Gli SPOILER: una chiacchierata con G. Di Giamberardino

Recentemente ho chiacchierato via twitter con Giovanni Di Giamberardino in merito al concetto di SPOILER. Giovanni, che forse alcuni conoscono anche come Reifrak, è un giovane scrittore che ha contribuito alla creazione di Serialmente e che scrive di serialità televisiva in un sacco di posti interessanti, come Rolling Stone o Bad TV. Siccome ho pensato che la discussione fosse promettente ed interessante, ho chiesto a Giovanni di rispondere in maniera un filo più articolata, diciamo uscendo dai 140 caratteri, ad alcuni quesiti a tema SPOILER e quello che segue è il risultato della sua disponibilità. Cosa di cui, ovviamente, lo ringrazio. Non è una vera e propria intervista perchè le mie domande sono in realtà opinioni travestite, proprio come la volta scorsa, però credo sia qualcosa che può valere la pena leggere.
Giorni fa avrei precisato che nel pezzo ci sono diversi SPOILER, ma dopo averne parlato con Giovanni ho capito che non è così, quindi leggete sereni. Ipotizzio che la presenza o assenza di SPOILER possa tuttavia essere uno SPOILER di per se stesso sul contenuto del pezzo e realizzo che forse avrei dovuto chiedere un chiarimento anche su questo.
Le mie non-domande sono in grassetto, per facilitare la lettura, ma soprattutto perchè il blog è mio e mi piace darmi importanza.

L’altro giorno mi sono imbattuto in un tuo twitt, in cui riportavi una notizia relativa all’uscita dal cast di uno dei protagonisti di una serie abbastanza seguita. Io ho letto quanto scrivevi e ho pensato che, se fossi tra gli spettatori della serie in questione, la cosa avrebbe potuto infastidirmi.
Nei tempi in cui viviamo credo che la questione dello SPOILER sia ormai argomento piuttosto difficile da canonizzare. Il tutto è lasciato all’etica, o sensibilità se vuoi, del singolo individuo senza nemmeno uno straccio di indicazione o linea guida, probabilmente per il fatto che la Bibbia, di SPOILER, non parla. Una volta ho detto che l’ultimo libro di R.R. Martin è orrendo e mi è stato risposto che avevo fatto uno SPOILER. Storia vera. Questo è accaduto nello stesso mondo in cui titolare un articolo per la home di un quotidiano tipo Repubblica con il nome del vincitore di Masterchef un giorno prima della messa in onda della finale del programma è del tutto normale. O quantomeno lecito. C’è confusione, insomma.
Per iniziare quindi ti chiedo se esiste un’etica dello SPOILER universale, se ci sono delle regole tipo nel bowling o se invece la cosa è più simile al Vietnam. E poi, già che ci siamo, vorrei sapere quanto sei suscettibile tu agli SPOILER, quale che sia la definizione, o soglia se vuoi, che dai al termine.

Allora, io comincerei proprio dal significato del termine. SPOILER viene dal verbo inglese TO SPOIL che significa “guastare, rovinare”. Quindi SPOILER è letteralmente “ciò che rovina”, in questo caso ciò che rovina la visione di un film, la lettura di un libro. E cos’è che le rovina? Sapere cosa succede. Perché se so che succede poi che me lo guardo/leggo a fare?
Lo SPOILER perciò è legato principalmente alla trama ed è qualcosa che può essere detto solo da chi ha visto/letto il qualcosa in questione. E’ un’informazione che proviene direttamente dal testo, o da chi in questo caso te lo “rovina”. Questo quindi esclude dichiarazioni ufficiali e comunicati stampa.
Facciamo un esempio: se Repubblica mi scrive il finale di Harry Potter come titolo di un articolo è SPOILER, perché è un’informazione che avrebbe potuto ottenere solo dal testo. Se un anno prima un attore di una serie tv non rinnova il contratto e il canale e la casa di produzione rilasciano un comunicato assieme agli autori, beh, quello non è uno SPOILER. Diventa uno SPOILER se qualcuno venisse a raccontare gli eventi, all’interno della storia, che porteranno all’uscita di scena del personaggio.
Riassumendo, lo SPOILER parte dal testo e poi esce fuori, un movimento dall’interno all’esterno. Se un’informazione parte dall’esterno non è SPOILER, anche se sappiamo che avrà delle conseguenze sulla trama stessa, ma non sappiamo quando e in che modo. E’ come sapere prima che la stagione di una serie sarà l’ultima: sappiamo che finirà ma non sappiamo come. Informazione esterna che avrà una ricaduta interna che però non conosceremo finché non verrà rivelata dal testo stesso.
Questa è almeno la definizione comunemente accettata di SPOILER. Poi ovviamente ognuno ha la sua sensibilità. La mia migliore amica per esempio mi ha nascosto da fb perché anche solo leggere “episodio bello” o “episodio brutto” nei miei commenti la far star male. Però ecco, lo SPOILER è un’altra cosa.

Conosciamo entrambi persone strane, te lo concedo. La tua definizione mi funziona bene, così come trovo interessante riflettere sul fatto che, effettivamente, l’uscita dal cast di un protagonista non riveli poi granchè sulle trame che vedremo sullo schermo.
Ad inizio mese sono andato al cinema a vedere Fast & Furious 7. Sapere che Paul Walker fosse morto durante le riprese mi ha messo in una particolare condizione per cui ogni scena drammatica in cui era protagonista, ogni dialogo, ogni riferimento più o meno marcato alla morte colpiva forte e duro per motivi che però, di fatto, esulano dalla realizzazione delle scene stesse. Sapere della morte di Paul Walker non è ovviamente uno SPOILER, ma è un’informazione non necessaria alla visione del film che altera di fatto la percezione e la valutazione di chi guarda. Te lo puoi godere di più o te lo puoi godere di meno, non importa. La tua relazione col prodotto è alterata. Butto lì un’altra parola maiuscola che c’entra con tutto questo: META. Se vuoi la spieghi tu, che mi sembri preparato.
Andando alla domanda, la dimensione che il fenomeno Serie TV ha acquisito nel mondo genera una montagna di materiale ad esso correlato fatto di interviste, commenti, recensioni, siti specializzati, speciali in TV e via dicendo. I media tradizionali pescano da queste fonti in maniera copiosa e gli spettatori stessi discutono quotidianamente sui social di quanto sentono e leggono. Guardare una serie TV e basta, senza “dietrologia”, è diventato oggettivamente impossibile. E’ bello che chi voglia approfondire possa farlo, ma non dovrebbe essere possibile l’opzione “grazie, anche no.”?

