura che ne permetta il servizio.
NOTA 1: Il tempo di cottura dipende dalle dimensioni del cotechino, qui io faccio riferimento a cotechini standard diciamo lunghi sui 25 cm e dal diametro intorno agli 8 cm. Se fate una bogia mantovana probabilmente vi servirà molto più tempo.
NOTA 2: Alcuni macellai consigliano di avvolgere il cotechino nella stagnola e legarlo, prima di bucarlo e metterlo in acqua fredda. Io non lo faccio.

VERSIONE 2: New Era
Questa versione, come le prossime, prevede un cambio drastico nel metodo di cottura, passando dall’acqua bollente alla brace. Il motivo principale per portare il cotechino nel bbq è la possibilità di affumicare.
Per intraprendere questa nuova via è necessario avere un minimo di basi nella cucina al bbq di tipo americano, ovvero essere in grado di:
– Cuocere in modalità indiretta, quindi con l’alimento non a diretto contatto col calore derivante dalla brace.
– Stabilizzare un dispositivo bbq, ovvero impostarlo perchè rimanga ad una temperatura costante che stia tra i 100° C e i 120° C per tutto il tempo necessario
– Affumicare, ovvero avere a disposizione un bbq chiuso in cui si possa aggiungere legna bagnata sul fuoco e generare fumo che resti a contatto con gli alimenti conferendo il tipico aroma affumicato. Per i cotechini ho usato del legno di ciliegio, che oltre ad essere molto indicato per il maiale conferisce un bel colore rosso vivo alla carne.

La seconda versione del mio cotechino è stata quindi cotta nel weber in due fasi. La fase iniziale di affumicatura è durata 30′ con il cotechino “nudo” in cottura indiretta. Al termine di questi 30′ ho avvolto il cotechino nella carta stagnola e proseguito per altre due ore. L’obbiettivo della stagnola era fermare il processo di affumicatura, lasciando quindi un gusto più mild, ed evitare che il cotechino seccasse vista l’assenza di liquidi di cottura. Per questo motivo non ho effettuato buchi nel cotechino.

VERSIONE 3: Beer Bong
Sempre utilizzando il bbq ho voluto provare una strategia che viene comunemente utilizzata per la cottura di salsicce e salamelle, ma applicandola al cotechino. 
Partito in parallelo alla versione 2, una volta trascorsi i 30′ di affumicatura questo cotechino è stato trasferito in una casseruola di terracotta in cui avevo pre-riscaldato della birra (ho usato la Moretti Rossa). La casseruola, chiusa adeguatamente col coperchio, è stata poi re-inserita nel bbq per continuare la cottura nelle successive due ore.

VERSIONE 4: Hardcore
Qui siamo alla versione più estrema delle quattro, quella in cui il cotechino è rimasto per 2 ore e 30′ nudo in cottura indiretta e senza alcuna protezione/schermo dal fumo presente nel dispositivo. Il processo di affumicatura è quindi coinciso con tutta la durata della cottura.

CONCLUSIONI:
Come detto, i 4 cotechini sono stati cotti simultaneamente per lo stesso tempo e grossomodo alle stesse temperature. Dopo un piccolo riposo di fine cottura che li ha portati ad una temperatura interna di circa 75°, li ho serviti a cinque commensali in modo da raccogliere pareri ed opinioni.
Quello che ha riscosso un maggior successo è stato il New Era. Aver fermato l’affumicatura ha dato al cotechino una spinta in più in termini di gusto, ma senza allontanarlo completamente dalle sue origini. La stagnola ha anche permesso di mantenere l’ambiente di cottura più umido, quindi il cotechino più morbido e simile alla versione classica bollita. Per chi non è abituato ai sapori del bbq è probabilmente il passaggio più facile, ma in qualche modo è anche la versione che riesce a soddisfare i puristi del cotechino bollito, che continuano a trovarci quelli che considerano i trademark del piatto.
La versione Hardcore, comunque apprezzata, porta il cotechino a tutto un altro livello che non ha oggettivamente nulla in comune con la versione classica. Cambio totale di colore, consistenza e gusto. Per me in questa versione la nota affumicata è fin troppo accentuata, anche se non arriva ad essere fastidiosa, perchè trasforma il cotechino in un cugino delle salsicce tirolesi e io non sono particolarmente fan delle salsicce tirolesi.
Delusione totale per la versione Beer Bong. La cottura in umido mantiene certamente il cotechino più morbido e non elimina i toni affumicati presi nello step iniziale, tuttavia il retrogusto amarognolo conferito dalla birra non è di fato un plus, anzi “rovina” il gusto del cotechino. Forse la scelta della birra è stata completamente sbagliata, serviva qualcosa di più morbido e rotondo di una Moretti Rossa, ma a conti fatti è l’unica versione che difficilmente riproporrei.
Su El Clásico invece nulla da dire: messo nel piatto unicamente come benchmark per gli altri tre, resta una pietra di paragone scomoda da superare. Il gusto è probabilmente meno complesso e particolare, ma rimane un piatto per me irrinunciabile.

Sanremo 2020: le canzoni in gara

Non sto seguendo Sanremo.
Non perchè abbia di meglio da fare o perchè ritenga importante boicottare il festival, semplicemente preso come spettacolo di intrattenimento non mi interessa per nulla e, anzi, soffrirei terribilmente se provassi a guardarlo.
Discorso diverso sono le canzoni in gara, che per qualche motivo ogni anno solleticano la mia curiosità pur sapendo a priori siano tutte ultra lontane dal poter finire anche per sbaglio nello spettro dei miei ascolti.
Questa mattina quindi ho approfittato della playlist che Spotify ha creato ad hoc e mi sono sentito tutti i pezzi, commentandoli di getto e al primo ascolto su twitter.
Qualcuno mi ha detto che poteva essere più intelligente, avendo un blog, racchiudere tutti i tweet in un unico post(o) ed in effetti ha senso, quindi li riporto di seguito esattamente come mi sono usciti.
Una sorta di mini guida a questa edizione del Festival della Canzone Italiana.

