Vent’anni di stare bene

Ce l’avete un immaginario dello stare bene?
Io sì, ma se ci penso non ha per niente a che fare con me o con la mia vita. Forse è strano o magari capita a tutti, sta di fatto che se chiudo gli occhi e penso ad un posto felice l’immagine che ne esce è fatta di esperienze che non mi appartengono, non in modo diretto quantomeno.
Sono cose che ho visto in TV, su MTV prevalentemente, oppure nelle serie e nei film dell’epoca. Roba che ho sentito nelle canzoni, ma anche (forse soprattutto) idealizzato nella mia testa di adolescente sempre troppo impegnato a sognare quanto sarebbe figo fare delle cose piuttosto che mettersi lì e, tipo, farle davvero.
Quindi se penso allo stare bene e lascio fluire i pensieri senza guidarli è facile finisca ad immaginare feste in piscina, spiagge, gente giovane che si diverte.
Nel mio immaginario dello stare bene c’è sempre il sole e se devo associare un suono a questa sensazione, nove su dieci viene fuori questo riff di chitarra.

A Place in the Sun dei Lit non è un disco da raccontare.
E’ il disco da mettere in macchina a volume alto e poi guidare, senza necessariamente avere una destinazione, ma solo per il piacere di farlo. La prima volta che sono andato in California è stato per lavoro, ben oltre gli anni in cui ho costruito l’immaginario di cui sopra. Avevo un paio di giorni liberi per fare il turista e così, uno di questi, mi son preso una macchina a nolo. Avevo chiesto l’utilitaria più sgrausa per spendere poco, ma è venuto fuori che le uniche auto noleggiabili a San Francisco sono muscle car e pickup giganti, quindi per i 35 dollari pattuiti mi hanno dato in mano Bumblebee. Quel giorno ho guidato quasi 500 km con l’oceano all’orizzonte, il sole in faccia e questo disco a volume da denuncia. Mi son sentito a casa.
Ora, lo capite il disturbo mentale di uno nato e cresciuto nel grigio dell’hinterland milanese che si sente a casa in una situazione del genere? Ecco.
La storia di come sono arrivato a questo disco forse l’ho anche già raccontata, non ricordo, in ogni caso la faccio breve: nel settembre 1999 vado a Bologna per il primo Independent Day festival, quello che qualcuno* pensò potesse essere una buona idea ritrasmettere integralmente il giorno seguente su una TV nazionale. I Lit non sapevo chi fossero, ma il loro set fu incredibile per energia e risposta del pubblico. Mi folgorarono, pur non avendo loro quasi alcun punto di contatto con l’archetipo del gruppo che in quel periodo storico potesse colpire la mia attenzione: non musicalmente, non esteticamente e nemmeno concettualmente. Eppure fu amore a prima vista.
Ora la sparo grossa, ma credo che i Lit di A Place in the Sun siano la cosa più vicina ai Beach Boys uscita dopo i Beach Boys.

Il prossimo 23 febbraio A Place in the Sun compie vent’anni. 
A differenza di altre volte, scriverne qui è anche l’occasione per andarmi a vedere cosa è successo loro negli ultimi vent’anni, visto che da allora non li ho più seguiti. Sapevo che il batterista fosse morto di cancro, ma ricordavo fosse successo ben prima del 2009, quindi sbagliavo. Musicalmente non ho sentito la roba che hanno registrato dopo, a parte un paio di singoli usciti nei primi 2000, ma ho scoperto che nel 2018 hanno buttato fuori un nuovo disco dopo tanti anni. Lo sto ascoltando ora ed è un essenzialmente un disco di Bon Jovi, ma buono. Nulla che riascolterò mai più in futuro, a grandi linee.
E’ il 2019, siamo a Febbraio e a Milano c’è un clima primaverile che non si spiega (beh, quasi). Per voi è certamente una coincidenza, ma vi sbagliate, come probabilmente vi sbagliate quando vi approcciate a questo album qui. Non dovete capirlo, non dovete analizzarlo.
Dovete solo chiudere gli occhi e alzare il volume.


* Quel qualcuno è la persona a cui penso quando mi dite che non tutti i super eroi portano un mantello, anche se in effetti non so chi sia e potrebbe tranquillamente indossare un mantello.

Turning Japanese

Viaggiare è una delle mie passioni principali, oggi, e le dedico un sacco di tempo. La maggior parte di questo ovviamente non è speso effettivamente viaggiando (magari), ma pianificando vacanze che forse non farò mai. Ho nel cassetto una tonnellata di itinerari, più o meno realizzabili, ma c’è un posto che non so perché non ho mai davvero considerato: il Giappone.
Non dico non ci andrei, ma di certo ci sono un sacco di altre destinazioni a cui darei la precedenza, avendo la possibilità. Eppure ci sono tantissimi aspetti della cultura nipponica che mi incuriosiscono e appassionano. Il primo, certamente, è la cucina.

Mangiare giapponese, a casa mia, è grossomodo sempre coinciso con l’andare in uno di quei ristoranti ormai comunemente chiamati All You Can Eat e sfondarsi di “sushi”, inteso come accozzaglia varia di pesce crudo e riso in proporzioni variabili. Leggenda vuole che la maggior parte di questi posti sia in realtà gestita da cinesi perchè 1) quando qualcosa è fake tendiamo a dire sia cinese 2) quando qualcuno è giallo tendiamo a dire sia cinese. Il fatto che entrambe queste motivazioni vi sembrino (a ragione) razziste non implica siano false.
Io ho uno splendido rapporto con i ristoranti giapponesi All You Can Eat, secondo solo a quello che ha mia moglie. Paola mangerebbe giapponese AYCE sempre, potendo farlo. Ha anche fatto un corso di cucina per imparare a fare maki e nigiri e devo dire che quando ha tempo di cimentarcisi le riescono esattamente come quelli fatti dai cinesi. 

