I vent’anni di Heavy Petting Zoo

“Heavy Petting Zoo” è il secondo disco punk-rock che ho comprato in vita mia. L’ho ordinato a Pick Up, il negozio che allora mi vendeva i CD, e c’erano volute delle settimane prima che mi arrivasse. Giovanni, il padrone, non aveva idea di che roba fosse e ricordo che, quando me lo consegnò, guardando la copertina fece un mezzo sorriso.
Mia madre non reagì allo stesso modo.
Da un figlio adolescente ti aspetti prima o poi delle preoccupazioni e quindi se un giorno ti torna a casa brandendo un disco con in copertina un tizio che molesta una pecora, credo sia legittima un po’ di perplessità. Sono i primi anni del liceo, hai appena smesso di essere uno studente modello per abbracciare il culto della sufficienza risicata e ora te ne esci con questa cosa del punk-rock. Da lì a drogarsi è un attimo. Sbaglierò, ma ad una certa i miei erano convinti mi drogassi.
Ho iniziato ad ascoltare un certo tipo di musica perchè suonava veloce e carico. Accendevo il walkman e mi andava in circolo l’adrenalina. Non era il messaggio, non c’era volontà di ribellione. Nichilismo, rabbia, emarginazione? Zero. I testi di quelle canzoni avrebbero potuto dire qualsiasi cosa, non lo capivo e non mi importava. Il processo era del tutto irrazionale, emotivo, e convogliava l’energia propria dell’adolescenza. Per dirla con una famosa citazione sentivo “una forza dentro di me che neanche io so spiegare come“.
E mi prendeva bene.
La musica aveva soprattutto lo scopo di farmi stare bene. Non è sempre stato così, ma lo è spesso e lo era sicuramente in quegli anni lì. Quando ti infili dentro la musica, quando ascoltare un disco non è il sottofondo a quel che fai, ma quel che fai e basta, è come quando bevi. Ti tira fuori quel che sei davvero e fa venire a galla le emozioni che quotidianamente filtri sotto tonnellate di sovrastrutture comportamentali. Credo sia la ragione principale per cui, su di me, il metal o il grunge non hanno grossomodo mai funzionato: io puntavo stare bene.
La prima volta che ho ascoltato HPZ, ovviamente da una cassetta duplicatami non saprei nemmeno bene ricordare da chi, per me fu una sorta di illuminazione. Bastarono 3’58” per definire con chiarezza che quello era ciò che avrei voluto ascoltare a ripetizione per i prossimi giorni, che diventarono poi mesi ed anni. Hobophobic parte drittissima e ti centra come una sberla. Schiacci PLAY e nei primi, boh, 10 secondi ti arrivano in faccia i Nofx, tutti insieme. Il basso, la batteria velocissima, la voce di Mike, le chitarre e quei cori armonici (?) così diversi dagli uo-oh da singalong puro che avevo conosciuto con gli Offspring. Un manifesto completo ed esaustivo in 10 secondi ad aprire un pezzo che prosegue senza sosta, senza pause, con quei colpi di tom pesantissimi e quelle rullate messe apposta per impedirti di riprendere fiato. Non hai letteralmente il tempo per capire cosa stia succedendo perchè quando pensi di aver preso le misure, di iniziare a orientarti, dopo 48 secondi convulsi, è tutto finito. Di botto. Come qualcuno avesse premuto un interruttore. Te ne resti lì come dopo uno di quei flash che quando ti capitano nella vita non sei sicuro di averli visti o sentiti davvero.
Ed è a quel punto che arriva lo xilofono.
Un jingle stupidissimo di xilofono è l’ultima cosa che mi sarei mai potuto aspettare dopo una partenza così ed è su quel primo “Bleah” che credo di essere definitivamente capitolato. Bandiera bianca e resa incondizionata. Fate di me ciò che volete, avete vinto voi. Vi amo. Ho passato mesi a consumare quel disco e ogni volta che lo ascoltavo lo trovavo semplicemente perfetto in ogni aspetto.
Oggi invece sono diversi anni che non lo ascolto, anche rispetto ad altri dischi dei Nofx. Quando ho deciso di buttar giù questo post ho provato ad andare a memoria e mi sono sorpreso di quanto fosse annebbiato il ricordo che ne ho in testa. Mentre scrivo non ho la minima idea di che pezzo sia “What’s The Matter With Kids Today?”. Non me la ricordo proprio e la cosa mi infastidisce a diversi livelli. Quindi mi prendo una pausa e mi riascolto il disco.

Madonna, che bomba di disco.
Alla fine non mi ricordavo davvero un mucchio di cose, ma quella che forse mi ha colpito di più è la voce di Mike. Non saprei dire, ma ho sempre avuto l’impressione che la sua voce su questo disco fosse diversa, in qualche modo, da quella presente in tutti gli altri. La prima volta che ho ascoltato “Punk in Drublic”, dopo mesi di monoteismo devoto a HPZ, l’ho fatto da una cassetta che sul lato B aveva i Rancid (Credo “Let’s go” [uno dei dischi invecchiati peggio tra quelli che ho in casa. L’ho messo in macchina un paio di anni fa e ci son rimasto malissimo. Radio sempre clamorosa però.].). Ricordo che al primo ascolto del nastro avevo il dubbio su quale dei due dischi fosse quello dei Nofx perchè in nessuno dei due riconoscevo la voce. Oggi mi sembra inconcepibile poterli confondere, ma fu così.
Io credo ancora che HPZ sia uno dei migliori dischi che i Nofx abbiano mai pubblicato. Probabilmente per una band che incide da più di vent’anni sempre lo stesso album sul gradimento personale pesa molto l’ordine cronologico con cui li si approccia, ma è pur vero che il disco con gli abusi sessuali alle pecore è diffusamente ritenuto un loro mezzo passo falso. A torto, ovviamente.
Nel booklet di “So long… and thanks for all the shoes” c’è una sorta di sezione FAQ in cui i nostri sostengono di aver registrato HPZ con l’idea di farlo piacere ad MTV. La cosa fa ovviamente sorridere, ma potrebbe non essere così lontana dalla verità. Ho sempre pensato che il “non avercela fatta” a finire nel turbine del punk-rock da televisione degli anni ’90 sia stato meno voluto di quanto i Nofx abbiano sempre cercato di sbandierare, almeno fino a questo disco qui. I soldi poi sono arrivati comunque e l’immagine di band integra che non si piega ai giganti della discografia ha contribuito molto nel farli arrivare, ma non scommetterei fosse quello il piano di partenza.
Resta il fatto che questo disco, additato da molti se non come il loro tentativo di vendersi, certamente come un disco troppo lento per piacere, contenga in realtà alcuni pezzi che non potrei mai togliere dalla (lunga) lista i miei preferiti in assoluto: “The Black and White” con la sua ritmica incredibile, “Bleeding Heart Disease”, “Hot Dog In A Hallway” (che è un titolo oltre il geniale) e la conclusiva “Drop the world”, con quella tromba che quando entra, ogni volta, mi mette addosso una pelle d’oca spessa un centimetro. Nel 1996 le mie preferite erano “Love story” e “Release the hostages” (che resta sempre un gran pezzo).