Non è una questione di approfondimento, ma di informazione e l’informazione è libera. Quando un attore lascia il cast di una serie tv per unirsi come protagonista al pilot di un’altra serie, come è possibile tenere nascosta questa informazione? E per il bene di chi? Si apre subito una discussione più complessa: sulla bilancia cosa pesa di più, il mondo in cui viviamo o uno (degli infiniti) mondi di finzione? E’ più importante il diritto di cronaca o quello dello spettatore? Ha più diritto l’attore a comunicare la sua uscita di scena e annunciare il suo prossimo progetto o ha più diritto il fan a non volerlo sapere in modo da proteggere il mondo di fantasia che ama? O hanno più diritto gli autori a proteggere il loro processo creativo? O i produttori a salvaguardare la loro proprietà? Insomma, i diritti di chi battono i diritti di chi altro?
Altra considerazione da fare è stabilire se divulgare una determinata informazione rechi davvero un danno al pubblico: quando un personaggio è molto amato comunicarne l’uscita è anche un modo per preparare lo spettatore all’evento e attutire il colpo. Per esempio, nei giorni scorsi Nina Dobrev di The Vampire Diaries ha annunciato che al termine della sesta stagione non farà più parte della serie, nonostante ne sia di fatto la protagonista. Se questa notizia fosse stata tenuta nascosta forse il colpo inferto ai fan sarebbe stato troppo grande. D’altronde il legame che il pubblico instaura con i personaggi di una serie tv è molto più profondo e famigliare rispetto ai personaggi di un film o di un libro. Quindi i fan come avrebbero reagito meglio? Sapendolo o non sapendolo? Aggiungo una domanda più “smaliziata”: conviene di più agli autori, al canale e alla produzione comunicare la notizia per indirizzare le possibili responsabilità all’attore e nella pratica scaricare su di lui la “colpa” di questo avvenimento e proteggere l’integrità della serie?
Ci sono ovviamente casi in cui produttori, canale, autori, maestranze e attore riescono a mettersi d’accordo per costruire l’uscita di scena di un attore in modo da sconvolgere il pubblico, come successo l’anno scorso con The Good Wife. E ci hanno guadagnato tutti: per qualche settimana non si è fatto che parlare della serie. Esistono tuttavia delle controindicazioni: è stato quasi impossibile per chi non avesse seguito la serie live non venire a conoscenza di questa brusca uscita, proprio per la discussione accesa che ne è conseguita. E qualcuno a questo punto potrebbe controbattere: ma non avrebbero fatto meglio a comunicare l’addio dell’attore alla serie con anticipo e preparare tutti i fan a questa svolta invece che danneggiare quelli che, poverini, proprio quella sera non avrebbero potuto guardare la puntata e lo sarebbero venuti a sapere, volenti o nolenti?
Lo vedi, è complesso. Anche dopo essere riusciti a incasellare per bene lo SPOILER (un’informazione narrativa che parte dal racconto per essere rivelata all’esterno) e a trovarsi d’accordo sulla sua dannosità (qualità più sfuggente però, in quanto dipende dal tipo di informazione interna divulgata), resta l’ultima considerazione: per quanto uno SPOILER è uno SPOILER? Se io oggi parlo tranquillamente del finale del Sesto Senso, o del fatto che Darth Vader è il papà di Luke Skywalker, faccio davvero uno SPOILER? Se dico che Anna Karenina muore, è sempre uno SPOILER? E allora quand’è che non lo è più? Quando un’informazione narrativa smette di essere informazione ed entra a far parte della cultura collettiva? Quando smette di essere in torto quello che ti dice come finisce “I dolori del giovane Werther” e comincia a essere ignorante quello che non lo sa?

Questa cosa che sei tu a fare le domande mi destabilizza, credo anche per via del fatto che non so rispondere. Vorrei evitare di lanciarmi in voli pindarici iniziando una discussione sul diritto di cronaca che probabilmente finirebbe per sollevare ulteriori questioni legate non tanto al dovere di informare, ma più che altro al clickbait e allo sfruttamento dell’indole al voyeurismo che caratterizza la nostra specie in questo tempo. Non è il caso, direi.
Mi interessa invece di più discutere dell’ultimo punto che sollevi, la dinamica temporale. Il sito della Fox che pubblica la foto di Beth con il mid-season finale di The Walking Dead conclusosi da picosecondi per molti fu SPOILER. Scriverlo adesso qui sopra probabilmente non lo è più. L’ipotesi che tiene conto del tempo immagino presuma che le persone realmente sensibili allo SPOILER siano quelle interessate al prodotto, ovvero quelle che indipendentemente dal rischio colmeranno la loro lacuna nel più breve tempo possibile diventando così immuni. Passata una ragionevole porzione di tempo (che mi aspetto tu sia pronto a definire con precisione svizzera), chi ci teneva è al sicuro e quindi liberi tutti. La cosa mi funziona perchè, parlando personalmente, io leggo costantemente spoiler di serie/film/libri che non conosco senza pormi il problema, conscio che se mai dovessi recuperarli certamente quell’informazione non sarebbe radicata a sufficienza nella memoria da costituire un effettivo scoglio. Funziona tutto, apparentemente, eppure mi restano ancora dei dubbi.
Se ti consigliassi un giallo di Agata Christie e per presentartelo ti rivelassi l’assassino credo sarebbe uno SPOILER, anche se non si tratta propriamente di opere appena uscite. Certo, potrei darti dell’ignorante perchè non conosci quel libro, e magari avrei anche ragione, ma con ogni probabilità se tu l’avessi già letto non avresti avuto il bisogno di parlarne con me e chiedermi se ne valesse o meno la pena. Se ho battuto il record del mondo di forme e tempi verbali sbagliati, chiedo scusa. Ciò che intendo è che nella maggior parte dei casi chi si lamenta di aver subito uno SPOILER è qualcuno che si vuole avvicinare ad un prodotto da cui è incuriosito, ma che ancora non ha approcciato. A queste persone si può certamente dire che avrebbero potuto svegliarsi prima, ma a che pro? Non sarebbe meglio limitarsi a parlare delle opere senza rivelare dettagli di fatto ininfluenti? Da quando recensire un libro, un film o una serie è diventato farne il riassunto? E’ colpa delle scuole medie? La cosa che mi lascia ancor più sgomento, è che poi chi legge in molti casi è proprio il riassunto che cerca, salvo poi lamentarsi del fatto che contenga gli SPOILER.