In questo inizio di 2019 però ho avuto la possibilità di estendere un minimo la mia cultura sulla cucina giapponese, affacciandomi a due realtà che alzano il livello di parecchie spanne.
La prima esperienza è stata a fine gennaio, da Iyo.
Iyo è un ristorante giapponese stellato di Milano e, per i motivi che ho citato sopra, ho pensato potesse essere una buona idea regalare a Paola per Natale una cena da loro. 
Per il teorema del “se fai una roba, falla bene”, associato al comma “già che stai spendendo una fucilata, non stare a guardare il centesimo (pezzente)”, ho optato per il menù degustazione che, se masterchef mi ha insegnato qualcosa, dovrebbe essere il modo migliore per farsi un’idea del concetto di cucina proposto da uno chef. Il menù di Iyo comprendeva nove portate tra carne, pesce e dessert.
E’ stata un’esperienza mistica.
Lo so cosa state pensando: dopo che hai speso una cifra folle per mangiare, psicologicamente sei portato a pensare sia stato tutto buonissimo per quell’istinto che abbiamo tutti e che tende ad evitarci la spiacevole sensazione di sentirci dei coglioni, specie quando si parla di spendere soldi.
E invece no, perchè seppur non sia assiduo frequentatore di certi ristoranti (#graziealcazzo), non era la prima volta che mi capitava di mangiare in un ristorante stellato, ma la terza, e nessuna delle precedenti due mi aveva dato le stesse sensazioni. Anzi.*
Non starò qui a fare una disamina di tutte le portate, mi limiterò alla classifica delle mie tre preferite:
3° Ika somen 
2° Sashimi di Berice
1° Sushi IYO
Quest’ultimo ve lo racconto anche: 5 pezzi di “classico sushi” inteso come boccone di riso con sopra il pesce. Ricciola, capasanta, gambero crudo marinato, ventresca di tonno e anguilla. 5 gusti completamente diversi, ognuno dei quali mi ha fatto dire “OH MIO DIO IL MIGLIOR SUSHI DELLA MIA VITAAAAAHHH”.
Potendolo fare, tornerei a mangiarci ogni altro giorno che Dio manda in terra. 

La seconda esperienza invece l’ho fatta potendo sfruttare un regalo della mia azienda che, per festeggiare i cinque anni insieme, mi ha offerto una cena per due persone da Yazawa
Yazawa è l’unico ristorante d’Europa che permette di mangiare manzo wagyu giapponese cucinato al tavolo con un sistema tradizionale che, da che ho capito, è stato legale giusto in una finestra di mesi che ha permesso al titolare di aprire il locale, garantendogli l’esclusività.
Il giudizio su questa seconda esperienza però non è positivo quanto il precedente, seppur per motivi che esulano dalla soddisfazione che si prova nel mettersi in bocca del wagyu. Quella è incontestabile e mi rende felice di averla potuta sperimentare, soprattutto senza dover pagare di tasca mia.
Non tanto perchè fosse caro (lo era eh, anche se un filo meno di Iyo), ma perchè il prezzo pagato non vale, a mio avviso, la soddisfazione che se ne trae. Lo dico chiaro: sono uscito dal ristorante affamato e non mi capitava davvero a tantissimo tempo. Posso capire che la materia prima costi e che su quella si tenda a lesinare, ma almeno sul corollario potrebbero evitare di farsi venire il braccino. Il mio dessert, un gelato al matcha, stava in un bicchierino da shot che andrebbe stretto ai finger food più striminziti. Ed è gelato, cazzo, mica caviale.
La carne però, lo ribadisco, è davvero una roba che prima di assaggiarla non te la puoi immaginare. Parlandone con il ragazzo che ci ha serviti, gentilissimo, ho appreso che un manzo Wagyu giapponese costa circa 90K euro. Il corrispettivo Australiano, Neozelandese o Tedesco (i tre paesi principali in cui si alleva quella tipologia di bestia) sta intorno ai 6K euro al capo. Una chianina va per i 3.000 euro, mentre un manzo “standard” di solito costa sui 1.500. 
Li vale? Boh, ognuno ai soldi da un valore diverso. Per me, onestamente, non abbastanza da pensare di poter ripetere un’esperienza del genere, a meno di andare in Giappone, ma li lo farei per ragioni che vanno anche oltre il cibo.

Due cene molto diverse che però hanno contribuito a dare a questo mio 2019 una forte impronta nipponica, che però è andata ben oltre il cibo.
Ad inizio gennaio ho anche scoperto che sul finire del 2018 gli Envy hanno fatto uscire un EP di due pezzi che si chiama Alnair in August.
Il primo dei due lo metto qui sotto perchè è la cosa che ho ascoltato di più nell’ultimo mese, perchè è stupendo e perchè credo chiuda perfettamente questo post.

* per i più pettegoli: la prima volta in cui ho mangiato in un ristorante stellato è stata all’anniversario del primo anno di matrimonio, da Pierino Penati. Talmente a nostro agio nel contesto che Paola quasi sviene vedendo il menù senza prezzi (galanteria riservata alle signore e che lei ha genuinamente tradotto in “qui ci inculano a sangue”). Potrei citare molte scene analoghe, ma la più simpatica resta quella in cui chiedo il conto, il cameriere risponde: “Certamente, glielo porto subito. Gradisce una grappa?” e io penso: “Va che bel gesto, offrire una grappa in un ristorante così chic ad un poveraccio come me.”. Me l’hanno fatta pagare. Otto euro. Mi sale ancora oggi l’odio solo a pensarci. Per me potrebbe chiudere ieri.
La seconda volta invece è stata per l’anniversario dei cinque anni e siamo andati da Innocenti Evasioni. Decisamente meno a disagio della prima volta, fatico però a ricordare un singolo piatto di quella cena e questo credo non sia un bel segnale. Non ero uscito insoddisfatto o scontento, solo indifferente e, visto il prezzo, non è una bella cosa. Ricordo uno dei vini che mi avevano proposto in associazione ad un piatto però, infatti mi capita ancora oggi di ricomprarlo. Online.

A grande richiesta: un pezzo sulla Juve

Venerdì stavo discutendo di calcio su whatsapp con alcuni amici. Gli strascichi della supercoppa italiana erano ancora freschi e, pur non trattandosi della più grande ingiustizia calcistica ogni epoca, per alcuni c’era materiale a sufficienza per gli ormai classici ricorrenti discorsi sulla rubentus.
Alla fine della discussione mi sono uscite un paio di riflessioni che sul momento mi sembrava interessante sviluppare, ma che non ero sicuro potessero portare a discorsi sensati e/o interessanti.
Quindi ho chiesto a Twitter.

Se avessi potuto votare, avrei votato “No, ti prego. NO.”, ve lo dico per onestà intellettuale. Ormai però il dado è tratto, quindi eccoci qui.