Questo disco oggi compie vent’anni.
I Nofx nel 2016 sono sempre gli stessi, solo più vecchi. Ho visto recentemente alcuni inediti della prima stagione di “Backstage passport” e, per quanto possa essere triste, vederli fare certe cose oggi mi mette addosso il malessere. Le ultime volte che li ho visti suonare (ormai anni fa) mi han dato l’idea di non reggere più il tiro della loro stessa musica, oltre che il peso delle sostanze che assumono prima di suonarla. Qualche mese mi è capitata sott’occhio un’intervista di Mike per i 25 anni della Fat Wreck e ascoltandolo non puoi fare a meno di pensare sia ancora un tipo tutto sommato stimabile, ma che forse i neuroni abbiano iniziato ad abbandonare la nave. E poi c’è la storia del calcione al fan sul palco, che probabilmente non ho mai digerito del tutto.
Eppure ancora oggi i Nofx sono quella band di cui nessuno parla né scrive su internet per sbrodolare dei bei tempi andati (presenti esclusi), ma che quando passa a suonare raccoglie un consenso ed una partecipazione trasversali. Come al liceo sapevano mettere insieme chiunque, dallo skater wannabe al fissato coi sex pistols, oggi richiamano sotto il palco un pubblico assolutamente eterogeneo. Ragazzini e quarantenni, gente che ha smesso di ascoltare questa roba da lustri e gente che ha iniziato ieri, oltre a chi, ovviamente, ci crede oggi come ci credeva nel 1996. Se pensate all’inossidabile ed invariabile scaletta che da vent’anni viene suonata nelle cosiddette “Discoteche Rock”, i Nofx sono l’unica band presente che non passasse anche per radio o in TV e qualcosa questo vorrà pur dire.

Io non ascolto più i Nofx da tantissimo tempo, ma ogni volta che mi capitano in mano i dischi vecchi mi sento davvero un fesso ad averli mollati a prendere polvere su una mensola. 
In ogni caso, quando mi arriva un messaggio o una notifica di qualche tipo sul telefono, parte un jingle stupidissimo suonato con lo xilofono.

Sarri, Mancini e le contraddizioni del calcio italiano

Non credo ci siano altri Paesi in cui il calcio sa tirare fuori contrasti ai limiti dell’assurdo come accade in Italia.
Prendiamo la questione Sarri-Mancini. In pratica l’allenatore del Napoli, evidentemente fuori dai gangheri, decide di insultare il suo collega e avversario e ha la malaugurata idea di dargli del “finocchio” o forse del “frocio”, non ho ben capito. Credo cambi poco.
Ovviamente è subito il pandemonio.
Giusto, viene da pensare, perché certi atteggiamenti andrebbero stigmatizzati con fermezza, specie nello sport dove dovrebbero regnare concetti come il rispetto dell’avversario e l’etica sportiva. Da lì lo scandalo, i cori di sdegno e le richieste unanimi di sanzioni.
Eppure qualcosa non mi torna.
Inizio a leggere in giro la parola “omofobia” e ho questa impressione per cui non sia del tutto chiaro quanto successo. Sarri ha voluto insultare Mancini e l’ha fatto con il primo appellativo offensivo che gli è filtrato dal cervello alla bocca. Non credo, anzi, sono sicuro non avesse in testa i gusti sessuali dell’allenatore nerazzurro.
Se dai del bastardo a un tale è perché pensi non sia veramente figlio di suo padre?
Ecco come la penso io: ogni lingua e ogni cultura comprenono gli insulti, che sono niente più che la manifestazione di mancanza di educazione. Personalmente trovo abbastanza ridicolo mettermi a fare dei distinguo su quali siano accettabili e quali no: nessuno dovrebbe esserlo.
Certamente ci sono insulti che esprimono più di altri carenze culturali nella popolazione che li utilizza. Un popolo che usa “frocio” come insulto è chiaramente un popolo di base omofobo, tuttavia molti di coloro che dicono “frocio” non lo fanno con lo scopo di denigrare le abitudini sessuali del bersaglio. Molti lo fanno perché è una parola comunemente usata allo scopo di attaccare/offendere l’interlocutore. Abitudine. Poi certo, se incontrando due ragazzi che si tengono per mano in strada grido loro “froci” è decisamente diverso, ma non è questo il caso. E poi, volendo davvero essere ipersensibili, non è forse altrettanto omofobo chi apostrofato come “Frocio” si risente?
Sarri è stato maleducato e soprattutto è venuto meno all’etica che dovrebbe stare alla base dello sport e per questo andrebbe sanzionato, ma sarebbe stata la stessa cosa se avesse dato a Mancini dello stronzo, eppure nessuno ne avrebbe fatto un caso.
C’è una sorta di moralità posticcia e forzata nel nostro calcio che, a mio avviso, è solamente dannosa e non aiuta ad educare.
Un altro buon esempio è il razzismo negli stadi, una gigantesca nuvola di fumo negli occhi.
Mi spiego.
In america hanno una cosa che si chiama “Trash talk” il cui principio è fondamentalmente insultare l’avversario, ferirlo più possibile a parole, in modo da deconcentrarlo e trarne vantaggio sul campo. Se lo chiedete a me è quanto di più antisportivo esista, ma è tollerato dalle regole. Il “tifo contro” è fenomeno del tutto accomunabile e non si può certo chiedere ad un tifoso la sportività che non si pretende dagli stessi atleti. Quindi se dando del negro o dello zingaro ad un calciatore, o facendo BUH ogni volta che tocca palla, riesco nell’opera di deconcentrarlo io sto centrando il mio obbiettivo di tifoso e non è per nulla scontato io sia razzista. Sopratutto, non vedo perché questa cosa vada criminalizzata quando è lecito cantare ingiurie alla madre morta di Materazzi o al fratello disperso (poi morto) di Kaladze.
Ma i contrasti assurdi non si trovano solo dentro il calcio. Il brutto è quando confrontiamo il calcio alla società e scopriamo che la seconda è molto peggio, sebbene nessuno purtroppo se ne lamenti. Non si tratta di benaltrismo eh, ma di priorità.
Un paese in cui Salvini fa politica non può risultare credibile quando prova a stigmatizzare il razzismo negli stadi. Non è un concetto di ipocrisia, che comunque è evidente, ma proprio di modus operandi.
Siamo un Paese razzista? Si.
Cambiare questa realtà si può, ma sono convinto che sia più facile il problema svanisca dagli stadi una volta ripulita la politica che forma l’opinione pubblica piuttosto che vice versa. Infatti il mondo del calcio è il primo a credere sia solo questione di immagine. Tavecchio va bene a tutti finché non esterna il suo pensiero (davvero razzista e omofobo in quel caso, roba che manco Trump…). Se importasse qualcosa a qualcuno il tizio non dovrebbe stare dove sta. Non dovrebbe nemmeno esserci arrivato, ad onor del vero, e invece le sue uscite diventano “gaffe” e le si insabbia appena possibile.
Stesso discorso per l’omofobia.
Non è pensabile che in un Paese in cui la forza teoricamente progressista e di sinistra è ancora ampiamente insicura in tema di diritti civili, il calcio debba provare in modo palesemente artificioso ad apparire irreprensibile in merito. È chiaro che l’operazione puzzi di finto. Specie quando la base del contendere è pretestuosa, come nel caso Sarri-Mancini.
In Italia ogni singolo campetto in cui giocano bambini e ragazzi è una cellula che accresce il cancro della diseducazione sportiva, alimentata da genitori ed allenatori incapaci di dare un esempio corretto.
Volendo risanare e dare un modello di comportamento, forse, varrebbe la pena partire da lì.