Allora, se ti do un libro e ti dico come finisce proprio mentre te lo do, beh questo riguarda la sensibilità personale e alla fine è qualcosa che riguarda me e te e il fatto che probabilmente ti detesto (o almeno è ciò che il gesto in sé pare suggerirmi). Mi sembrava però che stessimo facendo più un discorso diciamo “istituzionale” riguardo la comunicazione per canali ufficiali, senz’altro più interessante. Cos’è uno spoiler? E quando uno spoiler non è spoiler? E quando è uno spoiler con intenzioni malevole c’è l’aggravante? Secondo me sì e la pena dovrebbe essere l’esilio.
Poi sulle recensioni apri una discussione in cui potremmo perderci, che riguarda più che altro lo “stato dell’arte” della critica di oggi, che spesso scrive senza avere niente da dire o che ancor più spesso, come dici tu, nemmeno è critica.

I dischi del 2014

Quest’anno faccio una roba diversa dal solito. Faccio un post dedicato ai dischi del 2014. Risate. In effetti non è che di solito non facessi le classifiche di fine anno eh, ma buttavo tutto insieme in un unico pezzo tra musica, cinema, letteratura, tv e via dicendo.
Quest’anno no.
Il 2014 è stato abbastanza memorabile per tante cose. Io dodici mesi così fitti di avvenimenti, situazioni, gioie, preoccupazioni e sbattimenti non me li ricordo e, se vogliamo dirla tutta, spero di non replicarli a breve. Nonostante le cose belle. Sta di fatto che con tutte queste “distrazioni”, di musica non ne ho praticamente sentita. Che poi la situazione sarebbe un filo meno drammatica se si considerassero i dischi che io ho scoperto solo quest’anno, consumandoli, ma che sono più vecchi. Purtroppo però non si può fare. Sono le regole dell’internet.
Parliamo del 2014 quindi, che per me è stato il primo anno in cui a farla da padrone è stata la musica italiana. La musica italiana è qualcosa che a nominarla mi fa sentire inadeguato, vecchio e fuori contesto ed è forse anche per questo esterofilismo spinto e inconscio che non l’ho praticamente mai considerata. Nel 2014 invece è stato un susseguirsi di dischi cantati nella mia lingua madre, tutti belli, che probabilmente si sono trainati a vicenda portandomi a sviluppare un certo tipo di gusto. Ho ripreso in mano Caso e i Gazebo Penguins rivalutandoli tantissimo, ho consumato l’ep dei Cabrera, ho imparato a dare una chance alla roba nostrana. A fare un tentativo.

Il disco più bello di questo 2014 è Riviera dei Riviera. L’ho detto. Eppure è un disco completamente sbagliato. Prima di tutto non è un disco, nel senso che in CD non è mai uscito e quindi nella mia collezione di dischi non ci entrerà mai. La cosa mi fa girare abbastanza la minchia, devo dirlo, ma purtroppo non è un problema legato unicamente ai Riviera e quindi tocca andare oltre. Altra nota dolente è che ha dei suoni brutti. Nel senso, non sono drammaticamente osceni, ma son quei suoni li di chi ha paura che la pulizia infici l’attitudine o l’APPARTENENZA, per dirla alla MACH5. Fai un disco portentoso e poi lo registri coi suoni di un demo del ’98 (uno di quelli della gente brava però). Quindi io lo ascolto e mi incazzo perché bastava nulla a farlo venire fuori proprio BENE e invece pare una take dal box dei vicini. Non ho finito. “a.n.c.o.r.a.” non mi piace e alcuni passaggi strumentali il disco mi caga un po’ il cazzo, alla lunga. Ecco. Posto tutto questo, Riviera dei Riviera è un disco CLA-MO-RO-SO. Non relativamente a quest’anno, ma proprio in generale. Quelle melodie lì che ti entrano dentro subito, i testi, i cori grossi che alla seconda volta che passi il disco già canti sguaiato e non ne esci mai più, la tromba. Porco il cazzo, la tromba in dischi come questo a me da sempre una botta impareggiabile. Il messaggio da portare a casa è che un disco bellissimo non deve per forza essere perfetto.
Citazione: Metto i puntini sulle i dove non li metti tu
Pezzo preferito: attrezzi (10)

Il secondo disco di quest’anno per me è DIAVOLERIA dei Lantern, anche se non lo sento da un po’ perchè ad un certo punto ho iniziato a collegarlo ad una serie di sfighe che mi son capitate e quindi l’ho tolto dal lettore. Però fino a che l’ho ascoltato sono stato veramente preso benissimo. Che pezzo della madonna è “Mucchio d’ossa Copperpot”?. Incredibile. Secondo me ci voleva un bel dischetto HC in italiano suonato bene e con delle idee interessanti dentro e DIAVOLERIA per me ha centrato il bersaglio. Nel disco non c’è la cover di Shorty che mi piace tanto, ma c’è abbastanza roba buona per non sentirne la mancanza. Li ho visti live a Milano, non il concerto più memorabile della mia vita, ma qui si valuta il disco (che, ovviamente, non esiste in CD) e quindi questo non c’entra. Magari me lo risento, DIAVOLERIA, una di queste sere. O magari aspetto di risolvere un paio di faccende, prima.
Citazione: Rileggo tutta la storia. Tutte le colpe. Tutti gli errori. Ripeto tutto a memoria.
Pezzo preferito: Mucchio d’ossa Copperpot (4)

Chiudo il podio con l’EP d’esordio degli “And so your life is ruined” che, notizia bomba che ho scoperto solo ora, ESISTE IN CD! Se non fosse che non ho cazzi di riscrivere tutto da capo, lo picchierei in cima alla classifica solo per questo. Invece sta qui al terzo posto. Il motivo è solo uno: se fai un dischetto di tracce bellissime, 6 sono troppo poche e alla fine ti resta la voglia di sentirne ancora. Che è una cosa bella eh, ma anche un po’ brutta sotto un certo punto di vista. Dei tre sicuramente questo è il disco meno immediato in termini di impatto, almeno per quanto mi riguarda. Atmosfere più tranquille, suoni più morbidi, quel filo di malinconia tipico dell’inverno, anche se poi a voler guardare io ho iniziato ad ascoltarlo ad agosto. Avrei potuto e voluto vederli live a Modena, ma non ce l’ho fatta. Peccato, soprattutto perchè avrei potuto comprare il disco.
Citazione: Raccontami le tue paure, son sicuro che metà sono le mie.
Pezzo preferito: Febbraio (2)

Questo vuol dire che ho ascoltato solo dischi italiani? No, ma effettivamente dal resto del mondo non mi è arrivato alle orecchie nulla di rilevante o capace di tenermi lì per più di un paio di ascolti. Ad eccezione del primo full lenght dei Gates che si chiama Bloom & Breathe ed è un disco eccezionale (appunto), con suoni bellissimi, pezzi bellissimi, atmosfere bellissime e quel senso di perfezione che da fastidio a tutti e che invece per me è, per non ripetermi, bellissimo. E’ uno di quei dischi in cui non è possibile isolare una traccia dal contesto o distinguere con precisione un pezzo dall’altro finito l’ascolto, ma non è una caratteristica negativa. Sarebbe come estrarre una scena di pugni da The Raid e cercare di ricordarsi esattamente quando sia nel film, cosa venga prima e cosa dopo, farla bastare a se stessa. Non ci si riesce sempre. La domanda è: ha davvero senso quando si può prendere il film e guardarlo tutto dall’inizio alla fine? No. “Eh, ma in The Raid c’è il fight con Mad Dog che anche da solo spacca il culo”. Vero, ma in questo disco c’è “Not My Blood” che tiene in piedi l’analogia, quindi ho ragione io.