  1. Musica (E il resto scompare) di Elettra Lamborghini.
    Boh dai, poi rompevate il cazzo per Despacito.
  2. Me ne frego di Achille Lauro
    Funziona, per me pure più di Rolls Royce. Il personaggio mi resta comunque indigeribile.
  3. Eden di Rancore/Dardust
    Questi han puntato sull’impegno politico perchè gli mancava la canzone. Dubito paghi.
  4. Andromeda di Elodie
    Nel 2020 credo ci stia e lei è brava. A me il pezzo fa cagare.
  5. Tikibombom di Levante
    Fino ad ora il pezzo migliore e lei non è che mi faccia impazzire.
  6. Rosso di Rabbia di Anastasio
    Premio “ritornello dimmerda”. Non è l’unico problema eh.
  7. Fai Rumore di Diodato
    La prima Canzone di Sanremo™ che sento in questa playlist. Per molti è un bene, chi sono io per?
  8. Ringo Starr di Pinguini Tattici Nucleari
    Not my cup of tea, ma il testo è carino e tutto sommato se la sentissi in radio probabilmente non spegnerei
  9. NO GRAZIE di JUNIOR CALLY
    Ma perchè il caps lock? Perchè? Cmq un pezzo rap anonimo e cerchiobottista di cui aveva bisogno solo chi la musica non dovrebbe ascoltarla.
  10. Viceversa di Francesco Gabbani
    Dovrei chiedere a mio figlio, che è il target. La paura è che il ritornello potrebbe anche piacergli, ma con quella strofa la probabilità che ci arrivi è bassina. Brutta non direi, però.
  11. Come mia madre di Giordana Angi
    Sorvoliamo sul “questa chi è?” perchè non è l’unica che non conosco in playlist e l’ignoranza è al portatore come i libretti postali. La voce mi piace ed è la seconda Canzone di Sanremo™ , la SNAI manco quota che me la dimentichi subito.
  12. Baciami Adesso di Enrico Nigiotti
    Sono entrato nel blocco Canzone di Sanremo™? Possibile, cmq non credo ci fosse bisogno di un altro Biagio Antonacci.
  13. Dov’è di Le Vibrazioni
    Sono nel blocco, senti che sensazione di comfort. Però oh, questa tra le Canzoni di Sanremo™ al momento è la meglio per ampio distacco.
  14. Il confronto di Marco Masini
    Perchè Marco? Perchè?
    (Canzoni di Sanremo™ in rimontissima si portano a 6/14)
  15. Carioca di Raphael Gualazzi
    Se skippo è tipo barare, vero?
    Ad un certo punto, prima che diventi triste come un party di capodanno su Canale 5, c’è una linea di piano che per me ha fottuto da qualche parte.
  16. Sincero di Bugo/Morgan
    Non so, mi pare indiscutibile giochi un altro sport rispetto al resto pur trasudando sforzo di non risultare fuori contesto.
    Leggevo che sono ultimi, difficile stupirsi.
  17. Finalmente io di Irene Grandi
    Finalmente?
  18. Voglio parlarti adesso di Paolo Jannacci
    Se vedete due robe che rotolano in terra me le rispedite?
    Non che mi servano eh, è più una questione affettiva.
    (Canzoni di Sanremo™ report: 7/18)
  19. Il Sole ad Est di Alberto Urso
    Mi dite se almeno è cieco? Se no non si spiega.
    (Non rompetemi il cazzo, ho tanti amici ciechi. Canzone di Sanremo™, così anche nel 2020 la quota tenore è salva)
  20. Lo sappiamo entrambi di RIKI
    A questo punto la domanda è lecita: perchè 32 artisti di cui metà inutili? Per finire alle due di notte lo spettacolo? Boh.
    Nona Canzone di Sanremo™ su venti pezzi totali. Inizio ad essere preoccupato, le proiezioni a 2/3 dello spoglio le danno sotto.
  21. Gigante di Piero Pelù
    AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH
  22. Nell’estasi o nel fango di Michele Zarrillo
    Ho perso le parole o forse sono loro che perdono me (cit.)
  23. Niente (Resilienza 74) di Rita Pavone
    Solo cuori.
    E NON VOGLIO SENTIRE REPLICHE.
  24. Ho amato tutto di Tosca
    Ultime speranze per una rimonta impossibile della Canzone di Sanremo™ affidate a sta lagna. Butta male. 
  25. Per sentirmi vivo di Fasma/GG
    Qui è dove mi piglio gli insulti, ma io la salvo nonostante TUTTO. E vi dico di più, la conto come Canzone di Sanremo™.
  26. Tsunami di Eugenio in via di Gioia
    “Siamo figli di Steve Jobs e del T9”
    Salta traccia.
  27. Va bene così di Leo Gassmann
    Non so, Leo. Non sono convinto vada davvero bene così. Direi l’opposto, anzi. (Canzone di Sanremo™ +1)
  28. 8 Marzo di Tecla
    Tecla è un bel nome, non mi spingerei oltre. Poi oh, in confronto al monologo della Leotta questo pezzo è un trattato femminista.
  29. Due Noi di Fadi
    Stiamo chiudendo il recinto coi buoi ormai scappati. Canzone di Sanremo™ matematicamente sconfitta da questa edizione del Festival. A nulla serve questo colpo di reni di Fadi, che quindi potevamo pure evitarci.
  30. Il gigante d’acciaio di Gabriella Martinelli/Lula
    Dignitosissima fino al ritornello, poi va beh, è pur sempre una roba da cantare sul palco dell’Ariston.
  31. Billy blu di MARCO SENTIERI
    Ma perchè il caps lock? Ad ogni modo, le canzoni di denuncia fino a qui erano effettivamente poche, c’era da aspettarsela. Vorrei strapparmi le orecchie.
  32. Nel bene e nel male di Matteo Faustini
    La Canzone di Sanremo™ chiude a 14/32, una debacle pazzesca, ma in fondo “è solo un bene che ci faccia così male”.