MTV Generation

Disclaimer: il titolo di questo post va pronunciato come foste Fred Durst.

Ieri su twitter è partito un fenomeno di revisionismo storico a tema MTV, il canale musicale che ha fatto da sfondo ai pomeriggi di moltissimi ex-ragazzi che oggi navigano nell’intorno dei 35 anni. Alla base di questa ondata di ricordi c’è la notizia vera o presunta dell’imminente ribrendizzazione (che bella parola, soprattutto scritta così, scevra di qualsiasi riferimento anglofono) di quello che oggi è il canale in chiaro di MTV, ovvero MTV8.
Premesse d’obbligo:
– Non ho idea se la notizia sia, appunto, vera o presunta.
– Non ho idea se MTV8 sia davvero un canale esistente oggi sul digitale terrestre, nè se questo sia davvero il discendente di MTV.
– In generale se ci fosse un decimo del fact checking sbandierato per sta vicenda in una qualsiasi delle situazioni della vita che richiederebbero davvero un fact checking, si starebbe tutti meglio.

Il punto è che al grido di #AddioMTV molti di noi si sono sentiti in diritto ti ripescare a piene mani dalla memoria per tirare fuori aneddoti e ricordi appartenuti ad un tempo in cui si stava tutti meglio. E quando ce la lasciamo scappare un’occasione per scivolare nella dolce malinconia dei giorni che furono? Io personalmente mai. Credo di aver iniziato con questa attitudine che ero ancora minorenne. Una vita proiettata costantemente indietro, che ha come faro il nume tutelare del “quando eravamo giovani”: Max Pezzali.
Così via libera a citazioni, immagini e ripescaggi improbabili. Certo, ogni cinque twit in argomento toccava leggere l’immancabile intervento di quello che “Eh, MTV è morta da dieci anni e ve ne accorgete solo ora” che ci sta nella misura in cui il mondo è evidentemente sovrappopolato, ma tutto sommato seguendo l’hashtag di cui sopra saltavano fuori robine di un certo spessore.

E quindi eccomi qui, col pensiero che forse due parole su MTV sarebbe anche carino scriverle.
Io MTV l’ho guardata tanto, davvero tanto, dai primi anni novanta fino ad un punto imprecisato in mezzo agli anni zero. Scrivo sforzandomi di non usare google per ricordare come andò, ma se la memoria non mi inganna è possibile la guardassi prima che nascesse ufficialmente come MTV Italia, cosa a quanto pare successa nel 1997 (sì, ok, ho usato google alla prima frase dopo aver detto che non l’avrei fatto. That’s me.).
Negli anni novanta tenere sotto controllo i canali musicali era di vitale importanza, perchè delineavano la linea netta ed incontrovertibile che separa il bene dal male. Tutto ciò che passava su MTV era commerciale e la roba commerciale andava disprezzata. Un manifesto chiaro, preciso ed inappuntabile.
Ai tempi della dicotomia MTV / TMC2 era al più lecito seguire la seconda, almeno per quanto riguarda la mia etica personale, ma ancora una volta unicamente sulla spinta dell’antagonismo radicale verso i VJs, TRL e compagnia. Che poi, se MTV Italia è nata nel 1997 e TMC2 è morta tipo nel 2000 (sto giro non googolo, ricordo di aver seguito l’ultimo giorno di trasmissioni su TMC2 con un forte dispiacere e di averne parlato alla mia morosa di allora che, giustamente, pensava fossi scemo a dare tutto sto peso alla cosa.), la battle of the brands (mi escono così) è stata molto più breve di quel che ricordassi.
Dicevamo, MTV come parametro di riferimento per dare una faccia al nemico. D’altra parte, lo dicevano pure i NOFX nel booklet di Heavy Petting Zoo: “No Thanks to: MTV” e siccome il nemico dei miei idoli era il mio nemico, discussione chiusa.
Col tempo però mi sono ammorbidito un tot nei confronti del canale musicale per antonomasia e ho iniziato a trovarci del buono. Tipo:

Ecco, lei era buona.
Mi ricordo ancora quando una sera partì un programma in diretta da Roma e condotto da Mao, non saprei dire il titolo, e Valeria, da sempre bionda, si presentò in studio mora, spiegandomi nel dettaglio il concetto di amore.
E’ un peccato che tra noi le cose non abbiano funzionato e lei si sia ostinata ad ignorare la mia esistenza negli anni in cui ero single (non proprio 2 su 34 eh, carina, avresti avuto margine cazzo…). C’est la vie.
Tornando ai lati positivi di MTV, il primo ed inarrivabile è l’avermi permesso di vedere Scrubs. Non so se vi ricordate la campagna mediatica con cui MTV aveva spinto il lancio della serie. Ne parlavano sempre, a tutte le ore ed in ogni contesto. Clip a sorpresa ogni 15′. Un martello. Quell’anno facevo già l’università e uscivo tutte le sere. Andavo con gli amici nel parcheggio di fronte a casa eh, non proprio nella movida milanese, ma ero fuori sempre. Tranne il giovedì, perchè c’era Scrubs. Le prime due stagioni di Scrubs sono la cosa migliore mai uscita da un televisore. Poi è diventato “solo” una roba oltremodo divertente, ma le prime due stagioni CAPOLAVORO, col caps lock.
Se lo chiedete a me MTV ha sempre dato soddisfazione soprattutto quando non trasmetteva musica.

Non solo però. Ad un certo punto, ad anni zero ormai inoltrati, la sera mi guardavo Brand: New e Sgrang! (si chiamava così il programma wannabe musica pesa? EDIT: No. Accentosvedese mi ricorda che il programma “peso” di MTV era Superrock. Sgrang! Stava su TMC2.). Ore di sciroppamento di musica alternativa comunque fastidiosa per beccare una tantum un video capace di svoltarti l’esistenza. Tipo. Ma anche. Va riconosciuto che quantomeno quello di Coppola fosse un bel programma. L’unico che ricordi, a conti fatti.