La chiuderei qui, che mi pare di aver scritto abbastanza. Di solito quando faccio le classifiche di fine anno, però, parlo anche dei dischi brutti e quindi lo faccio anche questa volta. Tanto non c’è molto da dire.
Quest’anno è stato essenzialmente la nemesi del 2002. I tre peggiori dischi li hanno buttati fuori Taking Back Sunday (“Happines is”, disco senza mezza idea e ripetitivo all’eccesso, ma con un singolo che tutto sommato si salva), Finch (“Back to Obliion”, un disco di cui nessuno sentiva il bisogno. O meglio, di cui io sentivo il bisogno, ma non fatto così) e The Used (“Imaginary Enemy”, un disco essenzialmente offensivo).
E’ uscita roba brutta anche in Italia?
Sì. Il disco dei Do Nascimento a me ha fatto cagare. Però ha un titolo bellissimo: Giorgio. Me lo segno.

All Star Game 2015

Puntuale come il freddo invernale, anche quest’anno è venuto il momento di votare per l’NBA All Star Game e io ho fatto come sempre il mio dovere.
Le scelte di Manq
Lo dico subito, quest’anno è stata dura.
A ovest per esempio ho dovuto segare Marc Gasol, che quest’anno non è proprio una robetta. DeMarcus Cousins però è ormai idolo delle folle e si prende di prepotenza il suo posto sotto canestro, anche a discapito del mio giocatore preferito della lega. Affianco a Cousins, per una coppia di lunghi come si deve, ci ho messo un altro personaggio che si sta rivelando quella minima dominante nel campionato più bello del mondo: Anthony “Monociglio” Davis. Per il terzo lungo invece voglio premiare uno che sta facendo discretamente brutto nella super striscia vincente di Golden States, perchè ok Curry, che infatti si prende il posto di guardia nel mio quintetto, ma questo Green è veramente un bel giocatorino. Chiudo il quintetto con CP3, che per me è sempre il play più forte della lega e che quest’anno spero vada anche avanti il più possibile con i Clippers.
Il dramma vero è stato scegliere per l’est. Ho tirato dentro LBJ, tanto ero a corto di idee. Perché nella conference lato Atlantico ci sono un tot di belle squadrette che stanno giocando forte, ma parlandoci chiaro è tutta gente che non è così entusiasmante immaginare nel contesto All Star Game. Ad ogni modo, a riempire l’area la scelta era d’obbligo. Con il ritorno dei miei Hornets nella lega un rappresentante andava scelto e nella franchigia nessuno merita di più di Big Al Jefferson. Grandissimo. A fare il terzo lungo ci mettiamo Valanciunas e, sull’onda della celebrazione di questo inizio a sorpresa dei Raptors, porto anche Lowry a fare da guardia. Così, più che altro per tagliare DeRozen. Ultimo posto lo do a John Wall. Non ho un vero motivo, anche se scarso di certo non è, quindi ammetto mi abbia colpito la sua commozione per la piccola fan morta di leucemia.
E l’elenco è completo.
Come dicevo è stata dura e ho scelto molti giocatori che forse con quel contesto c’entrano poco, ma chissene.

In risposta ad un brutto articolo.

Delle cose brutte della rete ho appena parlato. Nel dettaglio, la cosa brutta dei social è che c’è sempre qualcuno che ti mette a conoscenza di contenuti che avresti fatto volentieri a meno di leggere (grazie eh.). Questo è un problema, perchè quando leggo qualcosa che mi da fastidio in rete, io ho questa irrefrenabile necessità di rispondere a tono. Questa volta, tuttavia, rispondere all’articolo a tema Giochi di Ruolo di Massimo Montani e Gilberto Gerra in un commento sul loro sito mi sembrava onestamente troppo poco. La questione richiede infatti un’analisi un po’ più dettagliata e credo che questo spazio abbia ancora un senso per questo genere di operazioni.
Innanzi tutto però, ci vuole un link all’articolo che mi appresto a commentare: eccolo.
So cosa state pensando. L’ho pensato anche io. “Eh, vabbeh, ma hai visto il sito? Papaboys.org… Dai… non vale manco la pena star li a perderci tempo…”. Questo però è un commento non solo molto superficiale, ma anche dannoso, perchè sottostimare il nemico è sempre la prima causa delle sconfitte. Quindi adesso mi metto sotto e commento il pezzo in questione in maniera seria e possibilmente precisa, cercando di non cedere a facili ironie e di non buttarla troppo in caciara.

“L’espansione della pratica dei giochi di ruolo ha sollevato da più parti perplessità e allarme: l’ambientazione spesso irreale o truculenta, il carattere totalizzante e la lunga durata di questi “giochi ” porterebbe a fenomeni di alienazione e dipendenza fra i praticanti. L’articolo che segue prende dettagliatamente in esame il rischio reale.”
Come sarebbe sempre auspicabile per chi si prefigge di scrivere un testo informativo/divulgativo non ascrivibile alla sfera delle mere opinioni personali, sarebbe buona cosa indicare delle fonti. Vorrei sapere questo sollevamento da più parti di che parti è composto, ad esempio, come capire chi abbia teorizzato la connessione tra GdR e fenomeni di dipendenza e alienazione.

“La diffusione del “giochi dl ruolo” tra gli adolescenti, nell’età della difficile ricerca personale, è estremamente preoccupante e dovrebbe suscitare interrogativi non banali negli adulti. L’impiego di questo materiale riguarda un gran numero di giovani, a diversi livelli di coinvolgimento psichico ed emozionale, con conseguenze sul comportamento che non è semplice valutare.”
Io su questo posso pure essere d’accordo. Non condivido l’assunto, ma non trovo mai sbagliato che un genitore si interessi alle pratiche del figlio ed è proprio per questo che articoli come quello che sto commentando sono molto pericolosi, perchè non aiutano un genitore a capire. In effetti non è quello lo scopo. Un genitore che voglia davvero approfondire di cosa si tratti quando si parla di GdR non credo possa prendere in considerazione articoli senza fonti che spacciano per assodate teorie tutt’altro che dimostrabili. E’ più facile però che il pezzo trovi terreno fertile in chi non ha per niente voglia di capire, ma cerchi un’opinione preconfezionata da fare propria in merito per porsi poi di conseguenza nei confronti dei figli. Un nuovo dogma fatto per gente che ragiona per dogmi. Se scrivessi che avere genitori così è molto più dannoso di qualsiasi pratica GdR e che le cause di eventuali disturbi relazionali e/o tossicodipendenze andrebbero ricercate in quello, ma non avessi fonti a supporto della mia teoria, questa resterebbe mia personale opinione. Capito come funziona?