Bojack Horseman

E così è finito anche Bojack Horseman.
Ricordo quando l’ho iniziato, credo fosse già alla sua seconda o terza stagione e in giro ne parlavano più o meno tutti. Pensavo di trovarmi davanti una roba semi demenziale, volgarotta, di quelle che di solito a me non divertono, invece rimasi spiazzato. Non era quello che mi aspettavo, ma non era nemmeno qualcosa in cui è facile entrare, quantomeno non all’inizio.
Ho insistito e più andavo avanti più mi rendevo conto di non aver mai visto nulla che avesse la stessa potenza nel delineare i drammi umani contemporanei, con l’ulteriore aggiunta di una libertà narrativa che solo una serie animata può avere.
Ci sono episodi di Bojack Horseman che per me stanno di diritto tra i migliori episodi mai scritti in televisione: Fish Out of Water, That’s Too Much, Man!, Free Churro fino a quel capolavoro pazzesco che è The View from Halfway Down. Tutte puntate che per potenza narrativa mangiano in testa a roba ben più blasonata. Probabilmente ne dimentico anche qualcuno.
Serviva davvero umanizzare un cavallo per raccontarci le persone ed i loro rapporti, come partire da dei disegni di fantasia era davvero il miglior modo per mettere in scena relazioni interpersonali così dannatamente reali e vere.
Bojack Horseman è una serie perfetta con un finale perfetto.
E mi mancherà tantissimo.

Where’s your anger? Where’s your fucking rage?

“Io capisco se in scaletta ci mettono dopo i Pennywise, ma i BoySetsFire?
Chi cazzo sono i BoySetsFire?”

Non so se esistesse davvero una scena punk-rock in Italia tra fine anni ’90 e primi anni ’00, quello che so è che in quegli anni io ed alcuni amici seguivamo alcune band in giro per la Lombardia come fosse un lavoro. Se suonavano da qualche parte ci si andava, che tanto non c’era comunque di meglio da fare.
Una di queste band erano i Persiana Jones.
Erano i primi anni della comunicazione digitale, internet che passava da posto dove cercare le cose a posto dove incontrare le persone. ICQ, MSN, le message board, i forum. Non ricordo bene tramite quale canale successe, ma ad un certo punto a furia di stare dietro ai Persiana Jones avevamo conosciuto Sara, che era una figura all’interno del loro team (non ho idea del ruolo, ricordo che sul telefono avevo il suo numero sotto “Sara Persiana Jones”) e con cui ci si sentiva prima di andare ai concerti, così da passare un po’ di tempo coi ragazzi prima e dopo lo show. Non che fosse necessario avere agganci per fare una roba del genere, l’evento tipo di cui stiamo parlando era una qualsiasi Festa Campagnola di Biassono e i PJ non erano propriamente gli Oasis, però avere una sorta di aggancio per noi era una roba carina.
Ho questo ricordo: fa abbastanza caldo e siamo in un qualche campo brianzolo in cui la giunta comunale ha allestito il classico tendone bianco con i tavoli e la fila per prendere le salamelle, due o tre cessi chimici ed un palco evidentemente sovradimensionato per le band che ci suoneranno sopra. Stiamo bevendoci una birra e a qualcuno di noi viene in mente di dire che andremo anche a Bologna a vederli in un festival grosso, che potrebbe essere il Deconstruction o l’Independent. E’ lì che Silvio un po’ si incazza e tira fuori la frase con cui ho aperto il pezzo. Dice che loro hanno suonato di spalla a tante band e che hanno rispetto per tutti, ma che in Italia muovono parecchie persone e non è giusto che li facciano suonare prima di gruppi americani che non si incula nessuno.
A quel festival ci vado abbastanza prevenuto.
Come si permettono ‘sti BoySetsFire di fare i prepotenti e togliere spazio ai Persiana Jones? Per protesta, me li guardo dalla montagnetta che sta in fondo all’Area Parco Nord. Poi succede che arriva il loro turno, effettivamente piuttosto alto in scaletta, salgono sul palco e attaccano a suonare prendendo a sberle grossomodo tutta la folla presente che, in larga parte, non aveva idea di chi fossero.
A fine set io sono seriamente impressionato, Carlo scende al merch e gli compra tutti i dischi (l’ultimo, in quel momento, era Tomorrow come Today). Qualche tempo dopo me li faccio prestare e li ascolto. Altro tempo dopo li compro pure io. Ancora dopo, diciamo ieri, stavo su twitter a rimpiangere il fatto che di dischi come quelli non ne escano più e che, magari sbaglio, di band come i BoySetsFire non ne esistono più.

Il discorso qui sopra è importante per quel che voglio dire.
Io credo che in questi anni la voglia di dire delle cose, di prendere delle posizioni nette, manchi più delle chitarre distorte nel panorama musicale che ci circonda.
Non tutta la musica deve portare un messaggio, non tutti i messaggi che la musica porta devono essere condivisibili, ma ad oggi mi piacerebbe veder suonare gente che crede nei propri valori quanto ci hanno sempre creduto i BoySetsFire e magari sono io, magari il mio giudizio è viziato dai sentimenti, ma quel fuoco vivo dentro gli occhi prima che dentro ai testi io non l’ho mai visto uguale in nessun altra band.

