Science fiction

Premi play.

Nella mia testa succedono cose, ok?
Non dico che ad altri non capiti, ma se capita non è qualcosa di cui mi parlano e quindi ho la percezione di essere un bambino speciale.
In quel senso lì, esatto.
Vivo costantemente immerso nelle mie fantasie, ci sguazzo. In un disco che in un mondo giusto insegnerebbero a scuola ad un certo punto si dice: “My relationship with reality (yeah), it comes and goes” ed è esattamente la storia della mia vita spiegata meglio di come saprei mai fare io (e questo paragrafo ne è la prova).
Questo per dire che mi ero fatto un film su come sarebbe finita la storia dei Brand New, una volta da loro annunciato lo scioglimento nel 2018.
Nella mia testa avrebbero fatto un ultimo tour e poi ciao a tutti, lasciando come memoria, a sorta di epitaffio, un ultimo disco di inediti.
“Da oggi i Brand New non esistono più, ma questo è il nostro ultimo disco.”
Finale perfetto.
Poi invece capita che in questo Agosto folle che sto vivendo mi saltino le vacanze, Montolivo faccia doppietta a San Siro e dal nulla sbuchino l’annuncio prima e il leak poi del nuovo (e ultimo) disco dei Brand New.
Quello che sta qui sopra.
Vi risparmio le pippe da bimbominkia tipo ODDIOH LO ASCOLTO O NO? COME FACCIO? E SE FA SCHIFO? con cui tanto vi ho già ammorbati sui social, fatto sta che me lo sono ascoltato in cuffia in questa stanza d’albergo.
Una volta sola.
Il punto non è tanto se abbia o meno soddisfatto le aspettative (no), troppo alte per qualunque disco (eh, peró Mene e I am a nightmare sono stupende…). Il punto è che mi è rimasta la fissa che questo non sia l’ultimo disco dei Brand New.
Non so se sia il titolo, il suo essere molto sconnesso nei suoni e nel tono dei diversi pezzi, la sua durata, il fatto che verrà stampato in tiratura ultra limitata, o chissá che altro.
Per me questo è tipo un FightOffYourDemons parte due. Una raccolta di materiale scritto in questi anni (tempo per scrivere robe ce n’é stato) che però non è il loro ultimo disco.
Quello uscirà a fine tour, dopo l’annuncio ufficiale dello scioglimento, nel 2018.

Due pezzi comunque mi hanno accartocciato il cuore.

Emo Trump

Qualche genio indiscusso si é messo a creare clip in cui dichiarazioni e tweet di Donald Trump diventano pezzi emo stile primi anni 2000.
Il primo l’avevo visto tempo fa, ma ho scoperto che ne sono usciti altri e che qualcuno ci ha fatto una playlist.
La metto qui sotto, sperando ne escano ancora tantissimi.

A mani basse, la miglior cosa di questo 2017.

Presa male (Ultimo Atto)

25 Maggio 2017

Nel tentativo semi-disperato di trovare ragioni che giustificassero l’andare all’I-days di Monza, mi sono riascoltato Hybrid Theory su Spotify.
I Linkin Park sono una band di cui non sento nessuno parlare bene da almeno 14 anni. In realtà non sento proprio nessuno parlarne in generale, salvo poi scoprire che possono fare 90K persone a Monza. Stando alla mole di foto e video che ho visto condividere il giorno del concerto, molti sono miei amici su Facebook.
Non mi metto a fare riflessioni sul fatto che i Linkin Park possano o meno aver avuto un senso come band in generale, ma Hybrid Theory è uscito nel 2000 ed ha tirato sotto me che stavo nel mio periodo elitarista punk/HC come il mio testimone di nozze che nella sua vita ha avuto 3 capisaldi musicali: Max Pezzali, GG D’Agostino e Pitbull. Per me questo significa qualcosa ed è qualcosa di positivo.
Ad ogni modo ho risentito il disco è ho commentato così:

Ancora tiene.
Sembra una roba da poco, ma ai tempi io avevo preso bene anche il disco dopo che però non ce l’ha questa fortuna. Meteora ascoltato oggi non supera la terza traccia, poi mi tocca spegnere. HT invece riesce ancora a colpirmi negli stessi punti di allora, suscitandomi le stesse sensazioni di allora.
Hybrid Theory è una bomba di disco non perchè è uscito quando ero ragazzino, non perchè ho dei ricordi particolari collegati ai pezzi, ma perchè suona giusto e funziona alla perfezione.

17 Giugno 2017

Ovviamente alla fine all’I-Days ci vado. Ci trovo tutto quello di cui si è detto male in merito all’evento: le code, la disorganizzazione, i token per l’acqua da 15 euro minimo (#vaffanculo), le transenne e circa ottantacinquemila persone più di quante sarebbe stato bello presenziassero per poter godere dell’evento invece che venirne sopraffatti. Il set dei Sum 41 lo vivo malissimo, cercando mantenere in vita tre ragazzine spaesate e spaventate, quello dei Blink mi fa girare oltremodo il cazzo per troppi motivi. Sono sotto il sole da sei ore senza un cappello e respiro polvere da almeno tre. Ho un mal di testa che mi sta letteralmente spaccando in due.
Ai LP mancano 50 minuti.
Parlo con Max e ha il mio stesso feeling. Decidiamo di andarcene. Avendo parcheggiato a distanza siderale dall’autodromo ed avendo completamente perso cognizione di dove fosse la macchina vaghiamo per un tempo non precisabile, con il set dei LP in sottofondo. Non pare malaccio.

19 Giugno 2017

Cazzeggiando al PC scopro che qualcuno ha messo online tutto il live dei LP in qualità ottima, con riprese professionali eccetera. Butto un occhio alla scaletta ed è dignitosissima, così mi guardo il set. Suonano davvero troppo sgonfi per poterli apprezzare sul video di un PC, ma tutto sommato forse restare poteva avere un senso. Scrivo a Max su skype.
Manq: “Oh, ho visto il set dei LP su youtube, non è male.”
Max: “Eh, cazzo, ho visto. Ho un po’ il rimpianto, potevamo restare.”
Manq: “Già… va beh dai, la prossima volta che passano NON in un festival ci andiamo.”