La Juventus è la prima squadra d’Italia: per fama (soprattutto recentemente), per tradizione sportiva (concetto su cui evito di soffermarmi), ma soprattutto per numero di tifosi. Wikipedia stima la tifoseria bianconera tra i 12 e i 14 milioni di italiani, 34% di share, ma il dato è del 2016 quindi potrebbe essere anche sottodimensionato, viste le continue vittorie e l’arrivo di CR7.
Son tante persone.
E’ chiaro che la fede calcistica sia in tutto assimilabile a quella religiosa, dove la percentuale dei “credenti non praticanti” è ormai molto superiore a quella dei true believers. Tifosi che non guardano le partite e che non sanno chi giochi nella loro squadra, di solito Juventini per tradizione familiare. Eppure, se ci pensate, è comunque una montagna di gente che vive bene, se non addirittura con orgoglio, il sentirsi parte di un’entità spesso associata a nefandezze e scandali di varia natura. NOTA: se non avete più ben chiaro se stia parlando della Juve o della Chiesa Cattolica è già un primo punto che dovreste segnarvi, perchè sto andando proprio a parare da quelle parti lì, ma non voglio correre.
Il 34% della popolazione, dicevamo. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che tutte queste persone siano il nostro comune amico negazionista per cui il gol di Muntari non era entrato, quello su Ronaldo non era rigore, Mussolini Moggi ha fatto anche cose buone e comunque #eallorailPD #ealloraPerugia? Quelli sono la minoranza folkloristica con cui ci piace ed è giusto accanirci, ma non sono il problema. Il problema è la maggioranza “silenziosa”, quella che sa di supportare una società che ha piegato i valori sportivi al proprio potere, con mezzi leciti e illeciti, e che ancora oggi gode di questo sistema pur non avendone bisogno, forse addirittura suo malgrado. Questa la spiego meglio perchè detta così suona male. Avete presente, nei film o nelle serie TV, il malavitoso che giunto all’apice della ricchezza e del potere prova a “ripulirsi”, uscire dal giro dell’illegalità e costruirsi una nuova vita? Di solito passa per buono e invece è solo uno che ha barato per avvantaggiarsi sugli altri e poi pretende di godere dei frutti del vantaggio ottenuto da impunito. Come non fosse successo nulla, come fosse stato più bravo degli altri giocandosela ad armi pari. Ecco, la Juve oggi è chiaramente una squadra che per potere economico e per qualità di organico non ha più avversarie, in Italia. Potrebbe dominare giocandosela unicamente sul campo eppure, esattamente come capita ai malavitosi dei film e delle serie TV, non riesce a tranciare col suo passato, vuoi perchè ormai certe cattive abitudini sono radicate in lei al punto da essere inevitabili, vuoi perchè l’ambiente circostante continua a relazionarcisi sulla base di chi ha dimostrato di essere in passato e non di chi vorrebbe essere oggi. E’ più chiaro? Spero di sì.
E’ impossibile trascurare che, se il calcio è il passatempo principale del nostro Paese, è perchè sa essere specchio dello stesso. Come potrebbe essere altrimenti? Non serve guardare al calcio per comprendere che in Italia abbiamo un problema con la legalità, ma è illuminante (credo) fermarsi a fare qualche analogia.
Se c’è una cosa, su tutte, che trovo rivoltante della Juventus è la sua gestione della condanna ottenuta con calciopoli, in particolare la revoca degli scudetti. C’è una sentenza di tribunale che non solo la società decide di ignorare, ma che viene trasformata in un simbolo del proprio potere, del proprio essere sopra la legge e sopra le parti. Il meccanismo, ancora una volta, è quello del malavitoso che non solo gabba le istituzioni, ma se ne bulla tra la propria gente conscio di restare impunito. Si fa un continuo parlare del cattivo esempio che Gomorra darebbe ai giovani, ma il calcio promuove le stesse dinamiche, se ci pensate. 
E infatti così è: la società Juventus affigge scudetti revocati nel proprio stadio, a monito, e la FIGC non solo abbozza, ma manda la nazionale a giocare nello stesso stadio, legittimando di fatto questo comportamento e piegando la giustizia al volere del più forte. Esattamente come in Gomorra, non fosse che nel telefilm alla fine arriva sempre un proiettile a dimostrare che nessuno può farla franca a vita. A conti fatti, unico elemento di finzione della serie.
Quindi gli juventini sono tutti brutte persone? . No.
Qui è dove il pippotto si fa, forse, finalmente interessante.
Se parcheggi in divieto e prendi la multa, lo stronzo è sempre il vigile. Quando la Juve delegittima la giustizia sportiva, così come quando Berlusconi delegittima la magistratura, non sta “creando un precedente”, sta consolidando o se vogliamo istituzionalizzando un malcostume. E’ drammaticamente più grave.
Per i tifosi avversari prendersela con la Juventus e gli juventini è ormai la regola, ma basta addentrarsi un minimo in qualsiasi discussione da bar per comprendere come a farla da padrone non sia la voglia di giustizia, ma l’invidia. Ancora una volta, il meccanismo è lo stesso che ha portato i Grillini al potere gridando alla kasta e ai privilegi, se ci pensate.
Vincere rubando una partita di calcio non è un problema per nessun tifoso, il problema si pone solo se la possibilità di rubare viene data anche/solo ad altri. Qui il parallelismo è quello con le tasse, da cui è nata l’idea di questo post: l’Italia è il primo Paese europeo per evasione dell’IVA (ref.). Se è vero che non tutti coloro che possono evadere evadono, è certamente vero che non tutti coloro che non possono evadere resterebbero onesti gli venisse concessa la possibilità. Non possiamo fingere la differenza stia solo tra chi ruba e chi no, perchè è chiaro il meccanismo si fondi su tutti quelli che ruberebbero se potessero. Perchè, implicitamente, a questa larga fascia di pubblico non interessa sanare il sistema, ma solo riscattare la propria posizione di svantaggio, il proprio ruolo nell’ingranaggio. 
Io sono milanista. Ogni volta che guardo una partita del Milan contro la Juve finisco bestemmiando e con i bruciori di stomaco. Ogni volta. Non mi capita molto spesso, invece, di riflettere sul fatto che anche il Milan sia stato condannato ai tempi di calciopoli, che anche il Milan abbia favorito di un certo potere mediatico e societario negli anni addietro. Ultimamente noto costantemente il trattamento viscido che la stampa di settore ha nei confronti del Milan, ma dubito sia improvvisamente morto il giornalismo sportivo (anche se di certo non è migliorato). Più facile pensare che dieci anni fa la stampa fosse servile anche con noi e che io non me ne rendessi conto, o peggio, lo accettassi senza problemi.
Io sono milanista e credo nulla mi farebbe godere di più che vincere un derby con un gol irregolare o un rigore inventato. Io, quindi, sono parte del problema. Non sono una vittima. E forse dovremmo provare tutti quanti a chiederci che ruolo abbiamo in questa vicenda.
Il calcio è decisamente un fenomeno strano. Non c’è nulla di bello nel guardarlo, inteso come spettacolo: il campionato italiano è da tempo ormai dominato dalla tattica, le partite sono lente e stagnanti, mediamente di una noia letale. Senza quella componente emotiva ingiustificata data dal tifo credo mi sarebbe  impossibile approcciarlo ed è una cosa che per esempio non mi capita con l’NBA, di cui guardo le partite come puro intrattenimento.
E’ davvero come per la religione, forse sarebbe ora di razionalizzare e capire che vivremmo meglio senza. 
Magari però iniziate voi, sto giro. Io aspetto ancora un attimo.