“Certo non è sensato liquidare il problema sbrigativamente, considerando questa, al pari di altre, la moda legata ad una effimera sottocultura: troppo evidente è la difficoltà degli adolescenti del nostro tempo a pensare un proprio futuro, a riconoscere la propria identità sostanziale, a polarizzare l’esistenza rispetto ai sistemi dei valori, per sottovalutare strumenti “ricreazionali” che proprio con l’identità inducono a giocare.
E ancora la diffusione di disordini psicologici e comportamentali che includono la ricerca delle “sensazioni forti”, al di fuori di un quotidiano grigio, la incapacità a distinguere tra reale e virtuale, la povertà di percezione e comunicazione delle emozioni suggeriscono la possibile corrispondenza ambigua di questi “giochi alle patologie sociali emergenti.”

Come detto all’inizio, “liquidare il problema sbrigativamente” è proprio l’errore che non voglio commettere. Di questo paragrafo, che non fa che ribadire quanto già detto e quindi non necessita particolari commenti, mi soffermerei sull’associazione del GdR alla ricerca di “Sensazioni forti”. Devo riconoscere che il nesso mi è completamente oscuro, quindi mi piacerebbe avere una spiegazione. Stiamo dicendo che un adolescente in cerca di sensazioni forti, nel 2014, sceglierebbe di sedersi ad un tavolo con degli amici ed usare la fantasia?

“L’ambientazione dei giochi include, nella migliore delle ipotesi, il mondo magico, del mistero, pieno di incantesimi, maghi, fate, elfi, guerrieri mitici; tematica classica lo scontro tra il guerriero buono e il potente malvagio: l’adolescente respira una mentalità fatta di destini ineluttabili e di insormontabili maledizioni, si immedesima in una cornice piena di ultra-poteri e di mitologie che pongono ristretti limiti alla libertà della persona.
Nei casi peggiori, e molto frequenti, l’ambiente dei giochi è quello dei mostri, dei vampiri, dell’horror più cruento, dell’occulto e dei riti iniziatici. Si va dagli amuleti stregati all’immedesimarsi nel divorare carogne e al rivivere di cadaveri: un supermercato del sacro, dell’”aldilà” e del sacro-satanico non lontano dal modo di pensare che conduce ad aderire a gruppi o sette di questo settore.”

Sarebbe facile fare dell’ironia e sottolineare che nel leggere di “destini ineluttabili e insormontabili maledizioni” la prima cosa che mi è venuta in mente è il peccato originale. Così come leggendo di “cornici piene di ultra-poteri e di mitologie” è impossibile non pensare alla Bibbia. L’idea però è di tenere il discorso su toni civili. Mi fa riflettere l’idea che per qualcuno “ristretti limiti alla libertà dell’uomo” possa avere connotazione negativa anche solo nell’ambito dell’immaginario. Inoltre, continuo a non capire su che base la finzione e l’immaginazione possano aprire le porte a certe derive in assenza di una predisposizione psicologica dell’individuo stesso. Mi si spieghi, magari con delle evidenze scientifiche a supporto.

“Il bravo giocatore è quello che sa immedesimarsi meglio nel ruolo prescelto o assegnato; viene molto apprezzato per le soluzioni intelligenti, per le risorse personali che sa tirare fuori per districarsi nei passaggi più difficili del gioco: i giochi di ruolo sono per gente “smart”, intelligente, brillante, astuta che guarda dall’alto in basso chi si accontenta degli spaghetti, della fidanzata e della vita reale: un cimento per uomini un pò “superiori”, o che comunque presto nel gruppo stabiliranno una gerarchia di “superiorità” in base alle capacità e all’intuito. Si afferma così l’atteggiamento mentale che, attraverso un “cammino di perfezionamento”, consentirebbe alla persona di raggiungere grandi risultati, ignorando limiti e relazioni interpersonali: è l’ottica utilizzata nei percorsi delle sette del “potenziale umano”.”
Lo ammetto, qui ho riso. Per tutto il mondo il giocatore di ruolo è, essenzialmente, uno sfigato. E’ uno stereotipo odioso, ma basato su una casistica di “nerd” anni ’80/’90 indiscutibilmente rilevante. Lo so perchè è un mondo che conosco bene e che ho frequentato a lungo. Credo questa sia l’unica volta in cui leggo che i giocatori di ruolo in realtà sono, parafrasando, gente smart che se la mena e taccia di inferiorità i ragazzi “normali”. Mi sembra una fotografia talmente fuori fuoco della questione, da pensare che l’articolo tutto sia in realtà una sonora presa in giro. Purtroppo non lo è. Ancora una volta, resto sbigottito nel leggere che il concetto di “cammino di perfezionamento che consente alla persona di raggiungere grandi risultati” sia un qualcosa di diseducativo. Va detto che ignoro cosa siano “le sette del potenziale umano”.

“Il fatto più inquietante è che la metodologia di tali giochi presenta forti assonanze e probabilmente una origine comune con modalità utilizzate all’interno di particolari forme di psicoterapia di gruppo: in questo ambito il terapeuta, conducendo il gruppo utilizza l’assunzione di ruoli per i pazienti, al fine di far emergere aspetti interiori inespressi, facilitare l’introspezione, rimuovere inibizioni, suggerire strategie di cura e ottenere effetti catartici.
Diviene impensabile che strumenti così delicati, utilizzati da terapeuti abilitati, nei limiti di ben precisi vincoli deontologici, e con competenze specifiche, vengano impiegati in modo aspecifico, dati in pasto, attraverso dettagliatissimi “manuali”, a chiunque li acquisti.”

Insisto imperterrito a prendere sul serio il testo e rispondere nel merito, pur iniziando a fare fatica. L’idea di base è che siccome esistono le auto di F1 e che per guidare le auto di F1 bisogna essere piloti esperti, dovrebbe essere vietato vendere le automobili comuni.