20 Luglio 2017

Chester Bennington si impicca a quarantun’anni per ragioni che non è necessario conoscere. Evidentemente non stava bene.
I LP non sono stati mai una band centrale nella mia vita, il ruolo più importante che hanno avuto era quello di essere qualcosa che potevi mettere in macchina quando uscivi con gli amici o ci andavi in vacanza, senza scatenare insurrezioni o mostrare il fianco a filippiche sulla musica di merda che ascolto. Probabilmente il grosso della botta che ho avuto tra ieri e oggi deriva dalla storia che ho raccontato qui sopra, questa sorta di senso di colpa nell’averlo snobbato nell’ultima occasione che ho avuto per vederlo stare su un palco.
Questa mattina ho ascoltato di nuovo Hybrid Theory e forse il dispiacere più grande, a conti fatti, è che servano sempre pretesti del cazzo per metterlo in cuffia e venire a patti col fatto che è un bel disco.

Definisci: TRAP

Mi ricordo quel giorno come se fosse ieri
(Forse era ieri)

Ho beccato sto video su Facebook e all’inizio ho pubblicato il post così, senza scriverci nulla sotto a parte lo stralcio di strofa qui in alto.
Mi sembrava abbastanza self-explanatory, o almeno a me era arrivato con un unico significato di base: una riflessione velatamente critica sul fenomeno TRAP che ci sta investendo ultimamente, analizzata a 360° in termini di suono, contenuti e immaginario correlato.
Grasse risate quindi.
Non sono la persona più adatta per parlare di questa cosa della TRAP, conosco effettivamente solo ciò che mi arriva in faccia mio malgrado, tipo la Dark Polo Gang, e ci sono ampie possibilità perchè non sia proprio la crema del fenomeno. Recentemente ho letto cose a tema che condivido (nel senso che qui c’è il link alla più significativa), ma non ho le basi per farci un discorso mio sopra.

La roba che mi interessa scrivere invece riguarda tutta un’altra lettura, a cui sono arrivato una volta smesso di ridere del video delle focaccine ed aver iniziato a leggere in giro roba che lo riguarda.
La prima nota interessante è che sta cosa sta in cima, o comunque è messa gran bene, nelle classifiche di ascolto di Spotify. Magari sbaglio, ma questo esce un po’ dal mio concetto di “parodia”. Non tanto che sia ascoltata eh, ma proprio che esista su Spotify, che sia stata pensata come canzone e non come un video divertente per pigliare per il culo un fenomeno. Non è una roba tipo Jackal con Depsacito, per dire.
Della DPG si dice spesso sia un fenomeno di quelli nati “per il LOL”, definizione internettiana che accomuna tutte quelle cose fatte un po’ per ridere, ma di cui non è mai dato sapere quanto sia reale la portata goliardica, o in che percentuale sia parte del progetto. Tempo fa si è parlato per giorni dello scontro tra Bello Figo e la Mussolini, investendo il primo di una qualche portata politica ed indicandolo come portatore di un messaggio che poi, boh, guardando Pasta con Tonno io fatico a comprendere. E’ probabile io sia troppo vecchio per queste stronzate (cit.), e certamente il fenomeno non è il primo ad esulare dalla mia comprensione, però nello specifico ho l’impressione si cerchi in tutti i modi di infilare a forza una dignità in qualcosa che non è detto ce l’abbia, o ancor peggio, voglia averla. Per me la DPG sta allo stesso livello semantico.
Se non inciampo nella lettura quindi, i livelli sono questi: esiste la musica, poi esiste la DPG che ha come obbiettivo il riderne (il come non è ora il centro della questione) e poi c’è Mr. Focaccina che immagino voglia ridere di chi ride della musica. Tre livelli.
Però la DPG sta in classifica, anche messa piuttosto bene, quindi di fatto è musica, con un pubblico di ascoltatori e tutto il resto. A questo punto OEL (il tipo che ha fatto il pezzo qui sopra) si porrebbe l’obbiettivo di ridere di questo nuovo trend musicale e quindi i livelli diventano due.
Anche “Le Focaccine dell’esselunga” però sta in classifica e di conseguenza tutto si appiattisce ad un unico livello.
Non si capisce più se ci sia volontà di prendere delle distanze, di dire qualcosa, oppure se sia tutto semplicemente uno stesso calderone, dove il piattume è talmente sconvolgente da necessitare livelli estremi di assurdo per uscire dal mare magnum di prodotti disponibili e farsi in qualche modo notare.
Sono confuso.
Nell’ultimo periodo ho seguito davvero marginalmente la questione Liberato e quella di Cambogia (linko 2 pezzi a caso senza leggerli, giusto per darvi qualche info che non ho voglia di scrivere io), ma il succo è che della musica, a conti fatti, non fotte più nulla a nessuno. E’ un corollario ad operazioni di marketing, studi sociologici, video sul tubo. Non dico sia una novità, con il web negli anni 70 probabilmente in classifica ci sarebbero stati i jingle del carosello, però a me è una cosa che stranisce.
Leggo che non si capisce bene nemmeno se Esselunga sia coinvolta nella cosa. Magari sì, magari no. Forse è saltata sul carro una volta visti i numeri, magari è una pensata dei loro media manager fin dal giorno uno. Difficile non ne sappiano un cazzo.
Il punto è che io dovrei in qualche modo spendere del tempo per togliermi il dubbio e capire se sto ascoltando un tipo che vuol fare musica dicendo delle cose, se è solo uno che percula una moda fastidiosa o se è una cazzo di trovata pubblicitaria.

Boh, magari per voi è una cosa normale, ma a me lascia un po’ perplesso.