La fascia pomeridiana è sempre stata il peggio, anche una volta conclusa la mia parentesi di antagonismo a priori. Total Request Live. I danni che ha prodotto TRL sono incalcolabili. Erano gli anni del boom dei Blink 182 e Giorgia Surina, che sta alla musica quanto io sto a lei, li accostava a qualunque cosa avesse delle chitarre e/o velleità simpa. “Una cosa alla Blink” passava da elogio a dura critica ogni santo giorno in cui ella volesse spingersi al commento tecnico/tattico su uno dei pezzi passati nel programma. I riferimenti musicali di Giorgia Surina credo si componessero unicamente di U2 e dei tre singoli di Enema of the State. Fine. In coppia con Maccarini e poi con Cattelan riuscì nel non difficile compito di criminalizzare la parola EMO, regalandoci fenomeni come i LOST. Se la morte delle tv musicali implica non dover più assistere a cose tipo questa, è davvero avvenuta troppo tardi. Maccarini l’ho incontrato al Milano Whisky Festival un paio di mesi fa. Chi si sconvolge leggendo che i nati nel ’98 quest’anno diventano maggiorenni (cit.) dovrebbe incontrare per caso Maccarini nel 2016 e dare un senso reale al proprio sconvolgimento.

Una volta sono stato ad un programma di MTV, Supersonic o forse solo Sonic, conduceva Silvestrin. Enri lo usava palesemente per tirar dentro a suonare gruppi che piacevano a lui. La sera in cui ho presenziato io c’erano in cartello gli Undeclinable e Max Gazzè. Ricordo che avevo scritto in redazione chiedendo di poter partecipare per vedere i primi e mi invitarono. Forse perché l’unico (non è vero dai, c’era un altro tipo li per loro e mi aveva tirato un pippone sul dramma della cancellazione della prima data italiana dei New Found Glory.). Andai con Ciccio, che per l’occasione si era preso un paio di adidas che a detta sua avevano solo lui e un qualche personaggio di spicco dell’alternative mondiale. Silvestrin aveva la maglietta dei The Get Up Kids. Io ero probabilmente vestito come al solito. Fu bello, tutto sommato, ed è un peccato non ci siano tracce di quella puntata su youtube. La cosa mi suggerisce che forse non fu mai trasmessa. Ci starebbe.

In qualunque modo la si metta, MTV è stata un pezzo importante della formazione della mia generazione. Non so se fosse il caso di ingigantire una notizia o inventarsi un ipotetica ribrendizzazione (volevo riscriverlo, scusate) per parlarne. Certo è che una paginetta a tema su questo blog ci sta e, senza questa circostanza, probabilmente non sarebbe mai uscita. E forse per una volta sarebbe un peccato perché pur non avendo riletto ho l’idea mi sia uscita benino.

Il conte di Montecristo

[…]
La notte sfavillava di stelle. Erano in cima alla salita di Villejuif, sulla spianata da dove si vede Parigi che, come tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano tutti fosforescenti, più numerosi e mobili di quelli dell’oceano, che non conoscono bonaccia, che si urtano sempre, e sempre s’infrangono, e sempre s’inghiottono fra loro.
Il conte scese e fece qualche passo, solo, e, dopo un cenno della mano, la carrozza si scostò di qualche metro. Allora considerò lungamente, e con le braccia incrociate, quella fornace in cui vengono a fondersi, a torcersi tante di quelle idee che dopo essere fermentate nel magma incandescente, sprizzano per andare ad agitare il mondo. Quindi allorché ebbe ben fissato il suo sguardo possente sopra quella nuova Babilonia:
“Gran città!” mormorò, chinando la testa e congiungendo le mani come pregando.
“Non sono ancora sei mesi che ho oltrepassato le tue porte. Lo spirito della Provvidenza che credevo mi vi avesse condotto, ora me ne allontana trionfante. Il segreto della mia presenza fra le tue mura l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto leggere nel mio cuore, solo sa che mi ritiro senza odio, né orgoglio, ma non senza dispiaceri, solo sa che non ho fatto uso né per me, né per vane cause, del potere di cui mi ha fornito. Oh gran città! Nel tuo seno palpitante ritrovai ciò che cercavo, minatore paziente, ho rimescolato le tue viscere per farne sortire il male, ora la mia opera è compiuta, quella che ho creduto mia missione è terminata, ora tu non puoi più offrirmi né gioie, né dolori: addio, Parigi! addio!”
E volse lo sguardo ancora sulla vasta pianura, come quello di un genio notturno, quindi, passando la mano sulla fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e disparve ben presto dall’altra parte della salita in un nugolo di polvere.
[…]

Semplicemente uno dei libri più belli che abbia mai letto.

I film del 2015

Anche a film, questo 2015 mi vede un po’ impreparato. Non che ne abbia visti drasticamente meno del solito, ma un po’ meno certamente sí. Tra le lacune c’è anche roba importante tipo il nuovo Star Wars che, mentre scrivo, non sono ancora riuscito ad andare a vedere. Star Wars alla fine sono riuscito a vederlo solo il 29 dicembre, per chiudere il pezzo con un’opinione su uno dei film più attesi e chiacchierati di quest’anno. Il mio giudizio è stato il seguente:

Le mancanze restano, però, e su tutte probabilmente quella che mi pesa di più è The Martian.
L’impressione generale tuttavia è che anche qualitativamente non siano usciti poi tutti questi capolavori in questo 2015: alcuni buoni film, molte cazzate, capitoli sottotono di fortunati franchise (F&F7 e MI:RN, per chi se lo chiedesse) e una manciata di acclamatissimi film di merda. Da tutto questo, ecco la mia top 3:

Sul gradino piu basso del podio ci ho messo Sicario, la cosa più bella che ho visto in sala. Nel senso proprio di bel vedere. Un film con una fotografia suprema, una regia a tratti clamorosa e attori capaci e in palla. Un film con Emily Blunt, da due anni mia attrice preferita a mani bassissime. Un film, però, con una sceneggiatura davvero davvero pigra, cosa che lo relega, ahimè, al terzo posto.
Seconda piazza per quello che a detta di molti (o comunque di gente più attendibile del sottoscritto) é il capolavorone di questo 2015: Mad Max Fury Road. Film di una potenza incredibile, ma che a conti fatti manca di un plot anche solo vago (sì, niente trama > brutta trama). È un gigantesco inseguimento a mille all’ora e senza tregua, che però pare abbastanza fine a sé stesso. Che poi ‘The Raid’ non è che avesse uno script molto più articolato, per dire, ma lì percepivo l’urgenza di seguire le vicende del protagonista, mentre con Mad Max alla fine anche un po’ fotte sega. Quindi bello, ma non abbastanza per trionfare.
Il miglior film che ho visto quest’anno è senza dubbio Ex Machina.
Visivamente figo, plot solido e per i miei standard non banale, egregia gestione della tensione, ottima regia e grande prova di almeno metà del cast. Il personaggio del genio poi, secondo me, è proprio ben scritto. Il plot twist, se si può definire tale, è abbastanza telefonato, ma non pesa sulla riuscita del film. Decisamente una bombetta.