38 Minuti

2:11 p.m.
Il magazzino è piccolo e abbastanza incasinato.
Pacchi di vecchie brochure e rimasugli di chissà quali attività promozionali si contendono lo spazio sugli scaffali arrugginiti. I cartoni riportano scritte in diversi colori e diverse calligrafie, che a conti fatti sono l’unico indizio che permetta di risalire a quando sono stati abbandonati qui. Molte appartengono a persone che hanno lasciato l’azienda.
Non ci sono finestre. Oltre alla porta blindata da cui si accede al locale c’è solo un piccolo lucernario 30×80 cm, in alto sulla parete di sinistra. Il vetro è sporco ed incrostato ed è impossibile capire se affacci all’esterno o su una qualche intercapedine tra le fondamenta del palazzo. L’unica cosa sicura è che da lì non filtra alcuna luce, l’illuminazione è tutta a carico di una lampada alogena che pende dal centro del soffitto.
In azienda chiamano questo posto ARCHIVIO con la stessa serietà con cui definiscono “Food & Beverage Manager” il ragazzo che rifornisce i distributori automatici. È probabile che alle risorse umane abbiano fatto uno studio per identificare la denominazione che allontanasse maggiormente dalla testa del dipendente l’idea di muffa alle pareti.
Nella stanza però c’è odore di umido. Entrandoci per qualche minuto ad “archiviare” l’ennesimo pacco di carta sprecata non ci si farebbe caso, eppure c’è ed è piuttosto pesante.
Quattro minuti fa la radio ha troncato di netto un pezzo di Dua Lipa per trasmettere il messaggio di una voce metallica che recitava più o meno così:

“LA CITTÀ È BERSAGLIO DI UN IMMINENTE ATTACCO MISSILISTICO. METTETEVI AL RIPARO. QUESTA NON E UN’ESERCITAZIONE.”

Ci sono voluti duecentoquaranta secondi perché Meg uscisse dall’ufficio, facesse tre piani di scale e si infilasse dentro al magazzino. Ci ha trovato Nic.
Lui è rannicchiato in un angolo. Sta piangendo. Trema.
Lei è seduta a pochi centimetri dalla porta, con la schiena appoggiata ad uno scaffale e le gambe stese di fronte a lei. In questo momento, non riesce a pensare ad altro che a questo terribile puzzo di umido.

2:17 p.m.
– Sarà passata?
– E io cosa cazzo ne so…
Nic ha appena alzato la testa dalle gambe. È riuscito a calmare un pochino i nervi perché, in cuor suo, se qualcosa sarebbe dovuto succedere sarebbe già successo. Quanto può impiegare un missile ad arrivare al bersaglio? Ormai sono in archivio da un’infinità e non gli sembra di aver sentito nulla che potesse far pensare all’impatto. Nessun botto, nessuna scossa. Nel tentativo di razionalizzare si è trovato a mettere insieme nella testa tutte le possibili nozioni sulle armi nucleari di cui è a conoscenza, ma la cosa più che calmarlo lo stava gettando nuovamente nel panico, così ha deciso di staccare la fronte dalle ginocchia e parlare con Meg. Una semplice domanda. Un’implicita richiesta di conferma per distendere i nervi. Perché doveva essere sempre così stronza?
– Intendo che ormai sarà passata. Siamo qui da un sacco di tempo.
– Siamo qui da neanche dieci minuti.
– Solo?
– Solo.
Nic sa di aver lasciato l’iPhone sulla scrivania, ma ha l’orologio. Non è più abituato ad usarlo per controllare l’ora e quindi fino a quel momento non ci aveva pensato. Adesso però lo guarda.
– Quanto dici che ci vorrà?
– Perché non esci a controllare?
Maledetta stronza.

2:19 p.m.
Meg ha con sé il suo cellulare e guarda il display. L’indicatore dice che lì sotto non c’è segnale e lei ha smesso di provare a smentirlo. Quando la radio ha passato il messaggio l’unica cosa che ricorda di aver fatto è chiamare casa. Non sa come sia uscita dall’ufficio né come sia arrivata in magazzino. Ricorda solo il maledetto “bip” della chiamata che cade. Una, cinque, dieci volte. Le bestemmie a denti stretti, il groppo in gola e quel continuo “bip”. Nel momento in cui tutta la città stava telefonando, prendere la linea sarebbe stato meno probabile che vincere la lotteria, eppure non riusciva a smettere di provarci, ancora e ancora.
Sua figlia oggi non aveva lezione. Abitano fuori città, seppur non di molto, e in teoria dovrebbe essere al sicuro. Il missile che sta arrivando però potrebbe essere farcito con chissà quale soluzione all’avanguardia per la distruzione di massa. Magari è una bomba atomica, magari un’arma chimica o batteriologica.
Meg si ritrova a sperare sia una cosa che li ammazzi sul colpo. Più ci pensa e più capisce che la chiamata che ha tanto desiderato di poter fare non era per mettere in guardia la sua bambina, né per assicurarsi fosse al sicuro.
Meg capisce di non voler morire senza sentire la sua voce un’ultima volta.

2:27 p.m.
Nic ora gira per il magazzino e rovista tra gli scatoloni. Non sa cosa sta cercando, ma farlo lo aiuta a tenere impegnata la testa. Trova un sacco di vecchio materiale pubblicitario destinato a fiere e convegni, risme di carta intestata con indirizzi di sedi precedenti, buste, faldoni con ricevute di acquisti fatti prima del millennium bug.
L’azienda tiene uno storico di tutto – pensa Nic –  ed è una buona cosa, ma forse il modo in cui il materiale viene accumulato si potrebbe ripensare. Un archivio dovrebbe avere una catalogazione più precisa e dettagliata, dei rimandi univoci, sigle ed etichette ben leggibili.
Nic saprebbe come fare a gestire il tutto, è una persona precisa e meticolosa e ha le competenze gestionali per poterlo fare. La job description a cui sta pensando è “Records & File Manager” ed è un mezzo sorriso quello che si apre sul suo volto prima che il cervello collochi questa sua aspirazione dove dovrebbe stare: nel futuro.
Nic ricorda che potrebbe non avere un futuro.
Sta per sfogare la nuova ondata di panico in un grido quando Meg gli parla.
– Si può sapere cosa stai cercando?
– Ricordi quella fiera di tre anni fa a Londra?
– Sì, perché?
– Forse è rimasto qualche gadget. Avevamo fatto brandizzare
– LE RADIO! Cazzo, aspetta che ti aiuto.