Viaggi che prima o poi

Quando smetti di scrivere dei viaggi che hai fatto ed inizi a scrivere di quelli che vorresti fare, significa che butta male. Ci sono delle ragioni per cui, se penso al mio prossimo viaggio, non riesco a collocarlo nel tempo nonostante fare itinerari, preventivi e fogli excel* ultra dettagliati sia uno dei miei passatempi preferiti.
Se mi chiedete il modo più giusto per spendere i soldi, viaggiare è la risposta. Vedere posti nuovi, provare ad assaporarne la cultura e a viverla per quanto possibile è l’unica cosa per cui non ho mai sentito di aver buttato via un solo euro.
Questa estate le mie vacanze saranno molto più tradizionali del solito (che non vuol dire brutte) e così mi sono ritrovato a fantasticare dei viaggi che mi piacerebbe fare in futuro. Diciamo i primi 5 della mia personale e ben più lunga lista di desideri.
Come ogni lista, è soggetta ai mutamenti nel tempo, ma per il momento questa è ed è su questa che si lavora.
In rigoroso ordine decrescente di preferenza.

CINA

Ad oggi la destinazione che mi affascina di più, sotto moltissimi punti di vista.
Ci sono le città, la natura, tantissima storia, una cultura completamente diversa, cibo super caratteristico: mi incuriosisce a 360°. Certo, dire “la Cina” non è che abbia molto senso, si tratta di un territorio vastissimo ed impossibile da visitare tutto, certamente non in un solo viaggio. Però credo che si possano fare degli itinerari “umani” che permettano di vedere molto di quello che mi attrae. Spulciando in rete ho trovato dei tour operator locali a cui, nel caso, mi appoggerei.
A differenza di molti, non ho particolare interesse per la regione Tibetana (che pure deve essere un bello spettacolo), io mi concentrerei maggiormente sulle grandi città e sulla regione sud/orientale. Diciamo che un tour che mi piacerebbe fare è questo, a cui andrebbe integrata solamente Hong Kong per essere grossomodo perfetto.
Ci sono però un po’ di fattori che rendono questo sogno non proprio prossimo alla realizzazione. Il primo è ovviamente il prezzo, che non è assolutamente proibitivo, ma nemmeno qualcosa che puoi fare senza pensarci. Poi c’è la questione bambini, sia per quanto riguarda il cibo che per eventuali esigenze sanitarie. Anche qui, non che sia infattibile, ma muoversi in un Paese in cui non capisci nulla della lingua (nemmeno quella scritta, cosa da non sottovalutare) e in cui farsi capire potrebbe essere altrettanto complesso rende tutto molto molto più difficile da organizzare. Il terzo fattore limitante è che alla Polly non interessa per niente e questo è chiaramente lo scoglio più grande da superare, visto e considerato che si tratterebbe di spenderci un bel po’ di soldi.
So essere snervante però, quindi nulla è perduto.

ARGENTINA

Dei cinque viaggi, con ogni probabilità questo è quello che non farò mai. Prima di tutto il costo: volendo fare le cose per bene è davvero proibitivo e purtroppo ho già usufruito del bonus “viaggio di nozze”. Poi c’è la questione logistica: troppe cose da vedere, che vuol dire molti giorni, e necessità di andarci quando qui è inverno, cosa che di solito si sposa poco bene con le esigenze lavorative.
Butta male insomma.
Talmente male che non ho mai nemmeno preso in considerazione l’idea di andarci, è l’unico dei viaggi su questa lista per cui non ho mai messo giù un’idea di preventivo, un draft di itinerario. Nulla. E’ la prima opzione a cui penso quando fantastico di vincere la lotteria però, quindi è giusto sia in lista.
Che dire sul posto? Basterebbe usare Google, cercando Patagonia o Terra del Fuoco per restare a bocca aperta. E poi c’è Buenos Aires, la Bombonera, le cascate dell’Iguazú… la carne alla griglia.
Mai dire mai.

OCEANO INDIANO

Qui il titolo è troppo vago, alla fine intendo un’opzione tra Seychelles, Maldive e Mauritius.
Io nell’oceano indiano non ci sono mai stato e prima o poi in uno di quei paradisi vorrei proprio passarci del tempo. Tra le tre opzioni le Seychelles sono la mia preferita, perchè offrono spiagge paradisiache e possibilità di girare un pochino, tra le isole e all’interno della stessa. Guardando un po’ in giro è anche possibile sistemarsi in b&b a prezzi non proibitivi, evitando così di farsi spennare da un resort. Le Maldive questa opportunità non la danno, per esempio, e gli atolli sono spesso un po’ troppo piccoli per essere sicuri di non annoiarcisi a breve. Mauritius offre invece moltissimo in tema “versatilità”, ma come mare resta sotto entrambe le altre possibilità e quindi, essendo di vacanza di mare che si parla, finisce anche all’ultimo posto in classifica. Poi certo, come cadi cadi in piedi, ma già che siamo qui a sognare facciamo tutti i distinguo possibili.
Le difficoltà nel mettere in piedi questo viaggio sono unicamente di tipo economico. I voli aerei tendono a costare tantissimo, specie nei periodi buoni, e anche vitto e alloggio costituiscono una spesa non indifferente. Escludendo quei pacchetti che cercano di propinarti in viaggio di nozze e accettando l’idea di spendere per una settimana di mare quello che spenderesti per fare altri viaggi ben più corposi, il tutto però è abbastanza fattibile. Volendo uno ci potrebbe aggiungere una notte a Dubai e togliersi lo sfizio di vedere pure quel circo lì.
Opzione overwater? Beh, ovvio. Tanto siamo qui a sognare, che mi frega. Togliermi lo sfizio di farci anche solo una notte sarebbe tanta roba.

ISLANDA

L’islanda doveva essere il viaggio del 2014, ma alla fine era saltato tutto per mille motivi che non sto qui a spiegare. Da allora, la voglia di andarci non è scesa di un millimetro.
Certo, bisogna essere disposti ad alcuni compromessi come per esempio accettare il fatto che possa piovere, che non faccia per forza caldo o che alla fine della fiera si tratta di una vacanza all’insegna del trekking, ma sono ultra convinto che paesaggisticamente l’isola ripaghi di tutto con larghi interessi.
Logisticamente ed economicamente tra le cinque è una delle più semplici da organizzare: non è una meta economica, quando mai, però può essere visitata in meno giorni senza troppe rinunce (io ai tempi ne avevo messi in conto una decina) ed il costo dei voli è significativamente inferiore a quello delle destinazioni concorrenti. Non vedo particolari problematiche legate all’andarci con bambini piccoli, oltretutto, il che rende la possibilità meno fumosa.
Quali sono i problemi, allora? Beh, la stagione. Ci sono due cose che mi piacerebbe assolutamente fare se andassi in Islanda: vedere l’aurora boreale e vedere le balene. Entrambe queste attività non sono fattibili in agosto, o per lo meno l’estate non è il periodo migliore per farle. Come rinunce non sono sufficienti a squalificare il viaggio, ma certo tolgono un po’ del suo appeal per quanto mi riguarda.
Dovessi scommettere oggi, comunque, questo è tra i cinque il più prossimo alla possibilità di concretizzarsi.