L’ultima volta che ho visto suonare i BoySetsFire è stato al Transilvania Live nel 2006 (a naso quindi li ho visti solo due volte).
Ricordo che hanno suonato per cinquanta persone mal contate, in un locale che sembrava se possibile ancora più vuoto di quanto fosse. Saliti sul palco ci buttarono lo stesso livello di energia, impegno e attitudine di tre anni prima, per poi saltare giù dal palco e venire direttamente al bancone per passare un po’ di tempo con tutti i ragazzi che ne avessero voglia. 
Dopo quel concerto li ho seguiti ancora per un po’, dal brutto incidente capitato a Josh fino a quando decisero di prendersi una pausa. Lì una pausa me la sono presa anche io e per quanto fossi felice di sapere della reunion nel 2010, non sono più tornato ad interessarmi di quel che facessero o di dove suonassero. E’ possibile io abbia recensito il disco post reunion, While a Nation sleeps, non lo ricordo nemmeno brutto, ma è più onesto dire che non lo ricordo proprio.

Come dicevo poco più su, da ieri sono tornato abbastanza in fissa con i loro tre dischi cardine, After the Eulogy, Tomorrow come Today e The Misery Index
Son tre ottimi dischi, sebbene io mi dimentichi quasi sempre di citarli tra i miei preferiti. Probabilmente è perchè quando penso ai BoySetsFire penso al mio gruppo preferito non per tanto per la musica che ha scritto, ma per le persone che mi hanno sempre dato l’idea di essere.
Anche se, diciamocelo chiaro, hanno scritto una manciata grossa di canzoni incredibili.

NBA All-Star Game 2020

Anche quest’anno inauguriamo i post sul blog con le votazioni per l’All-Star Game NBA. Giochino divertente per una manifestazione irritante e senza senso, come ogni anno, e bla bla bla.
Solite cose dai, non sto a ripeterle anche quest’anno.
Vi sparo i quintetti, come sempre mix di simpatia e valore oggettivo. Poi, sotto, la spiega.

EAST:
GRAHAM: Partiamo subito con la quota Charlotte. E’ questione di tifo, ma se non stiamo facendo l’indegna figura che avevo pronosticato ad inizio stagione (ben lontana dal 13-21 che attualmente ci piazza al nono posto ad est) è soprattutto merito del signorino qui, che a tratti mi ha fatto pensare a Kemba come qualcosa di effettivamente non necessario. Tipo Rozier.
BROGDON: Su questo signore ci ho scommesso per Dunkest e devo dire di averci azzeccato. E’ buono, sta facendo bene ed è finito in un contesto secondo me interessante. Indiana squadra preferita ad Est e col rientro di Oladipo spero possa dare fastidio a qualcuno di ben più accreditato.
HAYWARD: Impossibile non votarlo. Una calamita per le calamità (cit.) che però ha fatto vedere di essere tornato il giocatore che pensavo non sarebbe più stato. Boston vola e spero per lui la stagione abbia già bussato abbastanza con la sfiga. Daje Gordon.
ANTETOKOUNMPO: Va beh dai, come fai a non votarlo.
ADEBAYO: Miami sorpresissima ad est, almeno per me, e gran parte del merito è suo. Sta facendo cose pazzesche, ma soprattutto mi permette di dare credito alla squadra senza dover votare l’odiosissimo Butler.

WEST:
DONCIC: Che meraviglia (autocit.). No dai, seriamente, la cosa più bella dell’NBA attuale.
HARDEN: Magari non vincerà mai niente (più che probabile), ma non me la sento proprio di lasciar fuori uno che ne mette 38 di media. TRENTOTTO. Cioè, non scherziamo.
JAMES: Per quel che mi riguarda sta facendo una stagione pazzesca, nonostante i 35 anni. In posizione di guardia, se sta bene fisicamente, è semplicemente illegale.
LEONARD: Volevo segarlo perchè la mossa fatta in estate, secondo me, è una porcheria epica, di quelle che fanno male alla lega. Però la realtà è che al momento penso sia il più grande vincente in NBA.
HOLMES: Giocatore simpatia di questa stagione. Ritrovatosi con minuti per pura circostanza, si è guadagnato un posto da titolare con tanta energia, sacrificio e intensità difensiva. Gli voglio davvero tantissimo bene.

Il 2019 di Manq

Fine anno, classico momento per tirare due somme. Oltretutto a questo giro finisce anche un decennio, quindi le somme da tirare sono anche più di due.
Dal 2010 ad oggi di cose, a voler guardare bene, ne ho combinate. Sono rientrato in Italia, ho preso un dottorato di ricerca, mi sono sposato, mi son trovato un lavoro a tempo indeterminato che tutto sommato mi piace, ho comprato casa, ho perso quasi quindici chili e ho messo al mondo due figli meravigliosi (ok, questo potrei non averlo fatto fisicamente io, ma ci siamo capiti). Un decennio decisamente positivo, nulla da dire. Un decennio in cui sono stato prevalentemente bene.
Eppure questo 2019 è stato l’anno in cui mi sono imbruttito.
Me ne rendo conto.
La spiegazione che mi sono dato è che… aspetta. Quel che segue è probabilmente un post di quelli che scrivevo nel decennio precedente, pieni di autoanalisi da quattro soldi e presa male gratis, quindi evitatelo. Davvero. Non è scritto per te.
La spiegazione, dicevo, che mi sono dato è che i due figli stupendi di cui sopra assorbano grandissima parte della mia pazienza. Il poco che rimane lo investo nel tentativo di non uccidere nessuno al lavoro e nei compromessi necessari alla vita di coppia. La cosa bella è che ho una moglie fantastica che 1) non usufruisce che di una porzione infinitesima della mia pazienza e 2) capisce quando non ne ho più e mi vuole bene anche se ogni tanto sbrocco.
Tutto ciò che sta fuori da questi tre ambiti, purtroppo, si becca un Manq a tolleranza zero e non è una bella cosa. Non lo è per chi mi sta intorno, ma non lo è nemmeno per me che di stare in mezzo alle persone inizio ad avere sempre meno voglia. Anche perchè vivo un quotidiano in cui tutte le interazioni si sono esasperate, estremizzate, e in ogni situazione c’è sempre qualcuno pronto a dirti quanto sei un coglione o ad insegnarti come si sta al mondo. 
Una volta abbozzavo. Serenamente. Magari mi spingevo nella discussione (senza il magari, son pur sempre quello che adora le discussioni), ma capivo piuttosto bene quando fermarmi e quando smussare. E lo facevo, di nuovo, serenamente. Oggi no.
Oggi mi trovo spessissimo a pensare “Ma perchè cazzo dovrei desistere dal mandare ‘sto tizio affanculo?” e l’unica risposta che ne esce è “per educazione” oppure, peggio, “per non incrinare il rapporto”. E sarò certamente io in un momento davvero passivo aggressivo della mia vita, ma ho l’impressione che a parti inverse nessuno si sia mai fatto questi scrupoli con me, quindi la vivo un po’ come essere in credito di 38 anni di diplomazia che nessuno sembra intenzionato a darmi indietro.
In più, come dicevo all’inizio, questo decennio è stato quello dei trent’anni che non è probabilmente il più divertente della vita, ma penso sia quello della realizzazione personale. Per me lo è stato.
E’ difficile guardare ai prossimi dieci anni con lo stesso senso di sfida o con la stessa fame di risultati. Anzi, è ovvio che prima o poi la vita inizi a chiedere conto anche delle rotture di coglioni che ci sono per tutti e che io, unicamente per fortuna, fino ad oggi sono riuscito a schivare. 
L’ho detto, mi sto imbruttendo.