Resta fuori dalla top 3 Ant-Man, il filmetto Marvel che ho deciso di vedere solo per completismo e che invece mi ha proprio divertito. Divertirsi al cinema è ancora importante direi, quindi menzione ad honorem. Per lo stesso principio avrei potuto citare anche Kingsmen, che però mi ha divertito meno.

Parlando dei film brutti i tre peggiori che ho visto sono, in ordine crescente di fastidio:
Birdman
Whiplash
The imitation game
Il primo, tolti dieci minuti in cui l’idea del maxi piano sequenza sembra funzionare, si rivela una gigantesca rottura di palle. Ha vinto l’oscar.
Col secondo ho un problema personale, ovvero che mi stanno sul cazzo i film che spingono una certa etica “fascista”. Whiplash è il Full Metal Jacket del jazz, con la differenza che Palla di Lardo alla fine invece che fucilare, giustamente, il nazista che l’ha fatto impazzire, gli riconosce il merito di un improbabile successo. Poi oh, grande prova di recitazione. Però sticazzi.
Peggio di entrambi c’è solo The Imitation Game che, oltre ad essere brutto oltre ogni ragionevole decenza, tratta con una superficialità quasi offensiva quelli che sarebbero dovuti essere temi centrali, sostituendoli con Keira Knightley. Così, a buffo. Non si fa.

Questo è tutto, consegnato ai posteri l’ultimo giorno disponibile. Scrivendo il pezzo mi sono ricordato di aver visto anche l’ultimo di Mann, Blackhat. L’avevo dimenticato. #EnoughSaid

I dischi del 2015

Lo dico subito, una mia classifica dischi per questo 2015 non avrebbe senso di esistere. Nessun senso. Tre aneddoti a corroborare questo assunto:

  1. la canzone che ho ascoltato di più in quest’anno è con ogni probabilità “L’ape che ronza e fa ZZ“.
  2. Gli ultimi dischi che ho comprato, in ordine cronologico, sono i primi 3 dei Coldplay, What’s the story… degli Oasis, il best of ’96-’06 di Elisa, il s/t dei Blur e Tragic Kingdom, in una sorta di maxi recupero in cui mia moglie gioca un ruolo importante. Credo siano i primi dischi della mia vita comprati senza che mi piacessero per intero (in alcuni casi senza che mi piacessero e basta.)
  3. Uno dei dischi più belli che ho sentito quest’anno è la rimasterizzazione di alcuni demo dei Brand New che erano finiti online nel 2006, ma che io non mi ero mai preso la briga di ascoltare prima di questa release. Già che ne sto parlando: dentro sta raccolta ci sono almeno 4 pezzi che in un mondo giusto avrebbero fatto di Daisy un bel disco. Volendo il tutto si ascolta qui, è uscito su cassetta e mette addosso una voglia terribile di un nuovo disco dei Brand New, che con ogni probabilità non uscirà mai. Evviva.

È chiaro, quindi, che non ho troppissimo da dire in merito alle uscite di questo 2015, eppure due o tre dischi che mi sono piaciuti li ho ascoltati anche io e quindi vi parlo di quelli. Con ogni probabilità non finiranno in molte altre classifiche di fine anno, ma stando a quel che leggo in giro “le classifiche tutte uguali” hanno stufato e di conseguenza forse parlare di dischi che nessuno considera meritevoli può avere un suo perchè. Iniziamo, in rigoroso ordine casuale.

Turnover – Peripheral Vision

E’ un dischetto facile facile che però io ho ascoltato proprio tanto. Suona un po’ anni ottanta, non ha grandissime pretese, ma mette tutto quel che serve al posto giusto, tra melodie, atmosfere e suoni. Uno di quei dischi che li ascolti la prima volta e dici: “Carino, ma me lo dimentico di sicuro tra due giorni” e invece dopo diversi mesi è ancora lì dove deve. In testa.

Desaparecidos – Payola

Ti ricordi quei tempi in cui eri giovane, integralista e anarcoide? Ecco, son finiti. Però quando ascolti questo disco ti viene dentro quella cosa lì per cui “if one must die to save the 99, I think it’s justified…” è una cosa che può avere un suo senso cantare. E’ un disco che fomenta, insomma, ma se riesce a farlo è soprattutto perchè è fatto di gran bei pezzi. Il tipo che ha messo insieme il progetto è quello di Bright Eyes e questo fa si che si trovino in giro recensioni senza senso tipo questa in cui “Il maggior difetto di “Payola” è che suona esattamente come deve suonare…”. Io, che non sapevo come dovesse suonare e, soprattutto, che non trovo il difetto nella frase di cui sopra, continuo a pensare sia davvero un bel disco.

Envy – Atheist’s Cornea

Lo so, ne ho già parlato, quindi non sto a ripetermi. Anzi sì, cito: “In una scena che generalmente tende al post gli Envy, che credo siano stati tra i primi a percorrere quella strada, tirano il freno a mano e invertono il senso di marcia. La cosa del freno a mano si sente proprio, succede a 00:21 della prima traccia del disco. Io, in totale sincerità, apprezzo e ringrazio…”. Volevo riprendere la cosa del freno a mano perchè mi piace. Il disco per me è una delle loro cose migliori.

Altre cose che ho ascoltato quest’anno sono stati il disco dei Cabrera e dei Winter Dust, che sono entrambe band di ragazzi che ho avuto modo di conoscere e che quindi mi piace nel mio piccolissimo sponsorizzare.
Quest’anno sono anche usciti un tot di dischi di band che ho ascoltato tanto in gioventù: Millencolin, Strung Out, Good Riddance. La notizia è che sono tutto sommato tre buoni dischi, cosa che difficilmente mi sarei aspettato. Quello dei Millencolin per me è la loro cosa migliore dai tempi di Pennybridge Pioneers. Si ascolta qui.

Non aver ascoltato tantissimi dischi mi ha tolto anche parecchie possibili delusioni, se vogliamo. Ho mal digerito il nuovo Deafheaven, che ormai considero i Damon Lindelof del metal. Gente che trolla il suo pubblico a ripetizione con l’unico obbiettivo di vedere quanto in là può spingersi prima di venire (giustamente) mandata a cagare. Con Sunbather avevo abboccato, finendoci dentro con tutte le scarpe, ma era onestamente difficile potesse ricapitare. Bollo New Bermuda facilissimo peggior album del 2015.