2:33 p.m.
Scatoloni, borse di plastica, persino qualche sacco nero di quelli usati per il pattume. Su quegli scaffali c’è un mondo, reperti attraverso cui gli archeologi potrebbero ricostruire la storia dell’azienda anche tra migliaia di anni. Meg però non vede alcun motivo per cui, tra mille anni, a qualcuno dovrebbe fregare qualcosa dell’azienda.
Lei e Nic si sono divisi le pareti, in modo da lavorare in maniera indipendente. Una sua idea, ovviamente. Ora Meg ha coperto circa metà della sua area di competenza senza trovare nulla di utile. Con il passare degli scatoloni, la spinta data dall’euforia iniziale si è via via affievolita lasciando spazio al dubbio di stare sprecando del tempo. Posto che sia rimasta qualcuna di quelle orrende radioline verdastre e posto che loro riescano a trovarle, inizia a credere non se ne faranno un bel nulla dentro una stanza in cui non prendono nemmeno i cellulari.
– Mi dici perché mi odi tanto?
Meg si volta a guardare Nic e lo trova concentrato nella ricerca. E’ probabile le abbia fatto quella domanda senza neanche voltarsi a guardarla in faccia. Cristo, se chiedi a qualcuno perché ti odia, il minimo è guardarlo negli occhi. Devi essere pronto alla risposta, poterla sostenere. L’istinto le ha già portato alle labbra l’ennesima replica tagliente, uno dei tanti vaffanculo che ogni mattina si infila in faretra prima di varcare la porta dell’ufficio. Eppure si ferma. Respira.
– Io non ti odio. Nemmeno ti conosco.
– Non mi saluti mai. La mattina mi capita di incrociarti per l’ufficio e dirti “buongiorno”, ma tu non rispondi. Nemmeno un cenno. Quest’anno ti ho persino inserita tra i miei SMART Goals
– Gesù… ora sì che ti odio.
– Scusa?
– Senti Nic, io non so nemmeno chi sei o in che reparto lavori. So come ti chiami per via del cartellino che porti appeso al taschino. Questo posto è diventato un andirivieni di volti, non esiste più un orario di lavoro, un proprio ufficio. Ognuno si presenta all’ora che vuole e fa il suo, sedendosi nella prima scrivania che trova libera. Comunichiamo tra noi tramite email, Cristo santo, e magari siamo a due sedie di distanza. Non ti saluto come non saluto le persone che incrocio in metropolitana per venire qui.
– Beh, nemmeno ci provi però.
– Non provo a fare cosa?
– Ad instaurare dei rapporti.
Meg si pente di non averlo mandato affanculo. Tra tutti gli idioti che popolano questo posto doveva capitarle proprio Mr. Spirito Aziendale per la convivenza forzata dei suoi ultimi momenti di vita. Uno che discute i propri obbiettivi personali con l’ufficio risorse umane, uno che fa amicizia perché glielo chiede il capo, o peggio, perché lo reputa parte delle sue mansioni.
Di colpo sente di essere sul punto di crollare, abbandonarsi alla disperazione le sembra l’unica cosa che resti da fare.
– ECCOLE!
Il grido di esultanza di Nic la trattiene sull’orlo del buco nero in cui la sua mente stava per precipitare. Meg si fionda da lui e senza rendersene nemmeno conto gli strappa di mano quella piccola radio. Allunga l’antenna, poi ruota la manopola del volume che fa anche da interruttore. Un click, seguito dal classico rumore bianco dell’assenza di segnale. Merda.
Brandendo la radio come farebbe un rabdomante inizia a girare per lo stanzino in cerca di una trasmissione, anche minima, anche distorta. La sua attenzione ad ogni percettibile variazione di suono è massima.
Ci vuole qualche secondo, forse qualche minuto, poi accade:

“BZZZ…SAGLIO DI UN IMMINENTE ATTACCO MISSILISTICO. METTETEVI AL RIPARO. QUESTA NON E UN’ESERCITAZIONE. ATTENZIONE!”

2:39 p.m.
La radio ripete ininterrottamente lo stesso messaggio, in loop.
Nic era convinto non avrebbe mai più sentito quell’allarme. Era sicuro che, se fossero riusciti ad intercettare una qualche trasmissione, sarebbe stata di buone notizie.
E’ per questo che ora sta di nuovo piangendo, rannicchiato in un angolo dell’archivio. A differenza di prima anche Meg ora è in lacrime, ma questo Nic non lo sa. Potrebbe essere solo o in mezzo a mille persone in questo momento, non farebbe alcuna differenza.

2:41 p.m.
La stanza sembra avvolta dal silenzio. La radio continua a sputare lo stesso avviso letto dalla stessa voce metallica, ma ormai è un sottofondo indistinto che il cervello di Meg non registra nemmeno più. Osserva Nic, ha lo sguardo fisso avanti a sé e si dondola leggermente avanti ed indietro con il busto. Gli occhi sono rossi, ma probabilmente le lacrime sono finite. Finiscono per tutti, ad un certo punto.
– Ehi Nic, scusa se ho fatto la stronza.
Nic non risponde.
– Andrà bene – insiste lei – Vedrai che andrà tutto bene.
– Sai a cosa stavo pensando?
– No.
– Mi capitava spesso di immaginare il mio funerale. Hai presente? Ti chiedi “come sarebbe se morissi domani?” e cominci a fantasticare. Inizi a proiettare le immagini nella testa, come se guardassi con gli occhi del tuo fantasma che assiste all’evento senza poter intervenire. Parti dalla musica che vorresti risuonasse lungo il corteo e arrivi alle persone che ci saranno, quelle che non ci saranno, quelle che verranno anche se di te non gli è mai importato…
– Cristo, ti ho detto che mi dispiace ok?
– No, aspetta. Lasciami finire, non dicevo per quello. Stavo pensando a quanto sia assurdo l’aver immaginato tantissime volte i dettagli del mio funerale e poi morire in questo modo, in un attacco nucleare che spazzerà via tutto. Niente superstiti a piangere per noi, nessuno rimasto a sentire la nostra mancanza. Nessun funerale.
– Nic piantala, porca puttana. Noi non moriremo!
Dio, quanto vorrebbe esserne sicura.

2:45 p.m.
Sono passati trentotto minuti da quando è stato dato l’allarme e questa volta è il messaggio della voce metallica ad essere troncato brutalmente.
Dalla radio esce un fischio.
Nic chiude gli occhi, si raggomitola ancora più stretto in terra ed inizia a pregare.
Anche Meg chiude gli occhi, nella testa l’unica immagine è il volto della figlia.
È una frazione di secondo, eterna, poi la voce metallica scandisce un nuovo messaggio:

“ATTENZIONE. NON C’È ALCUN ATTACCO MISSILISTICO IN CORSO. SI È TRATTATO DI UN ERRORE. RIPETO. NON C’È ALCUN ATTACCO MISSILISTICO IN CORSO.”