Quest’anno ho ascoltato un po’ di dischi, qualcuno anche molto bello.
Li ho riassunti in una playlist di 12 canzoni, scegliendo per ogni mese quella più rappresentativa della fissa che avevo in quel momento.
Non è malissimo, la metto qui sotto.
Buon anno.

La situa: #ScrubsRewatch

Quando Prime Video ha annunciato che avrebbe messo a catalogo tutte le stagioni di Scrubs ho pensato fosse l’occasione di fare il rewatch che mi promettevo di fare da tanto tempo.
Ho sempre considerato Scrubs la mia serie preferita, ma dopo tanti anni volevo verificare di non averla idealizzata eccessivamente. E invece, devo ammetterlo, lo avevo fatto.
È evidente sia un prodotto pensato ben prima del concetto di binge watching: ci sono una montagna di incongruenze e soffre di lungaggini e parti inutili che oggi forse una serie non potrebbe più permettersi. Ad essere del tutto onesti, anche la qualità non rimane certamente altissima per tutti e 182 gli episodi, anzi, ma il cuore della faccenda, racchiuso grossomodo nella prima e nell’ultima stagione, è ancora tutto lì a farsi ammirare. E mi ha riconquistato in pieno.
Non è stata solo operazione nostalgia però, in questa terza visione ho apprezzato cose che nelle precedenti non avevo notato. Carla, ad esempio, è uno dei personaggi femminili meglio scritti che mi vengano in mente, soprattutto per una serie che usa spesso linguaggio e stereotipi che oggi farebbero incazzare molti (anche giustamente).

Nota a margine: pur essendo Scrubs di fatto finito con l’ottava stagione, per la prima volta ho voluto guardare i 13 episodi di Scrubs Med School, quella specie di seguito/spin-off che è venuto dopo, con cast semi rivoluzionato. Pur essendo chiaro dal minuto 1 non sapesse dove andare a parare, devo riconoscere che il livello non è poi così distante dalla media delle altre stagioni, quindi il suo essere stato cancellato a metà della prima stagione è quasi più incomprensibile dell’idea di averlo voluto realizzare. Forse molti, come me, si sono semplicemente rifiutati di guardarlo, ma dopo un finale PERFETTO come quello della 8×19 era una scelta più che legittima, che mi sento di rivendicare in pieno.
Ora però bando alle ciance, è tempo de “La Situa”, ovvero di tutti i tweet che ho pubblicato durante questi due mesi in cui ho riguardato tutti gli episodi, marcando ciascun con l’hashtag #ScrubsRewatch.