Poi c’è il discorso CASO. Da buon esponente della #casomania di ritorno, quella che ti colpisce fuori tempo massimo, probabilmente Cervino mi arriverà addosso l’anno prossimo, così come fece “La linea che sta al centro”. Non so cosa farci. L’ho sentito ben più di un paio di volte e al momento continuo a preferirgli il disco prima. FM però è un pezzo bellissimo.

Così è. Magari vado in giro a leggere qualche classifica altrui per vedere cosa ho lasciato indietro, anche se di solito i dischi che leggo nelle classifiche di fine anno mi fanno grossomodo tutti abbastanza cagare. Sia mai che quest’anno vada diversamente.

NBA All Star Game 2016

Come ogni anni, ecco la mia selezione per la partita delle stelle:

Ed ecco anche la consueta imprescindibile spiega, sto giro cercando di essere breve e conciso.

OVEST: partiamo subito con la selezione più complessa. Kobe non credo di averlo mai votato, a memoria, per quel meccanismo che mi porta ad avere in culo tutti i campioni oltremodo superiori agli altri. Sto giro però si merita l’ultimo walzer, come lo meritò MJ nella stagione ai Wizard. Quell’All Star Game tra l’altro, se la memoria non mi inganna, Kobe decise di vincerlo con un quarto periodo di puro furore agonistico proprio per togliere a MJ il gran finale. Come se la cosa potesse in qualche modo ridimensionare il mito. Io i campioni un po’ li schifo, ma Kobe non è che si applichi per risultare simpatico. Il sito NBA decide che Bryant è ala piccola e quindi lo infilo nel reparto lunghi. A fargli compagnia c’è Danilone, che invece voto sempre e comunque col cuore in mano. Di suo lui mi ricambia con un inizio di stagione che per me legittima la scelta molto più che altre volte e quindi a posto così. Nel pitturato ci metto DMC perchè è il mio centro preferito in NBA oggi (parlando di quelli che giocano a basket, ovviamente, perchè in assoluto Javale rimane inarrivabile).
Ora le guardie. Se voti per l’All Star Game e non voti Curry penso ti mandino l’FBI a casa e vorrei evitare. Poi tra quelli inconcepibilmente fuori scala è anche il meno odioso di tutti, quindi bene così. Gli metto di fianco Lillard perchè l’hanno messo a predicare nel deserto, ma resta un giocatore sublime.

EST: anche LeBron è uno di quelli che ho sempre odiato, ma lo scorso anno mi è scattato qualcosa nei suoi confronti. La post season che ha fatto mentre i Cavs si sgretolavano intorno a lui me lo ha messo in altra luce. Resta l’Ibra della pallacanestro, ma gli voglio bene e quindi lo porto. Ovviamente sperando che faccia a Kobe quel che Kobe ha fatto a MJ. Per me fa l’ala grande, perchè a fare l’ala piccola ci metto George, che è un altro giocatorino che scusalo. Rientra da una sosta brutta che però pare davvero alle spalle e si merita le luci della ribalta. Il centro ad est è Drummond perchè 18 – 16.7.
Nel reparto piccoli doveroso dare spazio ad uno dei miei affezionatissimi hornets, che nonostante io reputi una squadra inconcepibile, stanno mettendo lì un record senza senso (siamo SECONDI ad est con il 0.619 in questo momento). Voto Walker perchè è quello che preferisco in formazione dopo Jefferson, che però non posso portare per via dei 18 – 16.7 di cui sopra. Ad affiancarlo ci metto Wall perchè ancora non mi va giù come ha finito la stagione scorsa, con la sfiga della mano rotta in una post season incredibile. Poi oh, è fortissimo.

Questo è quanto.

Il non ventennale di un non disco.

La prima volta che ho visto suonare le GAMBEdiBURRO dev’essere stata nel 1998. Ho delle immagini in testa di quella sera: un oratorio, delle bancarelle, delle finestre, un seminterrato, mio padre che mi ci porta e io che scendo dalla macchina vestito come un coglione. No, davvero, ci ripenso oggi e sento crescere dentro un imbarazzo che associo a pochissime altre situazioni. Doveva essere primavera, o autunno, perchè avevo addosso dei pantaloni corti che mia moglie oggi fatica ad accettare usi in casa come pigiama estivo, ma al contempo non doveva fare proprio caldo perchè ci avevo abbinato una giacchetta violacea comprata usata in un mercatino di Monza noto ai più come “le vecchie”. Dio mio.
Ricordo anche che Robi Burro aveva il cappellino e una maglietta a righe, che con me c’era Orifizio e che lui conosceva Raffaele. Hanno attaccato con “Irene” e io ho avuto immediatamente la sensazione fossero il gruppo più importante e imprescindibile di sempre.
Questi ricordi potrebbero non essere del tutto reali. Col tempo potrei aver fuso insieme immagini da situazioni diverse, riassemblato le mie memorie all’interno di un quadro che mi risulta coerente, ma che potrebbe non esserlo per niente. Forse non era nemmeno il 1998. Che rimasi folgorato invece è un fatto.

Il primo demo delle GAMBEdiBURRO è uscito in cassetta nel 1997. La mia copia in origine era di Gerry, un tipo di Monza che girava col Wrangler della Jeep, saltando via le rotonde e uscendo dai parcheggi scavalcando i marciapiedi. A me però l’aveva regalata Azzurra. Avevo conosciuto entrambi in vacanza con l’oratorio, nel periodo in cui realizzavo la mia parrocchia fosse un avamposto CLino e iniziavo a prenderne le distanze più per le persone di cui era composta che non per un reale problema nei confronti di Dio. Gerry e Azzurra erano a posto peró. Lui era più grande di me, lei più piccola. Una di quelle ragazze che quando ci uscivi insieme speravi di incontrare amici e parenti per darti un tono, cosa che probabilmente sarebbe stato più furbo dirle nel ’97 piuttosto che scriverlo qui sopra oggi.
Non saprei dire che fine abbiano fatto, nessuno dei due,  ma resta il fatto che circondato di piccoli apprendisti del punk-rock nella quotidianità scolastica, il demo delle GAMBEdiBURRO a me è arrivato in mano da una fighetta, amica di un tamarro, sul finire della mia militanza passiva tra le schiere di Don Giussani. Fact, again.