Nic abbraccia Meg con tutte le sue forze e Meg ricambia l’abbraccio con lo stesso vigore. Si tengono stretti per quello che ad entrambi sembra tanto, tantissimo tempo e tutti e due non fanno che pensare al fatto che non sia un problema.
Ora hanno tutto il tempo che vogliono.

2:46 p.m.
È Meg a staccarsi per prima. Indietreggia di un passo. Guarda Nic.
Odia l’azienda, odia il suo lavoro.
L’aveva vista piangere.
– Sei licenziato.


Questo racconto l’ho scritto ormai diversi mesi fa con l’idea di partecipare ad una bella iniziativa editoriale messa in piedi da Fabrizio.
L’iniziativa non ha avuto il successo che speravamo, quindi questo raccontino sarebbe stato destinato a restare nel cassetto. Lo metto qui nella speranza che a qualcuno vada di leggerlo e darmi un feedback.

NBA All-Star Game 2019

E’ iniziato il 2019!
Dopo diversi anni passati ad autoimpormi di fare il post conclusivo per l’anno, nel 2018 ho deciso che anche basta e così ho scollinato senza nemmeno un augurio.
Buon 2019, cari lettori!
Concluse le formalità è tempo di iniziare con il piede giusto una nuova stagione di pubblicazioni e quale potrà mai essere il modo migliore se non presentando la mia selezione per il prossimo NBA All Star Game?
Ecco i quintetti.

E ora, immancabile, la spiega.

WEST:
Davis: attualmente il mio giocatore preferito della lega. Devastante sotto ogni punto di vista, c’è solo da sperare che prima o poi finisca in un contesto che gli permetta di giocarsi qualcosa di serio. Possibilmente non a Golden State.
Doncic: che meraviglia.
Gallinari: con Danilo non c’è più l’amore che c’è stato anni fa. Ultimamente mi era entrato non poco in antipatia, vuoi per il pugno in nazionale, vuoi per le dichiarazioni dell’anno scorso o vuoi anche solo per la scelta di inseguire i soldi. Però come la ignori la stagione che sta facendo?
Rose: fosse possibile, lo voterei in tutte e cinque le posizioni. Deve andare all’ASG. Vederlo tornare rilevante è una delle più grandi soddisfazioni sportive che mi ha regalato il 2018.
Murray: volevo votare uno di Denver e non avevo più spazio tra i lunghi. Vale?

EST:
Embiid: altro giocatore che amo parecchio, in una franchigia che all’inizio mi stava simpatica e che invece adesso mi da un po’ in culo. Sta facendo una grandissima stagione direi, confermandosi uno dei centri dominanti della lega. Direi indiscutibile.
Antetokounmpo: tutti lo amano, io no, ma quest’anno sta giocando da MVP e non votarlo credo invalidi la scheda in automatico.
Leonard: anche qui, non certo un mostro di simpatia, ma dopo tutto il baillame con gli Spurs era molto in dubbio stessimo ancora parlando di un giocatore vero, invece è tornato e con la nuova canotta sta facendo più che bene. Lo voto più che altro perchè ha inguaiato San Antonio.
Walker: quota Charlotte, soprattutto visto che se lo gioca in casa. Che incidentalmente sia anche il miglior realizzatore ad est, oggi, non guasta.
Richardson: sorpresissima di quest’anno. Ovviamente ci sarebbero altri da votare prima di lui, ma mi stanno tutti sul cazzo.

Grandi esclusioni:
Direi nessuna. Però meriterebbero un voto sia Carter, che Wade, che Dirk per farsi l’ultima passerella. Dateglielo voi.

Bohemian Rhapsody

Ieri, davvero contro ogni previsione, sono andato a vedermi il film sui Queen.
Non credevo che alla fine lo avrei visto, certamente non al cinema: la storia dei Queen non mi sembrava avesse davvero nulla che valesse la pena raccontare e dal punto di vista musicale ho smesso di ritenere i Queen rilevanti grossomodo in terza media.
Come capita a volte però ho iniziato a chiacchierarne con alcuni amici su whatsapp, tra cui un fan piuttosto hardcore che se lo era già sparato due volte e che avrebbe fatto volentieri tripletta qualora mi fosse servito un accompagnatore, e mi sono fatto tirare in mezzo. Esistono cose peggiori di andare al cinema a vedere un film che non ti interessa, persino dell’andare a spararsi un film brutto.
L’unica curiosità vera che avevo nei confronti di questo Bohemian Rhapsody stava nel livello di adorazione per il Grande Artista che ci avrei trovato dentro.

Qui serve una nota che normalmente avrei messo in fondo usando un asterisco, ma che invece è necessario inserire subito a spaccare il discorso.
E’ il  2005, sono con lo stesso amico di cui sopra in un negozio di board game a Romano di Lombardia per acquistare i premi per i vincitori di un torneo di giochi di ruolo che avevamo messo in piedi. Nello stesso negozio c’è sto bergamasco che pare uscito da una gara di sosia di Freddie Mercury: stessi abiti, stessi baffi, stessi ray-ban a specchio. Non siamo ad un concerto dei Queen o di una cover band, non è carnevale, non è Halloween. E’ un cazzo di sabato mattina  qualsiasi di settembre e sto tizio è agghindato come Freddie Mercury in un negozio di giochi da tavolo. Il mio amico inizia a parlarci dei Queen, come se non fossimo al cospetto di un individuo di cui avere paura, e nel discorso il cantante è sempre e solo nominato con l’appellativo di Grande Artista.
Lo ricordo come fosse successo ieri.

I fan dei Queen sono una setta religiosa. Come in tutte le religioni ci sono delle sfumature nel credo di ciascuno, il fondamentalismo non è prassi, però a tutti gli adepti è comune l’approccio per cui l’argomento vada trattato con rigore, rispetto e senza mai mettere in discussione nemmeno per sbaglio il monoteismo su cui si radica. Non sono tantissimi i gruppi musicali che “godono” di una fanbase di questo tipo. I Queen sono la band del nerdismo musicale, dando a nerdismo l’accezione più dispregiativa possibile. Arrivando dai GdR so quello di cui parlo, non a caso moltissimi nerd hanno la fissa dei Queen.
Era quindi tutto sommato scontato trovarsi di fronte ad un’opera evangelica in cui il Grande Artista magari non moltiplica pani e pesci, ma scrive l’intro al piano di Bohemian Rhapsody di getto, in una posizione in cui pure Beethoven avrebbe qualche difficoltà e in piena euforia post coito.
Il mio amico non ha notato questa cosa, ma si è accorto che nel film mostrano il processo di scrittura di We Will Rock You con Freddie Mercury che ha i baffi, quando tutti sanno che i baffi sarebbero arrivati dopo. Voglio bene al mio amico eh, ma è sempre per darvi il quadro.
La verità però è che tutto sommato il livello di devozione e riverenza messo in campo non infastidisce più di tanto e permette al film di andare avanti tranquillo sui binari di qualsiasi altra favola del cinema, con lo stesso ritmo, gli stessi cambi di tono tra gli atti e le stesse dinamiche tra i personaggi. Che, se vogliamo, per un film sui Queen è una scelta quasi meta.
L’unico obbiettivo del film è portarti sul palco del Live Aid e farti montare la pelle d’oca quando attacca Hammer to Fall.
Ce la fa?
Sì, mannaggia al cazzo, ce la fa eccome.