30 Ottobre:
– S1e01 sto per premere play e sono onestamente emozionato.
– S1e01 miglior pilota di sempre e s1e02 attacca con quell’iconico montaggio musicale. Che serie meravigliosa.
– S1e03. Credo Scrubs abbia inventato il termine friendzone.
Poi vabbeh, potremmo discutere di quanto fosse avanti nello sviluppo dei personaggi femminili e di come i primi tre episodi siano la perfezione, ma viene tutto dopo gli ERASURE.
– Non riesco a non commentare ogni episodio al momento. S1e04, il tema della morte gestito con una maestria pazzesca. Piangerissimo.
– Sono stato in aereo e sono arrivato a s1e10. Forse tutto si normalizza un po’ dopo i primi episodi, ma le dinamiche tra i pg sono sublimi. Alla s1e06 compare Jordan e mi sono innamorato di nuovo.
1 Novembre:
– Scrubs è come quelle band nu-emocore in fissa con Gesù. Non sei magari d’accordo col messaggio, ma nella poetica gli riconosci spesso una marcia in più. S1e12 e s1e14 smaccatamente democristiani, eppure solo cuori. Ah, Alex figa atomica.
3 Novembre:
– S1e22. Ben. :(
5 Novembre:
– S2e01, si ricomincia dalle basi, ovvero dall’utilizzo della musica come chiave su cui tenere in piedi un episodio, cosa che forse era mancata un po’ nella seconda metà della prima stagione.
9 Novembre:
– S2e06. Episodio tutto sommato anonimo, ma poi arriva il discorso del dr. Cox a Turk ed è una di quelle cose per cui Scrubs è Scrubs.
13 Novembre:
– S2e12 è il primo episodio in cui le scenette surreali non avvengono nella testa di JD, ma nella realtà. Ero convinto succedesse ad inizio terza stagione, ma é un po’ il salto dello squalo per la serie. Poi non diventa brutta, ma certamente diversa.
18 Novembre:
– S2e17. Sto andando piuttosto a rilento, che cazzo di problema ho?
19 Novembre:
– S2e22 e finisce la seconda stagione. Ho riso più che con la prima, ma ho sofferto anche un filo più di stanca. TCW amore vero.
24 Novembre:
– S3e05 torna Dan. Personaggio meraviglioso, Dan.
– S3s06 e SBAM. Arriva Tara Raid. Ti amo ancora, Tara Raid.
25 Novembre:
– S3e12. Michael J. Fox pazzesco.
– S3e14 e non credo di farcela. Manco un po’, in effetti.
Lo ricordo come una delle cose più belle e toccanti abbia mai visto.
1 Dicembre:
– S4e01 e la scena della vasca sono il salto dello squalo.
– S4e04 e non riesco a seguire nessun episodio perché c’è Heather Graham con tutte quelle magliette scollate.
2 Dicembre:
– S4e15 la morosa di colore di JD non è la stessa ragazza della caffetteria della domanda Vaniglia o Cioccolato? Non ho voglia di controllare.
– S5e03 la fantasia del ladro di mele messicano si conferma una delle vette della serie.
3 Dicembre:
– La stagione 5, molto sopra la quattro fino ad ora (s5e09) è sia quella dei Toto che quella di More than a Feeling. La musica torna protagonista, non succedeva da un po’.
– E’ almeno la terza volta che vedo s5e16 nella mia vita, ma è la prima volta che la vedo da papà e, incidentalmente, la prima in cui mi vengono i lucciconi.
– S6e04 e la parodia di Dr. House con tanto di musichetta fake. Che stile.
4 Dicembre:
– S6e06 è quello musical.
Madonna.
Che.
Merda.
9 Dicembre:
– S6e11 è la puntata con il best of. Credevo fosse impossibile fare peggio di quella musical.
11 Dicembre:
– Credo la sesta sia la peggior stagione di Scrubs, e credo sia per quello che si son giocati la morte di Laverne (s6e15). Però funziona.
18 Dicembre:
– La stagione 6 mi sta mettendo a dura prova. Credo che una delle cose belle di Scrubs sia il suo non essere adatta al binge watching.
Cmq s6e20 ed ecco spuntare un giovane Reverendo Newlin. Quasi quasi riguardo True Blood.
22 Dicembre:
– s7e09 e il pensionamento di Bob Kelso. Che personaggio meraviglioso Bob Kelso.
23 Dicembre:
– Non capisco perché la stagione 6 e la 7 abbiano episodi in ordine palesemente sbagliato.
Andiamo alla 8, che ricordo come una delle migliori.
– S8e02 è ancora uno dei miei preferiti. Riprende una delle tematiche che il miglior Scrubs affronta in modo impareggiabile e lo fa come ci aveva abituati a fare.
Nota a margine: l’ottava stagione ha una fotografia tutta nuova. Sembra un’altra serie.
24 Dicembre:
– S8e06. Hanno palesemente rimosso pezzi di quanto successo nella stagione precedente. Boh.
27 Dicembre:
– S8e14. Oggi come allora una voglia di finire alle Bahamas che neanche quando guardavo Black Sails. E io ho amato Black Sails.
28 Dicembre:
– Con la 8×19 si conclude il mio rewatch, ma è stato come la prima volta. IL. MIGLIOR. FINALE. DI. SEMPRE.
Magari sto giro provo a guardare lo spin-off, ma dopo un finale così non ha molto senso. È stata una bella corsa, più difficile di quanto ricordassi.
– Mi sono visto anche Scrubs Med School alla fine, per la prima volta. È una sorta di Community che punta a coverizzare idee e personaggi delle stagioni precedenti spacciandoli per nuovi. Tipo Episodio VII.
E ho visto pure Interns, la webserie: Inutile.

5CONTRO5: The Offspring

Terzo capitolo per la rubrica che non avrei mai immaginato potesse arrivare al secondo. Vedi tu, a volte, la vita.
In questo episodio la scintilla che ha fatto scattare le playlist è una discussione su FB scaturita sotto un post di Spazio Rock che mentre scrivevo pensavo fosse una celebrazione per i vent’anni di Americana, ma che invece controllando è semplicemente fine a se stesso, visto e considerato che, nel 2019, Americana di anni ne ha compiuti 21 (data d’uscita 17/11/1998). Se proprio serve un anniversario per legittimare questa cosa Smash ha compiuto 25 anni l’8 aprile scorso, così tagliamo la testa al toro.
Per i meno attenti quindi, questo 5CONTRO5 parla di Offspring, con o senza il The a seconda dei gusti.
Come funziona questa rubrica? Facile: metti insieme cinque persone che hanno tutte una certa fissa per un gruppo e fai fare ad ognuna di loro una playlist “ascoltabile”, ovvero tra i 10 e i 14 pezzi. Alla fine le confronti e tiri le somme di quanto ognuno se la viva in modo diverso. In pratica la scoperta dell’acqua calda, ma con un giochino divertente. Una delle cinque persone potrei essere io.
Negli episodi precedenti Brand New e Get Up Kids.

Spazio statistiche: per la prima volta da quando scrivo questa rubrica c’è una canzone che fa 5/5: Self Esteem. Grazie al cazzo, starai pensando, però è comunque significativo se pensiamo che Come out and play fa solo 3/5 (!) e The Kids Aren’t Alright 1/5 (!!!). Che nessuno ci abbia messo Pretty Fly (for a white guy) invece me lo aspettavo, quello è un singolo per persone che non saprebbero fare una lista di 14 pezzi degli Offspring, perchè ne ascoltano al massimo tre. Tra i dischi Smash risulta il più rilevante (28/70), anche per il bias introdotto da uno dei giocatori, e credo in senso assoluto sia giusto così. Mi sorprende un po’ Ignition prenda più preferenze di Ixnay on the hombre (13/70 vs. 11/70), così come il fatto che Americana (10/70) sia così presente in playlist di persone che snobbano i due pezzi di cui sopra: ho sempre pensato che fosse il disco dei singoli. In coda troviamo Conspiracy of One (4/70), l’inascoltabile esordio The Offspring (3/70) e Splinder (1/70), che rispetto a questi forse non merita uno scarto così marcato.
Tutto il resto non è stato giustamente preso in considerazione.