PERU

Va beh, il Perù è in lista per il Machu Picchu.
Vedere quelle rovine in quota è una cosa da fare, prima o poi, nella vita. Ho però l’impressione ci sia grande probabilità di un nuovo “effetto Guatemala”. Quando ho organizzato il mio viaggio in Messico, per me il Guatemala era solo Tikal. Poi però mi sono documentato e più leggevo, più tempo in Guatemala volevo passare, anche a costo di limare qualcosa del tour messicano. Alla fine estesi il viaggio di una settimana pur di non rinunciare a nulla e la decisione resterà una delle migliori della mia vita.
Per il Perù vale lo stesso discorso: più leggo in giro più cose vorrei vedere. Lima, il Lago Titicaca, le linee di Nazca, il canyon del Colca e tanto altro che ancora magari nemmeno conosco.
In questo caso i problemi organizzativi sono di tipo economico, considerato che anche questo viaggio tende ad essere piuttosto costoso sulla carta. Inoltre, viste le tante escursioni a piedi da mettere in conto, non è luogo consigliabile per bimbi piccoli e quindi non ipotizzabile nel prossimo futuro.


Insomma, queste sono le cinque destinazioni in cima ai miei desideri, ma la lista è ovviamente ben più lunga ed in continuo sviluppo (leggi: si allunga). Dieci anni fa in cima a questa lista c’erano probabilmente Messico, Hawaii e California quindi sono fiducioso di poterla limare ancora, con tempo, impegno e qualche sacrificio.

* i viaggi si pianificano su excel. Sempre.

I vent’anni del disco dei miei vent’anni

Onestamente è difficile per me capire da dove iniziare a raccontare questa storia.
La prima immagine che mi viene in testa è di un ragazzino in macchina che canta più forte che può, ma il volume a cui suona la cassetta è così alto che nessuno potrebbe sentirlo. Sta tornando a casa frustando i cavalli della sua Y10 pervinca, in preda ad un euforia tutta giovanile che potrebbe essere correlata ad una certa ragazza.
Oggi quella cassetta si è persa chissà dove, la macchina è stata venduta, la casa a cui faceva ritorno non è più casa sua e la ragazza ha smesso da moltissimo di essere il fulcro della sua euforia.
In realtà anche quel ragazzino, oggi, non esiste più.

Well, I guess this is growing up.

Dude Ranch esce il 17 giugno del 1997, ma io lo sento per la prima volta nella primavera del 2000, in un negozio di dischi di Monaco di Baviera.
Sto dietro ai Blink dall’autunno del 1999, quando What’s my age again inizia a girare per radio e in tele, ma ancora sono un po’ scettico a riguardo. Orifizio mi passa la cassetta di Enema of the State dicendomi: “Questi sono tipo i Lit.” e io dentro ci trovo alcune cose che sì ed altre che proprio no, quindi sono perplesso.
Nel 1999 il mio gusto musicale fonda su un unico canone stilistico: quanto va veloce la batteria. Ascolto un disco e decido se approfondire o no unicamente in base a quanto spinge(1). Ho dovuto recuperare a posteriori un sacco di roba a causa di quel criterio di selezione, ma non è il caso di parlarne adesso.
Il punto è che Enema of the State non mi forniva garanzie sufficienti a determinare se questi Blinkcentottantadue fossero o meno gente giusta. Facevano video divertenti(2) e i singoli si incollavano in testa, ma stiamo pur sempre parlando del 1999, quando l’integralismo era TUTTO e un gruppo che passava in radio o TV semplicemente non mi doveva piacere(3). Nel giro che frequentavo io c’era questo parere ultra condiviso: “i dischi prima erano fighi e velocissimi, ma poi si sono venduti” e io mi ci aggrappavo abbastanza forte per poter andare avanti a capirne di più.
Il problema è che questi fantomatici dischi prima non li aveva nessuno, o quantomeno nessuno che potesse passarmeli.

Arriviamo quindi a questa benedetta primavera ’00.
Io e Ciccio suggelliamo la nostra supremazia come rappresentanti di classe organizzando la prima gita vera della nostra storia liceale. Cinque giorni a Monaco di Baviera, insieme ad una 4° nota a tutti come “la classe delle fighe” (#truestory). Il primo giorno in loco abbiamo qualche ora libera per le vie del centro ed entriamo in un negozio di dischi, che era più un megastore tipo la Ricordi a voler essere onesti.
La cosa fighissima è che in questo posto potevi prendere un disco qualsiasi dallo scaffale, portarlo in cassa ed ascoltartelo in cuffia per tutto il tempo necessario a farti un’idea. Senza impegno. Io sono arrivato in cassa con due CD: Dude Ranch e un disco orrendo dei Vandals (mi pare).
Ho consegnato Dude Ranch al cassiere, ho messo le cuffie ed è successo questo:

Don’t pull me down, this is where I belong
I think I’m different, but I’m the same and I’m wrong

I Blink per me sono questa cosa qui.
Tom che pensa ai riff unicamente sulla base del fatto che debbano essere velocissimi, senza curarsi se sarà mai in grado di suonarli dal vivo (SPOILER: no), Scott che fa filare via la batteria drittissima e le due voci che si intrecciano e si completano, diverse ed immediatamente identificabili. Non so come vi approcciate all’acquisto di un disco voi altri, a me è bastato arrivare al primo ritornello di questo pezzo qui e la decisione era presa ed irrevocabile.
Il disco però me lo sono sentito tutto lo stesso, lì in cassa, perchè con me in gita avevo solo il mio vecchio walkman a cassette e ci sarebbe stato il rischio di non poterlo fare fino al rientro a casa. Io non ho capacità di aspettare. Zero proprio. Se compro un disco, lo devo sentire subito, se compro un videogame ci devo giocare subito, se compro qualcosa da mangiare spinto dalla gola, devo mangiarla subito. E’ brutto, fidatevi, i miei picchi di entusiasmo sono altissimi, ma hanno un’emivita brevissima.