“Il leader naturale di un gruppo dl adolescenti verrà dotato, attraverso il gioco, di approfonditi elementi metodologici per indurre altri nei ruoli previsti dal gioco stesso: il manuale gli suggerisce tutti i fattori necessari, gli atteggiamenti, i comportamenti, il modo di sentire e di pensare: le sue capacità carismatiche verranno ampliate da questa “dotazione” senza che alcun riferimento etico sia garantito: si vede con facilità il rischio dell’ instaurarsi di dipendenze e sudditanze, di prevaricazioni e strumentalizzazioni che esulano dalle normali dinamiche di un gruppo adolescenziale.”
Io non lo vedo con facilità. Seriamente. Vorrei mi si spiegasse il concetto in maniera più chiara perchè così scritto non ne capisco il senso.

“La cosa diviene ancor più seria se si considerano i tempi del gioco: non si tratta di incarnare il ruolo di un personaggio fantastico per una o due sere, ma per molti mesi di seguito: occorre immaginare come ci si sente rivestendo il carattere del killer, del vampiro, della vittima, dell’ impiccato o dell’oste menzognero per 12 – 18 mesi.
“Il gioco migliore – ci ha detto con entusiasmo uno dei giovani coinvolti – è quello che non finisce mai, che dura tutta la vita” : un immedesimarsi che sostituisce irreversibilmente il ruolo fittizio e condizionato alla persona e alle sue scelte.”

Cerchiamo di capirci. 12-18 mesi è una tempistica data da chi? Su che base? Ci sono ragazzi che giocano a GdR per 12 mesi consecutivamente senza interrompere? Se ci sono pause, di quanto sono? Con che cadenza avvengono le sessioni di gioco e quanto durano? Non vi sembra di buttare lì numeri e dati senza il minimo raziocinio? Mi piacerebbe anche sapere chi sono i “giovani coinvolti” interpellati da chi scrive, perchè ho la sensazione, il dubbio anzi, che le loro parole siano state stravolte o perlomeno reinterpretate.

“Il leader del gruppo diviene un “master”, un coordinatore-facilitatore che ha il compito di condurre il gioco: di solito personalità “dominanti”, ad elevata autostima, forte determinazione, spunti di tipo narcisistico-istrionico assumono il ruolo di master; questi soggetti tradiscono una forte aggressività rivolta verso gli altri, ma la capacità di controllare i pari senza prevaricazioni aperte o cruente.
I soggetti alla ricerca di identità, piu attratti da prospettive ideali, che trovano disattese nella società reale, con caratteri di fondo non lontani dal pattern depressivo, o con personalità passivo-dipendente, si adattano al ruolo di giocatore e ricevono punto per punto dal manuale le informazioni necessarie alla definizione di sè: come devono essere “fisicamente”, come sentirsi psicologicarnente, quali atteggiamenti assumere: un vero e proprio stato di dipendenza può instaurarsi nei confronti del master: “Tutto dipende dalla bravura del master – ammette un giocatore di diciotto anni – se ci sa fare il gioco diventa straordinario” ; il ritorno ad una realtà senza ruoli predefiniti e senza guida può essere disorientante.”

Forse ho capito dove sta il problema. Non c’è malafede. Gli autori presuppongono un approccio al GdR simile a quello che loro, presumibilmente, hanno nei confronti della religione. Qui ad esempio parlano del Master come fosse un prete, ma soprattutto nel secondo paragrafo descrivono come si possa trovare nel GdR, a detta loro, quello che dovrebbe invece fornire la religione. Risposte e speranze che sono disattese dalla vita reale. Sì al regno dei cieli, no ai Forgotten Realms. Se letta così, allora tutta questa operazione ha certamente più senso. Restando sbagliata, ben inteso. Io non discuto ci sia chi ha bisogno di trovare alternative irreali alla propria esistenza per poter vivere sereno, ma a questo punto il problema è questo tipo di approccio, non la risposta che si sceglie nel perseguirlo. Chi si abbandonasse alla fede nel modo in cui loro presuppongono ci si debba abbandonare al gioco, è forse meno preoccupante? Non direi.

“Il master racconta: è la voce fuori campo, il filo conduttore, il narratore, tra le pagine di un libro, che dà colore agli avvenimenti, ai luoghi, ti fa entrare nelle situazioni. Può essere più o meno direttivo, svolgere il ruolo di un semplice “facilitatore” o suggerire con autorità incondizionata il canovaccio su cui i giocatori costruiscono la loro parte.
Permette di scegliere i personaggi o li assegna a seconda delle caratteristiche dei giocatori: anche in questo caso un ambito ricreazionale di apparente libertà si trasforma in luogo di stigmatizzazione, nell’assegnazione di “etichette” che, della persona, pretendono di esaurire le potenzialità in modo rigido e riduttivo.”

Siamo sempre lì. E’ ovvio che chi scrive presuppone un’apertura mentale nulla di chi gioca che probabilmente gli è propria.

“Il gioco è tutto mentale, non fisico, non agito: le paure o l’impatto con la concretezza, con la vita misurabile, con “l’alterità” degli altri senza mediazioni sono rimandati a un futuro senza definizione; il virtuale fa da ricettacolo per la sensazione di inadeguatezza a relazioni interpersonali “vere”‘, fatte anche di accettazione dei propri limiti e dei problemi degli altri.
Le conseguenze di quest’immersione nel virtuale, che si estendono alla vita di tutti i giorni, hanno proporzioni non valutabili. I rapporti sessuali al di fuori della coppia stabile sono liberati da “fastidiosi sensi di colpa” se avvengono in conseguenza dell’assunzione di un ruolo per gioco: la violenza o i comportamenti autodistruttivi non sei tu che li agisci, ma il tuo personaggio che ti è rimasto “appiccicato” addosso, quindi sono resi più giustificabili.”

Immagino che in altro articolo i due autori illustrino le deviazioni mentali di chi, per lavoro, fa l’attore. Oppure che combattano una lotta contro l’insegnamento della recitazione o del teatro nelle scuole. Basta recite negli asili. Basta rappresentazioni della natività in Piazza a Natale. Ok, sto sconfinando nel sarcasmo, chiedo scusa.

“Il gioco “Vampire”, ambientato tra creature della notte, non-morti o morti-viventi, definisce del vampiro i caratteri fisici, psicologici, attitudinali, “vampirici” e gli ultra-poteri: pregi e difetti del personaggio che emergeranno nelle varie partite e che consentiranno l’assegnazione di punteggi negativi o positivi.
Un pregio del vampiro proposto agli adolescenti è l’inappagabile desiderio di uccidere, un’altra caratteristica presentata come positiva è la “duplice natura”, la natura ambigua della creatura vampirica, divisa in se stessa. Un tipico difetto del vampiro è rappresentato dagli incubi notturni che lasciano strascichi la notte successiva rendendo più difficili le azioni nel gioco: non si richiede la competenza dello psichiatra per comprendere a quali gravi forme di destrutturazione della personalità ci si possa trovare di fronte in seguito a queste “innocue assunzioni di ruolo; quali percezioni distorte di sè possano essere indotte.”