Ora le playlist, come sempre grazie a tutti i partecipanti. <3

Felson
C’è un gruppo che per me è associabile al liceo più degli Offspring? Non credo proprio! “Ignition” (1992) e soprattutto “Smash” (1994) sono stati una colonna sonora potente e costantemente presente in quegli anni. Se penso al gruppo di Dexter Holland e Noodles mi vedo davanti alcuni flash ben definiti: le gite e il walkman, i video dei loro singoloni su Mtv (non ancora Mtv Italia), la felpa di Giulio presa su Carnaby, Self esteem cantata a squarciagola in macchina, la delusione di tutti quando è uscito “Ixnay on the hombre” (1996), il concerto al primo Independent del 1999 sotto la pioggia (in realtà non me lo ricordo quasi per niente, ricordo solo la pioggia e le ore passate in stazione a Bologna, di notte, bagnato fradicio, ad aspettare un treno per tornare a casa).
Poi ok, negli anni (e album) seguenti qualche buon singolo l’hanno imbroccato ma intanto il liceo era già finito e gli Offspring avevano anche lasciato la Epitaph per passare alla Columbia Records e sinceramente io volevo virare verso altri lidi musicali e loro erano sempre più ripetitivi e piatti ma con meno idee (figuratevi adesso).
Pero dai, “Smash” rimane un disco della madonna, insuperabile nella loro discografia, con tutti grandi pezzi e nemmeno un riempitivo e, non so voi, ma io lo so ancora tutto a memoria. Per cui, per concludere degnamente, penso seriamente che dobbiate riascoltarvelo tutto proprio adesso!

Max
“Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo (1) , e così il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno (2). Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono (3). Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane (4) da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa (5). Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi (6), fai sesso (7) e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità (8), finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo (9), ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene (10). Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno (11), in un posto riscaldato con room service e tanto affetto (12), senza che nessuno ti rompa i coglioni (13). E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo (14).”
Woody Allen & The Offpsring.

Mauro
Senza dubbio il mio peggior concerto del 2019 è stato quello degli Offspring al Bayfest.
Stanchi, debosciati, onesti (ma poco motivati) operai del punk rock anni ’90 (o di ciò che ne rimane).
Tuttavia, da quel giorno sono tornati prepotentemente in heavy rotation. Anche se riflettendoci, non sono mai completamente usciti dai miei ascolti ricorrenti. Mi è stato proprio chiaro che ci sono aspetti, anche nella Musica, che vanno oltre al tempo, alle preferenze, alle fasi e alle mode. E con orgoglio, ho capito che gli Offspring restano tra i punti fermi del mio percorso musicale. Forse perché hanno rappresentato quel passaggio simbolico dalla musica come sottofondo alla Musica come parte imprescindibile della vita. Fin da quando le playlists erano delle cassettine da 90 minuti e non delle infinite liste su Spotify, c’è sempre stato un buon motivo per inserire nella scaletta (almeno) un pezzo di questi ragazzotti californiani. Nella discografia degli Offspring, ci sono pezzi per ogni occasione: i momenti di festa, il cazzeggio con gli amici, il viaggio in pullman verso il liceo. E quando arrivano i momenti di rabbia e disillusione, ecco arrivare Dexter a consolarci con le sue urla.
Siamo umani e le nostre emozioni permangono dentro di noi sempre e comunque; anche se il tempo passa e gli Offspring non sono più quelli di un tempo, è bene ricordarsi che neanche noi lo siamo. I loro pezzi, però, restano intatti, pronti ad accogliere tutti, dai fan datati a chi li scoprirà grazie ad un algoritmo o al consiglio di uno zio più grande. Non sono un nostalgico, non si stava meglio prima, non si starà meglio dopo, ma si starà sempre bene ad urlare “you stupid god damn shit motherfucker”.

Marco
Sono in vacanza coi miei genitori, abbiamo parcheggiato la Xsara in uno spiazzo sterrato, imboccato un sentiero di macchia mediterranea che scende verso la costa, che a un tratto si apre su delle dune del giallo più giallo che riesca a ricordare. La spiaggia in sé è piccola, quando passo di fianco a un tizio che avrà una decina d’anni più di me (io ne ho 13 all’epoca), sta sbattendo l’asciugamano come si fa con le lenzuola, a terra c’è una radiolina da cui riconosco It’ll be a Long Time, ed è come tornare a casa. I miei genitori non ci sono più, il mare non mi interessa più, non sono più in vacanza, sono d’improvviso immerso nella vita in cui sto cercando di cacciarmi con ogni mezzo, perché è un fatto associativo, è riconoscere un odore del branco, un richiamo dello stormo.
Per me gli Offspring sono stati questo, la mia prima e più grande opportunità di fare qualcosa della mia vita. Se ho pensato che forse avrei potuto suonare uno strumento è perché un mio amico mi ha fatto ascoltare The Kids Aren’t Alright a bordo di un treno, e ancora oggi, 21 anni dopo, non ricordo un impatto altrettanto devastante al primo ascolto.
La mia intera estetica dell’estate è modellata sui suoni lontani, anni 90, bagnati, taglienti e arabeggianti delle chitarre di Noodles. Ho passato quasi vent’anni a farmi insegnare da tizio e caio che cosa sia davvero il punk: gli anni settanta, l’hardcore, il diy, i centri sociali, questo e quest’altro, l’anarchia o il nichilismo, la storia da studiare, il rifiuto delle major, del mainstream, joe strummer, let’s go sì ma life won’t wait no, e alla fine di tutte queste nozioni mi sono guardato allo specchio, e mi sono reso conto che non me ne fregava un cazzo di niente, per me il punk è la voce di Dexter Holland che urla “well fuck you, woah woah”, e lo sarà sempre. Mi dispiace, sono nato nel 1987. Il resto posso rispettarlo, posso studiarlo, può piacermi, ma non mi appartiene.
La scaletta che farei se avessi una tribute band degli Offspring.