Did you hear he fucked her?

Dammit è la terza traccia del disco e la conoscete tutti. E’ il pop-punk per antonomasia. Ha la melodia giusta, il testo giusto e perfino il video giusto per essere il singolo perfetto, nel 1997. Infatti funziona e i Blink con Dammit fanno il primo vero botto della carriera.
Ora però provate a riascoltarla.
Ascoltate la voce di Mark e fate mente locale, non ci sono altri pezzi dei Blink in cui canta in quel modo, con quella voce graffiata e ruvida, con quel carico emotivo. C’è una certa urgenza nel far passare un concetto, dentro Dammit, una seconda chiave di lettura che ti porta a pensare non sia stata scritta per andare in radio o fare da sfondo a scenette buffe in un video e che forse sia diventata un singolo anche un po’ suo malgrado, con tutte le virgolette possibili. Ho sempre pensato che introdurla con This one song e infilarci in mezzo pezzi da tormentoni di teen idol a caso quando la suonavano dal vivo avesse da sempre la valenza di rimarcare questa cosa (allego indizio1 e indizio2 a supporto). Poi sono arrivati i singoli veri e tutto ha preso un’altra piega, ma Dammit resta diversa. Innegabilmente diversa.

Dicklips era uno dei pezzi che conoscevo prima di ascoltare il CD perchè c’era stato uno speciale su TMC2 dedicato ai Blink in cui era contenuto un estratto da un live tedesco(4) dove la suonavano. Me lo ricordo perchè ad una certa Mark canta un pezzo di ritornello sopra il bridge e Tom gli fa “NO” con la testa. A me quell’aggiunta è sempre piaciuta un botto e questo piccolo scorcio è se vogliamo un altro manifesto della questione.

I think you need some time alone
You say you want someone to call your own
Open your eyes, you can suck in your pride
You can live your life all on your own

Il testo di Waggy credo sia uno dei pochissimi che ho ritenuto rilevanti nella mia vita adolescenziale. Non ho mai badato più di tanto ai testi delle canzoni da ragazzino, un po’ per carenze linguistiche e un po’ perchè in molti casi non avevano davvero nulla da dirmi, ma qui iniziavo a viverla in un certo modo, ad avere un età per cui certe cose iniziavano a diventare importanti. Forse uno dei primi dischi di cui ho preso in mano i testi e ci ho trovato qualcosa che mi parlasse. Arrivavo da tutto un filone di punk-rock sociale, riottoso e se vogliamo “impegnato” che sì, ok, ci stava come messaggio di ribellione giovanile, ci credevo anche un bel po’ volendo, ma che sentivo comunque distante. La mia vita di tutti i giorni era più orientata agli amici e al tentativo di guarire da una forma cronica di figarepellenza, piuttosto che a salvare il pianeta. Questo disco parlava di quelle cose lì, di avere la mia età e di cercare di viversela al meglio, divertendosi, anche quando c’erano i problemi. I miei non saranno stati rilevanti come il buco nell’ozono o la guerra in medio oriente, ma a diciannove anni li sentivo certamente più incombenti.

Non posso raccontare tutto Dude Ranch traccia per traccia, perchè se no da questo post non ne esco più, però il blocco centrale resta un agglomerato di capolavori irripetuti (ed irripetibili) per la band di San Diego. Enthused, Untitled, Apple Shampo e Emo. Quattro pezzi monumentali, che per me non sono invecchiati di un minuto. Li sento oggi e mi danno la stessa manata di quando li ho sentiti la prima volta. Ovunque io sia, mi prendono e mi portano da un’altra parte, in un posto dove sto e starò bene sempre.
Dopo aver scritto la frase sopra ho realizzato che la traccia seguente è Josie e che dice esattamente quella cosa lì. Non è una citazione voluta, ma a pensare come sia venuta fuori involontaria sorrido molto.

She’s so smart and independent, I don’t think she needs me
Quite half as much as I know I need her
I wonder why there’s not another guy that she’d prefer

I miei vent’anni sono esattamente questa cosa qui sopra.
Gli amici come nucleo cui tutto attorno gira, definire se stessi come alternativa ad una massa che, a voler ben guardare, aveva fatto capire abbastanza chiaramente di non volermi al suo interno. Capelli colorati, pantaloni corti, piercing e tatuaggi che poi non ho mai fatto, fino al trovarsi morose per cui ti chiedi sul serio se non ci sia qualcuno meglio di te a cui dovrebbero puntare. Cercare di dissimulare timidezza ed insicurezza facendo lo scemo.
Ho sentito spessissimo la frase “music saved my life” e non sono mai riuscito a darle un senso reale, ma certamente ci sono dischi che mi hanno mostrato la via attraverso cui muovermi per uscirne, se non vittorioso, quantomeno in piedi.
Dude Ranch è il più importante di tutti e finisce così.

I know it hurts
But you’re just getting older
And I know you’ll win
You’ll do it once again

Alla fine ce la si fa.
Ancora oggi è il modo con cui mi piace guardare alle cose.

Insieme a tutto quello che il tempo si è portato via, ci sono anche i Blink 182 che, oggi, sono una cosa che poco ha a che fare non tanto con questo disco, ma con il concetto di band in generale. A vent’anni sognavo di essere Tom DeLonge e suonare nei Blink, oggi anche ci fossi in qualche modo riuscito, il sogno sarebbe comunque infranto per metà.
Il giorno in cui Dude Ranch compie vent’anni i Blink suonano a Monza ed è incredibile pensare che sul palco, per 2/3 della band, questa cosa non significherà niente.
Io non so ancora se ci andrò, alla fine.
Da un lato scrivere di questo disco negli ultimi 15 giorni(5) mi ha messo nel peggior mood possibile in relazione al concerto, ma dall’altro c’è sempre il discorso della manciata di canzoni per cui avrà sempre e comunque senso uscire di casa ed andare a sentirle sotto il palco col dito alzato.
Chissà come andrà a finire.
L’altra sera ho rivisto American Reunion(6) e mi sono divertito molto, per dire.