Dissento. Per ipotizzare “gravi forme di destrutturazione della personalità” conseguenti al gioco di ruolo servirebbe, quantomeno, la competenza di uno psichiatra. Per fare una diagnosi, a casa mia, serve il dottore.

“Se da un lato la violenza e l’ambiguità, il sangue e l’onnipotenza sono i fattori determinanti comuni di queste trame, dall’altro una vera e propria esplicitata intenzione all’esplorazione dell’insight, del sè profondo, è oggetto di specifici glochi.
Sul gioco Kult c’è scritto: “Pericoloso: questo gioco conduce ad esplorare aspetti oscuri della tua anima; questo può arrecare disturbo a qualcuno: vietato ai minori di anni 16″ : quale sia la finalità di sintetizzare aspetti profondi di sè all’interno di un gioco non è facile intuire: certo l’aspettativa di un feeling interpersonale non superficiale, nelle dinamiche di gruppo, si va affermando sempre più e la stessa aspettativa è espressa dai consumatori di pastiglie nelle discoteche, i derivati anfetaminici definiti, proprio per il loro ruolo “‘entactogeni”.
Questo conoscersi fino in fondo ed esprimere agli altri la propria identità sostanziale risponde da un lato ad una esigenza positiva, ma c’è da chiedersi come mai debba essere mediato, nel nostro tempo, dal gioco o dai farmaci: ancora ci si deve interrogare riguardo ai limiti e alle violazioni degli stessi nell’ambito di una strumentale “divulgazione”‘ della propria intimità.”

Non conosco il gioco in questione e non ho capito grossomodo nulla del paragrafo, ivi compresa la conclusione per cui giocare di ruolo sia assimilabile all’assunzione di sostanze psicotrope.

““Ah, certo” – dice il commerciante – “Se poi qualcuno ha difficoltà personali, e interpreta le cose in modo autodistruttivo, non dipende certo dal gioco” : anche in questo caso la società adulta abdica alla responsabilità di tutelare proprio le persone più fragili… Un mondo di gente “‘solida” e sicura che prevede di generare per certo figli stabili e incondizionati: un mondo di “vincitori” che non hanno tempo per i perdenti e i falliti!”
Condivido il presupposto. E’ giusto, a mio avviso, tutelare chi non ha piena comprensione di un mezzo ed è nelle condizioni di utilizzarlo. Ben venga l’affiancamento della famiglia che si avvicina al figlio, sapendo che gioca di ruolo, e cercha di capire di cosa si tratti. Dialogo. Mi viene in mente mia madre che, quando a 15 anni ho comprato “Punk in Drublic”, si è interessata agli aspetti che potesse comportare per me ascoltare un certo genere di musica. La trovo un’operazione giusta. Meno giusto sarebbe stato dirmi: “tu quella roba non la ascolti perchè poi diventi un drogato.” Cosa che, incredibile a dirsi, non è successa.

“Da ultimo va rilevato che l’impiego di sostanze psicoattive, in particolare le metamfetamine e le incontrollabili nuove generazioni di stimolanti sintetici, si sposa perfettamente con le esigenze dei partecipanti al giochi di ruolo: queste droghe aumentano, durante l’effetto acuto, l’energia, l’intuito e la concentrazione, ma contemporaneamente conferiscono disinibizione associata ad un blando distacco dalla realtà: niente di meglio come veicolo per migliori livelli di immedesimazione nel ruolo fantastico, per affievolire ancor più i confini tra verità e sogno, nella apparente valorizzazione della propria “smartness” (lucidità, intelligenza). E, d’altro canto, proprio le alterazioni biochimiche cerebrali indotte dall’ecstasy e dalle droghe analoghe, con le associate turbe del tono dell’umore e dell’identità, potranno, all’interno di un circolo vizioso, indurre di nuovo alla dipendenza da relazioni interpersonali esclusivamente inquadrate attraverso le regole dei giochi di ruolo.”
Ecco, appunto. Quest’ultimo passaggio è estremamente debole e appare, ai miei occhi, come un tentativo ultimo di dare motivo di preoccupazione: della serie, se non è bastato tutto quello che ho detto fino ad ora (e, con ogni probabilità, non è bastato) estraggo l’anatema della droga così da fornire una preoccupazione seria e reale. Una cosa che, anche solo nel dubbio, possa centrare l’obbiettivo. Il punto è che non c’è davvero un senso logico a quanto scritto, oltre che nessuna prova empirica o ricerca scientifica a suffragare l’ipotesi. Se mi drogo per alterare la percezione di me stesso, le mie inibizioni, e la mia realtà, perchè farlo in concomitanza ad uno svago dove tutto questo posso ottenerlo senza droga? Anche solo economicamente, non è una scelta furba. Mi drogherò in discoteca, ai concerti, a scuola, sul lavoro, in famiglia, ovunque non abbia altro mezzo per non essere me stesso. Magari però è a me che manca qualche passaggio.

Se mi sono preso tutto questo tempo (ciao pausa pranzo) e questi caratteri per rispondere all’articolo è perchè come detto trovo sbagliato lasciar correre operazioni come quella messa in atto dal pezzo in questione.
La speranza è quella di alimentare discussione, confronto e scambio di opinioni (perchè di quello si tratta). Una cosa che, da sempre, ritengo utile a tutti.

La generazione che ha perso. Noi.