Se sei nato negli anni ’80 credo sia illegale non aver avuto un passato in qualche modo segnato dai Queen. Io ce l’ho avuto alle medie, quando il Greatest Hits II era il mio disco del cuore insieme a Fronte del Palco di Vasco e Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. 
I miei pezzi preferiti erano quelli più caciaroni: I Want It All, Invisible Man, One Vision, Hammer to Fall, Breakthru, le chitarre di Innuendo. Forse ci si poteva vedere già una certa propensione alla merda che avrei amato negli anni a seguire, non so. Killer Queen mi ha sempre e solo spaccato i coglioni, forse uno dei casi più eclatanti di titolo fuorviante della storia della musica.
Crescendo ho imparato ad allontanarmi dalla devozione che chi ascolta i Queen ha per i Queen e, tolta quella, non mi è rimasto poi molto tra le ragioni per andare avanti a metterli in cuffia, così l’ho piantata lì.
Questa mattina ho deciso di provare a riascoltare il Live @ Wembley dell’86 e, come pronosticabile, ho avuto seri problemi ad arrivare in fondo. L’accoppiata A Kind of Magic / Under Pressure non la tolleravo nemmeno a 10 anni, così come non ho mai sopportato il pubblico che canta drammaticamente fuori tempo Another One Bites the Dust. Dio, che fastidio. A Brighton Rock Solo ho spento tutto.
Non basta un film di propaganda ben fatto per farmeli rivalutare, ecco.

Forse però, se non avete due ore e passa da dedicare ad un gruppo di cosplayer che promuove il Verbo sul grande schermo, avete venticinque minuti per riguardarvi la loro performance al Live Aid del 1985.
Credo che, tutto sommato, ci siano modi peggiori anche di impiegare 25 minuti.

La polemichetta su Anastasio

Quest’anno non ho guardato X Factor.
Credo sia il primo anno da quando pago Sky, quindi dal lontano 2012, in cui non seguo il Sanremo della mia generazione. Fa strano perchè il mio abbonamento Sky ormai comprende solamente il pacchetto base, tenuto proprio per poter seguire gli show principali del canale satellitare: Masterchef e, appunto, X Factor.
Il primo lo abbiamo abbandonato l’anno scorso, il secondo quest’anno. Potrei quasi disdire il servizio, ma non divaghiamo.
Quest’anno non ho seguito X Factor essenzialmente per due motivi:
1) trovo ormai il format di una noia ciclopica, sia per le cento puntate che impiega ad arrivare ai live, sia per la struttura dei live stessi.
2) dopo aver visto la prima puntata non ho trovato nessuno dei concorrenti degno del mio tempo, che preciso valere davvero molto poco.
Come capita per Sanremo però, è impossibile vivere il mese della kermesse senza sapere cosa ci stia capitando dentro, quindi pur non avendoli sentiti suonare sono arrivato a ieri ampiamente a conoscenza di chi fossero i vari Anastasio, Naomi, Luna e compagnia cantante (ihihih). Normale amministrazione per chi vive in una società e non necessita di essere convertito da indomiti missionari.

Il banco me l’ha fatto saltare ieri Noisey, pubblicando un’incredibile inchiesta  (!!!) riguardo Anastasio, poche ore prima della sua incoronazione (SPOILER! Va scritto prima?). I temi centrali dell’articolo sono essenzialmente due: le simpatie del ragazzo per gente poco raccomandabile come Salvini, Trump e Casa Pound e quanto queste rendano possibile/plausibile il PERCORSO dello stesso sulla via del RAP. Uso il caps lock per certe parole perchè me lo ha insegnato AMARGINE.
In merito al primo argomento credo ci sia poco da dire. Non ho stima per quei personaggi, non ho stima per chi li segue o li supporta, nè per chi li vota. Diciamo che mi fa proprio schifo tutto quello che sta intorno a quel mondo lì. Che è merda senza appello nè possibilità di redenzione. Chiaro, spero.
Il secondo argomento invece è un po’ più sfaccettato, a mio avviso. Cito dal pezzo di Noisey:

[…]una serie di preferenze politiche piuttosto singolari per qualcuno che da grande vorrebbe essere un rapper.
[…]sicuramente una variabile da prendere in considerazione prima di decidere se ascoltare la sua musica e supportarlo nella sua carriera artistica.

Fino alla chiusa che, a a costo di sembrare troppo malizioso, suona come “magari non fatelo/facciamolo vincere”.

Io non lo so se un rapper non possa essere di destra/fascista.
Non ho ascoltato più di tanto rap nella mia vita, ultimamente forse qualcosa in più, ma certamente non abbastanza da parlarne in termini generali. Ho ascoltato, anche mio malgrado, un bel po’ del rap italiano però e, onestamente, non mi sono mai posto la domanda di cosa votassero Gue Pequeno, Marracash, Fabri Fibra o anche solo J-Ax ai tempi degli Articolo 31.
I testi non sono un parametro utilizzabile per farsi questo tipo di idea, ho imparato. Ci ho messo un po’ perchè nel mondo musicale da cui vengo io dei testi mi sono spesso curato pochissimo, ma quando proprio volevano avere una dimensione di denuncia sociale, tendevano a prendere una posizione piuttosto netta.
Col rap non è così, mi dicono. I testi del rap italiano hanno una portata diversa perchè spesso il rapper è un personaggio distinto dalla persona che vive fuori dai palchi e molte volte quello che finisce dentro al racconto è l’immagine cruda della società, descritta per quello che è senza necessariamente ci sia in chi la descrive una sorta di “approvazione” ai comportamenti di cui si parla. Una variante del concetto di “retweet is not endorsment”, se vogliamo. E’ contorto, lo so, però è una chiave di lettura che esiste a prescindere dalla mia capacità di comprenderla. Lo sbaglio di noi vecchi è cercare o peggio trovare messaggi dove non ce ne sono, in estrema sintesi.