(1) lo faccio ancora e funziona 9/10.
(2) il video divertente è stato la rovina dei Blink 182, qualcosa da cui non sono mai riusciti a smarcarsi, forzati in un crescendo per cui ogni volta dovevano in qualche modo mostrarsi più idioti della precedente quando in realtà lo erano meno. Poi oh, gli ha anche fatto fare i miliardi quindi credo per loro sia andata bene così.
(3) lo so cosa stai pensando: e gli Offspring? e i Green Day? Nel 1999, per me, erano tutti dei venduti. Sad but true.
(4) ho ritrovato quel video, il link è questo e l’episodio a cui mi riferisco sta a 1:41.
(5) Non ho mai iniziato a stendere un post con quindici giorni di anticipo e credo sia indice di quanto tenessi a questa cosa. Come ovvio, metterci così tanto mi ha incasinato la testa e ora o paura di rileggere per timore che non mi piaccia per nulla. Molte cose il tempo se le è portate via, ma l’insicurezza non se ne andrà mai.
(6) I primi due American Pie per me sono l’equivalente cinematografico di questo disco. American Reunion è il quarto episodio, con cui sono tornati al cinema dopo una decina d’anni.
(7) Dude Ranch l’ha prodotto Mark Trombino, che oltre a questo disco ha prodotto una camionata di altri dischi fondamentali per il sottoscritto. Lo so, il rimando numero 7 nel testo non c’è, ma questa cosa andava scritta da qualche parte.

Nicky Hayden

Io quella domenica del 2006 me la ricordo ancora.
Eravamo da me, i miei non c’erano, e per l’ultimo GP avevo invitato un po’ di amici a casa. Mi ricordo le lasagne di mia madre e Dani con la maglietta del 46 giallo, pronto a festeggiare.
Invece il mondiale l’avevi vinto tu e io avevo goduto come poche volte nella vita.
Nicky Hayden, The Kentucky Kid, il primo a battere Valentino Rossi.
Spiace molto.

13 cose su 13

13 é una serie Netflix il cui titolo originale, evidentemente intraducibile, é “13 reasons why”. Parla di una ragazza del liceo che si ammazza, ma prima di farlo lascia alcune audiocassette con le ragioni per cui l’ha fatto. Ognuna di queste ragioni è riconducibile ad uno dei suoi compagni di scuola, che lo scoprirà solo dopo il fattaccio proprio ascoltando queste cassette, secondo un piano escogitato dalla morta. Non la sto banalizzando o rendendo più scema di quel che è, la sinossi è esattamente questa, ma un plot assurdo non implica necessariamente il prodotto che ne esce faccia cagare.

Volendone parlare, quale modo migliore se non stilare una lista di 13 commenti?
Probabilmente molti, tutti più originali, ma tant’è, quindi ecco la mia lista.

1) In questo pezzo ci saranno degli SPOILER, tutti ben indicati. Questa, a ben pensarci, è una cosa piuttosto assurda perchè la storia è nota dal primo minuto. La serie però è scritta in modo furbo, cercando di portare lo spettatore a chiedersi, passo dopo passo, chi avrà fatto cosa. Dovendo prendere una rincorsa infinita di 13 episodi e volendo dare al tutto un effetto climax per cui in ogni cassetta c’è un misfatto peggiore del precedente, il risultato è che per i primi 4/5 episodi la cosa stenta davvero ad ingranare. Superato il pilota, infatti, ci si trova di fronte ad una prima parte di stagione in cui sai che la tipa s’è uccisa, ma i problemi che ti presenta ti risultano troppo difficili da prendere sul serio e questo contrasto è davvero tosto da ignorare. Sembra un Pretty Little Liars, ma senza la vena demenziale e quindi senza un senso. Poi però l’intreccio si fa via via più pesante e l’attenzione aumenta, anche e soprattutto perchè vuoi sapere il ruolo nella storia di Clay.

2) Clay è il co-protagonista della vicenda, ovvero il tizio che si sta sentendo le cassette e attraverso cui riviviamo le vicende di Hannah. Il fatto che stia sentendo i nastri implica che sia una delle 13 ragioni e, per come viene presentato nel corso degli episodi, non è facile immaginare come mai possa esserlo. Da lì la curiosità che spinge a proseguire, episodio dopo episodio. In questo aspetto la serie ha, credo, il suo più grande difetto strutturale, perchè dopo undici dei tredici episodi… arriva uno SPOILER… è evidente che Clay nella lista semplicemente non ci dovrebbe stare. Siamo di fronte ad una delle più grandi prese per il culo ai danni dello spettatore dai tempi degli orsi polari di Lost e, come in Lost, funziona benissimo perchè quando il velo cade e capisci che sei stato preso in giro, ormai sei talmente dentro la vicenda da passarci sopra. Il trucco paga, quindi, ma sempre un trucco resta.

3) 13 è uno show che si propone, principalmente, di sensibilizzare i teenagers verso tematiche serie come il bullismo, la violenza sessuale ed il suicidio. Un altro sbaglio che fa, a mio avviso, è quello di tratteggiare in maniera troppo fine e discontinua il confine tra giustizia e vendetta. Io non ho problemi quando una serie o un film parlano di vendetta, anzi, ci sguazzo in quel tipo di narrativa. La vendetta però non può avere spazio in un contesto pedagogico/formativo. Se la serie vuole lanciare un messaggio e sensibilizzare, allora è alla giustizia che deve tendere. In 13 invece c’è un po’ troppa sindrome da Selvaggia Lucarelli, quel meccanismo che ti parla alla pancia e crea fomento, rabbia e voglia di “veder pagare i colpevoli”. Siamo nella società americana, i ragazzini hanno accesso alle armi e questo viene mostrato anche nello show. Se il bullismo diventa qualcosa di cui vendicarsi, il rischio è di chiudere un buco ed aprire una voragine.