Manq
Prima di mettere mano a questa playlist mi sono riascoltato tutta la discografia degli Offspring fino a Splinter. Gli ultimi due dischi riascoltati oggi danno molto meno fastidio di quanto me ne diedero ai tempi, per le tre leggi di Surimi:
1) se mangi tutti i giorni aragosta, quando ti danno i gamberoni storci il naso. Quando ti danno il surimi ti incazzi e non lo mangi.
2) se hai una dieta varia e ti piacciono i crostacei, il surimi non è la tua prima scelta, ma lo mangi volentieri.
3) il surimi è fatto di scarti e lo sanno tutti, se lo compri pensando sia granchio il problema è tuo.
Credo gli Offspring siano il gruppo meno originale che conosco, negli anni hanno riciclato una quantità di idee e riff imbarazzante, eppure sta mattina pensandoci riflettevo che ad altri gruppi che fanno la stessa cosa si concede il lusso di parlare di “autocitazioni”. Lo faccio anche io, come gli Offspring si meritino questo marchio d’infamia nonostante non sappia dire in base a cosa. Riascoltando tutto mi sono imbattuto in cose che avevo dimenticato, tipo quando hanno pensato di essere i Pearl Jam (Denial, Revisited) o di poter riproporre pari pari Dirty Magic dieci anni dopo senza che nessuno mangiasse la foglia (Vultures). La roba che più mi ha devastato è riascoltare Not the one e faticare ad arrivare in fondo per quanto è suonato a cazzo quel dannatissimo charleston. Il primo batterista degli Offspring è qualcosa di incomprensibile. Ad ogni modo, scegliere solo 14 tracce per una playlist è impossibile, ma soprattutto ingiusto. Avendo fatto io le regole non ha senso che me ne lamenti. Per una volta quindi affanculo il completismo, la razionalità, la volontà di raccontare il gruppo a tutto tondo. Ho fatto delle scelte e le ho fatte nell’unica maniera possibile: col cuore.
Se pensate manchino pezzi imprescindibili è per la legge di Keglevich: prima dei vent’anni la vodka alla frutta è pazzesca, ma finisce che ne bevi troppa, vomiti e poi non la bevi più.
Mai più.

Parasite

A un certo punto, abbastanza avanti nel film, il protagonista si chiede: “Cosa ci faccio qui?” e finalmente si compie quel processo di immedesimazione che il regista ha tentato di inserirmi nel cranio a forza per i precedenti settecentoventimila minuti (percepiti) di film.
Sono dentro il cinema, ma non mi ci sento a mio agio e, anzi, provo fastidio ed irrefrenabile voglia di essere altrove.
Possibilmente non in Corea.

Parasite, film di Bong Joon-Ho recentemente premiato a Cannes, mi ha fatto discretamente cagare.
Probabilmente sono io eh, non è colpa del film, però le operazioni di cinema cervellotico e autocompiaciuto le tollero a fatica già quando pescano dal mondo che conosco e mastico, figuriamoci poi quando ci si mette anche la distanza culturale.
Guardo questa roba e non capisco quanto caricaturale sia la rappresentazione dei personaggi, per dirne una, quindi a conti fatti non capisco il film, che è grossomodo tutto racchiuso in quello.
Certo, non è tutto da buttare.
Ci sono sequenze che mi sono piaciute tantissimo, ad esempio tutta la parte dell’esondazione, ma è perché si tratta di una parentesi di pura estetica che non c’entra più o meno niente con la storia e, anzi, te la toglie proprio dai coglioni per diversi minuti permettendoti di apprezzare quanto sia effettivamente bravo il nostro Bong nel costruire le immagini che vuole mostrarti.
Quando la parentesi si chiude però, e i personaggi riprendono a parlare, il film torna a volerti raccontare qualcosa a tutti i costi e a te torna addosso il nervoso. Irritante come il Refn di Only God Forgives, ma senza l’aggravante della preterintenzionalitá di non voler raccontare una storia. Qui la voglia c’è, ma forse sarebbe stato meglio lasciarla a casa.

Altro momento esemplare.
Ad una certa c’è questa scena in cui DAZN (giuro), figlio piccolo di una coppia ricchissima, dorme in giardino ed i suoi genitori stanno sul divano a guardare fuori dalla finestra per controllarlo.
Da cosa nasce cosa e i due iniziano a fare roba. Tutto abbastanza normale, solo che quel che ne esce è la scena più anti-erotica mai passata su grande schermo e non si capisce se lo sia perché non mi arriva la sensualità Coreana, perché è stata scritta e filmata coi piedi o perché l’idea sia mostrare come il sesso tra ricchi é oltremodo disgustoso. Quale che sia il motivo però, non cambia il fatto non sia una cosa bella da vedere.
Ecco, più o meno vale lo stesso per il resto della pellicola, finale compreso, il cui mega pippotto a mio avviso è unicamente pensato per infierire ulteriormente su gente come me che, senza la pressione sociale dell’essere al cinema con alcuni colleghi, si sarebbe volentieri data dopo i primi 20′ e senza particolari rimpianti.
E pensare che il mio collega voleva vedere Zombieland. Forse non ci avremmo trovato gente morta male a colpi di spiedo da BBQ, ma certamente ci saremmo divertiti di più.