E’ un po’ di tempo che mi gira in testa un concetto, ma come sempre accade quando mi trovavo a pensarci non ero mai nelle condizioni di scriverci sopra. Non lo sono manco ora, in realtà, ma ad un certo punto uno deve darsi delle imposizioni. Oltre ad alzarsi dal letto la mattina, intendo. Fatto sta che l’altro giorno mentre navigavo sul sito della Gazzetta ho visto un articolo a tema Maradona che stoccaccia una tipa. Il pezzo titolava: “Riecco la mano de Dios”. Ho fatto anche uno screenshot perchè certe cose vanno documentate come si deve.
In battuta ho pensato: “ma guarda te che brutta fine che ha fatto la Gazzetta dello Sport”, quasi subito però è riemerso in me il tarlo di quel concetto che continuava a girarmi in testa e così mi ci sono fermato sopra. Il problema, purtroppo, non è la Gazzetta dello Sport.
Il problema è che la mia generazione è, sostanzialmente, la prova empirica della natura fallimentare della specie umana.
Ok, c’è un salto tra le due affermazioni, lo capisco pure io che scrivo, quindi adesso mi spiego meglio. Beh, diciamo che ci provo.
Partiamo da una premessa: io la storia l’ho studiata a scuola, durante il liceo, periodo in cui non è che lo studio fosse proprio la priorità. Però pensando alle varie epoche dell’uomo non mi viene in mente un altro momento in cui l’umanità si sia trovata per le mani un mezzo così potente, rivoluzionario ed egualitario come internet. Ecco, vogliamo analizzare l’uso che se ne è fatto? Per carità, molte cose buone sono venute fuori dalla rete, ma se tu che leggi in primis pensi alla musica gratis, al porno gratis o ai social network, allora capisci (?) che il problema è grave. La realtà è che internet è stato relegato al concetto di svago e se questa non è una sconfitta clamorosa allora non so davvero come altro definirla.
Dieci anni fa pensavo a quanto fosse bello un mondo in cui le notizie fruissero libere ed orizzontali. Internet destinato a diventare lo strumento principe per l’informazione e la divulgazione. Oggi la gran parte dei contenuti che si trovano in internet sono fake. Siamo al punto in cui è divertente inventarsi notizie e metterle online per vedere chi ci casca. Interi siti dedicati a questa cosa. A diluire i contenuti utili in un mare di merda siamo stati noi, la mia generazione. Gente che nella vita non caga un’opinione manco sotto tortura e d’improvviso si ritrova a dire la propria su tutto da dietro una tastiera. Pure in merito ad argomenti che non conosce o che magari neanche gli interessano. Io potrei essere uno di questi, ben inteso. L’importante in ogni caso e’ scriverlo prima degli altri. Anche l’informazione canonica è stata ingurgitata da questo meccanismo perverso di diretta estrema, per cui le notizie vanno date in tempo reale, in modo da poter essere commentate in tempo reale. Senza possibilità di analisi. Un contenuto online da due ore è vecchio, serve continuo ricambio. Notizie sempre meno rilevanti, non approfondite e spesso anche non verificate riempiono le pagine dei giornali online e la rete di materiale inutile. Non saprei come altro definirlo. Intrnet sarebbe potuto essere la nuova informazione ed invece la nuova informazione è diventata internet, nella sua peggiore accezione. Si è parlato per anni del diritto di satira senza rendersi conto che la satira era l’unica cosa che ci stava rimanendo e che, a lungo andare, ha finito per sostituire l’informazione. E’così che abbiamo ammazzato lo strumento.
Non è una cospirazione, non è un’astuta manovra dei poteri forti, è proprio che abbiamo fallito la più grande e probabilmente irripetibile occasione della storia. E siamo stati noi. Non le generazioni passate di cui diciamo sempre “cazzo vuoi che ne capiscano?” e nemmeno quelle future che ai nostri occhi non sanno combinare un cazzo. Noi. Abbiamo perso ed è il caso di riconoscerlo. Un arco evolutivo costruito sul vorrei, ma non posso che, sul più bello, si è trasformato in un potrei, ma non ne sono capace.
Chi è causa del suo male, pianga se stesso.

Sputare nel piatto in cui si è mangiato, dicesi:

Ci sono quelle cose che una volta ti piacevano e adesso invece no. Magari ne parli e fingi ti piacciano ancora, oppure che non ti siano mai piaciute, però quando ci pensi e non hai nessuno a cui mentire finisci spesso col dire che la ragione sta nell’essere diventato adulto. Vien buona per tutto, effettivamente, come spiegazione, ma che sia anche vera non è così automatico.

Facciamo un esempio. Giorni fa è uscito il disco nuovo dei Lagwagon. Agevolo una diapositiva.

Per il processo di cui sopra, io adesso sentirei di dover precisare che riprendere in mano il blog per scrivere dei Lagwagon, sia una roba di cui vergognarsi.  E lo sarebbe eh, ma il post tratterà solo marginalmente di quello, promesso. Ad ogni modo sto disco io l’ho sentito e mi ha fatto abbastanza cagare. Me lo aspettavo. La domanda però è: è davvero perchè sono ormai troppo vecchio per certe stronzate (cit.)?

No.

Ho delle prove a supporto di questa tesi.

La prima riguarda ancora i Lagwagon. Ok, potrei aver mentito quando dicevo che il post si sarebbe occupato solo marginalmente di loro. Nell’estate 2013 mi ero ripreso in mano più o meno tutti i loro dischi, diciamo quelli che secondo me avevano un senso quando sono usciti: Hoss, Feelings, Double e il loro Live in a Dive (ci metterei anche Blaze perché a me piace, ma è uscito fuori tempo massimo per essere tra quelli insindacabili). A parte il primo, gli altri sono proprio dischi brutti. Dentro ci sono ancora i pezzi fighi che ricordavo, ma diluiti in un mare di merda. Parlando di lavori che a volte non arrivano ai 30′, il problema è notevole.

Questa non è una prova, si potrebbe obbiettare. Alla fine anche questo cambio di opinione potrebbe essere legato all’anagrafe e io potrei non avere più l’età per apprezzare l’HC melodico in generale, pure se fatto bene.

No. Di nuovo.

Uno dei dischi che ho ascoltato di più in questo 2014 privo o quasi di uscite interessanti è un disco del 2006 che mi ha girato su facebook un ragazzo che conosco. Ed è un disco HC melodico. Slide!

Un gran bel disco,  aggiungo. Ci sono le melodie, i suoni giusti, la ritmica giusta ed un uso delle chitarre che in dischi del genere si trova raramente. Da qualche mese ascolto a ripetizione un disco che alla mia età e con i miei gusti attuali non avrei mai pensato di poter anche solo digerire. Fact.

La conclusione.

Con il tempo non cambiano i gusti.  Si ampliano, magari, ma non si stravolgono. Quello che cambia è la propensione a venire a compromessi. I Lagwagon sono quella ragazza che ricordi carina dai tempi del liceo e che rivista oggi su Facebook ti sembra un cesso. Se ci pensi bene e sei disposto ad ammetterlo, con tutta probabilità era un cesso anche quindici anni fa. Il tempo ed il distacco hanno distorto la realtà portandoti a ricordarla diversa da ciò che è. Migliore. I Lagwagon hanno fatto un disco dei Lagwagon ed è brutto e trascurabile per moltissimi motivi, ma tutti derivanti dal fatto che siano i Lagwagon e non dal nostro essere nel 2014.

Poi chiaro, chi invecchia male c’è. Non si discute.

Quando ieri ho aperto l’editor del blog per scrivere, avevo intenzione di parlare dei tizi che hanno messo su una start-up per produrre latte usando i lieviti invece delle mucche (qui la pagina web). Ci avrei scritto sopra un bel pistolotto (tutto sommato producendo un post che a differenza di questo avrebbe anche avuto una sua utilità), ma alla fine l’unica cosa che ha senso dire è OGM 1 – Teste di cazzo 0.