4) In termini di sensibilizzazione però 13 fa una cosa molto bene: mostra. La scena del suicidio di Hannah è cruda, diretta, sconvolgente. Nel finale di stagione la sofferenza viene davvero fuori tutta, senza filtri, e questo è quel che serve se si vuole generare una reazione nello spettatore. Sono finiti i tempi delle moraline spicce da 7th Heaven, o dei drammi acqua e sapone. L’obbiettivo non è suggerirti idee distanti di malessere ipotetico, ma è darti una sberla e farti aprire gli occhi. Il mondo che viene raccontato è esattamente quello che circonda anche te.

5) Ultimamente Netflix punta molto sull’effetto vintage. Parlandone con un amico abbiamo convenuto come questo sia un barbatrucco per garantirsi l’audience anche da parte di chi teenager non lo è da tempo, ma che invece costituisce la grande maggioranza dell’utenza del canale: i trentenni. Tutta la storia delle cassette, intese come formato, non ha una reale utilità narrativa se non dare al prodotto l’ormai fortunatissima patina anni ottanta, che su di me ancora funziona, ma che, a lungo andare, temo finirà per andarmi in noia. Il lato positivo però è che…

6)… la colonna sonora è una mina, indubbiamente tra le cose migliori della serie. Se del revival estetico faccio fatica a capire il senso e anzi in certe situazioni addirittura mi disturba, non potrò mai, MAI, lamentarmi di serie che usano Elliott Smith al posto di Ed Sheeran.

7) A differenza di Brian Yorkey, l’ideatore della serie, inizio a pensare siano troppi 13 motivi per parlare di 13. Quindi, come Brian… SPOILER… ne uso uno due volte. La colonna sonora è molto molto ben curata e pensata. Nonostante Selena Gomez.

8) Al di fuori della storia principale, è stato fatto un certo lavoro sulla costruzione dei personaggi collaterali. Non sempre buono, ovviamente. I compagni di Hannah ballano infatti spesso sul confine tra cliché e macchietta (la ragazza con due papà che si scopre lesbica è probabilmente il punto più basso in tal senso). Il meglio viene fuori, a mio avviso, nella descrizione delle famiglie. Da quella di Clay, ai genitori della defunta, fino anche a situazioni più collaterali come la famiglia di Alex. Lo stereotipo è spesso dietro l’angolo, ma tutto sommato non disturba troppo e fa il paio col fatto che in diversi casi anche la morale che lo show lancia tende ad essere tagliata con la scure. Il mio avere bisogno di sfumature però non è target per lo show, che come detto punta a sensibilizzare e in tal senso, volendo parlare a gente di un’età per cui tutto è bianco o nero, colora tutto di bianco o nero. Credo sia una scelta giusta e che alla fine abbia pagato.

9) Il cast di ragazzini funziona piuttosto bene. Fa sempre un po’ specie notare come il livello di interpretazione medio sia alto in prodotti come questo, anche quando coinvolgono ragazzi molto giovani. Per essere una storia di drammi adolescenziali, direi che il rischio più grande è sempre quello dell’overacting, l’esagerazione, e qui, a memoria, non succede mai. Sono bravi, misurati e credibili in tutte le situazioni. Questo, ovviamente, aiuta molto.

10) Momento pippone, lo dico prima così eventualmente si può saltare il paragrafo. Ad un certo punto, nell’ultimo episodio, si susseguono le deposizioni dei ragazzi di fronte alle parti legali che seguono il caso. Una di queste coinvolge Kat, unica vera amica di Hannah che lascia la città ad inizio stagione e che non ha un reale ruolo nella vicenda. Proprio perchè non coinvolta direttamente nel plot, le viene affidata dagli sceneggiatori una delle dichiarazioni più a fuoco ed interessanti. L’analisi riguarda il sistema scolastico americano, ma per una volta la chiave di lettura non è legata alle diversità economiche, quindi a fattori esterni che entrano nella scuola e ne condizionano la vita, ma alla stratificazione sociale che si crea dentro la scuola in relazione allo sport. La cultura sportiva americana, che parte dai licei e che spesso viene largamente indicata come esempio positivo (non a torto, va detto), qui viene mostrata attraverso il suo lato più crudo e duro. La scuola che come primo obbiettivo ha la formazione di future star dello sport, che ne determinano il prestigio e a cui tutto diventa dovuto. Formazione sportiva, ma non dello sportivo in quanto uomo. Non è un tema nuovo, ma credo sia affrontato particolarmente bene.

11) Il finale resta aperto. Lo scopo non è mostrare una risoluzione “giuridica” delle vicende, la risoluzione cercata è solo nella vita dei protagonisti, tra chi supera la tragedia e chi ci rimane invischiato dentro. Le cicatrici restano su tutti e tutti hanno, alla fine, dovuto venire a patti non tanto con quanto avevano fatto, ma con la persona che hanno realizzato di essere. L’ho trovata una gran bella soluzione, che spero resti tale a fronte del fatto che…

12) La serie è stata confermata per una seconda stagione. Evito appositamente di cercare in rete come sarà strutturata e di cosa parlerà, proprio perchè resto convinto che le vicende del Liberty High abbiano già avuto degna conclusione. Non so quanto possa essere fattibile un nuovo “caso” da svelare attraverso un susseguirsi di ragioni/indizi. La prima stagione si lascia aperta quella porta… SPOILERONE… con Alex, ma salvo assurdi salti mortali in fase di scrittura, dubito ci sia davvero qualcosa di più che abbia senso raccontare in merito. Lo show potrebbe quindi continuare a mostrarci le storie di Clay e compagnia, diventando con ogni probabilità un’altra cosa completamente sconnessa dalla stagione precedente e dal suo stesso titolo. Come se Dexter fosse morto alla fine della prima stagione e si fosse andati avanti con protagonista la polizia di Miami, ma senza il serial killer, reale tratto distintivo che oltretutto presta il nome al prodotto. Non che sia vietato eh, però ho davvero tanti dubbi.