Il demo si intitola BABBAZBABBAZBABBAZ e inizia con “La maglietta dei los Ramones”. No. Inizia con un estratto da un qualche B movie italiano feat. Bombolo che non saprei neanche collocare. Io quella roba non l’ho mai guardata, né quando funzionava nel giro del punk-rock monzese, né quando ha iniziato a funzionare in generale sulla scia di rivalutazioni tarantiniane prese un po’ alla buona.
Mentre scrivo non mi ricordo con precisione chirurgica l’ordine delle tracce nel demo e forse potrei anche sbagliare qualche titolo. Per esempio il secondo pezzo potrebbe essere “Diplomato ritardato” oppure “Marziano”, che a sua volta potrebbe in realtà intitolarsi “Ho un marziano per amico”. Di certo il pezzo numero 3 è “La ragazza che io amo”, che è anche il mio preferito di tutto il demo.
“Oggi appena sveglio ho chiuso nel
Cassetto un altro di quei sogni che
Io faccio sempre assieme a lei che
È UN CHIODO FISSO NEL MIO CUORE”

E via di ritornello, come da titolo del pezzo. Io non ce l’avevo manco per sbaglio, ai tempi, una “ragazza che io amo”, ma era bello pensare che le cose sarebbero cambiate e avrei presto potuto gridarle in faccia quelle strofe, alzando il dito come facevo sotto il palco ogni volta che andavo a sentire le Gambe. Un’adolescenza costruita su pochi capisaldi tra cui troneggiava l’idea di morosa, un concept in continua evoluzione, ma sempre ben chiaro in testa. Su questa cosa anni dopo le stesse GAMBEdiBURRO avrebbero scritto uno dei loro pezzi più fighi e l’avrei trovato divertente e molto calzante con la mia teen-age. Nel 1997 però non c’era proprio niente da riderci su.
Su BABBAZBABBAZBABBAZ c’é anche “Astronave” con il suo perentorio onetwothreefourfivesixseveneight. Un pezzo che parla di emarginazione, disagio giovanile, critica alla società in cui viviamo e voglia di riscatto. O forse solo di un tipo che vuole tornare sul suo pianeta (oh yeah). Non credo il messaggio debba essere per forza di cose la chiave di lettura di un disco. Eppure giravano storie sui testi di questo demo. Ricordo che qualcuno, probabilmente Orifizio, mi raccontò che dietro “Diplomato ritardato” c’era il fatto che uno dei quattro membri fosse stato riformato a militare sulla base del test psicoattitudinale. Non credo sia vero, ma mi piace pensare di sì.
Nel 1997 io e i miei amici morivamo dal ridere ogni volta che sentivamo “Iena”. Ogni volta. Quel “Sei simpatico sai” ci ammazzava. E poi era un altro pezzo che non potevi non cantare, sempre gridando, sempre puntando il dito. Se mi fermo a pensarci non ricordo se la suonassero ai concerti. Magari non negli ultimi, ma forse sul principio si. Di sicuro noi la cantavamo in ogni possibile contesto: in macchina, in casa, alle grigliate, in vacanza. Ogni volta che ci si trovava e si ascoltava musica insieme.
“Lui adesso non può più
Mangiare la marmellata
Alle ciliege perché…”

E poi l’attacco. I salti. Il casino. Ci si divertiva un tot, ai tempi, con queste cose. Non che ora meno, si è solo più composti o forse meno propensi ad esternarlo.
Ricordi legati a questo demo ne ho davvero una camionata. “Sarah cialda croccante” è un capodanno surreale, Bazzu, dei mandaranci e una tipa di Besana. “GODSIGMA” è il liceo, le elezioni per i rappresentanti di istituto, l’autogestione. E potrei continuare, tra le prime vacanze con gli amici, l’Arengario e le serate all’Arci di Arcore. Tutte storie connesse in qualche modo a BABBAZBABBAZBABBAZ.

Oggi le GAMBEdiBURRO non esistono più. Da un lato la cosa è comprensibile, dall’altro non lo è per niente. A quanto mi risulta ognuno dei membri ancora suona in un qualche gruppo punk-rock, nella maggior parte dei casi roba che non ho praticamente mai sentito. Ho questa convinzione non sia più la mia cosa. Una sorta di blocco psicologico. Dopo il demo le GAMBEdiBURRO hanno pubblicato un 7 pollici intitolato “SUPERBABBAZ” e un disco vero, “Senza via di scampo”. Tutti capolavori, anche se il miglior pezzo di sempre l’hanno registrato (male) per una qualche compilation di fine millennio scorso di cui non ricordo il titolo. L’ultima volta che li ho visti suonare fu per la reunion del 2007 al Bloom, ad oggi nella mia personale top 3 dei concerti della vita. Ci ho preso una maglietta bianca con scritto GAMBEdiBURRO che metto ancora regolarmente, mentre la t-shirt che avevano stampato nel ’99 mi si era letteralmente sciolta addosso una sera d’estate mentre giocavo a calcetto nel parcheggio davanti casa con alcuni amici. La cassetta di BABBAZBABBAZBABBAZ ce l’ho ancora, come più o meno tutti i demo di cui mi ero riempito la camera in quegli anni. Senza una motivazione precisa l’altro giorno ci sono rifinito sotto pesantemente. La misura di questo blog sta nel fatto che, nel pieno delle celebrazioni ai ventennali dei dischi, io scrivo di un demo che ha diciotto anni e mezzo.