Se non posso basarmi sui testi, non ho molto altro per farmi un’idea sulle preferenze politiche di un rapper, quindi a meno di voler pensare che nessuno dei cento miliardi di rappusi (cit.) che infestano il nostro Paese voti a destra, direi che c’è ampio margine per credere che si possa tranquillamente fare rap votando Salvini, Berlusconi, Casa Pound e pure Hitler, fosse ancora eleggibile.
Certo, come dice Salmo “qualcosa non torna”, ma Salmo è lo stesso che come primo punto della sua agenda politica ha la pace fiscale, quindi qualcosa non torna manco a me. Disco di Salmo clamoroso, by the way.
Conclusione 1: fare il rapper avendo simpatie di destra non è impossibile e non credo manco tanto singolare, checché ne dica Noisey.

La seconda parte del pezzo sarebbe dovuta essere sui parametri che secondo Noisey una persona dovrebbe valutare prima di ascoltare della musica o supportare un’artista. Siccome non credo di essermi mai annoiato così tanto a scrivere un pezzo come questa volta (non lo cestino solo perchè temo di non scriverne altri a dicembre e quindi di finire per bucare il mese), la faccio brevissima.
Se Anastasio sceglie di rendere pubblica la sua ideologia politica è giusto che chi ritiene quel parametro importante nella definizione del proprio gusto musicale agisca di conseguenza. Mi chiedo se queste persone si accertino delle preferenze politiche di ciascun cantante che ascoltano o se la regola sia “fino a che non me lo sbatti in faccia ti do il beneficio del dubbio”. In questo secondo caso, se lo chiedete a me, c’è un elefante nella stanza.

La terza parte del pezzo avrebbe dovuto fondere questa storia con la questione di Sfera Ebbasta e del dibattito che è scaturito dalla tragedia di Corinaldo. Anche qui, la faccio breve: una volta un tizio mi diceva che tanta musica ti spinge ad accendere il cervello anche solo per capire che ti vuoi dissociare da quel che stai sentendo. Ed è una roba importantissima.
Come è importante trovare nella musica una valvola di sfogo per il malessere che tutti vivono in adolescenza. Da vecchio quale sono posso solo sperare che i miei figli ascoltino roba che non capisco, roba violenta,  irrispettosa, truce, radicale, ignorante e vivadio BRUTTA IN CULO. Il momento di preoccuparsi è quando tuo figlio sembra vivere nella pubblicità dei biscotti, perchè quella roba lì non è che non c’è, è solo che non la vedi.

Pezzo più brutto e inutile del 2018? Direi di sì.

Una cosa divertente (che non farò mai più)

Intorno alla metà di Luglio @bidizeta ha scritto il tweet qui sotto:

A me è sembrata una bella idea, forse anche perchè ho immediatamente pensato al momento che avrei avuto voglia di raccontare, così ho iniziato a scrivere in giro e chiedere se qualcuno fosse interessato a fare, davvero, questa cosa. Molti “sì” e qualche “forse” nei mesi si sono trasformati in molti “forse” e altrettanti “no”, ma alla fine della fiera qualcuno che ce l’ha fatta a mandarmi un raccontino c’è stato e così li ho messi insieme in una raccolta .pdf di una sessantina di pagine.
Non sono un editore, non ho mai lavorato nell’ambito nemmeno di striscio, quindi probabilmente ho commesso una serie infinita di errori nel definire le scadenze e nel modo in cui ho provato a farle rispettare. E’ possibile che, se fossi andato avanti ad aspettare, avrei raccolto qualche pagina in più, ma mi sembrava poco rispettoso nei confronti di quelle persone che invece per arrivare entro i termini ci si sono sbattute. Si tratta di una cosa fatta unicamente per divertimento, quindi immaginavo dal principio che qualcuno alla fine non ce l’avrebbe fatta a starci dentro, spero solo nessuno se la sia presa per la mia decisione di non aspettare oltre. 

La raccolta contiene dodici raccontini più l’immagine di copertina, che è un’ulteriore storia che abbiamo provato a raccontare.
Hanno partecipato, in rigoroso ordine di apparizione: Gozer Vision, Steven Senegal, Roberto Gennari, Isidoro Meli, Michele Borgogni, Andrea Giunchi, Enzo Baruffaldi, Nanni Cobretti, vali, Luca Doldi, Claudia e Pietro “Pier” Lofrano.
Li ringrazio tutti per l’ennesima volta.

Tra i raccontini ce n’è ovviamente anche uno mio, racconta un avvenimento di cui avevo già scritto qui sopra a caldo, ma credo messo giù meglio.
Non sono tante le volte in cui sono soddisfatto di quello che scrivo, soprattutto perchè non sono tante le volte in cui mi prendo il tempo di scrivere con calma, senza pubblicazione immediata, potendo rileggere e rivedere il testo diverse volte, modificandolo in più riprese.
L’ho fatto leggere in anteprima a tre persone, prima di definirlo “finito”, e tutte e tre me lo hanno mezzo stroncato, con motivazioni diverse e a volte divergenti. Questo anche per dare un metro del mio essere soddisfatto di me.

Cliccando sulla copertina qui sotto vi scaricate la raccolta.

Honestly, I’m a mess

Il disco dei Sorority Noise con gli underscore nel titolo è uno di quei dischi che mi destabilizzano emotivamente, forse l’unico uscito negli anni in cui non ho più tempo, voglia o attitudine a farmi cambiare l’umore da delle canzoni. Lo ascolto e mi viene voglia di piangere, urlare, vomitare fuori emozioni che ormai sono abituato a relegare in un non meglio precisato contenitore a tenuta stagna che credo stia da qualche parte tra le mie budella.
Quando dicono che la vita alla fine ti piega penso sempre ad un discorso di omologazione, ma è probabile sia più una roba legata alla capacità di provare emozioni senza doverle per forza di cose controllare. Alla base c’é la stessa necessità del quarantenne che si lancia col paracadute o che si imbuca alle feste universitarie: trovare il maledetto contenitore, farci un buco e lasciar filtrare fuori qualcosa.
Non so se ci sia altro in grado di definirci vivi se non il provare qualcosa di inspiegabile che monta dalla pancia e ti sale su per la colonna vertebrale senza che tu riesca a capirne il motivo, senza che tu possa razionalizzare.
Chiamatela crisi di mezza età, se volete, nel mio personale caso credo sia tutto legato al fatto che meno mi sento vivo e meno penso al fatto che non lo sarò per sempre e, sarà banale, ma dopo anni di insonnia e attacchi di panico va gran bene così.
Per questo odio questo maledetto disco.
E per lo stesso fottuto motivo continuo ad ascoltarlo.

All in for D-Rose

Questa notte Derrick Rose ha giocato una partita incredibile segnando 50 punti.
Se avete anche una vaga idea della storia di questo giocatore, non potete rimanere indifferenti.
Io, per dire, mi sono commosso.

Ora vedremo se sarà davvero il nuovo inizio in cui nessuno tranne lui credeva più o solo un fuoco di paglia.
In ogni caso è stato un momento incredibile, di sport e di vita.
Daje Derrick, spacca tutto!