13) Giudizio finale: a conti fatti per me è un sì. Non ho l’età per farne la mia serie preferita, ovviamente, e non credo nemmeno sia così buona come se ne legge o sente in giro, però dal momento in cui ingrana porta a casa il risultato con soddisfazione, sia questo intrattenere un adulto o far ragionare un ragazzino. C’è da turarsi un po’ il naso qua e la, quando il teen drama viene fuori più prepotente e porta l’anima thriller in secondo piano, ma sono cose che si superano.
Poi oh, io non ho nulla contro i teen drama, Dawson’s creek resta una delle mie serie della vita, però ecco, l’ho vista che avevo 17 anni. Non 36.

Ce l’ho fatta, ho scritto 13 commenti su 13*.
Ora spero di riuscire a scrivere anche qualcosa che non tratti di serie TV.
Prima o poi.

* in realtà no, mentre scrivo questa chiusa ne ho messi insieme solo 10 e mi son già giocato la ripetizione. Ma credo molto in me.

Weeds

Ieri sera ho finito di vedere Weeds.
Per chi non la conoscesse, Weeds è una black comedy andata in onda su Showtime e che si è chiusa nel 2008. Racconta le vicende di una famiglia della middle-class americana che finisce a campare spacciando erba. Su Netflix si trovano tutte e 8 le stagioni, 102 episodi in totale da poco più di 20′ l’uno. Io li ho recuperati tutti senza sforzo in un paio di mesi e me ne sono innamorato.
Sigla.

La prima cosa da dire parlando di Weeds è che a guardarlo si ride. Tanto.
Certo, magari non sempre e non ogni volta con lo stesso gusto, ma quando vuole questo show arriva a picchi difficilmente raggiungibili, anche guardando ad altre comedy ben più note e comunemente ritenute divertenti.
Si ride per i personaggi e per le situazioni, che sembrano sempre completamente sopra le righe, ma che poi a ben guardare non lo sono affatto, o meglio, non quanto può sembrare in prima analisi. Quello che riesce meglio a questa serie infatti è presentare tutti i controsensi, le assurdità e le problematiche, spesso drammatiche, della società americana, ma senza fare pistolotti noiosissimi o avventurarsi in metafore assurde. Non c’è una morale, un messaggio. E’ come se Jenji Kohan, l’autrice dello show, fotografasse gli Stati Uniti e ce li mostrasse usando di volta in volta filtri di instagram diversi. Anche quando possono far sembrare le immagini artificiose ed irreali, queste restano sempre e solo foto e una foto non esprime giudizi, li lascia a chi la guarda. Droga, criminalità, corruzione, perbenismo di facciata, crudeltà, consumismo sfrenato, disuguaglianze sociali, speculazioni finanziarie, truffe assicurative, assenza di previdenza sociale, fanatismo religioso e un mucchio di altri elementi che sto probabilmente dimenticando dipingono le avventure della famiglia Botwin, che si limita a sguazzarci dentro di volta in volta trovando sempre un modo “creativo” per uscirne male o finire dalla padella alla brace.
La seconda cosa che mi ha fatto amare Weeds è la cura per la colonna sonora, almeno per quanto riguarda le prime 4/5 stagioni. A partire dalla sigla, che nella seconda e nell’ottava stagione è stata reinterpretata da un tot di artisti (qui ci sono tutte le versioni, OCCHIO AGLI SPOILER), ma anche e soprattutto le scelte musicali durante gli episodi: sempre azzeccate, capaci di dare al tutto una profondità molto più ampia, non solo nei momenti di tensione o nelle parti più emozionanti, ma anche quando c’è da ridere. Mentre guardavo lo show, più di una volta mi sono trovato a pensare: “wow, che scelta figa!” e non è una cosa che mi accade tanto spesso.
E poi ci sono gli attori e le tonnellate di comparse illustri, tutti bravissimi, su cui sono stati costruiti tantissimi personaggi indimenticabili che hanno reso archi narrativi meno riusciti comunque degni di essere visti. Questa è una grossa qualità, dare anima anche a personaggi che restano sullo schermo un paio di episodi, una roba del tutto non comune.
Ciliegina finale, c’è dentro davvero un sacco di figa.
Il mio consiglio è quindi di guardare questa serie, che a 12 ore dalla conclusione già mi manca tantissimo. Ha dei difetti, soprattutto nelle due ultime stagioni, ma ha davvero tanti pregi e se le si presta un minimo di attenzione sa mostrare molto più di quel che appare in superficie.

Selfie

Stavo rientrando in box, questa sera. La Polly seduta affianco, Giorgio nel seggiolino dietro che diceva cose tipo “Oggi ho giocato tanto”.
Ero lì che guidavo e d’improvviso ho avuto la percezione che quello che sto vivendo sia il periodo più bello della mia vita.
Non so quanto durerà, io del futuro ho sempre e solo paura.
Sarebbe fantastico essere qui a pensare la stessa cosa, avere la stessa percezione della propria esistenza, tra moltissimi anni. Non è quello però il punto.
Domani non è importante, come non lo è ieri.
Il concetto di vivere il presente è qualcosa di ultra comune, quasi retorico, ma tra il predicarlo e il saperlo/poterlo fare c’é tutta la differenza del mondo.
Oggi, nel box, questa consapevolezza mi si è accesa nel cervello e mi ha sconvolto. Tante volte mi è capitato di rivalutare a posteriori porzioni della mia vita, quella sensazione agrodolce di malinconia verso momenti che “allora sì che si stava bene”.
Rendersi conto di stare bene oggi è tutta un’altra questione, ha tutta un’altra potenza.
È una roba speciale che non credo mi fosse mai successa prima.
La nebbia fittissima che avvolge il futuro continua a spaventarmi, oggi più che mai, ma per una volta non è bastata a scatenare le mie ansie.
Sono sdraiato al sole.
Potrebbe piovere? Certo, ma ora non c’é che qualche nuvola lontana quindi me ne resto sdraiato qui e, vaffanculo, me la godo.

Questo spazio negli anni è stato tante cose, ma per me era, é e sarà sempre soprattutto un posto dove mettere in ordine, scrivendo, i “casini” che ho in testa.
Farlo in internet può sembrare senza senso e forse lo è, ma con me ha funzionato e, devo dire, funziona ancora oggi dopo tanto, tanto tempo.