Opinioni personali

Ho provato a non dire nulla, a caldo, su quanto successo a Parigi venerdì notte. Bombardato in ogni direzione dai commenti più diversi, ho tentato in tutti i modi di tenermi il mio parere per me, convinto che se avessi parlato sarebbe stato solo per dire qualche banalità o per dare addosso a qualche idiota.
Di idiozie però ne ho lette davvero troppe e, pur continuando a pensare non abbia il minimo senso dare addosso direttamente a chi le ha scritte*, ritengo sia mio sacrosanto diritto usare questo spazio per fare qualche precisazione.
Segue la lista delle opinioni che reputo stronze. Se sentite vostro uno o più di questi concetti, sappiate che non godete della mia stima e se non ve lo dico direttamente é solo perché non ritengo ne valga la pena. Poi oh, ci sono miliardi di persone che senza la mia stima vivono comunque bene quindi penso possiate farvene una ragione.
1) Qualunque pensiero colleghi le stragi di Parigi a qual si voglia campagna xenofoba, é merda. Non c’è molto da dilungarsi in merito.
2) Associare gli atti terroristici alla religione islamica è una stronzata. Sarebbe come dire che i preti pedofili sono tali per colpa del cristianesimo. Non ha senso. Io non sono religioso, ma la religione non è il problema. Il problema è sempre l’uso che se ne fa. Il discorso è analogo a quello che qualcuno fa per le armi, ma il paragone non tiene perché lo scopo ultimo della religione non è arrecare danno al prossimo. Come in tutte le cose, il problema sono gli uomini. Quindi NO, non è sbagliato o deprecabile che chi crede preghi per Parigi e NO non è asserendo con supponenza che le religioni siano roba da scemi e/o fondamentalisti che si contribuisce alla questione.
Questa cosa non vi entra in testa. D’altra parte siete convinti che il tifo sia la causa della violenza negli stadi e non un pretesto.
3) È davvero necessario condividere una frase dal corano che condanna l’omicidio? Ma soprattutto: quella frase è davvero nel corano? Ne siete sicuri? E anche fosse, nel corano non ci sono anche frasi in contraddizione con quella? Io non lo so. So che nella Bibbia ci sono le stragi E il comandamento non uccidere. Lo so perché la bibbia almeno un po’ l’ho letta. Avete letto il corano? Chi cazzo siete per andare ad insegnare il corano ai mussulmani? E soprattutto, tornando al punto 2, davvero siete convinti che la base su cui fonda il terrorismo sia una scarsa conoscenza delle sacre scritture islamiche e che questa lacuna possa essere colmata dai vostri profili social?
4) “Adesso ti scandalizzi per Parigi, ma dov’eri quando a morire erano i vulcaniani (pregasi inserire nome di popolazione a piacere)?”
Questa è una roba che mi manda davvero il sangue in testa. In primis i media non mi sovraespongono alle continue stragi che capitano. Gente nel mondo ne muore in continuazione ed è ovvio che, per dispiacermi, devo saperlo.
Non basta però. Proprio perché succede di continuo devo non solo venirne a conoscenza, ma essere forzato a percepirla come una cosa più grave di altre. E questo è ancora legato all’azione dei media. Conosco molte più persone che siano andate in vacanza a Sharm almeno una volta di quante siano state ad un concerto alternative in un piccolo locale. Eppure l’aereo turistico russo fatto saltare dall’Isis in rientro dall’Egitto poche settimane fa non ha generato tutto questo moto di indignazione. Questo perché vivere le disgrazie come distanti è parte costituente della nostra natura. Se non veniamo forzati a fermarci e pensare, a sentirle vicine, non lo facciamo. Non riusciremmo ad andare avanti, altrimenti. Quindi ok, non discuto che parte del fenomeno “lutto di massa” si basi su omologazione, sovraesposizione mediatica e scarsa informazione, ma chi cazzo siete voi per pontificare?
La maggior parte delle persone che scrivono “Eh, ma dove eravate quando a morire erano i vulcaniani” io non me le ricordo a piangere per i vulcaniani. Quindi è solo voglia di rompere il cazzo, una cosa di cui in questo momento non c’è bisogno.
5) Sottolineare che il cordoglio social sia nel migliore dei casi inutile e nel peggiore moda non fa di voi persone piú autorevoli. E, se lo chiedeste a me, risponderei che il cordoglio social ormai ha lo stesso impatto di una mobilitazione di piazza. Che voglia dire molto oppure niente non conta, conta il fatto che meriti lo stesso livello di analisi e lo stesso metro di giudizio.
6) Basta dietrologie. Può anche esserci un ruolo di Istraele, degli Usa, del prossimo G20 e di chissà chi altri in quanto successo. Dirlo oggi non aggiunge nulla, soprattutto se lo si dice senza mezza prova o dettaglio al seguito. Se qualcuno ha le basi per dimostrare qualsiasi collusione ai teagici attentati farebbe bene a dirlo, altrimenti son solo ipotesi più o meno fantasiose.
7) EDIT del 16/11 alle ore 9:21. Le foto dei morti. Chi pubblica le foto dei morti è un verme.
8) Al punto uno ho detto che la strumentalizzazione di questi avvenimenti per legittimare propagande xenofobe di intolleranza é da stronzi. Lo ripeto.

Come detto, è probabile queste mie riflessioni non aggiungano nulla alla questione, ma sentivo di metterle nere su bianco. D’altro canto purtroppo quel che penso del terrorismo l’avevo già espresso a gennaio e non credo sia necessario ripetermi. Nulla è cambiato.
La discriminante ormai è solo la fortuna: sperare di non esserci quando capita.
Quando, non se.

* A me di solito “litigare” online diverte. Non trollo mai tanto per fare, ma certamente non manco occasione di commentare ciò che non condivido nella speranza ne nasca un dibattito acceso.
In questo caso non l’ho fatto perché non sarebbe stato divertente.

Rosicare: v. tr. [lat. *rōsĭcare, der. di rōdĕre (part. pass. rōsus) «rodere»]

Se hai un blog come il mio da dieci anni, è evidente che quello che scrivi lo scrivi essenzialmente per te stesso.
Nei ritagli di tempo investi ore per buttare giù impressioni non richieste su ciò che ti circonda e sai già che quel che ne uscirà sarà letto ad andar bene dalle solite dieci persone. Con ogni probabilità, oltretutto, gente a cui volendo quelle cose le puoi dire di persona quando le incontri. Tutti i week end, tipo.
Con questo non voglio dire che non mi interessi essere letto, anzi, ci provo ogni volta a diffondere quel che scrivo il più possibile, ma pur fallendo sistematicamente me la vivo benissimo perchè non è quello lo scopo ultimo.
Di solito.

Ieri ho buttato online un pezzo sulla questione della carne rossa cancerogena. Quel post è nato con un obbiettivo diametralmente diverso, ovvero quello di provare a mettere a disposizione delle informazioni non facilmente reperibili rispetto ad un argomento molto dibattuto su giornali e social.
Mi ci sono sbattuto, per scriverlo: ho raccolto le informazioni, ho riportato le fonti, ho cercato di essere chiaro nell’esposizione e il più completo possibile. Di solito scrivo i pezzi di getto e li pubblico senza post-produzione (a volte rileggo solo dopo essere andato online, per dire), ma questa volta mi son preso più tempo. Ho provato a fare le cose per bene. Leggendo molto di quanto uscito in ambito sui media ho anche la netta impressione di averci messo più impegno io di chi viene pagato per farlo.
Risultato?
Una quindicina di like su FB, qualche commento dalle solite persone. Un mio amico che fa il professore e ha aperto un blog molto carino che parla di fisica ha condiviso il link sul suo wall (grazie, btw). That’s it.
La cosa, per una volta, è frustrante. A differenza di quando scrivo di un disco, di un film, dei cazzi miei o di tutte le altre amenità che si possono trovare qui sopra io non sentivo il bisogno di scrivere quel post. Pensavo solo potesse essere utile. E invece un cazzo.
Che poi magari è successo che chi ha letto il post ha pensato non fosse una roba da condividere. Ci sta eh. Posso aver scritto cose non chiare, o sbagliate o semplicemente non condivisibili. E allora forse mi tira il culo per non aver ricevuto nemmeno uno straccio di riscontro negativo. Manco un insulto.
Credo quindi che la maggior parte delle persone a cui è capitato sotto gli occhi il link del mio pezzo l’abbia semplicemente ignorato e sia passata oltre. Molte sono persone che hanno discusso animatamente dell’argomento, condiviso vignette, battute, pagine complottiste e notizie false, ma che hanno ritenuto non valesse la pena leggere o condividere ciò che avevo da dire. La cosa, sto giro, mi dispiace.
Mi rendo conto che se andassi avanti a scrivere finirei probabilmente per dire robe brutte, biasimare chi mi circonda e passare per quello che si sente migliore degli altri e vive incompreso.
Non che sarebbe un dramma eh.
Dicono che l’albero che cade non faccia rumore se intorno non c’è nessuno ad ascoltare.

“Certo che se ti lagni sempre così è ovvio che nessuno ti legge.”
Hai ragione anche tu.